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Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti nasce nel 1888 ad Alessandria d'Egitto, da Antonio Ungaretti e Maria Lunardini
entrambi provenienti da Lucca. La famiglia si era infatti trasferita in Africa per ragioni di lavoro. Suo padre,
che lavorava come operaio alla costruzione del canale di Suez, muore in un incidente.
Nella città natale trascorre l'infanzia e i primi anni della giovinezza, appassionandosi di letteratura e
leggendo i maggiori scrittori. Nel 1912, passando per l'Italia, si reca a Parigi per approfondire la conoscenza
della poesia decadente e simbolista. Frequenta gli ambienti dell'avanguardia, scrivendo anche versi in
francese e conoscendo alcuni fra i maggiori artisti e scrittori. Nel 1914 andò in Italia per partecipare alla
Prima Guerra Mondiale. Si arruolò come volontario in un reggimento di fanteria e fu mandato a combattere
sul Carso, dove scrisse le liriche “Il porto sepolto”. Nel 1919 ritorna a Parigi e sposa Jeanne Dupoix, dalla
quale avrà tre figli. Nel 1921 si trasferisce a Roma e successivamente aderisce al fascismo, sostenendo che
la dittatura potesse rafforzare la solidarietà nazionale. Fu attivo anche come giornalista e saggista,
collaborando con numerosi periodici italiani. Nel 1936 gli venne offerta la cattedra di letteratura italiana
presso l'Università di San Paolo in Brasile. Nel 1942 Ungaretti ritorna in Italia e inizia a insegnare letteratura
italiana contemporanea all'Università di Roma e viene nominato Accademico d'Italia.
Le vicende della Seconda Guerra Mondiale segnano il maturare di una nuova e dolorosa consapevolezza,
preceduta da alcuni lutti familiari, ossia la morte del fratello e del figlio. Da queste esperienze sono segnate
alcune liriche, come Il dolore, La terra promessa, ecc. Ungaretti muore a Milano il 1 giugno 1970.

L'allegria
Ungaretti cominciò a riordinare le sue poesie, diede loro il titolo “Vita d’un uomo” e sottolineò il carattere
autobiografico. Questo non va inteso nel senso tradizionale che ripercorre la vita dell’autore, ma va spiegato
attraverso la concezione dell’arte elaborata da Ungaretti e dagli ermetici. Per questi poeti infatti letteratura
e vita sono strettamente connesse tra loro. La poesia dunque ha il compito di illuminare l’essenza della vita.

Per comprendere meglio questa funzione della poesia è utile sottolineare le novità formali che
caratterizzano la prima raccolta,”Il porto sepolto”. Infatti sono eliminate la componente descrittiva o
realistica, con un’estrema riduzione della frase a funzioni essenziali della sintassi e della parola. Ai vecchi
procedimenti Ungaretti contrappone il suo nuovo modo di fare poesia, rapido, sintetico che mette in
contatto immagini lontane che apparentemente non hanno alcun rapporto tra loro e non esprimono un
senso immediato. Così il poeta supera immediatamente la distanza che separa il mondo dalla realtà e dalla
storia (la memoria), da un mondo superiore e divino che gli rivela il senso delle cose (l’innocenza).
Il poeta dunque è una sorta di sacerdote della parola in grado di cogliere i nessi segreti delle cose. Il mistero
della vita non può essere svelato attraverso un discorso disteso e razionale, può essere soltanto illuminato
grazie alla forza intuitiva di cui si carica la parola poetica.

Il nuovo carattere comporta la distruzione del verso tradizionale e l’adozione di versi liberi e più brevi.
Anche la sintassi rifiuta le costruzioni complesse, adottando una elementare e lineare essenzialità. La strofa
è spesso costituita da una sola frase principale e non è frequente la presenza delle subordinate.

Per quanto riguarda la scelta del titolo della raccolta, il primo, Il porto sepolto, allude a ciò che è segreto e
rimane in noi in modo indecifrabile. Il porto sepolto equivale al segreto della poesia, nascosto nel fondo di
un abisso nel quale deve immergersi il poeta. Il secondo titolo, Allegria di naufragi, costituisce
un’espressione ossimorica. I due termini sono spiegati da Ungaretti: per il primo parla dell’esultanza di un
attimo di un’allegria che non avrà mai se non il sentimento della presenza della morte; il secondo sta ad
indicare proprio l’effetto distruttivo della morte e come tutto sia travolto, soffocato e consumato dal tempo.
L’opera è suddivisa in cinque sezioni: Ultime, Il porto sepolto, Naufragi, Girovago, Prime. I temi rendono
evidente la componente biografica infatti un gruppo di temi e immagini si lega all’infanzia e all’adolescenza
che il poeta trascorse ad Alessandria d’Egitto. Un decisivo aumento di transizione è costituito
dall’esperienza del fronte, che offre al poeta spunto per alcune sue liriche più crude. La guerra gli consente
anche di stabilire un contatto con la propria gente.

“Il porto sepolto” da L'Allegria


La poesia è composta da 7 versi liberi, disposti in due strofe. Ungaretti descrive l’opera del poeta come una
sorta di avventura, come una discesa in questo porto sepolto per riportare alla luce soltanto dei frammenti
che non possono essere decifrati. Il porto sepolto diventa quindi il simbolo di ciò che è nascosto nell’animo
di ogni uomo.
La prima strofa si apre con l’avverbio di luogo “vi” che si riferisce al titolo della poesia. Il poeta infatti arriva
nel porto sepolto perché esso diventa il luogo da cui nasce la poesia, è la fonte di ispirazione per chi scrive.
Il poeta ci arriva, torna in superficie con le sue poesie e le disperde tra gli uomini. La funzione del poeta è
quindi quella di scoprire cosa è rimasto sepolto nell’animo degli uomini e riportarlo in vita, per provare a
dare un po’ di sollievo. In questa prima strofa sono quindi presenti tre verbi che indicano le diverse fasi del
viaggio del poeta:
• arriva v.1 (il poeta scende fino agli abissi dell’anima);
• torna alla luce v.2 (cerca di rinascere);
• disperde v.3 (la poesia viene dispersa nel vento e viene colta solo dalle anime più sensibili).
La seconda strofa è una riflessione sull’opera del poeta stesso. Cosa ha trovato in fondo all’animo umano?
Nulla, perché il cuore degli uomini è un segreto inesauribile, indefinibile. Solo il poeta, che ha un animo
sensibile, riesce a percepire ciò che è nascosto nel cuore di ognuno e riesce a tradurlo in poesia.
Per quanto riguarda le figure retoriche, si noti la presenza di numerosi enjambements, che vengono
utilizzati da Ungaretti per rendere il testo ancora più frammentario. Lo stile, la metrica e la sintassi sono
quindi ridotte all’essenziale, conta soprattutto l’importanza della parola, messa in evidenza attraverso
l’utilizzo di versi molto brevi.

“Veglia” da L'Allegria
La poesia descrive l’esperienza della guerra vissuta in prima persona dal poeta come soldato semplice, che è
stata fondamentale per Ungaretti, sia come uomo che come scrittore: le poesie raccontano le atrocità
vissute in prima persona in modo lampante ed immediato.
In questa poesia Ungaretti descrive la veglia accanto al compagno morto in guerra, fin quasi a condividere
l’esperienza della morte insieme a lui. Come gli altri componimenti, il titolo gioca un ruolo fondamentale.
Il testo si compone di 16 versi liberi e brevi, divisi in due parti. La prima parte si sofferma sull’esperienza
della veglia notturna, la seconda invece è una dichiarazione che assume quasi la forma di un aforisma.
La prima strofa è la descrizione del corpo del compagno morto e vengono utilizzati termini aspri, come
massacrato, con la sua bocca digrignata (con i denti in mostra) proprio per accentuare la visione
dell’esperienza della morte dolorosa. La smorfia del cadavere viene resa evidente con la luce della luna
piena. La morte sembra quasi condivisa quando si legge che il gonfiore delle mani del defunto è quasi
penetrato nel silenzio del poeta.
Dopo i primi dieci versi la poesia cambia registro: il poeta dichiara di aver scritto poesie d’amore tutta la
notte e di non essere mai stato tanto attaccato alla vita. Si rovescia così la tragedia della morte accennando
all’amore e quindi alla ricerca di un valore positivo che contrasti l’amarezza della fine di una vita. Il poeta
perciò, nonostante stesse vivendo la morte in prima persona, continua a custodire i valori della vita.
La soluzione al dolore e alla morte viene proposta dal poeta nello slancio positivo finale degli ultimi tre
versi: bisogna rimanere attaccati all’energia positiva della vita, in ogni circostanza.
Le scelte lessicali e l’utilizzo di termini violenti e carichi quali buttato, massacrato, digrignato, penetrata,
danno al testo un tono fortemente espressionistico. Alcuni di questi sono messi in una posizione di rilievo
nel testo, occupando a volte un unico verso.
Il messaggio dell’intera lirica che l’autore vuole lanciare si desume soprattutto dallo scatto vitale finale:
nonostante esista il dolore, è proprio la visione della morte che fa sentire ancora più attaccati alla vita.

“San Martino del Carso” da L'Allegria


La poesia mostra il dolore causato dalla guerra che ha quasi distrutto un intero paese. La prima strofa,
formata da 4 versi, si riferisce proprio alla distruzione delle case; la successiva, sempre di 4 versi, si riferisce,
invece, a un dolore più grande, ovvero la morte dei compagni dei quali non è rimasto quasi nulla. Le ultime
due strofe, di due versi ciascuna, esprimono un analogia, ovvero il paese straziato è il cuore del poeta, cioè
San Martino diventa simbolo del dolore che l’uomo prova dopo aver vissuto il dramma della guerra. Il cuore
del poeta rappresenta l’ultimo legame tra la morte e la vita.

La lirica è di un’estrema essenzialità. Eliminando ogni descrizione e ogni effusione sentimentale Ungaretti
riesce a rendere con il minimo di parole la sua pena e quella di tutto un paese.
È composta da quattro strofe di versi liberi. Una serie di antitesi contribuiscono all’efficacia emozionale della
poesia: i brandelli dei muri e i resti dei compagni (non è rimasto neppure tanto); i tanti amici e il neppure
tanto; il cuore fitto di croci in opposizione alla desolazione del paesaggio.
Sono frequenti le espressioni negative (non è rimasto, nessuna, neppure, manca)e assente la punteggiatura.

“Mattina” da L'Allegria
La poesia è composta da due soli versi e per comprenderla a pieno bisogna necessariamente leggere anche
il titolo, al quale si riferisce imprescindibilmente il contenuto. Inizialmente la poesia doveva essere
leggermente più lunga e doveva intitolarsi “Cielo e mare”. La ragione della riduzione sta nella volontà
dell’autore di rappresentare la sensazione del momento senza ricorrere a parole inutili. Il verso viene ridotto
a sole poche parole per potenziare il valore semantico di ognuna di esse.
M’illumino d’immenso rappresenta lo splendore del sole che è sorto da poco e che regala al poeta una
sensazione interiore che lo ricollega al senso di vastità. Egli si sente vivo e parte dell’infinito mistero della
natura. Lo stato d’animo descritto è quasi mistico, di unione con l’universo.
I due versi sono dei ternari senza rima che diventano un settenario perfetto. Tra i due versi ci sono anche
alcune consonanze (ritorno del suono –m) che contribuiscono all’unificazione di essi.
È presente anche la figura retorica della sinestesia (accostamento di due termini appartenenti a sfere
sensoriali differenti). La sensazione fisica della luce del sole (illuminare) viene riferita ad un sentimento
interiore (scambio di sensazione e pensiero).
Si tratta di un componimento geniale. Il poeta, con sole poche parole, trasmette la sensazione forte e
maestosa del risveglio mattutino. Esso rappresenta la voglia di vita e di grandezza, nonostante il continuo
perpetrarsi degli orrori della guerra.

“Soldati” da L'Allegria
La lirica chiude la quarta sezione della raccolta Allegria, che comprende le poesie composte nel 1918,
durante l’esperienza della guerra in Francia. Le poesie composte sul fronte francese ricalcano lo stesso stile
di quelle composte sul fronte italiano: il tema della guerra domina tutta la raccolta ma viene visto come
momento rivelatore della propria identità.
La poesia ricalca lo stile espressionista e quasi aforistico che il poeta utilizza in tutta la raccolta. È formata da
quattro versi liberi brevi e il titolo non può essere scisso perché descrive a pieno il testo.
I significato della breve e intensa lirica gira intorno ad una similitudine: la condizione dei soldati schierati
nelle trincee e minacciati da uno scontro a fuoco viene paragonata alle foglie degli alberi che cadono in
autunno. L’immagine della foglia che si stacca dal ramo è un un luogo comune spesso utilizzato da poeti.
L’autunno quindi viene ricollegato alla guerra e alla morte proprio per la caduta delle foglie e la
trasformazione del paesaggio. L’immagine tradizionale della foglia viene però svecchiata da Ungaretti grazie
alla brevità del componimento stesso: i versi sono disposti proprio per dare il senso repentino di passaggio
dalla vita alla morte. La struttura del componimento è circolare: la parola soldati trova il suo paragone solo
con la parola foglie all’ultimo verso. Inoltre sono presenti enjambements: come-d’autunno; alberi-le foglie.
La poesia diventa così un rapido aforisma, una sentenza: i soldati si trovano nella stessa condizione, incerta
e minacciata, delle foglie in autunno.

“Girovago” da L'Allegria
Il titolo della lirica, Girovago (coincidente con il titolo dell’intera sezione dell’Allegria), fa riferimento alla
condizione esistenziale del poeta, il quale fa fatica a trovare un punto di riferimento, un luogo sicuro in cui
rifugiarsi.
Dalle prime tre strofe emerge il senso di estraneità provato dall’individuo nei confronti delle cose e e la
ricerca, destinata a rimanere infruttuosa, della propria identità, del proprio io più profondo. Il participio
languente del verso 9 si oppone all’assuefatto del verso 13 e contribuisce a rendere evidente come sia
impossibile per il poeta rinascere a nuova vita e ritrovare la propria identità.
Il termine straniero, presentato in posizione isolata al verso 15, sottolinea il senso di estraneità provato dal
poeta, il quale non trova un posto in cui rifugiarsi in nessuna parte di terra e si evidenzia come sia difficile
questa ricerca di un posto metaforico e reale in cui mettere radici. Ungaretti racconta, dunque, il suo
desiderio di poter vivere anche solo per un momento il ritorno alla purezza delle origini, dell’infanzia.