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Nell’esperienza della guerra Ungaretti, uomo e poeta, trova non soltanto ragioni di immediata sofferenza,

ma anche stimoli importanti per ragionare sul proprio io, sugli uomini e sul mondo, in una continua ansia di
ricerca che percorre le strade della memoria (come nella poesia “In memoria”) e del sogno, come in
“Risvegli”. Questa lirica è un chiaro esempio di tensione all’altrove e all’assoluto che caratterizza l’io del
poeta. Egli sente di avere vissuto altre vite, in un’epoca lontana, e vaga in esse, tra sogno e ricordo, alla
ricerca di un mistero da rivelare a se stesso e agli altri.
Al fine, però, di una più chiara comprensione del testo ungarettiano in questione, e prima di snocciolare,
quindi, ogni possibile nodo di analisi e comprensione come esaustivamente richiesto dalla traccia, ci torna
utile segnalare le principali figure retoriche riscontrate nella lirica (che rispetta, dunque, uno schema
metrico in versi liberi):
Ossimoro = "sorpreso e raddolcito" (vv. 10-11).
Metafora = "rincorro le nuvole" (v. 12).
Analogia = "gocciole di stelle" (v. 23).
Enjambements = vv. 10-11; 16-17; 19-20; 25-26.
Dal punto di vista formale, dunque, la lirica presenta un linguaggio ermetico (“epoca fonda”, “creatura
atterrita” ecc.) e un discorso frammentato, come richiesto, anche in questo caso, dal senso del contenuto
(tensione all’oltre, ansia di assoluto, ricerca e rivelazione del mistero). Da notare il ricorso all’analogia
(“gocciole di stelle”: v. 23) e l’uso di versi brevi, che, pur alternandosi liberamente e riducendosi talora a
una sola parola, mantengono i ritmi tradizionali e spesso sono rimontabili in settenari ed endecasillabi.
In questi versi il poeta avverte la strana sensazione di aver vissuto altre vite, e cioè ricorda che certe cose gli
sono già accadute in passato (sensazione della preesistenza), come una sorta di déjà-vu, in un'epoca
distante da quella a lui contemporanea, lasciandosi trasportare da esse, tra sogno e ricordo, alla ricerca di
un mistero da rivelare non solo a se stesso, ma anche agli altri. È, infatti, possibile scorgere la profondità del
“porto sepolto” (in chiaro riferimento alla sua adolescenza egiziana e all’ipotesi, di cui allora si parlava, di
un antichissimo porto di Alessandria d’Egitto mai, però, trovato, e presumibilmente ancora sepolto,
appunto, e anteriore all’epoca alessandrina) e da ciò si può percepire che il proprio essere non è soltanto la
persona legata al proprio corpo, ma un lungo viaggio della propria anima.
Nel tentativo di ricostruzione della percezione di queste esistenze perdute, il poeta cerca di allontanarsi,
ovvero si cala in una dimensione di profondità del suo essere. L'aggettivo "perse", infatti, sta a significare
che inizialmente queste vite le stava "inseguendo”, fino a quando non le ha perse di vista.
In un continuo perdersi, Ungaretti riemerge, poi, nell’ambito familiare che lo riporta al suo presente,
creando così un clima di tranquillità (“raddolcito”) che gli consente di riacquisire stabilità.
La nuvola metaforica di cui, nel verso successivo, il poeta si serve, tenta di rappresentare il mutare degli
eventi: ragione per cui il suo pensiero corre subito agli amici che c'erano e che, al momento della scrittura
della poesia, sono oramai defunti.
Dopo aver, quindi, vissuto su di sé la sensazione della preesistenza, si chiede: "ma Dio cos'è?". Se la vita
degli uomini ha un inizio e una fine, proprio come le nuvole che si generano dal nulla e poi si dissolvono, è
anche vero che, per contrapposizione, l'essere eterno esiste ed è incarnato da Dio che, a sua volta, deve per
forza rappresentare un qualcosa di enorme e senza precisi confini (altra contrapposizione), e questo è un
pensiero che lo turba.
Ungaretti si sente come un animale terrorizzato, ma non usa il termine "animale", bensì "creatura" (creato
da Dio), perché si sente piccolo ma è comunque un piccolo che fa parte di un tutto.
La rugiada celeste (“gocciole di stelle”) va infine interpretata come una forza che rianima e che,
conseguentemente, tende a confortare la “creatura” impaurita.
Approfondendo e ritornando al profilo storico-biografico di Ungaretti all’inizio solo accennato, sappiamo
che quest’ultimo fu un fervente interventista e volontario durante la Prima Guerra Mondiale e che le sue
prime poesie (composte durante la guerra di trincea) della raccolta “Il Porto Sepolto” furono scritte quando
combatté a San Martino del Carso (località friulana, in provincia di Gorizia, e ispirazione diretta all’omonima
poesia). Uno scenario che coglie lo strazio interiore di chi, durante la guerra, constata la distruzione dei
luoghi e, con dolore lacerante, la morte di tante persone a lui care.
Il “risveglio”, al di là del contesto storico pregno delle nefandezze della guerra, è un invito a risvegliare le
coscienze, nella disperata ricerca di intercettare un messaggio positivo in ogni cosa, anche laddove, magari,
le circostanze lo impediscono. Un messaggio riscontrabile, ad esempio, in altre poesie ungarettiane, ma non
solo, che, a prescindere dal nefasto imperversare della guerra, trasmette messaggi di solidarietà, coraggio e
forza.
Giungendo a conclusione, mi torna quasi d’obbligo, attraverso una personale quanto documentata
interpretazione sul percorso poetico che Ungaretti ci trasmette tramite le sue composizioni, riprendere al
volo la poesia, poco fa citata, “Soldati” (scritta nel periodo finale della guerra) che, alla pari e forse più di
“San Martino del Carso”, ci rende perfettamente la drammaticità e l’inevitabile condizione di precarietà e
paura dei soldati impiegati al fronte, ma con quella consapevolezza di fondo che è proprio l’attaccamento
alla vita e alla fratellanza tra uomini a rendere possibile quel senso di vita comune che, in una circostanza di
ineluttabilità di fronte a una morte incombente, resta il viatico più potente.

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