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Il Decadentismo

Definizione e origine del termine


Il termine “Decadentismo” si riferisce ad un movimento letterario nato in Francia alla fine dell’800.
Fu Paul Verlaine ad inaugurare la corrente tramite il sonetto “Languore”, pubblicato su un periodico
parigino nel 1883: la poesia esprimeva uno stato d'animo diffuso nella cultura del tempo, ovvero
quel senso di disfacimento, decadenza e di perdita di ogni speranza.
Il termine deriva infatti dalla parola “decadente” che fu inizialmente usata in senso dispregiativo da
parte della critica per identificare una nuova generazione di poeti considerati decadenti, ovvero
corrotti e dissoluti. Essi utilizzarono questo appellativo come simbolo per indicare la propria diversità
ed estraneità nei confronti della società. Scrittori e pittori che si riconoscevano nelle nuove idee si
riunirono attorno ad una rivista letteraria “Le Décadent” fondata nel 1886.

Movimenti letterari e autori legati al Decadentismo


Il Decadentismo è un fenomeno complesso che si rifà a due distinti movimenti: il simbolismo e
l'estetismo.
Il simbolismo fu una corrente letteraria caratterizzata dalla tendenza a rappresentare il mondo per
mezzo di illusioni e di simboli. I suoi rappresentanti sono Baudelaire (considerato il precursore del
movimento con la pubblicazione di una raccolta lirica “I fiori del male” nel 1857), Rimbaud, Verlaine,
Mallarmé. Il termine simbolismo si afferma con la nascita della rivista “Le Symboliste”.
L'estetismo è l'atteggiamento del gusto e del pensiero che considera la vita stessa come ricerca e
culto del bello come creazione artistica dell'individuo. I suoi maggiori rappresentanti sono Huysmans
in Francia, Oscar Wilde in Inghilterra e Gabriele D'Annunzio in Italia.

La visione del mondo decadente


Alla base di questa corrente letteraria vi era l'irrazionalismo: i decadenti rifiutavano le tendenze
positivistiche e materialistiche della società borghese. Infatti essi ritengono che la ragione e la scienza
non possono dare la conoscenza della realtà, perché l'essenza di essa è al di là delle cose, misteriosa
ed enigmatica, per cui solo rinunciando alla razionalità si può tentare di attingere all’ignoto. L’anima
decadente è perciò sempre protesa verso il mistero e l’inconoscibile.

Tra gli strumenti privilegiati del conoscere vengono indicati:


• inconscio → sede degli impulsi, degli istinti e delle emozioni. La psiche non può essere
compresa razionalmente, ma deve essere decifrata attraverso l'intuizione simbolica,
l'ebbrezza, il sogno, l'allucinazione.
• stati abnormi e irrazionali dell’esistere: la malattia, la follia, l’incubo, ecc. → questi stati di
alterazione si sottragono al controllo della ragione e aprono al nostro sguardo interiore
prospettive ignote, permettono di vedere il mistero che è al di là delle cose.
• panismo → l’io individuale può annullarsi nella vita del gran tutto e attraverso questo
annullamento può potenziare all’infinito la propria vita (atteggiamento che ricorre spesso in
Gabriele d'Annunzio).
• Epifanie → un particolare qualunque della realtà che si carica improvvisamente di una
misteriosa intensità di significato, che affascina come un messaggio proveniente da un’altra
dimensione.
La poetica del decadentismo
Tra gli strumenti della conoscenza vi é soprattutto l'arte. Infatti essa, come linguaggio dell'intuizione
e del sogno, è considerata dai decadenti una forma di conoscenza superiore alla scienza: questa si
limita alla visione del visibile, mentre l'arte è contatto con l'ignoto e con il mistero. Questo culto
dell'arte ha dato origine al fenomeno dell'estetismo. L’esteta è colui che assume come principio
regolatore della vita non i valori morali (bene, male..) ma solo il bello. Egli si colloca così al di là della
morale comune, va alla ricerca di sensazioni rare, si circonda degli oggetti più preziosi, quadri, stoffe,
gioielli ecc. e prova orrore per la banalità e la volgarità della gente comune.
La parola poetica non è più uno strumento di una comunicazione logica, ma si propone di agire su
una zona più profonda e oscura, assumendo un valore suggestivo ed evocativo. Si determina di
conseguenza una vera e propria rivoluzione del linguaggio poetico: alle immagini nitide e distinte si
sostituisce l’impreciso, che solo è capace di evocare sensi ulteriori e misteriosi.

Le tecniche espressive del decadentismo


Vari sono i mezzi tecnici attraverso cui lo scrittore decadente ottiene questi effetti di suggestione:
• musicalità → esaltazione valore fonico della parola e delle suggestioni irrazionali che evoca
• imprecisione sintattica e lessicale → ricerca di una sintassi imprecisa e ambigua che rende
vago e ambivalente anche il significato delle parole
• linguaggio analogico
◦ metafora → tendenza a istituire legami inconsueti e oscuri tra lealtà tra loro remote: a
differenza della metafora tradizionale, quella decadente non è sempre regolata da
rapporti di somiglianza
◦ simbolo → uso di simboli allusivi e polisemici, che si caricano di sensi oscuri e plurimi
◦ sinestesia → fusione di impressioni derivanti da diverse percezioni sensoriali: immagini
collegate a odori, odori collegati a sensazioni tattili, ecc.

Temi e miti della letteratura decadente


• decadenza → stato d'animo di stanchezza e di estenuazione, causato da una civiltà prossima
al crollo. Da qui si origina l'ammirazione per le epoche di decadenza
• lussuria
• crudeltà → affascinati dalla perversione e la loro letteratura era segnata dal sadismo e dal
masochismo
• corruzione → amano tutto ciò che è corrotto e impuro
• malattia → si pone come una metafora di un momento di crisi e diventa anche una
condizione privilegiata, segno di nobiltà e distinzione
• nevrosi → caratteristica che spesso appartiene ai protagonisti costituendo una vera e propria
atmosfera della cultura
• morte → un piacere intenso di annientamento

Al tempo stesso però si possono riconoscere tentativi di reazione al senso di stanchezza ed


estenuazione nella tendenza al vitalismo e al superomismo.

Gli eroi decadenti


Nascono alcune figure ricorrenti nella letteratura decadente:
- l'artista maledetto che sceglie il male e si compiace di una vita misera al limite dell'autodistruzione,
attraverso l'uso di alcol e delle droghe, ecc..

-l'esteta vuole trasformare la sua vita in un opera d'arte, seguendo le leggi del bello e andando alla
ricerca di sensazioni e piaceri raffinati; prova orrore per la vita comune e si isola in solitudine
-l'inetto si sente escluso dalla vita, non partecipa alla vita per mancanza di energie, malattia che
corrode la sua volontà, si rifugia nelle sue fantasie, vorrebbe provare forti emozioni ma è impotente
-la donna fatale dominatrice del maschio fragile e sottomesso, è lussuriosa, consuma le energie
dell'uomo e lo porta alla follia.

I miti
Il mito del fanciullino pascoliano → rifiuta la vita da adulto, la vita fuori dal nido familiare e la
sensibilità infantile si traducono con l'ansiosa ricerca del mistero. Esprime l'esigenza di una
regressione a forme di conoscenza appartenente alle origini.

Il mito del superuomo dannunziano → ispirato alle teorie di nietzsche, il superuomo dannunziano è
l'individuo superiore alla massa mediocre, forte e dominatore, che si muove alla conquista di mete
eroiche senza essere ostacolato da dubbi e incertezze.

Gabriele D'Annunzio
Gabriele D’Annunzio fu uno dei più grandi esponenti dell’estetismo e durante la sua vita riuscì
perseguirne i principi, facendo della sua esistenza una vera e propria opera d’arte.
Egli nacque nel 1963 a Pescara da una famiglia borghese. Studiò presso una delle scuole più illustri
del tempo e nel 1979 (a soli 16 anni) pubblicò la sua prima opera: Primo vere.
A 18 anni si traferì a Roma per frequentare l’università ma ben presto abbandonò gli studi per
intraprendere la carriera giornalistica. Infatti per alcuni anni, prima a Roma e poi a Napoli, esercitò la
professione di giornalista. D’Annunzio acquisì subito notorietà soprattutto in campo letterario sia
attraverso un importante produzione di opere narrative che suscitavano scandalo per i temi erotici,
sia attraverso una vita scandalosa fatta di avventure galanti, lusso, duelli, ecc. Proprio in questi anni
l’autore comincia a delineare la sua figura di esteta in quanto rifiuta la mediocrità borghese ed
esalta l’arte.
Questa fase estetizzante di D’Annunzio entra in crisi proprio all’inizio degli anni Novanta. Ciò portò lo
scrittore a cercare nuove soluzioni, trovate poi nel mito del superuomo. D’Annunzio si ispirava alle
teorie del filosofo tedesco Nietzsche che lo portarono a perseguire questo mito che esaltava la
bellezza, ma anche l’energia eroica e attivistica. Da questo momento D’Annunzio assume uno stile di
vita eccezionale (“vivere inimitabile”) e si trasferisce a Settignano nella villa della Capponcina dove
conduceva una vita da principe tra arte e lusso. Da superuomo quale è riesce a percepire tutti i
significati possibili del vivere, e ad accrescere il suon stato d’animo è proprio l’amore provato nei
confronti dell’attrice Eleonora Duse.
Successivamente D’Annunzio però non si sentiva più appagato dal vivere estetico, perciò nel 1897
decise di intraprendere la politica diventando un deputato di estrema destra, in quanto anche nelle
sue opere disprezzava i principi democratici ed egualitari. Nonostante ciò nel 1900 passò allo
schieramento di sinistra, in quanto fu attratto dalle manifestazioni di forza ed energia del partito.
Nel 1898 intraprese anche l’attività teatrale in quanto in questo modo riusciva ad avere a che fare
con un pubblico più vasto e poteva diffondere più facilmente i suoi principi.
Nonostante la fama acquisita, nel 1910 fu costretto a fuggire dall’Italia a causa dei creditori inferociti
e a rifugiarsi in Francia. Quando scoppiò la Prima guerra mondiale D’Annunzio tornò in Italia ed
iniziò un intensa campagna interventista. Si arruolò volontariamente e ottenne di nuovo notorietà
grazie all’incursione della “Beffa di Buccari” e al “Volo su Vienna”.
Nel dopoguerra D’Annunzio fu uno dei più forti contestatori della “vittoria mutilata”, e in risposta
organizzò una marcia di volontari su Fiume, dove instaurò un dominio personale sfidando lo Stato
italiano, ma fu cacciato con le armi nel 1920. Così nel 1921, deluso dagli esiti delle imprese militari, si
ritirò nella villa di Gardone che prende il nome di “Vittoriale degli italiani”. Qui trascorse lunghi anni
pubblicando alcune opere e morì nel 1938.

D’annunzio esordì nel campo della letteratura sotto l’influenza di due grandi scrittori italiani, verga e
carducci, scrivendo “Prime Vere” (1879) e “Canto Novo”(1882), raccolte di poesie che riprendono la
metrica barbara e il vitalismo pagano. Inoltre D’Annunzio focalizza l’attenzione sulla fusione tra l’io e
la natura preannunciando cosi il panismo superomistico. Successivamente scrisse anche una
raccolta di novelle chiamata “Terra Vergine” (1882) ispirata a Vita nei campi di Verga in quanto
descrive le figure e i paesaggi della sua terra ma a differenza di Verga non adotta la tecnica
dell’impersonalità. Nel 1890 pubblicò “La Chimera”, nel quale tratta temi riguardanti la sensualità
perversa e la femminilità distruttrice.

La poesia per lui non nasce da un esperienza vissuta, ma da un'altra letteratura, facendo riferimento
ai poeti classici, a quelli italiani che gli hanno preceduto e ai contemporanei francesi e inglesi.
D’Annunzio in realtà si isola in un mondo composto da arte e bellezza per reagire allo sviluppo
capitalistico che in quel periodo emarginava gli artisti e toglieva loro la posizione privilegiata. Perciò
egli propone una nuova immagine dell’intellettuale che non si rassegna ad essere schiacciato dalla
società e applica i suoi principi letterari anche nella realtà.
Proprio per questo motivo la figura dell’esteta per D’Annunzio si rivela molto fragile e subisce una
crisi. Questa crisi si riversa nel suo romanzo “Il Piacere” (1889), avente come protagonista un
raffinato esteta cultore del bello, Andrea Sperelli (alter ego di D'Annunzio). Andrea è un giovane
aristocratico, un artista proveniente da una famiglia di artisti e sarà proprio il “fare della propria vita
un'opera d'arte” a distruggerlo e a privarlo di ogni energia morale e creativa. La crisi si riversa nel
rapporto con la donne, perché l'uomo è diviso tra due immagini di donna: Elena Muti, donna fatale
incarnante l'erotismo lussurioso, e Maria Ferres, che rappresenta la donna angelo e funge da
sostituta di Elena che aveva rifiutato Andrea nonostante lui la desiderasse. Andrea poi viene
abbandonato anche da Maria, restando solo con il suo vuoto e la sua sconfitta. Lo scrittore si pone
con un atteggiamento critico nei confronti del suo “doppio” facendo pronunciare dalla voce narrante
duri giudizi nei suoi confronti.
A questa crisi dell’estetismo segue la “fase della bontà”, nella quale D’Annunzio pratica alcune
sperimentazioni. Inizialmente riprende i temi del romanzo russo ai quali si ispira per la composizione
del “Giovanni Episcopo” (1891) e del “L'Innocente” (1892) nei quali viene evidenziata una contorta
psicologia omicida. In questa fase scrive anche la raccolta “Poema Paradisiaco” (1893), in cui
recupera l'innocenza dell'infanzia e ritorna alle cose semplici e agli affetti familiari. La fase della bontà
però è solo una soluzione provvisoria: la crisi dell'estetismo sarà poi superata con l’avvicinamento al
pensiero del filosofo Nietzsche nel 1892. D’annunzio nella fase superomistica coglie principalmente
alcuni aspetti di Nietzsche:
• rifiuta il conformismo borghese;
• esalta lo spirito “dionisiaco”. (=si intendono tutte le parti irrazionali della coscienza al di là
della morale. Si oppone allo spirito apollineo che esalta la razionalità e l’amore per le arti);
• rifiuta l’etica della pietà e l’altruismo, in quanto il superuomo non può avere pietà ma può
provare solo disprezzo;
• esalta la “volontà di potenza”, che fa sentire l’autore superiore agli altri.

Il nuovo personaggio creato da D’Annunzio non nega la precedente figura dell’esteta ma le conferisce
semplicemente una nuova funzione che cerca di dominare la realtà. Il mito del superuomo esalta la
propria figura per reagire alle tendenze capitalistiche ad emarginare l’intellettuale. Tuttavia a
differenza dell’esteta, che si interessa solo del bello e si disinteressa degli altri e della morale, il
superuomo assume una funzione di “vate”, ovvero colui che ha il compito di guidare un élite di
cittadini per educarli e migliorare la società. Le opere che D’Annunzio ha prodotto durante la sua fase
superomistica sono: “Trionfo della morte”, “Le vergini delle rocce”, “Il fuoco”, “Forse che sì forse che
no”.

“Un ritratto allo specchio: Andrea Sperelli e Elena Muti” da Il Piacere


La donna amata dall'eroe tronca all'improvviso la relazione e scompare. Quando ritorna, Andrea
apprende che, per evitare il disastro economico, ha dovuto sposare un ricco inglese, Lord Heathfield,
individuo vizioso e ripugnante. Andrea è disgustato nello scoprire che “una passione […] altissima,
inestinguibile, veniva a essere interrotta da un affar di denaro”, ed è salito dall'orrore al pensiero che
Elena è toccata dalle mani immonde, “improntate di vizio”, del marito. Per giungere a comprendere il
comportamento della donna esercita su di lei tutte le sue acutissime facoltà analitiche e, nel
rintracciare un ritratto crudele di Elena, ne costituisce uno altrettanto impietoso di se stesso.

Nei primi paragrafi è presente un discorso interiore del personaggio, in forma indiretta libera. Il
narratore dunque non lascia interamente la parola ad Andrea, ma introduce la sua prospettiva per
prendere da lui le distanze. Si manifesta in tal modo quell’atteggiamento critico dell’autore verso il
suo eroe e anche Andrea è critico verso se stesso.
Nei primi due libri del romanzo l'eroe è costantemente presentato nell'atto di sovrapporre alla vita le
sue costruzioni estetiche: ogni cosa, paesaggi naturali e scorci cittadini, situazioni, volti, gesti, arredi,
passando attraverso i suoi occhi richiama particolari di opere d'arte famose. Ora Andrea rivela la
menzogna di tali subliminazioni estetizzanti: anche in lui, come in Elena, le "fiamme eteree"
nascondono i "bisogni erotici" della carne, gli impulsi sensuali più materiali e volgari. Questo passo
rappresenta il momento di massima consapevolezza dell'eroe (e dello scrittore stesso). Si misura qui
con perfetta chiarezza come l'immagine dell'esteta entri in crisi, e come D'Annunzio voglia prendere
le distanze da essa, denunciandone le mistificazioni e le intime debolezze.

Le Laudi
Le Laudi costituiscono l'opera poetica più notevole di D'Annunzio e furono progettate nel 1899 in
seguito al viaggio in Grecia del poeta. Secondo il progetto iniziale dello scrittore le liriche dovevano
essere divisi in sette libri, quante sono le stelle della costellazione delle Pleiadi, ma D'Annunzio
riuscì a comporne solo cinque:
• Maia
• Elettra
• Alcyone
• Merope
• Canti della guerra Latina

Alcyone
Il terzo libro delle Laudi è Alcyone. Si differenzia dai precedenti perché non è politico, polemico o
profetico, ma tratta il tema lirico della fusione panica con la natura. Il libro comprende 88
componimenti ed è come il diario di una vacanza estiva. Le liriche infatti, scritte in un arco di 4 anni,
sono ordinate seguendo la stagione, dalla pioggia primaverile al lento declino di settembre. La
stagione estiva è vista come la più propizia ad eccitare il godimento sensuale e a consentire la
pienezza vitalistica: l’io del poeta si fonde con la natura giocando con le immagini e attingendo ad
una concezione divina. La poesia si basa sulla ricerca di musicalità e viene definita “pura” in quanto
la sua ideologia non riprende lo spirito superomistico ma si ispira al rapporto sensuale con la natura.

“La pioggia nel pineto” da Alcyone


La lirica, pubblicata nel 1903, appartiene alla sezione centrale di Alcyone, dedicata all’estate. Il poeta,
insieme a una donna chiamata Ermione, è sorpreso dalla pioggia mentre passeggia nella pineta di
Marina di Pisa. Metricamente la poesia è formata da quattro strofe di 32 versi liberi ciascuna.
L’ultimo verso di ogni strofa è costituito dal nome di Ermione.

Nella lirica si intrecciano i temi della metamorfosi (l’uomo e la donna si fondono gradualmente con
lo spirito stesso del bosco) e della musicalità, grazie alla forza evocatrice della parola poetica. La
prima trasfigurazione è già nel nome Ermione, con cui il poeta chiama la donna amata, che innesta
un rimando al mito da cui poi mutua il repertorio figurativo della metamorfosi.
Il poeta invita Ermione a tacere e ad ascoltare il suono che le gocce di pioggia producono sulle piante
del bosco, cui si unisce il verso della cicala e della rana. La sinfonia dei suoni li conduce in una
dimensione di sogno, entro la quale avvengono i riti metamorfici: entrambi si fondono nella
rigogliosa vita vegetale, che sviluppa i loro corpi (il cuore è come una pèsca, gli occhi sono come
sorgenti, i denti sono mandorle acerbe) e il loro essere (i pensieri, l’anima). La lirica si chiude con
la ripresa del tema della pioggia, quasi a prolungare quello stato di estasi cui il poeta e la compagna
sono pervenuti.

La lirica è un esempio della parola che diventa musica. La corrispondenza tra parole, gocciole e foglie
fa che le prime parlino le seconde (odo /parole più nuove / che parlano gocciole e
foglie), così le parole «non umane» e «più nuove» della natura creano mediante suoni e sensazioni
l’atmosfera emozionante della metamorfosi.

Il lessico è semplice, ma costellato qua e là di termini ricercati e di registro alto (tamerici, mirti),
anche per l’uso particolare degli aggettivi (salmastre ed arse, scagliosi e irti, divini, fulgenti di fiori
accolti, folti di coccole aulenti, solitaria verdura). Le rime sono libere, la parola è usata più
per la sua musicalità che per il significato, e la corrispondenza parola-natura è realizzata in un
accordo di suoni, di rime interne (umane, lontane; canto, pianto), assonanze (parole... nuove; illuse...
illude), consonanze (secondo... fronde), allitterazioni (piove... pini; ginestre... ginepri) e termini
onomatopeici (salmastre ed arse, fulgenti, coccole, crepitìo, croscio) che privilegiano il suono.à

La struttura è basata sul fluire di immagini e di sensazioni. Ogni strofa comprende più periodi e la
sintassi, con proposizioni coordinate brevi ed è spezzata dagli enjambement. La ripetizione della
parola-chiave piove costruisce una simmetria sintattica, esprime il battere ritmico della pioggia e si
arricchisce di immagini nuove, che comunicano la partecipazione alla vita della natura.
• Piove..su elementi naturali (tamerici, pini, mirti, ginestre, ginepri);
• Piove..su elementi umani (i nostri volti silvani, le nostre mani, i nostri vestimenti);
• piove..su elementi sentimentali (i freschi pensieri, la favola bella)

Giovanni Pascoli
Giovanni Pascoli nacque il 31 dicembre 1855 in Emilia-Romagna da una famiglia della piccola
borghesia rurale, di condizione abbastanza agiata: il padre, Ruggero era fattore della tenuta La Torre;
era una famiglia molto numerosa: Giovanni era il quarto di dieci figli. La vita serena di questa famiglia
venne sconvolta da una tragedia, destinata a segnare profondamente l'esistenza del poeta: nel 1867
mentre tornava a casa il padre Ruggero Pascoli fu ucciso a fucilate, probabilmente da un rivale che
aspirava a prendere il suo posto di amministratore. Gli assassini non vennero mai individuati e ciò
diede a Pascoli un profondo senso di ingiustizia. La morte del padre creò difficoltà economiche alla
famiglia che dovette trasferirsi a Rimini, dove il figlio maggiore Giacomo aveva trovato lavoro. In
pochi anni, al primo lutto ne seguirono altri: nel 1868 morirono la madre e la sorella maggiore, nel
1871 il fratello Luigi e nel 1976 il fratello Giacomo.
Giovanni sin dal 1862 era entrato nel collegio degli Scopoli ad Urbino, dove ricevette una formazione
classica. Nel 1871 dovette lasciare il collegio ma proseguì gli studi a Firenze. Nel 1873 ottenne una
borsa di studio presso l'Università di Bologna, dove frequentò la facoltà di lettere. Negli anni
universitari Pascoli ebbe un ideologia socialista, partecipò a manifestazioni contro il governo, fu
arrestato nel 1879 e rilasciato alcuni mesi dopo. Questa esperienza per lui fu traumatica e determinò
il suo definitivo distacco dalla politica militante. Riprese gli studi e si laureò nel 1882. Iniziò subito
dopo la carriera di insegnante liceale a Matera e poi a Massa. Qui visse con le due sue sorelle
ricostruendo idealmente quel “nido” familiare. Nel 1887 si trasferì a Livorno con le sorelle.

La chiusura del nido familiare e l'attaccamento morboso alle sorelle rivelano la fragilità della struttura
psicologica del poeta che cerca dentro le pareti del “nido” la protezione da un mondo esterno. A
questo si unisce il ricordo ossessivo dei suoi morti inibendo al poeta ogni rapporto con la realtà
esterna: infatti non vi sono relazioni amorose nell'esperienza del poeta, che conduce una vita
emarginata. Le esigenze affettive del poeta sono soddisfatte dal rapporto con le sorelle, che
rivestono un evidente funzione materna. Da ciò si può capire allora perché il matrimonio di Ida nel
1895, fu sentito da Pascoli come un tradimento e determinò il lui manifestazioni depressive.
Questa complessa situazione affettiva del poeta è necessaria per cogliere il carattere turbato,
tormentato, morboso della poesia di Pascoli.
Nel 1895, dopo il matrimonio di Ida, Pascoli si trasferisce con la sorella Mariù a Castelvecchio. Qui
trascorreva lunghi periodi lontano dalla vita cittadina a contatto con il mondo della campagna.
Sempre nel 1895, Pascoli aveva ottenuto la cattedra all'Università di Bologna e poi all'Università di
Messina, dove insegnò fino al 1903. Passò successivamente a Pisa ed infine nel 1905 ritornò a
Bologna. All'inizio degli anni ‘90 aveva pubblicato una prima raccolta di liriche, Myricae (1891), poi
negli anni seguenti diverse poesie in varie riviste.
Il poeta però era ormai minato dal cancro allo stomaco; si trasferì a Bologna per le cure, ma morì il 6
aprile 1912.

La visione del mondo


La formazione di Pascoli fu positivistica ed è riscontrabile nell'uso la nomenclatura ornitologica
(parte della zoologia che studia gli uccelli) e botanica. Ma in lui è visibile anche la crisi della scienza
che caratterizza la cultura di fine secolo: anche in lui sorge una sfiducia nella scienza come strumento
di conoscenza del mondo in quanto al di là dei confini raggiunti dalla scienza si apre l'ignoto, il
mistero, l'inconoscibile.
Il mondo pascoliano appare frantumato: le sue componenti non si compongono mai in un disegno
unitario e coerente. Non esistono gerarchie d’ordine fra gli oggetti: ciò che è piccolo si mescola a ciò
che è grande; il minimo può essere ingrandito fino ad occupare tutto lo spazio e ciò che è grande può
essere rimpicciolito.
Gli oggetti materiali hanno un rilievo fortissimo nella poesia pascoliana. I particolari fisici sono visti
attraverso la visione soggettiva del poeta caricandosi così di valenze allusive e simboliche che
rimandano a qualcosa che è al di là di essi. La percezione del mondo avviene attraverso una
percezione visionaria e onirica: la realtà è vista attraverso il velo del sogno e perde ogni consistenza
oggettiva. Le cose sfumano le une nelle altre e in questo modo si instaurano legami segreti tra di
esse. La conoscenza del mondo avviene attraverso strumenti interpretativi non razionali. Tra io e
mondo, tra soggetto e oggetto non esiste vera distinzione. La sfera dell’io si confonde con quella
della realtà oggettiva, le cose si caricano di significati umani. La visione del mondo pascoliana si
colloca entro le coordinate della cultura decadente e presenta importanti somiglianze con la visione
dannunziana.

La poetica
Da questa visione del mondo scaturisce la poetica pascoliana, che trova la sua formulazione nel
saggio “Il fanciullino”, pubblicato nel 1897.
L’idea centrale è che il poeta coincide con il fanciullo che vive in ogni uomo: esso è uno spirito
sensibile e ha capacità di meravigliarsi delle piccole cose, proprio come fanno i bambini. Grazie al suo
modo di vedere le cose, il poeta-fanciullo ci fa sprofondare nell'“abisso della verità”. L’atteggiamento
irrazionale e intuitivo consente una conoscenza profonda della realtà, permette di cogliere l’essenza
segreta delle cose senza mediazioni. Il fanciullino scopre le somiglianze e le relazioni più ingegnose,
scopre quella trama di corrispondenze misteriose tra il reale che lo unisce come in una rete di
simboli. Il poeta dunque è un uomo umile che gioisce nello scoprire le cose più modeste e genuine e
che può spingere lo sguardo oltre le apparenze sensibili ed esplorare il mistero.

In questo quadro culturale si colloca la concezione della poesia “pura”: per Pascoli la poesia non
deve avere fini pratici; il poeta non si propone obiettivi civili, morali, pedagogici e propagandistici.
Tuttavia, la poesia può ottenere “effetti di utilità morale e sociale”. Il sentimento poetico infatti
calma gli odi e gli impulsi violenti degli uomini e induce alla bontà, all’amore, alla fratellanza. Nella
poesia “pura” del fanciullino per Pascoli è implicito un messaggio sociale, che invita
all’affratellamento di tutti gli uomini, al di là delle barriere di classe e di nazione che li separano.
Questo rifiuto della “lotta tra le classi” si trasferisce al livello dello stile. Pascoli rifiuta il principio del
classicismo che impone una separazione tra ciò che è alto e ciò che è basso ed accetta solo la prima
categoria di oggetti nel campo della poesia. Per Pascoli tutti gli argomenti sono ricchi di poesia, anche
quelli più umili e semplici; la poesia è anche nelle piccole cose.

“Una poetica decadente” da Il Fanciullino


In questo passo risaltano i punti essenziale della teoria pascoliana della poesia:
• il tipo di conoscenza prerazionale e immaginoso proprio del fanciullino consente di cogliere
la realtà nella sua essenza;
• la verginità della parola poetica;
• la scoperta delle corrispondenze segrete tra le cose;
• il poeta come colui che spinge lo sguardo oltre i limiti della realtà;
• la poesia pura senza fini e che incita alla fratellanza e ad una società senza conflitti;
• il rifiuto della separazione classica degli stili, poiché la poesia è anche nelle piccole cose.
Questo concetto è espresso anche nelle metafore floreali: belli e degni di essere cantati non
sono solo gli esotici e rari fiori delle “agavi americane”, ma anche i piccoli fiori della
“pimpinella”.

L’ideologia politica
In Pascoli affiora una concezione di tipo socialista, di un socialismo umanitario e utopico, che
affida alla poesia la missione di diffondere l’amore e la fratellanza. Durante gli anni universitari
Pascoli subì l’influenza delle ideologie anarchico-socialiste. L’adesione all’anarchismo e al socialismo
era un fenomeno diffuso tra gli intellettuali piccolo borghesi del tempo, in quanto si sentivano
minacciati dallo sviluppo industriale e alla tradizionale cultura umanista si sostituivano i nuovi saperi
scientifici e tecnologici. A ciò si univa la frustrazione per i processi di declassazione a cui il ceto
medio era sottoposto dall’organizzazione moderna. In questo quadro sociale rientrava la figura del
giovane studente Giovanni Pascoli, proveniente dalla piccola borghesia rurale, declassato e
impoverito, che trasformava l’emarginazione in rabbia e in impulsi ribelli contro la società. Pascoli
sentiva gravare su di sé anche il peso di una grande ingiustizia, l’uccisione del padre, al quale si
aggiunse lo smembramento della famiglia, i lutti e la povertà. Tutto ciò gli sembrava fosse l’effetto di
un meccanismo sociale contro cui era necessario lottare; aderì quindi all’Internazionale socialista.
Questo movimento politico non aveva basi ideologiche definite, il suo impegno politico obbediva più
al “cuore” che alla “mente”. Dopo l’adesione di Pascoli, la sua militanza attiva si scontrò con la
repressione poliziesca. Venne arrestato per una manifestazione antigovernativa, tenuto qualche
mese in carcere e successivamente processato. Per lui fu un’esperienza terribile, quando venne
assolto decise di abbandonare ogni forma di militanza attiva.

I temi della poesia pascoliana


Nonostante Pascoli sia inserito perfettamente nell’ambito culturale del Decadentismo, egli è l’esatto
contrario del poeta “maledetto” che rifiuta la borghesia con i suoi valori e i suoi comportamenti.
Pascoli incarna l’immagine del piccolo borghese, appagato nella sua mediocrità di vita, chiuso nella
sfera degli affetti familiari e degli studi. Una parte consistente della poesia di Pascoli è destinata alla
funzione di proporre una visione di vita basata sulla celebrazione del piccolo proprietario rurale
soddisfatto per la sua piccola proprietà; in questa poesia, che ha un intento pedagogico, moralistico e
sociale, Pascoli invita ad accontentarsi del poco, senza che ci siano dei conflitti tra le classi sociali.
A questo filone diciamo “ ideologico” della poesia pascoliana appartiene il sogno di un’umanità
affratellata, che trovi consolazione al male di vivere, ai dolori e alle miserie. Da questo umanitarismo
scaturisce una serie di temi collaterali ispirati ad un sentimentalismo patetico:piccoli mendicanti,
bimbi morti nel freddo e nella miseria, piccoli orfani, madri che hanno perso i loro figli, ecc.

La poesia pascoliana si avvale di due miti:


• il “fanciullino”: è al fondo di ognuno di noi, rappresenta la nostra parte ingenua e buona e
può garantire la fraternità degli uomini,al di là degli odi e dei conflitti di interessi;
• il “nido” familiare caldo e protettivo , in cui si trova riparo dalla realtà esterna minacciosa e
paurosa. Col “nido” si collega il motivo del ritorno dei morti. La tragedia familiare scaturita
dall’assassinio del padre è trasformata da Pascoli in una vicenda esemplare, da cui si può
ricavare l’idea del male.

Le raccolte poetiche
I componimenti pascoliani furono raccolti dal poeta in una serie di volumi, pubblicati tra il 1891 e
il 1911. Le poesie confluiranno in raccolte come Myricae, Poemetti, Canti di Castelvecchio, Poemi
conviviali, Odi ed inni. La distribuzione nelle varie raccolte non segue l’ordine cronologico, ma la
natura stilistica e metrica.
La poesia di Pascoli è sincronica: sono riconoscibili approfondimenti e arricchimenti di temi,
mutamenti di soluzioni stilistiche nel corso del tempo, ma svolte veramente radicali, che possano far
parlare di fasi distinte, non possono essere individuate.

Myricae
Pascoli cominciò a pubblicare le sue poesie nel corso degli anni Ottanta. La prima raccolta fu
Myricae, uscita nel 1891 e contenente 22 poesie dedicate alle nozze di amici. Il volume si ampliò
nella seconda edizione del 1892, che conteneva 72 componimenti, ma iniziò ad avere la sua
fisionomia definitiva solo a partire dalla quarta del 1897, in cui i testi erano 116.
Il titolo è una citazione di Virgilio nell'Eneide, dove il poeta latino proclama l’intenzione di voler
innalzare il tono del suo canto. Pascoli assume invece le tamerici (piccoli e umili arbusti) come
simbolo delle piccole cose che saranno al centro della poesia, secondo i principi della sua poetica.
Si tratta in prevalenza di componimenti molto brevi, che si presentano come quadretti di vita
campestre. I particolari su cui il poeta fissa la sua attenzione si caricano di sensi misteriosi e
suggestivi che sembrano alludere ad una realtà ignota che si colloca al di là di essi.
Spesso le atmosfere che avvolgono queste realtà evocano l’idea della morte e infatti uno dei temi più
presenti nella raccolta è il ritorno dei morti familiari.

“L'assiuolo” da Myricae
La lirica fu pubblicata sul “Marzocco” nel 1897 e poi fu raccolta nella quarta edizione di Myricae.
L'assiuolo è un uccello notturno che emette un verso monotono e malinconico, come un lamento. La
poesia è la descrizione di un paesaggio notturno lunare attraverso una serie di sensazioni visive e
uditive. Le tre strofe si strutturano secondo uno schema simile: la prima quartina propone immagini
pacifiche, mentre la seconda immagini inquietanti attraverso un motivo di angoscia, di dolore e di
morte che si materializza nel verso dell'assiuolo (“chiu”) con una gradazione progressiva (climax
ascendente): voce, singulto e pianto di morte.
L'inizio della prima strofa descrive il momento in cui sta per sorgere la luna: il cielo è bianco perlaceo
e la natura è protesa per aspettare la sua comparsa. Nella seconda parte della strofa si delinea
un'immagine inquietante (minaccia vaga e imprecisata) segnata dal nero delle nubi lontane e dai
lampi silenziosi. Infine il verso dell'assiuolo proveniente da uno spazio indefinito e indica una voce
dai campi.
All'inizio della seconda strofa compaiono di nuovo immagini serene e di quiete, che raffigurano le
stelle nel cielo chiaro e il rumore del mare. Come nella strofa precedente, nella seconda parte della
strofa è presente un immagine più misteriosa, segnata dal rumore indistinto che proviene dalle
fratte. Il verso dell'assiuolo qui sembra un singulto e suscita un sussulto nel cuore del poeta, come il
ricordo di un dolore lontano che risorge al richiamo delle voci notturne.
All'inizio della terza strofa, simmetricamente alle altre, ritorna la luce lunare che illumina le cime
degli alberi. Ma subito dopo si inseriscono immagini più ambigue, come il “sospiro” del vento che fa
muovere le foglie e le cavallette che scuotono le ali ed emettono un suono acuto simile a quello dei
sistri (antichi strumenti musicali egiziani del culto di Iside → culti misterici per la risurrezione).
Infine, l'ambiguità e l'incertezza sono sottolineate da una domanda ("porte che non s'aprono più?")
che indicano le porte della morte, ovvero nessuna speranza di rinascita, morte definitiva e
angosciante. Il verso dell'assiuolo è un pianto di morte e ricorda al poeta la morte del padre e
l'irreversibilità della morte dei suoi cari.

“Temporale” da Myricae
Fu scritta nel 1892 e poi fu pubblicata nella terza edizione di Myricae.
L'apertura della poesia descrive il brontolio lontano del tuono. Il termine usato da Pascoli “bubbolio”
ha un valore onomatopeico e sembra alludere a qualcosa di minaccioso e inquietante. Inoltre Pascoli
omette ogni dato informativo ed è il lettore ad intuire di cosa si tratta anche tramite l'aiuto del titolo,
che diviene così parte integrante del testo poetico.
Il temporale viene descritto dapprima attraverso un suono lontano, a cui segue una breve pausa che
evoca il silenzio che segue il tuono. Attraverso notazioni cromatiche contrapposte il poeta definisce
gli elementi del paesaggio: il rosso del cielo infuocato del tramonto, il nero minaccioso del
temporale, le macchie più chiare delle nuvole. Risalta però il bianco di una casa, il quale viene
associato all’ala di un gabbiano.
La tecnica usata da Pascoli porta all'estremo la tendenza di rappresentazione della realtà naturale
mediante i modi impressionistici, basati su suggestioni analogiche. La scena assume quindi un valore
simbolico, la rappresentazione di un fenomeno naturale diventa emblema di un mondo dominato
dalle forze oscure del male. Tuttavia la scena finale dà una speranza: il casolare che resiste al
temporale, rappresenta forse la famiglia, vista come unica possibile salvezza dalla violenza del
mondo. L'analogia con l'ala del gabbiano lo conferma, rinviando ancora una volta al mondo degli
uccelli, spesso utilizzato da Pascoli in relazione alla metafora del nido familiare.

“Novembre” da Myricae
La poesia fu elaborata nel 1890 e l'anno successivo venne inclusa nella prima edizione di Myricae.
In apparenza questa poesia può sembrare un semplice quadretto campestre di descrizione
naturalistica, in realtà rivela un intento più profondo di riflessione sulla precarietà dell’esistenza.
Il poeta descrive un paesaggio a Novembre della cosiddetta "estate di San Martino" (11 novembre) in
cui la temperatura diventa momentaneamente più mite. Il paesaggio illuminato dal sole inganna per
un attimo e fa pensare che la primavera sia alle porte, ma si tratta solo di un’illusione e ben presto la
realtà si impone e ci rivela che ogni sembianza di vita è fittizia perché su ogni cosa regna un senso di
morte.
Nella poesia sono presenti elementi visivi (l’aria tersa e limpida), olfattivi (l’odore del biancospino) e
sonori (il suono del terreno calpestato o del cadere delle foglie).
La struttura del componimento è bipartita: la prima strofa descrive un paesaggio sereno, quasi
primaverile mentre la seconda strofa (“ma”) spezza l'illusione e riporta il lettore alla dura realtà.
Nell'ultima strofa, il fruscio delle foglie secche accentua la sensazione di precarietà e di morte che
grava sul paesaggio. Siamo a Novembre, il mese che si apre con la ricorrenza dei defunti (2
novembre): l'apparente vitalità della natura è quindi solo un inganno dei sensi.
La struttura della lirica è funzionale a trasmettere il messaggio centrale: il contrasto tra l'illusione
della primavera e la realtà dell'inverno, ovvero l'impressione del rinascere della vita e la
constatazione dell’inesorabile incombere della morte.
Il passaggio dalla visione vitale (prima strofa) a quello della cupa realtà (seconda e terza) è segnato
attraverso le scelte lessicali: i versi 1-4 infatti sono ricchi di termini positivi che rinviano alla luce e
alla vita (“il sole così chiaro”), mentre nei versi 5-12 si succedono in climax crescente una serie di
termini negativi che rinviano alla morte (“secco”, “nere trame”). Al tema della morte alludono il
silenzio che apre l'ultima strofa, l'immagine delle piante secche, il cielo privo di uccelli e il risuonare
del terreno gelato che sembra cavo come una bomba. Queste sensazioni negative si precisano nella
strofa finale: il “cader fragile” delle foglie allude alla precarietà dell'esistenza, in cui l'ossimoro
“estate, fredda, dei morti” sintetizza il significato profondo del testo.

“Il lampo” da Myricae


Fu composta nel 1892 e pubblicata nella terza edizione di Myricae. E’ una poesia fortemente
simbolica e in essa domina il senso visivo.
La poesia descrive lo scenario inquietante di un paesaggio colto nell’improvvisa e livida luce di un
lampo. Una visione istantanea, che rivela l'aspetto cupo del cielo e della terra turbati da un
temporale notturno, lascia intravedere una casa bianca, che è paragonata al movimento di un occhio
che si spalanca e subito si richiude nell'oscurità. L’immagine è una metafora della brevità della vita e
della sua precarietà. La casa viene descritta attraverso il colore bianco, per segnarne l'aspetto
positivo come rifugio di fronte al temporale e simboleggia il "nido" familiare. Alla casa e al colore
bianco, si contrappone il nero della notte con sensazioni opposte di paura e angoscia.
Il valore simbolico è reso evidente dalla personificazione degli elementi naturali: la terra è ansante e
il cielo è tragico. Gli aggettivi utilizzati descrivono le reazioni fisiche e psichiche tipiche dell’essere
vivente che prova paura, pur essendo riferiti a elementi della natura. Il climax ascendente (aggettivi
riferiti al cielo e alla terra: ansante, livida, in sussulto e ingombro, tragico, disfatto) sottolinea il
passaggio ad una condizione sempre più disperata.
Anche la casa è personificata, la bianchezza estrema richiama il pallore di un volto in preda alla
paura, e la similitudine con l’occhio rende l’idea dello sgomento degli esseri viventi di fronte alle
tempeste della vita.

I Canti di Castelvecchio
I Canti di Castelvecchio (1903) son definiti dal poeta stesso “myricae”, quindi si propongono di
continuare la linea della prima raccolta. Anche qui tornano le immagini della vita di campagna, canti
d’uccelli, fiori, alberi, ecc e compare una misura più breve, lirica anziché narrativa. I componimenti si
susseguono in un disegno segreto, che allude al succedersi delle stagioni. Ricorre con frequenza il
motivo della tragedia familiare e dei cari morti; vi è anche il rimando del nuovo paesaggio di
Castelvecchio a quello antico dell’infanzia in Romagna, quasi ad istituire un legame ideale tra i due.
Non mancano anche in questa raccolta i temi più inquietanti e morbosi: l’eros, contemplato col
turbamento del fanciullo per il quale il rapporto adulto è qualcosa di ignoto, affascinante e
ripugnante insieme, e la morte, che a volte appare un rifugio dolce in cui sprofondare. Dalle piccole
cose della realtà umile, lo sguardo si allarga poi agli spazi cosmici, ad immaginare misteriose
apocalissi future che distruggeranno forse la vita dell’universo.
“Il gelsomino notturno” dai Canti di Castelvecchio
Il componimento, scritto in occasione del matrimonio dell’amico Gabriele Briganti, evoca, in termini
simbolici e allusivi, la prima notte di nozze dove viene concepito il figlio nato dal matrimonio. Pascoli
descrive in ogni minimo dettaglio i momenti che trascorrono i due innamorati: il lume che splende
inizialmente nella sala per poi salire per le scale e spegnersi in camera da letto. Ciò rivela un
vagheggiamento del rito di fecondazione che si svolge nella casa nuziale. L’immagine centrale della
poesia è il gelsomino che apre il suo calice al calare della sera, emanando il suo profumo inebriante,
e anche questa rappresentazione richiama alla fecondazione che appare come un invito all’amore.
L’autore utilizza anche l’immagine del colore rosso che allude ad una profonda sensualità che si fonde
con il profumo dolciastro delle fragole. All’alba i petali si chiudono “sgualciti” come altro simbolo di
sessualità. Quello di Pascoli, però, non è un inno gioioso della formazione di un nuovo “nido”, in
quanto la contemplazione avviene da parte di chi è escluso da questo mondo. Il punto
dell’osservatore è esterno dalla casa, infatti egli si identifica in “un’ape tardiva” che è rimasta esclusa
dall’alveare e si aggira desolata nella sua solitudine. All’interno della poesia Pascoli contrappone le
immagini legate all’amore a quelle mortuarie, ad esempio: “Dai calici aperti si esala l’odore di fragole
rosse. Nasce l’erba sopra le fosse”. Ciò indica quanto la tragedia familiare abbia colpito nel profondo
il poeta, tanto da non farlo progredire alla formazione di un nuovo “nido” in quanto legato sempre
alla concezione del nido di partenza, al quale rimane attaccato, come una sorta di prigioniero che
vive la sua vita ossessionato dal mondo dei morti. Pascoli inserisce altre suggestioni che si alternano
a quelle di morte, del fiore o della casa : “Sotto l’ali dormono i nidi” ,“Le api chiuse nelle loro
celle” ,“La Chioccetta per l’aia azzurra va con il suo pigolio di stelle”. Esse rappresentano l’immagine
chiusa e ossessiva del nido originario ormai perduto che deve essere ricostituito, dove i più piccini
sono accuditi e protetti dai grandi, quello in cui si può esprimere il rapporto tra genitori e figli. Pascoli
quindi crea una sorte di contrapposizione tra questo nido e la casa dove sta avvenendo il rito
dell’inaugurazione del nuovo amore “sbocciato”. All’interno di questa poesia si evince il simbolismo
pascoliano, dove le diverse sensazioni sono legate da una trama densa di allusioni che crea un
ambiente ambiguo tra sensualità, trepidante felicità nella formazione di un nido nuovo e senso
desolato della solitudine con un’angosciante senso funebre.