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Gabriele d’Annunzio (Pescara 1863 - Gardone Riviera 1938)

⋅Gabriele D’Annunzio nasce nel 1863 a Pescara, studiò nel collegio Cicognini di Prato ed esordì,
sedicenne, con un libretto di versi, “ Primo vere”, che suscitò interesse tra i letterati di fama.
⋅Si trasferì a Roma per frequentare l’Università ma abbandonò gli studi per frequentare i salotti
mondani e le redazioni di giornali.
⋅Fu giornalista per alcuni anni, collaborò con giornali come “La Tribuna” e nei primi anni novanta
scrisse sul “Mattino” a Napoli, dove si era trasferito per sfuggire ai creditori.
⋅Acquistò notorietà ma le sue opere suscitavano scandalo per i contenuti erotici, a cui la morale
comune non era abituata.
⋅Il suo era un vivere inimitabile, si crea questa maschera dell’esteta dalla raffinatezza e sensibilità
squisita, disprezza la mediocrità borghese e si rifugia in un mondo di arte pura. Tuttavia vuole essere
modello per la borghesia, scrive opere che la scandalizzano e che la portano a provare un
piacere morboso. Vive la sua vita al limite, circondato dal lusso sfrenato, spende grandi somme di
denaro ma non è mai realmente soddisfatto. Nella sua abitazione, la villa della Capponcina,
D’Annunzio conduceva la vita da principe rinascimentale, tra oggetti d’arte, cavalli e levrieri di
razza.
⋅Durante un soggiorno a Firenze, conosce Eleonora Duse, un'attrice di teatro molto famosa, con cui
instaura una relazione lunga e tormentata.
⋅Questa sua fase estetizzante venne messa in crisi dopo la sua rivisitazione del mito del superuomo
di Nietzsche, a cui conferisce un’energia eroica e attivistica.
⋅Anche se D’Annunzio cercava di distaccarsi dalla borghesia, era strettamente legato ad essa, per
mantenere il suo lussuoso stile di vita doveva comunque lusingare proprio la massa che tanto
disprezzava. Era costretto a subordinarsi alle esigenze della produzione e del mercato.

Politica
⋅Nel 1897 tentò di entrare in Parlamento come deputato dell’estrema destra, disprezzava i principi
democratici ed egualitari, sognava la restaurazione della grandezza di Roma e una missione
imperiale dell’Italia.
⋅Nel 1900, si schierò con la sinistra, non condivide più i valori della destra, la sinistra incarna la
vitalità e forza che tanto lo attraggono.

Teatro
D'Annunzio era sempre alla ricerca di strumenti per agire più direttamente sulle folle così si rivolse al
teatro, nel 1898 portò in scena “Città morta” ma fu ben presto costretto a fuggire in Francia a
causa dei creditori . Qui scrivere opere in francese e si adatta al nuovo ambiente letterario.
⋅Nel 1898 si autoproclamò “poeta vate”, modello da imitare che interpreta e guida i sentimenti delle
masse.

Guerra e avventura fiumana


⋅La prima guerra mondiale offrì a D’annunzio la tanto attesa azione eroica, allo scoppio del
conflitto tornò in Italia e iniziò una campagna interventista.
⋅Si arruolò nonostante l’età e guidò imprese come la “beffa di Buccari”, un’incursione nel golfo del
Carnaro e il volo su Vienna.
⋅Dopo la guerra, i rancori per la “vittoria mutilata” lo portarono a guidare una spedizione di
volontari a Fiume, dove instaurò un dominio. Venne cacciato nel 1920 e sperò di proporsi come
“duce” che riportasse l’ordine ma venne preceduto da Mussolini.
⋅Il fascismo lo esaltò come padre della patria ma allo stesso tempo lo confinò nella villa di
Gardone, che D’Annunzio trasformò in un mausoleo per sé stesso che chiamò “Il vittoriale degli
italiani”.
⋅Vivì qui fino alla sua morte nel 1938.
⋅La sua produzione abbondante influenzò profondamente la cultura italiana, così come il suo
influsso sulla politica. Influenzò anche il comportamento di intere generazioni, dando vita al
fenomeno dannunzianesimo e ispirò la nascente cultura di massa.

⊳Modelli e prima fase del vitalismo “pagano” (1879-1881)


⋅I modelli di D’Annunzio che suscitarono più eco furono Carducci e Verga, le prime due opere,
Primo vere e Canto novo di rifanno alle Odi barbare di Carducci, mentre la raccolta di novelle
Terra vergine, si ispira al Verga di Vita nei campi.
⋅Da Carducci D'Annunzio ricava la metrica barbare e la comunione con una natura vitale e solare.
Tuttavia questo tema viene portato al limite, la fusione tra io e natura è ebbra (panismo
superomismo). Dietro al vitalismo sfrenato di D’Annunzio si cela il fascino ambiguo della morte.
⋅D'Annunzio si ispira a Verga non per i temi e le tecniche narrative, in quando le opere verghiane
trattavano dei meccanismi della lotta per la vita nelle classi sociali più basse attraverso l’eclissi
totale dell’autore, ma per la rappresentazione di figure e paesaggi della sua terra, l’Abruzzo.
Infatti il mondo rappresentato in Terra Vergine non è problematico, è idilliaco, esplodono le
passioni primordiali e c’è una continua intermissione della soggettività del narratore.
⋅Le raccolte di novelle che seguono, Il libro delle vergini, San Pantaleone, raccolte nelle Novelle
della Pescara (1902) seguono la stessa linea.
⋅Queste opere, anche se mostrano interessa regionale e dialettale, rivelano anche un
compiacimento per un mondo magico e superstizioso che si collega alla matrice irrazionalistica del
Decadentismo.

⊳Fase estetizzante (1881-1891)


⋅Ne “Il Canto novo”, D’Annunzio abbandona la linea del vitalismo “pagano” e rivela l'influenza dei
poeti decadenti francesi e inglesi.
⋅Nelle opere della fase dell’estetismo dannunziano, l’arte è il valore supremo, tutti gli altri valori
devono essere a essa sommessi. Sul piano letterario da vita ad un vero e proprio culto religioso
dell’arte e della bellezza, la poesia non nasce dall’esperienza personale ma è fitta di echi letterari
provenienti da poeti classici, della tradizione letteraria italiana e dai contemporanei inglesi e
francesi.
⋅Il personaggio dell’esteta di isola in un mondo rarefatto e sublimato di arte e bellezza pura, dalla
società borghese mediocre, nasce quindi un’immagine nuova di intellettuale che si pone al di fuori
della società e che fa rivivere una condizione privilegiata dell’artista.
Crisi dell’estetismo
⋅Verso la fine degli anni Ottanta l'estetismo dannunziano entra in crisi, lo scrittore avverte che
l'isolamento dell'artista finisce per diventare impotenza. L’esteta non ha la capacità di opporsi alla
borghesia in ascesa, avverte la fragilità di questa figura e il culto della bellezza si trasforma in
menzogna.
⋅Nel romanzo “Il piacere” vediamo questa crisi, il protagonista Andrea Sperelli , doppio di
D'Annunzio stesso, è un giovane aristocratico il cui obiettivo è “fare la propria vita come si fa
un'opera d'arte”, la sua volontà però è molto debole così lo svuota di ogni energia morale e
creativa.
⋅ Inoltre il protagonista è diviso tra due figure femminili, Elena Muti, donna fatale che incarna
l’erotismo lussurioso e Maria Ferres, la donna pura, che rappresenta una elevazione spirituale. Maria
è parte però di un gioco erotico più sottile, funge da sostituta per Elena che il protagonista tanto
desidera ma lei lo rifiuta e alla fine Andrea finisce solo nella sua menzogna.
⋅La figura di Andrea Sperelli rappresenta il distacco di D’Annunzio dalla figura del esteta, come
possiamo vedere l’autore ostenta un atteggiamento critico nei suoi confronti.

Il Piacere
Primo romanzo di D’Annunzio, venne pubblicato nel 1889. Ottiene un grande successo e allo stesso
tempo solleva scandalo e polemiche per l’immoralismo del protagonista. Questo romanzo ed i
seguenti: L’Innocente e Il trionfo della morte, verranno uniti da D’Annunzio in un ciclo dal nome “ I
romanzi della Rosa”, dove la rosa è simbolo della lussuria.

Trama
⋅Il protagonista è Andrea Sperelli (alter ego dell’autore), ultimo rampollo di un’antica famiglia
nobile che vive a Roma in un ambiente raffinato e molto ricercato. Da un lato è un uomo dai gusti
elevati, che predilige gli studi insoliti ed è un esteta, dall’altro è senza alcun freno morale. Ha avuto
una relazione con l’affascinante Elena Muti, donna torbida e capace di inganni, che dopo un po’
si stufa di lui e se ne va.
⋅Abbandonato, Andrea inutilmente cerca di sostituire la passione per Elena Muti con altri piaceri e
numerose avventure, passando da un amore all’altro fino a quando l’amante geloso di una
donna che corteggia, Ippolita Albonico, lo sfida a duello. Andrea durante il duello colpisce
l’avversario ma viene a sua volta ferito.
⋅Abbandona Roma e va a trascorrere la convalescenza in campagna dalla cugina, marchesa
d’Ateleta, dove spera di trovare pace e riconquistare la perduta purezza morale. Nella villa della
cugina, chiamata aristocraticamente Schifanoja, conosce una giovane donna in vacanza con la
figlioletta, Maria Ferres, moglie di un ministro guatemalteco, immagine di dolcezza e purezza
aristocratica.
⋅Tra i due si accende l’amore, un amore puro e spirituale, inizialmente platonico. Andrea che mira
a possedere Maria anche carnalmente, la quale dopo qualche resistenza cede alla passione.
⋅Finita la convalescenza Andrea in autunno rientra a Roma convinto di essere un uomo
profondamente cambiato. Anche Elena è tornata in città e quando Andrea la incontra con il
nuovo marito a teatro e viene invitato per il giorno successivo nella loro casa, entra in crisi; il ricordo
della passata passione torna ad insinuarsi in lui.
⋅L’incontro con Elena , in cui Andrea aveva riposto grandi speranze, si rivela deludente perché
Elena rifiuta di riprendere la relazione. Andrea inizia a confrontare le due donne e sempre più
velenosamente il desiderio e l’immagine di Elena si frappone alla figura di Maria. L’amore per le
due donne – di natura così diversa – finisce per confondersi e per diventare tutt’uno.
⋅Verso Elena, Andrea prova un amore morboso e non fa che rivivere con la nuova amante l’amore
per la prima, in un ambiguo gioco di trasposizioni di persona: ha una relazione con la donna
angelo ma continua a desiderare la donna lussuriosa.
Un giorno, annebbiato dalla gelosia per Elena, che si è concessa a un altro amante, egli si lascia
sfuggire il nome di lei mentre ha tra le braccia Maria, che lo respinge e fugge.
⋅L'azione conclusiva è ambientata nella casa di Maria Ferres, che nel frattempo è stata
abbandonata dal marito che è fuggito lasciandola in un mare di debiti dovuti al vizio del gioco.
⋅Nell’abitazione si sta svolgendo un’asta pubblica per poter fronteggiare i creditori e Andrea si
aggira nelle sale del Palazzo dei Ferres avvilito per la propria meschinità morale e disgustato dal
volgo che ha riempito la casa per acquistarne il mobilio, che vede come una folla di rozzi furfanti.
⋅Tutta la scena si basa sul confronto tra la bellezza e il pregio del luogo dove si svolge l’asta e la
volgarità degli acquirenti che lo hanno invaso. La volgarità della società di massa domina lo
scenario contribuendo al sentimento di sfascio e profanazione, la bellezza è sconfitta e con essa il
progetto del protagonista.
⋅Andrea che assiste alla scena dell’asta è pervaso da un senso di morte. Nelle ultime righe
emblematiche Andrea è costretto a seguire lentamente su per le scale, come se fosse ad un
funerale, i facchini che trasportano in casa sua un immenso armadio, appartenuto a Maria. Al
conte Sperelli non resta che prendere atto del fallimento del proprio stile di vita.

Personaggi
⋅Andrea Sperelli è la personificazione del ’autore, la vita estetizzante e mondana del giovane
D’Annunzio si trasfigura in Andrea. Egli incarna l’eroe decadente, l’esteta dotato di una sensibilità
eccezionale che lo rende particolarmente incline alla bellezza ed ai piaceri. D’Annunzio,
nonostante esprima il fascino per questo stile di vita aristocratica ed elegante, mette in evidenza le
debolezze morali di Andrea. In Andrea Sperelli l’autore denuncia l’incoerenza, l’arrendevolezza nei
confronti degli istinti, la mancanza di genuinità e spontaneità.
Evidenzia la debolezza della figura dell’esteta incapace di opporsi ad un mondo dominato dalla
borghesia in ascesa e destinato quindi ad un isolamento in cui il culto della bellezza si trasforma in
falsità e menzogna. Andrea Sperelli non è capace di provare veri sentimenti, è vuoto, fine a sé
stesso. L’estetismo in Andrea Sperelli diventa in lui una forza distruttiva, che lo porta alla solitudine e
alla sconfitta nel rapporto con l’universo femminile, come emerge chiaramente nel finale del
romanzo.
⋅Elena Muti, duchessa di Scerni, è la donna fatale, che incarna l’erotismo lussurioso. Il rapporto tra
Andrea ed Elena è l’opposto di quello tra Andrea e Maria, è un gioco tra rifiuto e desiderio, è
corteggiamento e conquista, è sensualità ma il sentimento vero è assente.
⋅Maria Ferres è la donna pura, dolce, appassionata e piena di curiosità intellettuali, che impersona
una femminilità opposta a quella di Elena: delicata, spirituale e sensibile. Maria rappresenta per
Andrea Sperelli l’opportunità di una riabilitazione e di una elevazione spirituale, ma in seguito la
donna–angelo diventa solo parte di un gioco erotico più sottile e perverso, in sostituzione di Elena,
che Andrea continua a desiderare e che lo rifiuta.
⋅I nomi dei due personaggi femminili sono simbolici: Elena, la donna fatale, seduttrice/amante,
evoca Elena di Troia, la cui bellezza determinò terribili sciagure; Maria, la donna angelo,
spirituale/materna evoca la Madre di Dio e la purezza della Vergine.
⋅L’esteta infatti, volendo subordinare tutto all’arte, in una società di massa dove invece, domina la
volgarità economica e che rimane ostile o indifferente all’arte, è inevitabilmente destinato a fallire.

Analisi
⋅Con questo romanzo viene introdotta in Italia la figura dell’eroe decadente già presente nella
letteratura straniera. Il protagonista, Andrea Sperelli, è l’incarnazione dell’eroe decadente:
raffinato, aristocratico, dandy, freddo, cultore solo del bello.
⋅Nel Piacere si trovano ancora tracce della tradizione naturalistica del romanzo d’ambiente che si
mescola con la nuova tendenza decadente della narrativa lirico-evocativa.
⋅Il racconto non segue il corso cronologico degli accadimenti ma avanza per blocchi discontinui,
infatti spesso ci sono flashback legati ai ricordi di Andrea ed avvenimenti passati, che mescolano
passato e presente.

Stile
D’Annunzio utilizza uno stile molto ricercato e dotto, la prosa è levigata e preziosa, l’italiano
utilizzato è ricco e raffinato, lo scrittore sceglie infatti con grande accuratezza parole rare e
preziose, nomi esotici o sonori, latinismi, arcaismi, termini liturgici e aulici, intenzionalmente non
alla portata di tutti in cui le parole sono ordinate secondo un preciso schema metrico.

Temi
Le tematiche che emergono dal romanzo sono:
⋅La critica alla società alto borghese di fine ottocento, completamente vuota di contenuti e
sentimenti.
⋅La decadenza di questo tipo di società che ha mercificato tutto finalizzando ogni fervore al
profitto e trascurando il senso del bello;
affermazione della figura dell'esteta intellettuale inquieto, che vive in un mondo tutto suo,
dominato dal culto della bellezza.
⋅La riflessione sui diversi tipi di amore: da quello finalizzato al puro piacere, il cui raggiungimento
diventa una vera e propria ossessione, all’amore puro e spirituale.

⊳Fase della “ bontà”


Alla fase dell’estetismo succede la fase della bontà, una fase di stanchezza e ripiegamento su
sentimenti e affetti intimi documentata nelle opere ispirate dal romanzo russo come “Giovanni
Episcopo (1891), “ Innocente” (1892) e nella raccolta poetica “Poema paradisiaco” (1893).
In questa raccolta D’Annunzio esprime la volontà di recuperare l'innocenza dell'infanzia e di
ritornare alle cose semplici e agli affetti familiari, l'opera presenta anche temi decadenti.

⊳Fase superomistica (1891-1914)


Uno sbocco alternativo alla crisi dell'estetismo nasce dalla lettura del filosofo Nietzsche intorno al
1892:
⋅D'Annunzio coglie alcuni aspetti del pensiero di Nietzsche, banalizzandoli e forzandoli entro un
proprio sistema di concezioni, prive di morale:
-il rifiuto del conformismo borghese, dei principi egualitari che schiacciano e livellano la
personalità.
-L'esaltazione dello spirito dionisiaco (Dioniso era il dio greco dell'ebbrezza), di un vitalismo gioioso,
pieno, libero dagli impacci della morale comune.
-Il rifiuto dell'etica della pietà, dell'altruismo, eredità della tradizione cristiana, che mascherano solo
l'incapacità di godere la gioia dionisiaca del vivere.
-L'esaltazione della volontà di potenza, dello spirito della lotta e dell'affermazione di sé.
-Il mito del superuomo, un nuovo tipo di umanità, liberata e gioiosa.
⋅Egli si scaglia violentemente contro la realtà borghese del nuovo Stato unitario, il trionfo dei
principi democratici ed egualitari, il parlamentarismo, lo spirito affaristico e speculativo
contaminano il senso della bellezza, l'energia violenta, il gusto dell'azione eroica e del dominio.
⋅Il mito nietzschiano del superuomo viene quindi interpretato da D’Annunzio nel senso del diritto di
pochi esseri al affermare se stessi, sprezzando le leggi comuni del bene e del male. Il dominio dei
privilegiati al di sopra della massa deve tendere ad una nuova politica dello Stato italiano, che
strappi la nazione alla sua mediocrità e la avvii alla gloria, come l'antica Roma.

Il superuomo e l'esteta
⋅Il nuovo personaggio del superuomo creato da d'Annunzio, aggressivo e vitalistico non nega la
precedente immagine dell'esteta, ma la ingloba in sé, conferendole una diversa funzione.
⋅Il culto della bellezza è essenziale nel processo di elevazione della stirpe nelle persone di pochi
eletti, in tal modo l'estetismo non sarà piu rifiuto sdegnoso della realtà, ma strumento di una volontà
di dominio sulla realtà.
⋅L'eroe dannunziano non si accontenta più di vagheggiare la bellezza in una dimensione
appartata, rifuggendo dalla vita sociale, ma si adopera per imporre, attraverso di essa, il dominio
di un'élite, violenta e raffinata insieme, su un mondo meschino e vile come quello borghese.
⋅L’intellettuale si conferisce il compito di profeta di un ordine nuovo: l'artista proprio mediante la
sua attività intellettuale, deve porre fine al caos del liberalismo borghese, della democrazia,
dell'egualitarismo.

I romanzi del superuomo


⋅Il superomismo caratterizza i quattro romanzi pubblicati tra il 1894 e il 1910: Trionfo della morte, Le
vergini delle rocce, Il fuoco e Forse che sì forse che no.
⋅Si tratta però di un superomismo problematico, accompagnato da tensioni di segno opposto:
nonostante le velleità attivistiche, i protagonisti restano infatti quasi sempre perché fatalmente
attratti dalla decadenza e dalla morte, rappresentate da figure femminili dal fascino oscuro e
perverso.
⋅Dal punto di vista formale, questi romanzi confermano e potenziano l'impostazione psicologica e
simbolica già emersa ne Il Piacere.
Le vergini delle rocce
⋅Il titolo si ispira a quadro di Leonardo e fa riferimento alle 3 sorelle e rocce caratterizzanti
paesaggio nei dintorni di Rebursa, luogo infanzia del protagonista.
⋅Il protagonista e narratore è Claudio Cantelmo, discendente di nobile famiglia, egli appare forte e
sicuro, disprezza la realtà borghese, il liberalismo politico e l’etica mercantile dell'Italia postunitaria.
Ha una visione aristocratica ed elitaria, è reazionario, imperialista, antidemocratico e vuole portare
a compimento il “tipo latino” ideale e generare il superuomo, il futuro re di Roma che guiderà
l'Italia a destini imperiali.
⋅Si ritira in campagna e frequenta una famiglia di antica nobiltà, per quanto decaduta
economicamente, che vive nell'isolamento in una villa.Qui cerca una donna adatta al suo rango,
con la quale generare un figlio (il futuro «re di Roma») capace di salvare l'Italia dalla presente
bassezza. S'imbatte in tre «vergini», Massimilla, Anatolia e Violante, le sorelle della famiglia.
⋅La loro bellezza, ormai quasi sfiorita, incarna il mito della decadenza; ma la loro “virtù" è
compromessa da un oscuro destino familiare, di follia e decadenza, per cui alla fine si rivelano
inadatte al compito.
⋅La scelta della donna si rivela difficile perché tutte e tre possiedono un loro fascino e solo l'insieme
delle tre potrebbe realizzare una figura completa ideale. La scelta migliore in realtà sarebbe
Anatolia, quella dotata di maggiore forza interiore, ma questa è "impegnata" ad accudire la
madre malata e gli altri componenti della famiglia: i fratelli deboli e malati, il padre vecchio. ⋅Allora
si fa affascinare da Violante, donna fatale, che però si sta lentamente uccidendo per l'eccessivo
uso di profumi: è donna fatale, eros perverso, malato, non emblema di fecondità creatrice.
⋅Alla fine pare optare per Violante, ma scelta resta nell'ambiguità. Questo romanzo avrebbe
dovuto avere un seguito in un "ciclo del giglio", in cui l'eroe avrebbe finito per realizzare i suoi
obiettivi; però non ha seguito e questo è significativo.

Le Laudi
Le Laudi del cielo, del mare, della terra, degli eroi sono una serie di volumi di liriche che
devono il nome alle stelle della costellazione delle Pleiadi ( Maia, Elettra, Alcyone, Merope,
Asterope).

Maia
⋅”Maia” è un lungo poema unitario di oltre ottomila versi e presenta una novità formale:
D'Annunzio non segue di schemi della metrica tradizionale, né quelli della metrica barbara, adotta
il verso libero con rime senza schema fisso.
⋅”Maia” è pervaso da uno spirito dionisiaco e vitalistico e intento alla declamazione panica e
ridondante delle forme della vita e del mondo.
⋅Il poema tratta di un viaggio in Grecia compiuto dal poeta anni addietro. Ed è all’insegna della
forza e della bellezza che sono intrinseche negli ambienti dell’Ellade. A questi il poeta vi mette in
contrasto la realtà moderna, squallida ma al tempo stesso ricca di potenzialità.
⋅La ricerca dell'intellettuale all'interno della civiltà borghese moderna che era iniziata con la crisi
dell'esteta e la scoperta del superuomo termina con questa ultima tappa: D’Annunzio arriva a
celebrare questa nuova realtà. Essa è fonte di una nuova forza e di una nuova bellezza al pari di
quelle classiche, capace di adempiere a compiti eroici e imperiali. Infine, il poeta inneggia anche
alle nascenti masse operaie che possono a buon diritto fungere da strumento per l’azione del
superuomo.
⋅Con questa opera D’Annunzio si pone come cantore della nuova realtà moderna. Ma è pur
sempre vero che dietro questa celebrazione vi è la paura del letterato di essere schiacciato dalla
stessa società che ora decanta. Per questo, ergendo a mito il mondo industriale, facendolo
entrare nei canoni classici al pari del lavoro effettuato da Monti e Parini, D’Annunzio “combatte” la
sua paura ed esce dalle vesti della vittima per innalzarsi a cantore della nuova società che lo
minaccia.
⋅Tuttavia, da questa nuova versione del poeta ne scaturisce un componimento ridondante e
retorico, a tratti vuoto perché falso e lontano dal D’Annunzio “autentico”, legato al gusto
decadente e che ancora vagheggia quella bellezza oramai irraggiungibile.

La condizione operaia
⋅In questa parte del poema, dedicata alla vita nella città moderna, D'Annunzio descrive una
rivolta operaia repressa sanguinosamente dall'esercito.
⋅La descrizione della massa degli operai in tumulto, e poi della carica della cavalleria è ambigua:
-La folla che si muove contro la muraglia di lance e sciabole è vista in una luce negativa, come un
unico miserabile corpo in preda a un delirio.
-Al tempo stesso il discorso attinge a tonalità epiche e tragiche: il popolo possiede qualcosa di
sacro, tra i mille volti sembra accendersi la gloria e d'altro lato la dimensione tragica deriva dal
fatto che quella massa umana si muove igara incontro alla morte, tanto che il poeta è preso da
pietà nei confronti dei più deboli.
⋅L'ambiguità risulta anche nella lunga rassegna degli operai che compongono la folla, vengono
descritti i segni impressi nella fatica e dai lavori malsani sui loro corpi martoriati e umiliati.
⋅Si mescolano la pietà per quella umanità abbrutita, lo sdegno per tutti i supplizi i «selvaggi» di cui
essa è vittima sul lavoro, che abbassano individui liberi alla condizione di schiavi, la denuncia del
fatto che degli esseri umani siano ridotti al livello di pura materialità dall'alienazione del lavoro.
⋅Al tempo stesso però c’è sorta di compiacimento perverso e molto decadente nel contemplare
ciò che è degradato, impuro, corrotto.
⋅Non solo, sembra di scorgere un moto di disgusto e di repulsione da parte del raffinato esteta per
quegli esseri bruti, “selvaggi” e “fetidi”, ma con l'esame degli effetti devastanti del lavoro sembra
che il poeta giustifichi la rabbia che spinge gli oppressi alla rivolta.
⋅La successiva descrizione del massacro compiuto dalla cavalleria, che insiste su particolari
truculenti e atroci, non riesce a celare il vagheggiamento di natura sadica della violenza e del
sangue. Poi però, con una brusca sterzata, il poela torna alla denuncia con l'esaltazione dell'idea
della giustizia sociale che nei secoli ha liberato gli schiavi.

Alcyone
⋅Nell’Alcyone, la terza raccolta, D’Annunzio descrive il sogno di un’estate, di un’ideale vacanza
estiva dai colli fiesolani alle coste tirreniche, dalle piogge di fine primavera ai paesaggi autunnali di
settembre.
⋅ In questa raccolta, si esplica pienamente il cosiddetto “panismo dannunziano”: l’uomo si
trasforma in un elemento della natura e la natura stessa si umanizza. Nella natura tutto è divino:
non c’è più distinzione tra il soggetto e l’oggetto, tra l’uomo che osserva e ciò che osserva.
⋅Infatti, “panismo” deriva dalla parola greca “Pan”, che significa, appunto, “tutto”: l’io del poeta si
fonde con lo scorrere della vita del Tutto, trasfigurandosi ed arrivando a toccare il divino, a cui solo
la potenza della parola evocativa del poeta-vate (strettamente connesso con il superuomo) è in
grado di attingere, sapendo cogliere appieno l’essenza misteriosa della natura.

La pioggia nel pineto


⋅Venne composta nel 1902 ed appartiene alla sezione centrale di Alcyone.
⋅Con questa poesia riusciamo a capire come l’uomo entri in simbiosi con la natura, sottoponendosi
a un processo di naturalizzazione, e come la natura subisca a sua volta un processo di
antropomorfizzazione.
⋅Il poeta e la sua compagna entrano in empatia con la natura e arrivano a condividerne la sua
anima segreta: D’Annunzio contempla la metamorfosi delle cose e la sua compagna si trasforma
in fiore, pianta, frutto, mentre la pioggia cade.
⋅La poesia inizia con un punto fermo dopo l’imperativo “Taci” (v.1), che indica un momento di
preparazione e di attesa. Comincia il rito d’iniziazione, al quale sono invitati tutti i lettori, e non solo
la donna: si tratta di un momento quasi liturgico che per essere vissuto fino in fondo necessita di un
silenzio assoluto.
⋅Il poeta esorta la sua compagna a restare in silenzio, al fine di ascoltare con la dovuta attenzione i
suoni inusitati (le parole più nuove) emessi dalla natura: le parole sussurrate da gocce e foglie
lontane, avvertite sin dalle soglie del bosco.
⋅Sta piovendo e la pioggia altro non è che una manifestazione della natura, che avvolge e riveste
tutto.
⋅Il poeta invita più volte la sua compagna ad ascoltare la musicalità della pioggia e i suoni emessi
dalla natura.
Alla donna in questione viene attribuito il nome di Ermione, il nome della figlia di Elena e Menelao
della mitologia greca con il quale il poeta, probabilmente, si riferisce a Eleonora Duse (una grande
attrice della sua epoca, con la quale visse un’intensa storia d’amore).
⋅Il processo di naturalizzazione e di metamorfosi viene messo in atto sin dai primi versi della lirica, in
cui vengono elencati diversi tipi di piante e di fiori, al fine di creare una premessa per la fusione tra
gli uomini e la natura che viene esplicitata già nei versi 20-21, attraverso i quali si nota che i volti del
poeta e di Ermione sono diventati silvani, permettendo ad entrambi di trasformarsi in creature
silvestri, dello stesso colore e quasi della stessa sostanza del bosco.
⋅Successivamente la donna è paragonata agli elementi della natura: il suo volto è come una
foglia (vv. 56-58) e i suoi capelli emanano lo stesso profumo delle ginestre (vv. 59- 61: le chiome
come le ginestre). Gradualmente, arrivano entrambi a fondersi con la natura e a sentirsi parte di
essa, tanto è che il poeta, attraverso l’uso delle similitudini, mostra come la donna sembri aver
assunto l’aspetto di una pianta verdeggiante e sembri uscita dalla corteccia di un albero come
una ninfa (vv. 99-101), il suo cuore sembri vivere di una nuova vita e sia simile al frutto della pèsca
(vv. 104-105) e mostra come persino gli occhi (vv. 106-107) e i denti (vv. 108-109) si trasformino e
rendano esplicito il senso di immedesimazione delle due creature umane nella vita del bosco.
⋅D’Annunzio descrive minuziosamente il temporale estivo e lo rende estremamente musicale,
attraverso l’uso di onomatopee e di un lessico particolare, ma non si limita a registrare il semplice
cadere della pioggia al livello più esterno, ma mette in evidenza, in particolare, la metamorfosi
panica sulla quale si basa tutta la lirica: la trasformazione sua e della sua compagna in elementi
vegetali e arborei, via via che riescono a fondersi con la natura.
⋅La pioggia nel pineto colpisce, infatti, per il tema panico-metaforico, per la trasformazione
vegetale del poeta e di Ermione. Il termine panismo deriva da Pan (dio greco della natura, per
metà uomo e per metà caprone) e si riferisce all’identificazione dell’uomo con la natura, con la
vita vegetale.
Attraverso i versi 53-55, il poeta ci fa capire che la metamorfosi è ormai al suo culmine (E immersi
noi siam nello spirto silvestre,d’arborea vita viventi. Il panismo dannunziano è peculiare, perché
tende ad umanizzare la natura.
⋅Un altro tema molto importante della lirica è quello dell’amore, in quanto il poeta parlando della
pioggia estiva refrigerante sottolinea come questa rigeneri non solo la natura, ma rinvigorisca
anche l’anima dei due innamorati, i quali continuano ad abbandonarsi alla forza dei sentimenti e
dell’amore, ma con la consapevolezza che si tratti soltanto di una favola bella (v. 29) che li ha illusi
in passato e continua ad illuderli (vv. 29-32).
⋅Colpisce, inoltre, la musicalità che caratterizza l’intera lirica e che è ottenuta attraverso la
frantumazione del verso e il ricorso alle rime interne e alle assonanze. C’è un vero e proprio studio
del poeta, un virtuosismo basato anche sul principio della ripetizione, che provoca degli effetti
ritmico-musicali particolarmente interessanti.
⋅Il poeta tende ad imitare i suoni della pioggia e a inventare delle vere e proprie melodie: le parole
più nuove a cui fa riferimento il poeta al v. 5 sono anche le parole che creano una musicalità
nuova.
⋅Per riuscire ad entrare in empatia con la natura il poeta trasforma le sue parole in musica,
utilizzando un lessico piuttosto ricercato e musicale, dimostrando di aver fatto suoi gli insegnamenti
dei Simbolisti francesi.

La sera fiesolana
⋅La poesia “La sera fiesolana” rappresenta una sorta di rilettura laica e dionisiaca del “Cantico
delle Creature” di San Francesco d’Assisi: il misticismo francescano viene riproposto con espressioni
come “laudata sii”, “fratelli ulivi”; “pura morte”, inserite però in un contesto totalmente diverso.
⋅La primavera sta per cedere il posto all’estate e la natura si trasforma: sui pini spuntano nuovi
germogli, simili a dita che giocano col vento; il grano; il fieno, seccando, cambia colore.
⋅Si tratta di una sera di giugno dopo la pioggia al crepuscolo, un momento di passaggio e di
metamorfosi, fatto di trasformazioni quasi impercettibili, un momento carico di attesa e di
suggestione. Come la sera ‘muore’ spegnendosi lentamente nella notte, anche la primavera
muore trascolorando nell’estate.
⋅In tutta la poesia, D’Annunzio si rivolge ad un “tu” indeterminato, una figura femminile di cui non
viene esplicitato il nome e a fungere da collegamento stanno i tre ritornelli in cui è lodata la sera,
che assume sembianze umane, di una donna amata, celebrata per il viso perlaceo, le vesti
profumate e la cintura indossata. Si rivolge a lei augurandole che le sue parole possano darle
ristoro come se fossero suoni nati dalla natura in primavera e non dalle labbra dell’uomo.
⋅La sera è il momento della fusione panica con la natura.
⋅Nella prima strofa, il tema centrale è il sorgere della luna: essa è tutta costruita su una serie
d’immagini che si richiamano l’una con l’altra per analogia: il suono delle parole “fresche”
richiama il “fruscio” delle foglie del gelso e queste corrispondenze assumono un valore allusivo
quasi magico, acuito dall allitterazione onomatopea e dalla sinestesia.
⋅Questi versi introducono la nascita della luna, una sorta di teofania, ossia l’apparizione di una
divinità, che solo le parole del poeta-vate sono in grado di descrivere; ma non è descritto il sorgere
vero e proprio della luna, bensì il momento, magico e sospeso, che lo precede.
⋅Nella seconda strofa, insiste sull'idea dell'acqua e per descrivere la donna-astro morbidamente
avvolta nel suo chiarore ( viso di perla), il poeta utilizza parole che rimandano all’acqua,
trasparente, fluida.
⋅Nella terza strofa, si giunge ad una sensualità panica, ad una forza erotica che pervade la natura
e di cui anche l’uomo partecipa: nell’atmosfera magica e misteriosa dei “reami d’amor”, persino
le colline si trasformano in sensualissime labbra.
⋅La cura formale è molto elevata; il lessico è ricercato e ricco di arcaismi, con stilemi tipici dello Stil
novo (“viso di perla”, v. 15) e un francesismo, “bruiva”, al v. 19. Una raffinatissima musicalità, come
abbiamo visto, si accompagna a un uso larghissimo e sapiente delle figure retoriche e di ardite
personificazioni e giochi cromatici.

I pastori
⋅Questa poesia tratta del ricordo della gente e della terra
natale del poeta, dell’Abruzzo in cui D’Annunzio ha trascorso
l’infanzia e con il quale dimostra di mantenere un profondo
legame affettivo.

⋅I gesti lenti e ripetitivi dei pastori sono l’emblema di vicende


che si ripetono sempre uguali di generazione in generazione,
molto legate alla terra e alle stagioni, nell’ambito di un
paesaggio naturale primitivo ed incontaminato.
⋅Il periodare è lento, pacato, scandito da forti pause per dare l’idea di una nostalgia e di una
pace antica nella quale il poeta vuole immergersi completamente.
⋅La transumanza non era solo uno spostamento di greggi dai pascoli estivi a quelli invernali, ma
anche l’incontro tra antiche tradizioni e usanze diverse. Era legata a leggi e regole non scritte
rispettate da tutti e i pastori tornavano sempre arricchiti di esperienze e conoscenze, dopo aver
attraversato fiumi e valli.
⋅Il mese di settembre è un periodo di cambiamento, di passaggio dall’estate all’autunno, che
porta con sé una profonda nostalgia; il poeta si sente pienamente protagonista della vicenda dei
pastori, sin dal primo verso, com’è evidente dal verbo alla prima persona plurale “Andiamo”, e la
sua nostalgia è la stessa dei pastori, costretti a lasciare le loro terre. Il suo coinvolgimento emotivo si
esplicita, poi, pienamente nell’ultimo verso, molto struggente, con l’interrogativa retorica enfatica
“Ah, perché non so’ io cò miei pastori?”.
⋅Il paesaggio è un elemento centrale della poesia ed è un paesaggio continuamente sospeso tra
acqua e terra, i due elementi tra i quali il poeta cerca di stabilire una forte connessione, per
sottolineare che la natura è un “tutto” omogeneo, con cui anche lui stesso si identifica, in linea con
la sua concezione panica.
⋅Se nella prima parte della lirica sono descritte soprattutto le azioni dei pastori e dominano i verbi di
movimento (“andiamo”; ”migrare”; ”vanno”; “scendono”), nella seconda, invece, il paesaggio
diventa il protagonista assoluto, con gli elementi visivi che si mescolano a quelli sonori (“erbal fiume
silente”; “il tremolar della marina”; “il sole imbionda”; “isciacquio, calpestio, dolci romori”).
⋅A livello lessicale, è interessante notare l’alternarsi continuo di vocaboli dotti (come “vestigia” o
“esuli”), una citazione dantesca (“il tremolar della marina”), neologismi (come “erbal” e
“isciacquio”) e termini dialettali (come “avellano”).

La sabbia del tempo


⋅Questa poesia è stata composta nel 1903, e fa parte, all’interno di Alcyone, di un gruppo di undici
liriche denominate Madrigali dell’estate.
⋅Il titolo assai significativo ricorda la clessidra e quindi riassume l'idea del tempo che passa, la vista
materiale dello scorrere dell'esistenza e la nostalgia del
passato, ma anche la ciclicità del rapporto vita/morte e
l'intercambiabilità fra l'alto e il basso perché, per
funzionare, la clessidra deve essere continuamente
rovesciata.

⋅Il tema centrale è il trascorrere del tempo:


⋅Nelle due terzine il poeta parla dell'imminente fine
dell’estate e descrive la sabbia, sempre meno calda, che
gli scivola via tra le dita, come il tempo trascorre in ogni
istante. Il suo cuore percepisce il declino della calda stagione la sensazione di accorciarsi delle
giornate.

⋅Si possono notare numerose immagini legate alla misura e al calcolo del tempo:
-Nella prima strofa è la mano che giocherella con la sabbia delle spiagge ad avvertire la
sensazione della fine della stagione, e che trasmette questo presentimento al cuore: Il cor sentì
che il giorno era più breve (v. 3).
-Nella seconda strofa poi un intreccio di metafora e sinestesia introduce una notazione temporale
che allude sempre alla fine dell’estate: umido equinozio, oro delle piagge salse (vv. 5 e 6).

⋅Infine nell’ultima strofa, per parlare del trascorrere del tempo, il poeta usa le immagini di una
clessidra e di un tacito quadrante, ossia una meridiana e possiamo avvertire l’angoscia dell’io del
poeta .

⋅Si può notare come nella poesia vi siano termini funebri e richiami a un sentimento di ansietà,
legati agli strumenti di misurazione del tempo, che fondono l’idea del tempo e della morte ( urna,
palpitante, vano, ombra).

⊳Fase “notturna” (1914-1938)


⋅Questa fase è l'ultima della sua produzione, viene definita notturna perché prende il nome dal
titolo dell' opera più significativa Notturno (1921).
⋅Segue le tendenze della cultura italiana dei primi del 900, sperimenta quindi nuove forme di prosa
una prosa lirica, evocativa, di memoria e frammentaria.
⋅Si tratta di un D'Annunzio rinnovato, genuino e sincero, al pari di quello dell' Alcyone ma senza
maschere, tratta di temi nuovi, ricordi d'infanzia, sensazioni fuggevoli, confessioni soggettive
attraverso un'esplorazione della propria interiorità pervasa da inquietudini, perplessità e soprattutto
dal pensiero della morte.
⋅Anche la struttura è rinnovata, è frammentaria, D'Annunzio abbandona le architetture
romanzesche e si avvicina alla prosa lirica di argomento autobiografico e dal registro stilistico più
misurato.
⋅Quest'ultima fase viene definita “notturna” anche perché in questo periodo lo scrittore era
costretto al buio totale a causa di un incidente in volo in cui gli si era staccata la retina, perderà la
vista dall'occhio destro completamente.