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GIOVANNI VERGA

VITA
Verga nasce nel 1840 a Catania, o secondo alcuni a Vizzini, dove i suoi genitori
avevano delle proprietà, muore nel 1922 a Catania dopo aver trascorso la sua vita in
diverse città d’Italia.
È figlio di piccoli proprietari terrieri di orientamento liberale e antiborbonico. Da
adolescente frequenta la scuola privata di Antonio Abate, poeta e patriota catanese,
che lo incita a scrivere il suo primo romanzo “Amore e patria” (altri romanzi
Carbonari della montagna, sulle lagune) rimasto inedito. In questo periodo la
formazione di Verga è varia, da un lato ci sono i classici della letteratura italiana
come Dante, Petrarca, Ariosto e Manzoni dall’altra parte le pagine dell’Estetica di
Hegel, romanzi storici-patriottici e scrittori francesi moderni e atipici ai limiti con la
letteratura di consumo come Dumas. Sono gusti letterari atipici rispetto ai suoi
contemporanei la cui cultura era quasi esclusivamente umanistica e influenzeranno
lo stile dello scrittore.
Tra il 1854 e il 1855 Verga trascorre un periodo in campagna per sfuggire
all’epidemia di colera e i ricordi di questo periodo ispireranno molte sue novelle.
Nel 1858 si iscrive alla facoltà di legge ma non termina gli studi. La scrittura diventa
la sua passione e così comincia a collaborare con riviste politiche e letterarie: sono
gli anni dell’Unità d’Italia e Verga influenzato dal patriottismo del suo maestro
Antonio Abate nel 1860 si arruola nella guardia nazionale.
Tra il 1861 e il 1862 pubblica il suo primo romanzo patriottico “I carbonari della
montagna”. Lascia la guardia nel 1864 e l’anno successivo compie il suo primo
viaggio a Firenze, all’epoca capitale d’Italia, e ci ritornerà nel 1869 per restarci un
paio di anni.
Gli anni trascorsi a Firenze rappresentano per lo scrittore un momento di
maturazione. Innanzitutto a Firenze trova un ambiente culturale dinamico, assai
diverso rispetto a quello della provincia siciliana. Per questo decide di stabilirsi lì e
crede che il movimento incessante da cui è animata la città possa giovare alla sua
carriera di scrittore. Qui viene introdotto nella casa dello scrittore e patriota
Francesco dall'Ongaro e pubblica il suo primo successo, il romanzo epistolare “Storia
di una capinera” in cui la protagonista è Maria, descritta come una capinera in
gabbia perché viene costretta dal padre e dalla matrigna, dopo la morte della
madre, a farsi monaca, contro il suo volere; subisce la stessa sorte della Geltrude
manzoniana, solo che il carattere di Maria è completamente diverso da quello di
Geltrude. Maria, durante un’epidemia di colera, va a trovare la famiglia in
campagna, dove conosce un giovane, Nino, di cui si innamora perdutamente.
Termina l’epidemia di colera, la ragazza deve ritornare in convento, dove le giunge
la notizia delle nozze tra Nino e la sorellastra, che per di più andranno ad abitare in
una casa nei pressi del convento. Qui, la ragazza, oppressa dal dolore, diventa folle
finché non muore di crepacuore. Come è possibile evincere dalla trama, “Storia di
una capinera” appartiene alla seconda tendenza del Romanticismo, che
privilegiavano temi lacrimosi, temi patetici, un eccessivo sentimentalismo.
Verga qui conosce la giovane maestra Giselda Fojanesi, con la quale ha una relazione
per diversi anni.
Nel 1872 si trasferisce a Milano dove risiede quasi stabilmente per venti anni.
Milano all’epoca era il fulcro della vita culturale italiana offrendo innumerevoli
stimoli: l’editoria, il giornalismo, i dibattiti teorici sulla letteratura. Verga entra in
contatto con gli scapigliati e con altri letterati, che come lui erano interessati alla
moderna narrativa europea. Prima di aderire al verismo, scrive tre romanzi molto
vicini alla Scapigliatura milanese, ovvero “Eva”, “Eros” e “Tigre reale”. In questi tre
romanzi si nota il tema dell’amore-passione che conduce alla morte; si nota anche la
critica dei valori borghesi marcata soprattutto nella “Prefazione ad Eva” dove Verga
diceva che in un’Italia di banche e imprese industriali, prevalevano valori materiali
quali il profitto, il guadagno.
Comunque i suoi gusti in campo letterario non sono cambiati: continua a leggere
autori stranieri, privilegiando quelli francesi come Zola, Balzac e Flaubert. Inoltre in
questo periodo comincia ad avvicinarsi al verismo e al naturalismo.
A Milano Verga vive un periodo di intensa creatività che coincide con un progressivo
allontanamento dal romanticismo.
Nel 1874 esce “Nedda”, la prima di una lunga serie di novelle scritte in quegli anni
che testimoniano il suo forte interesse per il mondo popolare siciliano. A partire dal
1877, con la pubblicazione dell’”Assommoir” di Zola, egli aderisce alla poetica
verista.
Nel 1878 esce la prima novella verista “Rosso malpelo” e Verga comincia a
progettare un ciclo di 5 romanzi a cui voleva dare il titolo di “I vinti”. Nello stesso
anno lascia il nord Italia, per ritornare a Catania in occasione della morte della
madre.
Torna a Milano sette mesi più tardi dopo aver superato una crisi depressiva ed
escono le prime raccolte di novelle: “Vita dei campi” e “Novelle rusticane”.
Nel 1881 esce il romanzo “I Malavoglia”.
Verga è talmente convinto delle sue opere che le promuove anche all’estero,
viaggiando a Parigi e a Londra. Il romanzo però non suscita l’accoglienza sperata,
anzi Verga è molto deluso e confessa ad un amico: “I malavoglia hanno fatto fiasco,
fiasco pieno e completo”. Al contrario il dramma teatrale “Cavalleria rusticana”,
rappresentato a Torino nel 1884 ottiene un grande successo.
Verga si rimette a lavoro e scrive altre novelle.
Tra il 1886 e il 1889 trascorre dei lunghi soggiorni a Roma, mentre tra l’estate del
1888 e il novembre del 1890 risiede soprattutto in Sicilia dove porta a termine il
romanzo “Mastro don Gesualdo” che viene pubblicato nel 1889, il romanzo ha
successo ma è ancora Cavalleria rusticana l’opera più acclamata.
Le rappresentazioni continuano sia in Italia che all’estero, Verga tuttavia si avvicina
alla sua crisi creativa, accantona il progetto del ciclo de “I vinti” e si aggravano i suoi
problemi psicologici dovuti alle difficoltà economiche.
Nel 1893 decide di ritornare a Catania, dove la relazione con la contessa Dina
Castellazzi, conosciuta qualche anno prima, si trasforma in un’affettuosa amicizia
che conforta lo scrittore negli ultimi anni della sua vita. Verga è deluso della sua
carriera e riduce sempre più l’attività letteraria, lamenta una certa aridità poetica,
mentre si occupa in maniera ossessiva dell’amministrazione del proprio patrimonio.
Di tanto in tanto lavora al romanzo “La duchessa di Leyra” che resterà infatti
incompiuto.
Nel 1815 con la prima guerra mondiale alle porte, prende posizione tra gli
interventisti, mentre nel dopoguerra si avvicina al movimento fascista, ma non si
iscrive ai fasci di combattimento.
Nominato senatore, compie l’ultimo viaggio a Roma nel 1920 per il giuramento.
Compiuti gli ottant’anni, sarà Pirandello ad esporre il discorso celebrativo di Verga,
che però non si reca prova, dove c’è questa sua manifestazione.
Muore nel 1922 a Catania per un ictus cerebrale. Alcune delle sue ultime novelle
vengono pubblicate postume.

PRODUZIONE LETTERARIA
Inizialmente la produzione letteraria di Verga è prettamente ROMANTICA, e lo
testimoniano i tre romanzi che scrive, di ispirazione patriottica, ovvero “Amore e
patria”, “Sulle lacune” e “I carbonari della Montagna”.
Poi si trasferisce a Firenze dove scrive il suo famoso romanzo epistolare “Storia di
una Capinera”, si tratta della storia di una giovane, Maria, che si sente come una
Capinera in gabbia, e da lì il titolo del romanzo epistolare. In questo scritto è
possibile intravedere un tema che poi sarà peculiare nelle opere di Verga, ovvero il
tema dell’orfano, dell’escluso, dell’emarginato. A tal proposto Maria, rimasta orfana
di madre, il padre si sposa con una donna che costringe Maria a farsi monaca perché
in tal modo tutto il patrimonio andava alla primogenita, sorellastra di Maria.
Durante un’epidemia di colera, Maria si trasferisce in campagna dal padre, e qui
conosce il figlio dei vicini di casa, Nino, se ne innamora perdutamente ma sa che il
suo destino è segnato, dunque ritorna in convento. Quando viene a sapere del
matrimonio tra Nino e la sorellastra, cade in preda al dolore, alla pazzia e muore di
crepacuore. È un romanzo ispirato ai toni patetici e lacrimosi del SECONDO
ROMANTICISMO, del tardo romanticismo.
Mentre è a Firenze, comincia a scrivere l’altro romanzo intitolato “Eva”, che poi
completa a Milano, insieme a “Eros” e “Tigre reale”. Per questi tre romanzi parliamo
di PRODUZIONE SCAPIGLIATA. Ricordiamo che sono gli anni in cui a Milano si era
diffusa la tendenza culturale della Scapigliatura, la cui tematica di fondo era la critica
ai valori correnti, ovvero quelli borghesi; “Eva”, ad esempio, è un romanzo in cui un
pittore siciliano si innamora perdutamente di una ballerina, si tratta di una storia
d’amore tormentata perché la ragazza tradirà il suo amante con un altro uomo.
Quindi al centro di questa produzione scapigliata di Verga troviamo il tema
dell’amore-passione, nei confronti di donne fatali, che può condurre anche alla
morte. Dunque riscontriamo una sorta di critica nei confronti del Romanticismo,
infatti il tema dell’amore-passione era tipicamente romantico. Troviamo anche la
critica della società borghese, dei valori borghesi in linea con la poetica scapigliata.
È da considerare come manifesto programmatico la “prefazione ad Eva” in cui
Verga dichiara che l’arte è un lusso da scioperati, in una società dominata da banche
e imprese industriali; si tratta di un lusso inutile, una merce qualsiasi perché Verga,
come gli scapigliati, ravvisa il declassamento e l’emarginazione del letterato,
dell’intellettuale che non viene accettato da una società borghese prettamente
materialistica, la quale è interessata soltanto al benessere materiale, al profitto, al
guadagno.
A Milano, Verga conosce Capuana, i due intrecciano una forte amicizia e danno vita
ad una nuova poetica, ovvero la POETICA VERISTA. Molti critici si sono interrogati
sul passaggio di Verga ad una nuova poetica: alcuni parlano di conversione perché
Verga abbandona i moduli stilistici e tematici delle opere precedenti per rifarsi ad
una poetica totalmente nuova; altri parlano di svolta, nel senso che Verga non
abbandona completamente gli ambienti delle opere pre-veriste, cioè nelle opere
pre-veriste, ovvero nei romanzi cosiddetti scapigliati, Verga descriveva gli ambienti
montani dell’aristocrazia e della borghesia, i personaggi erano tratti o dalla classe
borghese o dalla classe aristocratica, quindi erano nobili, ma anche artisti, ballerine.
Nella prefazione a “I Malavoglia”, altro manifesto programmatico di Verga, egli
auspica di indagare i meccanismi che regolano la società dalle basse sfere, cioè dai
gradini più bassi della società, fino alle alte sfere. Verga vuole indagare i meccanismi
che regolano la società dalle classi più basse dove questi meccanismi sono più
semplici, per poi arrivare alle classi sociali più alte. Infatti nella prefazione a “I
Malavoglia”, egli elabora il famoso “Ciclo dei vinti” dove si propone di indagare i
meccanismi che regolano il progresso a partire da una famiglia di pescatori per poi
arrivare all’uomo di lusso, all’artista. Quindi si propone ancora di presentare le classi
borghesi e aristocratiche.
Certo si tratta di svolta perché effettivamente dei cambiamenti tematici e stilistici ci
furono con l’adesione al verismo, ma non si tratta di una vera e propria conversione,
quanto piuttosto di un processo graduale, anche perché è del 1874 il famoso
bozzetto siciliano di “Neddra”. Cioè, tra i romanzi scapigliati e l’adesione al verismo,
abbiamo una FASE INTERMEDIA che è caratterizzata dal bozzetto siciliano, così
come Verga lo definisce. Questa fase intermedia anticipa la svolta tematica e
stilistica del verismo, ma non si può considerare ancora un’opera verista. IN CHE
SENSO ANTICIPA? (Partiamo dalla storia) Neddra è una povera raccoglitrice di olive
che è rimasta orfana di madre, anche qui ricorre il tema dell’orfano, è costretta per
sopravvivere ad andare a lavorare in campagna. Conosce un contadino, Ianu, di cui
si innamora perdutamente. Un giorno, il giovane si ammala di malaria, si reca a
lavorare nella piana di Catania, mentre che sta raccogliendo le olive su un albero,
indebolito cade e muore. Neddra si ritrova da sola, e pure incinta, la cui cosa era uno
scandalo per l’epoca perché Neddra si apprestava a partorire una figlia illegittima, e
secondo le consuetudini del tempo avrebbe dovuto abbandonarla alla ruota del
convento, dalle monache. La ragazza va contro ogni moralismo e decide di tenere la
bambina, anche se questa andrà incontro ad una fine tragica perché morirà di stenti.
Notiamo un cambiamento di ambienti e di personaggi, rispetto ai romanzi
scapigliati:
 l’ambiente è la campagna siciliana, e non più gli ambienti montani, borghesi e
aristocratici; i personaggi non sono né artisti, né ballerine, né nobili, né
borghesi, ma una povera raccoglitrice di olive; non si può ancora considerate
un’opera verista perché manca la tecnica dell’impersonalità, che è uno dei
capisaldi sia del naturalismo che del verismo, infatti in “Neddra” Verga
interviene spesso a difendere il suo personaggio, la protagonista, ponendosi
contro il perbenismo del prete e delle comari, secondo cui Neddra avrebbe
dovuto abbandonare la figlia alla ruota del convento;
 dal punto di vista linguistico, le espressioni dialettali sono inserite in corsivo,
quasi a distinguere il siciliano dall’italiano, cosa che poi non sarà nelle opere
veriste dove utilizzerà una sintassi dialettale e un linguaggio italiano, utilizzerà
quindi il linguaggio parlato dai borghesi colti, anche se inframezzato con modi
di dire, proverbi tipici della mentalità siciliana.
Dopo questa fase intermedia con “Neddra” del 1874, nel 1878 avviene la SVOLTA
VERISTA data da:
 la pubblicazione e la recensione entusiastica da parte di Capuana
dell’“Assommoir” di Zola, “Assommoir” in cui l’impersonalità è molto vicina
alla tecnica verghiana, ma si tratta di un caso isolato ed episodico
 diffusione delle tre filosofie, ovvero il Positivismo, anche se il Verismo ha
un’ideologia pessimistica e fatalistica della società, al contrario del Positivismo
e del Naturalismo, il Determinismo e l’Evoluzionismo
 la questione meridionale con “Inchiesta in Sicilia” di Franchetti e Sonnino,
“Lettere meridionali” di Pasquale Villari
Questi fattori fecero sì che Verga si avvicinasse al Verismo, il cui fondatore teorico fu
inizialmente Luigi Capuana.
È del 1878 il primo racconto verista ovvero “Rosso Malpelo”, il quale fa parte di una
raccolta di otto novelle intitolata “Vita dei campi” del 1880. In tale racconto
troviamo questa rivoluzione tematica e stilistica che caratterizza il verismo
verghiano:
 rivoluzione tematica nel senso che così come in “Neddra” troviamo
l’ambientazione siciliana e i personaggi che sono minatori, pescatori,
contadini
 rivoluzione stilistica perché vi ritroviamo la tecnica dell’impersonalità sul
modello del romanzo naturalista, ma diversa, l’artificio della regressione,
l’artificio dello straniamento, il discorso indiretto libero (già presente nella
narrativa zoliana)
Dell’impersonalità Verga parla in un altro manifesto programmatico, ovvero la
“prefazione all’amante di Gramigna” o conosciuta come “Lettera dedicatoria a
Salvatore Farina”, Salvatore Farina aveva criticato le idee veriste di Verga, dunque
egli decide di dedicargli questa lettera per spiegargli la tecnica dell’impersonalità.
“L’amante di Gramigna” è una delle novelle di “vita dei campi” con “Rosso Malpelo”,
“La lupa”, “Pentolaccia”, “Cavalleria rusticana”. In questa prefazione Verga sostiene
che il racconto è un documento umano, cioè una testimonianza fedele e oggettiva
della realtà. L’autore deve esprimersi con le stesse parole dei personaggi e deve
vedere le cose con i loro occhi, vuol dire che l’opera deve sembrare essersi fatta da
sé, l’autore deve eclissarsi, deve scomparire, il lettore deve essere “messo faccia a
faccia con il fatto nudo e schietto”, senza la lente dello scrittore. Quindi i personaggi
devono presentarsi da soli, la loro psicologia deve essere compresa dal lettore
attraverso i loro gesti, le loro parole, i loro comportamenti, non c’è più la figura di un
narratore onnisciente (vedi Manzoni che racconta gli antefatti, anticipa alcuni
elementi della trama, descrive fisicamente e psicologicamente i personaggi). Quindi
non abbiamo più un narratore onnisciente che descrive, che commenta, che
caratterizza, che riflette, che giudica, che valuta; abbiamo un narratore che si eclissa,
che scompare. Sia Manzoni che Verga sono narratori esterni alla vicenda, solo che
Manzoni era un narratore onnisciente, mentre Verga perseguendo l’impersonalità,
non lo è più.
COME MAI VERGA SOSTIENE L’ECLISSI DELL’AUTORE? Ciò è legato alla concezione
pessimistica e fatalistica che hanno Verga e i veristi. Verga dice che l’autore non ha
il diritto di giudicare, da lì si ha l’eclissi dell’autore; non ha il diritto di giudicare
perché i veristi sostengono che la realtà è immodificabile e immutabile ed è regolata
dalla legge del più forte, dove a prevalere sono sempre i prepotenti, dove c’è
l’impossibilità del cambiamento socio-economico, quindi l’autore non ha nulla da
giudicare.
Verga sostiene un’impersonalità diversa dal Naturalismo zoliano:
 Zola utilizza la tecnica dell’impersonalità come osservazione distaccata dalla
vicenda narrata, ma comunque valuta e giudica dall’alto e dall’esterno la
materia narrata formulando dei giudizi impliciti o espliciti, se prendiamo ad
esempio il romanzo “Germinale” abbiamo la scena descritta da Zola in cui i
figli di una famiglia di minatori, maschi e femmine, fanno toeletta insieme
senza vergogna, quest’espressione “senza vergogna” è un giudizio esplicito di
un narratore colto, appartenente alla borghesia, perché nella classe umile dei
minatori era normale che si condividessero gli stessi spazi, era normale che
fratelli e sorelle si lavassero tutti insieme. Questo giudizio è il punto di vista
del narratore, non è intento alla classe di provenienza dei protagonisti del
romanzo. Altro esempio tratto sempre da “Germinale”, prendendo in esame
sempre questo scritto di Zola in cui va a descrivere i gradini più bassi della
società, in questo caso la famiglia di minatori, pronuncia un giudizio implicito,
ovvero che l’odore di cipolle cotte che proveniva dalla cucina di questa
famiglia di minatori avvelenava l’aria, si capisce che è un giudizio colto,
proveniente da una classe sociale più alta, in quanto i minatori erano abituati
a quell’odore. Il punto di vista presente nella narrativa zoliana è quello ancora
dell’autore borghese colto. Tranne che nell’”Assommoir” dove si nota
un’impersonalità diversa, cioè nell’Assommoir ci sono delle parti in cui viene a
mancare questo distacco netto tra autore e narratore perché in alcune parti
Zola assume il punto di vista delle classi popolari (nell’Assommoir descrive
l’ambiente dell’osteria che conduce all’alcolismo). Quindi nell’Assommoir si ha
un uso episodico e limitato dell’impersonalità così come la intende Verga, cioè
Zola assume il punto di vista delle classi umili rappresentate
 Verga utilizza, a proposito dell’impersonalità:
o l’artificio della regressione, nel senso che Verga, autore colto,
appartenente alla borghesia, regredisce a livello dei suoi personaggi, i
quali fanno parte della classe popolare, quindi vede le cose secondo il
punto di vista popolare dei protagonisti delle sue opere. Abbiamo un
esempio lampante in “Rosso Malpelo”, che è considerato il primo
racconto verista. Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi, e
aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo. Verga,
autore colto, non poteva individuare questa connessione tra dato fisico
e dato morale, infatti questo collegamento è il frutto di una mentalità
superstiziosa e popolare siciliana, che ancora oggi persiste. Questi primi
righi della novella vi testimoniano l’artificio della regressione, infatti in
Rosso Malpelo, il narratore sarà uno dei minatori della cava, uno dei
compagni di Malpelo. Qui sta proprio l’impersonalità, il lettore conosce
gli eventi, i personaggi e le situazioni, man mano che essi si presentano,
non c’è nessun narratore onnisciente che anticipa, descrive e
caratterizza, e il punto di vista è quello dei personaggi rappresentati, un
punto di vista vista popolare; oltre all’artificio della regressione, sempre
negli stessi righi della novella,
o vi è l’artificio dello straniamento, cioè rendere strano ai lettori ciò che è
normale per i personaggi, per i lettori è strana, è inconcepibile la
correlazione tra capelli rossi e cattiveria, invece per i personaggi non lo
è perché fanno parte dello stesso ambiente popolare di Malpelo;
o poi vi è l’artificio dello straniamento rovesciato, cioè rendere starno
per i personaggi ciò che è normale per il lettore, ad esempio quando
Malpelo perde il padre, il quale morì nella stessa miniera in cui lavorava
Malpelo, (ricorrenza del tema dell’orfano, così come in Neddra o in
Storia di una capinera) e perde anche l’appetito, questo per i suoi
compagni era una cosa strana, invece per il lettore è normale che chi
perde qualcuno di caro possa perdere l’appetito, oppure altro esempio
quando scava così fortemente per trovare il corpo del padre da
strapparsi le unghie, per i compagni era strano, ma non per il lettore;
o altro elemento è il discorso indiretto libero, che però comparirà nei
romanzi di Zola, che si distingue dal discorso diretto, il quale
presuppone i due punti e l’apertura delle virgolette, e dal discorso
indiretto, il quale presuppone la congiunzione che e un verbo
dichiarativo. Il discorso indiretto libero permette di riportare le parole
dei personaggi senza la necessità di aprire le virgolette, né tantomeno
del verbo dichiarativo.

L’impersonalità è legata all’ideologia pessimistica e fatalistica che Verga ha della


società. Infatti in un altro scritto programmatico, ovvero “la prefazione ai
Malavoglia”, dove parla della concezione del progresso, dice che l’autore non ha il
diritto di giudicare la materia narrata.
L’autore afferma che non è possibile migliorare le proprie condizioni economiche e
sociali > il famoso ideale dell’ostrica sostenuto dall’autore nella novella
“Fantasticheria”.
Verga non partecipa attivamente alle vicende dei suoi personaggi, non mostra pietà,
non è quell’atteggiamento paternalistico che aveva Manzoni, egli vuole riprodurre
fedelmente il reale. La letteratura per Verga ha esclusivamente una funzione
conoscitiva.
Il diverso atteggiamento di Zola e di Verga è dovuto, anche, alla differente
condizione sociale ed economica della Francia e dell’Italia: la Francia era molto più
sviluppata economicamente, caratterizzata da una borghesia attiva e consapevole,
da un ceto proletario combattivo e realizzato, l’Italia era in profonda arretratezza
economica, sono anni in cui era esplosa la “questione meridionale”, vi era anche una
distinzione tra l’Italia settentrionale timidamente industrializzata e il meridione
agricolo profondamente arretrato.

VITA DEI CAMPI


In questa raccolta di novelle troviamo applicate le tecniche stilistiche proprie del
Verismo, quindi la tecnica dell’impersonalità, l’artificio della regressione, l’artificio
dello straniamento, il discorso indiretto libero. L’ambientazione delle novelle è la
campagna siciliana. I personaggi delle novelle sono minatori, pastori, contadini. Non
troviamo questi aspetti nella novella “Fantasticheria”, che è considerata un
manifesto programmatico sia perché Verga vi delinea l’ideale dell’ostrica, sia perché
vi troviamo i personaggi che saranno i protagonisti del suo celebre romanzo “I
Malavoglia”. “Fantasticheria” si presenta come una lettera autobiografica indirizzata
dall’autore ad una nobildonna, con la quale aveva fatto un viaggio in un paesino di
pescatori, Aci Trezza, da cui la nobildonna fuggirà dopo appena quarantott’ore
dichiarandosi annoiata di quel posto. Verga fa una differenza tra il mondo dei
pescatori, costituito da un sistema di valori minati dalle inquietudini del mondo
moderno, e il mondo della nobiltà, la quale era interessata a dissipare il denaro. Vi
troviamo espresso il famoso ideale dell’ostrica, testimonianza della concezione
pessimistica e fatalistica che Verga ha della vita e che ritroveremo applicato in tutte
le sue opere, dove l’ostrica rimane attaccata al proprio scoglio per evitare di essere
mangiata dai pesci grossi, così l’individuo deve accontentarsi della propria posizione
socio-economica. Ritroviamo alcuni personaggi protagonisti de “I Malavoglia” come
il nonno padron Ntoni, il figlio Bastianazzo, la moglie Maruzza detta “la longa”, i
nipoti Ntoni, Lia, Mena, Luca. Alla fine della novella, Verga dichiara che tratterà il
dramma di “allorquando uno di quei piccoli, o più debole, o più incauto, o più
egoista degli altri, volle staccarsi dal gruppo per vaghezza dell'ignoto o per brama di
meglio, o per curiosità di conoscere il mondo, il mondo da pesce vorace com'è, se lo
ingoiò, e i suoi più prossimi con lui”, con riferimento al dramma di Ntoni, il nipote
più grande de “I Malavoglia” che abbandonerà il proprio paese per migliorare la
propria condizione sociale, ma ritornerà in paese più povero di prima.
Nelle altre sette novelle, ovvero “Jeli il pastore”, “Rosso Malpelo”, “Cavalleria
rusticana”, “La lupa”, “L'amante di Gramigna”, “Guerra dei santi”, “Pentolaccia”,
troviamo come ambientazione la campagna siciliana, come personaggi i pescatori, i
minatori, i contadini e troviamo applicate le tecniche veriste, quindi la tecnica
dell’impersonalità, l’artificio della regressione, l’artificio dello straniamento, il
discorso indiretto libero.
A livello tematico, troviamo degli agganci con il Romanticismo. In alcune di queste
novelle si evidenzia:
 il tema dell’amore-passione che conduce alla morte, quindi il binomio amore-
morte che era molto sfruttato nelle opere romantiche.
Ci si può riferire, ad esempio, alla novella intitolata “Jeli il pastore”: Jeli e Mara sono
fidanzati, fino a quando la ragazza non decide di abbandonarlo per avviare una
relazione con un uomo più ricco, il padrone. Jeli ucciderà il padrone. Siamo in tempi
in cui i delitti d’onore erano pratica quotidiana, i quali furono aboliti soltanto in
tempi recenti, nel 1981. Quindi in questo racconto abbiamo il tema dell’amore-
passione, ma anche il motivo economico al di sopra della logica dei sentimenti,
perché la donna è pronta ad abbandonare il suo amato per un uomo più ricco,
quindi vige il concetto dell’importanza dell’utile, della ricchezza.
Abbiamo lo stesso tema in “Cavalleria rusticana”, che poi fu portata anche in teatro
da Verga trasformando la novella in opera teatrale. Anche qui abbiamo la tematica
dell’amore-passione che conduce alla morte, il delitto d’onore, l’interesse
economico. Lola è innamorata di Turiddru, ma i due si lasciano per il carrettiere
Alfio, un uomo più ricco. Lola sposa Alfio, ma durante la lontananza del marito per
lavoro, intreccia nuovamente una relazione con Turiddru, che non ha mai
dimenticato. Ovviamente Alfio viene a scoprire la tresca e sfida a duello Turiddru,
che perde la vita. Quindi Alfio uccide Turiddru per vendicare l’onore macchiato della
sua Lola.
Il tema dell’amore-passione evidente anche nella novella “La lupa”. Nelle opere
verghiane i personaggi vengono quasi sempre indicati attraverso la famosa
“ingiuria”, ovvero attraverso dei soprannomi. Questa donna è soprannominata “la
lupa” per i suoi appetiti sessuali. Il suo nome è gnà Pina, nonché la signora Pina,
soprannominata dalla mentalità popolare e superstiziosa della comunità “la lupa”.
Anche questa novella si conclude tragicamente con l’omicidio della donna da parte
del giovane genero che aveva sposato la figlia. Nanni è il genero, e rappresenta
l’amante succube, colui che non riesce a dire di no alle voglie della suocera. Per
liberarsi da questo rapporto morboso deciderà di ucciderla. In questa novella viene
a mancare il tema dell’interesse economico.
 altro tema prettamente romantico è il paesaggio come riflesso dello stato
d’animo dei personaggi.
Esempio ne è sempre la novella “La lupa”, dove Verga descrive l’assolato paesaggio
siciliano che riflette l’ardente passione della protagonista.
 ultima caratteristica che Verga deriva dal Romanticismo è il tema
dell’esclusione, il tema dell’orfano, dell’emarginato, del diverso.
In realtà questo tema non lo troviamo solamente nelle opere veriste come “Rosso
Malpelo” il quale era un escluso, un emarginato, oltre ad essere orfano, perché
secondo la mentalità popolare superstiziosa avendo i capelli rossi era malvagio di
natura, come “La lupa” anch’ella esclusa ed emarginata dalla comunità per la sua
trasgressione, che addirittura la vede come un diavolo perché disturbava i mariti e i
figli delle altre donne , ma vi è anche nelle opere pre-veriste, vedi la Maria di “Storia
di una capinera”, vedi Neddra.

PERCHÉ VERGA ERA COSÌ INTERSSATO A QUESTO TEMA DELL’ESCLUSIONE,


DELL’EMARGINATO? Perché egli, come letterato, aveva vissuto ciò sulla sua pelle. Vi
era infatti il conflitto tra artista e società di cui parlavano gli scapigliati. A tal
proposito è bene ricordare che le prime opere di Verga erano aderenti alla poetica
scapigliata, quindi Verga aveva sperimentato sulla sua pelle questo conflitto con la
società, questa emarginazione dalla società a causa della sua critica nei confronti dei
valori borghesi, dei valori conformistici della borghesia.
ROSSO MALPELO
È del 1878 il primo racconto verista ovvero “Rosso Malpelo”, il quale fa parte di una
raccolta di otto novelle intitolata “Vita dei campi” del 1880. In tale racconto
troviamo la rivoluzione tematica e stilistica che caratterizza il verismo verghiano:
 rivoluzione tematica nel senso che così come in “Neddra” troviamo
l’ambientazione siciliana e i personaggi che sono minatori, pescatori,
contadini
 rivoluzione stilistica perché vi ritroviamo la tecnica dell’impersonalità sul
modello del romanzo naturalista, ma diversa, l’artificio della regressione,
l’artificio dello straniamento, il discorso indiretto libero (già presente nella
narrativa zoliana).
Tale racconto appartiene alla raccolta “Vita dei campi”.
o PRIMA SEQUENZA (da r.1 a r.24) > MALPELO: EMARGINAZIONE FAMILIARE E
SOCIALE
o SECONDA SEQUENZA (da r.25 a r.77) > MORTE DI MASTRO MISCIU DETTO
BESTIA E DOLORE DI MALPELO
o TERZA SEQUENZA (da r.78 a r.154) > LA FILOSOFIA DI MALPELO
o QUARTA SEQUENZA (da r.155 a r.198) > MALPELO RASSEGNATO AL SUO
DESTINO
o QUINTA SEQUENZA (da r.199 a r.296) > IL RITROVAMENTO DEL CADAVERE
DEL PADRE
o SESTA SEQUENZA (da r.297 a r.358) > LA MORTE DI RANOCCHIO
o SETTIMA SEQUENZA (da r.359 a r.374) > LA MORTE DI MALPELO

Nella PRIMA SEQUENZA, l’incipit di “Rosso Malpelo” serve per spiegare l’artificio
della regressione e dello straniamento che Verga adotta in maniera innovativa
quando aderisce al Verismo.
rr.1-4 > non conosciamo il nome di battesimo del nostro personaggio che viene
indicato da tutta la comunità con il soprannome di “malpelo”, ovvero “malu pilu”,
che, secondo la credenza superstiziosa e popolare, chi aveva i capelli rossi era
cattivo. Sin dall’incipit è possibile notare uno stacco tra il punto di vista implicito
dell’autore e il punto di vista esplicito del narratore: artificio della regressione >
l’autore, scrittore borghese colto, regredisce a livello dei personaggi, assumendo
nella stessa mentalità e lo stesso linguaggio. Il narratore, infatti, sarebbe un
personaggio della cava, presso cui lavora malpelo. Si tratta quindi di un narratore
popolare. Artificio dello straniamento sempre nell’incipit > ciò che è strano per i
lettori, è normale per la comunità, per i personaggi: per noi è strano associare il dato
fisico ad un dato caratteriale, mentre per la comunità no.
r.3 “cava della rena rossa” > è già esplicito all’inizio della novella che egli lavori nella
cava della rena rossa, rossa come i suoi capelli. È interessante nelle opere per
chiamare notare il cromatismo, cioè l’attenzione sui colori.
rr.1-4 > in questa prima sequenza Verga si sofferma sulla vita sociale del malpelo,
viene subito introdotto il personaggio della madre, anch’essa convinta della
cattiveria del figliolo, così come la sorella. La madre che, dopo la morte del marito, si
risposa.
rr.5-6 “del resto, ella lo vedeva soltanto il sabato sera, quando tornava a casa con
quei pochi soldi della settimana” > Verga, per scrivere questa novella, si è
documentato. Sicuramente ha letto l’”Inchiesta in Sicilia” dei deputati della destra
storica Franchetti e Sonnino. Nell’”Inchiesta in Sicilia” abbiamo una parte in cui si
parla del lavoro dei carusi nelle zolfare siciliane. Verga, prima di scrivere la novella, si
è documentato e ha sicuramente letto questa parte dell’inchiesta del 1876, quando
salì al potere la sinistra storica. Quindi malpelo è uno dei tanti carusi che lavorava in
miniera. Dunque, la madre vedeva malpelo una volta a settimana, il sabato sera,
quando il ragazzo le portava la paga settimanale.
rr.6-7 “e siccome era malpelo c’era anche a temere che ne sottraesse un paio, di qua
i soldi” > questo è un esempio di discorso indiretto libero, queste sono le parole
della madre. Il discorso indiretto libero si differenzia dal discorso diretto, il quale
presuppone i due punti e l’apertura delle virgolette, e dal discorso indiretto, il quale
presuppone la congiunzione che e un verbo dichiarativo. Il discorso indiretto libero
permette di riportare le parole dei personaggi senza la necessità di aprire le
virgolette, né tantomeno del verbo dichiarativo.
rr.7-8 “nel dubbio, per non sbagliare, la sorella maggiore gli faceva la ricevuta a
scapaccioni” > la sorella lo riempio di botte.
Fin da subito, il narratore mette in luce l’emarginazione familiare di malpelo,
successivamente anche quella sociale: malpelo viene emarginato dalla madre e dalla
sorella, ma anche dall’intera comunità.
r.7 “soldi” e r.9 “soldi” > altra tecnica presente nelle opere di Verga è quella della
concatenazione, cioè un periodo si chiude con una parola che viene ripresa all’inizio
del periodo successivo. Esempio ne è la parola “soldi”.
r.11 “e che tutti schivavano come un can rognoso” > Verga sottolinea
l’emarginazione del personaggio utilizzando delle similitudini animalesche: malpelo
viene paragonato ad un cane rognoso, ad un cane che ha la rogna, che è una
malattia, quindi veniva schivato da tutti.
rr.11-12 “e lo accarezzavano coi piedi, allorché se lo trovavano a tiro.” > metafora,
perché gli davano dei calci
r.13 “Egli era davvero un brutto ceffo, torvo, ringhioso, e selvatico.” > sono tutte
caratteristiche proprie degli animali.
rr.15-16 “egli andava a rincantucciarsi col suo corbello fra le gambe, per rosicchiarsi
quel po' di pane bigio” > nemmeno nel momento di massima condizione che è
quella del cibo, egli trovava posto tra i suoi compagni, così se ne andava in un
cantuccio, con il suo corbello, con la sua cesta tra le gambe e consumava da solo il
suo cibo. Verga sta sempre insistendo sull’emarginazione sociale del personaggio.
r.16 “pane bigio” > significa pane grigio, cromatismo, anche il grigio in questa
novella sarà un colore che ricorre spesso, infatti ci sarà la parte in cui Verga parlerà
dell’asino grigio su cui malpelo sfogava tutta la sua rabbia
r.16 “come fanno le bestie sue pari” > altra similitudine che paragona malpelo ad un
animale
rr.18-19 “Ei c'ingrassava, fra i calci, e si lasciava caricare meglio dell'asino grigio,
senza osar di lagnarsi” > picchiavano tutti quanti malpelo, si sentivano in diritto di
picchiarlo perché gli era il cattivo, e non c’era possibilità che cambiasse.
Nei righi successivi si evince un carattere rassegnato del personaggio, a tal punto
che anche lui è convinto di essere cattivo.
r.19 “ché la sua sorella si era fatta sposa” > un’altra caratteristica stilistica del testo è
l’uso di una sintassi dialettale, l’uso ripetuto del “ché” che corrisponde al nostro
siciliano “ca”. Generalmente nel testo Verga non utilizza il siciliano, se vuole usare
qualche proverbio o qualche espressione dialettale, la mette in corsivo; prevale un
lessico italiano, un italiano parlato dai borghesi colti, però troviamo anche modi di
dire, proverbi, espressioni popolari, cioè tipiche della società popolare contadina
arcaica. Dunque non vi è la presenza di un lessico dialettale, quanto piuttosto una
sintassi dialettale.
r.24 “morto” e r.25 “morto” > concatenazione
La prima sequenza si conclude con la morte del padre di Malpelo, mastro Misciu,
soprannominato “bestia” perché lavorava incessantemente, senza dire mai di no,
accettando anche lavori più pericolosi. Proprio per questo motivo muore, perché gli
avevano affidato un lavoro che nessun altro operaio della cava voleva fare: scavare
un pilastro pericoloso. Mastro Misciu bestia è vittima di una morte bianca, ovvero di
una morte sul lavoro preannunciata e che accade davanti al povero Malpelo. (>
rr.23-24)

Nella SECONDA SEQUENZA abbiamo la ricostruzione di un flashback, della morte del


padre di Malpelo. Ovviamente, dopo la morte del padre, il ragazzo si chiude nel suo
dolore diventando ancora più cattivo agli occhi degli altri perché il padre era l’unico
della famiglia a volergli bene, a dimostrargli i gesti d’affetto, quindi Malpelo si era
legato tantissimo alla figura paterna. In questa sequenza viene rievocata la morte
del padre, il quale aveva accettato un lavoro molto pericoloso in quanto doveva
scavare un pilastro, lavoro che nessuno aveva voluto.
Infatti, dice Verga, rr.35-36 “Zio Mommu lo sciancato, aveva detto che quel pilastro
lì ei non l'avrebbe tolto per venti onze, tanto era pericoloso” > zio Mommu lo
sciacato era un operaio della cava e aveva detto nessuno avrebbe tolto quel pilastro
così pericoloso
rr.40-41 “Dunque il sabato sera mastro Misciu raschiava ancora il suo pilastro che
l'avemaria era suonata da un pezzo” > ricorso all’uso del che dialettale; quindi,
nonostante gli altri avessero finito di lavorare poiché era domenica, egli continuava
a lavorare perché impegnato con il pilastro pericoloso
rr.54-55.56 “Malpelo, che si era voltato a riporre i ferri nel corbello, udì un tonfo
sordo, come fa la rena traditora allorché fa pancia e si sventra tutta in una volta, ed
il lume si spense.” > si narra del crollo del pilastro; qui Malpelo si volta e vede la
rena crollare e il lume del padre perdersi perché sommerso dalle macerie.
Per diversi giorni il cadavere del padre non fu trovato, ma Malpelo fa di tutto per
ritrovarlo: scava con le mani, con le unghie.
rr.64-65 “altro che quaranta carra!” > esempio di discorso indiretto libero, a parlare
uno degli operai della cava che giudica la quantità di rena che ha seppellito il povero
mastro Misciu
r.68 “il bell’affare di mastro Bestia!” > esempio di discorso indiretto libero, altro
commento di un operaio della cava
r.69 “nessuno badava ragazzo che si graffiava la faccia ed urlava” e rr.72-73-74-75
“Malpelo non rispondeva nulla, non piangeva nemmeno, scavava colle unghie colà,
nell’arena, dentro la buca, sicché nessuno s’era accorto di lui; E quando si
accostarono col lume gli videro tal viso stravolto, e tali occhiacci invetrati, E la
schiuma alla bocca da far paura; le unghie gli si erano strappate e gli pendevano
dalle mani tutte in sangue” > esempio di straniamento rovesciato, i compagni non
capiscono il comportamento di Malpelo, dunque risulta strano per la comunità, ma
per noi lettori è normale che Malpelo, dopo aver perso l’unico affetto della sua vita,
reagisca così
rr.70-71 “se non fosse stato Malpelo non se la sarebbe passata liscia…” > è
sopravvissuto solo perché era Malpelo > famoso proverbio siciliano “l’erba cattiva
non muore mai”
r.77 “mordeva come un cane arrabbiato” > similitudine, Malpelo veniva paragonato
ad un cane rognoso, ad un cane arrabbiato, ad una bestia selvatica
rr.76-77 “Poi quando vollero toglierlo di là fu un affar serio; non potendo più
graffiare, mordeva come un cane arrabbiato, e dovettero afferrarlo pei capelli, per
tirarlo via a viva forza.” > ovviamente non voleva staccarsi dal luogo dove era morto
il padre, finché non avesse trovato il suo cadavere.

Nella TERZA SEQUENZA vi è la filosofia di Malpelo. È una filosofia che testimonia


l’ideologia di Verga, secondo la quale prevale nel mondo “la legge della giungla”,
nonché “la legge del più forte”. Ci troviamo in una società in cui i forti hanno la
meglio sui deboli, in una società caratterizzata dall’egoismo, dalla lotta per la vita,
dall’interesse economico, dalla volontà di sopraffare gli altri. Malpelo ha capito i
meccanismi che regolano la società, ha capito che sono i forti a prevalere: tutti si
scagliano contro di lui e lui sfoga il suo dolore e la sua rabbia sull’asino grigio e nei
confronti di un altro personaggio, un ragazzino chiamato con un soprannome,
“Ranocchio”, anche lui vittima dello sfruttamento minorile. Si chiamava Ranocchio
perché era caduto da un’impalcatura ed era rimasto zoppicante, claudicante, quindi
camminava come un ranocchio. Malpelo vuole insegnare a Ranocchio la sua filosofia
di vita, dunque lo picchia, anche a sangue, per aiutarlo a reagire contro i forti.
rr.79-80 “giacché, alle volte, il pane che si mangia non si può andare a cercarlo di
qua e di là” > esempio di discorso indiretto libero, sono come se fossero le parole
della madre che riporta in miniera Malpelo. Malpelo, dopo la morte del padre, non
vorrebbe più ritornare in miniera, ma la madre glielo porta a forza perché ha
bisogno di soldi. Alla fine, egli ritornò alla cava, dopo qualche giorno, quando sua
madre piagnucolando lo portò per mano. Dato che il pane che si mangia non può
essere trovato di qua e di là, questo era l’unico lavoro possibile per il personaggio.
rr.84-85-86 “In quei giorni era più tristo e cattivo del solito, talmente che non
mangiava quasi, e il pane lo buttava al cane, quasi non fosse grazia di Dio” >
esempio di straniamento rovesciato, Malpelo dopo la morte del padre non ha fame.
Anche questo viene considerato strano dalla comunità, ma è normale per i lettori. È
anche esempio di discorso indiretto libero.
rr.88-89-90 “ei lo picchiava senza pietà, col manico della zappa, e borbottava:
- Così creperai più presto! -” > filosofia di Malpelo
rr.92-93-94-95-96-97 “Sapendo che era malpelo, ei si acconciava ad esserlo il peggio
che fosse possibile, e se accadeva una disgrazia, o che un operaio smarriva i ferri, o
che un asino si rompeva una gamba, o che crollava un tratto di galleria, si sapeva
sempre che era stato lui; e infatti ei si pigliava le busse senza protestare, proprio
come se le pigliano gli asini che curvano la schiena, ma seguitano a fare a modo
loro.” > Malpelo si convince di essere veramente cattivo, si rassegna al suo destino:
impossibilità di cambiare
rr.110-111 “Malpelo gliene dava anche del suo, per prendersi il gusto di
tiranneggiarlo, dicevano.” > anche su Ranocchio, Malpelo sfogava la sua rabbia,
vuole che gli impari la “legge del più forte”, impari a difendersi. Anche esempio di
discorso indiretto libero
rr.112-113-114-115 “Ora lo batteva senza un motivo e senza misericordia, e
se Ranocchio non si difendeva, lo picchiava più forte, con maggiore accanimento,
dicendogli: To', bestia! Bestia sei! Se non ti senti l'animo di difenderti da me che non
ti voglio male, vuol dire che ti lascerai pestare il viso da questo e da quello!” > vuole
che Ranocchio impari a difendersi, impari a reagire, impari a vivere in questo mondo
dove c’è posto soltanto per i prepotenti dominati dalla sete dell’utile, del guadagno,
dall’egoismo, dalla volontà di usare violenza nei confronti dei più deboli.
rr.116-117 “O se Ranocchio si asciugava il sangue che gli usciva dalla bocca e dalle
narici: Così, come ti cuocerà il dolore delle busse, imparerai a darne anche tu!” > in
questi righi viene fuori tutta la filosofia del personaggio e la concezione pessimistica
che ha Verga della realtà.
rr.117-118-119-120 “Quando cacciava un asino carico per la ripida salita del
sotterraneo, e lo vedeva puntare gli zoccoli, rifinito, curvo sotto il peso, ansante e
coll'occhio spento, ei lo batteva senza misericordia, col manico della zappa, e i colpi
suonavano secchi sugli stinchi e sulle costole scoperte.” > egli, non solo usa violenza
contro Ranocchio, ma anche contro il povero asino > r.123 “l’asino va picchiato”
rr.126-127 “Oppure: - Se ti accade di dar delle busse, procura di darle più forte che
puoi; così gli altri ti terranno da conto, e ne avrai tanti di meno addosso -.” >
rivolgendosi a Ranocchio
r.130 “La rena è traditora” > la cava di rena rossa presso cui egli lavorava frana e
aveva sotterrato anche suo padre, voleva dare anche questo insegnamento di vita
rr.130-131-132 “somiglia a tutti gli altri, che se sei più debole ti pestano la faccia, e
se sei più forte, o siete in molti, come fa lo Sciancato, allora si lascia vincere” > si
evince la concezione della legge del più forte
rr.138-139-140 “Lasciami fare; io sono più forte di te -. Oppure gli dava la sua mezza
cipolla, e si contentava di mangiarsi il pane asciutto, e si stringeva nelle spalle,
aggiungendo: - Io ci sono avvezzo” > Malpelo, pur dimostrando la profonda
cattiveria, è capace anche di gesti generosi dando il suo cibo al povero Ranocchio
r.140 “avvezzo” e r.141 “avvezzo” > concatenazione
rr.141-142-143 “Era avvezzo a tutto lui, agli scapaccioni, alle pedate, ai colpi di
manico di badile, o di cinghia da basto, a vedersi ingiuriato e beffato da tutti, a
dormire sui sassi colle braccia e la schiena rotta da quattordici ore di lavoro” >
sicuramente Verga, per scrivere questa novella, si è documentato leggendo le
pessime condizioni a cui erano sottoposti i carusi nelle zolfare siciliane che
Franchetti e Sonnino riportano nell’”Inchiesta in Sicilia”. Da questi pochi righi è
possibile vedere come emerge la condizione a cui questi poveri piccoli bambini
erano sottoposti; già dai sette anni andavano a lavorare in miniera, stavano
settimane intere lontani dalle famiglie a svolgere un lavoro non solo molto
pericoloso, ma anche molto faticoso, addirittura Malpelo era disposto a 14 ore di
lavoro. Anche il padre di Pirandello aveva una zolfara nei pressi di Aragona, vedremo
che anche Pirandello nelle sue opere tratterà il lavoro dei carusi nelle miniere, tema
trattato anche da Sciascia. (confronto Malpelo e Ciaula scopre la luna > due
personaggi antitetici)
rr.153-154 “Il certo era che nemmeno sua madre aveva avuta mai una carezza da lui,
e quindi non gliene faceva mai” > esempio di straniamento. Malpelo non ho mai
ricevuto una carezza dalla madre e quindi non hai imparato nemmeno a farne.

Nella QUARTA SEQUENZA, Malpelo si rassegna al suo destino perché egli è


consapevole che il suo destino non può essere cambiato e che sarà destinato a
lavorare per sempre in miniera, segno distintivo della filosofia pessimistica di Verga,
secondo cui nessuno può migliorare le proprie condizioni.
rr.159-160 “e quindi egli andava a rannicchiarsi sul suo saccone come un cane
malato” e r.166 “ed egli era ridotto veramente come quei cani” > ritornano le
similitudini con il mondo animalesco, Malpelo che si comporta come un cane, come
si è visto all’inizio della novella, che veniva schivato da tutti “come fosse un cane
rognoso”
r.176-177-178 “se veniva fuori dalla cava il sabato sera, era perché aveva anche le
mani per aiutarsi colla fune, e doveva andare a portare a sua madre la paga della
settimana” > egli tornava a casa ogni sabato sera per portare la paga settimanale alla
madre
rr.185-186 “Ma quello era stato il mestiere di suo padre, e in quel mestiere era nato
lui.” e “Ei pensava che era stato sempre là, da bambino, e aveva sempre visto quel
buco nero, che si sprofondava sotterra, dove il padre soleva condurlo per mano” >
egli è consapevole che il suo destino non può essere cambiato e che sarà destinato a
lavorare per sempre in miniera, segno distintivo della filosofia pessimistica di Verga,
secondo cui nessuno può migliorare le proprie condizioni.

Nella QUINTA SEQUENZA vi è il ritrovamento del cadavere del padre, mastro Misciu.
rr.199-200-201 “Ma una volta in cui riempiendo i corbelli si rinvenne una delle
scarpe di mastro Misciu, ei fu colto da tal tremito che dovettero tirarlo all'aria aperta
colle funi, proprio come un asino che stesse per dar dei calci al vento” > si ha il
ritrovamento del cadavere del padre; Malpelo ha un mancamento, un momento di
grande sconforto non appena vengono ritrovate le scarpe del padre.
rr.209-210 “Due o tre giorni dopo scopersero infatti il cadavere di mastro Misciu, coi
calzoni indosso, e steso bocconi che sembrava imbalsamato” e rr.219-220 “La
vedova rimpiccolì i calzoni e la camicia, e li adattò a Malpelo, il quale così fu vestito
quasi a nuovo per la prima volta” > in questa sequenza notiamo un vero e proprio
culto delle reliquie del padre perché Malpelo eredita i suoi scarponi, i suoi calzoni.
rr.225-226-227 “Le scarpe poi, le teneva appese a un chiodo, sul saccone, quasi
fossero state le pantofole del papa, e la domenica se le pigliava in mano, le lustrava
e se le provava” > culto delle reliquie del padre, a cui Malpelo era molto affezionato
rr.227-228-229 “poi le metteva per terra, l'una accanto all'altra, e stava a guardarle,
coi gomiti sui ginocchi, e il mento nelle palme, per delle ore intere, rimuginando chi
sa quali idee in quel cervellaccio” > esempio di straniamento, questo è il punto di
vista della comunità, la quale pensa che contemplando gli oggetti del padre chissà
quali idee egli stesse contemplando; per noi lettori è una cosa normale, Malpelo è
profondamente addolorato per aver perso il padre, l’unico che gli dimostrava affetto
nella sua vita
r.229 “idee” e r.230 “idee” > concatenazione
da r.236 > viene riaffermata nuovamente, in un’altra sequenza, la filosofia di
Malpelo, il quale sfoga tutta la sua rabbia e la sua violenza contro l’asino grigio.
L’asino grigio morirà e verrà buttato in un fosso, Malpelo e Ranocchio si recano
spesso ad osservare quest’asino grigio morto e Malpelo dice a Ranocchio che
finalmente non soffre più perché hanno smesso di sfogare la loro rabbia e la loro
violenza su di lui.
r.256 “Ma se non fosse mai nato sarebbe stato meglio” > perché, per tutta la sua
vita, l’asino è stato un debole, quindi a questo punto è meglio non essere mai nati
da r.257 a r.273 > si ha la descrizione del paesaggio, la sciara, presso cui sorgeva la
miniera.
da r.268 a r.273 > cromatismo: la sciara nera, i capelli rossi, la rena rossa, l’asino
grigio, il pane grigio
da r.268 a r.273 “Pure, durante le belle notti d'estate, le stelle splendevano lucenti
anche sulla sciara, e la campagna circostante era nera anch'essa, come la lava,
ma Malpelo, stanco della lunga giornata di lavoro, si sdraiava sul sacco, col viso
verso il cielo, a godersi quella quiete e quella luminaria dell'alto; perciò odiava le
notti di luna, in cui il mare formicola di scintille, e la campagna si disegna qua e là
vagamente - perché allora la sciara sembra più bella e desolata.” > confronto con
“Ciaula scopre la luna”: Ciaula, scoprendo la luna, fa una vera e propria esperienza
mistica; Malpelo qui, invece, diceva di odiare le notti di luna

Nella SESTA SEQUENZA si narra della morte di Ranocchio. Ranocchio, avendo un


fisico gracile e debole, si ammala di tisi, di tubercolosi, e muore. Questo è un
ennesimo dolore per il protagonista poiché si era affezionato al ragazzo.
rr.299-300 “Un operaio disse che quel ragazzo non ne avrebbe fatto osso duro a quel
mestiere” > discorso indiretto libero, lui non si sarebbe mai abituato a svolgere
questo mestiere perché era troppo debole
rr.311-312-313-314 “Allora Malpelo prese dei soldi della paga della settimana, per
comperargli del vino e della minestra calda, e gli diede i suoi calzoni quasi nuovi, che
lo coprivano meglio.” > i gesti generosi di cui è capace Malpelo
r.321 “è meglio che tu crepi presto! Se devi soffrire a quel modo, è meglio che tu
crepi” > ritorna la sua filosofia pessimistica
rr.326-327-328 “. Il povero Ranocchio era più di là che di qua; sua madre piangeva e
si disperava come se il figliuolo fosse di quelli che guadagnano dieci lire la settimana.
” > esempio di straniamento, per noi lettori è normale che la madre di Ranocchio si
disperi perché sta morendo suo figlio; per la comunità è strano perché questo non
portava i soldi a casa da quando era malato, infatti il disperamento della madre
viene paragonato a quello delle madri che stanno perdendo un figlio che porta a
casa tanti soldi
r.329 “Cotesto non arrivava a comprenderlo Malpelo” > Malpelo che rappresenta
tutta la comunità
SI HA SEMPRE IL RIFERIMENTO ALL’INTERESSE ECONOMICO, ALL’INTERESSE
MATERIALE, VALORI CHE VENGONO POSTI AL DI SOPRA DEI SENTIMENTI
r.337 “Poco dopo, alla cava dissero che Ranocchio era morto” > viene annunciata la
notizia della morte di Ranocchio
rr. 351-352-353-354-355 “Da quel momento provò una malsana curiosità per
quell'uomo che aveva provata la prigione e ne era scappato. Dopo poche settimane
però il fuggitivo dichiarò chiaro e tondo che era stanco di quella vitaccia da talpa, e
piuttosto si contentava di stare in galera tutta la vita, ché la prigione, in confronto,
era un paradiso, e preferiva tornarci coi suoi piedi” > alla fine della penultima
sequenza compare la figura dell’evaso: vengono dedicate poche righe alla figura
dell’evaso, cioè ad un uomo che è fuggito dalla prigione ed è andato a lavorare in
miniera, alla quale vita non si abitua completamente, dice addirittura di preferire la
prigione alla cava, la miniera
r.354 “ché la prigione” > uso del ché in sostituzione al ca dialettale
r.358 “ossa” e r.359 “ossa” > concatenazione

Nella SETTIMA SEQUENZA si narra della morte di Malpelo. Malpelo segue lo stesso
destino del padre, viene mandato anche lui a svolgere un lavoro pericoloso. Si recò
in questa zona inesplorata della miniera e non torno mai più. Non si ha il racconto
della fine di Malpelo, quindi si ha la tecnica dell’ellissi.
rr.370-371-372-373-374 “né più si seppe nulla di lui. Così si persero persin le ossa
di Malpelo, e i ragazzi della cava abbassano la voce quando parlano di lui nel
sotterraneo, ché hanno paura di vederselo comparire dinanzi, coi capelli rossi e gli
occhiacci grigi.” > morale di questi ultimi righi: la DIVERSITÀ FA PAURA; Malpelo,
anche dopo la morte, fa paura.

L’INCHIESTA IN SICILIA
Verga per scrivere Rosso Malpelo si è documentato moltissimo e ha letto l'inchiesta
in Sicilia di Franchetti e Sonnino, inchiesta parlamentare promossa dal governo
Depretis nel 1876. Succede che questi due deputati della destra si recano a vedere
direttamente con i loro occhi la situazione politica, sociale ed economica del
meridione (siamo negli anni in cui è abbondantemente esplosa la questione
meridionale). L'ultimo capitolo dell’inchiesta in Sicilia è dedicato al lavoro dei carusi
nelle zolfare siciliane (estratto a pag 346)
Dunque, Verga prende spunto dall’inchiesta in Sicilia ma non vi ritroviamo il
sentimento di disdegno e di pietà che invece è presente nell’opera dei due storici.
Nell’inchiesta in Sicilia troviamo, da parte dei due deputati, lo sdegno per le
condizioni disumane dei poveri carusi e troviamo anche la pietà per le loro
sofferenze; ovviamente nelle opere verghiane non troviamo questo coinvolgimento
emotivo perché Verga, così come aveva scritto nella prefazione all' amante di
Gramigna, l'opera letteraria deve essere un documento umano, una narrazione
oggettiva.
Il tema dello sfruttamento dei carusi in miniera era ed è molto attuale, si sono
interessati virgola non solo letterati, ma anche artisti e registi; nel campo artistico,
per esempio, ricordiamo l'opera pittorica del pittore siciliano Onofrio Tomaselli
intitolata “i carusi”; in quest'opera vengono riprodotti questi poveri carusi
all'ingresso di una miniera.
Pag 347 opera di Renato Guttuso intitolata “zolfara”
Anche molti registi si sono mostrati sensibili al tema: ricordiamo il film di Pasquale
Scimeca “Rosso Malpelo” in dialetto siciliano sottotitolato in italiano. Altro film è “La
discesa di Aclà a Floristella” del regista Aurelio Grimaldi: Aclà è un ragazzino, il suo
vero nome è Claudio, mentre Aclà è un diminuitivi siciliano, che lavora a soli 8 anni
nella miniera di Floristella, in provincia di Enna. Ritroviamo in entrambi i film le dure
condizioni dei carusi che sono presenti nella novella Rosso Malpelo, ovvero questi
ragazzini che, all’età di sette anni, venivano ingaggiati e purtroppo venivano trattati
come veri e propri schiavi. Il contratto di ingaggio dei carusi veniva denominato “a
soccorso morto”, vuol dire che il lavoro di lavoro offriva una certa somma di denaro
alla famiglia in cambio del figlio che andava a lavorare in miniera, era come se fosse
un anticipo della paga per cui se il ragazzino fuggiva, il padre doveva restituire tutta
la somma al datore di lavoro, impresa davvero impossibile.
Nell’inchiesta vengono messi in risalto anche gli incidenti che avvenivano durante i
lavori in miniera, ricordiamo per esempio nel 1881 l'incidente nella miniera di
Gessolungo, in provincia di Caltanissetta, in cui morirono ben 65 operai, di cui 19
carusi e tra cui di questi 9 rimasero senza nome, senza identità. Nel luogo citato
sorge attualmente il cimitero dei carusi per ricordare queste povere vittime della
miniera. Sempre nella stessa miniera ci fu un altro incidente nel 1958 che causò 14
morti. Quindi diciamo che gli incidenti in miniera erano all'ordine del giorno.

Il documento è un adattamento dell’ultimo capitolo dell'inchiesta in Sicilia di


Franchetti e Sonnino riguardante il lavoro dei fanciulli nelle zolfare siciliane.
rr.1-5 > Sono gli storici che parlano in prima persona dicendo che tratteranno il
fenomeno delle zolfare siciliane dal punto di vista umanitario, riportando ciò che
hanno veduto con i loro occhi nelle miniere situate nella provincia di Girgenti e nella
provincia di Caltanissetta; nella nostra provincia erano presenti diverse miniere ad
esempio ad Aragona, Montallegro, Comitini.
r.9 > i pozzi verticali erano pozzi scavati all'interno della miniera che collegavano che
collegavano la profondità della miniera con la superficie.
rr.13-20 > i carusi lavorano sia in profondità trasportando il materiale dalla galleria
di escavazione fino al pozzo verticale, oppure lavorano anche in superficie,
trasportando il materiale fino al calcarone, fino alla fornace dove veniva fuso lo
zolfo.
rr.21-28 > Non erano passaggi per niente agevoli, erano dei cunicoli perlopiù molto
stretti, con degli scalini abbastanza alti. Bambini che, tra i 6-7-8 anni portavano pesi
enormi per la loro età sulla schiena.
r.32 “creatura di tenera età” > nell’inchiesta viene fuori la pietà provata nei
confronti di questi bambini. Gli storici si inteneriscono a pensare a queste terribili
condizioni.
rr.33-34 > ragazzini di 10 anni che portano sulle spalle oasi dai 25 ai 30 chili e
ragazzini dai 16 ai 18 che portavano sulle spalle pesi dai 70 agli 80 chili
rr.45-46 > sentimenti di pietà e di ira che nella novella verghiana non compaiono per
la tecnica utilizzata da Verga, ovvero la tecnica dell’impersonalità, dell’eclissi
dell’autore.
r.47 > si parla di circa 40-50 gradi, temperatura che vi era nelle miniere
rr.48-51 > lo sbalzo di temperatura, soprattutto nella stagione invernale, era molto
alto perché vi erano 50 gradi in miniera, poi salivano in superficie ed erano esposti
ad un vengo ghiacciato
rr.51-52 > alcuni fanciulli lavoravano, così come si parla nell’introduzione del
documento, in superficie e trasportavano il materiale dalla basterella, cioè dal luogo
in cui veniva ammucchiato, fino al calcarone, ovvero alla fornace in cui veniva fuso lo
zolfo
rr.60-63 > questa sezione riguarda l’ingaggio dei carusi che avveniva secondo la
pratica del “soccorso morto”, cioè il datore di lavoro che anticipava un tot alla
famiglia per il fanciullo che andava a lavorare in miniera.
r.63> a Malpelo succede la stessa cosa, dopo la morte del padre non riesce più a
sopportare di lavorare in miniera e scappa, ma vi viene riportato dalla madre
r.64 > i figli degli zolfatari se la passavano meglio, venivano meglio trattati,
guadagnavano più degli altri
r.65 > è ciò che accade a Malpelo, Malpelo è un orfano, un escluso, un emarginato,
quindi trattato peggio degli altri
r.67 > collegamento con Malpelo, il quale mangiava un tozzo di pane duro e qualche
volta la minestra portata da casa
rr.72-73-74 > i figli degli zolfatari venivano trattati meglio e guadagnavano anche di
più
rr.78-79 > ovviamente i bambini, nonostante ci fosse l’obbligo della scuola
elementare, non frequentavano le scuole; ma a causa delle condizioni economiche
disagiate delle famiglie erano costretti ad andare a lavorare
CICLO DEI VINTI
Nel 1878, anno della pubblicazione di Rosso Malpelo, Verga invia una lettera
all’amico Salvatore Verdura in cui delinea il suo progetto letterario, ovvero
l’elaborazione di un ciclo di romanzi in cui si proponeva di indagare la ricerca del
benessere, del meglio e le sue tragiche conseguenze in tutte le classi sociali.
Ovviamente Verga ha in mente il modello di Zola, Zola che aveva composto il ciclo
dei Rougon-Macquart. Quindi Verga si propone l’elaborazione di un ciclo
inizialmente intitolato “La Marea” e poi “dei Vinti” in cui vuole analizzare la lotta
per la vita, la ricerca del meglio in ogni gradino della scala sociale, partendo dalle
basse sfere, quali i Malavoglia, che trattano di una famiglia di pescatori, per arrivare
alla classe borghese con Mastro Don Gesualdo, per continuare con la classe
aristocratica nella Duchessa di Leyra, per proseguire con il mondo parlamentare
romano dell’Onorevole Scipioni e terminare con il mondo degli artisti nell’Uomo di
lusso.
Avrebbero dovuto appartenere a questo ciclo 5 romanzi, di fatto Verga scrive i primi
due, ovvero i Malavoglia e Mastro Don Gesualdo e soltanto il primo capitolo della
duchessa di Leyra; gli altri sono soltanto progettati, ma mai scritti.
Verga espone tale Ciclo dei vinti della “Prefazione ai Malavoglia”. Anche la
Prefazione ai Malavoglia, come la Prefazione all’amante di Gramigna, è da
considerare un manifesto programmatico letterario, in quanto Verga parla del suo
progetto, di questo ciclo dei vinti, ma parla anche della sua concezione del
progresso. Verga, nella Prefazione ai Malavoglia, assume una posizione ambivalente
nei confronti del progresso sostenendo che, visto da lontano, è un fatto grandioso
perché ha contribuito all’evoluzione naturale; visto da vicino, però, il progresso ha
generato in ogni gradino della scala sociale dei vinti, ovvero coloro che hanno
tentato di progredire, tentato di migliorare le loro condizioni sociali ed economiche
e non sono riusciti. Ecco perché il ciclo prima doveva chiamarsi “la marea”, perché il
progresso è assimilato ad una marea che travolge tutti coloro che hanno cercato di
migliorare le loro condizioni > concezione fatalistica e pessimistica di Verga. Poi,
invece, decide di chiamate il ciclo “dei vinti” proprio per indicare sempre quelle
persone che, in ogni classe sociale, hanno ricercato il meglio, hanno ricercato il
benessere, hanno ricercato il progresso.
Questa ricerca del meglio:
 nei Malavoglia diventa lotta per i bisogni materiali, dato che si tratta di una
famiglia di pescatori;
 in Mastro Don Gesualdo diventa avidità di ricchezze;
 nella duchessa di Leyra diventa vanità aristocratica;
 nell’onorevole Scipioni diventa ambizione politica;
 nell’uomo di lusso diventa l’ambizione che hanno tutti gli artisti e tutti gli
scrittori.
Nella prefazione ai Malavoglia non si parla più di una marea, ma si parla del
progresso assimilato ad una “fiumana”, ad un fiume che travolge tutti coloro che
hanno tentato di migliorare le loro condizioni.

I VINTI E LA FIUMANA DEL PROGRESSO, Prefazione ai Malavoglia


r.1 “studio sincero e spassionato” > vuol dire condotto con distacco oggettivo, senza
partecipazione emotiva da parte del narratore (teoria dell’impersonalità)
rr.1-4 “Questo racconto è lo studio sincero e spassionato del come probabilmente
devono nascere e svilupparsi nelle più umili condizioni, le prime irrequietudini pel
benessere; e quale perturbazione debba arrecare in una famigliuola vissuta fino
allora relativamente felice, la vaga bramosìa dell’ignoto, l’accorgersi che non si sta
bene, o che si potrebbe star meglio”> queste espressioni sono riprese dalla novella
“Fantasticheria”, che si concludeva con l’affermazione di Verga che avrebbe
raccontato il dramma di uno di quei piccoli che si stacca dal suo paese per vaghezza
dell’ignoto, per brama del meglio o per semplice curiosità di conoscere il mondo.
“Fantasticheria” è definibile un manifesto programmatico perché anticipa alcuni
temi e alcuni personaggi che poi saranno proprio de I Malavoglia, anticipa anche
l’ambientazione de I Malavoglia, ovvero il paesino di Acitrezza.
rr.5-6 “Il movente dell’attività umana che produce la fiumana del progresso è preso
qui alle sue sorgenti, nelle proporzioni più modeste e materiali” > subito, dai primi
righi della prefazione, il progresso è metaforicamente assimilato ad una fiumana
rr.6-7 “Il meccanismo delle passioni che la determinano in quelle basse sfere è meno
complicato” > il concetto del meccanismo delle passioni era già presente nella svolta
verista di Verga. Verga vuole esaminare la ricerca del benessere a partire dalle classi
sociali più umili, in quanto il meccanismo delle passioni è più semplice, la psicologia
è più semplice. Il meccanismo delle passioni è la psicologia dei personaggi che
prevede un nesso tra la causa materiale e l’effetto psicologico, cioè tutti i
componenti degli individui sono condizionati dall’interesse economico, dall’interesse
materiale.
rr.6-7-8 “Il meccanismo delle passioni che la determinano in quelle basse sfere è
meno complicato, e potrà quindi osservarsi con maggior precisione” > dice Verga di
voler partire dall’analisi delle sfere sociali più basse perché il loro meccanismo delle
passioni è meno complicato ed è più facile da comprendere, da capire
rr.9-10 “ricerca del meglio di cui l’uomo è travagliato cresce e si dilata, tende anche
ad elevarsi, e segue il suo moto ascendente nelle classi sociali” > cioè l’obiettivo di
Verga è quello di indagare sulla ricerca del meglio nelle varie classi sociali, partendo
da quelle più basse
Tale ricerca del meglio sarà: nei Malavoglia lotta per i bisogni materiali; in Mastro-
don Gesualdo avidità di ricchezze; nella duchessa de Leyra vanità aristocratica;
nell’onorevole Scipioni ambizione politica; nell’uomo di lusso ambizione artistica.
rr.16-17 “A misura che la sfera dell’azione umana si allarga, il congegno delle
passioni va complicandosi” > man mano che si ascende socialmente, il meccanismo
delle passioni va complicandosi
rr.18-21 “i tipi si disegnano certamente meno originali, ma più curiosi, per la sottile
influenza che esercita sui caratteri l’educazione, ed anche tutto quello che ci può
essere di artificiale nella civiltà” > Verga sta sostenendo che, man mano che si
ascende socialmente, il meccanismo delle passioni si complica perché le persone
ricche tendono a mascherare i loro sentimenti, quindi la loro psicologia non è
semplice da comprendere > “giacchè la forma è così inerente al soggetto” (r.26)
rr.21-24 “Persino il linguaggio tende ad individualizzarsi, ad arricchirsi di tutte le
mezze tinte dei mezzi sentimenti, di tutti gli artifici della parola onde dar rilievo
all’idea, in un’epoca che impone come regola di buon gusto un eguale. formalismo
per mascherare un’uniformità di sentimenti e d’idee” > sta sostenendo il principio
della forma intente al soggetto, nonché il realismo mimetico, secondo il quale i
personaggi di una determinata classe sociale utilizzano il linguaggio proprio di quella
classe sociale. Quindi la lingua utilizzata è conforme alla classe sociale di
provenienza.
Verga sta sottolineando che, man mano tratterà delle classi sociali più alte, il
linguaggio si eleverà, si farà sempre più complicato.

Comincia la seconda parte della Prefazione dove viene trattata la duplice concezione
di Verga circa il progresso: visto da lontano e visto da vicino
rr.28-30 “Il cammino fatale, incessante, spesso faticoso e febbrile che segue
l’umanità per raggiungere la conquista del progresso, è grandioso nel suo risultato,
visto nell’insieme, da lontano” > da lontano, il progresso, appare come un fatto
grandioso perché Verga ne sottolinea l’evoluzione naturale
rr.42-43 “i vincitori d’oggi, affrettati anch’essi, avidi anch’essi d’arrivare, e che
saranno sorpassati domani” > i vincitori di oggi saranno i vinti di domani, cioè coloro
che tenteranno di modificare in meglio le loro condizioni > concezione pessimistica e
fatalistica, ideale dell’ostrica
rr.44-45 “I Malavoglia, Mastro-don Gesualdo, la Duchessa de Leyra, l’Onorevole
Scipioni, l’Uomo di lusso sono altrettanti vinti che la corrente ha deposti sulla riva,
dopo averli travolti e annegati” > metafora della fiumana che con la sua onda
travolge tutti coloro che hanno tentato di ricercare il meglio
r.46 “ciascuno colle stimate del suo peccato” > metafora, ciascuno con il proprio
desiderio di progredire
r.48 “nella lotta per l’esistenza, pel benessere, per l’ambizione” > vita come lotta per
l’esistenza, dalla legge del più forte, secondo la quale a soccombere sono sempre i
più deboli
Verga vuole riflettere sul principio sulla lotta per la vita e per l’esistenza che
condiziona ogni classe sociale
r. 48 “dall’umile pescatore” > padron Ntoni, capofamiglia dei Malavoglia
r.48 “al nuovo arricchito” > Mastro-don Gesualdo che da muratore diventa
ricchissimo e tenterà di migliorare le sue posizioni sposando una nobile
rr.48-49 “alla intrusa nelle alte classi” > Isabella, la figlia di Gesualdo, che si sposerà
con un uomo aristocratico, con il duca de Leyra. È un’intrusa perché è figlia di un’ex
muratore
r.49 “all’uomo dall’ingegno e dalle volontà robuste” > l’Onorevole Scipioni, colui che
tenta la scalata politica.
rr.51-52 “di fare la legge, lui nato fuori della legge” > l’onorevole Scipioni doveva
diventare un deputato, ma aveva avuto una nascita illegale perché era nato fuori dal
matrimonio di Isabella con il duca di Leyra, ma era figlio di Isabella e di un altro
uomo. Egli era comunque stato riconosciuto dal duca di Leyra
rr.52-53 “all’artista che crede di seguire il suo ideale seguendo un’altra forma
dell’ambizione” > l’uomo di lusso
r.53 > “Chi osserva questo spettacolo non ha il diritto di giudicarlo” > a proposito
dell’ideologia verghiana, Verga fa ricorso alla tecnica dell’impersonalità perché
l’autore non ha il diritto di giudicare perché la realtà è statica. La letteratura non può
cambiare le cose, al contrario di quanto sostenevano i naturalisti francesi. Dunque
chi osserva questo spettacolo della lotta per la vita in ogni classe sociale non ha il
diritto di giudicarlo perché le cose rimarranno tali e quali, la realtà non si può
cambiare, né tantomeno migliorare.
r.56 “o come avrebbe dovuto essere” > principio appoggiato sia dai veristi che fai
naturalisti del racconto come documento umano, ovvero rappresentazione
oggettiva della realtà

I MALAVOGLIA
Dal 1878 al 1880, Verga si dedica alla stesura del primo romanzo del ciclo dei Vinti,
ovvero I Malavoglia, romanzo che viene pubblicato nel 1881 e che non ha il
successo sperato come possiamo dedurre da una lettera che Verga invia al suo
amico Capuana in cui dice che i Malavoglia “hanno fatto un fiasco, un fiasco pieno e
completo”; cioè i Malavoglia non hanno avuto successo per la novità delle tecniche
narrative e delle soluzioni stilistiche a cui il pubblico non era abituato.
Notiamo subito dal titolo l’utilizzo dell’artificio della regressione, I “Malavoglia” è
un soprannome antifrastico, ironico che indica il contrario di quello che la famiglia
era in realtà, la famiglia Toscano era costituita da uomini laboriosi, dediti al lavoro.
Già dal titolo notiamo che la narrazione è condotta da un narratore popolare che
assume la stessa mentalità, la stessa ottica culturale e linguistica dei personaggi del
racconto, proprio come succedeva in Rosso Malpelo, è la voce di un personaggio
popolare a raccontare. Quindi Verga, autore colto, regredisce assumendo il punto di
vista di un narratore popolare. Tale artificio della regressione porta ad un divario tra
punto di vista implicito dell’autore e punto di vista esplicito del narratore.
Il termine “Malavoglia” è un’ingiuria secondo l’uso siciliano, di attribuire dei
soprannomi a famiglie o a persone.

INTRECCIO
La vicenda dura ben 15 anni, dal 1863 al 1878. Protagonista della vicenda è la
famiglia Toscano, una famiglia di pescatori di Aci Trezza, in provincia di Catania,
costituita dal patriarca, il vecchio padron Ntoni, il nonno, dal figlio Bastianazzo,
sposato con Maruzza detta “la longa”, i quali hanno 5 figli: il grande, Ntoni, che
porta lo stesso nome del nonno, Mena, Alessi, Luca e Lia.
I Malavoglia sono proprietari di una barca, la Provvidenza, nome non casuale con
riferimento all’idea di provvidenza di Manzoni e che Verga non può avere per la sua
concezione atea e materialistica; e una casa, la casa del nespolo perché vicino ad
essa sorgeva un nespolo.
Nel 1863 Ntoni viene chiamato ad assolvere l’obbligo del servizio militare, quindi
costretto a lasciare la sua famiglia per assolvere a tale obbligo.
L’azione vera e propria comincia però nel 1865, quando padron Ntoni, il patriarca
della famiglia, compra una partita di lupini (legumi), poi rivelatasi avariata, da zio
Crocifisso, l’usuraio del paese, detto “campana di legno” perché ci sentiva poco.
Padron Ntoni con il guadagno derivante dal commercio dei lupini avrebbe dovuto
fare una cospicua dote alla nipote Mena. Un giorno, mentre la provvidenza, la barca
di famiglia, stava trasportando i lupini per rivenderli in un porto vicino, fa naufragio.
Vengono così persi i lupini e muore Bastianazzo, figlio di padron Ntoni e padre di
Ntoni. Da lì cominciano tutte le disgrazie della famiglia: dal naufragio della
provvidenza si ha la disgregazione della famiglia e la rovina economica dei
Malavoglia. Infatti, la famiglia è costellata da una serie di lutti: muore Maruzza, la
moglie di Bastianazzo; muore Luca nella battaglia di Lissa, terza guerra
d’indipendenza. La provvidenza viene riparata ma ha un secondo naufragio e quindi
la famiglia è costretta ad andare a lavorare a giornata, diventano nullatenenti. Salta
il matrimonio tra Mena e Brasi Cipolla, figlio di Padron Cipolla, ricco proprietario del
paese. Ntoni, dopo il servizio militare, riparte per il Continente perché in lui è molto
forte il desiderio di cambiamento. La casa del nespolo viene pignorata perché
Padron Ntoni non riesce ad estinguere il debito contratto con Zio Crocifisso.
Ntoni ritorna dal Continente e comincia a frequentare gli ambienti malavitosi
dell’osteria, si dà al contrabbando, sferra una coltellata a Don Michele, la guardia
doganale del paese, che mette in piazza la storia avuta con la sorella Lia, la quale,
una volta disonorata, fugge a Catania, dove va a fare la prostituta. Padron Ntoni
decide di farsi portare all’ospedale, dove poi muore per non essere un peso per la
famiglia. Infine Ntoni esce dal carcere, dove aveva trascorso 5 anni, usufruendo
dell’attenuazione della pena per delitto d’onore e decide di recarsi per l’ultima alla
casa del nespolo, che era stata acquistata di nuovo da Alessi, il quale incarna la
stessa mentalità arcaica e immobilistica del nonno Padron Ntoni, non rappresenta
dunque il desiderio di cambiamento. Nella casa del nespolo Ntoni riesce a starvi solo
una notte; Ntoni è un vinto, un emarginato, un escluso, è costretto ad andarsene per
sempre dal paese, abbandonando la sua famiglia d’origine, perché aveva violato le
norme morali. Il romanzo si conclude con l’addio di Ntoni.

IL ROMANZO E LA STORIA
Nella società contadina, arcaica e immobilistica penetra la storia con le sue profonde
trasformazioni. La vicenda infatti prende le mosse dal personaggio di Ntoni che deve
assolvere alla leva militare, obbligo sconosciuto allo Stato borbonico ed introdotto in
seguito all’unità d’Italia. Ciò rappresentò per i Malavoglia la mancanza di un valido
aiuto per la pesca, quindi la leva militare è vista come una cosa negativa.
Nel romanzo troviamo anche altri riferimenti ad eventi storici realmente accaduti
come la battaglia di Lissa, in cui muore Luca, l’epidemia di colera, per cui muore
Maruzza, oppure la costruzione della prima ferrovia in Sicilia, o le tasse che
colpivano i ceti meno abbienti, in questo caso i pescatori, o ancora la crisi della
pesca.
Tutte queste trasformazioni prodotte dalla storia declassano i Malavoglia; pertanto
vengono viste in maniera negativa perché Verga ha una concezione pessimistica
della realtà, sostiene che essa è statica e non c’è possibilità di cambiamento.

 Mettendo a confronto i due personaggi che portano lo stesso nome, ovvero


Ntoni e Padron Ntoni, il nipote più grande e il nonno, notiamo che essi
incarnano una mentalità differente, due diverse filosofie di vita:
Padron Ntoni > ha una filosofia di vita arcaica ed immobilistica, egli è
depositario degli antichi valori come la religione della famiglia (ne ha parlato
per la prima volta in “Fantasticheria”, la famiglia come un vero e proprio
culto, come un tempio, come un luogo sicuro in cui rifugiarsi), l’onore, il
lavoro;
Ntoni > ha una mentalità moderna e dinamica, in cui notiamo il desiderio di
cambiamento, la volontà di progredire, ma anche l’interesse per l’utile, la
ricchezza.

 Questa opposizione morale la riscontriamo anche nel gruppo dei nipoti


o Ntoni contrapposto ad Alessi:
Ntoni > stanco di una vita fatta di miseria, povertà e sacrificio e la voglia di
cambiare vita lo porta a fuggire dal paese, anche se poi vi ritorna più povero
di prima, tanto da essere costretto a frequentare l’ambiente del
contrabbando, per poi essere emarginato ed andarsene per sempre;
Alessi > ha la stessa mentalità del nonno, incarna gli stessi valori del nonno, è
grazie a lui che la casa del nespolo viene recuperata, sposa la Nunziata e va a
vivere con lei e con la sorella Mena nella casa del nespolo.
o Mena e Lia:
Mena > incarna i valori tradizionali, prima era stata promessa a Brasi Cipolla
che poi non sposa perché si ha il declassamento dei Malavoglia, allora
potrebbe sposare l’amato Alfio Mosca, un povero carrettiere, ma non se la
sente perché Ntoni e Lia avevano disonorato la famiglia e non si sente di
coinvolgere Alfio in quella situazione, Alfio accetta la scelta di Mena;
Lia > ha lo stesso desiderio di arricchirsi e progredire del fratello Ntoni, ma
anche lei non riuscirà e si recherà a Catania per fare la prostituta.

Verga con queste contrapposizioni vuole dimostrare che anche nella società
contadina sono penetrati i valori del mondo moderno quali l’utile, la ricerca del
meglio, il progresso, la ricchezza, l’egoismo, la furbizia. Anche nella società
contadina i rapporti sono regolati dalla legge del più forte, dalla lotta per la vita. Il
mondo della campagna non è più visto come un “eden idealizzato”, come un
paradiso perduto in cui sono possibili ancora gli antichi valori. Infatti possiamo dire
che i Malavoglia sono un romanzo corale.

IL ROMANZO CORALE
I Malavoglia è un romanzo corale perché non spicca un unico protagonista, vi sono
tantissimi personaggi che si possono distinguere in due gruppi:
 un primo gruppo è rappresentato dai personaggi idealizzati che sono
depositari degli antichi valori tradizionali come alcuni membri della famiglia
Malavoglia come Mena, Padron Ntoni, Alessi, e altre figure idealizzate quali la
Nunziata, che diventerà la moglie di Alessi, e la cugina Anna;
 l’altro gruppo è formato da personaggi caratterizzati dal cinismo, dall’avarizia
disumana (Zio Crocifisso), dall’avidità (la Vespa), dalla malignità (malignità
pettegola della Zuppiddra), dall’attaccamento alle proprietà (Padron Cipolla).
I Malavoglia sono un romanzo corale perchè il protagonista è il coro di protagonisti e
non un unico personaggio.
Tale distinzione dei personaggi viene fatta fa Verga sempre per sottolineare
l’avvento dei disvalori nel mondo della campagna, nel mondo rurale.

I TEMI
I principali temi del romanzo sono:
 il culto della casa del nespolo, considerata come centro idilliaco degli affetti,
come nido protettivo, come rifugio sicuro dal mondo esterno;
 la religione della famiglia, dove la famiglia è concepita come un valore
religioso, anch’essa è un rifugio contro l’avidità del mondo esterno;
 l’interesse materiale, nel senso che l’agire umano è condizionato
dall’interesse materiale, dalla lotta per la vita, dal benessere economico, dalla
ricerca del meglio. Anche Padron Ntoni cede inizialmente alla ricerca del
meglio, quando decide di commerciare i lupini e ciò porterà alla rovina della
famiglia, perché i Malavoglia da proprietari diventano commerciati, per poi da
commercianti a nullatenenti, quando diventano lavoratori a giornata, quando
perdono tutto, quando persino la provvidenza e la casa del nespolo;
 l’impossibilità di mutare stato sociale, tema che si ricollega alla concezione
pessimistica e fatalistica che ha Verga, ma anche all’ideale dell’ostetrica della
novella “Fantasticheria”;
 l’eroismo della rinuncia, secondo il quale Verga simpatizza per i personaggi
che sono vinti perché hanno rinunciato a qualcosa: ad esempio Padron Ntoni
rinuncia a morire nella sua casa e si fa portare in ospedale, Ntoni rinuncia a
vivere nel suo paese e se ne va per sempre, Mena rinuncia all’amore e al
matrimonio per non disonorare anche Alfio.

LO STILE
Per quanto riguarda lo stile, troviamo la tecnica dell’impersonalità, l’eclisse
dell’autore. Abbiamo un narratore esterno che non fa parte della vicenda; anche la
focalizzazione è esterna, ovvero il narratore ne sa meno dei personaggi, ma in alcuni
casi è anche interna, quando emerge il punto di vista di alcuni personaggi. Scompare
il narratore onnisciente con l’impersonalità, cioè non è più prendente un narratore
alla maniera di Manzoni. Abbiamo anche l’artificio della regressione, ovvero la
vicenda è raccontata da un narratore che assume un punto di vista popolare;
abbiamo l’artificio dello straniamento, numerosi sono gli esempi ad esempio a
riguardo come quando Padron Ntoni vuole estinguere il debito con Zio Crocifisso e
gli viene pignorata la casa, viene scambiato dalla comunità come un minchione,
quando invece uno dei valori incarnati da Padron Ntoni è l’onore; oppure quando
Padron Ntoni si reca in spiaggia e vede naufragare, piange, ma secondo la comunità
piange per il carico di lupini, quando in realtà piange per la perdita del figlio
Bastianazzo. Quindi l’ottica dei valori sani dei Malavoglia viene estraniata, i valori
vengono considerati strani dagli abitanti del villaggio che hanno una mentalità
materialistica. Abbiamo numerosi esempi di discorso indiretto libero. Per quanto
riguarda la sintassi, è sempre una sintassi elementare, che ricalca il dialetto (vedi
l’uso frequente del “che” che corrisponde al “ca” socialismo), Verga non usa il
dialetto e se deve isolare delle espressioni e delle espressioni in dialetto lo fa
mettendole tra virgolette oppure in corsivo; egli predilige l’italiano parlato dai
borghesi colti siciliani. Sono presenti numerosi proverbi, similitudini, modi di dire,
espressioni popolari, soprannomi, ingiurie.

LO SPAZIO E IL TEMPO
Abbiamo due tipologie di scansione temporale:
⁃ tempo ciclico, circolare, che ritorna sempre su stesso ed è il tempo
scandito dai ritmi delle stagioni, dalle feste religiose, dai lavori agricoli, dalla pesca;
⁃ tempo storico, un tempo lineare, che racconta degli eventi storici
realmente accaduti in quel tempo, quali l’obbligo della leva militare, il treno con la
prima ferrovia, le tasse, la crisi della pesca, il colera, tutte trasformazioni della
società mal viste dalla comunità del paese.
Abbiamo anche uno spazio opposto:
⁃ spazio chiuso che rappresenta un rifugio protettivo, è lo spazio chiuso
della famiglia, è lo spazio chiuso del paese;
⁃ spazio aperto che rappresenta lo spazio esterno, visto come minaccioso,
come negativo.
Al tempo ciclico corrisponde uno spazio chiuso, rassicurante e protettivo, mentre al
tempo storico corrisponde lo spazio aperto, ovvero quello esterno caratterizzato
dalle trasformazioni storiche e sociali.
Anche se lo stesso spazio del paese può essere considerato uno spazio esterno
perché nel paese si sono impiantati i disvalori moderni. Quindi come spazio
protettivo possiamo considerare la famiglia dei Malavoglia, il nucleo familiare inteso
come il nido pascoliano, da contrapporre alla malvagità del mondo esterno.
Nel romanzo prevalgono perlopiù gli spazi aperti, mentre gli spazi chiusi sono
descritti con pochissimi dettagli, al contrario di Mastro-don Gesualdo in cui
prevalgono gli spazi chiusi.

IL FINALE DEL ROMANZO: L’ADDIO DI NTONI, capitolo VX


Molti critici si sono interrogati su questo XV capitolo:
 secondo il critico Luigi Russo, il finale del romanzo è positivo perché va a
celebrare il culto della casa del nespolo e la religione della famiglia. Infatti
Alessi recupera la casa del nespolo, dopo che essa era stata pignorata, e
ricostituisce un nuovo nucleo familiare con la moglie, la sorella Mena e i figli;
 secondo il critico Barberi Squarotti, si tratta di un finale negativo perché
abbiamo una ricomposizione parziale del nucleo familiare originario, molti
sono morti (Padron Ntoni, Maruzza, Luca, Bastianazzo) e molti sono partiti
(Ntoni e Lia se ne vanno per non tornare mai più). Egli sottolinea che Verga
vuole evidenziare un rimpianto nostalgico per gli antichi valori che non
possono più tornare;
 anche per Luperini sostiene l’interpretazione di Barberi Squarotti, ovvero che
si tratti di un finale pessimistico, perché al riscatto della casa del nespolo da
parte di Alessi sono dedicate pochissimi righi (due righe e mezzo) e il romanzo
si conclude con l’addio di Ntoni. Quindi anche Luperini sottolinea che i valori
del passato sono ormai irrecuperabili, sottolinea che Ntoni rompe l’unità
familiare perché rappresenta la modernità, e nella modernità non c’è più
spazio per la religione della famiglia.
Ntoni è un personaggio autobiografico, è quasi l’alter ego di Verga. Ntoni è un vinto,
un escluso, un emarginato. Verga simpatizzava con i vinti come è ravvisabile sia nella
produzione verista che in quella pre-verista.
Verga si rivede in Ntoni perché anche lui era stato costretto a lasciare la Sicilia, si era
trasferito a Milano, si sentiva, così come tutti gli intellettuali del tempo, declassato,
emarginato dalla società borghese materialista e utilitaristica. Inoltre, Verga, al
contrario degli scrittori romantici italiani, non aveva influito sul destino nazionale
dell’Italia, sul processo di unificazione, perché già l’unità dell’Italia era avvenuta.

Ntoni non uccide Don Michele, lo ferisce con una coltellata, si fa 5 anni di carcere
perché riesce ad attenuare la colpa per i motivi del delitto d’onore, in quanto Don
Michele aveva disonorato la sorella Lia.
rr.1-26 > Mena rinuncia a sposarsi per via del comportamento del fratello Ntoni e
della sorella Lia, dunque il suo destino sarà quello di fare la zia ai figli di Alessi e della
Nunziata, in questo senso appare come una figura eroica; Anche Alfio si convince
che è meglio se i due non si sposano. Alfio è lo spasimante di Mena, colui che l’ha
sempre amata.
r.21 > nessuno oserebbe prendersi una Malavoglia dopo il disonore che Lia e Ntoni
hanno causato alla famiglia e Mena rinuncia all’amore con Alfio affinché anche egli
non venga disonorato
r.30 “Dal quale non si ritorna più” > è un eufemismo per indicare che padron Ntoni
era morto a differenza di Lia e Ntoni che avevano la possibilità di ritornare
r.45 > perché il nonno era morto
r.52-53 > Ntoni e Lia erano due vagabondi, mentre Alessi avrebbe voluto che questi
facessero ritorno a casa
r.56 > comincia la vicenda del personaggio Ntoni, il quale decide di ritornare a casa
di sera tardi, ciò è emblematico perché non vuole farsi vedere dagli altri, dal paese
rr.56-59 > Ntoni che si mette in un cantuccio o il cane che gli abbaia contro perché
non lo riconosce più, sono tutti segnali dell’estraneità del personaggio
r.71 > non vuole farsi vedere dagli altri
r.76 > ricorre l’immagine simbolica del nespolo che rappresenta l’unità familiare
r.84-102-107 > Ntoni usa spesso il verbo “dovere” che indica necessità, Ntoni ha
violato le norme morali della famiglia e non può più rimanere in quella casa, in quel
luogo
r.96 > Brasi Cipolla aveva sposato la Mangiacarrubbe
r.107 “ora che so ogni cosa devo andarmene” > Ntoni ha acquisito la consapevolezza
che il desiderio di cambiamento e di ricchezza lo hanno portato alla rovina
rr.113-115 “si fermò…al paese” > dà l’immagine della solitudine di Ntoni, la sua
emarginazione dalla famiglia e dal paese
rr.115-116 “soltanto…nemmeno lui” > è un esempio di discorso indiretto libero
rr.136-137 “Ma il primo di tutti a cominciar la sua giornata è stato Rocco Spatu” >
sull’ultima frase del romanzo i critici si sono ampiamente interrogati. Rocco Saptu è
un personaggio negativo all’interno del romanzo, è un contrabbandiere come Ntoni.
Questa frase ha avuto diverse interpretazioni:
⁃ secondo alcuni Rocco Spatu ha cambiato vita, quindi si ha un ravvedimento del
personaggio, Rocco Spatu non è più un contrabbandiere, ma è un lavoratore e
comincia, primo fra tutti, la sua giornata;
⁃ secondo altri non c’è nessun ravvedimento, anzi Rocco Spatu, dopo aver
passato la solita notte all’osteria, dedito al contrabbando, all’alba si ritira a casa per
andare a dormire;
⁃ secondo altri ancora semplicemente Rocco Spatu rappresenta la banalità
quotidiana, la normalità, quella normalità che Ntoni non può più avere nel paese-
nido. Quindi, sebbene Rocco Spatu sia collocato nel gradino più basso della scala
sociale, può essere integrato nel paese-nido, cosa che non tocca più a Ntoni che
rimane un escluso ed un emarginato.
Quindi si ha un finale pessimistico perché, così come sostiene Luperini, soltanto la
parte iniziali sono dedicate al riscatto della casa del nespolo di Alessi, poi tutta la
vicenda è incentrata sul personaggio di Ntoni.

NOVELLE RUSTICANE
Tra i Malavoglia e Mastro-don Gesualdo, troviamo un’altra raccolta di 12 novelle del
1883 intitolata “Novelle Rusticane”. Non compaiono più solamente pescatori,
pastori, contadini, come in Vita dei Campi, qui compaiono borghesi, nobili, preti,
notai, proprietari terrieri, non ritroviamo più i temi romantici tipici della raccolta
Vita dei Campi, ma prevale il tema della roba, quindi la religione della famiglia è
stata sostituta con la religione della roba, cioè l’agire umano condizionato
dall’interesse materiale.
Emblematica tra tutte le novelle, è quella intitolata “la roba”, il cui protagonista è
Mazzarò, un contadino che è diventato un ricchissimo proprietario terriero, che ha
accumulato un’ingente fortuna ed è un personaggio che anticipa il Gesualdo
dell’omonimo romanzo, il quale sarà un arrampicatore sociale, Gesualdo da ex
muratore, mastro, diventa un uomo ricchissimo, che addirittura sposa una nobile,
con tutte le conseguenze, in quanto anch’egli è un vinto, andrà incontro alla rovina
perché ha voluto mutare le sue condizioni.
È emblematica la fine della novella “la roba” in cui Mazzarò, ormai vecchio, sta per
morire e vorrebbe portare con sé nella tomba tutta la sua roba. La novella si
conclude proprio con l’espressione di Mazzarò “Roba mia, vientene con me”. Verga
vuole dimostrare l’inutilità della roba difronte alla morte. La roba è fine a sé, si ha
dunque consapevolezza della vanità della roba, che poi avrà anche Gesualdo.
Verga vuole anche sottolineare la solitudine di Mazzarò, che poi sarà la stessa di
Gesualdo, il quale morirà da solo nel palazzo del genero, a Palermo, disprezzato
persino dai servi.

MASTRO-DON GESUALDO
È il secondo romanzo del Ciclo dei Vinti, si ha un’ascesa di classe sociale, dal mondo
dei pescatori presente nei Malavoglia, Verga passa a descrivere il mondo borghese a
cui appartiene il protagonista del romanzo, ovvero Gesualdo Motta. Mastro-don
Gesualdo è del 1889, la vicenda viene ambientata in un tempo antecedente rispetto
a quella dei Malavoglia, ovvero tra il 1820-21 e il 148-49. L’ambientazione è tra la
provincia di Catania, il paesino di Vizzini, e la città di Palermo, dove Gesualdo
passerà gli ultimi momenti della sua vita, nel palazzo del genero, il Duca de Leyra.

INTRECCIO
Gesualdo Motta è un ex muratore, da lì il nome di mastro, che, grazie alla sua
energia infaticabile, grazie alla sua intraprendenza economica, riesce ad accumulare
un’ingente ricchezza, a cui deve il titolo di don; ecco perché il doppio titolo di
mastro-don, indica la provenienza originaria con mastro e l’ascesa di classe sociale
con don, che era un titolo rispettabile nella società socialista.
Gesualdo motta è un uomo molto ambizioso che accetta di sposare Bianca Trao, una
nobile decaduta. Bianca, prima del matrimonio, però, si scopre incinta del cugino di
Nini Rubiera. Quindi i fratelli della ragazza vanno alla ricerca di un matrimonio
riparatore. Gesualdo accetta di sposarla per la sua ambizione, per la sua voglia di
progredire. I due si sposano, è un matrimonio senza amore, Bianca non amerà mai il
marito, il quale invece viene amato dall’umile serva Diodata, da cui Gesualdo ha due
figli. Nasce Isabella, figlia di Bianca e figlia illegittima di Gesualdo, la ragazza cresce e
subisce lo stesso destino della madre perché si innamora di un cugino povero,
Corrado, e rimane incinta. Gesualdo deve organizzare un matrimonio riparatore e da
sposare Isabella con il Duca de Leyra. Anche il matrimonio della figlia, come quello
della madre, è un matrimonio combinato, quindi senza amore. Muore Bianca e
Gesualdo si ammala di cancro, quindi si trasferisce a Palermo nel palazzo del genero
e lì trascorre gli ultimi momenti della sua vita.

A caratterizzare il rapporto tra padre e figlia è l’incomunicabilità, la mancanza di


dialogo. Questa incomunicabilità padre-figlia è dovuta soprattutto a due fattori:
 il primo è l’interesse economico, Isabella non riesce ad istaurare un rapporto
affettivo con il padre perché ha paura che egli, dopo la morte, lasci tutte le
sue ricchezze ai due figli dalla serva Diodata;
 il secondo è l’estraneità di classe sociale, cioè Isabella si sente molto lontana
dalle origini del padre e molto più vicina alla classe aristocratica della madre.
Gesualdo, ammalatosi di cancro, muore emarginato da tutti, dalla sua stessa
famiglia, muore in solitudine, disprezzato persino dai servi, nel momento della
morte, per le sue mani ruvide da lavoratore.
Quindi, anche Gesualdo, così come tutti i personaggi verghiani, è un escluso, un
emarginato, un vinto.

Ci sono delle differenze tra i Malavoglia e Mastro-don Gesualdo per quanto


riguarda le tecniche narrative:
permane l’impersonalità, l’eclisse dell’autore, quindi anche in Mastro-don Gesualdo
non compare la figura di un narratore onnisciente alla maniera manzoniana, ma i
personaggi si presentano da soli;
 non vi è però l’artificio della regressione e l’artificio dello straniamento perché
Verga in questo romanzo non parla più di un mondo popolato da pastori,
contadini e pescatori, ma del mondo borghese e aristocratico, e Verga
proveniva dalla classe borghese. Quindi, autore e narratore, in questo caso,
coincidono; non c’è più la regressione di un autore colto nella voce di un
narratore popolare;
permane il discorso indiretto libero che permette a Verga di riportare i pensieri dei
personaggi;
 Mastro-don Gesualdo non possiamo definirlo un romanzo corale, mentre i
Malavoglia è un romanzo corale perché non emerge un protagonista, bensì un
coro di personaggi divisi in due gruppi: da una parte i personaggi idealizzati,
depositari degli antichi valori, dall’altra parte i personaggi negativi,
soprattutto l’intera comunità del villaggio, caratterizzata dall’egoismo, dalla
furbizia, dalla voglia di progredire, dall’interesse economico, dalla lotta per la
vita. In Mastro-don Gesualdo abbiamo un protagonista che è Gesualdo Motta;
il narratore è sempre esterno perché non partecipa alla vicenda;
 la focalizzazione qui è interna, tutta incentrata sul protagonista, ovvero su
Gesualdo.
Questa costruzione bipolare, questo conflitto tra due mentalità differenti che
emerge dai Malavoglia, si interiorizza in Gesualdo, cioè Gesualdo è scisso tra il
bisogno di relazioni autentiche e la religione della roba. Dunque il conflitto che nei
Malavoglia è presente tra i due gruppi di personaggi differenti, perché incarnano
due mentalità diverse, si interiorizzano all’intento di Gesualdo, il quale è lacerato dal
conflitto tra il mondo degli affetti e la religione della roba. Gesualdo antepone
l’interesse economico a qualsiasi affetto. Quindi, per lui, tutto è subordinato, anche
gli affetti, alla roba, all’interesse economico e materiale. Gesualdo non riesce a
costruire rapporti affettivi né con il nucleo familiare originario, ovvero con il padre
Nunzio, con il quale non ha un buon rapporto perché il padre è geloso della sua
fortuna, e con i fratelli, perché questi vogliono dilapidargli tutte le ricchezze, né con
il nucleo familiare di nuova formazione, ovvero con la moglie e con la figlia,
addirittura il matrimonio con Bianca Trao si rivela “un affare sbagliato” perché i due
sono lontani per mentalità, per cultura, per educazione, e nemmeno con la figlia
riesce ad avere un rapporto affettivo perché la caratteristica che li contraddistingue
è la mancanza di dialogo tra padre e figlia.
 in Mastro-don Gesualdo vi è una concezione diversa della famiglia, rispetto ai
Malavoglia: nei Malavoglia si parlava di religione della famiglia, cioè la famiglia
concepita come un tempio, come un rifugio, come nido protettivo, come
difesa dal mondo esterno, mente in mastro-don Gesualdo questo valore viene
a mancare.

Nunzio, il padre di Gesualdo, si può assimilare a Padron Ntoni perché anche lui ha
una mentalità statica, immobilistica, contraria ad ogni forma di cambiamento, ma
non incarna il valore della religione della famiglia, al contrario di Padron Ntoni,
infatti è geloso della ricchezza del figlio e non lo assiste nemmeno nel momento
della morte. Quindi Gesualdo, poiché fa prevalere la religione della roba, è destinato
alla solitudine, all’emarginazione.

Verga non sta esaltando la religione della roba, la sta criticando perché vuole
dimostrare che Gesualdo è un vincitore materialmente perché ha saputo, con la sua
intraprendenza economica, con la sua energia infaticabile, accumulare un’ingente
fortuna, ma è un vinto negli affetti perché facendo prevalere la logica dell’interesse
economico è rimasto solo ed emarginato dalla sua stessa famiglia.

SPAZIO
Mentre nei Malavoglia prevalevano per lo più gli spazi aperti quali l’osteria, la
farmacia, la fontana, la piazza, in Mastro-don Gesualdo prevalgono per lo più spazi
chiusi quali il palazzo dei Trao e il palazzo del Duca de Leyra a Palermo, dove
Gesualdo si trasferisce dopo essersi ammalato.

TEMI
Possiamo individuare tre temi principali all’interno del romanzo:
 il tema centrale è quello della roba, dell’interesse economico che è posto al di
sopra di tutto da Gesualdo, il quale, a differenza di Mazzaró, ha la
consapevolezza che l’interesse economico porta all’emarginazione e alla
solitudine;
 altro tema è quello dell’ambizione che conduce Gesualdo a sposare Bianca
Trao, consapevole che la donna non lo amerà mai, e la stessa ambizione
ritroviamo nella figlia Isabella, che sposa il duca de Leyra senza amarlo;
 altro tema è la solitudine, l’emarginazione, Gesualdo è un vinto negli affetti, è
destinato a morire da solo, è disprezzato persino da un servo per le sue mani
ruvide da lavoratore
LA MORTE DI MASTRO-DOM GESUALDO
Negli ultimi righi si evince lo sguardo sprezzante del servo che lo assiste nel
momento della morte.
Le mani da lavoratore che hanno permesso di accumulare una così grande ricchezza
per la figlia e per il genero che stanno dilapidando tutti i suoi averi.

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