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Il dolore, elemento inscindibile della natura umana

Introduzione

La storia dell’umanità dalle sue origini ad oggi è sempre stata caratterizzata da situazioni di
sofferenza. Le guerre, le malattie, i dolori dell’animo sono presenti in tutte le pagine dei libri di
storia, di letteratura, nelle molteplici rappresentazioni dell’arte. E’ dunque il dolore un elemento
inscindibile della natura umana? L’esperienza che ognuno di noi ha vissuto personalmente o
indirettamente, può certamente dare una risposta affermativa a tale quesito.
Tuttavia è pur vero che le situazioni di tormento non sempre hanno fine a se stesse ma spesso sono
origine di crescita delle persone. Così ,come la storia ci insegna, dopo le grandi guerre e i regimi
totalitari si è giunti a periodi di democrazia e di pace, anche nell’animo del singolo individuo dopo
un momento di forte sofferenza si manifesta una crescita ed un rafforzamento dell’animo. Anche
nell’arte e nella letteratura il dolore ispira spesso i più grandi capolavori.
Con questo lavoro si analizzano alcuni esempi di grandi uomini, poeti, filosofi, artisti, scrittori che
in campo umanistico hanno convissuto con tale sentimento e da tale sentimento trovato ispirazione.
Vengono inoltre espresse alcune considerazioni sulle conseguenze che nell’umanità hanno avuto ed
hanno eventi naturali e storici di particolare tragicità.
Eventi tr
Storia:

James Joyce:
Dubliners:
Eveline IL
The Dead
INSC
GIACOMO LEOPARDI

Il pensiero pessimista della vita

Per Leopardi come per Foscolo, il mondo è governato da una forza operosa che trasforma
continuamente la materia, la quale trasformazione non si può capire il significato. L’uomo è una
creatura debole e indifesa, che dopo una vita di sofferenze, si annulla completamente con la morte.
Nel contesto della vita, l’uomo è un essere insignificante, come una goccia nel grembo di un
oceano. Se egli scomparisse tutti gli elementi della natura resterebbero indifferenti. Nel 700 questa
visione del mondo era motivo di ottimismo e felicità per i pensatori, per il senso di liberazione che
comportava. Invece per Leopardi è motivo di tristezza, di dolore e di pessimismo, perché egli
avverte i limiti della natura umana tutta chiusa nella prigione della materia, in contrasto con l’innata
aspirazione dell’uomo all’assoluto ed all’infinito. Egli visse il dramma degli adolescenti che si
verifica quando ai primi contatti con la realtà, che si rivela diversa da quella immaginata e sognata,
perdono pian piano le illusioni e le speranze, colti da improvvisi scoraggiamenti. Per molti di essi
questi scoraggiamenti sono momentanei, perché quando si acquista coscienza della realtà, cessano
del tutto, in quanto gli uomini finiscono per accettare la vita per quello che è veramente, nel bene o
nel male, operando nella società con l’impegno di migliorarla, ognuno con le proprie aspirazioni e
capacità. Proprio quello che mancò a Giacomo, sia per causa dell’ottusità dell’ambiente familiare,
sia di quello paesano che lo isolò e lo privò di rapporti umani e soddisfazioni nel mondo del lavoro.
Perciò si chiuse in se stesso e nella sua meditazione iniziò a vedere la vita in maniera pessimistica.
Nel pessimismo leopardiano possiamo distinguere: pessimismo personale e soggettivo, il
pessimismo storico ed il pessimismo cosmico o universale.

Dialogo della natura e di un islandese

Un islandese mentre ve errando per le regioni interne dell’Africa, incontra la natura.Segue un


dialogo, durante il quale l’uomo spiega alla natura come la sua vita sia stata sempre infelice.
Afferma alla natura:”tu sei nemica scoperta degli uomini e degli altri animali, e di tutte le opere tue,
ora c’insidii, ora ci minacci, ora ci assali , ora ci pungi, ora ci percuoti, ora ci laceri, e sempre o ci
offendi , o ci perseguiti.. e già mi veggio vicino il tempo amaro e lugubre della vecchiezza,…
cumulo di mali e di miserie gravissime”
Di fronte a queste accuse la natura rimane impassibilmente fredda, precisando all’ingenuo islandese
che il mondo non è stato fatto per la specie umana e che se essa ha mirato sempre “ a tutt’altro che
alla felicità degli uomini o all’infelicità”; la sua indifferenza per la sorte dell’umanità è tale che, se
anche le capitasse di estinguere tutta la specie umana, lei non se n’accorgerebbe neppure, essendo
unicamente occupata a mantenere inalterato quel “perpetuo circuito di produzione e di distruzione”,
che è la vita stessa dell’universo.
Mentre così ragionano , giungono due leoni magri ed affamati , che hanno appena la forza di
mangiarsi l’islandese: così possono tenersi in vita per quel giorno.

Questo dialogo affronta il tema della natura che viene personificata e descritta come una gran donna
ritta e con il volto mezzo tra il bello ed il terribile. Inizialmente l’islandese spiega il motivo per cui
fugge dalla terra nativa e quindi dalla natura. Le sue conclusioni sono che la natura è nemica
dell’uomo e di qualsiasi creatura dell’universo e non c’è possibilità di fuga e l’unica soluzione è
accettare fieramente questo destino. La natura risponde affermando che non ha intenzione di curarsi
delle creature umane in quanto lei segue solo la legge cioè creare e distruggere.
Vi compare per la prima volta, il "pessimismo cosmico" di Leopardi.
La Natura non è più considerata la "madre benigna" degli esseri viventi; i colpevoli non sono più gli
uomini che hanno deviato volontariamente dalle leggi naturali, ma la Natura è indifferente se non
nemico dei suoi figli, incapace di procurar loro quella felicità che è in ognuno di noi

“L’Infinito” di Leopardi

Scritto nel 1819, L’Infinito è il primo degli “idilli” leopardiani compreso nella raccolta Canti(1835).
Per “idillio” si intende, nella tradizione letteraria, un testo che rappresenta un quadretto di vita
naturale, di serenità campestre, e qui in effetti troviamo un cenno di paesaggio agreste (il colle, la
siepe, le piante). Si tratta però soltanto di uno spunto iniziale, che lascia subito il posto al vero tema
della poesia, cioè l’abbandono dell’anima alla immaginazione senza confini. Del resto in tutti i suoi
“idilli”, come riconobbe Leopardi stesso, il contenuto consiste in “situazioni, affezioni, avventure
storiche” dell’animo del poeta. Dunque una poesia di carattere fortemente intimo, personale. Il
poeta è salito su una collinetta di Recanati. Una siepe gli impedisce la vista di gran parte
dell’orizzonte e proprio questo ostacolo gli permette di spaziare con la fantasia nell’infinito. E così
al di là della siepe immagina spazi senza limite, silenzi profondi e pace assoluta, tanto da provarne
sgomento. Ma poi l’improvviso stormire del vento tra le fronde degli alberi riporta il poeta alla
realtà ed egli, paragonando quel fruscio a “quello infinito silenzio”, avverte un altro infinito, quello
del tempo, dell’eternità. E a questa sensazione di immensità il poeta si abbandona dolcemente e
totalmente. La comprensione del testo è facilitata se si tiene conto della vasta riflessione, avviata da
Leopardi proprio nello stesso periodo in cui compose la lirica, sul piacere che nasce dall’infinito, da
tutto ciò che è indefinito, vago, lontano, senza contorni precisi. Tale riflessione investe lo stesso
livello lessicale. Parole come “sovrumani”, “eterno”, “immensità”, trasmettono infatti la sensazione
di una dimensione spazio-temporale sospesa, aperta ed irraggiungibile.
La lirica dell’Infinito è tutta incentrata sul contrasto tra limitato ed illimitato, tra vicino e lontano,
tra realtà ed immaginazione. Tale contrasto viene sottolineato anche linguisticamente attraverso
l’uso degli aggettivi dimostrativi questo (che indica vicinanza) e quello (che indica lontananza).
E’ la dimensione del “non-essere”, che nella poetica leopardiana ha come conseguenza estrema
verso il nulla e la morte. “Le parole lontano, antico e simili sono poeticissime e piacevoli perché
destano idee vaste e indefinite e non determinabili e confuse”. (G. Leopardi- Zibaldone)
SCHOPENHAUER
(1788-1860)

Secondo Schopenhauer, filosofo tedesco, la “vita è un sogno” ovvero un tessuto di


apparenze, quello che lui definisce “velo di Maya”. Al di là del sogno esiste la realtà vera su cui
l’uomo non può fare a meno di interrogarsi. L’uomo può lacerare questo velo di illusioni tramite
l’analisi interiore che permette di capire che l’essenza profonda del nostro io non è altro che la
“volontà di vivere”. La Volontà è l’essenza segreta di tutte le cose, il Tutto. La Volontà è inconscia,
unica, eterna, incausata e senza scopo, proprio per questo Schopenhauer afferma che gli esseri “non
vivono che per vivere e continuare a vivere”. L’uomo è al vertice di una scala graduata, è l’unico
pienamente consapevole della Volontà ma è anche quello meno sicuro e risulta quindi “un animale
malaticcio”.

I caratteri essenziali della filosofia di Schopenhauer sono:


1. Il pessimismo
2. Il rifiuto dell’ottimismo
3. Le vie di liberazione dal dolore

Il pessimismo
La concezione pessimistica di Schopenhauer si basa sul fatto che la vita è dolore per
essenza in quanto volere è desiderare e desiderare corrisponde ad uno stato di tensione dovuto alla
mancanza di qualcosa e quindi si traduce in dolore. Essendo nell’uomo la Volontà più cosciente,
egli risulta il più bisognoso e quindi il più sofferente. Il piacere non è altro che la cessazione
temporanea di un dolore (vedi analogia con Leopardi) mentre la vita è come un pendolo che oscilla
fra dolore e noia passando velocemente ad un intervallo “illusorio” ovvero il piacere.
Il dolore, non riguarda solo l’uomo ma investe ogni creatura, l’uomo soffre di più solo
perché consapevole, e soffre di più in proporzione alla intelligenza di cui è dotato (vedi analogia
con Guicciardini).
L’amore è visto anch’esso in maniera pessimistica in quanto non ha altro fine che
l’accoppiamento ed è costituito solo da “due infelicità che si incontrano, due infelicità che si
scambiano ed una terza infelicità che si prepara”
• Rifiuto dell’ottimismo
Schopenhauer polemizza contro le filosofie e le religioni occidentali aventi una visione
perfetta del mondo governato provvidenzialmente da un Dio o da una “Ragione”. A suo giudizio
infatti, la vita non è che una esplosione di forze irrazionali ed il mondo è il teatro dell’illogicità e
della sopraffazione.
L’uomo non è né buono né socievole, anzi nel cuore di ogni uomo c’è una “belva” che
attende solo il momento opportuno per uscire allo scoperto. Le disgrazie altrui provocano
dell’individuo una malcelata soddisfazione ed ogni vantaggio un fastidio. Se gli uomini vivono
insieme è solo per bisogno e lo Stato è solo una necessità di difesa e regolamentazione degli istinti
aggressivi dell’uomo. Dante ha ripreso la materia del suo Inferno dal mondo reale mentre nel
descrivere il cielo e le sue gioie si è trovato in difficoltà in quanto il mondo non offre alcuno spunto.
La storia non è altro che il fatale ripetersi di uno stesso dramma ed il suo compito non è
altro che quello di offrire all’uomo la coscienza di sé e del proprio intelletto.

• Le vie di liberazione dal dolore

Schopenhauer, negando l’ipotesi del suicidio come liberazione del dolore in quanto
affermazione della Volontà e negazione della vita, articola il percorso salvifico in tre momenti
essenziali: l’arte, l’etica della pietà e l’ascesi.
L’arte è conoscenza libera e disinteressata, ha un carattere contemplativo che permette di
muoversi in un mondo di forme eterne sottraendo l’uomo dalla catena infinita di bisogni ed si eleva
al sopra del dolore stesso. Prima ancora della poesia si trova la musica, definita come l’arte più
profonda ed universale.
La funzione liberatrice dell’arte è comunque momentanea, costituisce un conforto alla vita stessa.
L’etica deriva da un sentimento di pietà che non nasce da un ragionamento astratto ma da
un’esperienza vissuta tramite la quale è possibile stralciare il velo di Maya compatendo il dolore del
prossimo. La pietà ai suoi massimi livelli consiste nel far propria la sofferenza di tutti gli esseri
passati e presenti e nell’assumere su di sé il dolore cosmico. Essa però rimane sempre all’interno
della vita e presuppone un qualche attaccamento ad essa.
Secondo Schopenhauer, di conseguenza, il traguardo di una liberazione totale sta
nell’ascesi ovvero l’esperienza tramite la quale si propone di estirpare il proprio volere di esistere,
rinunciando a qualsiasi forma di piacere e riuscendo a sopprimere la Volontà di vivere. L’uomo
diviene così libero, arrivando al nirvana buddista ovvero all’esperienza del nulla, un nulla relativo
essendo una negazione del mondo stesso e quindi, se il mondo con i suoi dolori è un nulla, il
nirvana diventa un tutto.

Un collegamento tra Schopenhauer e Leopardi si evidenzia nel concetto di pessimismo cosmico.


Sia per l’uno che per l’altro, infatti “ tutto soffre” e dietro le meraviglie del creato si cela “una arena
di esseri tormentati che vivono a patto di divorarsi l’un l’altro”. Per cui l’unico fine della natura è
perpetuare la vita e con essa il dolore.
Schopenhauer e Leopardi
• Il pessimismo del Leopardi ha una genesi pratica: inizialmente è personale e poi “storico”
quando esso diventa cosmico, il Leopardi non si rassegna, come avrebbe fatto un filosofo puro,
ma reagisce con il sentimento e cerca il conforto di un rimedio al dolore, e sembra trovarlo
quando, nell’ultima fase della sua meditazione poetica ( rappresentata nella ginestra) esorta gli
uomini alla solidarietà per vincere, o almeno lenire, tutti insieme il dolore.
• Il pessimismo di Schopenhauer, invece è assoluto, astratto, metafisico,nel senso che scaturisce
da un puro ragionamento, senza che egli tenga conto dell’esperienza e della storia. Egli infatti
considerò la realtà come una forza cieca, come volontà di vivere e di agire per conservare la
nostra esistenza, di cui solo l’uomo ha coscienza. Siccome questa volontà cesserebbe di esistere
se fosse soddisfatta, ne segue che è proprio della nostra natura avere sempre desideri
insoddisfatti, cioè il dolore. E se la vità è dolore, il rimedio supremo al male di vivere è la
“noluntas”, la non volontà, cioè l’indifferenza, il distacco totale del mondo, l’ascetismo o il
nirvana degli indiani e dei buddisti.
LA SHOA’

L’olocausto rappresenta un tassello fondamentale della nostra storia che deve rimanere per sempre
impresso nella nostra memoria.
È importante non dimenticare la Shoah , le leggi razziali, le persecuzioni nei confronti di milioni di
cittadini ebrei .
Lo sterminio del popolo ebraico in Europa da parte del regime nazionalsocialista ha una portata
storica , emotiva e culturale che ha tratti assolutamente epocali configurandosi come una ferita
profonda e inguaribile nel cuore stesso dell’identità europea.
È fondamentale tenere ben presente fin dove la follia della mente umana può arrivare , una follia
che ha prodotto milioni di morti, di famiglie distrutte, di vedove, orfani e di persone tragicamente
segnate a seguito delle atrocità subite.
E forse la peggiore delle condanne non fu la morte ma l’annientazione sistematica e preventiva di
un intero popolo, l’umiliazione , la perdita dei diritti della dignità umana attraverso le leggi
antisemite della Gestapo(SS) e l’indifferenza degli stessi concittadini che fino a pochi anni prima
vivevano, lavoravano, condividevano gioie e dolori con le stesse persone che poi hanno condannato.
Milioni di tedeschi distolsero lo sguardo davanti agli incendi delle sinagoghe al boicottaggio dei
negozi di ebrei e alle leggi che una dopo l’altra rendevano impossibile la vita degli ebrei all’interno
della società nazista.
Nessuno prima di allora avrebbe potuto immaginare che nel cuore dell’ “Europa civile” a metà del
XX secolo potesse accadere una tragedia simile. Le violenze, le crudeltà create dal fascismo e dal
nazismo sono opera di un forte fanatismo che ha prodotto un genocidio impensabile.
Eppure certa umanità è arrivata fino a questo punto trasportata dalle ideologie folli di un solo uomo.
Chi ha fatto ciò o lo ha condiviso non è in grado di capire il valore della vita e che la dignità e i
diritti riguardano tutti gli uomini senza alcuna distinzione di razza.
Tutt’ora questo crimine è alimentato dalla banale quotidianità di molte espressioni, di gesti, delle
considerazioni, che si trovano nei campi da calcio, sui posti di lavoro, tra i banchi di scuola e nella
nostra quotidianità e ancora oggi nel mondo esistono totalitarismi dove la gente viene perseguitata
condannata spogliata dei propri diritti naturali, migliaia di persone spariscono e vengono poi
ritrovate nelle fosse comuni.
Allora viene spontaneo domandarsi cosa possiamo noi tutti fare nella nostra piccola quotidianità?
Ricordare è fondamentale ma non basta, occorre impegno per combattere ogni tipo di
discriminazione sociale, religiosa e politica per riaffermare i principi fondamentali di uguaglianza e
libertà di tutti gli uomini.
Il pensiero di Seneca

Le tragedie di Seneca sono dominate dalla lotta tra la ratio (ragione) e il furor (inteso come pazzia):
- rappresentazione del rovinoso scatenarsi di sfrenate passioni non dominate dalla ragione,
- accentuazione di tinte fosche e cupe, degli aspetti più truci e sinistri, dei particolari più
atroci e raccapriccianti,

- fortissima accentuazione patetica dell’impulso irrazionale delle passioni (amore, odio,


gelosia, ambizione, sete di potere, ira, rancore) intese come furor cioè pazzia.

Seneca è uno stoico e come tale ritiene che il sommo bene sia la virtù e il dolore gli è indifferente. Il
dolore non è un male poiché lo è il vizio. Il saggio stoico è indifferente ai mali di chi vive intorno a
lui, perché ritiene che il dolore sia funzionale al disegno del Logos (destino) che tende al meglio ed
è provvidenziale ( la divina provvidenza di Manzoni). La sorte premia i malvagi mettendo gli onesti
in secondo piano, ma in realtà gli onesti sottoposti a sofferenza migliorano le proprie virtù.
Nelle “Consolationes” l’autore tratta del dolore visto nella morte di chi è caro (Consolatio ad
Marciam) esprimendo l’ineluttabilità del destino e la dimostrazione che la morte non è un male e
che non ha senso compiangere chi non è più in vita, in quanto “aut beatus aut nnullus est”, o è felice
o non esiste più e quindi non prova più nessuna sofferenza

Ci si aspetterebbe però, dallo stoico Seneca, l’introduzione di personaggi, moralmente positivi, atti
ad esprimere la certezza che una ragione provvidenziale domini il cosmo e guidi l’umanità. Ma così
non è: salvo rarissime eccezioni, il quadro complessivo è fosco e raccapricciante,«La Fortuna
governa le vicende umane senza alcun ordine e sparge i suoi doni con mano cieca,favorendo i
peggiori».
Tale visione pessimistica, tuttavia, appare funzionale proprio a quel valore di esemplarità negativa
che i personaggi tragici rivestono agli occhi del filosofo ed è tra i mezzi di cui l’autore si serve per
raggiungere più efficacemente il suo obiettivo, che è, senza alcun dubbio, l’ammaestramento
morale. Ne abbiamo un esempio nelle Epistulae morales ad Lucilium.
Le Lettere a Lucilio

Le Epistulae morales ad Lucilium sono una raccolta di 124 lettere raccolte in 20 libri, scritte
durante il periodo del secessus e indirizzate all’amico Lucilio Iuniore. Le epistole, di varia
estensione, sono una continua, pacata e insieme appassionata riflessione su problemi di filosofia
morale. Seneca si pone, nei confronti di Lucilio, con l’atteggiamento del maestro, ma in realtà non
scrive solo per giovare alla formazione morale dell’amico ma anche a quella dei posteri.
Uno dei temi principali dell’opera è l’invito al secessus e l’esortazione all’otium.
Per conquistare la felicità si deve raggiungere la sapientia; che si può acquistare solo ed
esclusivamente impegnandosi a tempo pieno nella lotta contro le passioni, contro gli impulsi e i
desideri irrazionali che da ogni parte aggrediscono e minacciano l’uomo, privandolo della pace
dell’anima.
La ricerca del vero bene, inoltre, consiste unicamente nella ricerca della virtù: bisogna liberarsi dai
falsi giudizi del volgo e astenersi da ogni occupazione frivola e moralmente inutile; si deve poi
evitare il contatto con la folla, riservandosi alla compagnia di pochi e scelti amici e dedicandosi ad
un dialogo continuo e fecondo con i grandi filosofi del passato.

Lettera IV

ACCETTARE LA MORTE RECA RIMEDIO A TUTTI I MALI DELLA


VITA. TUTTE LE COSE SONO EFFETTO DEL MODO CON CUI SI PENSA

Nella quarta lettera all’amico Lucillo Seneca inizia parlando della malattia che sta affrontando, la
quale ebbe anche lui, compatendo così il suo dolore :” sono arrivato ad un momento nel quale,
ridotto ad un'estrema magrezza, avevo l'impressione di liquefare”. Dice che più volte ha pensato al
suicidio, ma ogni volta l’ha trattenuto la tarda età del padre. Facendo così si impose di vivere e capì
che farlo aveva bisogno della forza. Nella lettera dice che è soprattutto merito della filosofia se è
guarito, ma anche degli amici e delle loro premure. Così si adattò a soffrire pazientemente ogni
dolore, andando in contro a se stesso, capendo che se si supera la paura della morte niente più ti può
rattristare. In ogni malattia ci sono 3 cose gravi: la paura della morte, il dolore del corpo e
l'interruzione dei piaceri. E quando si guarisce ci si salva solo dalla malattia e non dalla morte. Il
provare un dolore eccessivo alla fine porta a non sentirlo più, e bisogna disprezzarla senza
aggravare i propri mali con i lamenti (poiché con essi aumentiamo da soli le nostre sofferenze).
Seneca continua la lettere a Lucillo dicendo che alla fine è quasi un piacere aver resistito a un male
difficile da sopportare, di parlare delle proprie sofferenze. Spiega all’amico che la malattia prende
il corpo e non l’anima, e di dimostrare che non sono solo i combattenti ad avere un animo vivace e
coraggioso. Anche se posseduto dalla malattia i piaceri si possono provare comunque e questi sono
quelli corporali e dello spirito. Per liberarsi dall’orrore della morte bisogna farsi un buon concetto
dei beni e dei mali e del loro ultimo termine. Infine si conclude con delle raccomandazioni: non
lasciarsi abbattere dalle avversità, non fidarsi degli eventi lieti, avere sempre avanti agli occhi la
capricciosa licenza della fortuna capace sempre di qualunque cosa che sia mai possibile. Ciò che è
aspettato a lungo giunge sempre più mite. " E lo saluta dicendo “addio”.
I TERREMOTI
NATURA E ORIGINE DEL TERREMOTO
I sismi o terremoti, che sono un’improvvisa vibrazione del terreno prodotta da una brusca
liberazione di energia, si manifestano solo in alcune fasce della superficie terrestre dette sismiche. Il
punto preciso da cui si propaga il terremoto è detto ipocentro: da esso poi l’energia si libera per
onde sferiche.
Il sismologo Reid nel 1906 giunse a capire quali sono le condizioni per cui si verificherebbero le
deformazioni all’origine dei sismi. Quando ci fu il terremoto di San Francisco avvennero anche dei
movimenti lungo la faglia di Sant’Andrea. Subito dopo il terremoto si notò che parte degli elementi
del paesaggio si erano spostati lateralmente l’uno all’altro anche di 6 metri: la faglia aveva un
movimento trascorrente. Secondo gli studi di Reid quegli stessi elementi nel corso degli anni si
erano progressivamente incurvati nel tratto in cui attraversavano il percorso della faglia. Il
sismologo giunse perciò alla conclusione che le rocce comportandosi in modo elastico si deformano
gradualmente fino al limite di rottura: si crea una faglia (linea di minore resistenza della roccia
sottoposta a pressioni e quindi la rottura avviene sempre lungo questa linea), le due parti della
roccia originaria reagiscono elasticamente, si riappropriano del loro volume (che era stato
compresso) e della loro posizione con una serie di scosse. Reid parlò di rimbalzo elastico, teoria
tuttora accettata: quando un blocco crostale è sottoposto a sforzi, si comporta elasticamente: anziché
fratturarsi subito si deforma lentamente, ma nel contempo accumula energia elastica. Continuando
lo sforzo, l’energia accumulata supera un punto critico, detto carico di rottura, e le rocce si spaccano
improvvisamente. L’energia elastica, che si era andata accumulando per decine o centinaia d’anni,
si libera improvvisamente sotto forma di intense vibrazioni che si propagano in tutte le direzioni.

PROPAGAZIONE E REGISTRAZIONE DELLE ONDE SISMICHE


I movimenti all’ipocentro generano vari tipi di deformazione e dato che la terra ha una struttura
complessa (si alternano vari materiali), nelle onde che si propagano si formano fenomeni di
rifrazione e riflessione, per cui alcune onde possono arrivare in superficie: il punto dell’ipocentro
portato in verticale sulla superficie si chiama epicentro. Si distinguono tre tipi di onde:
• Onde longitudinali o di compressione.
• Onde trasversali o di taglio.
• Onde superficiali.
Le onde longitudinali si propagano per compressioni e dilatazioni, provocano cioè variazioni di
volume, infatti le particelle che compongono la roccia vibrano nella direzione della propagazione
dell’onda stessa. Sono onde veloci dette P (perché vengono rilevate per prime dal sismografo) che si
muovono in ogni mezzo (fluido, liquido) alla velocità di 4/8 Km/s.
Quando le masse rocciose scivolano lungo il piano della faglia provocano deformazioni di taglio
che si propagano con le cosiddette onde trasversali, nelle quali le vibrazioni delle particelle hanno
luogo in piani perpendicolari alla direzione di propagazione. Scuotono il terreno sia orizzontalmente
che verticalmente; sono dette onde S e si muovono alla velocità di 2.3/4.6 Km/s; la loro
caratteristica sta nel fatto che non riescono a propagarsi nello stato fluido, quindi se incontrano
masse di magma fuso non si propagano oltre in quella direzione.
Le onde P e quelle S vengono dette onde di volume.
Tra le onde superficiali, quelle cioè che arrivano in superficie, ci sono le onde R nelle quali le
particelle compiono orbite ellittiche in un piano verticale lungo la direzione di propagazione, e ci
sono le onde L,(hanno un movimento radiale sulla superficie terrestre e si smorzano in profondità)
le quali come le onde S si muovono trasversalmente alla direzione di propagazione, ma solo nel
piano orizzontale. Le onde superficiali sono più lente e più lunghe rispetto a quelle interne, ma
possono percorrere distanze molto lunghe.
Le onde provenienti da lontano arrivano molto attenuate e i nostri sensi non sono in grado di
percepirle. Per questo motivo i geofisici usano strumenti chiamati sismografi, sensibili alle più lievi
vibrazioni del terreno. Il sismografo rileva il passaggio delle onde sismiche, le registra e produce un
grafico del movimento del terreno. Dalla lettura del grafico, che prende il nome di sismogramma, si
possono ricavare tutte le caratteristiche del terremoto: energia, distanza dell’epicentro, profondità
dell’epicentro, l’estensione della faglia dalla quale si è generato il terremoto, ecc.
Il funzionamento del sismografo si basa sul principio di inerzia. Nel sismografo è presente un corpo
di massa elevate, non vincolata al terreno. Questo corpo, per inerzia, tende a mantenere il proprio
stato di quiete. Al corpo è collegato un pennino che scrive su un rullo di carta solidale al terreno,
che scorre con velocità costante. Al passaggio delle onde sismiche la massa pesante tende a
rimanere immobile e registra lo spostamento del terreno che vibra.

ONDE “P”

ONDE “S”

ONDE “L”
ONDE “R”

LA FORZA DI UN TERREMOTO
Per capire la forza di un terremoto, la sismologia ha adottato una scala delle intensità basata sugli
effetti, alla quale è stata affiancata la valutazione della magnitudo che meglio definisce la forza di
un terremoto a prescindere dagli effetti con cui si manifesta. La scala di intensità più utilizzata in
europa è la scala Mercalli, che rileva i dati macrosismici, (valuta cioè gli effetti prodotti dalla sisma
su cose e persone) circoscritti alla zona in cui il terremoto è percepito. Con lo studio macrosismico
viene assegnata ad ogni posto un grado d’intensità che ovviamente sarà massimo nella zona
epicentrale e via via decrescente. Le isosisme sono linee che separano zone di superficie in cui un
terremoto si è manifestato con intensità diversa, dove la più interna rappresenta l’area dell’epicentro
del terremoto mentre quelle più esterne indicano le aree in cui gli effetti sono stati minimi. Le
isosisme sono importanti poiché ci danno delle informazione sulla struttura morfologica delle aree
prese in considerazione. La magnitudo rappresenta la forza di un terremoto a confronto con un
terremoto standard preso come riferimento. Nella scala Richter, messa a punto nel 1935
dall’omonimo sismologo, la magnitudine è espressa con un logaritmo in base 10 del rapporto tra
l’ampiezza max del terremoto e l’ampiezza che verrebbe prodotta dal terremoto standard alla stessa
distanza epicentrale. M=log10A (A è l’ampiezza max della traccia, espressa in millimetri, registrata
da uno strumento standard.

La scala Mercalli è una delle varie scale empiriche con cui si misura l’intensità di un terremoto.
Può così accadere che un terremoto di elevata magnitudo, verificatosi a grande profondità,
faccia registrare in una data località una intensità inferiore a quella di un terremoto di
magnitudo più piccola, il cui ipocentro è però situato in prossimità delle superficie terrestre.
A differenza della magnitudo, ottenuta da dati strumenti, l’intensità è ricavata da dati in parte
soggettivi, come la valutazione degli effetti del sisma, ed è per questo motivo una grandezza meno
attendibile. Inoltre il grado di intensità di uno stesso terremoto varia da zona a zona, poiché a
distanze diverse si riproducono effetti diversi.

GLI EFFETTI DEL TERREMOTO


I terremoti possono causare danni ad edifici e sul terreno (frane, faglie). Certi tipi di terreno perdono
consistenza e si verifica dunque una liquefazione, perciò gli edifici sovrastanti cadono su di essi.
Tra gli effetti dobbiamo ricordare l’abbassamento e il sollevamento del suolo, la variazione del
livello d’acqua nei pozzi…se il terremoto si verifica nel mare si genera un maremoto:
l’abbassamento brusco di un tratto del fondo del mare genera onde molto alte, oltre 20 metri e
veloci (500/1000Km/h).
TERREMOTI E INTERNO DELLA TERRA
Attraverso lo studio della propagazione delle onde si è potuto risalire alla struttura interna della
terra: essa è formata da strati concentrici separati da discontinuità sismica (superficie che separa due
materiali diversi per caratteristiche fisiche che influenzano la propagazione delle onde elastiche; in
queste zone le onde subiscono una variazione di velocità a cui corrisponde un cambiamento di
direzione della loro traiettoria):
• Crosta si estende dalla superficie fino a 10-35 Km di profondità (è solida anche se si sono
osservati fenomeni di rifrazione nella propagazione delle onde, che hanno evidenziato la
presenza di materiali in parte fusi, come sotto le dorsali oceaniche)
• Segue la discontinuità di Moho.
• Mantello, si estende dalla moho fino a 2.900 Km; è solido tranne che nella zona
dell’astenosfera (tra i 70 e i 250 Km di profondità) dove le onde di taglio subiscono una
forte diminuzione per poi tornare a crescere in profondità.
• Tra il mantello e il nucleo esterno c’è la discontinuità di Gutenberg.
• Nucleo esterno da 2.900 a 5.170 Km è fluido poiché le onde P diminuiscono la velocità
mentre le onde S non riescono ad attraversarlo.
• Il nucleo interno va da 5.170 fino al centro della terra; è solido e subisce la pressione degli
strati sovrastanti ed è ricco di ferro e di nichel (pesanti).
L’ insieme di crosta e parte del mantello formano la litosfera che al contrario della astenosfera è
solida.
DISTRIBUZIONE DEI TERREMOTI
Da un punto di vista morfologico e geologico si possono distinguere quattro principali tipi di zone
sismiche attive:
• Lungo l’asse delle dorsali medio-oceaniche, in corrispondenza delle quali i terremoti sono
poco profondi (meno di 70 Km)
• Lungo le grandi fratture della crosta terrestre (per esempio la faglia di sant’Andrea e la
faglia dell’Anatolia) caratterizzate da terremoti poco profondi e assenza di attività
vulcanica.
• Presso le fosse oceaniche e i sistemi di archi insulari, tipo quelli che bordano il pacifico
occidentale. In queste zone i terremoti possono essere superficiali (fino a 70 km) intermedi
(da 70 a 300) e profondi (da 300 a 700). La litosfera oceanica discende nel mantello presso
le fosse lungo un piano inclinato detto piano di Benioff, altamente attivo dal punto di vista
sismico.
• Lungo la zona continentale associata a elevate catene montuose (Himalaia, hindukush..) che
si estende attraverso l’Asia, dalla Birmania al Mediterraneo.
Van Gogh

Vicent Van Gogh nasce a Groot Zundert, nei pressi dell'Aia,in Olanda, nel 1853. Suo padre è un
predicatore protestante e svolge la sua missione alla corte dell'Aia. L'infanzia di Vincent si
manifesta ben presto come buia e solitaria, si sente incompreso ma sente anche molto forti le
suggestioni della vocazione predicatoria e ha a cuore le sorte dei contadini, dei poveri e degli umili.
Sarà questa la strada che lo porterà alla ricerca di una vocazione e a vivere nelle case dei poveri,
dormendo e mangiando con loro, meritandosi non poche critiche da parte del padre.

In seguito allo scandalo scatenato dai suoi atteggiamenti compassionevoli, Vincent si trasferisce
dapprima a Londra, dove vive di espedienti e dopo un breve periodo a Parigi, dal fratello Theo. Il
fratello è un giovane mercante d'arte ed è legato da profondo affetto a Vincent: sarà lui l'unica
persona ad essergli vicina nei momenti di difficoltà e con il quale intratterà una fitta e lucida
corrispondenza fino alla fine. Vincent inizia a lavorare con il fratello ma ben presto inizia a
dedicarsi alla pittura. A Parigi conosce Seurat e gli impressionisti, dapprima ne rimane affascinato
ma si rende ben presto conto che il circolo artistico parigino è molto chiuso, non vi è posto per lui.
Vincent è di nuovo isolato.

Si trasferisce ad Auvers-sur-Oise, in Provenza, dove acquista una casa e dove dipingerà la maggior
parte delle sue opere. Lo viene a trovare l'amico Gauguin, ma appena egli riparte Vincent è preso da
un forte sconforto. Iniziano per lui i primi segni di disagio, di depressione. In un attimo di follia
Vincent si toglie la vita sparandosi un colpo di pistola. Muore solo, con la compagnia delle sole
lettere del fratello Theo. In tutta la sua vita vende un solo quadro. E' il 1890.
Gli Autoritratti

Van Gogh ha dipinto molti autoritratti. Specialmente il periodo parigino è ricco di dipinti di questo
soggetto. Celebri sono, nel periodo di Arles, gli autoritratti dall’orecchio tagliato. La propria
fisionomia è per lui un soggetto di studio ma anche di analisi psicologica. Particolare è la libertà
del segno che forma e deforma i lineamenti nonché l’uso del colore. Da notare anche, nei vari
autoritratti, l’intensità delle espressioni, a volte, quasi dolorose nonché lo sfondo e la direzione delle
pennellate che, in alcuni dipinti, creano una specie di aureola e in altri dei vorticosi turbini dal
colore intenso.
Notte stellata

La composizione del quadro è semplice. Il cielo notturno occupa circa due terzi dello spazio, un
terzo è dato dal paesaggio in primo piano e a media profondità . La terra e il cielo sono collegati dal
ciuffo di cipressi che sale dal basso a sinistra. Nel mezzo del cielo è raffigurato un vortice, che per
l'evidenza e le dimensioni è il protagonista della pittura. Sotto il vortice una fascia di cielo-luce
profila l'andamento dei rilievi che appaiono delimitati da una linea scura. La linea mette in
superficie il movimento. E' una linea ossessiva formata da tratti, tante pennellate di colore in
successione, fitte; oppure è continua, e allora generalmente cupa. Sono pennellate che mutano
continuamente direzione, attirando lo sguardo in gorghi di buio e di luce che si perdono in una
profondità oltre la tela, in una dimensione che è angoscia e costrizione. Il poetico brillare degli astri
diventa un roteare spasmodico, o un martellante pulsare nelle figure di stelle definite con colori più
chiari. Il vortice centrale è la figura di maggiore sviluppo del quadro. Alla base, è posato a sinistra
su un altro vortice, di andamento circolare e con un centro ben definito. La forma del vortice ricorda
molto la struttura del cerchio taoista giapponese. E' probabile che van Gogh abbia conosciuto questi
concetti nel 1886 a Parigi, raccogliendo stampe giapponesi. La figura della luna è in alto a destra.
E' disegnata come falce concava verso l'esterno e l'alto. E' color giallo, come fosse un sole, è
circondata da un globo luminoso che dal giallo chiaro si tinge verso destra di verde-celeste.
L'insieme compone una figura complessa in cui la luna e il sole appaiono confusi: una luna come
questa, nelle credenze popolari, è presagio di sventura. In Van Gogh, che non è un pittore
simbolista, la combinazione sulla tela di segni di diverse culture carica il quadro di valori
drammatici, irrisolti, che col linguaggio puramente pittorico esprimono una tensione dinamica.
Joyce

James Joyce is considered the greatest but also the most complicated writer of the 20 th century. He
was born in Dublin in 1882,. Here he studied French, Italian and German languages and literatures
and English literature. In June 1904 he met Nora Barnacle and in October settled in Trieste. The
years in Trieste were difficult, filled with disappointment, frustration and financial problems, while
he continued his writing and his efforts to publish Dubliners, a collection of short stories all about
Dublin and Dublin’s life. In 1915 he composed Ulissex. It began appearing serially in New York’s
“Little Review”, and only after it was published in book form. In 1923 he began to work on
Finnegans Wake; this last novel may be interpreted as a dream containing the whole of human
history. Joyce died in 1941.

Dubliners

Dubliners is a collection of 15 short stories dealing with life in Dublin and with the immobility of
the city. In Dubliners there is a sense of sorrow expecially in two stories:
“Eveline”: a young girl, Eveline, has a bad past because of the strictness of his father and the death
of her mother. Now she is about to go away with his boyfriend Frank. But at the end she does not
go with him because she is afraid to change, she is paralized and she gives the idea of incapacity to
live. She find the passage to escape but she refuses it. She remained tied to her past life and I can
say that this episode corresponds to the moral of oyster of Verga.
“The dead”: the first part of the story takes place to the house of the aunt of Gabriel, where there is
a party. After that Gabriel and his wife Gretta go to the hotel but there Gretta is weeping and
Gabriel is shocked when she says that a song at the party has remembered a past boyfriend who had
died for her. Gabriel realized that he is more present than himself in the mind of her wife.
Sono allegati appunti e approfondimenti degli argomenti trattati
Allegati italiano

Vita Leopardi
Leopardi, con diversa temperie spirituale e cultura diversissima è dell’età stessa del Manzoni. Egli è
vissuto in un particolare momento storico, e precisamente quando l’Italia stava vivendo momenti di
grandi speranze e delusioni, soprattutto dopo Campoformio.
In questi anni densi di storia e agitati da drammatiche contraddizioni, il poeta vive a Recanati, paese
dello Stato Pontificio, quasi isolato dal mondo, chiuso alla ventata illuminista ed estraneo ai grandi
movimenti storici che scuotono l’Italia e l’Europa. Per questi motivi storici, Leopardi è una
personalità fuori dall’ordinario e che nel panorama della poesia ottocentesca italiana ed europea si
colloca in una posizione del tutto autonoma ed originale in virtù di una nuova e coerente concezione
della vita e del mondo, e quindi della sua poesia.
Egli si distacca dagli altri intellettuali del secolo, per aver affrontato il problema fondamentale
dell’esistenza umana, del suo significato, delle sue leggi, del suo valore, ed il centro esclusivo della
sua poesia è la vita in sé, al di là dei modi storici della sua realizzazione.
In questo modo, infatti, il Romanticismo è per il Leopardi un movimento sterile, in quanto lui non
partecipa al movimento politico, storico ed ideologico di riscatto della patria, di liberazione del
paese dal dominio straniero.
Su tale estraneità influisce anche l’appartenenza del poeta ad un ambiente provinciale come
Recanati, dove le idee rivoluzionarie che agitano l’Italia giungono tardi se non ovattate. Infatti, la
poesia leopardiana risulta condizionata da due fattori essenziali: la famiglia ed il “natio borgo
selvaggio”. Le difficoltà economiche avevano inasprito i rapporti fra i genitori e la madre Adelaide
Antici molto bigotta che per mantenere in equilibrio il patrimonio familiare non aveva curato
l’educazione dei figli. Il poeta compì i primi studi sotto la guida del padre e di due precettori, poi
per la precocità dell’ingegno fu ben presto in grado di studiare da solo, servendosi della ricca
biblioteca paterna, dove trascorse, come scrisse poi il Giordani, “sette anni di studio matto e
disperatissimo”, durante i quali si formò una vasta cultura, ma si rovinò la salute.
Tra il 1816 ed il 1819 si verificarono le cosiddette conversioni del Leopardi: la conversione
letteraria col passaggio dalla erudizione e dalla filologia alla poesia; la conversione filosofica col
passaggio dal bello al vero e più precisamente da una poesia di immaginazione ad una poesia di
sentimenti, moderna e ricca di riflessioni; la conversione politica col passaggio dalle idee
reazionarie del padre alle idee liberali e democratiche. Dopo un infelice tentativo di fuga dalla casa
paterna, il poeta ottenne il permesso di andare a Roma, dove provò una profonda delusione per la
meschinità degli uomini e la frivolezza delle donne. Si commosse solamente visitando la tomba di
Tasso sul Granicolo. Ritornò deluso a Recanati, ma ripartì alla ricerca si una sistemazione. Fu a
Milano, Bologna, Pisa e Firenze, dove conobbe un giovane esule napoletano Antonio Ranieri col
quale strinse amicizia e si trasferì a Napoli. Qui morì nel 1837, mentre nella città imperversava il
colera.

1. IL PESSIMISMO PERSONALE E SOGGETTIVO


Il pessimismo personale sorge quando il poeta è ancora un adolescente e già si sente escluso dalla
gioia di vivere, che vede riflessa negli altri. A determinare questo sentimento di infelicità personale,
concorrono diverse cause, prima fra tutte l’ambiente familiare. La madre, la contessa Adelaide
Antici non riesce a creare intorno ai figli un’atmosfera calda e di affetti, sia per la nativa aridità del
temperamento, sia perché si dedica anima e corpo alla difesa del patrimonio familiare, messo in
pericolo dalla cattiva amministrazione del marito. All’angustia dell’ambiente familiare si aggiunge
nel Leopardi una delicatissima sensibilità d’animo, acuita dal deperimento organico dalle sofferenze
fisiche.

2. IL PESSIMISMO STORICO
Altre volte però il Leopardi allarga la sua meditazione e si accorge che la felicità degli uomini è
solo apparente e che la vita umana non ha uno scopo per il quale valga la pena di lottare. Indagando
sulla causa dell’infelicità umana, il Leopardi afferma che gli uomini furono felici soltanto nell’età
primitiva, quando vivevano allo stato di natura; ma poi essi vollero uscire da questa beata ignoranza
ed innocenza istintiva e, servendosi della ragione, si misero alla ricerca del vero. Le scoperte della
ragione furono catastrofiche: essa infatti scoprì il male, il dolore, l’infelicità, l’angoscia esistenziale.
La ragione è colpevole della nostra infelicità, in contrasto con la natura benigna e pia, che cerca di
coprire col velo dei sogni, delle fantasie e delle illusioni le tristi verità del nostro essere.

3. PESSIMISMO COSMICO O UNIVERSALE


In altri momenti il Leopardi medita sul problema del dolore e conclude scoprendo che la causa di
esso è proprio la natura, perché è proprio essa che ha creato l’uomo con un profondo desiderio di
felicità, pur sapendo che egli non l’avrebbe mai raggiunta. Pertanto Leopardi considera la natura
non più la madre benigna e pia, ma una matrigna crudele ed indifferente ai dolori degli uomini
(Dialogo della Natura e di un Islandese). Leopardi ama la Natura per i suoi spettacoli di bellezza, di
potenza e di armonia ma la odia poiché è governata da leggi meccaniche ed inesorabili (A Silvia).
Ma in questo momento della sua meditazione il Leopardi rivaluta la ragione, prima considerata
causa dell’infelicità. Essa gli appare colpevole di aver distrutto le illusioni con la scoperta del vero,
ma è anche l’unico bene rimasto agli uomini i quali forti della loro ragione, possono unirsi tra loro
con fraterna solidarietà, come egli dice nella Ginestra, possono vincere o almeno lenire il dolore.
Il pessimismo materialista afferma l’infelicità, necessaria e costitutrice di tutte le creature
dell’universo; è di portata cosmica perché dice che l’universo non sia fatto per l’uomo, perché in
esso domina il dolore e l’irrazionalità, e invece l’uomo aspira solo alla felicità. Leopardi dice che
l’infelicità riguardi l’uomo (essere finito) che non potrà mai essere felice poiché desidera il piacere
in modo infinito e quindi è nato per soffrire. Nel dialogo tra la natura e l’islandese abbiamo il
concetto dell’”essere per la morte”, nel quale il ciclo biologico della natura serve all’universo, per
cui il nascere e il morire di ogni cosa è necessario.

Nel 1823 Leopardi inizia un nuovo tipo di poesia romantica, scrive la canzone “Alla sua donna”, un
inno dolce e nostalgico alla donna che non si trova. Celebra la figura di una donna ideale e
fantastica costruita nella sua mente, poiché nessun aspetto della realtà può soddisfarlo. Questo inno
si avvicina molto al Petrarca (stil novo) che afferma un immagine di donna “angelo” ideale.
Lo Zibaldone sembra un diario di vita e lavoro, un registro dell’attività intellettuale del poeta. Più
precisamente si può dire che sia una raccolta e approfondimento del proprio pensiero filosofico. Di
questo fa parte “La teoria del piacere”….
Gli idilli sono peosie di composizione pastorale risalenti al mondo Greco. Leopardi prende il loro
nome dai componimenti di Mosco nel 1815. Essi sono di carattere autobiografico e trattano
esperienze private del mondo interiore e sentimenti esistenziali
Poetica dell’antico: gli antichi avevano una poesia corporale e ingenua, Leopardi trova una
necessaria inimicizia tra fantasia e incivilimento mediata dalla ragione

TEMI FONDAMENTALI:

• VANITA’ E STOLTEZZA DEGLI UOMINI,che procurano infiniti guai

• PERENNE INFELICITA’ DEL GENERE UMANO e più in generale di tutte le


creature

• ASSOLUTA INDIFFERENZA DELLA NATURA per la sorte degli uomini e degli


altri esseri viventi
• MECCANICA COSTITUZIONE DELL’UNIVERSO , che è un “perpetuo circuito di
produzione e di distruzione”

• INCONOSCIBILITA’ DEL REALE e del fine a cui è diretto l’umano soffrire

Collegamenti: Il dolore nell’era romantica in Foscolo, Manzoni e


Leopardi
Una delle caratteristiche principali del movimento romantico è il dolore, in cui si vede il male o la malattia
del diciannovesimo secolo. Questo dolore è dovuto al fatto che l’uomo sogna una realtà felice ma trova una
società che frena i suoi grandi sogni.
Il dolore è un'esperienza che ci mostra via via i volti dei nostri stati effettivi. E' una condizione
dell'animo, una sensazione interna del nostro essere, attraverso la quale scappiamo dal mondo. Il
dolore non è solo una malattia dell'animo, ma è anche una via di accesso alla profondità e alla
problematicità dell'anima. Attraverso il dolore, la superficie della conoscenza si rompe e si apre
l'abisso della profondità delle cose, ci appare la loro possibile insensatezza.
Nel Foscolo è visibilissima quell'aria di irrequieto dolore, quel desiderio di pace e di oblio, che fu comune
agli uomini e agli scrittori della generazione romantica.
Più di una volta affermò che l'uomo fosse nato più al dolore che al piacere, infatti sia al giovane che ama,
come ai pessimisti, tutto appare sostanzialmente vano.
Visto che il cuore suggerisce al poeta che la vita così sostanzialmente misera ha pure in sé una qualche fonte
di consolazione e gli uomini si distruggerebbero l'un l'altro se non nascesse in essi la virtù della
compassione. La capacità di Leopardi di avvertire certe contraddizioni perfino della società contemporanea,
era legata anche alla sua malattia, alla sua sofferenza fisica. Ecco, a Leopardi il dolore ha dato una capacità
di comprensione del mondo. Però questo non significa che il dolore fosse una forma privilegiata: avrebbe
preferito non soffrire. Allora, chi si serve del dolore per conoscere, riesce a farlo solo se protesta duramente
contro il dolore stesso. Il dolore è un'esperienza necessaria, inevitabile degli esseri umani, che però gli
uomini riescono a vivere, a capire fino in fondo solo se in qualche modo protestano anche contro di essa,
cercando di uscirne.L’esperienza dolorosa della vita per Leopardi giunge al suo apice nel 1819 in una lettera
al Giordani parla di un crescente travaglio fisico e spirituale, di un’orrida malinconia, della fatica degli studi,
dell’odio contro la famiglia e Recanati.
Per Leopardi tra gli esseri il più infelice è l’uomo, perché la sua infelicità è soprattutto coscienza
dell’infelicità stessa e non c’è illusione che riesca a far tacere questa verità
Il pessimismo leopardiano può essere definito come la convinzione ferma, costante e assoluta che ogni essere
ubbidisce ad una legge di dolore, alla quale è impossibile contrastare.
La concezione manzoniana della vita è simile, per molti aspetti, a quella del Foscolo. Anch’egli è convinto
dell'infelicità dell'uomo e vede ovunque e in ogni tempo il dolore, a cui sono soggetti gli individui, le
famiglie, interi popoli. Nel periodo della giovinezza, quando egli rimase sostanzialmente lontano dal
pensiero religioso ed aderì alla filosofia illuministica, la vita umana gli apparve come dominata, oltre che dal
dolore, dal mistero, dal nulla; tuttavia questo pessimismo, che occupa saldamente lo spirito del Manzoni
prima della conversione, non è tale da mortificare la sua energia morale e la fede in ideali che egli si trovò ad
avere spontaneamente ed irrobustì ed approfondì con le sue riflessioni e con la sua adesione all'aspetto più
serio e profondo della sensibilità e del pensiero della sua epoca. La fede in Dio indusse il Manzoni a
considerare il dolore non come cieco ed inutile, ma come una caratteristica naturale e significativa della
condizione umana. Il poeta giunge a formulare il concetto di provvida sventura, ossia vede nella sofferenza
un segno della presenza di Dio, che mette alla prova le sue creature ma non le abbandona. Il dolore è anche
un segno dell'amore di Dio, poichè redime e santifica la vita, o rende degni di una vita migliore coloro che lo
sopportano con rassegnazione e con fede.

Allegati filosofia
Le radici del pensiero filosofico di Schopenhauer
• PLATONE: si interessa alla teoria delle "idee".
• KANT: ne riprende l'impostazione soggettivistica della gnoseologia.
• ILLUMINISMO: si interessa la filone materialistico.
• ROMANTICISMO: ne riprende alcuni temi:
- l'irrazionalismo;
- l'importanza dell'arte e della musica;
- il tema dell'infinito e il tema del dolore.
Egli però risulta più orientato verso il pessimismo.
• IDEALISMO: egli critica aspramente il pensiero idealistico, affermando che esso non si pone al
servizio della verità, ma di interessi volgari utili alla Chiesa e allo Stato.
• FILOSOFIA ORIENTALE: egli è stato il primo filosofo occidentale a recuperare alcuni motivi del
pensiero orientale.

Il velo di Maya
Schopenhauer parte dalla distinzione kantiana tra noumeno e fenomeno, ispirandosi alla filosofia
indiana (ben diversa dallo spirito gnoseologico-scientifico del kantismo):

KANT SCHOPENHAUER
fenomeno • è l'unica realtà accessibile alla • è illusione (nella sapienza indiana è
mente umana; detto "velo di Maya");
• esiste fuori della coscienza, ha • esiste solo dentro la coscienza ("il
dunque un'esistenza oggettiva. mondo è la mia rappresentazione).
La vita dunque è "sogno".
noumeno è il concetto-limite della conoscenza. è l'essenza delle cose che si nasconde
dietro all'ingannevolezza del fenomeno, e
il filosofo ha compito di scoprirla.
L'uomo è l'unico essere vivente che si
stupisce della propria esistenza e che va
alla ricerca della sua essenza; esso è
dunque un "animale metafisico".
forme elenca 12 categorie. vi sono solo 3 forme a priori (spazio,
a priori tempo e casualità). La casualità è l'unica
categoria, poiché tutte sono riconducibili
ad essa.

la rappresentazione

soggetto rappresentante oggetto rappresentato

esistono solo all'interno della rappresentazione e mai l'uno indipendentemente dall'altro


ο
negazione sia del MATERIALISMO (nega il soggetto riducendo tutto all'oggetto)
sia dell'IDEALISMO (nega l'oggetto riducendo tutto al soggetto)

COME È POSSIBILE ARRIVARE ALLA COSA IN SÉ?


Schopenhauer afferma di aver trovato la via d'accesso al noumeno, al contrario di Kant che lo aveva
giudicato inconoscibile.
Secondo il filosofo tedesco, poiché l'uomo e le cose non sono solo rappresentazione esteriore, ma
possiedono un corpo, bisogna guardarsi dal di dentro. Si scopre così l'essenza profonda dell'io.

DIO E LA VOLONTÀ
Per Schopenhauer Dio non esiste: l'unico Assoluto è la Volontà, che possiede le stesse
caratteristiche che gli uomini, per trovare un fine alla propria vita, hanno attribuito a Dio.
In realtà gli esseri non vivono che per vivere.

Allegati storia

Storia dalle repubblica di Weimar alla seconda guerra mondiale

Germania: la repubblica di Weimar.


Nel 1918, in Germania, si instaurò la repubblica. L’SPD era il partito maggiore. Sul piano
economico, nel 1922, venne reso ufficiale la cifra di tributo: 142 mld di merci d’ oro i 42 rate,
esattamente 1/6del pil. I bolscevici, erano rappresentati da Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg che
volevano creare una Germania Sovietizzata. L’ SPD, reagì, i Freikorps. che erano organizzazioni
para militari dovevano abbattere i comunisti. R.L e K.L. vennero uccisi dai Freikorps.
In Germania nel 1916, si voleva fare la Costituente, che si ritira a Weimar, sede culturale di Goethe
e Schiller. La Costituzione fu approvata e lo stato fu chiamato Repubblica di Weimar. A causa del
grande debito, la repubblica non fu mai amata dai tedeschi dal punto di vista politico,nonostante ci
fu un grande sviluppo culturale.
Hitler, imparò da Mussolini:tentò di fare il Putsch (colpo di stato), a Monaco, e successivamente
capì che si poteva arrivare al potere per via democratica.
La Germania, aveva una struttura bicamerale: la reichstag (parlamento) e il bundestrad ( una sorta di
camera regionale). Il presidente della repubblica, eletto ogni 7 anni, aveva grandi funzioni, una di
queste era quella di scegliere il cancelliere. Il primo residente, fu Albert, esponente del SPD.
Nel 1923, successe però un fatto notevole, che fece emergere l’odio francese: la Francia invase la
Renania. Ci fu da parte dei tedeschi, una reazione patriottica, che comportò lo sciopero di molti di
essi.
Hitler era un ex pittore Fallito, un ex caporale, e in generale non conduceva una buona vita, fu
l’unico superstite di un bombardamento.
Aderì al partito dei lavoratori tedeschi, che egli trasformò nel partito nazionale socialista dei
lavoratori (NSDAP).
Il Putsch (colpo di stato) fallì e Hitler venne incarcerato.
Nel 1925, scrisse “Main Kampf” (la mia battaglia): libro molto importante, in cui enunciò le sue
idee sulla classe nemica (ebrei), lo spazio vitale, (conquista dell’est e schiavizzazione degli slavi),
esaltazione della razza ariana.
Gli americani, capirono che i tedeschi non potevano recuperare il debito, perciò gli USA aiutarono
la Germania finanziandola, in modo che la Germania potesse pagare gli Usa e la Francia in futuro.
Si fece il piano d’ Aiuto chiamato Dawes.
Alla conferenza di Locarno in Svizzera, emerse il Duce.
Per quanto riguarda l’ Italia, essa doveva salvaguardare le frontiere. Tutti avevano paura della
Germania. Nel 1925, ci fu l’ accordo tra Francia e Germania, voluto da Stresemann e accordato da
lui e Briand (ministri degli esteri tedesco e francese). Questo accordo, comportò a entrambi il nobel
per la pace, poiché si sancì la collaborazione tra Francia e Germania.
La Germania sotto Hitler
La crisi del 29 investì in pieno la Germania. Nel 1925, il presidente era Hindemburg. Hitler,
nonostante tutto, ottenne un buon successo alle elezioni (33%). Perse con Onore.
Alle elezioni del 32 si ripresentò, con un partito nazional socialista sempre più forte. Franz von
Papen, non riuscì a mettere nel sacco Hitler, che apparve come il “salvatore della Germania”. Nel
30 gennaio 1930, Hitler divenne cancelliere. Fece dare fuoco all’edificio del reichstag, e fece cadere
la colpa sui comunisti, i quali furono esclusi dal sistema partitico tedesco.
Successivamente, furono bruciati i libri ebrei. Con la morte di Hindenburg, Hitler divenne il
presidente della repubblica, e poi Fuhrer. Anna Arendt documentò la storia nazista. Per quanto
Hitler fu un pazzo, dal 33 al 35 si dotò di collaboratori di grande valore. Schacht gestì l’economia in
questi anni. Per curare l’aspetto inflazionistico, era necessario tenere i salari bassi e combattere la
disoccupazione. Hitler si accordò quindi con le grandi industrie tedesche, che si erano arricchite
negli anni 20. Nel 1934 furono eliminate le SA, poiché erano ritenute un problema e un ostacolo per
lo sviluppo. Queste furono sostituite dalle SS.
Hitler iniziò a costruire strade e ferrovie per favorire l’industria meccanica. Il nazismo si identificò
con l’industria anziché con la campagna. Goebbels, nel suo diario, scrisse che mai e poi mai i
nazisti sarebbero usciti dalla scena politica di loro volontà.
I nazisti erano sistematicamente decisi a realizzare le idee della loro propaganda. Il totalitarismo
tedesco, nasce dalla figura mondiale del Fuhrer (Capo), perciò il futuro dello stato è legato alla
volontà del Fuhrer.
Dopo l’incendio del Reichstag, vennero aboliti i partiti e fu creata la polizia politica. Al nazismo è
da attribuire il merito di aver creato una macchina burocratica molto efficace. La politica estera di
Hitler era molto violenta: fece riemergere le forze militari in renania e fece rinascere l’aviazione.
A questo punto, l’Italia iniziò a sentire l’influenza Nazista. Nel 1935 vennero fatte le leggi razziali
di Norimberga, città simbolo del Nazismo. Il nazismo era il movimento più anticristiano d’Europa.
Tutto l’est dell’europa sarebbe dovuto diventare un’enorme azienda agricola. Gli ebrei non
potevano nemmeno esercitare un lavoro autonomo. Nel 1938 ci fu la notte dei cristalli, nella quale i
negozi ebrei furono letteralmente fatti a pezzi. Qualche tedesco originario morì per via degli
inconvenienti che nacquero. La politica tedesca, vide nel 1938 uno dei suoi momenti più importanti.
La Germania occupò le terre del sud, presso la Cecoslovacchia.
Hitler, a questo punto decise di fare guerra sul fronte orientale. Il trattato di non aggressione fu una
grande mossa di Hitler. Questo, sanciva la divisione della Polonia, che andò per metà ai russi e per
metà ai tedeschi (Patto Molotov-Ribbentrop)
Quando Molotov commentò questo patto, disse di aver posto spazio tra loro e i tedeschi. La Russia
infatti, non era ancora pronta alla guerra. Stalin però non capì che non ci si poteva fidare di Hitler.
Questo patto, nel 1 settembre 1939 causò l’invasione da parte dei tedeschi.

La seconda Guerra Mondiale (1 settembre 1939- 5 maggio 1945)

Ci furono 55 milioni di morti, e fu la guerra più violenta della storia d’Europa. Iniziò con l’attacco
di Hitler ai danni della Polonia, per via delle questioni del corridoio di Danzica. Dopo 15 giorni, la
Polonia si arrese.
Mussolini intanto, si riprese l’Albania. Vittorio Emanuele III, era anche re d’Albania. Anche i tre
stati baltici (Lituania, Lettonia e Estonia) furono fatti sparire: vennero tutti ammessi all’Unione
Sovietica.
Il patto d’acciaio, doveva attivarsi nel 1942, quindi l’Italia era libera di non intervenire. Scattarono
subito le alleanze tra Francia e Inghilterra. I francesi pensavano di essere apposto grazie alle loro
linee difensive, ma nel maggio 1940, grazie ai Panzer, Hitler attaccò la Francia. Fu un attacco
istantaneo, inoltre, Hitler violò la neutralità belga e olandese. Il 1° giugno 1940, Mussolini si
affacciò al balcone di piazza Venezia, e dichiarò davanti al popolo che l’Italia aveva dichiarato
guerra a Francia e Inghilterra. Il 22 giugno la Francia si arrese, e venne divisa in due parti. La parte
nord era quella di occupazione tedesca, quella sud, con capitale Vichy, era filo nazista con il
generale Petain.
Gli inglesi mandarono 350mila uomini in Belgio, ma subito si ritirarono. A Dunquerque, accadde
un fatto curioso, ovvero, i nazisti lasciarono passare gli inglesi senza attaccarli, poiché Hitler
cercava le simpatie di Churchill.
Successivamente, l’Inghilterra venne continuamente bombardata. Gli inglesi però, inventarono il
radar, e riuscirono a intercettare le comunicazioni tedesche, inoltre la Royal Air Force, contrastò i
bombardieri tedeschi.
Intanto Mussolini fece la campagna di Grecia, presentata dalla volontà di “dover rompere le reni ai
Greci”, ma l’Italia non solo fu fermata, ma fu anche sconfitta in Albania. Hitler capì che era
importante conquistare la Grecia, e infatti nel ’41 la conquistò. Tutti i paesi balcanici tranne la
Jugoslavia, erano filo nazisti. Una delle chiavi della vittoria di Stalingrado, fu quella di aver dato
l’ordine di bombardare i rumeni, da parte dell’unione Sovietica.
Sorse il problema dell’Africa, per colpa degli Italiani. L’Inghilterra strappò la cirenaica all’Italia,
perciò Hitler, ci mandò E. Rommel e i suoi Afrikaskorps, e gli inglesi furono cacciati fino ad
Alessandria d’Egitto. Nel ’41, l’Inghilterra strappò all’Italia anche l’Etiopia, e fu fatto salire al trono
il vecchio imperatore Herilè Selassiè.
Nel 1941 Hitler cominciò a maturare altre preoccupazioni. Roosvelt varò la legge degli “affitti e
prestiti”, che forniva aiuto a tutti quei paesi ritenuti strategici per gli Stati Uniti. Iniziò il piano
Barbarossa, ovvero l’attacco all’Unione Sovietica da parte dei tedeschi (22 giugno 1941), con tutto
lo stupore di Stalin, poiché Hitler aveva violato il patto di non aggressione. L’Italia si accodò alla
Germania con l’ARMIR (Armata Italiana in Russia). Mussolini qui sbagliò: mando 200 mila
uomini, tra i quali numerosi alpini, che si trovarono a combattere nelle vaste pianure sovietiche in
un territorio non conforme alle loro abilità e alle aspettative di Mussolini.
Da giugno a ottobre, l’avanzata fu una lunga passeggiata. L’esercito tedesco si biforcò: una parte
andò a Mosca, l’altra a Leningrado. Hitler finanziò alcune spedizioni verso il Caucaso in cerca di
petrolio. Il 7 dicembre 1941, per tutta una serie di problemi economici e politici, lo stato maggiore
giapponese, pensò di bombardare Pearl Harbor, nell’oceano Pacifico. Da qui scattarono tutte le
alleanze. Nel 1942 ci fu un incontro per varare la carta atlantica tra Churchill e Roosevelt. Si
dichiarava che l’Atlantico del Nord sarebbe stata una zona democratica di sviluppo commerciale e
industriale secondo il libero commercio. Ci fu in seguito un'altra conferenza importante, voluta da
Churchill. Sempre nel 42, si incontrarono a Casablanca Churchill e Roosevelt, dove quest’ultimo
promise di aiutare le missioni africane, in modo da aprire una via all’Europa del Sud. Questo fu
determinante per la vittoria di El Alamain, dove Montgomery sconfisse Rommel.
Tutto il mediterraneo era in mano agli alleati. Intanto sul fronte orientale avveniva la battaglia di
Stalingrado, tra la terza divisione di Von Pauss e l’armata rossa. La città fu distrutta completamente,
ed emerse la forza dell’esercito sovietico. All’insaputa di Hitler e Mussolini, i giapponesi firmarono
un patto di non aggressione con l’unione Sovietica. Le truppe siberiane si spostarono dalla Siberia
al fronte tedesco. Dopo la battaglia di Stalingrado, fu dimostrato che l’unione Sovietica aveva una
forza militare comparabile a quella tedesca. All’unione sovietica è da attribuire il merito di essere
riuscita a trasformare in vittorie, delle sconfitte che apparivano quasi certe.
La battaglia di Stalingrado, fu vinta con la tecnica di Zuchoff: sfondare un punto debole dell’armata
per poi cogliere il nemico alle spalle.
Intanto, da Casablanca si decise di aprire un fronte in Italia: il piano consisteva nel mettere
sottosopra l’ordine in Italia, in modo tale da far cadere il regime con una mozione di sfiducia. Le
più grandi città furono bombardate, e si verificarono casi di sciopero da parte di dipendenti affamati
e provati dai ritmi di vita in tempo di guerra.
Nel luglio del 1943 ci fu lo sbarco, e nel contempo avvenne un fatto importante: fu convocato il
Gran consiglio del Fascismo, l’unico ente con in grado di sfiduciare Mussolini. Tra il 24 e il 25
luglio si fece l’ordine Grandi, ovvero una mozione che fu votata e approvata persino dai fascisti
della prima ora. La mozione fu approvata grazie a 15 voti favorevoli e 5 contrari. Lo stesso Ciano,
colui che firmò il patto d’Acciaio, votò per sfiduciare Mussolini. La gran parte dei votanti, fuggì da
Roma subito dopo le votazioni, mentre Ciano rimase nella capitale, e successivamente venne
fucilato.
Mussolini venne arrestato il giorno dopo, venne poi imprigionato a La Maddalena e
successivamente fu trasferito sul Gran Sasso in Abruzzo, dove in seguito fu liberato dai
paracadutisti. I tedeschi iniziarono a far affluire numerose truppe in Italia, intanto Badoglio,
affermava la volontà di continuare la guerra. Gli alleati conquistarono la Sicilia, con un’operazione
che favorì l’espansione della Mafia. A questo punto sembrò che le acque si fossero calmate, ma l’8
settembre fu reso pubblico l’armistizio dell’Italia, anche se in realtà questo fu firmato il 3 settembre.
L’esercito italiano si trovò senza punti di riferimento, e i Tedeschi potevano costituire un pericolo,
infatti 11mila soldati italiani furono uccisi dall’esercito Tedesco in Grecia. Ci fu una fuga di massa
da Roma, e tra i fuggiaschi, molti fascisti si imbarcarono a Pescara per poi sbarcare a Bari e
dirigersi a Brindisi.
A questo punto i soldati italiani si trovarono sparsi nell’Europa senza comandi e senza obiettivi:
molti di questi diventarono partigiani.
Questa fu una delle pagine più turpe della storia d’Italia.
Il 13 ottobre, l’Italia dichiarò guerra alla Germania, e da quest’episodio in poi, l’Italia fu divisa non
solo culturalmente e politicamente, ma anche geograficamente. Lo stato del Nord aveva come
confine la linea Gustav (Anzio- Pescara) con roccaforte, Montecassini. Il governo Italiano invece, si
era trasferito presso Salerno, sede dell’avamposto alleato. Da questo momento, si formarono le
forze partigiane, che pian piano, si affermarono come un vero e proprio esercito. Questi, lottavano
contro le rimanenti forze nazifasciste, e alla fine della guerra, si stimò che ci fossero circa 130000
partigiani in azione nella Penisola.
Si creò intanto un comitato Nazionale, al capo del quale c’era Ivanoe Bonomi, intanto, Roma era
ancora sotto i tedeschi.
Al comitato del sud di Bonomi, rispondevano quello del nord di Parri e quello del centro Italia. Si
formarono diverse brigate, tra le quali la Brigata Garbali, la brigata Rosselli e le brigate cattoliche,
che avevano il loro riferimento politico in Alcide De Gasperi, capo della Democrazia Cristiana.
I partiti principali erano:
• Democrazia Cristiana;
• Partito Comunista;
• Partito Socialista d’unità Proletaria;
• Partito d’Azione
• Partito Liberale.
I partigiani erano costituiti da persone provenienti da tutti i ceti: essi erano infatti intellettuali,
contadini, operai, funzionari etc.
Essi erano riforniti grazie agli alleati.
Si fece in seguito, una riunione in cui i partiti non vollero trattare con il re. Nel marzo del 1944
sbarcò a Napoli, Palmiro Togliatti, noto come Il Migliore. Fu un personaggio storico del Partito
Comunista. Fece la famosa svolta di Salerno. Si impegnò infatti a collaborare con Badoglio, e pensò
di decidere le sorti del Re una volta che si fossero calmate le acque.
Quando venne Liberata Roma, Umberto II divenne capo dello stato.
Togliatti mise quindi le basi agli accordi con Badoglio, accettato da tutti i Partiti e da tutte le forze
alleate. Ovviamente, la neonata Repubblica di Salò non ne volle sentir parlare.
Il 1943 e il 1944 furono anni Terribili.
A questo punto, la Germania dovette tener conto dell’avanzata Russa nel fronte orientale. Nel 1943
il mondo sembrava bloccato. In questo periodo, i campi di sterminio erano al massimo del loro
rendimento. Si fece la conferenza di Teran con Churchill, Stalin e Roosevelt.
Stalin premette per un’offensiva in modo da aprire un altro fronte. Da questa conferenza si decise di
fare il D Day.

Fine della guerra


Roma venne liberata il 5 giugno 1944. Badoglio lasciò il posto a Ivanoe Bonomi. Venne sfondata la
linea Gustav, e nel 22 agosto 1944 il maresciallo Charles de Gaule entrò alle porte di Parigi e la
Francia fu liberata.
A questo punto, la Germania si trovò circondata. Nel 1944 Hitler rischiò di essere ucciso da un
attentatore. Goebbels arrivò al punto di reclutare ragazzi tredicenni.
Nel 28 aprile 1945 Mussolini venne fucilato insieme a Claretta Setacci. Due giorni dopo, Hitler si
suicidò mentre l’armata rossa faceva cadere Berlino.
Hitler, prima di suicidarsi lasciò il posto a Döenitz, un eroe della prima guerra mondiale ammirato
anche dall’Inghilterra, che apprezzò molto la sua lealtà.
Döenitz trattò subito con gli altri stati per firmare la pace. Goebbels invece, uccise prima i suoi figli
con la motivazione che essi non potevano vivere in un sistema politico diverso dal terzo Reich; una
volta fatto ciò, provvedette anche egli a togliersi la vita. L’Europa si liberò dalla guerra nel maggio
del 1945, ma i conflitti nel resto del pianeta non finirono. Gli stati Uniti infatti, diedero il colpo di
grazia a un Giappone ormai senza forza militare, sganciando due ordigni nucleari nelle città di
Hiroshima e Nagasaki.

Allegati Latino:Seneca

Seneca nacque a Cordoba (oggi Cordova) in Spagna, tra il 12 e il 1 a.C. anche se la data è ancora
incerta. Apparteneva ad una famiglia benestante di rango equestre. Fu condotto assai presto a
Roma, dove si svolse la sua istruzione retorica e filosofica.
Abbandonata la vita contemplativa, Seneca intraprese il cursus honorum e rivestì l’incarico di
questore. I rapporti con l’imperatore furono però ostili: dapprima Caligola progettò di ucciderlo e in
seguito il nuovo imperatore, Claudio, nel 41 d. C. lo accusò di adulterio e lo spedì in esilio in
Corsica. Nel 49 d.C., grazie all’intercessione di Agrippina, tornò dall’esilio e dovette accettare
l’incarico di precettore dell’undicenne Nerone, cui la madre Agrippina stava già progettando la sua
successione all’impero.
Alla morte di Claudio e alla successione di Nerone, Seneca si trovò a dirigere le redini dell’impero
insieme ad Agrippina. Ma non durò molto: Nerone, infatti, dopo alcuni anni, uccise la madre ed
istaurò un regime dispotico e totalitario. In seguito alla morte del pretore Afranio Burro, Seneca
decise di ritirarsi a vita privata (61 d.C.). Tuttavia, Nerone, rimastogli ostile, lo accusò di aver
congiurato contro l’impero e lo costrinse a togliersi la vita nel 65 d.C.

Allegati Storia dell’Arte

POST IMPRESSIONISMO

Caratteri generali

Il postimpressionismo è un termine convenzionale, usato per individuare le molteplici esperienze


figurative sorte dopo l’impressionismo. Il denominatore comune di queste esperienze è proprio
l’eredità che esse assorbono dallo stile precedente. Il postimpressionismo, tuttavia, non può essere
giudicato uno stile in quanto non è assolutamente accomunato da caratteri stilistici unici. Esso è
solo un’etichetta per individuare un periodo cronologico che va all’incirca dal 1880 agli inizi del
1900. La grande novità dell’impressionismo è stata la rivendicazione di una specificità del
linguaggio pittorico che ponesse la pittura su di un piano totalmente diverso dalla produzione di
altre immagini. Da ricordare che, in questi anni, la nascita della fotografia aveva messo a
disposizione uno strumento di riproduzione della realtà totalmente naturalistico. La fotografia
registra la visione ottica con una fedeltà e velocità a cui nessun pittore potrà mai giungere. La
fotografia, pertanto, ha occupato di prepotenza uno dei campi specifici per cui era nata la pittura:
quello di riprodurre la realtà. Questo atteggiamento culturale di fondo si rompe proprio nel corso
del XIX secolo, quando le nuove scoperte scientifiche e tecnologiche portano alla nascita della
fotografia e del cinema, perfezionando allo stesso tempo le tecniche della riproduzione a stampa.
Agli inizi del Novecento, l’arte, ed in particolare la pittura, hanno completamento cambiando
funzione: non riproducono, ma comunicano dal postimpressionismo in poi, l’arte si pone solo ed
unicamente l’obiettivo della comunicazione senza più porsi il problema della riproduzione. Ovvero,
l’arte serve a mettere in comunicazione due soggetti – l’artista e lo spettatore – utilizzando la forma
che è, essa stessa, realtà, senza riprodurre la realtà visibile. Nel breve volgere di pochi decenni, le
premesse di questo nuovo atteggiamento porteranno a rivoluzioni totali nel campo dell’arte dove, la
nascita dell’astrattismo, intorno al 1910, sancisce definitivamente la rottura tra arte e
rappresentazione del reale.

Le radici dell’espressionismo

Nella fase del postimpressionismo l’attività di alcuni pittori crea le premesse di uno degli stili
fondamentali del Novecento: l’espressionismo. Il termine «espressionismo» nacque proprio in
opposizione a quello di «impressionismo». I pittori impressionisti esprimono le proprie sensazioni
visive. Esprimono, in sostanza, le emozioni del proprio occhio. I pittori espressionisti vogliono
esprimere tutta le proprie emozioni interiori e psicologiche, non solo quelle sensoriali ottiche.
Quello che storicamente viene definito «espressionismo», nasce intorno al 1905
contemporaneamente in Francia ed in Germania con due gruppi artistici: i «Fauves» e «Die
Brucke». Le loro novità artistiche e stilistiche vengono preparate, dal 1880 in poi, dalla attività di
tre principali pittori postimpressionisti: Van Gogh, Gauguin e Munch. In questi tre pittori la pittura
non riproduce realtà visibili dall’occhio, ma riproduce il riflesso interiore della realtà esterna.
Le motivazioni all’origine dell’opera di questi tre pittori sono molto diverse, così come sono diversi
i risultati ai quali giungono. Tuttavia, sia Van Gogh, sia Gauguin, sia Munch, esprimono una forte
carica di drammaticità che li pone su un piano opposto rispetto all’impressionismo.
L’impressionismo è stato connotato da una gioiosità di fondo. Al contrario l’espressionismo, e tutto
ciò che è venuto prima e dopo, a cominciare da Van Gogh, esprime sentimenti e sensazioni più
intense e dolorose che toccano alcuni dei centri nervosi più profondi della natura umana.

Le tecniche pittoriche dopo l’impressionismo

Su un versante opposto si svolge, negli stessi anni, l’attività pittorica di altri pittori definiti
postimpressionisti. Tra essi troviamo pittori quali Cezanne, Seurat, Toulouse-Lautrec, che superano
l’impressionismo soprattutto sul piano della tecnica di rappresentazione.
Tra queste personalità la più complessa risulta quella di Cezanne, la cui pittura rimane una delle più
difficili da decodificare. Egli aveva partecipato a tutta la vicenda artistica della seconda metà
dell’Ottocento. Aveva esposto nella prima mostra di pittori impressionisti, nello studio di Nadar,
proponendo quadri che già mostravano una certa originalità rispetto a quelli degli altri pittori del
gruppo. La sua differenza appare più evidente dopo il 1880, divenendo egli uno dei protagonisti del
superamento della pittura impressionista.
L’impressionismo si era caratterizzato per due punti fondamentali: le inquadrature di tipo
fotografico e la forma evanescente della rappresentazione. Tutto era risolto con il colore, ma per
cercare la sensazione di un solo istante. Anche Cezanne risolveva la sua pittura solo con il colore.
Ma egli cercava di ottenere una immagine più ferma ed equilibrata. Egli tendeva a cogliere
l’equilibrio delle forme per esprimere una sensazione di serenità senza tempo. La sua pittura fu
importante soprattutto per le influenze che produsse su un pittore come Picasso, dando vita ad un
altro grande movimento avanguardistico del Novecento: il cubismo.
La ricerca dell’impressionismo si era basata su un principio tecnico che era già alla base della
pittura di Manet: quello di usare solo colori puri, evitandone la sovrapposizione. In tal modo i
quadri acquistavano una maggiore luminosità. Questo procedimento fu portato alle estreme
conseguenze da George Seurat che fu il fondatore di uno stile definito «pointillisme». La sua
pittura, infatti, si componeva di tanti minuscoli punti di colori primari, accostati sulla tela a formare
una specie di mosaico. Questo stile, che più correttamente va definito «divisionismo», si basava su
un principio ottico fondamentale: il «melange optique», ossia la mescolanza ottica. L’occhio
umano, ad una certa distanza, non riesce più a distinguere due puntini accostati tra loro ma vede una
sola macchia. Se i due puntini sono blu e giallo l’occhio vede invece una macchia verde. La pittura
divisionista produsse una influenza notevolissima su tutti i pittori della generazione successiva,
molti dei quali saranno protagonisti delle avanguardie storiche del Novecento.
Toulouse-Lautrec rappresenta un caso particolare nella vicenda della pittura di fine secolo. Egli
potrebbe essere considerato l’ultimo degli impressionisti ma anche un precursore
dell’espressionismo per il suo tratto molto inciso e nervoso che lo accomuna alla pittura
espressionista. Tuttavia, anche per la sua produzione di manifesti, egli fornì molti stimoli al sorgere
di quello stile decorativo, definito Liberty, che contraddistinse la produzione di arte applicata tra
fine Ottocento e inizi Novecento.
L’impressionismo durò pochi anni, fino al 1870 circa e fu superato dai suoi stessi esponenti; le idee
impressioniste come il rapporto con la natura, la tecnica a piccoli e densi tratti di colore sulla tela,
però, costituirono il punto di partenza per i migliori artisti della fine del secolo e dell’inizio di
quello successivo, come Paul Gauguin, Vincenti van Gogh, Paul Cezanne, generalmente noti come
postimpressionisti.
Con questo termine, in pittura, si indicano la varietà di stili che si diffusero dopo l'impressionismo,
in particolare in Francia, tra il 1880 e il 1905. La definizione fu coniata da un critico d’arte, in
occasione di una mostra in cui vennero esposte opere di Cézanne, Gauguin e Van Gogh. Oltre a
questi artisti, nell'alveo del postimpressionismo vengono collocati abitualmente anche Henri de
Toulouse-Lautrec e Georges Seurat. Le opere di Cézanne, Gauguin e Van Gogh, invece, sono
caratterizzate da un uso più libero ed espressivo della forma e del colore. Cézanne metteva in risalto
le qualità strutturali del soggetto, dipingendo nature morte e paesaggi con una forte enfasi sui
volumi e sui rapporti di superficie. Con la sua capacità di esaltare le qualità geometriche dei corpi,
modellate attraverso la plasticità del colore, Cézanne sembra anticipare le ricerche del cubismo.
Gauguin, attento al recupero della freschezza dell'arte popolare primitiva, produsse sintesi assai
originali, nelle quali alle campiture in tinte piatte si affiancano motivi ornamentali . Van Gogh si
accostò alla natura avvalendosi di colori vividi, spesso stridenti, destinati a produrre emozioni
profonde e molto intense. Il. Toulouse-Lautrec fu particolarmente influenzato dalle asciutte
composizioni delle stampe giapponesi e la sua produzione si distingue per la forza delle linee e un
accorto uso delle tinte piatte. I movimenti artistici del Novecento, dall'espressionismo al fauve, dal
futurismo al surrealismo, allo stesso cubismo, devono al postimpressionismo sia l'idea della libertà
dell'artista sia il nuovo interesse verso le concezioni astratte.

Allegati di Inglese: James Joyce

FICTION
The most popular literary expression in the 20th century was fiction. Novelists had previously
concentrated above all in plot, and their main preoccupation had been with characters in society,
since they thought that the function of novels was to present people in a social context, so that they
became mirrors of their own age. In the 20th century the emphasis began to shift from society to man
himself; characters became all important because of their inner selves. Narrative as such began to
lose its importance. The main causes for dissatisfaction with traditional forms were:
-Social and political events before and after the two world wars which created a general sense of
discontent and anxiety;
-The collapse of all established principles;
-The expansion of education from primary school to university level;
-Freud’s studies in psychoanalysis and his theory of the unconscious;
-The development of radio and film techniques.

THE PSYCHOLOGICAL NOVEL

The psychological novelists constituted the actual bridge from the 19 th century to our own. One of
these was Henry James. He developed his actions in chronological sequences. He nevertheless
rejected the traditional canons which he analysed in all their finest nuances. The second writer to be
included is Forster. Rather than plot, his main concern lies whit the complexities of characters,
whom he usually presents caught in the clash between different cultures. Characters can be built
around a single idea or capable of development and change in all their contradictions and doubts.
The third great novelist in the group is Lawrence. Like Forster he also focused on the conflict
existing between the conscious mind and the hidden drives of the unconscious, but unlike Forster,
he was more explicit in denouncing the danger of repression and presenting sex a sort of religion.

STREAM OF CONSCIOUSNESS

As far as English fiction is concerned, “Modernism” usually refers to those novelists who actually
experimented with new forms and who, while focusing on the mental process that develop in the
human mind, tried to explore them through what is called the stream of consciousness tecnique.
This new tecnique applied to literature the theories developed by two philosophers: Bergson and
James. Bergson’s conception of what he called “la durée”, proposed that inner time has a duration
which eludes conventional clock time. James had stated that consciousness does not appear to itself
chopped up in bits but flows like a river or a stream.
INTERIOR MONOLOGUE

The method used to depict consciousness is the use of the interior monologue. Although this term is
often confused with “stream of consciousness”, there is a distinction between them, since stream of
consciousness refers to the mental activity itself, while the interior monologue is the instrument
used to translate this phenomenon into words. It was Joyce and Virginia Woolf who exploited it
more fully, although in different ways: Woolf used a more repetitive style and the so called
“indirect interior monologue”, which provides more rational links for the association of ideas. Joyce
went further in experimentation by using the “direct interior monologue”, whereby he shifted
obruptly from thought to thought, without any apparent connection of verb, subject or even
punctuation.

THE DYSTOPIAN NOVEL

There were many novelists active in the inter-war years and in the post-war period, although two
stand out mainly as authors of utopian, or rather dystopian, fiction, Huxley and Orwell. However,
while in previous ages Utopia was seen as a land of peace and brotherhood in contrast to the
corruption and tyranny of the time in which the books were written, in our age the situation has
been reversed. Under the impact of the conflicts preceding and succeeding the second world war,
the old faith in “Human Perfectibility” and the “inevitability of progress” was undermined, and the
20th century utopia turned into a dystopia, in which the optimism of the previous fables was
replaced by a gloomy vision of the future and a warning for the present.

JOYCE’S CONCEPTION OF THE ARTIST

Joyce thought that the artist ought to be invisible in his work, in the sense that he must not express
his own viewpoint. He should instead try to express the thoughts and experiences of other men. He
advocated the total objectivity of the artist and his independence from all moral, religious or
political pressures.

FEATURES AND THEMES

Apart from rejecting Irish nationalism, Joyce rejected Irish life in toto. Yet at the same time he set
all his novels in Dublin, the capital of the country he had grown up in and rejected, and his concern
with the particulars of life there was unflagging and obsessive. He spent all his adult life abroad and
becoming the most cosmopolitan of Irish writers in his openness to the influence of other
intellectual traditions. Like other European writers of the time he was deeply interested in all
aspects of modern culture. Like other writers, he found himself involved in the controversy over the
two most influential literary currents of the time, realism and symbolism. Joyce always refused to
be classified in either movements since realism and symbolism often combined in his works. He
created a new kind of language, a mixture of existing words, inventive word combinations, and not-
existent words. Syntax is disordered, punctuation not-existent.

DUBLINERS

Joyce literary production can be divided into two period. The first period of his work is marked by a
realistic technique. One of the most significant works of this period is Dubliners. The fifteen stories
which the book contains were all written by 1905, except for “The Dead”, the longest and most
ambitious, which was written in 1907. The work in an acute analysis of Dublin’s life. The stories
are arranged in thematic sequence, divided into four sections, each of which represents one stage in
life: childhood, adolescence, maturity, public life, plus an epilogue. The style of the book is
essentially realistic, with a scrupulous cataloguing of detail, the ability to create a sense of place and
remarkable moments of sudden insight, which are one of the characteristics of Joyce’s art. He
called these moments of insight “epiphanies” Joyce adopts this expression to signify a sudden
revelation, the moment in a novel or story when a sudden spiritual awakening is experienced, in
which all the petty details, thoughts, gestures, objects, feelings, come together to produce a new
sudden awareness.

FROM DUBLINERS,”THE DEAD”

One of the best example of “epiphany” can be found in The Dead. The Dead is the last of the stories
in Dubliners. It forms the climax to the theme of decay and stagnation that runs through all the
stories intended to show the spiritual paralysis of Dublin, the heart of modern Ireland. But it also
goes beyond the earlier stories by developing a more compassionate view of the lives of its
characters, as well as moving away from the rigorously realistic and objective presentation of their
lives, which is the dominant approach in the rest of the book. The story can be divided into two
main parts. The first takes place at a dinner party shortly after Christmas; and in the second the
central character, Gabriel Conroy, meditates in a hotel room on what has passed. The first section is
set at the house of Kate and Julia Morkan, Gabriel’ s aunts. Joyce skilfully makes this gathering
representative of contemporary Ireland, including the different generations, different religious
denominations, and political sympathies. All the events are viewed through the eyes of Gabriel
Conroy. The high point of the party for Gabriel is a speech he makes after dinner. As he and Gretta
walk home he is filled with love and desire for his wife, and remembers the happy moments in their
courtship and married life. But once they reach the intimacy of their hotel bedroom he realises that
his wife is weeping; he seeks to comfort her, and is shocked to find that an old Irish song sung at
the party had brought back to her thoughts the memory of a young man, Michael Furey, who had
been in love with her and had died for her sake. After Gretta has fallen asleep, Gabriel lies awake
and thinks of the events of the night: his own fatuous complacency, his petty irritations and weak
desires, and the futility of the lives that surround him.

Bibliografia:
Tutta la documentazione utilizzata per la stesura della tesi è stata ricavata attraverso appunti presi
durante l’anno scolastico e in gran parte da articoli ricavati da Internet.