Sei sulla pagina 1di 4

Canto XXX

Argomento del Canto


Ancora nel Paradiso Terrestre. Apparizione di Beatrice e scomparsa di Virgilio. Aspro rimprovero di
Beatrice a Dante.
È la tarda mattinata di mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300.

Preludio all'apparizione di Beatrice (1-21)


Quando i sette candelabri che aprono la processione e che sono seguiti da tutti gli altri personaggi si
arrestano, i ventiquattro vecchi che precedono il carro rivolgono lo sguardo verso di esso e uno di
loro grida tre volte la frase Veni, sponsa, de Libano, imitato dagli altri. Cento angeli si alzano in
volo sul carro come in risposta al grido, simili ai beati che il Giorno del Giudizio risorgeranno dalle
loro tombe. Essi dicono Benedictus qui venis, gettando fiori sopra e tutt'intorno al carro.

Apparizione di Beatrice. Scomparsa di Virgilio (22-54)


Dante descrive l'apparizione di una donna coperta dalla nuvola di fiori e la paragona a quella del
sole che, talvolta, sorge velato da spessi vapori che rendono l'oriente di colore roseo e permettono di
fissare lo sguardo sull'astro. La donna indossa un velo bianco e una ghirlanda di ulivo, nonché un
mantello verde e una veste color rosso vivo: anche se Dante non l'ha ancora vista in volto in quanto
velata, il suo spirito avverte la potenza d'amore ed egli riconosce quella figura come la donna amata
in vita, Beatrice. Turbato, si volta alla sua sinistra per dire a Virgilio che ogni goccia del suo sangue
sta tremando, ma il poeta latino è scomparso e ciò provoca un enorme dolore al suo discepolo, che
si sente abbandonato da colui che l'aveva assistito come un padre, e la bellezza dell'Eden intorno a
lui non gli impedisce di abbandonarsi a un pianto dirotto.

Duro rimprovero di Beatrice (55-81)


Beatrice si rivolge a Dante e, chiamandolo per nome, lo invita a non piangere ancora per la dipartita
di Virgilio, in quanto dovrà versare altre lacrime per altri motivi. La donna è simile a un ammiraglio
che percorre il ponte per osservare le altre navi, volta sul fianco sinistro del carro: Dante la guarda e
vede che fissa i suoi occhi su di lui, nonostante sia ancora coperta dal velo. Beatrice ha un
atteggiamento duro e intransigente ed esorta Dante a guardarla bene, rivelando il proprio nome e
accusando il poeta di aver osato accedere al Paradiso Terrestre dove l'uomo è felice. Dante abbassa
lo sguardo verso le acque del Lete, ma poiché si vede riflesso in esse e si vergogna, volge gli occhi
all'erba. Beatrice gli sembra tanto severa quanto lo è la madre che rimprovera aspramente il figlio.

Gli angeli intercedono per Dante (82-99)


Beatrice tace e gli angeli cantano subito il Salmo XXX (In te, Domine, speravi), non andando oltre
l'ottavo versetto. Dante trattiene le lacrime come la neve sull'Appennino che si ghiaccia al soffiare
dei venti freddi, e poi inizia a liquefarsi quando arrivano i venti caldi: così quando gli angeli
manifestano la loro compassione per lui e sembrano intercedere presso Beatrice, il gelo che gli si
era stretto intorno al cuore si scioglie e il poeta si abbandona a un pianto dirotto, come prima per la
scomparsa di Virgilio.

Beatrice accusa Dante di traviamento (100-145)


Beatrice resta ferma sul fianco sinistro del carro e si rivolge agli angeli, dicendo che essi vedono
nella mente di Dio tutto ciò che accade nel mondo e quindi le sue parole saranno rivolte piuttosto a
Dante, affinché egli si penta delle sue colpe. Beatrice spiega che il poeta, non solo grazie a benefici
influssi celesti ma anche per speciale grazia divina, nella sua gioventù mostrò di avere in potenza
ogni virtù e di poter compiere ammirevoli imprese. Tuttavia un terreno, se lasciato incolto o esposto
a cattive sementi, diventa tanto selvaggio quanto più è fertile: finché fu in vita Beatrice guidò Dante
sulla retta via, ma dopo la sua morte il poeta la abbandonò per dedicarsi ad altre donne. Dante le
voltò le spalle dopo che lei aveva accresciuto la sua bellezza diventando beata, seguendo
ingannevoli immagini che non mantengono alcuna promessa. La donna tentò di richiamarlo alla
virtù apparendogli in sogno, ma a lui non importò nulla: si traviò al punto che, per salvarlo, non
c'era altra strada che mostrargli i dannati all'Inferno, per cui  Beatrice fece visita a Virgilio
nel Limbo, pregandolo di soccorrere il poeta. La suprema volontà divina sarebbe infranta, se Dante
bevesse l'acqua del Lete senza prima pentirsi e piangere.

Interpretazione complessiva
Protagonista assoluta del Canto è naturalmente Beatrice, la cui apparizione è stata più volte evocata
nel corso dei Canti XXVII-XXIX e che rappresenta l'evento centrale della prima parte del poema, il
primo fondamentale traguardo raggiunto da Dante nel suo percorso di redenzione. Il Canto risulta
diviso in due parti, la prima dedicata al preludio dell'apparizione della donna e alla scomparsa di
Virgilio, col primo rimprovero di Beatrice, la seconda riservata al pianto di Dante e alle dure accuse
di «traviamento» che lei gli rivolge. L'episodio si apre con la stessa atmosfera di attesa con cui si
era chiuso il precedente e con i ventiquattro vegliardi che si voltano a guardare il carro vuoto: uno
di loro grida Veni, sponsa de Libano (il versetto del Cantico dei Cantici solitamente riferito alla
Chiesa, qui rivolto evidentemente a Beatrice) e uno stuolo di angeli si alza in volo gettando rose sul
carro, preparando l'avvento della donna che sarà protagonista di una sorta di trionfo e verrà descritta
con forti immagini cristologiche come già nella Vita nuova (inclusa l'espressione Benedictus qui
venis, il saluto rivolto a Cristo al suo ingresso a Gerusalemme e che qui è rivolto esso pure a
Beatrice). La scena è descritta con numerose citazioni scritturali e classiche, specie nel verso
virgiliano Manibus...date lilia plenis tratto da Aen., VI, 883 in cui Anchise celebrava la figura di
Marcello, accentuando il carattere sacrale di tutta la cerimonia: Beatrice che appare dietro la nube di
fiori è paragonata a un sole nascente, immagine che rimanda al suo significato allegorico di grazia
santificante e teologia rivelata, in quanto illuminerà Dante mostrandogli il giusto cammino da
compiere (già in XXVII, 133 Virgilio gli aveva detto che il sole gli splendeva in fronte). Analogo
significato ha anche il suo abbigliamento, con il velo bianco che la ricopre, simbolo di purezza, la
ghirlanda di ulivo che rimanda a Minerva come dea della sapienza (tale accostamento è anche
biblico), la veste rossa che ricorda l'abito di coloresanguigno indossato da Beatrice al primo
incontro col poeta (Vita nuova, II), per quanto i tre colori siano quelli tradizionalmente associati a
fede, speranza, carità, come già per le tre donne danzanti alla destra del carro.
L'apparizione di Beatrice è tale da suscitare ovviamente la forte emozione di Dante personaggio,
che riconosce la donna da lui amata quando era in vita e ne rimane profondamente scosso: si volta
verso Virgilio per comunicargli la sua emozione, ma il poeta latino è scomparso per lasciare il posto
alla nuova guida di Dante, in quanto allegoria della ragione umana che cede il passo alla teologia.
Al di là del senso allegorico, in ogni caso,Dante è toccato da un profondo dolore per l'abbandono di
colui che l'ha assistito per i due terzi del viaggio, e la sua disperazione è sottolineata dalla triplice
anafora Virgilio..., nonché dall'appellativo dolcissimo patre con cui il poeta latino è qualificato
(patre è un forte latinismo, in contrasto col popolare mamma di pochi versi prima, anch'esso riferito
indirettamente a Virgilio). Da rimarcare anche la citazione letterale di Aen., IV, 23 (adgnosco
veteris vestigia flammae) con cui Dante indica il riconoscimento di Beatrice, che è l'ultimo
commosso omaggio al maestro perduto: Dante ha perso il proprio padre poetico e ha ritrovato la
donna amata, ma questa gli rivolge subito dure parole di accusa, chiamandolo per nome (la prima e
unica volta nel poema che questo è citato, di necessità) e rimproverandolo per aver osato accedere
all'Eden, sede dell'uomo felice. Qui si apre la seconda e altrettanto importante parte del Canto, con
la prima reazione di forte vergogna da parte di Dante, le parole consolatorie degli angeli, la sua
commozione e il pianto: quest'ultimo è descritto con l'ampia e complessa similitudine della neve
ghiacciata sull'Appennino che si scioglie ai primi venti caldi, come il gelo del cuore del poeta si
scioglie in pianto per le parole degli angeli. Segue poi un più ampio e dettagliato rimprovero di
Beatrice, le cui accuse circostanziate ci permettono di parlare di traviamento da parte di Dante che
corrisponde al peccato che lo ha condotto nella selva oscura iniziale, anche se è assai arduo
precisare in cosa consistesse effettivamente tale peccato (si veda in proposito più oltre): di sicuro
Beatrice sottolinea la natura virtuosa di Dante nella sua vita nova (in gioventù), per effetto degli
influssi celesti e della grazia divina, ma anche il suo allontanamento dalla guida di lei dopo la sua
morte per seguire altrui, delle imagini di ben... false che non mantengono alcuna promessa e che
conducono altresì alla dannazione. È chiaro che Beatrice accusa Dante di averne tradita la memoria
con un peccato di natura morale, amando cioè altre donne (come la donna gentile), o intellettuale,
trascurando la teologia per intraprendere studi filosofici, ma in ogni caso questo comportamento fu
tale da fargli rischiare seriamente la dannazione ed è il motivo che l'ha spinta a scendere nel Limbo,
invocare l'aiuto di Virgilio, mostrargli le perdute genti per riportarlo sulla diritta via (fuor di
metafora, condurlo alla salvezza attraverso un percorso di espiazione: ora Dante ha scontato i suoi
peccati e si è riappropriato della sua innocenza perduta, pronto a essere illuminato dalla grazia per
proseguire il suo viaggio). Beatrice rivolge i suoi rimproveri non direttamente al poeta, ma
rivolgendosi agli angeli perché lui ascolti, dal momento che quelle creature vedono tutto nella
mente di Dio e ben sanno quindi la natura delle azioni peccaminose da lui commesse: la donna
sottolinea la necessità che Dante si renda conto della cattiva strada intrapresa a suo tempo e
ammetta le sue colpe, attraverso un sincero pentimento manifestato attraverso il pianto, prima di
essere immerso nel Lete le cui acque cancelleranno in lui ogni ricordo del peccato compiuto. Il
Canto si chiude appunto con questa giustificazione di Beatrice della propria durezza agli occhi degli
angeli, che avevano voluto intercedere con parole di misericordia a favore del poeta, riassumendo in
breve anche la vicenda allegorica che l'aveva vista protagonista insieme a Virgilio nelCanto
II dell'Inferno: la prima parte del viaggio si è conclusa e sta per iniziare quella più importante, che
condurrà Dante in Paradiso e, allegoricamente, lo porterà alla vera conoscenza che non può
prescindere dalla fede nelle verità rivelate, senza ombra di superbia intellettuale. Il rimprovero al
poeta avrà un seguito, come si vedrà, nel Canto seguente, in cui Beatrice alluderà in modo ancor più
esplicito alla sua vita peccaminosa successivamente alla sua morte terrena, prima che Matelda lo
conduca al rito dell'immersione nel fiume Lete.

Il «traviamento» di Dante: peccato morale o intellettuale?


Non vi è dubbio che la selva oscura della scena iniziale del poema, oltre a simboleggiare il
disordine morale e civile dell'Italia del tempo contro cui il poeta rivolge la propria denuncia,
rappresenta anche il peccato personale da lui commesso e che rischia di portarlo alla dannazione:
nel Prologo non vengono forniti ulteriori dettagli, ma nel corso dell'opera alcuni indizi permettono
di avanzare qualche ipotesi circa la natura del cosiddetto «traviamento» di Dante-personaggio,
specie in occasione dei rimproveri di Beatrice nelCanto XXX del Purgatorio. In realtà già poco
prima, nell'incontro con Forese Donati (XXIII, 115-117), Dante aveva parlato all'amico della vita da
entrambi condotta quando Forese era ancora vivo, tale da renderegrave il memorar presente:
evidente allusione al reciproco scambio di insulti della Tenzone, ma anche a uno stile di vita
gaudente e disordinato che, forse, li aveva visti compagni di bagordi e che, nel caso di Dante, si
riferiva a relazioni amorose con altre donne dopo la morte di Beatrice, periodo nel quale era
avvenuto lo scambio di sonetti ingiuriosi con l'amico-rivale. Della stessa cosa sembra parlare anche
Beatrice in occasione del suo incontro con Dante (XXX, 100 ss.), allorché lo accusa di aver tradito
le alte aspettative riposte nella sua persona e giustificate dalle qualità che egli
possedeva virtualmente, salvo poi voltare le spalle al bene e darsi altrui, quando la donna era morta
e non poteva più guidarlo sulla retta via. Beatrice pare alludere ad amori peccaminosi e sensuali cui
Dante si sarebbe dedicato dopo la sua morte terrena, cosa che il poeta stesso aveva in parte
ammesso nella Vita nuova descrivendo la «donna gentile», una giovane nobile donna che lo aveva
consolato della perdita della gentilissima, senza contare la Petra cantata nelle Petroseche era
oggetto di una passione amorosa ben più carnale dell'amore spiritualizzato al centro del libello. Nel
primo rimprovero Beatrice parla diimagini di ben... false che Dante seguì dopo la sua morte, che
nulla promession rendono intera, mentre in XXXI, 34 ss. Dante parlerà di cose checol falso lor
piacer deviarono i suoi passi e poco oltre Beatrice parlerà di serene che hanno sviato il poeta e, in
particolare, di una pargoletta (una giovane donna) che lo ha indotto a gravar le penne in giuso, a
volare basso verso la Terra anziché verso il Cielo. Chiunque sia la pargoletta di cui si parla in questo
passo (la «donna gentile», Petra, la donna che con questo nome è cantata da Dante nelle Rime,
LXXXVII-LXXXIX), tutto lascia intendere che Beatrice rimproveri a Dante-personaggio relazioni
amorose cui egli si diede dopo la sua morte, e che sarebbero avvenute più o meno nello stesso
periodo della Tenzone con Forese; se non fosse che in quello stesso periodo Dante si dedicò anche
agli studi filosofici da cui sarebbe poi nato il Convivio e che proprio in quest'opera (II, 12) Dante
identifica la «donna gentile» della Vita nuova come allegoria della filosofia, per cui è lecito
supporre che Dante, in realtà, abbia tradito la memoria di Beatrice in quanto allegoria della teologia
per darsi a studi filosofici, commettendo un peccato di natura intellettuale ben più grave di qualche
amore disordinato e sensuale. 
Tale interpretazione non è in contrasto con l'altra, in quanto è semplicemente la rilettura in chiave
allegorica di una stessa vicenda biografica: essa è inoltre confermata dalle parole che Beatrice
rivolge a Dante alla fine della II Cantica (XXXIII, 85-90), quando il poeta si stupisce di non riuscire
a capire le sue parole e lei risponde che ciò serve a fargli comprendere quanto quella scuola  che lui
ha seguito e la sua dottrina siano lontane dai suoi discorsi, e quanto quella via percorsa da Dante sia
distante da quella di Dio, tanto quanto la Terra è distante dal Primo Mobile. Il termine «dottrina» fa
pensare a un insegnamento filosofico, il che ci riporta a quanto detto da Dante stesso nel Convivio:
si tratta di una dottrina indipendente dagli studi teologici, un tentativo di arrivare alla conoscenza
senza tener conto della verità rivelata e, quindi, un peccato di superbia intellettuale, un traviamento
che poteva portarlo alla dannazione non meno della sua vita gaudente e spregiudicata al tempo
delle Petrose. Ciò non significa, naturalmente, che si debba pensare a un Dante eretico o seguace
addirittura dell'Averroismo, ma è indubbio che i suoi studi filosofici culminati nel Convivio siano
stati poi interpretati come una sorta di conversio ad temporalia, di eccessivo amore per i beni e la
scienza terrena, se non proprio come aversio a Deo; di sicuro Dante riteneva quella stagione come
un allontanamento colpevole da Beatrice in quanto rivelazione, uno straniarsi da lei che l'aveva
condotto direttamente nella selva oscura da cui lei stessa, sollecitando l'intervento di Virgilio,
l'aveva salvato: il metaforico viaggio per mare che Dante aveva intrapreso nel Convivio era
terminato in un naufragio, non diversamente da quello metaforico di Ulisse giunto in prossimità del
Purgatorio, colpevole non meno di Dante di superbia e orgoglio intellettuale nel non voler sottostare
ai decreti divini in materia di conoscenza.