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Canto XXXIII

Argomento del Canto


Ancora nel Paradiso Terrestre. Profezia di Beatrice sul «DXV» e missione di
Dante. Matelda conduce Dante e Stazio a bere l'acqua dell'Eunoè.
È mezzogiorno di mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300.

Canto delle sette donne e sospiro di Beatrice (1-12)


Le sette donne intonano un canto alternandosi fra loro (prima le tre poi le quattro), col quale
lamentano tra le lacrime la distruzione del Tempio diGerusalemme; Beatrice sospira
profondamente, simile a Maria ai piedi della croce dove fu ucciso Gesù. Quando le donne tacciono,
Beatrice si alza in piedi e, rossa di sdegno, afferma che fra poco tempo non la si vedrà più, poi
riapparirà nuovamente, come disse Cristo nell'Ultima Cena.

Beatrice profetizza la venuta del «DXV» (13-51)


Beatrice si pone le sette donne di fronte, quindi si mette in cammino accennando a
Dante, Matelda e Stazio di seguirla. Dopo aver percorso circa nove passi, Beatrice si rivolge a
Dante e lo invita ad affrettare il cammino per potergli parlare più da vicino. Dante obbedisce e, una
volta vicino alla donna, questa gli chiede perché non le domandi nulla. Il poeta risponde con voce
esitante, come qualcuno che è intimorito dalla presenza di un superiore, e spiega che Beatrice
conosce bene ciò che gli serve senza bisogno che lui chieda. Beatrice ribatte che Dante deve ormai
abbandonare ogni vergogna e parlare in modo meno confuso, poiché il carro che è stato rotto dal
drago non esiste più e il responsabile di questo può stare certo che la punizione divina lo colpirà
inesorabile. L'aquila che lasciò le penne nel carro, prosegue, non resterà a lungo senza eredi e
Beatrice profetizza che di lì a poco le stelle saranno favorevoli alla venuta di un «cinquecento, dieci
e cinque» che sarà un inviato di Dio e che ucciderà la prostituta e il gigante che traffica con lei.
Forse, aggiunge Beatrice, la sua profezia risulta troppo oscura per Dante, ma presto i fatti
toglieranno ogni dubbio senza causare alcun danno. 

Missione di Dante. Oscure parole di Beatrice (52-78)


Beatrice invita Dante a prendere nota delle sue parole, in modo da riferirle ai vivi sulla Terra, senza
scordare di descrivere il modo in cui l'albero simbolico è stato depredato due volte. Aggiunge che
chiunque danneggia quella pianta compie un atto sacrilego contro Dio, che la creò inviolabile solo
per i propri fini. Adamo, per aver morso il frutto di quell'albero, attese più di cinquemila anni
nel Limbo prima che arrivasse Cristo trionfante, che col suo sacrificio riscattò il peccato originale.
Dante vaneggia se non comprende la ragione per cui l'albero è capovolto e si estende tanto verso il
Cielo; e se il suo ingegno non fosse stato indurito da vaneggianti pensieri, capirebbe solo da questi
segni il significato simbolico dell'albero. Tuttavia, poiché Beatrice si avvede che l'intelletto di Dante
è ancora ottenebrato, desidera che il poeta porti con sé almeno un'immagine sommaria di quanto gli
ha detto, se non proprio tutto quanto scritto nella mente.

Insufficienza della dottrina seguita da Dante (79-102)


Dante risponde che il suo cervello conserva l'impronta delle parole di Beatrice, come della cera
segnata da un sigillo. Ma perché, chiede, i discorsi della donna superano la sua capacità di
comprenderli, al punto che l'intelletto si perde quanto più si sforza di seguirli? Beatrice risponde che
ciò serve a far capire a Dante che la dottrina da lui seguita finora è insufficiente a capire le sue
parole, poiché la via che ha percorso dista tanto da quella di Dio quanto la Terra è distante
dal Primo Mobile. Dante ribatte di non ricordare affatto di essersi allontanato dal culto di Beatrice e
questa spiega sorridendo che il poeta non può ricordarlo, avendo bevuto l'acqua del Lete; il fatto che
tale ricordo sia stato cancellato, del resto, è la prova evidente del fatto che tale azione è da
considerare peccaminosa. Da questo momento, conclude Beatrice, le sue parole saranno all'altezza
dell'ingegno ancora rozzo del poeta, perché lui possa capirle.
Matelda conduce Dante e Stazio all'Eunoè (103-135)
Il sole ha ormai raggiunto il meridiano, essendo più luminoso e lento (è mezzogiorno), quando le
sette donne che aprono il corteo si fermano, come fanno le guide quando trovano qualcosa di nuovo
lungo il cammino. Il gruppo ha raggiunto un punto dove i raggi solari penetrano debolmente, simile
a una radura in alta montagna: qui Dante vede due fiumi (il Lete e l'Eunoè) che sgorgano da
un'unica fonte e poi si dipartono, simili al Tigri e all'Eufrate. Dante, stupito, chiede a Beatrice quali
siano quei fiumi e la donna invita il poeta a chiedere a Matelda. Questa ribatte di aver già fornito la
spiegazione a Dante e che questo ricordo non può essere stato cancellato dal Lete, per cui Beatrice
conclude che l'attenzione prestata da Dante ad altro ha forse provocato in lui questa dimenticanza.
Beatrice indica poi a Matelda l'Eunoè, invitando la bella donna a condurre là Dante per ravvivare la
sua virtù. Matelda obbedisce prontamente e conduce Dante e Stazio al fiume.

Dante beve l'acqua dell'Eunoè (136-145)


Se Dante avesse più spazio da dedicare alla scrittura potrebbe descrivere il modo in cui bevve
l'acqua dell'Eunoè, che ha un sapore così dolce che non sazia mai: tuttavia, poiché la II Cantica del
poema è ormai ultimata, il freno dell'arte lo costringe a passare oltre. Dante, dopo aver bevuto, si
allontana dalle acque sante del fiume completamente rinnovato nell'animo, come le piante in
primavera rinnovano del tutto le loro fronde, cosicché è ormai purificato e pronto a salire in Cielo.

Interpretazione complessiva
Il Canto conclude la «sacra rappresentazione» che ha avuto inizio con l'ingresso di Dante
nell'Eden e più in particolare costituisce un epilogo e una chiosa alla vicenda allegorica del carro
che è stata al centro del Canto precedente, attraverso le parole oscure di Beatrice che profetizza la
venuta di un messo di Dio destinato a ristabilire la giustizia in Terra. L'inizio si ricollega al finale
proprio del Canto XXXII, quando il gigante aveva trascinato via il carro simboleggiando l'inizio
della cosiddetta cattività avignonese: le sette donne-virtù cantano piangendo il Salmo  'Deus,
venerunt gentes', che era dedicato alla profanazione del Tempio di Gerusalemme da parte dei
Babilonesi, mentre il trasferimento della sede papale ad Avignone viene interpretato da Dante quale
atto sacrilego compiuto da Filippo il Bello che era rappresentato proprio dal gigante. Beatrice è
paragonata a Maria dolente ai piedi della Croce, in quanto è afflitta per la violenta lacerazione
avvenuta in seno alla Cristianità, e usa le parole di Gesù all'Ultima Cena quando dice che di lì a
poco non la si vedrà più, mentre riapparirà dopo qualche tempo. È improbabile che tale
affermazione sia da riferire al significato allegorico di Beatrice come teologia, mentre si pensa che
la donna parli della sede papale destinata a lasciare Roma e poi a tornare, anche se è difficile dire
che Dante, qui, profetizzi un pronto ritorno del pontefice in Italia (la sede papale tornerà a Roma
solo nel 1377). Certo questa oscura affermazione di Beatrice, che usa un linguaggio scritturale
denso di significato sacro, anticipa la profezia che occuperà i versi seguenti e che prelude, forse,
anche alla fine della cattività avignonese nell'ambito di un generale ristabilimento della giustizia.
Subito dopo la processione si rimette in marcia, con le sette donne che aprono il corteo e tutti gli
altri a seguire, mentre Beatrice invita Dante ad avvicinarsi per poter meglio ascoltare le sue parole.
Il discorso di Beatrice occupa tutta la parte centrale del Canto e mostra il personaggio nello stesso
atteggiamento che vedremo tante volte nel Paradiso, ovvero di guida e maestra del poeta che sarà
spesso invitato a domandare spiegazioni per sciogliere i suoi dubbi in materia dottrinale (qui la
donna esorta bruscamente Dante a lasciare ogni timore e vergogna, dovuti in precedenza
all'ammissione del suo peccato, e a non parlare più come un uomo che vaneggia). La prima parte
del discorso di Beatrice è l'oscura profezia della punizione divina che si abbatterà contro i
responsabili della corruzione della Chiesa, indicata come il vaso (il carro della processione
simbolica) rotto dal serpente rappresentato dal drago: il carro, dice Beatrice, fu e non è (sono le
parole con cui l'Apocalisse parla della bestia in cui il carro si è tramutato nel Canto precedente), in
quanto la Chiesa pervasa dalla corruzione è come inesistente, ma presto Dio colpirà chi ha colpa di
questo in modo inesorabile. Beatrice preannuncia la venuta di un inviato di Dio, il cinquecento
diece e cinque  destinato a occupare la sede vacante dell'Impero e a uccidere la prostituta e il
gigante che mercanteggia con lei, quindi, fuor di metafora, a sconfiggere la monarchia francese e a
ristabilire la giustizia in Terra stroncando la corruzione che affligge la Curia pontificia. Le parole
della donna sono troppo oscure per stabilire chi possa celarsi dietro questo misterioso «DXV», ma
l'accenno all'aquila che non resterà a lungo sanza reda fa pensare che si tratti di un imperatore
destinato a ricondurre l'Italia e Roma sotto il suo dominio, forse quell'Arrigo VII di Lussemburgo
che nel 1310-1313 fu protagonista di un tentativo analogo e sfortunato (tale ipotesi verrebbe
avvalorata dalla certezza, che però non abbiamo, che questo Canto sia stato composto da Dante in
quel periodo e dunque prima della morte del sovrano nel 1313). Al di là dell'identificazione del
personaggio, per cui si veda oltre, è certo che Dante attribuiva le cause del disordine politico e
morale del suo tempo soprattutto alla mancanza di un'autorità imperiale in Italia e alla dilagante
corruzione ecclesiastica, che avevano raggiunto il loro culmine proprio nella cattività avignonese;
chiunque sia il «DXV», pare ovvio che da lui il poeta si aspettasse un profondo rinnovamento
politico e sociale, nonché il ristabilimento della giustizia fino a quel momento calpestata dai potenti
per la loro avidità, per cui la profezia di Beatrice suona come l'annuncio di una dura punizione per
tutti coloro che avevano offeso la giustizia divina (in questo senso la donna esorta Dante a
trascrivere tutto nel poema e, in particolare, a descrivere la doppia spoliazione dell'albero simbolico,
ad opera di Adamo e, probabilmente, del gigante, cioè della monarchia di Francia).
Il discorso di Beatrice si fa a questo punto più oscuro e allusivo, con un linguaggio denso di
richiami scritturali che ha la funzione di far capire a Dante l'insufficienza della dottrina filosofica da
lui seguita in passato: la donna spiega che l'albero è capovolto rispetto alle piante terrene in quanto
simboleggia la giustizia divina, che ha la sua origine in Cielo e che nessuno dovrebbe danneggiare
offendendo Dio, e Dante lo capirebbe da solo se il suo ingegno non fosse ottenebrato e indurito dai
suoi precedenti vaneggiamenti, con un riferimento al «traviamento» intellettuale che gli ha
rimprovetato nei Canti XXX-XXXI. Beatrice afferma che tali pensier vani hanno offuscato
l'ingegno di Dante come l'acqua calcarea del fiume Elsa e l'hanno oscurato come il sangue di
Piramo aveva mutato il colore dei frutti del gelso, con due similitudini difficili e di elegante
artificiosità; aggiunge che Dante dovrà conservare un'immagine sommaria delle cose da lei dette,
come il pellegrino in Terrasanta porta una frasca di palma sul bordone in ricordo del suo
pellegrinaggio. Dante chiede a Beatrice come mai le sue parole siano così ardue a comprendersi e la
risposta di Beatrice sottolinea l'enorme distanza che c'è tra la dottrina seguita da Dante in
precedenza e la teologia, indicando il peccato di Dante come un allontanamento dalla teologia la
quale dovrà, d'ora in avanti, fornire al poeta ogni risposta alla sua sete di conoscenza (si veda a
riguardo la Guida al Canto XXX). Il fatto che Dante non ricordi questo «tradimento» di Beatrice è
significativo, poiché l'acqua del Lete ne ha cancellato il ricordo e ciò dimostra che si trattava di una
condotta peccaminosa, come dal fummo foco s'argomenta.
Il Canto si conclude con l'arrivo alla fonte da cui sgorgano Lete e Eunoè, paragonati a Tigri ed
Eufrate che secondo il libro della Genesiscorrevano essi pure nel Paradiso Terrestre, e dei quali il
poeta non si ricorda perché, a detta di Beatrice, la sua attenzione è stata assorbita da altro, forse
dalla processione simbolica. Beatrice incarica Matelda (nominata qui per la prima e unica volta) di
condurre Dante e Stazio all'acqua dell'Eunoè, come la donna è solita fare, perché bevendo da essa si
rafforzi la memoria del bene compiuto e si perfezioni il rito di purificazione che prelude all'ascesa
in Paradiso: la fine della Cantica coincide con un'elegante preterizione, con la quale Dante
rimpiange di non avere maggiore spazio da dedicare alla descrizione del gusto dell'acqua del fiume
che mai lo sazierebbe, mentre ormai la cantica seconda è giunta al termine e lo fren de l'arte non gli
permette di procedere oltre. Gli ultimi versi del Purgatorio descrivono il ritorno di Dante dal fiume
sacro totalmente purificato dai suoi peccati, attraverso la replicazione piante novelle / rinovellate di
novella fronda e la similitudine della pianta che a primavera si è ricoperta di nuovi fiori, forse con
un riferimento al paesaggio desolato della selva iniziale, mentre il poeta è ormai puro e disposto a
salire a le stelle.

La profezia del «DXV»


È, assieme a quella del «veltro» del Canto I dell'Inferno, la più oscura del poema e ha con quella più
di un'analogia, dal momento che entrambe preannunciano la venuta di un personaggio che dovrà
ristabilire la giustizia sulla Terra e si collocano, simmetricamente, all'inizio e alla fine
rispettivamente della I e della II Cantica della Commedia. Secondo molti commentatori il «veltro» e
il «DXV» sarebbero in realtà la stessa persona, anche se la prima profezia è molto più indeterminata
e indica soltanto che questo personaggio dovrà scacciare la lupa-avarizia dal mondo, senza fornire
ulteriori dettagli che consentano la sua identificazione; il «DXV» viene invece messo in relazione
all'aquila imperiale che, si dice, non resterà a lungo senza eredi, per cui pare che il personaggio
indichi un imperatore, destinato a ristabilire il suo dominio sull'Italia e a sconfiggere la monarchia
francese, eventualmente riportando la sede papale da Avignone a Roma. Molti hanno naturalmente
pensato ad Arrigo VII di Lussemburgo che fu protagonista di una sfortunata discesa in Italia nel
1310-1313 e al quale Dante indirizzò l'Epistola VII nel 1311 (dai toni molto simili a quelli della
profezia), anche se ignoriamo la data di composizione del Canto XXXIII del Purgatorio; può darsi
che all'epoca il sovrano fosse ancora vivo e che in seguito, dopo la sua morte nel 1313, Dante non
abbia sentito l'esigenza di modificare la profezia per il suo carattere oscuro, confidando nell'avvento
di un altro personaggio in grado di realizzare l'opera non riuscita all'imperatore. Vari studiosi hanno
pensato a Cangrande della Scala, già associato alla profezia del «veltro» ed esaltato
da Cacciaguida nel suo discorso di Par., XVII, 76-93, per quanto il fatto di essere vicario imperiale
non autorizza forse a indicarlo come reda (erede) dell'aquila della processione di Purg., XXXII.
La scelta di indicare il messo di Dio con la formula cinquecento diece e cinque rimanda
probabilmente all'Apocalisse, dove ad esempio Nerone viene indicato col numero «666» poi
associato all'Anticristo: moltissime sono state le interpretazioni da parte degli studiosi, a cominciare
da quella ovvia che considera il numero romano «DXV» come anagramma di «DVX» (dux,
«condottiero») e lo riferisce appunto a un imperatore destinato a una vittoriosa crociata contro la
monarchia francese o i Comuni ribelli dell'Italia settentrionale. Alcuni hanno considerato il numero
515 cercandovi vari significati, incluso quello secondo cui 515 + 800 (l'anno della craazione del
Sacro Romano Impero) = 1315, l'anno in cui secondo le profezie gioachimite ci sarebbe stata la
redenzione della Chiesa; altri hanno visto in «DXV» un acrostico del tipo Domini Xristi
Vertagus(«levriero del signore Gesù Cristo»), Domini Xristi Vicarius («vicario del signore Gesù
Cristo»), mentre alcuni hanno pensato addirittura allo stesso Dante (Dante Xristi Vertagus,
interpretazione quanto meno originale). Quale che sia l'identificazione corretta, questione sulla
quale esiste una vasta letteratura critica e che è destinata forse a restare insoluta, resta la sostanza
della profezia messa in bocca a Beatrice che è parte della coraggiosa denuncia del poeta contro la
corruzione e la degenerazione del suo tempo, nonché la fede incrollabile nell'avvento di un
personaggio inviato da Dio a rimettere le cose a posto e assicurare al mondo la giustizia, tema che
sarà ripreso nei Canti centrali del Paradiso e che costituisce il motivo ricorrente dell'intero poema. È
significativo che il percorso di redenzione di Dante, che ha attraversato i primi due regni
dell'Oltretomba mostrando tutto il male del mondo, si concluda in certo modo con questa profezia,
che per quanto oscura dichiara la fiducia del poeta in una prossima palingenesi politica e morale,
desiderio forse utopistico ma che nasce dal profondo rammarico per la degenerazione cui l'Italia del
primo Trecento era giunta e contro la quale Dante leva fortissima la sua protesta e la sua denuncia.