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Canto XXVIII

Argomento del Canto


Ingresso di Dante nell'Eden. Arrivo presso il fiume Lete e incontro con Matelda. Spiegazione di
Matelda circa il vento e l'origine dei fiumi dell'Eden. L'età dell'oro nel canto dei poeti
(Virgilio e Stazio sorridono).
È la mattina di mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300.

Dante entra nel giardino dell'Eden (1-21)


Dante è impaziente di esplorare la foresta dell'Eden, la cui vegetazione è tanto fitta da non far
filtrare i raggi del sole appena sorto, così vi si addentra e inizia a passeggiare con lentezza. Un lieve
venticello sempre uguale stormisce fra le piante facendole piegare verso occidente, mentre sui rami
vari uccellini cantano melodiosamente accompagnati dal rumore prodotto dalle foglie, come accade
nella pineta di Classe quando vi soffia il vento di Scirocco. 

Il Lete. Apparizione di Matelda (22-51)


Dante si è ormai inoltrato nella selva tanto che non può più vedere il punto da cui è entrato, quando
giunge a un fiume (il Lete) le cui acque scorrono verso sinistra. Le acque più pure dei fiumi terrestri
sembrerebbero sozze e fangose a paragone di quella di quel rio, per quanto essa scorra bruna sotto
la fitta vegetazione che fa da schermo al sole. Dante si ferma e spinge lo sguardo al di là del fiume,
dove scorge d'improvviso una giovane e bella donna (Matelda) che cammina solitaria e canta,
mentre coglie vari fiori dal prato che percorre. Dante si rivolge a lei chiamandola bella donna e
affermando che sembra ardere d'amore, invitandola poi ad avvicinarsi a lui sulla riva del fiume, in
modo che possa comprendere che cosa stia cantando. La donna, aggiunge Dante, gli
ricorda Proserpina quando fu rapita da Plutone, evento in seguito al quale il mondo perse la
primavera.

Matelda spiega la ragione del suo riso (52-84)


Matelda si volge a Dante come una donna che danza e muove i passi lentamente uno dopo l'altro,
procedendo tra i fiori rossi e gialli e abbassando gli occhi come una pudica vergine. Si avvicina
tanto quanto serve a Dante per comprendere il suo canto e non appena è giunta sulla sponda del
Lete alza i suoi occhi guardando il poeta. Lo sguardo della donna è pieno d'amore, non meno di
quello di Venere quando venne trafitta dal figlio Cupido e si innamorò di Adone. Matelda ride
sull'altra riva, mentre con le mani intreccia i fiori che ha raccolto: solo tre passi separano lei e
Dante, che odia il fiume che si frappone a loro non meno di quanto Leandro odiava l'Ellesponto che
lo divideva dall'amata Ero. 
Matelda si rivolge a Dante, Virgilio e Stazio spiegando che essi, nuovi del luogo, forse si
meravigliano del suo riso, ma la spiegazione è contenuta nel Salmo Delectasti che può illuminare le
loro menti (ella gioisce della contemplazione dell'opera di Dio). Invita quindi Dante, che precede gli
altri due, di rivolgerle liberamente altre domande, poiché lei è giunta espressamente per questo
scopo.

Matelda spiega l'origine del vento e dei fiumi (85-133)


Dante osserva che la presenza del vento e dell'acqua in quel luogo contrastano con ciò che Stazio gli
ha spiegato in precedenza, ovvero il fatto che l'Eden è immune dalle perturbazioni atmosferiche.
Matelda dichiara che la sua risposta sarà tale da dissipare ogni dubbio del poeta, quindi spiega che
Dio creò l'uomo buono e disposto al bene, donandogli il giardino dell'Eden come caparra dell'eterna
beatitudine. L'uomo vi rimase poco per il peccato originale, ma non di meno il monte del Purgatorio
salì verso il cielo per porre l'Eden al di sopra di ogni alterazione atmosferica e non arrecare fastidio
ai primi progenitori, per cui ogni fenomeno naturale si arresta alla porta del secondo regno. Il vento
è prodotto in realtà dal movimento delle sfere celesti che fa ruotare l'atmosfera rarefatta, causando
lo stormire delle fronde della selva; le piante, mosse dal vento, impregnano l'aria della loro virtù
generativa e questa ricade poi sulla Terra, che genera la vegetazione a seconda della sua qualità e
del suo clima. Ciò spiega perché talvolta sulla Terra crescono delle piante in modo apparentemente
spontaneo, con l'aggiunta che nell'Eden ci sono anche piante che non esistono nel mondo. 
L'acqua dei fiumi dell'Eden, spiega poi Matelda, non sgorga da una vena naturale alimentata dalle
piogge, ma è prodotta direttamente dalla volontà divina: il Lete ha la virtù di cancellare la memoria
dei peccati commessi, l'Eunoè invece rafforza il ricordo del bene compiuto. L'acqua del secondo
fiume non opera pienamente, se prima non si beve quella del primo, che supera ogni altro sapore.

L'età dell'oro nel canto dei poeti (133-148)


Conclusa la sua spiegazione, Matelda fornisce a Dante ancora un corollario: dichiara infatti che i
poeti classici che scrissero nei loro versi dell'età dell'oro, forse sognarono in Parnaso proprio questo
luogo felice, ovvero l'Eden. Qui la specie umana fu felice, qui ci fu un'eterna primavera e ogni
frutto della natura, qui scorreva il nettare di cui si parlava in quei testi. Dante si volta a osservare
Virgilio e Stazio, vedendo che entrambi sorridono felici alle parole di Matelda, quindi torna a
guardare la bella donna.

Interpretazione complessiva
Protagonista assoluta del Canto è Matelda, figura assai enigmatica del poema che è stata al centro di
un intenso lavorio interpretativo e oggetto delle più varie ipotesi nel tentativo di identificarla,
nessuna delle quali pienamente convincente. Il personaggio di Matelda è strettamente legato al
luogo dove essa appare e che è al centro di questo come degli episodi successivi, ovvero il giardino
dell'Eden che Dante descrive nella prima parte del Canto: dopo l'invito di Virgilio a seguire gli
impulsi della propria volontà libera dai condizionamenti del peccato (fine Canto XXVII), Dante si
inoltra nella divina foresta spessa e viva che si presenta come un luogo meraviglioso, dove spira un
vento regolare e continuo che fa piegare i rami degli alberi verso occidente, dove gli uccelli
cinguettano accompagnati dallo stormire delle fronde e i fitti rami impediscono alla luce del sole di
filtrare. È un vero e proprio locus amoenus, come risulta poi evidente dalla comparsa del fiume Lete
le cui acque purissime scorrono lente in mezzo all'erba, in cui sono evidenti gli echi sia della poesia
classica (specie nella descrizione dell'aetas aurea, come sarà chiarito più avanti) sia di quella dello
Stilnovo, a sua volta richiamato proprio dalla figura di Matelda. Questa appare improvvisamente
sull'altra sponda del fiume, descritta in atteggiamenti che ricordano la figura di Lia sognata da
Dante nel Canto precedente e le tante donne cantate dai poeti stilnovisti: passeggia cantando tra
l'erba, cogliendo fior da fiore con cui, probabilmente, intrecciare una ghirlanda, è scaldata dai raggi
d'amore  come testimoniato dal suo aspetto, abbassa gli occhi come una vergine piena di riserbo e
pudore. La sua descrizione riprende sicuramente quella di Proserpina in Ovidio (Met., V, 391 ss.),
cui è esplicitamente paragonata da Dante e il cui mito è in qualche modo connesso a quello
dell'eterna primavera dell'età dell'oro, ma diverse espressioni rimandano anche a Cavalcanti, specie
alla pastorella di In un boschetto  e alla ballata Fresca rosa novella: questa ripresa di moduli
stilnovisti non è casuale, in quanto è conseguente alla riflessione che su questa esperienza poetica
Dante ha svolto nei Canti XXIV e XXVI attraverso gli incontri con Bonagiunta e Guinizelli e si
configura come utilizzo di quello stile e di quel linguaggio non più al fine di cantare l'amore
terreno, bensì quello divino cui Dante è ormai tutto proiettato, nell'attesa dell'arrivo di Beatrice che
è evocata in questo Canto e nel successivo.
Lo Stilnovo non è dunque rinnegato da Dante, ma ripensato alla luce del viaggio di redenzione ed
espiazione che, nel suo caso, è anche espiazione letteraria (di quanto di rischioso vi era nella poesia
amorosa, ormai cancellato dopo il passaggio nel fuoco purificatore della VII Cornice); esso è ora
funzionale alla descrizione di Matelda come lo sarà a quella di Beatrice, la cui presentazione
in Inf., II, 52 ss. risentiva già di fortissimi echi stilnovisti e la cui apparizione nel Canto
XXX riproporrà elementi propri della Vita nuova, specie riguardo all'allegoria Cristo-verità rivelata.
Tornando al valore simbolico di Matelda e tralasciando le ipotesi più fantasiose sulla sua
identificazione storica, essa è probabilmente allegoria di quello stato di primitiva felicità e purezza
che l'uomo possedeva nell'Eden prima del peccato originale e che viene riconquistato dalle anime
salve dopo il passaggio attraverso le pene del monte: ciò spiega perché Dante arda dal desiderio di
passare il Lete per raggiungerla, mentre apprenderemo in seguito che il ruolo della donna è di
immergere le anime salve nelle acque dei due fiumi, sottoponendole all'ultimo rito purificatore
prima dell'ascesa in Paradiso. Il paragone tra Matelda e Proserpina anticipa l'accostamento che la
donna stessa proporrà alla fine del Canto, ovvero quello tra il Paradiso Terrestre e
l'aetas aurea  della poesia classica che, forse, negli antichi poeti raffigurava proprio l'Eden: in effetti
la descrizione dell'età dell'oro come periodo di primitiva felicità nel mito pagano aveva molti punti
di contatto con quella del mito edenico, specie in Ovidio (Met., I, 89 ss.) che ne sottolinea il
carattere di «eterna primavera» e di abbondanza perduta dall'uomo come in seguito al rapimento di
Proserpina da parte di Plutone, per cui tale interpretazione in senso cristiano del mito pagano aveva
una lunga tradizione cui Dante si riallaccia. Il sorriso compiaciuto di Virgilio e Stazio alle parole
finali di Matelda è la conferma della veridicità di questa lettura in chiave cristiana del mito classico,
che rimanda al discorso di Stazio (XXII) secondo il quale proprio l'opera virgiliana aveva favorito
prima la sua conversione al Cristianesimo, poi il suo ravvedimento morale dal peccato di prodigalità
che aveva scontato in Purgatorio.
Tutta la seconda parte del Canto ha funzione didascalica, con la risposta di Matelda ai dubbi di
Dante circa la natura del Paradiso Terrestre e l'origine del vento e dell'acqua, in accordo alla
spiegazione precedente di Stazio: Dante si rifà qui alla descrizione scritturale dell'Eden precisando
che esso salì insieme al monte del Purgatorio al di sopra delle perturbazioni atmosferiche, per non
arrecare danno all'uomo posto da Dio in questo luogo di delizie come arr(a) («caparra», pegno)
della pace eterna. Matelda sottolinea che l'uomo dimorò poco nell'Eden per sua difalta, per il
peccato originale, tuttavia il luogo ha conservato il suo carattere di eterna primavera e la sua
immunità agli eventi atmosferici terrestri, per cui è esente da pioggia, neve, vento che si arrestano al
limite della porta del secondo regno. Il vento ha un'origine naturale in quanto prodotto dal
movimento delle sfere celesti, che inoltre fanno sì che le piante del giardino diffondano nell'aria le
loro sementi che poi ricadono sulla Terra generando la vegetazione (il che spiega la germinazione
spontanea delle piante sulla Terra, mentre si dice che nell'Eden vi sono specie sconosciute nel
mondo); l'acqua dei fiumi ha invece un'origine metafisica, poiché sgorga dalla volontà divina ed è
destinata al compiersi del rito purificatore che prepara le anime all'ingresso in Paradiso. Le parole di
Matelda che chiariscono i dubbi di Dante circa questioni «scientifiche» e che propongono in gran
parte spiegazioni di carattere «metafisico» e dottrinale si rifanno alla chiosa di Stazio (XXV) sulla
generazione delle anime e dei corpi aerei, anticipando una situazione che tante volte si ripeterà nella
III Cantica in cui sarà Beatrice (il cui arrivo è preannunciato nei Canti XXVIII-XXIX) a sciogliere i
dubbi del poeta su questioni analoghe, chiarendole al lume di quella teologia il cui intervento è
indispensabile per la comprensione dei misteri divini.