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Indice

Nota degli autori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3


Prefazione di David Kessler . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4
Introduzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 9

Capitolo Uno: Cambiare le nostre convinzioni


sulla perdita . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 16
Capitolo Due: Punti di rottura e di svolta
nelle relazioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33
Capitolo Tre: Divorziare in modo diverso . . . . . . . . . . 81
Capitolo Quattro: La morte di una persona cara . . 111
Capitolo Cinque: Onorare la perdita
di un animale domestico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 145
Capitolo Sei: Altri amori, altre perdite . . . . . . . . . . . . 156
Capitolo Sette: Puoi guarire il tuo cuore . . . . . . . . . 173

Postfazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 183
Ringraziamenti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 185
Gli autori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 186
Nota degli autori
Abbiamo scritto questo libro con l’intento di esplorare il
modo in cui viviamo il lutto e riusciamo a riprenderci dopo
qualsiasi tipo di perdita, come la fine di una relazione, il divor-
zio o la morte. Il dolore è difficile da affrontare, ma spesso sono
i nostri stessi pensieri ad aggravarlo ulteriormente. Con questo
libro, speriamo che tu possa espandere la tua consapevolezza e il
tuo modo di pensare alla perdita riuscendo a farlo con amore e
comprensione. Il nostro obiettivo è di farti vivere il lutto senza
restare bloccato nel dolore e nella sofferenza.
Il lutto non è una condizione da cui guarire, ma una parte
naturale della vita. L’anima non conosce la perdita; sa che ogni
storia ha un inizio e una fine, ma che l’amore è eterno. Speria-
mo che le parole contenute in queste pagine ti offrano un po’ di
conforto e di pace per affrontare il tuo viaggio. Ricorda però
che nessun libro può sostituirsi all’aiuto di un medico, quando
questo si rende necessario. Ti auguriamo tutto l’amore e la gua-
rigione possibili.

- Louise e David

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Prefazione
di David Kessler

Ho trascorso gran parte della mia vita a lavorare


nell’ambito del lutto e della perdita. Ho avuto la fortuna di
scrivere quattro libri sull’argomento, di cui due con la leg-
gendaria Elisabeth Kübler-Ross, la famosa psichiatra non-
ché autrice del rivoluzionario La morte e il morire. Durante
i corsi che tengo, mi sento chiedere di continuo: “Il lavoro
sul lutto funziona anche nel caso di un divorzio?”. Persino
alle feste, chi è da poco tornato single viene da me e mi
chiede: “Puoi aiutarmi? Ho appena chiuso una relazione e
ho sentito che tu sei un esperto nel campo del lutto.”
Per me è un continuo promemoria del fatto che il mio
lavoro si applica sia alla fine di una relazione e di un ma-
trimonio sia alla fine della vita. La verità è che la perdita è
la perdita e il lutto è il lutto, a prescindere da cosa riguardi
o da quale sia la causa. Non saprei contare le volte in cui
ho sentito qualcuno parlare di sé in tono duro al momento
di una rottura o della fine di un matrimonio, e spesso ho
ripensato alla mia amica Louise Hay, autrice del best sel-
ler internazionale Puoi guarire la tua vita, che dice sempre:
“Presta attenzione ai tuoi pensieri.”

Per il lancio del mio ultimo libro, sono stato invitato a


intervenire a una conferenza organizzata dalla casa editrice
Hay House, di Louise Hay. Nonostante fosse edito proprio
da lei, non vedevo Louise da anni e avevo davvero voglia di
passare del tempo con lei. C’eravamo messi d’accordo per

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pranzare insieme subito dopo la mia presentazione.
Avevo cominciato a parlare da qualche minuto, quando
ho percepito che tra il pubblico stava succedendo qualcosa
e mi sono accorto che i presenti si scambiavano occhiate
e bisbigliavano. Non avevo idea di cosa stesse accadendo,
perciò ho proseguito il mio discorso. Poi ho capito: Louise
era entrata in sala e si era seduta in platea. Nonostante gli
sforzi per passare inosservata, è sempre accompagnata da
una sorta di forte energia.
Nel corso del pranzo ci siamo aggiornati sugli amici co-
muni e sulle ultime novità e poi lei mi ha detto: “David, ci
ho pensato e voglio che tu sia con me quando morirò.”
“Ne sarei onorato” le ho risposto all’istante. In quanto
esperto nel campo della morte e del lutto, non è insoli-
to per me sentire frasi del genere. La maggior parte della
gente non vuole morire da sola; vuole essere certa che la
propria esistenza e la propria morte avvengano in presenza
di qualcuno che si trovi a proprio agio con la fine della vita.
Per questo motivo il famoso attore Anthony Perkins mi
ha chiesto di essere con lui al momento della sua morte;
l’autrice di numerosi best seller Marianne Williamson mi
ha domandato di restare con lei quando suo padre è spirato
e sono stato presente anche quando la mia mentore Elisa-
beth Kübler-Ross ha esalato il suo ultimo respiro.
Poi ho chiesto a Louise: “Che succede? C’è qualcosa che
dovrei sapere sulla tua salute?”.
“No” mi ha risposto. “Considerando che ho ottantadue
anni, sto bene e vivo appieno la mia vita. Voglio solo essere
sicura, quando verrà il momento, di poter vivere appieno
anche la mia morte.”
Louise è fatta così.
Durante la conferenza, doveva mostrare un documen-
tario intitolato Doors Opening [Porte che si aprono], che

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raccontava dei suoi celebri Hayrides, gli incontri che negli
anni Ottanta organizzava ogni settimana il mercoledì sera
con persone malate di AIDS e i loro cari. È stato grazie a
essi che il mondo di Louise Hay e il mio sono entrati per
la prima volta in contatto. Nelle rare occasioni in cui lei
saltava una riunione, io la sostituivo. E che emozione!
Immagina un pubblico di trecentocinquanta persone, o
giù di lì, soprattutto uomini (e qualche donna), tutti ma-
lati di AIDS. Erano gli albori dell’epidemia e non c’erano
ancora terapie disponibili. Per lo più, quelle persone dove-
vano affrontare un avvenimento ai loro occhi catastrofico.
E poi c’era Louise, seduta in mezzo a loro, per la quale non
si trattava affatto di una catastrofe, ma di un’opportunità
per cambiare la loro vita. Nel corso degli incontri, attraeva
nella stanza un’incredibile energia di guarigione. Tuttavia
metteva bene in chiaro che non c’era spazio né per l’auto-
commiserazione né per fare le vittime. Le riunioni davano
piuttosto la possibilità di raggiungere la guarigione a un
livello più profondo: permettevano di guarire l’anima.
Ripensando a quelle serate magiche diventate per me
una fonte d’ispirazione, la mia mente fu invasa dai ricordi.
A distanza di più di venticinque anni, Louise e io eravamo
di nuovo nella stessa stanza, a riflettere su quei giorni e sul
grande impatto che avevano avuto sulla nostra vita. Quan-
do il documentario è cominciato, dopo una breve intro-
duzione, Louise mi ha preso per mano e insieme ci siamo
avviati lungo il corridoio. L’idea era di chiacchierare ancora
un po’ per poi rientrare una volta finito il filmato e lasciare
spazio alle domande del pubblico. Eravamo a metà strada
verso la porta quando Louise si è fermata.
“Oh, guarda” mi ha detto. “C’è Tom sullo schermo” ri-
ferendosi a uno dei membri storici delle riunioni, morto
ormai da molto tempo.

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“Sono tutti così giovani” ho commentato.
“Sediamoci un paio di minuti” mi ha sussurrato lei, gui-
dandomi verso l’ultima fila.
Finimmo per guardare l’intero documentario, poi ci sia-
mo alzati, ci siamo ricomposti e siamo saliti sul palco per
rispondere alle domande: “Cos’è la malattia?”, “Se i nostri
pensieri possono farci guarire, perché prendiamo le medi-
cine?”, “Perché si muore?”, “Cos’è la morte?”.
A ogni risposta, Louise forniva informazioni per per-
mettere al pubblico di capire cosa sia la malattia. Poi, con
un cenno della testa, mi spronava a intervenire con le mie
riflessioni, come se stessimo giocando a tennis e mi passasse
la pallina con una volée. Il dibattito, che doveva durare die-
ci minuti, andò avanti per tre quarti d’ora e probabilmen-
te avrebbe potuto continuare molto più a lungo. Proprio
quando pensavo che fosse finito, Louise ha annunciato a
tutti, con orgoglio: “Oh, mi sono messa d’accordo con Da-
vid Kessler perché stia con me quando morirò.” Il pubblico
ha applaudito. Quella che per me era stata una richiesta pri-
vata, ora Louise la condivideva con tutti. Ecco un esempio
del suo potere, della sua onestà e della sua sincerità.
Quella sera Reid Tracy, presidente e amministratore
delegato della Hay House, mi disse: “Louise e io parlava-
mo della possibilità che voi due facciate qualcosa insieme.
Avete una storia comune e una grande saggezza da offrire
agli altri. Dovreste scrivere un libro a quattro mani.” Riu-
scivo appena a immaginare che Louise Hay potesse condi-
videre tutto il suo sapere su come riprendersi da una delle
sfide più grandi della vita – che si tratti di fare i conti con
una relazione che finisce, con un divorzio o con una rottu-
ra, di affrontare la morte di una persona cara o di soprav-
vivere a molti altri tipi di perdita esistenti, come quella di
un animale caro o persino di un lavoro a cui teniamo. Mi

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sono balenate di nuovo in mente le sagge parole di Louise:
“Presta attenzione ai tuoi pensieri.” E se avessimo scritto
davvero un libro insieme per unire le sue affermazioni e la
sua conoscenza del modo in cui il pensiero può aiutarci a
guarire con la mia esperienza maturata nei molti anni tra-
scorsi ad aiutare gli altri ad affrontare il lutto e la perdita?
Ho pensato a quante persone avrebbe potuto aiutare un
libro del genere. Ho pensato anche a come sarebbe stato
lavorare con Louise a così stretto contatto su un argomen-
to tanto importante. La nostra collaborazione per questo
libro si è rivelata fluida come il dibattito al termine del-
la conferenza: abbiamo unito le conoscenze acquisite nel
corso degli anni e allo stesso tempo abbiamo completato i
pensieri l’uno dell’altra su diversi temi1.
Così ha avuto inizio il nostro viaggio insieme.

1. Ti prego di tenere presente che, a eccezione della Prefazione e del


Capitolo Uno, in cui spiego come siamo arrivati a scrivere insieme
e descrivo le nostre conversazioni iniziali, la voce narrante di tutto il
libro appartiene sia a Louise sia a me.

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Introduzione
Un cuore spezzato è anche un cuore aperto. A prescin-
dere dalle circostanze, quando ami qualcuno e il tempo in-
sieme finisce, è naturale soffrire. Il dolore per la perdita di
una persona che ami fa parte della vita e del viaggio che
essa rappresenta, ma non vale necessariamente lo stesso per
la sofferenza. Quando si perde una persona cara, è naturale
avere l’impressione di non avere più energie, ma la verità è
che dopo la fine di una relazione, un divorzio o una morte,
dentro di te hai ancora la capacità di creare una nuova realtà.
Parliamoci chiaro. Quello che ti stiamo chiedendo è di
modificare il tuo modo di pensare dopo una perdita: non
ti stiamo chiedendo di evitare il dolore del lutto, ma di
affrontarlo. Vogliamo che i tuoi pensieri ti portino in un
luogo in cui tu possa ricordare la persona cara con amore,
senza tristezza o rimpianti. Anche dopo la peggior rottura,
il divorzio più difficile e la morte più tragica è possibile far-
lo. Ciò non significa che dovrai negare o evitare il dolore.
Al contrario, dovrai viverlo e poi permettere a una nuova
vita di dispiegarsi davanti a te, una vita in cui ti concentre-
rai sull’amore e non sulla sofferenza.
Ecco in cosa consiste il nostro lavoro. In questo libro ci
focalizzeremo in particolare su tre aree.

1. Aiutarti a vivere i tuoi sentimenti


Se hai deciso di leggere questo libro, probabilmente stai
soffrendo, e non vogliamo di certo privarti del tuo dolore.

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Tuttavia questo periodo può rivelarsi una fase importan-
tissima, non solo per guarire dal dolore ma, vivendo appie-
no ogni sentimento, anche per imparare a lasciartelo alle
spalle. Uno dei problemi principali è che potresti cercare
di mettere da parte o ignorare i tuoi stessi sentimenti, giu-
dicandoli sbagliati, troppo contenuti o eccessivi. Ti trascini
dietro molte emozioni represse, tra cui spesso compare an-
che la rabbia. Invece, per poter guarire, devi lasciarla uscire.
Non stiamo parlando solo della rabbia legata alla morte,
ma di quella che possiamo provare in qualsiasi momento.
Elisabeth Kübler-Ross, famosa esperta nel campo del lut-
to a cui dobbiamo la teoria delle Cinque Fasi del Dolore,
diceva che possiamo provare rabbia, lasciarla scorrere den-
tro di noi e poi liberarcene nel giro di qualche minuto. E
proseguiva affermando che, se percepita per più di quindici
minuti di fila, diventa rabbia vecchia.
Com’è ovvio, la rabbia è solo una delle emozioni che si
manifestano. Quando una relazione si conclude, quando
arriviamo al divorzio e persino quando ci troviamo davanti
alla morte, veniamo investiti da molti sentimenti, e viverli
è il primo passo verso la guarigione.

2. Permettere alle vecchie ferite di venire


a galla per rimarginarsi
La perdita rappresenta anche una finestra sulle vecchie
ferite che ti porti dietro e che, ti piaccia o no, tornano a
farsi avanti. Alcune non sapevi nemmeno di averle. Per
esempio, nell’affrontare la fine di una relazione, potresti
pensare: Sapevo che non sarebbe rimasto con me. Nel corso
di un divorzio, potresti essere convinto che: Non merito di

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essere amato, oppure alla morte di una persona cara pensare:
Mi capitano solo cose brutte. In tutti i casi si tratta di pensieri
negativi che vanno oltre la perdita.
Certo, è utile approfittare di un lutto per riflettere sul
passato con tenerezza, tuttavia riviverlo all’infinito è do-
loroso e del tutto improduttivo. Ed è questo che tendi a
fare quando ripensi al passato senza la vera intenzione
di guarire.
Ma da dove arrivano i pensieri negativi? La risposta è
che vengono dal passato, quando non sono stati guariti con
amore. Insieme faremo luce sulle tue vecchie ferite e sui
processi di pensiero negativi e inizieremo la guarigione con
amore e compassione.

3. Modificare i processi di pensiero


distorti riguardo alle relazioni,
all’amore e alla vita
Nel momento in cui piangi un qualsiasi tipo di perdita,
applichi il tuo attuale sistema di pensiero che, nella mi-
gliore delle ipotesi, è distorto. Cosa vogliamo dire con ciò?
Che le tue convinzioni sono influenzate dalle ferite dell’in-
fanzia e definite dal dolore delle relazioni passate. I proces-
si di pensiero distorti spesso sono plasmati dai genitori e
dalle altre persone presenti nella tua vita che hanno certa-
mente fatto del loro meglio nel rapportarsi con te, ma che
a loro volta sono state condizionate dal sistema di pensiero
distorto creato nel corso della loro stessa infanzia. Tutte
queste influenze hanno contribuito a creare il dialogo in-
teriore che ha luogo nella tua testa quando ripeti all’infini-
to i soliti vecchi pensieri. Così applichi alla nuova perdita

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questi processi di pensiero e il dialogo interiore negativo.
Ecco perché, dopo la perdita di una persona a cui tene-
vamo molto, spesso noi esseri umani ci rivolgiamo a noi
stessi senza alcun amore e tenerezza. Ci addossiamo la col-
pa, ci abbandoniamo all’autocommiserazione e arriviamo
a credere di meritarci tutto il dolore che proviamo. Come
possiamo spezzare questo circolo vizioso? Continua a leg-
gere per scoprire l’importanza delle affermazioni positive e
il loro potente effetto sui processi di pensiero distorti.

Il potere delle affermazioni


per guarire dal lutto
Le affermazioni sono frasi che rafforzano una convin-
zione positiva o negativa. Il nostro obiettivo è renderti più
consapevole riguardo a quelle negative che usi e, poco per
volta, introdurre nella tua vita frasi nuove e positive. Quan-
do pensi, affermi sempre qualcosa ma, sfortunatamente, se
i tuoi pensieri sono distorti, di solito continui a ripetere
affermazioni negative.
Arricchiremo il tuo lutto e la tua vita con affermazioni
positive e amorevoli. La prima volta che le usi potrebbero
sembrarti false, ma ti chiediamo comunque di concede-
re loro una possibilità. Se temi che vogliamo privarti del
tuo lutto o in qualche modo sminuirlo, non potresti essere
più lontano dalla verità. Vivere il lutto spetta solo a te, ma
le affermazioni positive possono annullare la sofferenza
e, allo stesso tempo, guarire il dolore passato e i modelli
di pensiero negativi. Le affermazioni negative sono false,
eppure non hai alcun problema a crederci. Molte persone
se le ripetono inconsciamente e si mostrano crudeli con
se stesse quando già stanno soffrendo. Uno dei principali

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obiettivi che speriamo di raggiungere con questo libro è
trovare il modo di modificare una volta per tutte i pensieri
negativi e ripetitivi.
Quando leggerai le affermazioni positive contenute nei
prossimi capitoli, assicurati di applicarle alle tue esperienze
e ai tuoi schemi di pensiero, alle tue convinzioni e alla tua
visione del mondo, e di usarle per smantellare i pensieri
negativi e limitati. Alcune affermazioni potrebbero rimar-
ginare le vecchie ferite e aiutarti a elaborare quelle attuali
per guarire finalmente grazie all’amore.

Il dono della vita dopo una perdita


Di certo sai come si conclude una relazione, un matri-
monio e persino una vita. Ma sai come si completa una
relazione o un matrimonio? Sai come si completa una vita?
Ecco un altro aspetto che speriamo di insegnarti nel corso
del viaggio che affronteremo insieme. La vita dopo una
perdita è ricca di doni inaspettati.
Forse ti sembreranno concetti completamente nuovi, ma
la verità è che non tutte le relazioni sono fatte per durare.
Alcune reggono per un mese, altre per anni, altre ancora per
un decennio. Soffri al pensiero che un rapporto durato un
solo anno avrebbe potuto durarne cinque, o che una storia
durata dieci avrebbe potuto durarne venticinque. Lo stesso
vale per i matrimoni. Definiresti riuscita un’unione finita
con un divorzio? Be’, può esserlo. Potrebbe essere perfetta
per l’esperienza di cui tu e il coniuge avevate bisogno.
È possibile individuare un ritmo anche quando la vita
finisce. È triste, certo, perché vorresti passare altro tempo
con la persona cara. Ma sono due i requisiti perché una vita
sia completa: il giorno della nascita e il giorno della morte.
Tutto qui. Arriviamo quando il film è già cominciato, e

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sempre nel bel mezzo del film ce ne andiamo. Dobbiamo
mantenere il nostro legame con la persona morta, dobbia-
mo serbarne il ricordo… così alla fine possiamo lasciar an-
dare il dolore.
Nel Capitolo 1 analizzeremo i pensieri sulla perdita.
Cosa pensi della fine delle relazioni? Come ti senti davanti
al declino di un matrimonio? Come reagisci alla morte di
una persona cara? A mano a mano che procederemo tra
queste domande, ti aiuteremo a cambiare il tuo modo di
pensare al riguardo.
Nel Capitolo 2 passeremo ai rapporti con gli altri. An-
che se magari stai leggendo questo libro nel bel mezzo di
una rottura, altre persone potrebbero essere alle prese con
un divorzio o un lutto. A prescindere dalla situazione in
cui ti trovi, ti incoraggiamo a leggere comunque il capitolo,
perché sia i matrimoni sia i divorzi nascono sempre da una
relazione. E anche la morte è legata a un rapporto.
Il Capitolo 3 si concentrerà nello specifico sul dolore
conseguente al divorzio. E poi, nel Capitolo 4, ci occu-
peremo del lutto per la morte di una persona cara. Così
come ti abbiamo suggerito di leggere il capitolo dedicato
alle relazioni, ti consigliamo di leggere anche quello che
tratta della morte, perché ogni rottura e ogni divorzio cor-
rispondono, per certi versi, a un lutto.
Nei restanti capitoli, esploreremo i numerosi altri tipi
di perdita che viviamo nel corso della vita, da quella di un
animale domestico a quella del lavoro, a un aborto e così
via. Prenderemo inoltre in esame le possibili vie di gua-
rigione per le perdite meno evidenti, come la sofferenza
dovuta a ciò che non è mai avvenuto e mai avverrà.
Le pagine successive conterranno un nuovo modo di
pensare, storie toccanti e affermazioni potenti e mirate per
situazioni specifiche. Si tratta di testimonianze di persone

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reali in situazioni reali, che hanno amorevolmente scelto
di raccontarci le sfide e le lezioni che hanno affrontato nel
corso della loro vita, affinché potessimo condividerle con te.
Il nostro più grande desiderio è che tu capisca che, a pre-
scindere da ciò che stai affrontando in questo momento, puoi
guarire il tuo cuore e ti meriti un’esistenza piena di amore e
pace. Cominciamo insieme il processo di guarigione.

- Louise e David

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Capitolo Uno

Cambiare le nostre
convinzioni
sulla perdita
Mentre guidavo verso San Diego per il primo incontro
di lavoro con Louise, pensavo a quali domande le avrei
posto. Louise dice sempre: “I pensieri creano.” Come po-
teva applicarsi quel concetto a una perdita? Pensavo a una
relazione che finisce con una rottura. Pensavo anche alla
perdita in seguito a un lutto e mi era venuta in mente
una cara amica straziata dalla scomparsa improvvisa e ina-
spettata del marito. Volevo sentire l’opinione di Louise al
riguardo. Dopotutto, lei è praticamente la madre del Pen-
siero Positivo.
Pioniera nel campo della guarigione psicofisica, Louise
Hay è stata tra i primi a introdurre il nesso tra i disturbi
fisici, e gli schemi di pensiero e le questioni emotive cor-
rispondenti. E io stavo per chiederle di impiegare la sua
saggezza, la sua esperienza e le sue idee per analizzare un
periodo dolorosissimo nella vita di una persona. Pur aven-
do già scritto quattro libri sull’argomento, so che avrò sem-
pre qualcosa da imparare al riguardo. Siamo sinceri, chi
potrebbe mai affermare di sapere tutto sulla perdita?

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La stessa Louise ha scritto così tanti manuali e corsi
di meditazione che non vedevo l’ora di conoscere il suo
punto di vista unico su una questione tanto importante.
Ho suonato il campanello dell’appartamento di Louise e,
pochi istanti dopo, è venuta ad accogliermi di persona con
un abbraccio carico di affetto e mi ha invitato a entrare. Mi
ha fatto fare il giro della casa e io ho ammirato quell’am-
biente meraviglioso. Ho percepito subito che si adattava
alla perfezione a una donna di quella levatura, con i mobili
lussuosi e la miriade di cimeli che Louise ha raccolto du-
rante numerosi viaggi nei luoghi più remoti del mondo.
Mi stavo godendo la vista stupenda dalle finestre, quan-
do lei mi ha detto: “Perché non parliamo mentre pranzia-
mo? C’è un posto fantastico qui dietro l’angolo.”
Nel giro di qualche minuto, mi sono ritrovato a cam-
minare a braccetto con Louise Hay per le strade di San
Diego. Nessuno avrebbe mai immaginato che stavamo per
discutere di uno degli argomenti più dolorosi al mondo.
Seduti a tavola, ho visto i volti dei camerieri illuminarsi per
la presenza di Louise. “Vedrai che il cibo qui ti piacerà un
sacco” mi ha assicurato lei.
Dopo aver ordinato, ho tirato fuori il registratore.
“Louise” ho esordito, “ho scritto molto sugli aspetti me-
dici, psicologici ed emotivi della perdita e del lutto, e in
ognuno dei miei libri mi sono occupato anche di quelli
spirituali. L’altro giorno ero in libreria e pensavo a questo
libro, e ho capito che sarebbe stato tra i pochi che puntano
a esplorare nel profondo il lato spirituale della fine di una
relazione, di un divorzio, di un lutto o delle perdite di altro
tipo. Perciò, per cominciare, dimmi cosa ne pensi tu degli
aspetti spirituali.”
“I nostri pensieri creano le nostre esperienze” ha comin-
ciato lei. “Ciò non vuol dire che la perdita non sia avvenuta

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o che il lutto non sia reale. Significa che i nostri pensieri
modellano il modo in cui li viviamo.”
Poi ha proseguito: “David, hai detto che l’esperienza del
lutto è diversa per ognuno di noi. Vediamo perché.”
Le ho raccontato della mia amica il cui marito era mor-
to improvvisamente per un’emorragia cerebrale. Sono ri-
masto sorpreso, perché Louise non mi ha chiesto ulteriori
informazioni sulla sua perdita, bensì: “Dimmi quello che
pensa lei. Viviamo tutti il lutto in modo diverso perché lo
pensiamo in modo diverso. In questo caso la chiave sta nei
pensieri della tua amica.”
Stavo per chiederle: “Come faccio io a sapere cosa pen-
sa?”, ma poi ho capito dove voleva andare a parare. “Oh” ho
detto, “le sue parole, le sue azioni e il suo dolore riflettono
quello che pensa.”
Louise ha messo una mano sulla mia e ha sorriso: “Giu-
sto!” ha risposto. “Raccontami cosa dice.”
“D’accordo. Tra le cose che le ho sentito dire c’è: ‘Non
riesco a credere che stia succedendo davvero’, ‘È la cosa
peggiore che mi sia mai capitata’ e ‘Non amerò mai più
nessuno come ho amato lui.’”
“Bene” ha commentato Louise. “La tua amica ci sta di-
cendo molto. Prendiamo una frase come: ‘Non amerò mai
più nessuno come ho amato lui.’ Sai bene quanto siano im-
portanti le affermazioni secondo me. Le affermazioni sono
alla base del nostro dialogo interiore, quindi pensiamo a
quello che lei si sta dicendo in questo momento di lutto.
Non amerò mai più nessuno. Una frase che può determinare
la realtà. Ma, cosa più importante, che non giova né a lei né
alla sua perdita. Il dolore dovuto al lutto è una cosa, ma poi
sono i nostri pensieri ad aggravarlo. A causa della sofferen-
za, la tua amica crede di non essere più in grado di amare.
Ma se si aprisse ad altre possibilità, ad altri suggerimenti,

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potrebbe scavare sotto le convinzioni alla base di questa
affermazione. E allora potrebbe pensare:

Nel corso della mia vita ho vissuto un amore potente.


L’amore che provo per mio marito è immortale.
Ricordo l’amore che provo per lui e il mio cuore
continua a cantare di gioia.

E io ho aggiunto: “Chi vuole andare più a fondo più in


fretta, o con il tempo si è staccato dalla morte, potrebbe dire:

Sono aperto a un nuovo amore.


Intanto che sono ancora vivo, sono pronto
a provare l’amore in tutte le sue forme.”

Louise si è sporta verso di me e ha detto: “Spero che


tu ti renda conto che non diciamo queste cose solo dopo
la morte di una persona cara. Le diciamo anche dopo una
rottura o un divorzio. Perciò dobbiamo assicurarci di esa-
minare tutti questi ambiti.”

Mentre Louise e io discutevamo, pensavo al fatto che


esistono persone che imboccano sempre la via negativa,
eppure c’è anche chi fa del proprio meglio per porre fine
a una storia nel migliore dei modi e per trovare i risvolti
positivi. Prendiamo per esempio Darren e Jessica. Darren
considerava la religione come qualcosa che apparteneva
ai suoi genitori e alla famiglia, non la vedeva come una
scelta personale. Ma poi insieme a Jessica aveva scoperto

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la Scienza Religiosa e aveva cominciato a frequentare una
chiesa locale.
“I sermoni riguardavano argomenti legati alla famiglia,
alla vita di tutti i giorni” spiegava Darren, “come compra-
re casa, innamorarsi, sposarsi, gestire i soldi e così via, ma
sempre senza alcun giudizio. Solo parole sagge e di ap-
provazione. Quei discorsi spirituali parlavano di un amore
molto più ampio di quello con cui io e Jessica eravamo
cresciuti. Con il passare degli anni, abbiamo letto libri,
meditato e partecipato a seminari. La cosa buffa è che, a
distanza di tempo, ci siamo resi conto che il nostro motto,
‘Il karma vede tutto,’ era molto simile alla regola d’oro dei
nostri genitori.”
Dopo ventidue anni di quello che, ai suoi occhi, era
stato un buon matrimonio, Darren si era reso conto che
qualcosa era cambiato nel loro legame. Come poi Jessica
mi spiegò: “Avevo l’impressione di aver già vissuto metà
della mia vita e di non averla esplorata al massimo. Me ne
sono accorta io per prima. Volevo chiudere, volevo di più.
Non era una questione di sesso o di altre storie. Solo che
avevo preso un impegno per la vita senza aver ben capito
quanto fosse lunga e quante cose ci fossero da fare. Amavo
Darren, ma lui era contento di stare a casa a far niente e
rilassarsi. La vita tranquilla che per lui andava benissimo
per me era una noia.
Quando gli ho detto che non volevo più la nostra re-
lazione così com’era e che volevo chiudere, lui è andato su
tutte le furie. Si è sentito tradito. L’ha presa sul personale,
ma non era così. Mi ha accusato di non amarlo più, ma
non era vero. Lo amavo ancora, ma purtroppo la nostra
storia era giunta al capolinea. Sapevo che, se fossi rimasta,
saremmo stati infelici insieme. Per quanto fosse triste, do-
vevo andarmene.”

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La verità è che tutti noi siamo costantemente spinti a
sondare le ferite che devono ancora rimarginarsi. Magari
i nostri progressi non sono sempre ovvi e lineari, ma l’a-
more ci consegna sulla porta di casa tutto ciò che non lo
riguarda, così da poterlo guarire. Dunque, mentre Darren
si sentiva il cuore a pezzi per la rottura, Jessica non provava
né paura né dolore, ma un’irresistibile sensazione di avven-
tura. Mentre faceva le valigie, aveva asciugato con affetto
le lacrime del marito e gli aveva detto: “Credi che ti stia
lasciando, ma non è così. Me ne vado, ma sarò comunque
nel mondo con te. Pensi che io non ti ami più, invece sì.
È meglio così per tutti e due. Sono convinta che se questa
scelta è giusta per il mio futuro, allora deve esserlo anche
per il tuo.”
Darren aveva continuato a sentirsi arrabbiato e ferito.
“Ammettilo” aveva detto. “Non mi ami più.”
Jessica aveva risposto: “A volte dire addio è un altro
modo di dire ti amo.”
Sono le storie come questa che spesso non hanno la
giusta eco quando si parla di rotture. Sappiamo pochissimo
sulla conclusione di un rapporto, di un matrimonio o di un
lavoro. Non sappiamo come completarli, ed è dura accettare
il fatto che, se ogni relazione ha un inizio, alcune hanno
anche una fine.

Rendere omaggio all’amore


Mentre Louise e io eravamo immersi nella discussione
su come gestire il lutto, sono arrivati i piatti che avevamo
ordinato. Con un sorriso, lei ha osservato il proprio, l’ha
annusato e poi si è messa a pregare, un gesto che mi è parso
più sincero e profondo rispetto alla tipica preghiera che
pronunciamo più per obbligo o per abitudine.

21
“Pensavi davvero quelle parole, giusto?” le ho chiesto
quando ha finito.
“Sì” mi ha detto, “perché la vita mi ama e io amo la vita.
Mi sento così grata.”
Devo ammettere che, in un primo momento, la sua ri-
sposta mi è sembrata un tantino esagerata. Ma poi mi sono
ricordato con chi ero seduto a tavola: con la persona che
più volte aveva dimostrato il potere delle affermazioni. Ero
solo stato colto alla sprovvista nel vedere il concetto all’o-
pera nella vita di Louise. Assaporando ogni boccone del
pranzo, lei mi ha spiegato che le affermazioni non consi-
stono nel fingere che il lutto non esista. “Non se ne va se
fingi che non ci sia. Cosa pensi che gli succeda?”.
“Se non sei pronto a viverlo” ho risposto, “credo che ri-
manga in stand-by e poi dovrai affrontarlo quando lo sarai.
Se non adesso, più tardi. Sta a te scegliere quando; ci sono
periodi in cui è necessario mettere il lutto da parte. Po-
trebbe essere troppo presto o troppo doloroso; o magari sei
troppo impegnato a crescere un figlio o a tenerti un lavoro.
A prescindere dalle ragioni, verrà il momento in cui dovrai
affrontare il lutto messo da parte da troppo tempo. Diven-
terà vecchio, incustodito, arrabbiato e comincerà ad avere
un impatto negativo sulla tua vita. Ma le cose non devono
per forza andare così.”
Louise ha annuito: “Dentro di te, hai il potere di creare
una realtà nuova e più positiva. Cambiare il punto di vista
sul lutto e sulla perdita non vuol dire non soffrire o non
vivere il lutto. Significa soltanto che i vari sentimenti non
diventeranno un blocco. Ripensando a una perdita, spesso
la gente si dice contenta di aver vissuto appieno le proprie
emozioni. È contenta di essersi data il tempo necessario
per piangere la fine di un legame. O, nel caso della morte
di una persona cara, è contenta di averne onorato la scom-

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parsa. Tuttavia, dopo un periodo di lutto prolungato, mi
capita spesso di sentir dire: ‘Non avrei dovuto concedere
così tanto tempo al dolore.’”
Poi abbiamo parlato di una ventinovenne di nome Ca-
roline che stava ricominciando a uscire con gli uomini.
Stando a lei, non rimpiangeva nessuna delle relazioni avute
in passato, ma si pentiva di aver impiegato cinque anni a
superare un relazione che ne era durata solo tre.
“Capisco” ho detto. “Una volta una donna mi ha confi-
dato che, a quasi dieci anni dalla morte del marito a causa
di un incidente stradale, aveva capito che le sarebbe man-
cato e che l’avrebbe amato per il resto della sua vita. Ma
avrebbe preferito imparare prima a ricordare il loro amore.
Quando stavamo per concludere il nostro lavoro insieme,
mi ha detto: ‘Renderò omaggio all’amore, ecco cosa farò
d’ora in avanti. Non onorerò più il dolore.’”
“È proprio quello che vogliamo insegnare. A rendere
omaggio all’amore, non al dolore o alla sofferenza.” Louise
mi ha guardato dritto negli occhi e ha proseguito: “In que-
sto libro, parleremo di intenzioni. Dovremo lavorare sulle
affermazioni applicate al dolore e alla perdita per portare
speranza nella sofferenza. Insegneremo che passare dal lut-
to alla pace è possibile e mostreremo come fare. Le persone
potranno guarire le proprie perdite e il proprio cuore. Non
dovranno per forza soffrire per il resto della vita, ma il pro-
cesso richiede più di un giorno per essere completato.”
“Verissimo” ho confermato. “Guarire dopo una perdita
non è come prendere il raffreddore e sentirsi meglio dopo
una settimana. La guarigione richiede tempo, ma possia-
mo insegnare alla gente a ricercare la pace. Vivere il lutto
prima di raggiungerla è importantissimo, perché rappre-
senta un’espressione autentica dei propri sentimenti men-
tre si gettano fondamenta nuove e più solide.”

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Penso spesso alle Cinque Fasi del Dolore individuate da
Elisabeth Kübler-Ross: rifiuto, collera, venire a patti, depres-
sione e accettazione. Guarire il proprio cuore significa giun-
gere all’accettazione totale e vivere nella realtà. Non stiamo
dicendo che devi essere felice di aver perso qualcuno o che
devi dire che va tutto bene. Ma devi riconoscere il fatto che
la perdita è reale, anche se l’unica cosa che vorresti è riavere
la persona cara che non c’è più.
Ho condiviso con Louise la storia seguente.
Christina era una donna a cui, nonostante la giovane
età, era stato diagnosticato un cancro alle ovaie. Il tumore
era molto aggressivo e mentre tutti si sforzavano ancora
di accettare la notizia, la situazione si era aggravata e lei
si era ritrovata in fin di vita. Inaspettatamente, a volte chi
è molto giovane ha meno difficoltà ad accettare la morte
rispetto ai propri genitori. Nel caso di Christina, era sua
madre, Debra, a faticare a tenere il passo con quanto stava
accadendo. Christina aveva un’anima bella e coraggiosa e
sapeva cosa poteva cambiare e cosa no del proprio mondo.
Era consapevole del fatto che stava morendo e l’aveva ac-
cettato, raggiungendo così una certa pace.
Durante la malattia, lei e la madre discutevano spesso.
Debra diceva: “Sei troppo giovane per morire.”
“Be’, allora come spieghi il fatto che sto morendo?” re-
plicava la figlia.
“La tua vita non è completa; non puoi morire così pre-
sto.”
“Mamma, perché una vita sia completa ci sono solo due
requisiti: nascere e morire. Tra poco la mia vita sarà com-
pleta, perché avrò vissuto e sarò morta. È così che vanno le
cose e dobbiamo accettarlo per trovare la pace.”

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Se c’era una cosa che teneva sveglia Christina la notte
era la preoccupazione per la madre. Dopo la morte della
ragazza, ho continuato a vedere Debra a distanza di qual-
che mese. Ripenso ancora a quanto Christina voleva che la
madre trovasse la pace e a come questa le sfuggisse sempre.
Tuttavia, qualche anno dopo ho incontrato Debra per caso
e ho percepito all’istante qualcosa di diverso in lei che non
riuscivo a spiegarmi. Le chiesi se fosse cambiato qualcosa
e rispose: “Ho ammesso con me stessa che volevo riavere
Christina più di quanto volessi trovare la pace. Alla fine mi
sono accorta che volevo trovare la pace sia per me sia per
lei. Ho capito cosa significa volere che una persona cara
riposi in pace.”
“Ancora oggi” ho detto a Louise, “Christina e Debra mi ri-
cordano sempre quanto sia importante voler trovare la pace.”
Louise era d’accordo con me: “Ci dimentichiamo di vi-
vere e di mettere in pratica le parole che ci hanno insegnato
da piccoli. Pensa alla frase riposa in pace. L’abbiamo sentita
tutti ma, nel caso di Debra, solo alla fine ha voluto che la
figlia trovasse davvero la pace, consapevole che l’amore è
eterno e non muore mai. Allo stesso modo, Christina vo-
leva che la madre riposasse in pace ogni notte, conscia del
legame che la morte non poteva spezzare. Adesso Debra è
fermamente convinta che un giorno si rivedranno.”
A prescindere dal tipo di perdita da cui deriva il dolore
che provi, è fondamentale che tu ti aggrappi al pensiero
di voler trovare la pace e un modo per guarire il tuo cuore.
Sapere che vivere appieno il lutto e raggiungere la pace
è un’opzione sempre possibile ti darà grande conforto ed
energia. Questo libro presenta una serie di possibilità che
magari non hai mai preso in considerazione prima, tra cui
mettere in discussione il tuo modo di pensare e usare le
affermazioni per cambiare i sistemi di pensiero negativi.

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Ricorda che guarire una perdita e il tuo cuore è possi-
bile. La gente ci riesce di continuo, ma devi sempre tenere
presente che il tuo lutto è unico, proprio come le impronte
digitali. Per poter guarire completamente il tuo cuore, devi
riconoscere la perdita e vivere il lutto. Spesso le persone se la
prendono con gli amici perché sembrano non comprendere
il dolore che stanno vivendo. Forse non ci riescono e non
ci riusciranno mai, ma solo tu puoi capire davvero cos’hai
perso, perché sei l’unico che può guarire la situazione.

Diversi tipi di perdita


La maggior parte della gente resta stupita nell’apprendere
che esistono molte forme di perdita. “Una perdita è una per-
dita” si dice, e in un certo senso è vero; tuttavia, dato che ne
esistono di diversi tipi, vale la pena analizzarne gli archetipi.
Nella parte restante di questo capitolo ci concentrere-
mo sulla perdita complicata, sulla perdita nel limbo e sul non
diritto al lutto. È importante ricordare che il dolore è una
reazione alla perdita. Non ci soffermeremo sulle comples-
sità dei vari tipi, ma a volte comprendere quale forma di
perdita ti trovi a vivere è sufficiente per aiutarti ad agire al
meglio in una data situazione.

La perdita complicata
Per dirla con parole semplici, si tratta di qualsiasi perdita
complicata da altri fattori. La maggior parte di noi sa che
quando una relazione arriva alla sua conclusione naturale,
subiamo una perdita. Questa sarà priva di complicazioni
se le due persone scelgono di comune accordo di separarsi
o di divorziare o se a morire è un parente anziano in cir-

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costanze prevedibili dopo una vita lunga e piena d’amore.
Ma quante perdite del genere si verificano? Quanto spesso
tutti sono d’accordo e le cose vanno a finire bene?
La vita di tutti noi è complicata e allo stesso modo lo
sono anche le perdite. Le perdite si complicano quando
non te le aspetti, quando ti colgono alla sprovvista. Anche
se riconosci il tipo di perdita che hai subito, e magari ti
rendi conto che si tratta di una perdita complicata, sap-
pi che per quanto sia complessa, hai sempre la possibilità
di guarire. Prendiamo in considerazione alcuni esempi di
come possiamo cambiare il nostro modo di pensare.
In un rapporto, quando uno dei due vuole la separazio-
ne e l’altro no, potrebbe essere utile pensare:

Anche se adesso non capisco questa separazione,


la accetto come reale per cominciare
il processo di guarigione.
Lo stesso pensiero si applica in caso di divorzio:

Non credo sia necessario divorziare, ma mio marito


sì (oppure mia moglie ha già consegnato i documenti
all’avvocato). Anche se non sono d’accordo, sono
convinto che ognuno scelga il proprio destino,
e il mio partner ha scelto il suo.
Tutti hanno il diritto di scegliere se portare avanti un
matrimonio oppure no.
In occasione della morte di una persona giovane, potre-
sti dirti:

Non me l’aspettavo. Credevo che questa persona avesse


molte altre esperienze da fare nella vita, ma devo

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tenere presente che io non vedo e non so tutto. Anche se
sono arrabbiato e confuso, non posso conoscere a cosa è
destinata una persona.
Ricorda che se anche una perdita è complicata, la gua-
rigione non deve esserlo per forza.

La perdita nel limbo


Ecco alcuni esempi di questo tipo di perdita. Dopo il
terzo periodo di pausa in una relazione, una coppia potreb-
be dirsi: “La separazione ci sta uccidendo. Se solo potessi-
mo far funzionare le cose o farla finita una volta per tutte.”
Alcune affermazioni utili possono essere:

Questa separazione rivelerà informazioni utili.


Questa separazione sarà definitiva o terminerà quando
sarà il momento giusto.
Chi sta affrontando seri problemi di salute potrebbe
dire: “I giorni in attesa dei risultati delle analisi sono stra-
zianti,” oppure: “Quanto vorrei guarire del tutto o morire.”
Una buona affermazione a cui ricorrere potrebbe essere:

La mia salute non dipende unicamente dal risultato di


un esame medico.
Temere una perdita può essere brutto come la perdi-
ta stessa. A volte la vita ci costringe a vivere in un limbo,
in cui non sappiamo se la perdita si verificherà davvero.
Potresti dover aspettare ore prima di sapere se l’interven-
to chirurgico di una persona cara è andato bene, o giorni

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interi prima che questa si risvegli dal coma. Potresti dover
aspettare nell’incertezza per ore, giorni, settimane o anche
di più nel caso di un bambino scomparso. Spesso le fa-
miglie dei soldati dispersi sul campo vengono straziate da
decenni di attesa nel limbo. A distanza di anni, le persone
rimaste non hanno ancora risolto la loro perdita e magari
non saranno in grado di farlo finché non scopriranno la ve-
rità. Ma quel giorno potrebbe non arrivare mai. Ritrovarsi
nel limbo della perdita è una perdita già di per sé.
Tuttavia, non deve per forza andare così. Nel bel mezzo
della tempesta, puoi comunque trovare un porto dove ri-
parare. Nel limbo della perdita, probabilmente ti spaventi
immaginando gli scenari peggiori. Non sai come riuscirai a
sopravvivere se la perdita avvenisse davvero, perciò potresti
sentirti paralizzato e non essere di alcun aiuto né agli altri
né a te stesso. Un’affermazione per guarire in questi casi è:

Anche se non so dove si trova il mio caro, confido che sia


al sicuro nelle mani di Dio.
Nel corso di una rottura, per esempio, potresti pensare: Ri-
voglio il mio partner, oppure: Non sono pronta ad affrontare la
fine della nostra storia. Be’, ripensaci! Perché invece non ti dici:

Anche se non so come andrà a finire, la vita mi ama e io


starò bene con o senza di lui.
Se stai attraversando un periodo difficile perché stai la-
sciando qualcuno, prova a dirti:

Se non sono l’uomo giusto per lei, qualcun altro


lo sarà di certo! Meglio che mi faccia da parte
perché lei possa incontrarlo.

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Il non diritto al lutto
Questa condizione è il risultato di una perdita per cui,
agli occhi della gente, una persona crede di non avere il
diritto di piangere. Spesso in questi casi il lutto viene vissu-
to in forma privata perché considerato inaccettabile. Ecco
alcuni esempi:

• La relazione non è socialmente approvata o pubblica-


mente riconosciuta, come nel caso di legami o matri-
moni omosessuali.
Prova a pensare:

A prescindere da cosa pensano gli altri del mio amore, io


rispetto il mio amore e la mia perdita.
• La relazione riguarda prevalentemente il passato, come
nel caso della morte dell’ex moglie o dell’ex marito.
Prova a pensare:

Anche se si trattava del mio ex, l’amore che provo non


esisteva solo nel passato, ma anche nel presente.
Piangerò appieno l’amore verso di lui o lei.
• La perdita è nascosta o difficile da vedere, come per gli
aborti spontanei o volontari.
Prova a pensare:

Riconosco e rispetto la perdita del mio bambino.


• La modalità con cui è scomparsa la persona cara è vista
in modo negativo ed è attribuibile a decisioni sbagliate
o a quello che può essere considerato un peccato, come

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per esempio un suicidio e la morte per AIDS, alcolismo
oppure overdose.
Prova a pensare:

Per il suicidio: Il mio caro soffriva e non vedeva una


via d’uscita. Adesso si sente integro e in pace.
Per l’AIDS: Il mio caro è bello e dignitoso,
a prescindere dalla malattia.
Per l’alcolismo e/o la tossicodipendenza: Il mio caro ha
fatto del suo meglio. Me lo ricordo prima della dipendenza e
adesso penso a lui senza di essa.

• La perdita di un animale domestico a volte non viene


condivisa per paura di sembrare ridicoli.
Prova a pensare:

L’amore che provo per il mio animale è reale.


Condividerò il lutto solo con chi potrà capire
la mia perdita.
Quando si tratta del non diritto al lutto, ricorda che
non puoi modificare il modo di pensare degli altri, ma puoi
sempre cambiare il tuo.

Rispetto le mie perdite.

Come vedi, si usano nomi diversi per tipi diversi di


perdite. Sebbene ognuno di noi soffra in modo unico, l’e-
sperienza della perdita è universale. E allora è importante
sottolineare che, se la perdita è universale, lo è anche la

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guarigione. Spesso non hai il controllo di una rottura, un
divorzio o una morte, ma hai il controllo totale dei pensieri
che ne conseguono. Puoi creare un’esperienza in cui vivi
appieno il lutto e desideri guarire, oppure puoi diventare
vittima della sofferenza. Le affermazioni sono uno stru-
mento utile che può indirizzare i tuoi pensieri verso la gua-
rigione, allontanandoli dal dolore.
Diamo ora un’occhiata più da vicino alla perdita che
consegue alla fine di una relazione. Impareremo a concen-
trare i nostri pensieri sulla guarigione e sui modi di supe-
rare le convinzioni negative, così da mostrare in futuro un
amore più grande per noi stessi.

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Capitolo Due

Punti di rottura
e di svolta nelle relazioni
Le parole che ci diciamo e che ci vengono rivolte dopo
la fine di una relazione hanno un impatto su di noi e con-
tengono un messaggio. Si sa che le storie raccontate nelle
favole non sono realistiche. Quando leggiamo: “E vissero
per sempre felici e contenti” sappiamo benissimo che non
esiste nessun “per sempre felici e contenti”. Magari c’è un
“per sempre sinceri,” un “per sempre fiduciosi” o persino un
“per sempre perfetto per noi.”
Non sarebbe fantastico se, dopo una storia, potessi sem-
plicemente scambiare una stretta di mano con l’altra perso-
na e dirle: “Grazie, è stato bello” e poi andartene per la tua
strada? O magari: “Grazie, ho imparato un sacco di cose” o
ancora “Che esperienza meravigliosa! Abbi cura di te”?
Invece la maggior parte delle volte vivi un lutto profon-
do e ti sembra di avere sulla testa una nuvola nera. E se ci
fossero altre opzioni da prendere in considerazione e pro-
vare? Il lutto è reale, ma deve per forza esserci una nuvola
nera sulla tua testa? E se invece vivessi i postumi dell’amo-
re? Se ti circondassi di gratitudine per l’amore che hai vis-
suto? Se ti fermassi un attimo e pensassi: Wow, che periodo
entusiasmante. Non è stato forse un capitolo stupendo della mia

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vita? Non sei curioso per quello che accadrà dopo? Devi
per forza rimanere bloccato sotto a quel nuvolone, in attesa
che il temporale passi?
Come la maggior parte degli esseri umani, probabil-
mente credi che essere innamorato sia come stare al set-
timo cielo. Contano forse qualcosa i periodi in cui non ti
trovi in una relazione? Ci auguriamo che ti concederai di
vivere il lutto per la fine di una storia, ma sappi che fare
costantemente pensieri negativi non serve ad altro che ad
accrescere la sofferenza.
Parla con altre persone, soprattutto con quelle più an-
ziane. Fatti raccontare di quanto era magnifica la loro vita
quando avevano una relazione e anche quando non l’ave-
vano. A tutti i livelli di consapevolezza, la parola, la me-
ditazione, la preghiera e le affermazioni hanno un potere
guaritore immenso. Così come il silenzio. Alcune persone
ti diranno persino che subito dopo la fine di una relazione
hanno vissuto un periodo profondo della loro esistenza, un
periodo di ri-creazione, cambiamento e crescita.
In questo capitolo vogliamo condividere con te molte
storie potenti e alcune idee su come dare una svolta alla tua
vita quando una relazione finisce. Se puoi, cerca di aprire la
mente e di vedere la fine di un rapporto in modo diverso, ad-
dirittura sotto una luce positiva. Ciò che in parte tormenta
le persone è la paura, e una delle paure di fondo che accom-
pagnano una rottura è quella dell’abbandono. Per esempio,
potresti pensare: Era destino che lui stesse con me. Ma come
fai a esserne certo? Forse non è affatto così, ma ci sono al-
tri modi di vedere la cosa. Forse era destino che tu avessi
una relazione sentimentale con quella persona dai ventitré ai
venticinque anni e che poi stessi con qualcun altro dai trenta
ai cinquantuno. La gente entra ed esce dalla tua vita conti-
nuamente, ma non è detto che valga lo stesso per l’amore.

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Ancora una volta, potrà sembrarti quasi che ti chiedia-
mo di cambiare modo di pensare, ed è proprio così. A limi-
tare i tuoi pensieri è la convinzione che esista un solo modo
di concepire la perdita, e di solito si tratta di un modo ne-
gativo. In fin dei conti tu vuoi davvero aprire la mente e co-
gliere le diverse opzioni e i modi illimitati in cui è possibile
percepire gli avvenimenti della propria esistenza.
Le relazioni ci offrono nuove opportunità di capire chi
siamo, di cosa abbiamo paura, da dove deriva il nostro po-
tere e qual è il significato del vero amore. L’idea che le
relazioni offrano l’opportunità di imparare può sembrare
assurda, perché spesso si tratta di esperienze frustranti,
difficili e persino strazianti. Eppure possono essere anche
molto di più. Le relazioni rappresentano la nostra possibi-
lità più grande di trovare l’amore vero e guarire sul serio.
A causa del lutto dopo una rottura, potresti erroneamen-
te sentirti incompleto. Se pensi che il tuo essere completo
dipenda dagli altri, allora credi di non essere abbastanza
da solo, di non essere completo, di non poter né trovare
l’amore né trovare la felicità nella vita privata e lavorati-
va. Invece di cercare la persona giusta da amare, cerca tu
per primo di meritare amore. Invece di assillare il partner
chiedendogli che ti ami di più, prova a diventare più degno
del suo amore. E se dopo esserci riuscito, la vostra storia
giungerà comunque al termine, allora significa che non era
la persona giusta per te.
Per trovare l’amore, devi chiederti se offri tu per primo
quanto ne vuoi ricevere, o se ti aspetti che gli altri ti amino
più di quanto tu ami loro o te stesso. Come dice a ragione
un vecchio modo di dire: “Se la tua barca non sta a galla,
nessuno vorrà attraversare l’oceano con te.”

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Vedere le relazioni in modo diverso
Prima di esaminare il lutto che segue la fine di una re-
lazione, dobbiamo soffermarci su ciò che la gente pensa
quando si trova a vivere una storia.
Il modo in cui pensi durante una relazione si riflette
sulla tua sofferenza una volta che la relazione è giunta al
termine. Per esempio, se durante la relazione avvertivi la
mancanza di qualcosa, il lutto rifletterà questa mancanza.
Se durante la relazione eri pieno di rabbia, insieme al dolo-
re per la fine del rapporto proverai anche rabbia. La verità
è che non vogliamo solo insegnarti un modo più aperto di
pensare al dolore dopo la fine di una relazione. Vogliamo
che tu capisca anche quanto possa esserti utile questo nuo-
vo modo di pensare durante una storia d’amore.
Joanna e la gemella omozigote, Grace, erano nate a
qualche minuto di distanza ma, per puro caso, Joanna il 31
dicembre due minuti prima di mezzanotte e Grace poco
dopo. Nonostante la differenza di età fosse di appena po-
chi minuti, le due erano orgogliose di avere una data di
nascita diversa. Anche il loro modo di gestire le relazioni
era differente.
Grace usciva con un esperto informatico che aveva svi-
luppato un software per monitorare l’interazione tra più
farmaci e in molti lo consideravano un eroe, poiché il suo
lavoro permetteva di salvare vite umane. A Grace piaceva
stare con lui ed era contenta della loro relazione, perciò
quando un giorno lui le disse di aver incontrato un’altra,
per lei fu un duro colpo. Aveva commentato con frasi del
tipo: “Si vede che non era destino. In fin dei conti, non era
la relazione giusta per me.” Vedeva le cose per quello che
erano. “Probabilmente la nostra storia doveva durare solo
un anno” aveva commentato.

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La gemella le aveva chiesto: “Non pensavi che fosse
l’uomo giusto per te?”.
Grace aveva risposto: “Be’, se fosse stato quello giusto,
staremmo ancora insieme. Il fatto che la storia sia finita
significa che doveva durare un anno, non per sempre.”
Joanna era rimasta a guardare addolorata non solo per
l’esito della relazione della sorella. Il dolore che provava pla-
smava evidentemente anche la sua esperienza dell’amore,
che per lei si limitava a due condizioni: avere una storia con
qualcuno o rimpiangere la storia con qualcuno. La relazio-
ne con Phil, un bel commentatore sportivo, era la più im-
portante della sua vita. Per molti versi formavano una bella
coppia, ma lei rimpiangeva ancora la fine del legame pre-
cedente con Max. Se non avessi commesso tutti quegli errori
con Max, si chiedeva spesso, chissà, magari staremmo ancora
insieme. Quando pensava alla relazione attuale con Phil, era
terribilmente preoccupata di ripetere gli stessi errori.
Grace le aveva semplicemente consigliato: “Dimentica-
ti la tua ultima storia e pure quella prima. Hai già impa-
rato tutto quello che dovevi. Concentrati su quella che hai
adesso e pensa che stai con Phil.”
Ma era più facile a dirsi che a farsi per Joanna: “E se
fossi troppo tranquilla o troppo aggressiva?” si domandava.
“Se, se… e se la nonna avesse le ruote?” aveva ribattuto
Grace. “Noi due saremmo delle macchine?”.
È evidente che le due sorelle elaboravano la relazione,
la fine di una relazione e la transizione verso la successiva
in modo molto diverso. Ma entrambe imparavano le loro
lezioni a livello individuale, perché anche i gemelli non de-
vono intromettersi nel percorso gli uni degli altri. Ognuno
di noi ha un “piano di volo” personale per il proprio ap-
prendimento. Spesso cerchiamo di organizzare o ricono-
scere i processi che avvengono dentro di noi e cambiare le

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lezioni che ci attendono, ma la vita, da brava esperta, ci dà
sempre quello che ci serve al momento giusto.
Ciò non significa che non viviamo appieno e che non
commettiamo errori. Non ci sottraiamo al gioco della vita
restando a guardare. C’è un punto però in cui dall’analiz-
zarci passiamo a compatirci e, per poter cambiare, siamo
costretti ad andare avanti. Non possiamo controllare gli al-
tri, non possiamo modificare il passato, ma abbiamo il pie-
no controllo del nostro dialogo interiore. Una volta capito
che le sue riflessioni negative interferiscono con le storie
che ha, allora e solo allora Joanna sarà pienamente con-
sapevole del fatto che sono proprio i suoi pensieri a poter
dare vita a una realtà diversa.
Prendiamo un pensiero come: So che ripeterò lo stesso er-
rore. Non solo possiamo cambiarlo, ma possiamo anche tra-
sformarlo in una guida verso la guarigione. Potrebbe tornar-
ci utile in caso di una meditazione, con un mantra del tipo:

Sono guarito dagli errori del passato.


Joanna è riuscita a superare gli errori commessi nella
sua ultima storia. A volte la gente pensa: Bene, sono gua-
rito. Adesso sarà tutto perfetto. In verità il mondo si sposta
sempre verso la guarigione e, per Joanna, non si tratterà
necessariamente di un viaggio tranquillo. Ma con il passare
del tempo, anche il suo processo di guarigione avanzerà
gradualmente.
Quando una parte di te guarisce, l’universo non dice:
“Lasciamogli sei mesi di tranquillità.” Al contrario dice:
“Qual è la cosa successiva da guarire affinché Joanna si av-
vicini alla felicità?”. In molti percorsi spirituali si ritiene
che tutto ciò che non rientra nell’amore viene a galla per
essere guarito. Nel caso di Joanna, lei si era concentrata

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su un altro aspetto della personalità che le era sfavorevole.
Aveva cominciato a interrogarsi su Phil con domande del
tipo: È lui l’uomo giusto, per il resto della mia vita? Sarà un
buon padre? Il sesso sarà sempre bello? Ai miei amici piacerà?
La mia famiglia approverà?
Potrebbero sembrarti domande ragionevoli, e lo sono.
Ma non se te le poni cento volte al giorno. Molti non san-
no che ogni giorno abbiamo settantamila pensieri, ma la
cosa più scioccante è che si tratta per lo più di pensieri
ripetitivi. L’idea di Joanna di una vita o di una relazione
analizzate così nel dettaglio non corrisponde a un’esistenza
o a una relazione vissute davvero. Non puoi vivere il mo-
mento con atteggiamento onesto e aperto, se sei troppo
preso ad analizzare tutto.
Esaminiamo di nuovo alcuni pensieri di Joanna relativi
alla sua relazione che influenzerebbero il suo stato di soffe-
renza qualora la storia finisse, così come il tipo di relazione
che stava vivendo in quel momento.
Ecco la prima domanda che si è posta: “È lui l’uomo
giusto, per il resto della mia vita?”.
La vera risposta a un quesito del genere è che lui è quel-
lo giusto per oggi. Non si può mettere in discussione nulla
oltre al presente. Non si può trovare la felicità nel futuro. Il
fatto che un uomo sia con noi oggi significa che è il partner
giusto per oggi.
Cominci a capire che tutto questo ti aiuterà a vivere
nel presente, a contatto con la realtà? “Lui è quello giusto
per oggi” è un’affermazione vera. “Lui è quello giusto per il
resto della mia vita” può essere vera oppure no. Semplice-
mente, non puoi sapere se starai con qualcuno per il resto
della vita. Quando una storia finisce, è normale soffrire, ma
stai molto peggio se pensi che il partner che hai perso era
“quello giusto”, perché significa perdere il tuo “per sempre”.

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Ricorda di usare questa affermazione:

Lui è quello giusto per oggi.


Passiamo alla seconda domanda di Joanna: “Sarà un
buon padre?”.
Ogni volta che i nostri pensieri si concentrano su un’al-
tra persona invece che su noi stessi, non possiamo trovare la
felicità. Nel caso di Joanna, la domanda non dovrebbe es-
sere se Phil sarà un buon padre, ma piuttosto se lei, quando
verrà il giorno, sarà una buona madre. Siamo onesti. Pos-
siamo sapere davvero se qualcuno sarà o meno un buon ge-
nitore? Molti di noi hanno fratelli o amici che pensavamo
sarebbero stati perfetti con i figli e a cui invece mancavano
certe doti. Allo stesso tempo, siamo rimasti sorpresi da altri
che ritenevamo sarebbero stati pessimi genitori e che invece
si sono rivelati bravissimi. In fin dei conti, se e quando avrà
dei figli, Joanna avrà il controllo solo delle proprie doti ge-
nitoriali. Un’affermazione più positiva per lei sarebbe:

Mi darò da fare per essere la madre migliore possibile.


La terza domanda era: “Il sesso sarà sempre bello?”.
Dopotutto, il sesso esiste soltanto in un luogo: nella
tua testa. Non puoi sapere quanto sarai eccitato in futuro.
L’unica cosa su cui devi concentrarti è quanto metti di te
stesso durante un rapporto sessuale. Questa notte, in ca-
mera da letto, Joanna potrà offrire al partner la sua inten-
sità, passione, creatività, eccitazione e senso dell’avventura.
Un’affermazione positiva in questo caso è:

Metto tutta me stessa nell’esperienza sessuale che mi


aspetta stanotte.

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“Ai miei amici piacerà?” era la domanda successiva.
I tuoi amici manifestano il riflesso di ciò che pensi. Se
nel porre una domanda ti mostri dubbioso, mostreranno
dei dubbi anche loro. Al contrario, se dai tuoi pensieri tra-
spare felicità, il tuo partner piacerà automaticamente an-
che ai tuoi amici, perché vedranno che insieme a lui sei
felice. In questo caso l’affermazione positiva è:

Ai miei amici piace vedermi felice quando sto con lui.


Infine, Joanna si chiedeva: “La mia famiglia approverà?”.
Forse sì o forse no. Nella maggior parte dei casi, i tuoi fa-
miliari si accorgeranno delle emozioni che provi e si espri-
meranno di conseguenza. Ricorda però che se anche non
dovessero darti la loro approvazione, si tratta sempre della
tua vita e della tua storia. C’è solo un’approvazione che ti
serve davvero: la tua. Un’affermazione positiva può essere:

Io approvo la mia relazione.


Tutti i nostri pensieri sono preziosi. Non puoi pensar-
la in un modo, durante una storia, e poi cambiare radi-
calmente punto di vista quando soffri perché è finita. Se
quando stai con qualcuno i tuoi pensieri sono negativi e
distorti, anche il modo in cui vivrai la perdita sarà negativo
e distorto. È fondamentale vedere la cosa come un conti-
nuum, perché se credi che una relazione finirà per deterio-
rarsi, allora i pensieri negativi che impregnavano la storia
caratterizzeranno anche il tuo lutto. E quando ti troverai
in una nuova relazione, non penserai improvvisamente e
come per magia in modo lucido. Sarai ancora una volta
vittima del tuo modello di pensiero.
Il lutto e la perdita ti offrono l’opportunità di esaminare
i tuoi pensieri di fondo sui rapporti con gli altri. Se vivi

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bene il dolore per la fine di una storia, allora non avrai pro-
blemi ad averne un’altra. Se invece vivi male nella relazio-
ne, hai l’opportunità di cambiare modo di pensare su come
gestire il lutto e su come affrontare la relazione successiva.

Conosci te stesso
Quando Vanessa ripensa alla relazione “dei suoi sogni”,
le scappa da ridere. Felicemente sposata con un uomo che
non era quello dei suoi sogni, ricorda ancora la sua prima
relazione importante con ironia e amore, e senza più dolore.
All’età di ventisette anni, Vanessa era felicissima di aver
conosciuto a una festa Ron, un pediatra. Aveva sempre sa-
puto che un giorno avrebbe incontrato una persona spe-
ciale in grado di capire che anche lei lo era, e aveva comin-
ciato a chiedersi come sarebbe stato diventare la moglie di
un medico.
Dopo essere usciti insieme per undici mesi, Ron le ave-
va chiesto di trasferirsi da lui e Vanessa si era sentita ma-
tura e arrivata al traguardo. Sposare un dottore è il mio desti-
no, pensava. Organizzerò eventi di beneficenza per l’ospedale.
Quando lui si lamenterà del lavoro, gli rammenterò i sacrifici
che ha fatto per diventare quello che è. Quando la gente mi dirà
che guadagna un sacco, ricorderò loro quanto ha dovuto studia-
re per arrivare dov’è adesso.
Vanessa era passata dagli appuntamenti con le ami-
che nella caffetteria del posto al tè con le mogli degli altri
dottori. Eppure non era tutto perfetto. Ron sapeva essere
arrogante ed egocentrico. A un certo punto, Vanessa gli
propose di riarredare la loro camera da letto che, con il
materasso ad acqua e il mobile bar, pareva più adatta a uno
scapolo. Lui rispose seccato che la sua stanza andava bene
così com’era. Ormai aveva quel materasso da più di die-

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ci anni e lo adorava, tranne quando doveva svuotarlo per
cambiare l’acqua, perché la prima notte, poi, aveva sempre
molto freddo. Così per il momento lei aveva accantonato
la questione, certa che alla fine avrebbe avuto la possibilità
di risistemare la stanza.
Per festeggiare il primo anniversario, avevano fatto un
viaggio sull’isola di Maui, la preferita di Ron. Ma Vanessa
aveva permesso a un altro ospite di unirsi a loro: la paura.
Quando aveva chiesto a Ron se avesse mai portato altre
donne laggiù, lui aveva risposto: “Certo. È sempre stato il
mio posto preferito, ci sono venuto con altre ragazze pri-
ma, e anche da single. Una volta qui ho conosciuto una
donna con cui poi mi sono messo.”
Quella sincerità aveva reso Vanessa ancora più insicura.
Esaminiamo i suoi pensieri. Vanessa si diceva: Sono solo un
numero per lui? Se non fossi venuta, si sarebbe trovato qual-
cun’altra per tenergli compagnia? Mi sposerà mai?
Come puoi immaginare, le domande di fondo erano:
Conto qualcosa per lui? Mi ama davvero? Ma il vero proble-
ma era un altro; non si trattava di un pensiero in particolare,
ma delle sue convinzioni di fondo che la rendevano insicura:
Sono invisibile. Non valgo niente. Mi può benissimo sostituire.
Se, come Vanessa, ti concentri sui pensieri negativi, la
vita ti sembra peggiore, mentre se ti concentri sui pensieri
positivi, ti appare migliore. Ron sarà anche stato arrogante,
ma quali pensieri percepiva nella sua ragazza? Lei si sentiva
indegna del suo amore, inutile e invisibile. Perché avrebbe
dovuto amarla? O meglio: Chi avrebbe dovuto amare? Se
Vanessa non era abbastanza nemmeno per sé, come poteva
esserlo per lui?
Vorremmo poterti dire che per Vanessa e Ron quella fu
una bella vacanza, ma in realtà lei si lasciò prendere dalle
sue insicurezze e lui si fece ancora più distaccato. Al ritor-

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no, lui aveva sperato che la vita sarebbe tornata alla norma-
lità, ma i pensieri insicuri di Vanessa avevano continuato
ad affliggerla. Scommetto che anche altre donne hanno vissuto
in questa casa, si ripeteva in continuazione, così spesso che
alla fine dovette trovare una risposta. Così gli chiese, con
fare brusco: “Hai mai vissuto qui con altre donne?”.
Ron le rispose di nuovo con sincerità: “Sì, ma che diffe-
renza fa? Adesso ci sei tu.”
“Avevo solo bisogno di saperlo” commentò lei. Ma nel
giro di qualche giorno, gli domandò: “Sono state loro a
rompere con te o sei stato tu?”. Vanessa aveva spostato l’at-
tenzione dal vivere la relazione alla fine della relazione. Non
viveva davvero la sua vita: era già entrata nella fase del lutto.
Ron aveva capito che cercare di rassicurarla sarebbe stato
inutile. Riusciva a percepire la pressione negativa dovuta al
suo senso di inutilità e al suo bisogno di attenzioni. Così alla
fine erano arrivate le parole negative che lei si aspettava: “Va-
nessa, credo che dovresti andartene.” Le affermazioni negati-
ve che si era ripetuta avevano realizzato la sua peggior paura.
L’aveva implorato di cambiare idea, ma ormai Ron ave-
va preso una decisione. Vanessa se n’era andata in preda alla
rabbia: aveva sempre avuto ragione, lei era solo un numero,
l’ennesima ragazza. Niente di più.
Nei giorni successivi, si era sentita davvero giù. Tutti i
pensieri e le insicurezze a cui aveva permesso di insinuarsi
nella storia con Ron definivano il suo dolore per la perdita.
Mentre spostava con rabbia tutta la sua roba nell’appar-
tamento di Yvonne, una vecchia amica, i pensieri negativi
non l’abbandonavano.
Dopo qualche giorno, Yvonne le disse: “Ma ti senti?!
Capisco perché non ha più voluto stare con te. Non vuoi
starci nemmeno tu! Non hai autostima. Ti descrivi come ti
vedeva lui. Chi sei tu veramente? Conosci te stessa?”.

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Ancora in balìa delle proprie affermazioni negative, Va-
nessa si era ripromessa di far sentire a Ron la sua man-
canza. Aveva ancora la chiave di casa sua e sapeva che il
mercoledì era il giorno più indaffarato allo studio. Mentre
lui incontrava il primo paziente della giornata, lei si intro-
dusse nel suo appartamento.
Si era ricordata di quando si era lamentato perché la
prima notte dopo aver cambiato l’acqua al materasso ave-
va sempre freddo, così decise di svuotarlo. Per due ore era
rimasta seduta vicino al letto a guardare l’acqua defluire,
pensando a quanto Ron si sarebbe sentito solo e al fred-
do quella notte, e così l’avrebbe rivoluta con sé. Tolta tutta
l’acqua, aveva iniziato a riempire di nuovo il materasso. Poi
aveva fatto il letto come se niente fosse ed era uscita.
La mattina seguente, sicura di essergli mancata terribil-
mente durante la notte, aveva aspettato una sua telefonata.
Ma alle quattro del pomeriggio, scioccata che Ron non si
fosse ancora fatto vivo, aveva deciso di chiamarlo allo stu-
dio. Aveva risposto lui e Vanessa gli aveva subito chiesto
come stava.
“Bene” le aveva risposto con aria distratta.
Frustrata, gli aveva chiesto: “Come hai dormito?”.
“Bene.”
Vanessa aveva riagganciato. Aveva ripensato a tutto
quello che aveva fatto per farlo sentire solo e a disagio,
per fargli sentire lo stesso senso di perdita che provava lei.
Quando Yvonne rientrò, le raccontò la sua bravata.
“Vanessa” le disse l’amica, “guarda dove ti hanno por-
tato i tuoi pensieri. A cospirare contro il suo materasso ad
acqua per fargli sentire la tua mancanza. Ma la domanda
chiave è: dove sei tu in tutto questo? Cos’avevi di così spe-
ciale da fargli sentire la tua mancanza? Dov’erano le tue
risate, il tuo sorriso, il tuo gran senso della moda? La tua

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passione per i giochi da tavolo? La tua personalità solare?
Ti sei resa del tutto invisibile e poi l’hai accusato di non
vederti, di considerarti solo un altro numero. Be’, adesso sei
la Ragazza Pazza numero 5, quella che ha cambiato l’acqua
di un materasso per far sentire la propria mancanza a un
ragazzo. Nessuno penserà a te e a quanto sei speciale fino a
che non sarai tu a farlo.”
Alla fine, le parole di Yvonne avevano toccato il tasto
giusto spingendo Vanessa per la prima volta a concentrarsi
sui suoi pensieri negativi. Sapeva di essersi comportata in
modo ridicolo cambiando l’acqua del materasso, ma non
aveva ancora messo insieme i pezzi. Adesso avrebbe do-
vuto affrontare il proprio lutto, viverlo e gestirlo da sola.
Finalmente aveva capito che nessuno avrebbe vissuto la sua
vita al posto suo.
Negli anni successivi, Vanessa ha riflettuto sul proprio
posto nel mondo, non in relazione al suo destino di moglie
di un dottore, o di chiunque altro. Ha partecipato come vo-
lontaria agli eventi di beneficenza perché ne aveva voglia e
ha cercato il suo luogo preferito al mondo invece di fissarsi
su quello preferito di un ragazzo. Aveva cominciato a ve-
dere la propria vita come un seme da nutrire piuttosto che
come una pianta rampicante che cresce sul muro di qualcun
altro. Aveva capito che concentrandosi sul partner si era di-
stratta dal vero lavoro in un rapporto: quello su se stessa.
Dopo aver lavorato su di sé per diversi anni, incontrò
un ragazzo di nome Hank, che la amava per quello che
era. L’incidente del materasso ad acqua era diventato un
semplice aneddoto che Vanessa o qualcun altro tirava fuori
alle feste. E spesso terminava la storia dicendo: “Se pensi
negativo, finirai per sprecare una giornata a svuotare il ma-
terasso ad acqua di qualcuno. Se pensi positivo, finirai per
essere felice. E per dormire bene!”.

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C’è un proverbio inglese che dice: how empty of me to be
so full of you, cioè sono così preso da te da dimenticarmi di
me. L’unica persona su cui tutti noi dobbiamo concentrar-
ci, l’unica su cui possiamo davvero lavorare, è quella che ve-
diamo allo specchio. Si tratta sempre di un lavoro interiore.
Alla fine, Vanessa ha capito di aver agito a quel modo
non solo per far provare a Ron il suo stesso dolore. Si era
comportata così per il senso di abbandono che lui le face-
va avvertire. Ma, cosa forse più importante, aveva scoperto
che quel senso di abbandono scaturiva da se stessa. Aveva
capito che, concedendosi di soffrire, poteva trovare il modo
per analizzare il senso di abbandono, gestirlo con consape-
volezza e amore e, da ultimo, guarire. Ed è proprio questo
che significa vivere bene il dolore.
Mano a mano che vedrai i rapporti in modo diverso, ti
accorgerai che seguono un loro ritmo. Certi durano tutta
la vita, altri qualche decennio, altri ancora qualche anno e
alcuni solo qualche mese. Ma non si possono giudicare. A
prescindere dal tempo che hai passato con una persona,
ogni rottura si merita del tempo per il lutto. Il dolore dopo
la fine di una relazione ti dà l’opportunità di comprendere
i tuoi archetipi sani e quelli negativi.
Alcune persone restano scioccate davanti alle afferma-
zioni negative che continuano a ripetersi dopo la perdi-
ta di un legame, ma si tratta di momenti potenzialmente
utili per avvicinarci al vero amore e alla guarigione. Forse
per la prima volta, possiamo capire come il modo in cui
soffriamo per una relazione ci riveli come abbiamo agi-
to nel corso di essa. Infine, non appena individuiamo le
affermazioni negative, possiamo trasformarle in positivo,
affinché diano una nuova forma alla nostra esistenza e ai
nostri amori futuri.

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La persona sbagliata può essere quella perfetta
Molti di noi pensano che un dato legame si sia rovinato
o che un altro sia stato una perdita di tempo, e pensano di
aver perduto mesi o anni in quelle relazioni. Ma la verità
è che ogni storia è un’esperienza che ci è stata assegnata
personalmente, a prescindere che sia durata una settimana,
un mese o dieci anni.
A trent’anni compiuti, Marissa era ancora single. In
passato aveva avuto due relazioni che l’avevano lasciata con
un terribile senso di abbandono e perciò aveva deciso di
darsi da fare e prendere in mano la situazione. Si era iscrit-
ta a un famoso sito di incontri e ogni giorno controllava se
qualcuno l’avesse contattata.
Aveva deciso di incontrare ogni ragazzo che si fosse
mostrato interessato a lei, quindi usciva spesso per pranzi,
cene, caffè e drink. Poi, per motivi di lavoro, era stata a una
conferenza in uno stato vicino e, durante il volo di ritorno,
aveva scoperto che il passeggero al suo fianco sembrava
molto attratto da lei.
L’uomo si era presentato con fare cortese: “Piacere,
Will.”
“Io mi chiamo Marissa.”
Nel corso dell’ora successiva, i due avevano intavolato
una fitta conversazione. A Marissa piaceva l’energia che
emanava quell’uomo, e quando la hostess annunciò che a
breve avrebbero dovuto allacciare le cinture, lei era corsa
in bagno a rinfrescarsi. Si guardò allo specchio e si chiese
se truccarsi per lui. Poi aveva pensato: Be’, mi ha già visto
senza trucco, e a quanto pare gli sono piaciuta.
Quando era tornata a sedersi, Will aveva detto: “Sareb-
be una grande gioia per me, e spero sarà lo stesso per te,
poterti portare fuori a cena.”

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Con un sorriso, gli aveva risposto: “Non ti negherei mai
il piacere di darmi una grande gioia.”
“Che ne dici di domani sera?”.
Apprezzava molto il fatto che lui avesse deciso così in
fretta. Aveva persino scelto l’ora e il ristorante.
Erano andati a cena e avevano parlato come due vecchi
amici. “Per il nostro secondo appuntamento” le aveva chie-
sto Will, “saresti libera domani sera a cena?”.
Lei aveva accettato. Alla fine della serata, lui aveva com-
mentato: “Mi piacerebbe molto rivederti. Quando sei di-
sponibile?”.
Marissa aveva detto: “Tre sere di fila forse sembrerebbe-
ro troppo e infrangeremmo qualsiasi regola sugli appunta-
menti. Perciò facciamolo.”
La loro intimità era fantastica; la compagnia pure e sì,
anche il sesso funzionava alla grande. Marissa aveva pro-
prio la sensazione che fosse “quello giusto”, il ragazzo che
stava aspettando. Il giovedì sera gli chiese: “Allora, cosa fa-
rai nel fine settimana?”.
“Lavoro come consulente per alcune agenzie non profit”
rispose Will. “Questo weekend ho un ritiro aziendale, ma
tornerò domenica sera tardi.”
“Dove vai?” s’informò Marissa. “Da qualche parte con
una spa così posso accompagnarti e divertirmi mentre tu
lavori?”.
“Sarà dura” le rispose. “Ho in programma moltissimi
appuntamenti e ti vedrei pochissimo.”
Marissa aveva sentito una terribile stretta allo stomaco,
ma aveva cercato di non lasciar trapelare i propri senti-
menti. Voleva dirgli che avrebbero almeno potuto dormire
insieme, ma sapeva che sarebbe stato troppo.
“Ti chiamo lunedì mattina quando rientro in città e
così ci mettiamo d’accordo per vederci” aveva detto lui.

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Marissa camminava sulle nuvole e non riusciva a pen-
sare ad altro che a lui. Aveva immediatamente sospeso il
suo profilo sul sito di incontri. Il sabato sera era uscita a
cena con le amiche più intime e aveva raccontato loro di
Will. Una aveva detto: “Vacci piano, perché non lo cono-
sci ancora bene.” Un’altra aveva commentato: “Non ve-
derlo ogni sera. Non mostrarti così disponibile. Ai ragaz-
zi piace darci la caccia.” E l’ultima aveva aggiunto: “Siete
così ciniche. Lasciate che si diverta e che sia se stessa.”
Marissa le aveva ascoltate con un sorriso, imperturbata.
Era convinta che non ci fosse niente di male in quello che
le stava accadendo.
Il lunedì mattina non si era mai staccata dal telefono.
Aveva ormai i nervi a fior di pelle quando finalmente, alle
undici e mezzo, lui l’aveva chiamata.
“Sei libera a breve?” le chiese Will.
“Credo di essere libera questa sera” gli disse.
Erano scoppiati a ridere tutti e due. Il dolore si era affie-
volito visto che si era tenuta libera apposta per lui. Avevano
passato un’altra bella serata insieme e Marissa si era sentita
amata e completa con lui, come non le era mai successo
prima. Erano usciti insieme ogni sera per tutta la settima-
na. Ma di nuovo, il giovedì lui l’aveva informata che sareb-
be stato fuori per il weekend: “È raro che mi capitino due
ritiri aziendali di fila, ma succede in primavera.”
Il lunedì mattina Marissa aveva aspettato ancora la sua
chiamata. A mezzogiorno, non avendolo sentito, decise di
chiamarlo, ma partì direttamente la segreteria. Aveva ri-
provato alle due e alle quattro e gli aveva lasciato un mes-
saggio, ma non aveva ottenuto risposta. Aveva cominciato
a preoccuparsi, ma si era sforzata di non perdere il con-
trollo. Il ritiro deve essere durato più del previsto, si era detta.
Ma anche martedì lui non si fece vivo, e lei iniziò ad avere

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paura. Che gli fosse successo qualcosa? Stava bene? Maga-
ri aveva perso il cellulare? Ma d’altra parte, anche in quel
caso, avrebbe potuto farsene prestare uno per chiamarla.
Mercoledì la segreteria era stata disattivata: “Non esi-
ste una segreteria abbinata a questo numero.” Marissa si
arrabbiò. Chiamò un’amica e le raccontò cos’era successo.
“Wow” le aveva detto lei, “devi rallentare e tornare con i
piedi per terra. L’hai appena conosciuto.”
Il giovedì sera, Marissa uscì a bere con le amiche, che la
rimproverarono. La prima chiese: “Sei andata a casa sua?”.
“Avevamo in programma di andarci presto” le rispose,
“ma lui diceva che un gentiluomo dovrebbe sempre passare
a prendere una signora. E così finivamo sempre da me.”
“Vuoi dire che un uomo sposato passa sempre a prendere
una signora a casa sua.”
Marissa era rimasta scioccata dall’accusa: “Will non è
sposato!”.
L’amica l’aveva guardata per un momento e poi aveva
concluso: “Pensaci. Non c’è mai nel fine settimana perché
sta con la famiglia. È dovuto sparire perché ha capito che
la vostra storia non poteva andare da nessuna parte.”
“Magari è sposato” aveva aggiunto la prima amica, “e ha
capito che gli piacevi tanto, ma ha dovuto chiudere.”
Marissa non aveva trovato conforto nella compagnia
delle amiche e così era rientrata presto, nella speranza di
trovare un messaggio di Will sul telefono di casa. Ma così
non era stato.
Nelle settimane successive, si era aspettata che si facesse
sentire, anche solo per dirle addio. Nel giro di qualche altra
settimana, la rabbia si era trasformata in collera all’idea di
quanto fossero cretini gli uomini. Aveva cominciato a du-
bitare dei propri sentimenti e si era sentita ingannata. Era
passata in fretta dal “Mi chiamerà” al “Non mi chiamerà.”

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Alcune settimane dopo, ogni tanto Marissa provava an-
cora a chiamarlo al cellulare, che però era stato disattivato.
Era giunta alla conclusione che Will fosse sposato, altri-
menti perché si sarebbe spinto fino a disattivare il cellulare?
Con una telefonata lei avrebbe potuto mandare all’aria il
suo matrimonio. Le sue amiche avevano ragione: era stata
un’ingenua. Si struggeva per il mistero di Will. Aveva una
famiglia? Che tipo di persona poteva fare una cosa del ge-
nere? Cosa fosse successo a Will e perché si fosse compor-
tato a quel modo era diventata la sua ossessione. Più pensa-
va a lui, più l’infelicità e il senso di abbandono crescevano.
Marissa viveva da reclusa, affogando nella depressione
e nell’amarezza. Non si era mai sentita tanto sola. Ma poi,
a distanza di qualche settimana, aveva avuto un’illumina-
zione: Perché soffro da cinque settimane dopo soli otto appun-
tamenti in quindici giorni? Grazie al cielo non erano andati
avanti per mesi, altrimenti ci avrebbe messo anni a ripren-
dersi. Si rese conto di aver dato a Will più di quanto si
meritasse ma, cosa più importante, che il livello di dolore e
lutto che provava non poteva dipendere solo da quell’uomo.
Sei settimane più tardi, Marissa si iscrisse di nuovo al
sito di incontri. Le sue amiche ne erano state contente,
ma l’avevano incoraggiata a fare le cose con calma e a non
essere troppo dura con se stessa.
“Mi sono presa sei settimane per vivere il lutto” disse
lei. “Mi sono sentita molto sola. Sono sempre stata abban-
donata dagli uomini, ma non permetterò più che succeda.
Comincio a credere che i miei sentimenti legati alla perdi-
ta c’entrino ben poco con le mie storie.”
“Non sei costretta ad andare a un appuntamento se non
vuoi” le aveva detto un’amica.
Marissa aveva ribattuto: “Non sono gli appuntamenti
che devono cambiare. È il fatto di sentirmi sempre abban-

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donata. È strano, ma uscire con Will è stata una grande
lezione, perché ero sicura che lui fosse quello giusto. Mi
ha fatto capire come mi comporto, come mi espongo. Ma
ho lavorato tanto e a lungo per cambiare me stessa e il mio
modo di pensare.”
Si riferiva al lavoro che stava facendo su di sé e sulle
proprie affermazioni. Si era resa conto che ogni giorno af-
fermava qualcosa di negativo, del tipo: Mi sento completa
con Will. Ho bisogno di qualcuno che mi completi. Sono felice
solo quando sto con qualcuno.
Ma adesso usava nuove affermazioni che aveva impara-
to lavorando sulla perdita subita:

Sono qui per me stessa.


Gli uomini possono anche andare e venire, ma io mi
amerò e mi sosterrò sempre.
Non conosciamo la storia dal punto di vista di Will, ma
non dubitare che anche lui avrà imparato la sua lezione.
Lui l’aveva ferita, perciò Marissa poteva dire:

Non mi preoccuperò perché il karma vede tutto.


Il suo viaggio di vita non mi riguarda.
Ti sembrerà strano, ma Marissa si era resa conto che il
breve incontro con Will era stato un dono. Lui era la per-
sona perfetta per aiutarla a guarire dai suoi problemi legati
all’abbandono e, per certi versi che non possiamo conosce-
re, anche lei era perfetta per lui.
Potremmo semplicemente concludere che Marissa aveva
incontrato un emerito cretino, ma come ne uscirebbe l’uni-
verso? È possibile che le abbia mandato un ragazzo super-

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ficiale a caso? Perché? Solo per farla soffrire? Non potreb-
be esserci un motivo? Se davvero l’universo è onnisciente
e amorevole e ci spinge sempre verso la guarigione, allora
dev’esserci un buon motivo se Will è stato mandato da Ma-
rissa. Visto che lei era pronta a sfruttare lui e quel particola-
re momento della vita per scavare a fondo nei suoi problemi
legati all’abbandono, per molti versi il ragazzo sbagliato si è
rivelato il ragazzo perfetto per la sua guarigione.
Di solito, nell’ambito di una relazione intima, le perso-
ne hanno gli stessi problemi. Se hai difficoltà con l’amore,
attirerai qualcuno che ha problemi con l’amore. Se ne hai
con il potere, anche il tuo partner ne avrà, anche se non
necessariamente dello stesso tipo. E comunque, potrebbe
non essere così evidente.
Se una persona si mostra prepotente perché teme di non
avere potere, il partner potrebbe essere condiscendente pro-
prio perché invece teme di esercitare il proprio. In una cop-
pia potrebbero esserci problemi di dipendenza, ma mentre
una persona è dipendente, l’altra potrebbe essere co-dipen-
dente o avere il ruolo di salvatore del compagno. Se il pro-
blema comune riguarda la paura, un partner può gestirla con
un atteggiamento spavaldo e impavido, mentre l’altro può
essere timido e non prendere mai nessuna decisione. Spesso
le persone simili si attraggono, ma in modo “opposto.” In al-
tre parole, una persona prepara i pancake e l’altra li mangia.
Ciò significa che, in genere, quando si presenta un proble-
ma, un partner vuole parlarne e trovare una soluzione, mentre
l’altro preferisce starsene zitto e lasciare che le cose si sistemi-
no da sole. Chi è più aggressivo preme tutti i tasti dell’altra
persona, che a sua volta, rifiutandosi di parlare, preme quelli
del compagno. Entrambi pensano che l’altro abbia un proble-
ma e che lo stia affrontando nel modo sbagliato. Ma ognuno
è perfetto per l’altro in quel momento, in quella relazione.

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Distaccato e bisognoso
Mentre molte persone affrontano questioni legate
all’abbandono, molte altre devono confrontarsi con proble-
mi dovuti al controllo. Non c’è da stupirsi dunque che, nel
corso dell’infanzia, le prime abbiano provato l’abbandono
e le seconde si siano sentite troppo controllate. Crescendo,
le prime diventano bisognose mentre le seconde distaccate, e
può darsi pure che finiscano per uscire insieme. Potrà sem-
brarti paradossale, ma molti di noi sono allo stesso tempo
un po’ distaccati e un po’ bisognosi.
In una relazione, l’individuo abbandonato (bisognoso)
spesso ha paura di essere lasciato, mentre quello con i pro-
blemi di controllo (distaccato) ha paura di essere troppo
controllato dal partner. Dato che l’universo spinge come
per magia queste persone l’una verso l’altra perché si guari-
scano a vicenda, chi ha paura dell’abbandono impara infine
a piantarla di mollare se stesso, mentre chi ha problemi di
controllo scopre che nessuno può controllarlo.
Le persone con problemi di controllo spesso si mostra-
no distaccate, scatenando così nel partner i complessi le-
gati all’abbandono. Ma la verità è che nessuno le controlla.
Sono semplicemente schiave del proprio passato, ed è da
questo che si lasciano controllare. Quando durante le liti
si sentono controllate, di solito ciò dipende da esperienze
del passato, perché in realtà hanno perso il controllo non
per mano del proprio compagno, ma per qualcosa che è
successo nel passato.
Ecco alcune affermazioni utili in questo caso:

Nessuno può controllarmi;


il padrone di me stesso sono io.

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Quando mi sento controllato, mi stacco dal passato con
amore e mi concentro sul presente.
Sono libero di fare ciò che voglio.
Scegliere spetta sempre a me.
Chi soffre di problemi di controllo guarisce riconoscen-
do la propria libertà e rendendosi conto che i rapporti di
causa-effetto esistono in qualsiasi tipo di esperienza, ma
che non dipendono dal partner. Sono liberissimi di uscire
con altre persone e, di conseguenza, la relazione potreb-
be non evolversi. Potrebbero pensare che il compagno non
debba aspettarsi di essere messo al primo posto, ma, come
risultato, potrebbero a loro volta non essere considerati una
priorità, e questo probabilmente non farà loro piacere.
Lo stesso vale per chi si sente abbandonato. Quando
una persona si sente sola, a causa delle ferite che ha subi-
to si aggrappa agli altri, scatenando all’istante problemi di
controllo del partner. Anche in questo caso, ciò dipende da
esperienze del passato, a cui il soggetto permette di gestire
la relazione al posto suo, e così a prescindere da cosa faccia
l’altro si sente automaticamente abbandonato.
Alcune affermazioni utili sono:

Nessuno può abbandonarmi davvero oltre a me.


Io ci sono sempre per me.
L’universo mi ama e tiene a me.
Le persone distaccate e bisognose sono un archetipo mol-
to diffuso. La verità è che ogni rapporto ha come scopo la
guarigione. Quando un legame finisce e ti ritrovi a crogiolarti
nel lutto, puoi scegliere se accettare la guarigione e crescere

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oppure restare bloccato. La storia è finita, quindi è ovvio che
tu soffra, ma prenditi un momento e rifletti sulle cose che hai
imparato, così da poter ricevere i doni che ti spettano, altri-
menti ripeterai lo stesso errore con un’altra persona.

Comprendere i doni di una relazione


Barbara era una guaritrice quando incontrò Craig, che si
occupava di vendite aziendali. Lei aveva quasi quarant’an-
ni e lui un paio di anni in più. Lavorava per una grande
compagnia ma, nel tempo libero, si dilettava con l’astro-
logia. Lei adorava il fatto che lui fosse così particolare e
volesse una vita diversa. Lui sperava un giorno di diventare
un astrologo a tempo pieno, visto che odiava il suo lavoro
che lo obbligava a vendere cose che in realtà la gente non
voleva o di cui non aveva bisogno. Lo faceva solo perché
anche il padre aveva lavorato nello stesso campo.
D’altro canto, Barbara era uno spirito libero. Aveva
lunghi capelli biondi che sembravano riflettere la luce
del sole. Craig desiderava condividere la vita di Barbara,
perché la considerava a colori, mentre la sua era di una
tonalità grigio cupo. Lui guidava un’auto aziendale e lei
apprezzava la sua stabilità, il fatto che prendesse uno sti-
pendio fisso tutti i mesi.
Ma Craig non era soddisfatto della sua vita ed era de-
terminato a uscire dal suo mondo per entrare in quello di
Barbara. Lei gli aveva detto che per iniziare il viaggio do-
veva innanzitutto cercarsi un maestro spirituale. Craig si
era rivolto a un indiano d’America che fumava sigarette ai
chiodi di garofano e aveva cominciato a fumarle anche lui.
Barbara era rimasta scioccata: disapprovava il fumo e non
riusciva a credere che Craig avesse preso il vizio. Quando
gli aveva detto che non poteva fumare in casa, lui aveva

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ribattuto che voleva il permesso di farlo nel suo studio, e
così erano giunti a un compromesso.
Craig si era convinto anche che avrebbe dovuto lasciare
il suo posto fisso. Uscire dal mondo aziendale lo avrebbe
aiutato a entrare e ad avanzare in quello creativo. Credeva
infatti che il lavoro lo prosciugasse delle energie, così lo
aveva abbandonato, rinunciando all’auto e allo stipendio.
Voleva guadagnarsi da vivere come astrologo, ma nono-
stante avesse predisposto tutto, i clienti non arrivavano.
“Come intendi organizzare gli affari?” si era informata
Barbara.
Lui non aveva una risposta precisa. Pensava solo che lo
Spirito gli avrebbe procurato i clienti e che la sua attività
sarebbe cresciuta da sola. Era convinto poi di non aver bi-
sogno di beni materiali. Dopotutto, se doveva andare da
qualche parte, poteva sempre usare la macchina di Barbara.
Tuttavia, a lei non stava per niente bene di dover provvede-
re agli spostamenti di Craig.
Un giorno, dopo essere rimasto in piedi tutta la notte
a leggere le effemeridi astronomiche, Craig le annunciò:
“Non guadagnerò niente fino alla fine dell’anno prossimo.
Lo dicono i segni, quindi fino ad allora temo che dovrai
prestarmi dei soldi.”
Non glielo aveva chiesto; l’aveva semplicemente infor-
mata, come se avesse davvero letto il futuro. Ricevere il con-
to della carta di credito per Barbara fu la goccia che fece
traboccare il vaso. A sua insaputa, era sempre stata lei a pa-
gare le sigarette di Craig. Ormai quella situazione non sod-
disfaceva più i suoi desideri. Era uscita, gli aveva comprato
una macchina usata per milleduecento dollari e gli aveva
detto: “È un regalo per incoraggiarti a vivere il tuo sogno.”
Con una certa riluttanza, lui se n’era andato, e anche
se era stata lei a cacciarlo, Barbara si era sentita tradita e

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abbandonata. Le sembrava che Craig l’avesse adescata. In
quanto guaritrice, Barbara credeva che, in una relazione,
due persone dovessero crescere insieme e non riusciva a
spiegarsi come fosse possibile che nel loro caso la crescita
li avesse allontanati. Era convinta che Craig l’avesse usata
per realizzare la sua ricerca spirituale. Nel lutto, provava
anche molta rabbia nei propri confronti per non aver pun-
tato i piedi prima. Aveva visto subito i segnali che le cose
stavano prendendo una brutta piega, ma li aveva ignorati.
Aveva persino lasciato più spazio a Craig per non interfe-
rire con il viaggio spirituale che lui aveva intrapreso.
Dopo la rottura, si ripeteva: Che idiota sono stata. Si
bombardava con la domanda: Ma quanto sono stata stupida?
Sprecava le energie criticandosi per gli errori commessi,
quando finalmente un’amica intervenne dicendole: “Devi
piantarla, Barbara. Non sei una stupida, eppure ti dipingi
come un’incapace nella vita e nelle relazioni.”
Così Barbara aveva dovuto riconoscere che la sua idea
in base alla quale le persone crescessero insieme era giusta
solo in parte. La gente si evolve, in effetti, ma può farlo
insieme ad altre persone oppure no. Come guaritrice ed
esperta di spiritualità, aveva commesso l’errore di pensare
che la crescita portasse sempre i partner ad avvicinarsi tra
loro piuttosto che al bene superiore individuale. Finalmente
aveva capito che tutte le sue storie erano state dominate
dalla paura. Paura di rimanere sola. Paura di essere lascia-
ta. Quando finalmente accettò il fatto che le cose potes-
sero andare male o che quello con cui stava potesse essere
l’uomo sbagliato, riuscì a fare tesoro delle lezioni apprese.
Cominciò a capire che anche ciò che a lei sembrava sba-
gliato poteva comunque riservarle una lezione di guarigio-
ne. Cominciò a capire la differenza tra ottenere quello che
si “vuole” e lasciare che le cose accadano in virtù di uno

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scopo superiore. Adesso Barbara cerca di vivere in base alle
seguenti affermazioni:

Tutte le mie relazioni sono guidate dall’amore.


Le mie relazioni tendono al bene superiore per me.
Nelle mie relazioni va tutto bene.
Il mio compagno ha dei doni da offrirmi.
Alcuni anni più tardi, Barbara e Craig si sono ritro-
vati su Facebook. Lei aveva preso la laurea in psicologia
ed esercitava la professione in uno studio tutto suo. Lui
preparava la gente a sopravvivere alla fine del mondo pa-
ventata nel 2012. Ripensando al periodo in cui le loro vite
si erano incrociate, per Barbara era ormai chiaro il perché
la loro storia non fosse durata: la fine della loro relazione
aveva permesso a entrambi di riconoscere l’uno il mondo
dell’altra e di procedere verso il proprio destino. Nessuno
aveva commesso errori. È così che vanno le relazioni, an-
che se cerchiamo disperatamente di cambiarle o di render-
le, per certi versi, più profonde o soddisfacenti.
Dopo una rottura, a volte cerchiamo un nuovo amo-
re. Ricorda però che quando siamo pronti per una lezio-
ne, troviamo sempre un “maestro” pronto a impartircela.
Quando sarà il momento per te di vivere una nuova storia,
quel “qualcuno” si farà vivo.
Per molti è difficile concentrarsi sulle persone da cui si sen-
tono attratti. Credono di provare sentimenti romantici o di ave-
re semplicemente una bella cotta. Ma in certi casi il loro amore
e i loro sentimenti non vengono ricambiati. Ricorda, abbiamo
sempre una scelta. Possiamo continuare a inseguire chi amia-
mo, oppure possiamo lasciarlo andare nell’universo con amore.

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Pensare come nelle favole
Nei film, quando il protagonista si innamora di qualcu-
no che però non ricambia i suoi sentimenti, di solito si osti-
na a inseguire la persona amata finché questa non si rende
conto che il protagonista è proprio il suo partner ideale!
Ma nella vita reale, la maggior parte della gente risponde:
“No, grazie” oppure: “Scusa, ma non sei il mio tipo.”
Cosa pensi in una situazione simile? Lei non mi vuole,
ma un giorno cambierà idea. O magari: Farò in modo che lui
mi ami, o ancora: Un giorno lui sarà mio. Non puoi sempli-
cemente accettare la verità? Perché pensare come se vivessi
nel mondo delle fiabe e cercare di manipolare i fatti? In
questo momento dovresti sforzarti di vivere il lutto. Non
puoi soffrire come si deve per la delusione e farla finita?
Perché dare la caccia a qualcuno che non ti vuole? Perché
metterti in una simile situazione di bisogno?
Piuttosto prendi in considerazione queste affermazioni:

Là fuori c’è una persona che contraccambia il mio amore.


La persona giusta per me capirà chi sono.
Non devo convincere nessuno ad amarmi.
La persona giusta mi amerà spontaneamente.
A volte il lutto che vivi alla fine di una relazione è
dovuto alla percezione ingannevole in base alla quale le
cose non hanno funzionato e la tua vita ha preso la di-
rezione sbagliata. La solitudine che si prova dopo aver
vissuto in coppia fa male, è ovvio, ma permettere ai pen-
sieri di concentrarsi solo su quanto ti senti solo ti ren-
derà ancora più infelice. Riconoscilo e apri la coscienza a
pensieri più positivi.

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Analizza il tuo lutto e chiediti: Se tutto sta andando come
dovrebbe, cos’altro provo?
Se riesci per un attimo a distaccarti dal dolore per la
fine della relazione, puoi affondare nel profondo dentro
di te, riconoscere la vecchia ferita (che è la vera causa del
dolore che provi) e guarirla definitivamente. Sotto alla sof-
ferenza causata dalla perdita potresti scoprire uno sche-
ma legato all’abbandono che si ripete, magari un rifiuto da
parte di un genitore quando eri piccolo o un primo amore
che ti ha respinto. Guarire questo tipo di ferite dell’anima
non garantisce necessariamente che la prossima relazione
vada bene. Ma può servirti per capire che in fondo nessuna
storia va davvero a finire male. Se pensi che chiudere una
storia sia durissimo, sappi che non sei solo. La maggior
parte della gente sa come si inizia e si chiude un rapporto,
ma di rado sa anche come portarlo a compimento.
Ogni storia ti viene assegnata per la tua guarigione. Il
lutto dopo una rottura ti offre l’occasione di guarire le tue
ferite e di ricominciare da capo. Ogni storia ti offre l’op-
portunità di affrontare la paura e la rabbia che provi ma
anche e soprattutto di avvicinarti alla guarigione autentica
e al vero amore.
Da ultimo, con la loro forza misteriosa e meraviglio-
sa, le relazioni sono una guida che ci insegna ad amare e
a rispettare gli altri, ma anche noi stessi. Forse le nostre
emozioni non verranno risanate in modo duraturo come
speravamo, ma con il lutto che segue la fine di una rela-
zione, ci ricordano che non siamo spezzati né incompleti,
e ci portano alla guarigione. Nelle relazioni sentimentali
mettiamo da parte i nostri secondi fini e non ci chiediamo
per quanto tempo ci amerà il partner. Superiamo la fine di
ogni storia per trovare un amore magico e divino, creato
apposta per noi da una forza più grande.

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Capita che una relazione non corrisponda alle tue
aspettative. È facile sentenziare che il partner o la relazio-
ne stessa siano sbagliati. Ti dici: È stata solo una perdita di
tempo, ma non esistono perdite di tempo nell’universo.
Se l’universo ti avesse mandato una persona straordi-
nariamente dolce e amorevole, ma la tua consapevolezza
non fosse stata pronta ad accoglierla, quella persona non
sarebbe stata giusta per te in quel dato momento. L’indivi-
duo che ti sta davanti in questo istante, in questa relazione
e in questa situazione, è stato designato divinamente per
farti guarire. Una volta accettato il fatto che sia la persona
giusta per questo periodo della tua vita, pianterai i semi
sacri che ti permetteranno di guarire in modi che non puoi
nemmeno immaginare:

L’universo mi manda le persone perfette per darmi


lezioni perfette.
La felicità è il mio destino.
Ogni persona e situazione mi porta
verso il mio bene supremo.

Attingere all’amore interiore


Molto probabilmente avrai sentito parlare spesso dell’a-
more per se stessi e del fatto che l’amore più grande sia
dentro di te, quindi ci piacerebbe analizzare come e perché
questo tipo di amore funzioni.
Forse ti chiederai come mai sentiamo il bisogno di par-
lare dell’amore per se stessi in un capitolo che tratta del
dolore per la perdita di un’altra persona dopo la fine di
una relazione. È vero, dobbiamo riconoscere e rispettare la

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tristezza e il senso di solitudine che proviamo, ma oltre a
questo c’è un immenso senso di vuoto, più grande del posto
lasciato libero dall’altra persona. Questo dolore spesso cau-
sa una sofferenza pari a quella per la perdita del partner, se
non più grande. Si tratta di un vuoto che non dipende dal
fatto che l’altra persona se ne sia andata, ma dalla mancan-
za di amore per sé.
Pensalo come un serbatoio gigantesco: se il tuo è com-
pletamente vuoto e arriva qualcuno che lo riempie con af-
fetto e tenerezza, ti sembra che nella tua vita sia entrato
l’amore. Però, contemporaneamente, avverti anche un di-
sperato bisogno di attenzioni, perché il livello del serbatoio
varia a seconda degli alti e bassi della relazione. Poi, quan-
do l’altra persona se ne va, ti ritrovi con il serbatoio vuoto
e un senso lacerante di abbandono.
Ma cosa accadrebbe se avessi una tua personale riserva
di amore? Se le persone che entrano nella tua vita andasse-
ro semplicemente ad ampliarla? Quanto sarebbero diverse
le tue storie sentimentali? Il lutto è come un metro che ti
permette di capire come te la cavi da questo punto di vista.
Naomi aveva conosciuto un ragazzo molto interessan-
te di nome Gary a un evento per single. Era contenta di
averlo incontrato in quell’occasione, perché non le lasciava
dubbi sul fatto che anche lui volesse incontrare qualcuno,
dato che era lo scopo della serata. Nell’arco di tre settimane
erano usciti diverse volte e a Naomi piaceva la possibilità
di conoscerlo meglio. Non aveva in programma che du-
rasse per sempre; piuttosto si limitava a godersi il tempo
trascorso insieme.
Una volta, al cinema, avevano incontrato alcuni amici
di lei, che li avevano invitati ad andare a ballare quel saba-
to sera. Si erano messi d’accordo per trovarsi in un locale
del posto e si erano divertiti tutti. A un certo punto, l’altra

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coppia aveva preso i cellulari per fare qualche foto. Prima
avevano chiesto a Naomi di fotografarli, poi lei aveva tirato
fuori il suo telefono e si era messa in posa con Gary. Lui
l’aveva stretta in un tenero abbraccio e, d’un tratto, lei si era
sentita investita da un’ondata di amore. L’amica le aveva
detto: “Facciamone un’altra per sicurezza” e Naomi si era
sciolta tra le braccia di Gary.
La mattina seguente aveva mostrato gli scatti a degli
amici che avevano commentato: “A quanto pare vi stava-
te proprio divertendo.” Naomi aveva pensato all’amore che
aveva sentito quando Gary l’aveva stretta tra le braccia. Ave-
va pensato a quanto fosse diversa la sua percezione in quel
momento rispetto a dieci anni prima. All’epoca si sarebbe
detta: “Non ho mai provato un amore come quello della
notte scorsa. Gary è stupendo. È l’uomo giusto per me.”
Da allora aveva lavorato talmente su se stessa che or-
mai sapeva che Gary non era il dispensatore di un amore
incredibile e unico a cui lei aveva accesso solo stando con
lui. Sapeva che, in qualche modo, lui era semplicemente ri-
uscito a dare libero sfogo all’amore che lei aveva già dentro
di sé. L’ondata di amore non era passata da lui a lei tramite
il suo abbraccio, ma piuttosto era stata lei a prendere in-
consciamente la decisione di avvertire un sentimento tanto
profondo. A livello mentale, era consapevole anche del fat-
to che, per quanto Gary fosse straordinario, dopo appena
tre settimane di appuntamenti, lei non poteva dire in tutta
sincerità che fosse il grande amore della sua vita.
A questo punto, magari ti starai chiedendo se la loro re-
lazione sia finita. Gary e Naomi hanno continuato a uscire
insieme “con un certo buonsenso”, come le piace dire. Na-
omi sapeva di aver evitato una grossa trappola che faceva
parte del suo vecchio modo di pensare. In passato, avrebbe
creduto di aver incontrato un ragazzo magnifico, l’unico

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al mondo che avesse la chiave del suo amore profondo.
Avrebbe avuto bisogno dell’amore che, ai suoi occhi, era
lui a emanare… ma ormai sapeva che non era così.
La morale di questa storia può anche sembrarti un cli-
ché, ma non c’è nessuno là fuori che sia la fonte dell’amore
vero per te o che ne possieda le chiavi. L’amore vero sta
sempre dentro di te e sei tu a decidere, consapevolmente o
meno, se accedervi. In un momento di lutto è facile credere
che l’amore sia sparito insieme al partner e che tu sia rima-
sto vuoto. Ma ci siamo qui noi a ricordarti che, nonostante
la perdita, l’amore a cui hai avuto accesso è ancora presente
dentro di te, pronto e in attesa. Non sarà la prossima perso-
na che entrerà nella tua vita a trovarlo al posto tuo, ma sarai
tu a provarlo ogni volta che ti mostrerai disposto a farlo:

Tutto l’amore di cui ho bisogno è dentro di me.


Gli altri mi ricordano l’amore profondo che possiedo
già dentro di me.

Guarire il passato
Spesso la mente è in guerra contro se stessa. Sfrutta le
persone e le situazioni che ti circondano per riprodurre le
tue lotte interne nel mondo, in 3D. Il lutto è un periodo in
cui puoi ripensare al passato e rivedere i tuoi modelli di pen-
siero ma, come abbiamo già detto, limitarsi a riprenderli e a
riviverli all’infinito è un processo doloroso e improduttivo.
Se avrai il coraggio di guardare al passato senza incol-
parlo per come stai adesso, senza criticarlo e senza voler
trovare a tutti i costi degli errori, potrai capire come fun-
ziona il tuo modo di pensare e cosa vuole dirti. Potrai tro-
vare indizi sul perché del tuo comportamento. È così che

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il lutto ti fornisce un’opportunità non solo per analizzare la
fine di una relazione, ma anche per capire su quali pensieri
poggiava le sue fondamenta.
La storia di cui parliamo ora racconta di Sandy, che ha
avuto il coraggio di osservare il proprio passato da spetta-
trice esterna accorgendosi che, da quando aveva memoria,
era sempre stata infelice. “Vorrei poter dire che sono nata
così, anche se è molto improbabile. Ma, per qualche ragio-
ne, non sono mai stata una bambina felice” diceva.
Nel corso della sua vita, Sandy si era sempre sentita
una vittima e inconsciamente si era buttata in una serie
di relazioni malsane seguite da lunghi periodi di lutto. Per
esempio, all’età di ventotto anni aveva dovuto affrontare
la fine della sua relazione con Ben (che non voleva essere
considerato il suo ragazzo).
In base agli standard sociali, Sandy sapeva di essere
bella. Alta, atletica, divertente e intelligente, con numerosi
interessi culturali. Senza per questo essere egocentrica, sa-
peva di rappresentare un “bel bocconcino” per gli uomini,
ma le cose erano cambiate quando aveva incontrato Ben.
D’un tratto aveva cominciato a considerarsi “poco attraen-
te, indegna di essere amata e priva di valore.” Era arrivata
a credere che non sarebbe mai stata felice, che non avrebbe
mai trovato l’amore e che se anche le fosse capitato, sareb-
be durata poco, e lei ne avrebbe sofferto.
Come ricordava: “Ero a pezzi. La mia storia con Ben
era finita perché lui aveva perso la testa per un’altra, che
chiamava la sua ‘ragazza’ e con cui faceva cose che con me
non aveva mai voluto fare.” Era come se la vita cercasse di
dirle che lei non era abbastanza. “Piangevo di dolore gior-
no dopo giorno, settimana dopo settimana” diceva, “chie-
dendomi in cosa avessi sbagliato. Mi domandavo perché
Dio e l’universo continuassero a punirmi. Non mi meritavo

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amore e felicità come gli altri? Ero così diversa da loro? Mi
sono lasciata sopraffare dal lutto e sono quasi stata licen-
ziata per colpa del mio atteggiamento negativo.”
Poi Sandy ebbe un’illuminazione. Si rese conto di quan-
to fosse esteriormente attraente ma, cosa più importante,
anche di quanto si sentisse vuota, negativa e bisognosa a
livello interiore. Pensava: Non uscirei mai con una persona
come me. Non vorrei mai stare con qualcuno che, pur avendo
un ottimo potenziale, ha così poca autostima, si disprezza e non
ha fiducia in se stesso. Se nemmeno io uscirei con me, perché
qualcun altro dovrebbe volerlo?
Aveva capito che era ora di diventare la persona che vo-
leva essere o, più precisamente, la persona che era davvero.
Aveva trovato diverse versioni di un’unica affermazione e
aveva iniziato a recitarle ogni giorno:

Io mi amo.
Io mi perdono.
Mi stacco completamente
da tutte le esperienze passate.
Io sono libera.
Sandy aveva deciso di fingere fino a quando non si fosse
convinta della veridicità di quelle affermazioni. Doveva agi-
re come avrebbe fatto una persona amorevole. Sapeva infatti
che fare così sarebbe stato molto meglio che mettere in pra-
tica i pensieri negativi del passato. Un po’ come il detto degli
Alcolisti Anonimi che Sandy aveva fatto suo: “È più facile
agire secondo un nuovo modo di pensare che pensare un
nuovo modo di agire”, dato che lei stessa non era del tutto
convinta della persona meravigliosa che aveva dentro di sé.

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Quando cominciò a notare i suoi pensieri negativi e a
sostituirli con altri più positivi, le tornarono in mente due
episodi in particolare. Il primo era legato a un appunta-
mento, quando si era chiesta: Cosa direbbe in questa situa-
zione la parte di me sicura di sé?
Era rimasta sorpresa dalla facilità con cui le era tornato
in mente. Il ragazzo con cui era uscita l’aveva fissata negli
occhi e aveva detto di getto: “Sei così sicura di te!”.
Sandy ricorda ancora: “Mi ha colpito il fatto che in quel
momento lo ero davvero. C’era un fondo di verità nell’at-
teggiamento falso che ostentavo.”
A ventinove anni, Sandy aveva raggiunto un livello di
fiducia in se stessa che non aveva mai conosciuto prima.
Senza rendersene conto, aveva superato la linea sottile tra
il fingere e l’essere, ma si era accorta che qualcosa era cam-
biato. Era convinta che il modo di dire “Fingi fino a con-
vincerti” riguardasse soprattutto i sentimenti. Non aveva
capito che significava fare qualcosa fino a portare mente,
corpo e spirito in contatto con una convinzione che stava
già dentro di lei. Per quanto fosse sepolta e nascosta nel
profondo, questa convinzione condizionava il suo corpo e
la sua mente affinché si allineassero di nuovo alla verità in
cui credeva.
Il secondo episodio si verificò appena dopo l’ultimo
dell’anno. Sandy sapeva di dover lavorare molto su di sé e,
per quell’anno, aveva pensato di concentrarsi non tanto sui
posti dove voleva andare o sulle cose che voleva fare, bensì
sulla persona che voleva essere. Così si era detta: Voglio es-
sere sicura di me, piena d’amore e felice.
Si vedeva come una donna che camminava per strada
con un gran sorriso in volto irradiando luce verso gli al-
tri, che a loro volta, vedendola, allargavano il loro sorriso e
camminavano più felici.

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Tutti i tentativi che aveva fatto per trovare conferma del
proprio valore all’esterno (negli appuntamenti, nel lavoro e
tra gli amici) le si erano sempre ritorti contro e ormai ave-
va capito che doveva trovare ciò che cercava innanzitutto
dentro di sé. Sentiva di dover cambiare il proprio modo di
pensare e così scrisse su un foglio le seguenti frasi:

Io mi amo e mi accetto.
Io valgo.
L’attaccò allo specchio del bagno così da vederlo come
prima cosa al mattino. Ripeteva le affermazioni mentre si
lavava i denti e si truccava. Poi le frasi continuavano a ri-
suonarle nella mente e nel subconscio:

Mi amo e mi accetto. Io valgo.


Aveva iniziato a ripetere le affermazioni il 1° gennaio del
2012 ma, a distanza di qualche tempo, si era accorta di non
aver più bisogno di leggerle sul foglio perché ripeteva in
automatico nella mente quelle parole ogni giorno, per tutto
il giorno. Un anno più tardi, il 1° gennaio del 2013, si era
guardata allo specchio, era scoppiata a ridere e aveva detto:

Ti amo.
Ti amo davvero.
“Lo pensavo davvero, sinceramente” raccontava. “Per la
prima volta nella mia vita, sono stata in grado di guardar-
mi allo specchio consapevole di volermi bene sul serio. Per
me, che avevo passato una vita intera a odiarmi, è stata una
sensazione magica che non riesco a descrivere a parole. So
di avere ancora del lavoro da fare e altro amore da offrire a

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me e agli altri, ma sono rimasta sbalordita dalla mia stessa
capacità di amarmi e di attrarre nella mia vita persone mi-
gliori e piene di amore. I miei amici hanno notato quanto
sono cambiata nel corso dell’ultimo anno e dicono che non
mi hanno mai vista così felice.”
Da poco tempo, Sandy ha una nuova coinquilina, El-
len, che le ricorda se stessa alcuni anni fa, sempre pronta
a mettersi in dubbio e a criticarsi, alla costante ricerca di
una fonte esterna di felicità e amore. Un giorno Sandy le
propose di riflettere sul modo terribile in cui si rivolgeva a
se stessa e le raccontò di come lei era riuscita a sostituire
i pensieri negativi con affermazioni positive che l’hanno
aiutata notevolmente.
Ellen la ringraziò, entusiasta all’idea, ma poi non fece
nulla al riguardo. Qualche mese più tardi, dopo averla sen-
tita sminuirsi senza sosta, Sandy tirò fuori l’argomento
un’ultima volta, ma capì che la ragazza non riusciva a fare
il passo necessario. Ellen sembrava sperduta. Così Sandy
prese carta e penna, scarabocchiò alcune affermazioni po-
sitive e gliele diede. Nel leggere quelle parole, Ellen scop-
piò a piangere.
“Perché piangi?”.
“Perché non sono vere” rispose. “Io non mi accetto. Io
non mi amo.”
Con un sorriso, Sandy le disse: “È per questo che si chia-
mano affermazioni. Perché non provi a fingere che siano
vere per te finché non ti sarai convinta che effettivamente
lo sono?”. Sandy cercò di spiegare a Ellen che per quanto le
piacesse la sensazione di offrire il proprio amore agli altri,
apprezzava ancora di più quella di amare se stessa.
Alla fine, Sandy aveva capito che la sua forza stava
nell’offrire a Ellen diverse opzioni positive e che il suo vero
potere consisteva nel seguirle lei per prima ed essere d’e-

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sempio per gli altri. Sandy aveva una salda convinzione:
Adesso, quando arriverà un uomo, sarà un extra ben accetto
nella mia vita, ma non sarà lui a definirla.

Ama te stesso nonostante tutto


Shelly stava con Bill da quattro anni. Da tempo sentiva
che qualcosa non andava, ma aveva troppa paura per chiu-
dere la storia. Si era detta più volte: “Se me ne vado, non
troverò mai più un altro uomo.” Faceva del proprio meglio
per conquistarsi l’amore di Bill, ma spesso era depressa e
scoraggiata perché, da qualche parte dentro di sé, sapeva
che farsi amare da lui era un’impresa impossibile. Aveva
fatto tutto il possibile, come comprargli regali costosi, ma
le sembrava di non ricevere mai nulla in cambio. Ormai era
convinta che lui non l’amava.
Una sera, esausta dallo sforzo di essere la fidanzata per-
fetta, la spalla perfetta e la persona perfetta in tutto e per
tutto per lui, si era seduta sul pavimento del bagno e aveva
pianto per la disperazione. Pensava: Non sono abbastanza
per lui, non mi merito di essere amata, e poi: Se me ne vado,
resterò sola per sempre. A terra tra i singhiozzi, nel profondo
sapeva però di non essere sincera con se stessa.
Quando si era alzata e si era guardata allo specchio, ave-
va visto il suo viso segnato dal dolore e dalla disperazione
e aveva provato compassione per se stessa. Devo aiutare la
donna nello specchio, si era detta. Era il primo pensiero cari-
no e affettuoso che si rivolgeva dopo anni e presto riuscì a
trovare la forza di rompere con Bill.
Subito dopo la fine della loro relazione, Shelly si era
sentita affranta e ancora più disperata di prima, così si era
confidata con un’amica che le aveva regalato un libro di
affermazioni. Shelly aveva pianto quasi a ogni pagina, per-

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ché le parole che leggeva erano l’esatto contrario delle cose
cattive che continuava a ripetersi. Aveva capito che non
solo il suo ragazzo l’aveva trattata in modo terribile, ma
che anche lei lo aveva fatto. Era tornata in bagno, si era
guardata allo specchio e aveva detto: “Ti amo.”
In un primo momento le era sembrato strano, ma anche
giusto, e così aveva continuato. Si era resa conto in fretta
che più lavorava sulle affermazioni davanti allo specchio,
più era in grado di prendere le distanze dal suo vecchio
modo di pensare. Alla fine aveva capito che si amava dav-
vero, nonostante tutto, e per i successivi tre mesi quella fra-
se era diventata il suo mantra.

Io mi amo nonostante tutto.


Era perfetta per lei, perché Shelly sapeva che la sua
mente avrebbe potuto travisarla e dirsi: “Mi amerei se non
stessi invecchiando” oppure “Mi amerei se non fossi una
frana nelle relazioni sentimentali.” Quel “nonostante tutto”
faceva la differenza, perché le aveva permesso di scoprire
che poteva essere amata e, allo stesso tempo, amare gli al-
tri. Era rimasta sorpresa da come quel lavoro interiore in
apparenza così ininfluente potesse cambiarle la vita. Aveva
ripensato a tutte le critiche che si era rivolta perché si ve-
deva vecchia, ma non provò a dirsi invece che era giova-
ne o bella. Sarebbe stato un errore, perché avrebbe voluto
dire che esisteva un’età migliore rispetto a quella che aveva.
Piuttosto, aveva iniziato a non soffermarsi più sulle critiche
interiori e ad affermare invece:

La mia anima è giovane.


La mia visione della vita è in costante evoluzione.

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Un giorno le persone che le stavano attorno comincia-
rono a dirle quanto fosse raggiante e anche lei si accorse
che nell’ultimo periodo la sua vita era migliorata. Si sentiva
davvero raggiante! Ma quando i miglioramenti la spaven-
tavano o i dubbi tornavano a fare capolino, si diceva:

Io mi amo nonostante tutto.


Anche se ho paura, mi amo.
Anche se penso che la mia vita stia diventando troppo
bella, mi amo comunque.
Combattere contro il proprio dialogo interiore negativo
rappresenta ancora una sfida per Shelly, che però ha im-
parato quanto sia bello alzarsi al mattino con un atteggia-
mento positivo e vedere il proprio corpo come qualcosa di
meraviglioso, senza chiedersi se sembri grasso o magro. Per
lei è stata una vera e propria rivelazione e ha scoperto che,
anche quando esce senza accompagnatore, non si sente
sola, perché le frasi positive che si ripete durante il giorno
sono diventate le sue compagne fisse. Ha messo biglietti e
promemoria per tutta la casa con scritto:

La mia vita è bellissima.


Sono sempre grata per la mia vita, nonostante tutto.
Io amo la vita e la vita ama me.
Alla fine, ha capito che rompere con Bill è stato un bene
perché, da sola, ha trovato qualcosa di meglio di quello che
un’altra persona avrebbe mai potuto darle: l’amore per se stessa.
Uno dei modi più rapidi di alimentare questo tipo di
amore e l’autostima consiste nel lavorare con lo specchio.

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Ecco come fare: prendi uno specchietto e guardati. Se av-
verti una certa resistenza, tieni presente che deriva dalla
parte di te che ti considera indegno di essere amato. Dai
comunque una sbirciata e dì:

Io ti amo.
Sono buono con te.
Io ti amo e ti accetto esattamente come sei.
Fatti un regalo e ripeti l’esercizio ogni mattina quando
ti svegli e ogni sera prima di andare a letto. Prendi l’impe-
gno di dirti qualcosa di positivo, a voce alta o mentalmente,
tutte le volte che passi davanti a uno specchio:

Stai proprio bene oggi.


Sono felice di stare con te.
Ti aspettano belle cose.

Stare nella tua metà campo


Immagina il tuo mondo come un campo da tennis, dove
stai giocando contro un avversario. Puoi controllare solo i
pensieri, le azioni e le intenzioni che vengono da te, non
quello che fa o pensa l’altro giocatore. Molto spesso, in un
momento di lutto, così come nel corso di una relazione,
può capitarti di scegliere la tua strategia o le tue azioni in
base a quello che fa il partner. Invece devi riportare i tuoi
pensieri, le tue parole e le tue azioni nella tua metà campo.
Devi concentrarti su quello che fai tu e sul modo in cui
l’universo risponde. E comincia tutto nella tua testa.

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Le affermazioni possono aiutarti ad avere pensieri positi-
vi. Dopo una rottura o quando una relazione volge al termi-
ne, fai attenzione a ciò che pensi. Potresti dirti: Forse avrei po-
tuto farmi coinvolgere meno in questa storia, oppure: Lui mi ha
trattata male, ma siamo umani e commettiamo tutti degli errori.
Potrebbe sembrarti più amorevole o spirituale pensa-
re: Dovrei accettarlo così com’è e andare avanti, ma sappi che
questo tipo di riflessione non sempre è d’aiuto. Chiediti
invece: Quando lui era se stesso, portava amore, luce e gioia
nella mia vita? Oppure è stata solo una breve infatuazione
seguita da una grande sofferenza?
A volte la mente ti sprona a non troncare una relazione
nonostante sia sbagliata, perché crede di aver bisogno di
qualcuno che ti ami e che ci sia sempre per te. Immagina
che i tuoi pensieri siano energia: che tipo di energia attrai?
Di che tipo di energia ti stai accontentando? Chi ne è il
responsabile? Quando una storia finisce, è fin troppo faci-
le sviluppare un’ossessione per il partner: Starà pensando a
me? Anche io gli manco? Anche lui starà analizzando il nostro
rapporto come faccio io?
Tutti questi pensieri riguardano il passato, un passato
che probabilmente non si è nemmeno svolto come te lo ri-
cordi tu. Riporta i tuoi pensieri e le tue energie al presente.
Torna nella tua metà del campo da tennis, perché se i tuoi
pensieri si concentrano sull’altro, allora chi è che gestisce la
tua vita? Chi si prende cura di te? Volevi solo che il tuo ex
ti amasse e si prendesse cura di te, ma non ti sei accorto che
nemmeno tu ami te stesso. Nemmeno tu ti prendi cura di te e
il contributo che offri alla tua stessa vita è minimo. Pensare
a qualcuno in modo ossessivo è come avere un inquilino
nella propria coscienza, senza fargli pagare l’affitto.
Riflettendo sulla tua storia con calma e compassione, no-
terai che ti sei adattato a ricevere poco e che ti sei legato a una

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persona le cui vibrazioni non sono in linea con le tue. Potresti
sentire un improvviso tuffo al cuore e dire: “Oh, sì invece.”
Forse a un certo punto poteva anche essere vero, adesso che
sei qui seduto con il cuore spezzato non lo è più. Vai avanti e
porta i pensieri a un livello superiore. Ringrazia l’universo per
l’esperienza istruttiva che la relazione ti ha offerto, per l’aiuto
che ti sta dando a guarire e perché ti ricorda chi sei davvero.
Comincia a riempire la mente di pensieri nuovi e posi-
tivi. Invece di: Lui non era pronto per una storia, prova a dire:

Non vedo l’ora di avere nuove relazioni.


Invece di cercare di capire perché non voleva stare con
te, pensa:

Attraggo persone che vogliono stare con me.


Ricorda che l’universo ti mette sempre alla prova. Può
inviare sul tuo cammino una persona ambivalente che non
è sicura di voler stare con te, ma tu fai in modo di attenerti
sempre all’affermazione:

Attraggo persone che vogliono stare con me.


Il lutto ti permette di accedere a una visione più chiara
della tua autostima. Il tuo dialogo interiore si fa più evi-
dente e ti indica le aree che richiedono attenzione. Può
rivelarsi dunque un periodo di grande energia per guarire
dai vecchi schemi.
Per esempio, immagina di andare al ristorante e di ordi-
nare un panino al tonno, ma invece il cameriere ti porta un
hamburger con pancetta e formaggio. Se hai un’alta auto-
stima, dici: “Questo panino sembra ottimo, ma io non l’ho
ordinato. Ne avevo chiesto uno al tonno.” Dovresti man-

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giare il panino che hai scelto perché ti rende felice e ti fa
sentire bene con te stesso. Se invece hai una bassa stima
di te, probabilmente avrai timore di parlare e finirai per
mangiare l’hamburger anche se non era quello che volevi.
Lo stesso vale nelle relazioni. Perché dovresti accettare un
rapporto che non rispecchia davvero chi sei e ciò che vuoi?
Se il partner precedente non ti ha reso felice, non “ordinare”
più lo stesso tipo di relazione. Prova a fare questo esercizio.

Scrivi una lista di tutte le cose belle che hai ricevuto


da una storia ormai conclusa. Per esempio, magari hai
avuto amore, compagnia e pasti fatti in casa. Metti in
elenco almeno cinque punti.
Adesso fai una lista di tutte le cose che avresti voluto
ricevere ma che non hai ottenuto. Per esempio, magari
ti sono mancati comprensione, complimenti e incorag-
giamenti. Metti almeno cinque punti anche qui.
Una volta completate le due liste, rivedi la prima e
offri a te stesso le cose che hai segnato. Poi prendi la se-
conda e invia spiritualmente gli elementi che contiene
al tuo ex. Se hai scritto “Una vita sessuale soddisfacen-
te” per esempio, allora auguragliela per il futuro.
Oppure, se ripensi al tuo ex, mandagli amore e au-
guragli tutto il bene possibile. Quando i tuoi pensie-
ri si spostano nella sua metà del campo da tennis e si
concentrano sul ruolo che ha avuto nella vostra storia,
ricordati che sei dal lato sbagliato del campo e pensa:
“Guarisco con amore il mio ruolo nella relazione.”
Se vedi che il tuo ex va avanti con la sua vita, ricor-
dati che anche tu devi prenderti cura con amore della
tua. Concentrati sulle cose che puoi fare per dare di
più al rapporto con te stesso. Invece di focalizzarti sul

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rapporto sbagliato con il tuo ex, perché non dedichi più
amore e compassione alle relazioni con amici e familia-
ri? Prova a ripetere questa affermazione:

Oggi dedico amore alla mia vita


e a quella di chiunque incontrerò.

Sfrutta l’esame del passato per conoscerti meglio in


questo momento e scoprire quello che vuoi davvero. A
volte, riflettere su cosa ti stava bene e cosa no è un buon
modo di scoprire ciò che vuoi e ciò che non vuoi in una
storia. Forse stare con un compagno che aveva poco tem-
po da dedicarti non ti andava bene. Magari restare a casa
ogni fine settimana non ti stava bene, perché sei un tipo
socievole. Oppure, se ti interessa l’attualità, magari non è
stato il massimo stare con qualcuno che non era per niente
interessato a quello che succede nel mondo.
Prova a fare un passo indietro per vedere la situazione nel
suo insieme e capirai che ogni relazione è utile per la guari-
gione e la crescita personale. Se una storia non ti aiuta a gua-
rire, allora ti sembrerà triste e inutile, e tu ti sarai distrutto dal
senso di vuoto. Ma una volta capito che una certa persona è
entrata nella tua vita per portarti al livello successivo, ti accor-
gi di vivere in un universo che agisce sempre per il tuo bene.
Per guarire, ripeti la seguente affermazione:

La mia storia passata è completa


e io accetto di guarire.
Le affermazioni seguenti ti aiuteranno a crescere fino al
livello successivo:

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Attraggo relazioni appaganti e divertenti per me.
Se trovo sulla mia strada una storia che non mi appaga,
la lascio andare nell’universo.
Quando soffri per la fine di una relazione e cerchi di gua-
rire, scopri di poter diventare la persona che avresti dovuto es-
sere. Il lutto comporta una crescita e può creare nuove fonda-
menta perché tu riceva doni ancora più grandi dall’universo.
Una delle lezioni più importanti in una storia è che
non puoi dare ciò che non hai. Non puoi ricevere amore se
credi che nessuno possa amarti. Ecco perché la crescita è
un lavoro interiore. Nella tua vita potrebbe anche arrivare
l’amore più bello, ma se pensi di non esserne degno, non
sarai in grado di accettarlo. Potresti pensare che dipende
tutto dall’altra persona, invece la capacità di dare e ricevere
amore si trova unicamente dentro di te.
Speriamo che a questo punto tu abbia cominciato a os-
servare i tuoi schemi di pensiero legati alle relazioni. Forse
hai capito che il lutto ti consente di analizzare le dinami-
che che metti in atto nel rapporto con gli altri. Adesso puoi
iniziare a non giudicare il passato come sbagliato, bensì a
capire che la tua storia ti ha portato a un nuovo punto di
partenza. In amore non esiste la persona sbagliata. Ci sono
solo maestri perfetti. Se la tua storia sta andando a picco,
l’unica cosa da fare è indossare la maschera dell’ossigeno e
prenderti cura di te. Sii buono con te stesso e amati.
Passiamo ora al prossimo capitolo, dove ci soffermere-
mo su un’altra forma di perdita nelle relazioni – il matri-
monio che si conclude con un divorzio – e continueremo il
viaggio verso la guarigione.

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Capitolo Tre

Divorziare
in modo diverso
Molte persone sono convinte che i matrimoni che non
durano per sempre siano un fallimento. Così come per al-
cuni la vita, per essere davvero completa, dovrebbe durare
novantacinque anni, per molta gente i matrimoni di suc-
cesso e completi sono quelli che durano “finché morte non
ci separi”. In realtà, i matrimoni possono avere successo
e portare alla guarigione a prescindere dalla loro durata,
purché raggiungano l’obiettivo per il quale sono stati creati.
Quando non sono più necessari, allora sono da considerar-
si completi e di successo. Ebbene sì, siamo consapevoli di
quanto sia radicale e insolito considerare riuscito un matri-
monio che si conclude con un divorzio.
Una delle verità della vita è che la felicità non dipende dal
fatto che le relazioni si evolvano “per il meglio”. Quando un
matrimonio finisce, di solito significa che le persone che for-
mano la coppia si sono rese conto di non potersi cambiare
a vicenda. Magari hanno provato a farlo nel tentativo di far
funzionare l’unione, ma quando si arriva al divorzio significa
che ci si è resi conto che le cose non potevano andare.
Una volta capito tutto questo, la smetterai di chiederti: “E
se lei non cambiasse mai?” e comincerai invece a pensare: “E

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se non è stato destino che lei cambi? Se è destino che divor-
ziamo?”. Se davvero nella vita vuoi essere te stesso, allora non
dovresti concedere al partner la possibilità di fare altrettanto,
anche se ciò significa che il vostro matrimonio deve finire?
Se hai divorziato, di certo ti sarai chiesto: L’amore che
ho dato e ricevuto si basava sulla definizione di amore che mi
hanno insegnato da piccolo? I miei genitori litigavano in conti-
nuazione? Hanno divorziato? Il mio matrimonio rispecchiava
davvero l’amore che voglio dare e ricevere? Se per te l’amore è
doloroso, complicato e spesso crudele, una lotta di potere,
allora è fondamentale capire come mai.
Spesso la gente decide chi sposare sulla base delle scelte
compiute durante la crescita. La colpa non è tutta dei geni-
tori. Di solito si dice che a partire dai venticinque anni non
possiamo più dare la colpa di tutto a chi ci ha cresciuto.
Ma a volte, dopo un divorzio, ti ritrovi per un lungo perio-
do ad analizzare i motivi del fallimento, cos’hai sbagliato
e così via. Potresti restare sorpreso nel guardarti indietro e
scoprire che, a torto o a ragione, ciò che hai visto mentre
crescevi ti ha insegnato a gestire le relazioni e il matrimo-
nio. La cosa sorprendente è che tu l’hai sempre fatto cor-
rettamente, perché hai seguito il modello che ti era stato
mostrato da piccolo. Ma dopo il divorzio, hai il potere di
scegliere un nuovo destino e una nuova realtà per te stesso.
Il tuo modo di pensare può aiutarti a raggiungerla, così
come i pensieri distorti possono causarti un blocco.
Aidan, un avvocato di trentaquattro anni, aveva molto
successo in tutti gli aspetti della vita, tranne che nel matri-
monio. A una riunione per uomini divorziati, aveva ammes-
so di essere esasperato dalla propria vita amorosa e di aver
sempre fermamente creduto che lui e la ex moglie fossero
fatti l’uno per l’altra. Aveva spiegato che dopo il divorzio, av-
venuto due anni prima, si era sforzato di restarle amico, ma

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ogni volta che riuscivano ad andare d’accordo – a instaurare
un rapporto cordiale e tenero – lui finiva col dire qualcosa del
tipo: “Vedi? Te l’avevo detto che dovremmo stare insieme.”
Per lui era frustrante, perché interpretava ogni bel mo-
mento come un segnale del fatto che fossero destinati a
riconciliarsi. La ex invece gli diceva: “Perché non riesci ad
accettare che il nostro matrimonio sia finito e che io e te
siamo solo amici?”. Come aveva raccontato al gruppo, Ai-
dan sapeva che se ci fosse riuscito, come accadeva occasio-
nalmente, tutto sarebbe andato a posto.
“Quando riesci ad accettarlo” gli aveva chiesto il re-
sponsabile del gruppo, “ti senti in pace?”.
“Lo accetto, ma non dura a lungo” aveva risposto lui.
“Non è proprio un senso di pace e mi sembra sempre che
poi le cose peggiorino.”
“È così” gli aveva fatto notare l’altro, “perché nel mo-
mento in cui lo accetti, pensi anche: Adesso lei tornerà?
Perciò significa che non lo accetti davvero. È solo una
manipolazione della tua mente, che dice a se stessa: ‘Se lo
accetto, lei tornerà da me.’”
Osserviamo più da vicino la riflessione di Aidan: “Noi
dovremmo stare insieme.” Già solo questo commento con-
tiene una serie di messaggi negativi, come:

• L’universo è in errore.
• Così come stanno, le cose non vanno bene.
• Mia moglie non sta vivendo la vita che dovrebbe.
• Io non sto vivendo la vita che dovrei.
• L’amore si è sbagliato.
• Le cose non stanno andando come dovrebbero.

Esaminando la situazione, vediamo che Aidan non si


è concesso di piangere la propria perdita e, fino a quando

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crederà che non avrebbe dovuto divorziare, non riuscirà a
guarire il suo dolore. La negazione non gli è d’aiuto. Anzi,
prolunga la fase di accettazione del lutto.
Un esempio, in questo senso, è quando sentiamo qual-
cuno dire: “È più facile superare la morte di una persona
che il fatto di essere lasciati.” Alla scomparsa di qualcuno,
arriviamo a un punto nel processo di guarigione in cui ci
rendiamo davvero conto che lui non sarà più con noi su
questa Terra, che non c’è più. Ma quando veniamo lasciati,
il nostro ex è ancora là fuori, solo che ha scelto di non stare
più con noi. Pensieri distorti potrebbero suggerirci: “Non
deve finire per forza. Potremmo stare di nuovo insieme.”
Questa riflessione distorta dovuta al lutto viene definita
come venire a patti e/o pensiero magico.
A ogni modo, se in futuro Aidan e la moglie saranno
ancora vivi, potrebbero finire per rimettersi insieme. Nes-
suno di noi sa cos’ha in serbo l’avvenire. Ma sappiamo che
Aidan non guarirà mai fino a quando non accetterà la real-
tà dei fatti, e cioè che lui e la moglie hanno divorziato. Solo
allora potrà guarire dal suo lutto.
Alcune affermazioni che potrebbe ripetere a se stesso sono:

L’universo è sempre nel giusto,


anche riguardo al mio divorzio.
Ogni cosa va come dovrebbe.
Il mio divorzio non frena la mia capacità
di amare e di essere amato.
Il mio divorzio non ha potere sul mio futuro.
Alcuni legami spariranno dalla mia vita,
mentre altri resteranno.

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Sono aperto all’amore in tutte le forme
in cui si manifesta.
Il divorzio può essere un’espressione della guarigione.
Pur segnando la fine di un matrimonio, non per questo
deve far ristagnare o bloccare la capacità di amare dell’in-
dividuo. Aidan cerca di analizzare quanto è successo usan-
do affermazioni e pensieri negativi. Ma elaborando il lutto
con uno schema di pensiero negativo, finisce con il provare
il desiderio di trovare un responsabile, si sente in colpa e ha
la convinzione che le cose siano andate nel modo sbagliato.
Tuttavia può modificare i propri pensieri – anche se per un
po’ dovrà fare finta – e usare le affermazioni positive che
gli permettono di aprire la propria anima alla guarigione.
A volte però non si riesce proprio a pensare positivo e
bisogna lavorare con quello che si ha. Perciò, quando Ai-
dan dice: “Mia moglie non capisce che dovremmo stare in-
sieme” potrebbe provare a non opporsi alle proprie parole
bensì a cambiarle:

Mia moglie non capisce che potremmo stare insieme. E


io le auguro tutto l’amore e il meglio nella vita.
Credo che potremmo essere ancora sposati,
ma l’universo è molto più saggio di me.
Non so cosa potrebbe accadere.
Lascio andare con amore le convinzioni
che rappresentano un limite per me.
L’universo mi spinge sempre verso il bene.
Aidan aveva una chiara idea di come avrebbe dovuto
svolgersi la propria vita, ma doveva lavorare sulla differenza
tra come lui pensava che fosse la sua esistenza rispetto a

85
com’era davvero. Tutti noi abbiamo idee simili. Alcuni le
chiamano aspettative; altri dicono che è solo il modo in
cui le cose dovrebbero andare. A prescindere dal nome che
diamo loro, dobbiamo riconoscere però che la vita devia
dalle nostre idee e aspettative. Come si suol dire: “Abbiamo
tutti un piano A, ma la vita è il piano B.”

A volte, quando si tratta di andare avanti dopo un divor-


zio, la gente si scontra con blocchi esterni, spesso program-
mati da qualcun altro, dalla società o persino dalla religione.
Sharon lavorava come infermiera in un ospedale catto-
lico, nel reparto di neurologia. L’ospedale offriva una messa
tutti i giorni per i pazienti e i loro familiari, ma anche i
dipendenti erano i benvenuti, e Sharon sceglieva spesso di
trascorrere così la sua pausa pranzo.
Lei e il marito, Paul, erano sposati da ventidue anni
quando all’improvviso lui le aveva chiesto il divorzio. Lei
si era opposta, gli aveva ricordato che erano entrambi bravi
cattolici e che avrebbero dovuto trovare un modo di supe-
rare la cosa. Tuttavia, malgrado gli sforzi della donna, Paul
era andato avanti con le pratiche per il divorzio. Sharon era
così irremovibile sul fatto che dovessero rimanere insieme,
che al giudice aveva detto: “È uno sbaglio! Siamo bravi
cattolici e dobbiamo risolvere le cose.”
“Con tutto il rispetto, vostro onore” aveva ribattuto Paul
con stizza, “quando all’inizio mia moglie si è opposta, ho
accettato di vedere un terapista. Ci siamo andati per diversi
mesi e adesso, qui davanti a lei, le dico che mi dispiace, ma
le cose non vanno. Le nostre differenze sono inconciliabili.”
Il giudice aveva concesso il divorzio. Un anno più tardi,
Sharon diceva ancora a se stessa e agli altri: “Non sarebbe
mai dovuto succedere. Dio non crede nel divorzio.”

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Oltre agli aspetti religiosi della situazione, Sharon non
poteva guarire fintanto che il suo mantra era: È uno sbaglio,
e ancora, Non sarebbe mai dovuto succedere. Dio non crede nel
divorzio. Alcune affermazione utili nel suo caso sono:

Dio sa cosa è meglio.


Dio può affrontare il mio divorzio.
Dio può benedire il mio matrimonio
e anche il mio divorzio.
Dio conosce solo l’amore perciò, se hai vissuto un di-
vorzio, sappi che Dio non ti vede come un “divorziato”. Ti
vede solo come amore. Pensala così: anche se credi che la
Chiesa e Dio abbiano un problema con la fine del tuo ma-
trimonio, molto probabilmente hai ancora molti decenni
di vita davanti a te. Come vuoi che siano? Anni di infeli-
cità passati a cercare un colpevole? Ad addossarti la colpa?
La scelta è tua. Puoi scegliere che la tua esistenza abbia un
capitolo triste dal titolo “Divorzio”, per poi andare avanti
e vivere gli anni a venire con compassione, felicità e amore.
Per Sharon era l’unica scelta possibile basata sulla real-
tà: poteva decidere di vivere il resto della vita bloccata nel
lutto e nel rimpianto, oppure poteva affrontare appieno la
perdita e poi aprirsi all’idea di vivere una storia diversa.
L’importante è scegliere i propri pensieri con buonsenso e
trasformare in affermazioni solo quelli positivi.

Ringrazia te stesso
Era la sua prima festa della mamma senza il marito e
Jan era sopraffatta dal dolore. Si sentiva triste e depressa
perché lui l’aveva lasciata per un’altra donna, più vecchia di

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lei, e per il suo ego era stato un duro colpo. Aveva creduto
di essere la moglie perfetta, quindi non riusciva a capire
come Gabe avesse potuto fare una cosa simile a lei e al loro
bambino di quattro anni, Corey. “Mi sento abbandonata,
sola e inutile” diceva.
Mentre lavava i piatti, aveva ripensato al marito che nei
giorni di festa la trattava sempre come una regina. Le pre-
parava una colazione speciale per la festa della mamma e
poi festeggiavano con regali e gite speciali. Ma quell’anno
lei era a casa da sola con Corey a lavare i piatti. Devastata
dal lutto, si era lasciata cadere per terra e aveva iniziato a
piangere, pensando di porre fine alla propria vita e alla pro-
pria sofferenza. In quel momento, il figlio era entrato in cu-
cina e le aveva accarezzato le spalle con le manine delicate.
“Cosa succede?” le aveva chiesto.
“Non ce la faccio più, Corey” aveva risposto lei, cercan-
do di asciugarsi in fretta le lacrime.
“Andrà tutto bene, mamma” aveva detto lui in tono te-
nero. Jan l’aveva guardato e si era lasciata scappare un so-
spiro, al pensiero di aver appena preso in considerazione
l’idea di abbandonarlo togliendosi la vita. Corey l’aveva
aiutata a rialzarsi e lei l’aveva ringraziato con un grande
abbraccio. Poi lui, con un sorriso, era tornato a giocare nella
sua stanza.
Jan aveva alzato gli occhi al soffitto e aveva detto: “Per-
ché io, Signore? Mi serve il tuo aiuto per capire come mai
mi sento così.” Quella notte aveva pregato per ricevere una
guida e poi si era addormentata profondamente.
Il giorno seguente era andata al lavoro nella società in
cui era responsabile di esaminare le richieste di sviluppo
personale e professionale dello staff. Poco dopo aver comin-
ciato, aveva notato un volantino sulla scrivania. Un’impie-
gata chiedeva di partecipare a un seminario di autoaiuto

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sulla guarigione. Jan l’aveva preso e si era detta: Ho proprio
bisogno di guarire. Ma si era accorta di dover guarire non
solo il lutto per il marito, ma anche la vita in generale. Ave-
va letto il volantino e aveva chiamato l’impiegata che voleva
partecipare al seminario per chiederle se potesse unirsi a lei.
“Quando sono entrata” raccontava Jan, “non sapevo cosa
aspettarmi. C’erano nove o dieci persone a casa di qualcuno
che non conoscevo e io pensavo che mi sarei limitata a os-
servare e a prendere appunti. Ma la domenica pomeriggio,
alla fine del seminario, mi sentivo molto meglio rispetto a
quando stavo seduta sul pavimento della cucina. Stavo im-
parando a soffrire per la perdita di mio marito e a guarire
me stessa augurando a lui di trovare l’amore. Cosa ancor
più importante, auguravo anche a me un sacco di amore.”
Si era allenata con le seguenti affermazioni:

Vivo la tristezza che accompagna il mio lutto.


Quando mi concedo di soffrire è per guarire.
Nella tristezza, amo me stessa.
Dopo averle ripetute per qualche settimana, Jan aveva
cominciato a provare brevi momenti di vera felicità. Il lutto
non era scomparso, ma aveva assunto una nota di dolcez-
za che lei non aveva mai provato prima. Non avrebbe mai
pensato di dover imparare ad amare se stessa. Non le ave-
vano mai insegnato a farlo, anzi, l’avevano cresciuta dicen-
dole di non esprimere i propri sentimenti e di non fissare
confini personali.
“A partire da quel giorno” constatava Jan, “ho continua-
to il viaggio alla scoperta del mio vero io e l’ho accolto a
braccia aperte!”. Il seminario le aveva dato la spinta iniziale
per affermare che ogni cosa stava succedendo per il suo

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bene supremo e che da quella situazione avrebbe ricavato
solo qualcosa di buono.
Arrivata a casa, aveva appeso affermazioni in ogni stan-
za. La prima veniva da suo figlio:

Andrà tutto bene, mamma!


Ma Jan aveva scritto anche:

Vivo il mio lutto ma non mi ci crogiolerò.


Ogni cosa sta succedendo per il mio bene supremo.
Da questa situazione ricaverò solo qualcosa di buono.
Ogni volta che i suoi pensieri prendevano una brutta pie-
ga, Jan si avvicinava a un’affermazione e la osservava come se
la vedesse per la prima volta. “La fissavo” diceva, “e cercavo di
assimilarla davvero. Poi mi sedevo e la ripetevo all’infinito.”
Sullo specchio della camera da letto aveva messo il bi-
glietto:

Sono al sicuro.
In bagno c’era:

Ti amo e ti perdono.
Il semplice processo di accedere al buonsenso dentro di
lei l’aiutava a sentirsi più forte nel lutto invece di restarne
vittima. Aveva persino chiesto a Corey di appendere a sua
volta delle affermazioni, che avevano abbellito e colorato
insieme. In molti disegni lui aveva rappresentato il sole che
splendeva, ispirando a Jan l’affermazione:

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Il sole splende sempre e illumina sempre il bene.
Un anno più tardi, Jan aveva ripensato alla festa della
mamma precedente e a quanto fosse stata stupida a cre-
dere che la gioia di quel giorno fosse legata esclusivamen-
te alla presenza dell’ex marito. “Gira tutto intorno al mio
meraviglioso ometto” affermava, “che mi ha detto: ‘Andrà
tutto bene, mamma.’ Gli sto insegnando che questo è il no-
stro giorno speciale e che essere sua madre è un onore. Poi
usciamo per festeggiare. Un anno fa non sarei mai riuscita
a immaginare di poterlo fare.”
Con un bambino così piccolo, per Jan i festeggiamenti
legati a quella ricorrenza erano legati al marito. Con il
tempo ci sarebbe stata una transizione naturale e il marito
non avrebbe più organizzato il festeggiamento da solo, ma
insieme al figlio. Alla fine, mano a mano che Corey fosse
cresciuto, se ne sarebbe fatto sempre più carico e ci avreb-
be pensato da solo. Il divorzio aveva accelerato i tempi e
costretto Jan a trovare un modo di festeggiare la maternità
dentro di sé. In un certo senso, la festa era diventata più
pura, e per Jan era stata una vera e propria lezione di vita,
perché le aveva permesso di capire che essere madre era
un aspetto di se stessa che aveva sempre avuto il potere di
riconoscere da sola, a prescindere dal fatto che il marito
fosse con lei o che il figlio partecipasse ai festeggiamen-
ti. Riflettendo sul proprio lutto, Jan aveva capito che, per
quanto si sentisse triste, avrebbe sempre potuto contare su
se stessa.

Quando il dolore si complica


Malgrado i nostri sforzi per vivere il lutto e guarire, a
volte la vita può giocarci un brutto tiro.

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Bob e Marilyn, quarant’anni, erano sposati da un ven-
tennio. Lui era un tipo estroverso, sempre fuori per qualche
evento e a fare tutto quello che gli riusciva. Lei, al contra-
rio, era felice anche di restare a casa. Condividere la vita
di società con Bob non era il suo forte e, con il tempo, i
due avevano cominciato a condurre esistenze separate e a
vedersi solo al momento di andare a letto, quando si rac-
contavano in breve quel che era successo nelle rispettive
giornate. Ben presto, avevano finito per sentirsi più coin-
quilini che marito e moglie.
Marilyn aveva cominciato a pensare di desiderare di
più; si era accorta di voler fare cose e visitare posti che però
non coincidevano con gli interessi di Bob. Amava ancora
il marito, ma si era accorta che il loro matrimonio non le
andava più bene e che voleva vivere senza di lui. La sua
più grande paura si era trasformata in realtà quando aveva
capito di volere il divorzio. Così era cominciato un anno di
grandi discorsi. Mentre Bob pensava che potessero risol-
vere le cose, Marilyn era disposta a provarci, ma non era
convinta che sarebbe servito a qualcosa. Alla fine, infatti,
era andata avanti con le pratiche per la separazione.
Una volta formalizzato il divorzio, i due erano rimasti
amici ma, nel suo lutto, Bob cadeva di continuo nel pen-
siero magico, aggrappato com’era all’idea che un giorno lui
e Marilyn sarebbero tornati insieme.
Poi, circa un anno dopo la separazione, era successo
l’impensabile. Bob aveva avuto un grave attacco di cuo-
re al lavoro ed era stato trasportato di corsa in ospedale,
dove gli avevano salvato la vita. Ma, al risveglio, anche se
in apparenza stava bene, fu chiaro che aveva subito seri
danni cerebrali i quali avevano comportato la perdita della
memoria a breve termine. Ricordava il passato e il quadro
generale, ma aveva del tutto rimosso gli ultimi anni.

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Gli amici di Bob speravano che con il tempo la memo-
ria sarebbe tornata e, per i primi mesi, Marilyn era rimasta
al suo fianco, felice di dargli una mano. La loro storia ri-
corda un po’ il famoso film 50 volte il primo bacio, con Drew
Barrymore e Adam Sandler. Nella pellicola, il personaggio
dell’attrice soffre proprio di perdita della memoria a breve
termine, per cui ogni volta che esce con l’uomo che ama,
interpretato da Adam Sandler, per lei è come se fosse il
primo appuntamento. Nel caso di Bob e Marilyn, a causa
dei danni cerebrali lui aveva completamente dimenticato il
divorzio e pensava di essere ancora sposato. Più lui recu-
perava le forze, meno lei era presente. Bob finiva sempre
per chiederle dove fosse stata e lei aveva l’arduo compito di
dovergli raccontare di nuovo come stessero le cose.
Se davvero fossi una brava persona, si diceva Marilyn,
tornerei a vivere con lui come se fossimo ancora sposati e me
ne prenderei cura. Certi giorni pensava che avrebbe dovuto
mentirgli e lasciargli credere che stessero ancora insieme, ma
non voleva fingere. Aveva sognato di trovare la felicità dopo
il divorzio, ma ormai non le sembrava più possibile. Le sem-
brava di non avere vie d’uscita e, di conseguenza, i pensieri
negativi che faceva la rendevano ancora più infelice.
Cosa ne pensi? Credi che Marilyn avrebbe dovuto men-
tire a Bob e tornare a vivere con lui? In una situazione del
genere, è importante modificare il proprio atteggiamento
mentale da “Non posso trovare la felicità” a:

Posso trovare la felicità in qualsiasi situazione.


Troverò la felicità, che siamo sposati o meno.
Se Marilyn fosse riuscita a mostrarsi amorevole, integra
e completa, la situazione nell’insieme avrebbe potuto porta-

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re felicità a tutti. Lei ci aveva provato e, quando aveva messo
da parte i “dovrei” e aveva cominciato a trovare la propria
felicità, era riuscita a fare visita a Bob di buonumore e ben
presto lui aveva smesso di interrogarla sul loro matrimonio.
Forse proprio perché lei non era più in ansia per le sue do-
mande, lui non aveva più avuto bisogno di risposte.
Oggi Bob non ricorda ancora molto degli ultimi anni,
ma ha trovato un nuovo equilibrio. Quando finalmente
Marilyn conquistò la pace nel divorzio dopo tutto quello
che era successo, anche lui riuscì a trovarla. Ora lei è felice
di fargli visita ed è contenta che dopo così tanti anni fac-
ciano ancora parte l’uno della vita dell’altra.

Affrontare il lutto per un tradimento


Non possiamo parlare di rotture e divorzi senza discu-
tere del tradimento. Anche se già di per sé il tradimento
può essere difficile da comprendere, può rivelarsi ancora
più difficile capire che, a volte, venire traditi ci offre la più
grande opportunità di crescita.
È orribile pensare che la persona a cui hai donato il tuo
cuore e la tua anima, quella che conosceva il tuo vero io (e
che tu credevi di conoscere a tua volta), possa tradirti. La
persona più importante per te, quella con cui hai condiviso
la tua parte più intima, è stata con qualcun altro, per un’ora
o per una notte, o magari per mesi o anni, mentre stavate
ancora insieme.
Uno dei primi aspetti con cui spesso ci si scontra in
questo tipo di lutto è il modo in cui si viene a saperlo. È
stato il partner a confessare o è venuto fuori per caso? Sei
stato tu a cercare la verità? Scoprire i dettagli spesso aggra-
va la ferita, perché usi le informazioni che hai appreso per
farti ancora più male. Il tuo partner può anche averti tra-

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dito una volta sola, ma con tutti i dettagli che hai scoper-
to, puoi rivivere la trasgressione all’infinito nella tua testa.
Una domanda difficile che devi porti è se sei sempre stato
sospettoso di natura o se invece la notizia ti ha colto com-
pletamente di sorpresa. È interessante ripensare al passato
e capire in che situazione ti trovavi quando l’hai scoperto,
cosa che a volte ti permette di riconoscere la parte che hai
avuto in quello che è successo.
In termini di guarigione dal lutto, il modo in cui sei
venuto a saperlo è piuttosto irrilevante, ma può essere si-
gnificativo in termini di quello che pensi. Non aspettarti
di comprendere il tuo ruolo nel tradimento se ti trovi an-
cora nella fase acuta del lutto. A volte, a distanza di mesi o
anni, la gente riesce a guardarsi indietro e a dire: “In effetti
ero molto sospettoso. Forse speravo che finisse e per certi
versi sapevo che la nostra storia non era fatta per durare.”
Tuttavia, molte persone faticano ad accettare questa idea
perché interpretano le parole “il tuo ruolo” come se chi è
stato tradito avesse delle colpe. In realtà, ciò che stiamo di-
cendo è che, anche se nessuno vuole vivere un tradimento,
la tua anima può sfruttare questa esperienza per il proprio
processo di evoluzione e guarigione.
C’è un altro elemento di cui dobbiamo discutere, non
per il semplice scopo di crogiolarci nel lutto ma per farlo
venire a galla, staccarcene e guarire. Una delle prime cose
che la persona tradita chiede è: “Mi ami ancora?”. In alcuni
casi è un interrogatorio, ma in altri è una profonda auto-
valutazione. Sono degno del tuo amore? Conto qualcosa per te?
Hai mai davvero tenuto a me? È dura mandar giù il fatto
che le azioni del partner non determinano necessariamen-
te che ti ami o meno.
Come ci insegna la saggezza popolare, se in una relazio-
ne c’è stato un periodo di vero amore, allora la verità ulti-

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ma è questa: l’amore c’è stato. Se sai che un tempo vi siete
amati, allora l’amore era reale e si spera che il tradimento
e tutto ciò che ha comportato alla fine sfumino in secondo
piano. A distanza di anni, quando gli ex si rivedono, spes-
so capiscono che a durare è l’amore, mentre tutto il resto
svanisce. Magari l’amore si è trasformato in affetto per il
partner, perché una volta facevi parte della sua vita.
Forse però non sei ancora arrivato a capire tutto questo (né
accadrà a breve) perché sei sconvolto. Se le cose stanno così,
ci auguriamo che prenderai le nostre parole come un invito a
lasciare andare un po’ della rabbia che provi. Dopotutto, non
ferisce davvero il tuo partner, ma è deleteria solo per te.

Daisy e Cliff stavano insieme da cinque anni. Il loro


matrimonio aveva avuto alti e bassi, ma soprattutto alti.
Daisy immaginava che, un giorno, se avessero avvertito un
calo del desiderio sessuale, sarebbe stata colpa sua. Sapeva
che avrebbe potuto perdere l’appeal sessuale che aveva in
passato e già si prefigurava il tipico discorso tra coniugi
quando un giorno lui avrebbe detto: “Non stasera, tesoro.
Ho mal di testa.”
Tuttavia, era stata colta di sorpresa quando Cliff ave-
va cominciato a dirle davvero: “Non stasera, tesoro. Sono
troppo stanco.” All’inizio ci era passata sopra, ma poi le
scuse erano aumentate: gli faceva male la schiena, era stres-
sato per il lavoro e così via.
Dopo aver notato un vero e proprio schema, Daisy si era
subito attribuita la colpa. Pensava: Se Cliff non vuole avere
rapporti intimi con me, dev’essere perché non sono più attraente
come una volta.
Così, per un periodo, aveva deciso di rimettersi in for-
ma, dicendosi che forse si era mostrata troppo rilassata a

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casa, senza trucco e con pigiami comodi piuttosto che lin-
gerie seducente. Non sapeva come dovessero andare le cose
in un matrimonio, ma sapeva che non voleva diventare la
tipica moglie sciatta.
Eppure, dopo qualche mese in cui Daisy aveva miglio-
rato il proprio aspetto, Cliff era parso ancora meno interes-
sato al sesso di prima. Quando lei tirava fuori la questione,
lui diceva: “Non essere stupida, tesoro. È naturale, capita.
Ti amo. Va tutto bene.”
“Il tuo aspetto non c’entra” le aveva detto un’amica.
“All’inizio di una relazione, il partner ci sembra interes-
santissimo. Tutte le storie che racconta sono nuove e af-
fascinanti. Ma dopo qualche anno, diventano vecchie e
ripetitive. Daisy, devi trattare Cliff come se l’avessi appena
conosciuto.”
Così lei aveva cominciato a riscoprire il marito. Pendeva
dalle sue labbra, come se le sue vecchie storie fossero nuove
ed eccitanti… ma le cose tra loro non cambiavano. Alla
fine, dopo undici mesi senza fare sesso, in preda all’esa-
sperazione gli aveva detto: “Cliff, ho fatto tutto il possibile
per essere attraente ai tuoi occhi. Lo vedi? Sono andata
in palestra, mi trucco sempre, porto la lingerie. Ho fatto
tutto il possibile per farti sentire uomo e mostrarti che sei
la persona più interessante che esista per me. Per l’amor di
Dio, cosa c’è? Non puoi avere sempre mal di testa o essere
stanco e stressato per il lavoro. Vai a letto con un’altra?”.
L’aveva detto così, senza aspettarsi di cogliere nel segno.
Il marito si era guardato i piedi.
Stupita, gli aveva detto: “Perché tieni gli occhi bassi?
Oddio, non dirmi che è così!”.
“Mi dispiace” le aveva risposto.
Daisy non riusciva a credere alle sue orecchie. “Chi è?”.
“La mia segretaria.”

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“La tua segretaria? Non potevi essere più banale!”.
Dopo le discussioni, la separazione e infine il divorzio,
Daisy si era ritrovata in un mondo fatto di tradimento e
lutto. Trascorsi diversi mesi, la fase del rifiuto si era conclu-
sa e aveva lasciato posto alla rabbia. Continuava a pensare:
Come ha potuto lasciarmi andare in palestra a migliorare il
mio corpo per lui, mentre lui se la faceva con un’altra? Quell’i-
diota ha permesso che corressi in bagno a truccarmi non appena
mi svegliavo. Mi ha lasciato credere di non essere abbastanza
attraente o che dipendesse tutto dallo stress per il lavoro.
Giorno dopo giorno, il suo dialogo interiore cambiava,
ma era sempre sulla stessa linea: E io che consideravo interes-
santi le sue stupide storie. Sentite una volta, erano sempre le stes-
se. E poi il lutto si era trasformato in autocommiserazione.
Ma quanto sono stata stupida a pensare che, se io fossi stata più
bella, lui sarebbe diventato un bravo ragazzo. Quanto sono stata
stupida ad amarlo! Quanto sono stata stupida a tenere a lui!
È importante capire che quel che è successo è successo.
Nel lutto, siamo consapevoli di non poter cambiare il pas-
sato, ma possiamo pensarlo in modo diverso. Nel suo caso,
Daisy poteva cambiare le proprie riflessioni. Non doveva
concentrarsi sul tradimento. Sappiamo che è difficile, ma
ne vale la pena. Ciò non significa negarlo, bensì concen-
trarsi sulla propria forza. Invece di pensare solo: Cliff mi ha
tradito, Daisy poteva affermare:

Nonostante quello che ha fatto Cliff,


io ho amato in modo totale.
Oppure, quando si dava mentalmente addosso, invece
di pensare a quanto era stata stupida, poteva dirsi:

Il mio istinto aveva ragione.

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Invece di credere che l’intera relazione fosse stata un
tradimento, poteva dire:

L’amore era reale.


Semplicemente la nostra storia
non era destinata a durare.
Con il tempo, sarebbe stata in grado di spingersi ancora
più in là:

In fin dei conti, nessuno può tradirmi.


La persona che sono va oltre il tradimento.
Insistendo con le affermazioni, Daisy aveva cominciato
a sentire una grande resistenza nei loro confronti. Dove-
va ricordarsi che indicavano il punto dove voleva arrivare,
non necessariamente quello in cui si trovava. La resistenza
significava che aveva ancora della rabbia da espellere. Oltre
a ripetere le affermazioni, doveva anche rispettare la rabbia
e sfogarla per potersene staccare.
Alla fine aveva trovato la pace grazie alla consapevolez-
za di aver fatto tutto il possibile mostrandosi al meglio e
andando in palestra. Nella fase in cui si viene a patti con il
dolore, alcune donne sono assillate da domande come: “Se
non mi fossi lasciata andare, lui mi sarebbe rimasto fede-
le?” oppure: “Se mi fossi truccata di più e avessi indossato
vestiti più sexy, lui avrebbe avuto una storia con un’altra?”.
Ma alla fine arrivano nella fase della depressione e capi-
scono che sì, i loro coniugi le avrebbero tradite comunque.
Non è dipeso da loro.
L’unico vero tradimento avviene quando dimentichia-
mo il nostro vero io e il nostro autentico valore. In fin dei

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conti, gli altri possono comportarsi bene o commettere er-
rori, ma noi possiamo ricordare quanto valiamo e che a
volte in una relazione abbassiamo i nostri standard o accet-
tiamo comportamenti degradanti. Magari facciamo anche
il possibile per tenerci o riprenderci nostro marito o nostra
moglie. Per questo motivo forse potremmo trovarci nella
situazione di dover perdonare noi stessi e di staccarci dai
legami con le persone che ci hanno ferito.
Se perdoni il tuo ex che ti ha tradito quindici anni fa,
non vuol dire che per te va bene ferire gli altri. In verità
significa che hai capito che lui ha commesso un errore –
tutti ne fanno – e che non definirai più te stessa o il tuo
matrimonio sulla base di quello sbaglio.

Dal lutto alla grazia


Dopo il divorzio, Molly pensava a una possibile nuova
vita. Voleva qualcosa di più che ritrovarsi piena di rabbia e
amarezza, così aveva trovato un modo positivo di superare
le circostanze negative ed era arrivata a credere di aver cre-
ato un’esperienza di tradimento per potersi sentire comple-
ta. In effetti, le ci è voluto del tempo per riuscire a credere
davvero alle proprie parole, soprattutto per elaborare e per-
donare se stessa. Ma vediamo come ci è riuscita.
Suo marito Mike l’aveva tradita ed era andato a vivere
con l’amante appena dopo la rottura con lei. Paralizzata del
dolore per la perdita, Molly era stata pronta a tutto pur di
sentirsi meglio. Un’amica le aveva suggerito di accettare e
amare quella sofferenza affinché riuscisse a rendersi conto
che serviva ad aiutarla a guarire e le aveva raccomandato di
non essere dura con se stessa.
Molly ricorda ancora come si era sentita: “All’inizio
stavo sdraiata tutto il giorno sul divano a guardare film.

100
A mia figlia ho preparato toast per diversi giorni di fila
perché non riuscivo a trovare la forza di fare di più. Ogni
mattina, sotto la doccia, piangevo per sfogare il dolore. Poi
mi sono detta che stavo facendo proprio un bel lavoro. Mi
sono concessa una tregua e ho deciso che quantomeno ero
degna del mio stesso amore.
“Adesso so che la mia vita aveva ordito una cospirazione
per farmelo capire. Il punto non era ricevere amore dall’e-
sterno: si trattava di un lavoro interiore. Ho partecipato
a corsi di self help, letto libri sull’argomento e ascoltato i
modi giusti di ‘fare’ la vita. Ma non si trattava di un’espe-
rienza mentale: era un viaggio del cuore.”
Molly non aveva mai veramente provato compassione
per se stessa prima di essere tradita. Era sempre stata la cri-
tica più severa di sé, impersonando la versione più dispoti-
ca della sua personalità, perciò non c’era da sorprendersi se
le succedeva anche esteriormente. Aveva la pelle talmente
dura che qualsiasi delusione non era nulla in confronto alla
corazza che si era costruita contro l’amore e all’esistenza
che si era creata nello sforzo di proteggersi dai mali della
vita. Ma il dolore l’aveva messa al tappeto.
“L’amore era il collante dell’universo, ma non l’avevo
mai sperimentato di persona” diceva. “C’era sempre stato,
ma non gli avevo permesso di svegliarmi. E giudicando
le circostanze con parole dure del tipo: ‘Vedi, sei solo una
donna disprezzata, una madre orribile, abbandonata dal
marito. L’hai allontanato tu! Ti meriti una vita schifosa’,
ho indotto la sensazione di avercela con me stessa. Avevo
bisogno di essere tradita per superare l’idea che la vita fosse
come sembrava.
“Mi sono concessa di farlo, confidando che ne avrei rica-
vato del bene, che avrei guardato più a fondo e sarei riemer-
sa dalla tempesta per rivendicare la mia vita e i suoi doni.”

101
Non molto tempo dopo, Molly era nello studio del suo
terapista quando, per la prima volta, si era trovata faccia
a faccia con la donna con cui l’ex marito l’aveva tradita.
“Quasi piangevo di gratitudine per lei. Se non ci fosse stata
non avrei vissuto il mio dramma e mi sarebbe mancata la
compassione per me stessa, per il mio mondo, per gli altri
e per il viaggio collettivo che abbiamo intrapreso. Quella
donna mi ha aiutato a fidarmi della mia vita. E a permet-
termi di farlo sono stati il cuore spezzato, il tradimento, la
perdita, la sofferenza, il lutto...”.
Com’è stato possibile che una cosa un tempo etichettata
come cattiva le sia servita per ritornare alla vita? Molly ora
si rende sempre più conto dell’abbondanza dell’esistenza e
afferma: “Staccandomi da come pensavo dovessero andare
le cose ed essendo semplicemente me stessa, non sono più
stata vittima delle circostanze della vita. La mente poteva
anche dirmi il contrario, ma io ho scelto di seguire la strada
che mi indicava il cuore. Quella donna è stata un perso-
naggio essenziale nel viaggio della mia vita.”
Molly pensava di non meritare la ricchezza dell’amore.
Ma alla fine è riuscita a includere se stessa e tutti gli altri
nella sua personale definizione di ciò che considera divi-
no, tenero, amorevole, paziente e tollerante. Tutti attributi
nuovi per lei. E finalmente ha accettato la piena respon-
sabilità dei guai che le sono capitati: questa è stata la vera
chiave di volta.
“Non posso dare la colpa a qualcuno o a qualcosa per
quel che succede nella mia vita” diceva. “Per mesi e mesi
ho tentennato su questo concetto.” Accettare di essere l’ar-
tefice della sua vita senza incolpare gli altri del suo dolore
e della sua sofferenza le sembrava una cosa radicale e, per
certi versi, travolgente. Ma Molly voleva la pace e ciò signi-
ficava non andare più né contro se stessa né contro gli altri.

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Significava non badare più a ciò che era giusto o sbagliato
(l’altra donna era “sbagliata” perché l’aveva fatta soffrire) e
così si era convinta che l’universo avesse ordito una cospi-
razione per permetterle di sentirsi completa. Era riuscita a
racimolare la compassione per sé e infine a staccarsi dalla
convinzione di aver fatto qualcosa di sbagliato.
Molly non poteva andare contro se stessa e credere che
anche il mondo facesse altrettanto, così aveva deciso che
chiunque avrebbe incontrato (amici, conoscenti e persino
“l’altra donna”) fosse una parte integrante del film della sua
vita che la spingeva verso la completezza. Così era riuscita
a sentirsi piena di gratitudine.
“Quando ho incontrato l’‘altra,’” diceva, “le ho detto
quanto avessi sofferto. Sono stata onesta nel raccontarle la
mia storia. Mi sono scusata per aver desiderato di ferirla
o che gli altri la odiassero. L’ho ringraziata. L’ho fatto per
me. Anche io commetto degli errori e lei non era diversa
da me. Volevo che il mondo odiasse lei e quello che aveva
fatto solo perché mi sentivo ferita e soffrivo tantissimo.
Prima pensavo che il dolore si sarebbe alleviato se anche lei
avesse sofferto, ma in realtà mi sono liberata perdonandola.
Ho aspettato di essere davvero pronta, ed ero spaventa-
ta a morte. Non è stato facile affrontarla, essere onesta e
piangere per un’ora di fila. Ma volevo vivere al massimo
del mio potenziale e che la vita mi venisse incontro lì dove
stavo. So che continuerò a ricevere lezioni per raggiungere
la grazia. Va tutto a favore della grazia, perché sono stata
io a sceglierlo.”
Molte delle affermazioni che Molly usa sono:

Che tutto si risolva per il bene supremo


delle persone coinvolte.

103
Mi merito una vita meravigliosa.
Le lezioni della vita mi conducono verso la grazia.
Attraggo una vita meravigliosa
che crea esperienze meravigliose.
Come ha dimostrato Molly, una volta guarito il modo
di pensare, tutti i protagonisti di una situazione si innalza-
no a un livello superiore.

Mettere i figli al primo posto


Gran parte dei tuoi pensieri è determinata dal passato,
soprattutto dall’infanzia. Nel corso di un divorzio, ti ritrovi
a passare molto tempo cercando di correggere i pensieri
negativi legati a quando eri piccolo, tanto da trascurare i
tuoi figli? Anche loro soffrono, perché stanno perdendo
l’immagine di una mamma e di un papà sempre insieme.
In un momento simile, è essenziale che tu rivolga pen-
sieri amorevoli al mondo dei tuoi figli. Altrimenti l’analisi
che compi su di te si trasformerà in indulgenza nei tuoi
confronti. In amore è naturale abbassare la guardia, ma poi,
durante una separazione, il muro che abbiamo abbattuto
viene ricostruito persino più forte di prima.
Ma cos’è di preciso questo muro? È qualcosa che ci sepa-
ra da un altro essere umano. Se ti costruisci un muro come
reazione al dolore che ti ha causato il tuo ex, ricorda che i
tuoi figli soffrono sia perché non lo comprendono sia nel
tentativo di attraversarlo. Permettendo a questi pensieri di
dominare il tuo mondo, la separazione diventa la legge su-
prema. Per guarire, devi tornare a pensare all’amore per i
tuoi figli e per te stesso. Se però credi che costruire un muro
serva a proteggerti, questo non sarà un compito semplice.

104
Prendiamo l’esempio di Jackie, il cui matrimonio si era
concluso malamente. C’erano così tanto dolore radicato
nel profondo, rabbia e risentimento da entrambe le parti,
che lei e l’ex marito Matt si parlavano a malapena.
In occasione del Natale avevano dovuto decidere come
trascorrerlo. Jackie era combattuta tra la rabbia e il risenti-
mento verso Matt e il forte desiderio di stare con la figlia
Amanda che non aveva ancora compiuto due anni. Sapeva
che era un periodo speciale nella vita della bambina e il
pensiero di non stare con lei in un giorno tanto magico era
straziante. Si sentiva lacerata e angosciata e le piangeva il
cuore al pensiero di non stare con lei.
Così lei e Matt avevano definito un piano: Jackie avreb-
be tenuto Amanda la mattina e lui nel pomeriggio, anche
se avrebbero dovuto fare cambio all’ora di pranzo e sarebbe
stato piuttosto scomodo. Jackie era turbata all’idea e ave-
va passato un’intera giornata a escogitare diversi modi per
distrarsi dal dolore di non stare tutto il tempo con la figlia.
Nella sofferenza, aveva rispettato e vissuto la perdita, ma
aveva ugualmente bisogno di valutare altre possibilità per
quel giorno e per il futuro.
Racconta: “Ho pregato e pregato, avevo bisogno di
un’affermazione potente. Non volevo provare tutta quella
rabbia e sofferenza. Poi una frase mi ha toccato il cuore:

Ti perdono e ti libero.
“Credo di averla ripetuta almeno mille volte al giorno.
La dicevo pensando al mio ex e anche a me stessa. Sapevo
che mi stavo giudicando per la rabbia e il risentimento che
provavo, e lo facevo anche perché giudicavo gli altri.”
Tieni presente quanto si sentisse turbata Jackie. Tuttavia,
è difficilissimo pregare e allo stesso tempo restare aggrappati

105
all’odio, e per lei era praticamente impossibile recitare un’af-
fermazione un migliaio di volte al giorno e sentirsi ancora
stravolta. Per Jackie l’affermazione stava funzionando.
“Un paio di giorni più tardi” dice, “la mia mente era in
una nuova dimensione e mi sono sentita ispirata dall’amo-
re. Sapevo cosa volevo fare. Ho invitato Matt a passare la
mattina di Natale con la mia famiglia prima che portasse
Amanda a casa sua e stessero insieme. Ho specificato che
era libero di rifiutare, ma anche che era il benvenuto tra noi.
Ho messo bene in chiaro che, se fosse venuto, ne saremmo
stati tutti contenti. Avevo cambiato atteggiamento.”
L’ex marito aveva accettato all’istante e avevano passato
una giornata meravigliosa. Jackie aveva capito che non c’e-
ra niente che la figlia amasse di più che stare con tutta la
famiglia e non c’era niente che lei amasse di più che vedere
il faccino della sua piccola accendersi di felicità.
Ma quella mattina Jackie ha avuto anche un’altra sor-
presa. “È stato un miracolo” spiega. “Guardandoli insieme,
mi sono resa conto di apprezzare il mio ex marito, il ruolo
che aveva nella mia vita e il fatto che era sempre stato un
padre fantastico per nostra figlia. Era stata una giornata
stupenda, ma non era ancora finita. Quando per Matt e
Amanda è arrivato il momento di andarsene, il mio cuore
non era pesante, ma leggero e libero. Non sentivo né uncini
né catene né tristezza, solo una sensazione onnipresente di
amore e gratitudine. Li ho accompagnati alla macchina e,
dopo aver salutato la bambina, ho abbracciato Matt e l’ho
ringraziato per essere venuto. Gli ho augurato buon Natale
e gli ho detto di godersi il pomeriggio con Amanda. Ero
sincera, pensavo davvero ogni singola parola.”
Jackie ha scoperto che una cosa semplice come un’af-
fermazione può portare una quantità incredibile di amore
e gioia nella vita di molte persone. Non sarebbe stato lo

106
stesso per tutti se Amanda non ci fosse stata e Jackie ha
capito che non gira tutto intorno a sé.

Guarire il lutto del divorzio


Quando si vive un divorzio di solito si cercano le cau-
se che l’hanno determinato. Chi ha fatto cosa a chi? Ma
ricorda che questi motivi fanno parte della storia minore.
Ne esiste una molto più grande che riguarda il tuo amore,
la tua vita e il viaggio della tua anima. Il tuo obiettivo non
è sbarazzarti del lutto, bensì scorgere la felicità nel futuro
che ti attende e rimuovere tutti gli ostacoli (le cose che non
ti servono) tra te e quella felicità.
Devi cercare un modo di perdonare il coniuge. Per
quanto possa essere difficile, alla fine ti sentirai libero. Nu-
trire rancore è bere un veleno nella speranza che a morire
sia l’altra persona. Se poi nel divorzio è implicata una terza
parte, sforzati di perdonare anche quella. Perdonare chiun-
que sia coinvolto può sembrare incredibilmente difficile,
ma per cominciare non ti serve altro che la buona volontà:

Sono disposto a perdonare.


Nel guarire il lutto per un divorzio, devi assumerti la re-
sponsabilità della tua vita. Perché tu possa guarire comple-
tamente e permettere al lutto di curarti, non puoi continua-
re a fare la vittima. Nel corso del tuo matrimonio e delle tue
relazioni sentimentali, ogni volta che è successo qualcosa
che ti è sembrato sbagliato o brutto, c’è sempre stato un
denominatore comune: tu. Tu c’eri in ogni situazione, quin-
di devi assumerti parte della responsabilità. Anche se non
riesci a riconoscere il ruolo che hai avuto in una certa cir-
costanza, forse considerando la situazione nell’insieme puoi

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prendere per vero il fatto che la tua anima abbia scelto tipi
diversi di esperienze per permetterti di imparare e crescere.
In ultima analisi, sei tu che devi dare a te stesso l’amore
che cerchi. Ciò non significa che ti stiamo chiedendo di
riempirti di amor proprio così da non aver più bisogno di
una relazione sentimentale o da non volerne più una. La
nostra speranza è che, scoprendo l’amore dentro di te, nel
prossimo capitolo della tua vita non ti presenterai come un
serbatoio vuoto da riempire. Sarai piuttosto una persona
completa e piena d’amore da donare agli altri e alle situa-
zioni in cui ti verrai a trovare.
Il lutto è un periodo in cui piangere tutto ciò che è anda-
to perso: i sogni andati in fumo e la fine della speranza in un
matrimonio che durasse in eterno. Tuttavia, accettando con
dolcezza quello che è successo, scoprirai che il lutto è anche
un momento per rinnovarti, ricostruirti e ripensarti. Ades-
so hai l’opportunità di creare un nuovo te stesso. Chi sarai
dopo il divorzio? Non lasciare un vuoto che gli altri e il tuo
passato dovranno riempire per definirti. Scegli la persona
che vuoi diventare. È un nuovo capitolo e hai l’opportunità
di ricominciare. Se stai pensando: È troppo tardi per me per
ricominciare, sappi che si tratta solo di un pensiero, e che
non è nemmeno vero. Se sei vivo, non è mai troppo tardi per
ricominciare. Ecco un bell’esercizio come punto di partenza.

Pensa a tutte le parole negative che descrivono il tuo


stato d’animo dopo il divorzio, come triste, disperato,
patetico, non amato, non voluto e così via. Scrivile su un
foglio di carta e mettilo in una busta. Poi segui un ri-
tuale che ti aiuti a staccarti una volta per tutte da queste
parole. Fai ciò che ti sembra giusto in questo momento,
da pregare stringendo la busta in mano a bruciarla. Lo

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scopo è lasciare andare le parole, consapevole che non
dicono la verità su chi sei.
Poi pensa a tutte le parole positive che descrivono
il tuo possibile stato d’animo e la persona che potresti
essere, e scrivile. Ricorda: non devono essere per forza
già vere. Basta che ti sembrino giuste e che descrivano
chi vorresti diventare. Ecco alcuni esempi:
Stupendo
Coraggioso
Ispirato
Adorabile
Degno
Appassionato
Sincero
Festaiolo
Dolce
Avventuroso
Naturalmente ci sono moltissimi altri aggettivi che
potresti usare, ma limitati a quelli adatti a te. Una volta
finito, aggiungi “Io sono” davanti a ognuno, così da fare
tuo il loro significato. Per esempio:
Io sono stupendo.
Io sono coraggioso.
Io sono ispirato.
Io sono adorabile.
Io sono degno.
Io sono appassionato.
Io sono sincero.
Io sono festaiolo.
Io sono dolce.
Io sono avventuroso.

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Copia queste frasi e appendile ovunque. Falle tue,
vivile! E ricorda l’affermazione seguente per non per-
dere di vista il tuo percorso, quando penserai alla tua
vita dopo il divorzio:

Mi concentro sulle possibilità positive


della mia vita futura.

Puoi affrontare il divorzio come una qualsiasi fase della


vita. Puoi definirlo un bene o un male, o vederlo come un
periodo tragico o di crescita. Ogni matrimonio può essere
un successo, a prescindere dalla sua durata. Nessun ex ma-
rito o ex moglie ha il controllo del tuo futuro. È solo tuo.
Una volta compreso il tuo potenziale per essere felice in
futuro, troverai il tuo bene. Per farlo puoi lasciare andare il
passato con il tuo ex, esercitarti a perdonare, mettere i figli
al primo posto e, forse per la prima volta, mettere te stesso al
primo posto. Se le tue credenze sul divorzio sono influen-
zate dalle convinzioni religiose, questa potrebbe essere una
grande opportunità di trovare del bene nella religione in
cui credi. Molte persone sono state allevate all’insegna di
valori teologici meravigliosi, in altre invece sono state in-
stillate credenze nocive. Il divorzio può essere il momento
giusto per fermarti ed entrare davvero in armonia con i
valori di Dio, non con i dogmi.
Il divorzio è una fine, ma può anche essere l’inizio di
qualcosa di nuovo. Non dimenticare: sono gli aspetti a cui
presti attenzione a crescere. Vuoi vivere nel passato, oppure
vuoi concentrarti sul presente e sul tuo potenziale illimita-
to di amore e felicità?

110
Capitolo Quattro

La morte
di una persona cara
Tutti noi sperimentiamo una perdita, ma la morte di
una persona cara è ineguagliabile per il senso di vuoto e la
profonda tristezza che lascia.
Continuiamo a esaminare il significato della morte per-
ché è fondamentale per capire il senso dell’esistenza. Al-
cune persone credono che la morte sia un nemico che alla
fine trionfa su di noi, uno scherzo della natura orribile e
brutale che ci sconfigge. Se condividi questa convinzione,
allora la tua vita è priva di senso. Tuttavia, se sei consape-
vole che nasci, sbocci e poi, quando arriva il tuo momento,
muori, vivrai una vita significativa e morirai in modo al-
trettanto significativo.
Devi tenere presente che, anche se il tuo caro non c’è
più, la tua vita continua. Hai davanti un mondo nuovo e
inaspettato, in cui lui non sarà più fisicamente presente.
Per certi versi, ti sembrerà che continui a vivere in spirito.
Ed è così! Proprio come tenevi a lui quando era con te,
adesso devi amarlo nella sua assenza.
La perdita e il dolore che la accompagna sono molto per-
sonali, diversi da quelli di chiunque altro. Qualcuno potreb-
be cercare di consolarti raccontandoti di come ha vissuto la

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morte di una persona cara, ma ai tuoi occhi la tua perdita
è il riflesso dell’amore unico che hai vissuto. La sofferenza
che provi ne è il riflesso e la prova. Ogni lacrima versata è la
conferma dell’amore profondo e della cura che gli hai dedi-
cato. Nessuno dovrebbe togliertelo, né vuole farlo.
Eppure, nevrosi e paure possono mischiarsi con i senti-
menti del lutto. Senza accorgertene, potresti rivoltarti con-
tro te stesso, ecco perché devi fare attenzione al tuo modo
di pensare. I tuoi pensieri possono esserti di conforto ma, a
volte, possono anche imprigionarti nel dolore e farti patire
inutili sofferenze. L’unico modo per uscire dal dolore è at-
traversarlo. Devi provarlo fino in fondo, senza però restare
bloccato o vivere la tua vita in base a esso. L’unico modo
per provare amore anche se soffri è essere sempre consape-
vole di come ti tratti durante la fase del lutto.

È il momento di abbandonare il senso di colpa


Ryan e la moglie Kim si erano conosciuti alla facoltà di
legge. Per contribuire a pagarsi gli studi, lei lavorava nella
biblioteca dove spesso lui andava a studiare. Per coincidenza,
le sedute di studio in biblioteca di Ryan si erano spostate dal
pomeriggio alle ore serali, proprio quando era di turno Kim.
Alla fine lei aveva pensato: O questo ragazzo è davvero un
gran bravo studente che si impegna un sacco, oppure gli piaccio.
Ogni sera, andava da lui alle dieci meno un quarto e gli
diceva: “Quindici minuti alla chiusura. È ora di andare.”
E una sera lui le aveva risposto: “È ora di andare a pren-
derci un caffè.”
Dal caffè erano passati alle cene e, nel giro di poco tem-
po, si erano messi insieme, per poi sposarsi dopo la laurea.
La madre di Kim era stata insegnante, perciò non aveva
sorpreso il fatto che lei avesse scelto di specializzarsi in

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diritto scolastico. Si occupava perlopiù di tutela dei minori
anche se, di tanto in tanto, seguiva le cause per licenzia-
mento ingiustificato di alcuni docenti. Ryan, al contrario,
si era specializzato nell’ambito immobiliare.
Avevano cresciuto tre figli insieme e, superati i cin-
quant’anni, avevano fatto una crociera di dieci giorni nel
canale di Panama. Un pomeriggio, dopo aver preso il sole
sul ponte, sotto la doccia Kim aveva scoperto per caso un
nodulo al seno. Era sicura che prima non ci fosse, ed era
un po’ preoccupata e molto seccata che fosse saltato fuori
proprio mentre cercava di godersi la vacanza. Aveva deciso
di tenere la cosa per sé, perché probabilmente non era nulla
e non voleva turbare inutilmente il marito. Sarebbe riuscita
a tenere a bada l’ansia e a metterla da parte per il momento,
invece Ryan avrebbe perso subito la testa.
Una volta a casa, Kim aveva preso appuntamento con
la ginecologa, sempre senza dire niente al marito. Glie-
ne avrebbe parlato solo dopo aver avuto la conferma di
stare bene. Sfortunatamente però non ricevette la noti-
zia sperata: con grande shock da parte sua e del marito, le
fu diagnosticato un tumore al seno al quarto stadio. Kim
praticava regolarmente l’autopalpazione e non aveva mai
notato nulla di strano prima di quel fatidico giorno. Non
riuscivano a capire come avessero potuto perdersi i primi
tre stadi e scoprirlo direttamente al quarto.
Avevano immediatamente scelto la chemioterapia più
aggressiva possibile, abbinata ad alcune terapie complemen-
tari. Malgrado il suo corpo reagisse bene ai trattamenti, a
volte Kim si ritrovava a dire al marito: “Morire sarebbe più
semplice di tutto questo.” Dopo parecchi cicli di chemio, era
venuto il momento di nuovi controlli. Kim si era sottoposta
a diversi test e a una PEC (un esame che fornisce un’imma-
gine da cui è possibile capire se il cancro avanza o regredisce)

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e, purtroppo, i risultati avevano mostrato che il tumore era
molto aggressivo e la chemio aveva fatto ben poco.
Un medico le aveva suggerito di prendere in conside-
razione il ricovero in un centro specializzato per mala-
ti terminali, ma Ryan e Kim l’avevano ritenuto un passo
affrettato. Credevano che si potesse fare ancora qualcosa
e volevano tentare il tutto per tutto. Avevano consultato
molti altri dottori, ma il responso era stato sempre il me-
desimo. Alla fine, avevano dovuto arrendersi al fatto che il
corpo di Kim stesse soccombendo alla malattia e avevano
acconsentito all’assistenza domiciliare. Lei aveva temuto
che sarebbe stato difficile abituarsi ad avere sempre intorno
un estraneo, invece le infermiere che si prendevano cura di
lei si erano rivelate molto gentili.
Un giorno aveva detto al marito: “Promettimi che,
quando verrà il momento, mi lascerai andare.”
“Solo se potrò rivederti da qualche parte, in qualche
modo” aveva risposto lui. “Ma non voglio scoprire che
nell’aldilà sei uscita con qualcun altro.”
Dopo alcune settimane di cure palliative per tenere a
bada i sintomi, Kim aveva recuperato le energie e si sentiva
bene come non le accadeva da mesi. Scherzava persino con
Ryan: “Chi l’avrebbe mai detto che l’assistenza domiciliare
mi avrebbe fatto stare meglio!”.
Nei sette mesi seguenti, Kim divenne più lenta nei
movimenti, ma stava meglio perché aveva interrotto la
chemioterapia. Le cose andavano così bene che avevano
persino pensato di sospendere l’assistenza domiciliare. Ma
prima che potessero farlo davvero, d’un tratto Kim aveva
perso le forze. Secondo i dottori era segno che il cancro
stava progredendo.
Il mondo di Kim si faceva sempre più piccolo a mano
a mano che lei si isolava. Ryan era rimasto ogni giorno al

114
suo fianco e insieme avevano deciso che, qualsiasi cosa fos-
se l’aldilà, si sarebbero ritrovati. Kim non si alzava più dal
letto e alla fine perse conoscenza. Le infermiere venivano
sempre più spesso a controllarla e Ryan aveva capito che il
corpo della moglie la stava abbandonando. Le ripeteva le
stesse parole che lei gli diceva in biblioteca, quando si era-
no conosciuti: “È ora di andare.” Le sussurrava all’orecchio:
“Io starò bene. Vai dove devi e poi un giorno ci rivedremo.”
Tuttavia, quando l’organismo di Kim aveva cominciato
a cedere definitivamente, l’atteggiamento calmo di Ryan
mutò radicalmente. Aveva cominciato a implorarla: “Ti
prego, non lasciarmi. Non puoi andartene. Devi resistere.”
Poche ore più tardi, Kim morì.
Un anno e mezzo dopo, durante un incontro con il
gruppo di sostegno, Ryan aveva ammesso di essere ancora
tormentato. “Il lutto è insopportabile perché ho rovinato
tutto. Kim e io eravamo d’accordo che quando sarebbe
venuta la sua ora, io l’avrei lasciata andare, sapendo che
l’avrei rivista. Ma poi, mentre stava morendo, sono andato
nel panico. L’ho implorata di non andarsene e ho infranto
la nostra promessa.”
Ryan si era dimenticato di essere umano, che la vita è
preziosa e che lui amava molto la moglie. Prima che moris-
se era riuscito a dirle: “Quando sarà il momento, ti lascerò
andare”, ma una volta arrivato davvero, si era reso conto di
non pensare quelle parole. Si vergognava e si addossava la
responsabilità per aver detto quello che provava davvero
nel cuore. Si sentiva terribilmente in colpa ed era sicuro di
aver deluso la moglie.
Un membro del gruppo allora gli aveva posto la doman-
da: “E se fosse stata Kim sul tuo letto di morte a dirti: ‘Non
andartene?’ Ti saresti sentito deluso oppure avresti pensato
che ti amava talmente tanto da non volerti dire addio?”.

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L’universo traduce le nostre parole attraverso le intenzio-
ni che esprimiamo, con amore e senza alcun giudizio. L’uni-
verso non ha sentito Ryan che si rifiutava di lasciar andare
la moglie, ma solo il suo amore per Kim, anche se lui conti-
nuava a ripetersi: Pronunciando quelle parole ho rovinato tutto.
Ryan è riuscito a emergere dal lutto e adesso, ogni volta
che si sente male per quanto è successo, rivolge a se stesso
pensieri affettuosi, come:

Non sono riuscito a dire quelle parole


perché il mio amore era troppo forte.
E se questa affermazione non lo aiuta, si dice:

Non riuscivo a lasciarla andare perché la amavo


tantissimo. Adesso che Kim non c’è più,
il mio amore la segue ovunque lei si trovi.
Adesso la lascio andare con tutto il mio amore.

Il dolore durante compleanni,


anniversari e festività
Compleanni, anniversari e festività sono spesso mo-
menti che si passano in compagnia. Ma cosa succede quan-
do le persone che amiamo non sono più con noi? Queste
giornate speciali sono una delle pietre miliari nella vita che
condividiamo con gli altri. Anche se nessuno può cambiare
la realtà della morte di un caro, il modo in cui serbiamo
l’esperienza dopo la perdita fa una differenza enorme.
Regina, madre single, colmava d’amore la figlia Connie.
Da quando la bambina aveva cinque anni erano sempre

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state solo loro due, perché il padre le aveva abbandonate
entrambe. Lavorando come consulente di marketing per
un grosso gruppo bancario, Regina poteva programmare
le proprie giornate di lavoro in modo autonomo e faceva
sempre in modo di ritagliarsi del tempo per la figlia.
Oltre a Natale e Capodanno, i giorni preferiti che ama-
vano festeggiare insieme erano i compleanni. Regina era
nata il 19 gennaio e la figlia il 16 marzo. I compleanni non
avevano avuto grande spazio nell’infanzia di Regina, per-
ciò lei voleva renderli un evento importante per far capire
a Connie quanto fosse contenta della sua nascita.
Quando Connie era molto piccola, alle sue feste di
compleanno venivano invitati gli amici della mamma, ma
una volta a scuola la bambina aveva cominciato a invitare
le sue amiche. Un giorno aveva chiesto alla madre: “Perché
non festeggiamo il tuo compleanno?”.
Regina aveva risposto: “È più una cosa da bambini.”
“Vuoi dire che il giorno in cui sei nata non è importan-
te?” aveva ribattuto la piccola.
“Be’ sì, ma…”.
Connie l’aveva interrotta: “I tuoi amici danno una festa
per il loro compleanno e tu ci vai.”
Regina si era resa conto di non saper spiegare bene
come mai non considerasse granché il proprio complean-
no. Da quel momento, avevano cominciato a dare due feste
l’anno, una per ciascuna. A Connie piaceva e Regina aveva
pensato: Lo faremo per un anno o due e poi se ne dimenticherà.
Le feste di compleanno richiedono un gran lavoro.
Ma passati un paio d’anni, si era accorta che le piaceva
festeggiare entrambe le ricorrenze.
Facciamo un salto avanti di venticinque anni. Connie
ha superato i trenta e Regina i cinquanta. Connie si è spo-
sata e ha avuto dei figli suoi. Regina vive a circa un’ora

117
di distanza, ha comprato una casetta in periferia, l’ha si-
stemata e da lì gestisce una piccola società di marketing
e consulenza. Nella loro vita è rimasta però una costante:
l’impegno di festeggiare insieme i loro compleanni.
Saltiamo avanti di altri quindici anni. Ora sono Connie
e i suoi figli, i nipoti di Regina, che ogni anno fanno il giro
per passare a prendere gli amici della nonna e festeggiare
insieme il suo compleanno. Le feste si sono fatte più sobrie
perché, avendo superato i settant’anni, Regina preferisce
una cena semplice con caffè e torta finale.
Per il suo settantaduesimo compleanno, come d’abitu-
dine, Regina ha accolto amici e familiari. C’è però un nuo-
vo ospite, un vicino che si è trasferito nella casa accanto, e
che nota: “Non ho mai visto una figlia darsi tanto da fare
per il compleanno della madre.”
Allora gli raccontano di quando Connie era piccola e
Regina era una madre single e gli spiegano come è nata la
tradizione delle due feste.
Ma nel corso dell’anno successivo, Regina ha comincia-
to a perdere le forze e a sentirsi spesso stanca. È molto de-
bole e ha quasi sempre mal di stomaco. Dopo un check-up
completo, le è stato diagnosticato un cancro allo stomaco.
All’inizio di marzo, Connie ha portato la madre in
ospedale per un secondo ciclo di chemioterapia. Un gior-
no, Regina si è guardata intorno nella stanza per la che-
mio e ha detto alla figlia ormai adulta: “Manca poco al tuo
compleanno. Forse non ce la farò a venire.”
“Non dire stupidaggini, mamma. Festeggeremo qui con
te. Ho visto che nella stanza delle infermiere ci stanno set-
te persone. Perché non lo facciamo lì?”.
Regina ha risposto: “Potremmo appendere i palloncini
alle aste portaflebo” e sono scoppiate a ridere tutte e due.
Più tardi quella sera, Connie ha parlato con il marito

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Greg del compleanno imminente. Lui ha detto: “Per allora
l’avranno dimessa e non vorrebbe mai che tu cancellassi la
tua festa. Se si stanca, la porto a casa io prima.”
Ma a Regina è venuta la febbre e le dimissioni sono sta-
te rimandate fino alla remissione dell’infezione. Tuttavia i
medici non sono riusciti a identificarne la causa e nel giro di
qualche giorno, le condizioni della donna sono peggiorate.
I dottori hanno spiegato che, a causa dei diversi antibiotici
somministrati, l’infezione si era diffusa in tutto il corpo e
temevano che la respirazione venisse compromessa.
Dopo qualche telefonata, Connie ha chiesto al marito
di annullare la sua festa di compleanno con gli amici. Ogni
notte sedeva al capezzale della madre, mentre di giorno
stavano con lei altri membri della famiglia e amici. Quan-
do alla fine Regina ha perso conoscenza, Connie è rimasta
sempre al suo fianco. Un giorno, proprio quando la madre
era ormai in punto di morte, un’amica ha chiesto a Connie
se poteva fare qualcosa.
“Grazie. Il fatto che tu sia venuta è già abbastanza.”
“Be’, se non ci vediamo domani” ha concluso l’amica,
“buon compleanno.”
Sotto shock, Connie si è ricordata che in effetti il gior-
no dopo sarebbe stato il suo compleanno. “Oh, sì, me n’ero
dimenticata” ha risposto. “Sarò dove sono sempre, lo pas-
serò con la mamma.”
Chiese a un amico di portare qualche palloncino per il
giorno dopo perché era sicura che Regina si sarebbe sve-
gliata. Tra le telefonate e i conoscenti che volevano passare,
Connie aveva permesso al marito, ai figli e agli amici più
intimi di venire nel corso della giornata per farle gli auguri,
sempre nella speranza che la madre riprendesse conoscenza.
Alle tre del pomeriggio, si era accorta che le infermiere
si affaccendavano sempre più intorno a Regina per con-

119
trollare di continuo i segni vitali e, di colpo, aveva capito
che la madre stava peggiorando. Poi era entrato un dottore
che aveva annunciato: “Come vede sua madre non sta bene
e dobbiamo trasferirla in terapia intensiva.”
“Devo stare con lei.”
“Ma certo” aveva risposto l’uomo.
Dopo un paio d’ore, Connie aveva capito che la ma-
dre avrebbe potuto morire a breve. Poi, senza alcun pre-
avviso, lo staff medico si era precipitato nella stanza e le
aveva chiesto di uscire per poter rianimare la donna. Il
battito cardiaco di Regina stava diminuendo sensibil-
mente e nel giro di qualche minuto tutto finì. Regina
non c’era più.
In seguito, Connie si stupiva quando la gente le diceva:
“Oddio, mi dispiace così tanto che tua madre sia morta
il giorno del tuo compleanno” oppure: “Il tuo complean-
no sarà rovinato per sempre. È davvero triste che la morte
di tua madre sarà sempre legata al tuo compleanno.” Ma
Connie non la vedeva sotto una luce negativa.
Nei mesi successivi, ha cominciato a riflettere sull’inter-
pretazione negativa che tutti davano al fatto che la mor-
te della madre fosse avvenuta proprio nel giorno del suo
compleanno. Suo marito le chiese: “Perché la vedi in modo
così diverso da tutti gli altri?”.
“La gente pensa che mia madre e io non avessimo un
legame speciale con il mio compleanno, ed è stupido, con-
siderando che mi ha partorito proprio quel giorno. Visto
che è morta proprio in questo giorno, pensano che dovrei
ricordarla con tristezza a ogni anniversario. Ma per me è
un bellissimo momento in cui il cerchio si è chiuso. Lei era
con me per il mio primo respiro in questo mondo e io sono
stata con lei per il suo ultimo. Non avrebbe mai potuto
farmi un regalo di compleanno più speciale.”

120
Quanti di noi interpretano in modo negativo il gior-
no in cui è morta una persona cara? Quanti raccontano
di come la morte di un caro abbia rovinato una giornata o
una vacanza speciali? Pensa all’interpretazione di Connie.
La scomparsa della madre non ha per nulla rovinato il suo
compleanno. Al contrario, l’ha arricchito.
Possiamo influenzare profondamente il nostro mondo
interiore in base alle parole che scegliamo. Rovinare inve-
ce di arricchire può fare un’enorme differenza. Moltissimi di
noi potrebbero dire: “Non avrò mai più un bel compleanno”
oppure: “D’ora in avanti ci sarà sempre una nuvola nera che
incombe sul mio compleanno.” Invece, Connie penserebbe:

Ricordo mia madre con amore.


Festeggio il mio compleanno con gratitudine e amore.
La mia nascita e la mia esistenza sono state rese
possibili da mia madre.
Oggi festeggio la mia nascita e mia madre,
che mi ha dato la vita.

In seguito a una perdita o una morte, gli anniversa-


ri possono spesso assumere un significato più doloroso.
Dopo una scomparsa, se ne creano di nuovi, come quello
del giorno in cui è morta una persona a noi cara. Ogni
ricorrenza di quell’anniversario ci sembra importante: un
mese, sei mesi, un anno e così via.
Adrian non aveva mai saputo cosa fare nel giorno
dell’anniversario della morte della madre. Aveva provato a
tenersi occupata, a viaggiare… aveva provato di tutto pur di

121
distrarsi. Ciononostante non riusciva a sfuggire al dolore.
Alla fine era giunta alla conclusione che l’unico modo per
superarlo fosse viverlo e aveva deciso che, da quel momen-
to, ogni anno avrebbe fatto visita alla tomba della madre.
Negli anni successivi, il giorno dell’anniversario Adrian
era andata a sedersi sulla tomba e aveva pianto, sfogando
tutta la sua tristezza. La sensazione delle lacrime che le
rigavano le guance e cadevano sulla terra sotto di lei le era
sembrata terapeutica. Quell’anno era stata colta alla sprov-
vista quando, seduta sulla tomba, non aveva pianto. Si era
chiesta cosa non andasse, quando all’improvviso aveva ca-
pito: per la prima volta, ricordava la madre con amore piut-
tosto che con dolore. Si era concessa di essere libera e di
vivere appieno il lutto, e così era arrivata in una dimensione
nuova e piena d’amore. Adesso era grata alla madre e al
ruolo che aveva avuto nella sua vita.
Gli anniversari possono essere un momento in cui cele-
brarti per la forza e il coraggio che possiedi, ma anche per
onorare il caro che hai perso. Che sia successo uno o molti
anni fa, tu eri una persona diversa, ma la vita è cambiata. La
persona che eri è cambiata per sempre. Una parte del tuo vec-
chio io è morta insieme al tuo caro, ma una parte di lui o di lei
vive nel tuo nuovo io. Questo può rappresentare un passaggio
sacro invece che un pensiero di perdita e mancanza:

Oggi celebro il mio caro.


In questo anniversario ricordo il mio caro
con gioia e gratitudine.

Le feste sono un momento di condivisione. Con la per-


dita di una persona speciale, il tuo mondo perde anche l’a-

122
spetto celebrativo. Le feste amplificano la perdita, perché
la tristezza è più forte e la solitudine più profonda. Molta
gente si sente vittima dei ricordi, ma non deve per forza es-
sere così. Puoi prendere il controllo di come ricordi il caro
che hai perso e di come celebrarlo nelle varie ricorrenze.
Per alcuni è logico ignorare le giornate di festa come se
non esistessero, mentre per altri è più logico assumerne il
controllo e gestirle in modo nuovo. Non sei costretto a fe-
steggiare come hai sempre fatto. Ripetere le stesse cose del
passato senza crederci davvero può trasmetterti un senso di
inutilità, e ti farà sentire più solo che mai.
Dopo la morte del marito, come molte altre famiglie,
Marie e le figlie avevano cercato di andare avanti. Fortuna-
tamente, Marie aveva prestato ascolto al proprio intuito e
aveva capito che qualcosa non andava. Sapeva che il lutto
aveva bisogno di spazio.
“Le feste erano sempre state molto importanti per la
nostra famiglia” racconta, “e di colpo ci siamo ritrovate con
un vuoto immenso. Ogni festa era come un bombarda-
mento, un buco che ci ricordava che lui non era più con
noi. Abbiamo cercato di ricreare la stessa atmosfera e pen-
savamo di poter andare avanti come al solito, ma ci siamo
rese conto ben presto che non potevamo fare come prima,
non senza mio marito. Era troppo difficile e triste.
“Abbiamo superato il primo Natale senza pensarci trop-
po, perché ci dicevamo: ‘Okay, ce la faremo.’ Per il secon-
do abbiamo tirato fuori l’albero, ma ci abbiamo messo una
settimana ad addobbarlo. Ci serviva del tempo per vivere
il lutto senza cercare di essere felici. Eravamo ancora tutte
molto tristi. Poi, di comune accordo, abbiamo deciso che ci
saremmo prese una pausa dal Natale per un paio d’anni e
che, quando avremmo ricominciato a festeggiarlo, avrem-
mo iniziato una nuova tradizione.”

123
Marie ha scelto di non fingersi felice quando invece lei
e le figlie erano in lutto. Sapeva cos’era meglio per loro e
ha insegnato alle figlie a rispettare i sentimenti che pro-
vavano e a non sentirsi in obbligo di festeggiare. Così fa-
cendo, Marie dice che si sono sentite persino più vicine
l’una all’altra. Poi, dopo essersi prese del tempo per guarire,
Marie e la sua famiglia sono state in grado di festeggiare
ancora il Natale, non come prima ma in modo nuovo.
Invece di pensare: Fingiamo che non sia successo, Va tutto
bene oppure: Ci divertiremo comunque anche se siamo tristi,
lei pensava:

Troviamo la gioia l’una nell’altra senza sentirci


pressate a essere diverse da come siamo.

Ignorare una festività potrebbe sembrarti difficile, ma


d’altra parte non ti va nemmeno di fingere. Potresti in-
tegrare il lutto nella festa riservandogli un orario e uno
spazio, magari includendo la persona cara nella preghiera
prima di cena o accendendo una candela per lei. Un gesto
semplice di riconoscimento nei confronti del tuo caro può
riflettere l’amore che è ancora vivo nel tuo cuore. Ricono-
scere il lutto e dedicargli del tempo all’interno della festi-
vità spesso è molto più semplice che cercare di ignorarlo.
Potresti pensare:

Anche se questo è il primo Natale senza nostra madre, a


tavola diremo il suo nome
e la ricorderemo con amore.
Accendiamo questa candela in nome di nostra sorella
e le mandiamo il nostro amore.

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Condividiamo un ricordo affettuoso
o una storia divertente sul nostro caro che continua
a vivere nei nostri cuori.

Può capitarti di pensare in modo negativo e di sentirti


triste. È normale e umano. Probabilmente non passa giorno
senza che senti la mancanza del tuo caro. Forse ti senti solo.
Ma fai attenzione ai pensieri a cui ti aggrappi e che si ripre-
sentano nella tua mente. Ripetendo quelli negativi puoi de-
primerti e non rendere omaggio né al tuo caro né a te stesso.
A volte la morte di una persona cara può essere legata a
una festività. Tuo marito può essere morto il giorno prima
di San Valentino o quello della festa della mamma o del
papà. Non scorderai mai che è morto appena dopo Pasqua
o che quello è stato il suo ultimo Natale. Magari è venuto
a mancare l’ultimo dell’anno o il 15 di agosto. Quelle feste
non saranno più le stesse. Dal momento che le festività
sono appuntamenti fissi e ricorrenti del calendario, anche
se il tuo caro non è morto vicino a una in particolare, po-
tresti comunque guardarti indietro e pensare che quello
passato è stato il suo ultimo Natale. Alcuni sanno in an-
ticipo che vivranno per l’ultima volta una certa festività,
altri invece no. In un modo o nell’altro, una ricorrenza che
prima era contraddistinta dall’allegria cambia per sempre.
La domanda è: quel giorno diventerà un’occasione per ce-
lebrare la memoria dei nostri cari oppure verrà visto sotto
una luce funesta?
È normale pensare che non potrai mai più goderti le
feste. Di certo non saranno più le stesse. Tuttavia, con il
tempo la maggior parte della gente riesce a dare un nuo-
vo significato allo spirito tradizionale delle feste, che si

125
trasformano in una celebrazione dell’amore piuttosto che
della perdita.
Si tratta di una delle esperienze più dure da affrontare
dopo una perdita, l’importante è viverla come ci sentiamo
di fare. Ciò che conta davvero è riconoscere l’amore riflesso
nella perdita:

Durante questa festa,


celebriamo l’amore invece della perdita.
Le festività fanno parte del viaggio e devono essere vis-
sute fino in fondo. Puoi focalizzarti sull’amore e sui ricordi
che hai condiviso; infine potrai scegliere che tipo di conte-
nuto attribuire al tuo modo di vivere la ricorrenza.
Usa parole positive nell’interpretazione che ne dai. Le
parole hanno il potere di farti buttare a terra o di tirarti su
il morale. Il dolore del lutto può ferirti, ma i pensieri posi-
tivi ed essere buono con te stesso possono guarirti:

Oggi ti ricordiamo con tutto il nostro amore.

La responsabilità e la colpa
Quando la morte entra nel nostro mondo, di solito cer-
chiamo di trovare delle ragioni. L’attribuiamo a una diagnosi
sbagliata, a un comportamento autodistruttivo o alla negli-
genza, perché facciamo fatica ad accettare l’idea che la morte
semplicemente capiti. Al pronto soccorso, dopo un inciden-
te d’auto, si sente chiedere: “Portava la cintura di sicurezza?”.
Quando qualcuno viene ricoverato in ospedale per un tumore
ai polmoni, domandiamo: “Fumava?”. Pensando di trovare la
ragione per cui i nostri cari sono morti, crediamo di poter evi-
tare di commettere i loro errori affinché la morte ci risparmi.

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Nel mondo occidentale, la gente crede quasi che morire
sia facoltativo, ma ovviamente non è così. Nascere significa
acconsentire a un tacito accordo per cui un giorno mori-
remo. Dove c’è il sole, c’è l’ombra. Dove c’è la vita, c’è la
morte. C’è una certa arroganza nel pensare che la morte
non ci farà visita o che in qualche modo potremo evitarla.
Nel famoso film Ricomincio da capo, il protagonista Phil,
interpretato da Bill Murray, continua a rivivere lo stesso
giorno ed è in grado di affrontare le proprie esperienze di
vita in modo sempre nuovo. Il film dimostra che anche se
gli avvenimenti non cambiano, reagendo in maniera di-
versa possiamo trasformare la giornata in modo radicale.
Quando incontra un senzatetto che muore, Phil è determi-
nato a cambiare il suo destino. Nel rivivere quel giorno, gli
dà dei soldi, poi lo porta al ristorante e gli offre da mangia-
re, ma ciò non interferisce con l’inevitabilità della morte.
Nonostante l’intervento di Phil, l’uomo muore comunque
e il protagonista si accorge che, per quanto possa control-
lare la propria vita, non può controllare la morte.
Eppure molte persone sono davvero convinte che, cam-
biando comportamento, possono evitare di morire. Seguire
un’alimentazione corretta, fare esercizio fisico e compiere
scelte di vita sane non sono cose inutili solo perché siamo
tutti destinati a morire. Piuttosto dobbiamo sforzarci di
mangiare bene, fare regolarmente movimento e compiere
scelte positive perché è un modo amorevole di trattare il
nostro corpo. E se qualcuno parla di contraddizione, pos-
siamo rispondere: “Dovresti fare tutte queste cose perché
il tuo corpo ne trae vantaggio.” Probabilmente ti faranno
guadagnare qualche anno di vita, ma non devi farle perché
speri di sfuggire alla morte.
Ricorda che il responsabile della tua salute sei tu e che, se
anche dovessi ammalarti, non sei da considerare “colpevo-

127
le”. In caso di malattia, è utile considerare il meccanismo di
causa-effetto, ma ciò non significa che devi sentirti in colpa
se sviluppi una malattia né un fallito al momento di morire.

Attribuire la colpa
A volte, quando capita qualcosa di brutto, siamo indotti
istintivamente a trovare il responsabile.
Anita era una studentessa universitaria di diciannove
anni che si stava specializzando in danza. Anche la respon-
sabile del suo dormitorio, Cathy, seguiva un corso di danza
post laurea. Cathy piaceva molto ad Anita, perché era un
po’ come una mamma dolce e affettuosa, aiutava sempre le
ragazze con i loro dissapori e riusciva a calmare gli animi.
Un giorno, mentre andava nella sua stanza, Anita si era
imbattuta in Bert, il fidanzato di Cathy. “Ehi, hai visto Ca-
thy?” le aveva chiesto lui.
“Oggi no.”
“Se per caso la vedi, dille che sono alla caffetteria.”
Arrivata nella sala comune del dormitorio, Anita aveva
visto Cathy e le aveva riferito il messaggio.
“Grazie” aveva risposto la ragazza ed era uscita per rag-
giungerlo.
Circa un’ora più tardi, Anita aveva sentito di un terribile
incidente d’auto sulla via principale che portava al centro
commerciale e aveva scoperto che Cathy era stata investita
ed era morta sul colpo.
Nell’apprendere la notizia, Anita era rimasta scioccata e
sconvolta. Con il passare del tempo, si era resa conto che se non
avesse dato il messaggio a Cathy, lei sarebbe stata ancora viva.
Al funerale, Anita aveva pensato ancora al ruolo che
aveva avuto nella morte dell’amica. Nessuno l’aveva messa
in quei termini, ma lei lo pensava davvero e ne aveva parla-

128
to con alcuni amici. Uno le aveva detto: “Non è stata colpa
tua. Non potevi sapere quello che sarebbe successo.”
Un altro aveva aggiunto: “Hai fatto solo quello che ti ha
chiesto Bert. Sei stata gentile.”
Anita sapeva che avevano ragione, eppure si sentiva re-
sponsabile. Continuava a ripetersi: Avrei dovuto tenere la
bocca chiusa. Ben presto, nella sua mente aveva preso a rim-
bombare una frase, come un disco rotto: Se non glielo avessi
detto, Cathy sarebbe ancora viva.
A quell’età così giovane, Anita era molto ingenua ed
era davvero convinta di aver avuto un ruolo decisivo nella
morte dell’amica. Prima che entrassi in scena, pensava, anda-
va tutto bene. Devo essere una persona cattiva. Quando arrivo
io la situazione peggiora. Non sono buona a nulla. Continuava
a dirsi: Porto sfortuna.
Poco dopo, Anita lasciò l’università e avviò una serie di
pessime relazioni. Nei cinque anni successivi visse l’infer-
no. Aveva interrotto i contatti con chiunque conoscesse, si
era spostata da un posto all’altro, veniva licenziata, trovava
un nuovo lavoro… faceva qualsiasi cosa pur di guadagnare
qualche soldo.
Un giorno il girovagare l’aveva riportata nella cittadina
universitaria dove tutto era cominciato. Il caso aveva vo-
luto che s’imbattesse in Bert, che, dopo la laurea speciali-
stica, era diventato professore di psicologia nell’ateneo in
cui aveva studiato. Bert non aveva idea di cosa fosse suc-
cesso ad Anita, visto che i ragazzi abbandonano gli studi
per molte ragioni. Tuttavia, dopo aver chiacchierato un po’,
aveva capito che la ragazza si era rovinata la vita.
“Anita, la morte di Cathy non è stata colpa tua. Se è così
che la pensi, allora la colpa è stata più mia che tua, perché ti
ho chiesto io di riferirle il messaggio. Non avrei mai fatto
niente di proposito per farla morire.”

129
“Certo che no” gli aveva risposto lei. “So quanto l’amavi;
perché qualcuno dovrebbe pensare che è stata colpa tua?”.
“Se vale per me, allora vale anche per te!”.
Di colpo Anita capì quello che si era fatta. Da quel mo-
mento lei e Bert divennero amici intimi e lui si diede da
fare per aiutarla a capire che erano stati i suoi pensieri a
rovinarla, non la morte di Cathy.
Alla fine, Anita era arrivata a crederci e aveva ripetuto
ad altri le parole di Bert. Sentirle da lui, che era pratica-
mente nella sua stessa situazione, aveva fatto una grossa
differenza. Per lei la chiave era stata la consapevolezza dei
propri pensieri: si era resa conto di aver trasformato il lutto
in colpa e di averla attribuita a se stessa.
Nel gioco delle colpe, nessuno vince, nessuno trova
pace. I nostri cari non vorrebbero mai che la loro morte
ci rovinasse la vita. La morte ci ricorda l’amore che anco-
ra abbiamo da dare e la vita che abbiamo lasciato. Usare
bene il tempo che ci resta per rendere onore ai nostri cari
defunti è un dono.
Se davvero fossimo responsabili della vita e della mor-
te di un’altra persona, avremmo scelto che continuasse a
vivere. Pensa ad Anita e a Cathy. Se Anita avesse davvero
avuto scelta, ovviamente avrebbe scelto che l’amica restasse
in vita, ma il fatto che lei sia morta significa che la cosa era
al di fuori del suo controllo:

La mia è l’unica vita di cui sono responsabile.


La mia vita è un dono.
Mi libero da ogni senso di colpa e da ogni giudizio.

130
Lasciar andare le interpretazioni negative
Jack aveva salutato tutti al lavoro, eccitato all’idea di una
settimana di ferie per andare in crociera con la moglie. Ai
colleghi aveva promesso di non pensare al lavoro nemmeno
per un minuto. Sapevano che per lui sarebbe stata un’im-
presa perché, in quanto direttore generale di una famosa ca-
tena di alberghi, da molti anni non si prendeva una vacanza.
Mentre Jack era via, i suoi colleghi speravano che si stes-
se divertendo e che non rovinasse l’atmosfera giudicando
la presentazione dei piatti, il livello di pulizia delle cabine
o il funzionamento della reception. Tre giorni prima del
suo ritorno, le cose stavano andando piuttosto bene senza
di lui: tutti avevano sentito la sua mancanza, ma erano or-
gogliosi del lavoro svolto in sua assenza.
Poi era arrivata quella terribile telefonata. Jack aveva
avuto un grave attacco di cuore sulla nave ed era morto
all’istante. Nei giorni successivi i colleghi avevano cercato
di digerire la notizia e si erano seduti a turno davanti a un
terapeuta che la sede centrale aveva mandato per assistere i
dipendenti. Le loro parole rivelavano il modo in cui stava-
no elaborando il lutto in quella particolare situazione.
Il responsabile di cucina, Jim, aveva detto: “Non andrò
mai più in vacanza.” E aveva aggiunto: “Sul serio, quell’uo-
mo non prendeva mai un giorno di ferie. Finalmente va via,
e cosa succede? Muore.”
Jeanette, la responsabile della pulizia, aveva commenta-
to: “La vita fa schifo. Uno cerca di prendersi cura di sé e di
godersela, e poi capita una cosa del genere.”
Julie, un’altra dirigente, aveva sottolineato: “Jack era un
brav’uomo, cercava sempre di fare la cosa giusta, ed è mor-
to prima ancora di poter pensare alla lista di cose da fare
prima di morire.”

131
Tutti questi sono esempi di interpretazioni negative. Ma-
gari può sembrarci che una persona sia morta troppo presto e
forse non saremo mai in grado di comprenderne le “ragioni”.
Ma cosa portano queste interpretazioni negative alla nostra
vita? E se ogni esistenza servisse a insegnarci qualcosa? E se
anche ogni morte avesse una lezione da offrire? Possiamo ri-
pensare alla vita di Jack e trarne un insegnamento? I suoi colle-
ghi direbbero che lui amava il suo lavoro. Possiamo dire allora:

È bello che Jack abbia fatto


quello che voleva nella vita.
Se lo giudichiamo – ma in verità giudichiamo noi stessi
– vediamo che non si è preso il tempo per godersi la vita,
quindi possiamo affermare:

La vita e la morte di Jack sono un promemoria


per vivere un’esistenza equilibrata.
Un’ulteriore lezione che possiamo apprendere da Jack è
prendersi del tempo per porsi domande importanti:

• Sto vivendo la vita che voglio?


• Se morissi domani, avrei dei rimpianti?
• È davvero così che voglio passare le mie giornate?
• Quali cambiamenti positivi posso introdurre nella mia
vita fintanto che ho il tempo di metterli in pratica?

Nell’analisi degli aspetti legati alla responsabilità e al


senso di colpa, la vita e la morte di Jack ci ricordano di
vivere in modo equilibrato. Per i colleghi, la sua scomparsa
può essere interpretata sia come un messaggio di biasimo

132
sia come un campanello d’allarme per individuare i mo-
delli di pensiero negativi. Jack ha ricordato loro la scelta
netta tra “Perché perdere tempo per una vacanza? Tanto
morirai comunque” e “La mia vita è un dono. Voglio vivere
al meglio il lavoro e anche le vacanze.”
L’esempio di Jack serve a ricordarci di vivere la vita a cui
siamo destinati, e ciò significa anche che dobbiamo con-
cederci del tempo per il lutto. Cosa sarebbe il dolore se ci
lasciassimo semplicemente attraversare dai sentimenti? Se
li provassimo e ci lasciassimo impregnare dalla tristezza
come dalla pioggia in primavera, per poi passare al senti-
mento successivo? Ciò non significa voltare la pagina dei
ricordi o dell’amore nei confronti di chi è morto, bensì che
nel nostro cuore ci sarà sempre un posto per loro.

Rispetta il tuo dolore


Una volta capito che non siamo responsabili della morte
di una persona cara, ci rimane una domanda: “Di cosa siamo
responsabili?”. Com’è ovvio, la risposta è “della nostra vita”,
il che significa che siamo responsabili anche del nostro do-
lore. Ma come facciamo ad assumerci questa responsabilità?
Rispettandolo. Martha, infermiera in una clinica per malati
terminali, ci insegna una lezione interessante.
Martha era al funerale di un paziente nella cappella dell’o-
spedale. La nuova responsabile, Alisha, era arrivata verso la
fine della funzione ed era rimasta sorpresa nel vedere Martha
scossa dai singhiozzi. Vedendola tanto devastata dalla morte
di un paziente, si era preoccupata e aveva pensato: Forse do-
vrei mandarla a casa. Magari non è tagliata per questo lavoro.
Finita la messa, Alisha si era avvicinata a Martha e le
aveva chiesto se stesse bene.
“Sì” aveva risposto l’infermiera, ricomponendosi.

133
“Sono preoccupata per te” aveva proseguito Alisha. “So
che ti sei presa cura a lungo di questo paziente, ma sembri
davvero distrutta. Ce la fai a tornare al lavoro?”.
“Certo” aveva detto Martha. “Quando un paziente
muore, mi concedo di soffrire fino in fondo. Così poi pos-
so tornare al lavoro. Voglio vivere appieno ogni sentimento
invece di tenermelo dentro fino alla prossima occasione o
al prossimo paziente.”
L’infermiera aveva assolutamente ragione. Spesso pen-
siamo che, lasciando emergere la sofferenza, ne restiamo
sopraffatti. E crediamo che una perdita ne richiami una più
vecchia legata al passato, che non abbiamo pianto del tutto.
Ma come sarebbe la nostra vita se ci concedessimo di sof-
frire appieno per ogni lutto? Potremmo vivere il momento
in modo totale e passare poi alla sensazione successiva. Al
mondo ci sarebbe molta meno sofferenza se rispettassimo
il lutto e il dolore che esso comporta.
Il lutto è reale perché la perdita è reale. Ogni periodo di
lutto lascia una traccia, distintiva e unica come la persona
che è venuta a mancare. Pensiamo di voler evitare il lutto,
ma in realtà quello che vogliamo evitare davvero è il dolore
della perdita. Il lutto è il processo per guarire e, permetten-
dogli di svolgersi senza l’interferenza del nostro sistema di
pensiero distorto, può darci conforto nel dolore.

Elevarsi al di sopra del lutto


Innalzandoti al disopra delle tue convinzioni iniziali sul
lutto, ti sentirai grato per il tempo che hai trascorso con la
persona cara, per quanto possa sembrarti breve. È infatti
possibile scoprire moltissimi doni nascosti.
Nel lutto è difficile immaginare che possa derivare qual-
cosa di buono dalla perdita. E, nel consolare qualcuno in

134
lutto, è importante non provare a sottolinearne il lato posi-
tivo. Quando si perde una persona cara, non esiste nessun
lato positivo. Tuttavia, accettando la perdita, con il tempo
è possibile attribuirle un senso più profondo. Un senso che
spesso, facendo riferimento alle cinque fasi del dolore di
Kübler-Ross, prende il nome di “sesta fase” (ricordiamo le
altre: rifiuto, collera, venire a patti, depressione e accettazione).
Un senso che può assumere forme diverse ma che, in
pratica, consiste in un’affermazione. È accaduta una trage-
dia, ma l’affermazione dietro al cambiamento è:

Non sono vittima di questa tragedia.


Questa esperienza mi permetterà di crescere.
Candy Lightner, che ha fondato l’organizzazione Mothers
Against Drunk Driving [Madri contro la guida in stato di
ebbrezza], ci fornisce un ottimo esempio di crescita dopo
una perdita e di come sia possibile elevarsi al disopra del lut-
to. Sua figlia fu investita e uccisa a tredici anni da un ubriaco
al volante. Candy aveva tutto il diritto di provare amarezza e
sentirsi vittima delle circostanze. Anche se si trattava di un
tragico incidente e nessuno l’avrebbe mai biasimata se avesse
ceduto all’autocommiserazione, lei decise diversamente e ha
dedicato la propria vita a incrementare la consapevolezza e
a far approvare leggi più severe per evitare che si guidi dopo
aver bevuto e che persone innocenti muoiano per colpa dei
pirati della strada.
Se rinunciamo a voler trovare un colpevole e se ci as-
sumiamo le nostre responsabilità, possiamo trovare la
grandezza, ovvero la forza insita nel lutto. Non sempre ne
riconosciamo il potere di guarigione, eppure esso è straor-
dinario e stupendo, proprio come la guarigione fisica dopo

135
un incidente d’auto o un grave intervento chirurgico. La
sofferenza si trasforma e ricrea un’esistenza distrutta, gua-
rendo le ferite dell’anima.
Pensa a una persona a te vicina che ha subìto una per-
dita importante e alla sua vita subito dopo il lutto. Poi ri-
pensa a com’era dopo un anno, dopo due. Se si è liberata
dal desiderio di trovare un colpevole e dal senso di colpa, e
si è assunta la responsabilità di vivere il proprio lutto, allora
sarà avvenuto un cambiamento miracoloso. Se invece i suoi
pensieri negativi sono troppo rumorosi allora è difficile che
possa guarire davvero. Ecco alcune riflessioni positive da
tenere presenti:

Vivere il lutto con amore funziona sempre.


Vivere il lutto unito con amore guarisce sempre.

Affrontare il suicidio
Il suicidio può rappresentare una delle perdite più dure
con cui fare i conti. Subito dopo che è avvenuto, è bene
pensare ad alcuni punti chiave. Il tuo caro che l’ha com-
messo non era “cattivo”. La sua anima soffriva tremenda-
mente e, per ragioni che vanno al di là della tua capacità di
comprensione, ha scelto di abbandonare il proprio corpo.
Anche se credi che avresti potuto fare qualcosa, devi ri-
uscire a confidare nell’esistenza di un universo onnisciente
e amorevole che veglia costantemente sulla tua anima e
sulla sua crescita. Se i tuoi pensieri o le tue convinzioni ti
dicono che il suicidio di una persona cara è stato un terri-
bile sbaglio, sappi che l’universo sorveglia spiritualmente
tutte le anime e il loro percorso. Non ne ha mai persa, di-
menticata o smarrita una.

136
Derrick lavorava da dieci anni come volontario per un
servizio telefonico contro il suicidio. Durante il giorno era
impiegato in una grossa società di revisione contabile e
spesso si sentiva chiedere: “Come riesci a lavorare per un
servizio telefonico del genere? Cosa fai quando non riesci
a salvare qualcuno?”.
Derrick rispondeva sempre: “Mia nonna aveva un det-
to: ‘Se tutti spazzassero davanti alla propria porta di casa, il
mondo sarebbe un posto più pulito.’” Quelle parole non si-
gnificano impicciarsi nei fatti degli altri, bensì prendersi cura
di ciò che vedi. “Applico questo detto alla mia vita” diceva,
“e al mio lavoro per il servizio telefonico di assistenza. Le
mie interazioni, le mie reazioni e quello che offro al mondo
sono ciò che sta davanti alla mia porta di casa. Ed è l’unico
mondo di cui ho il controllo. Quello che fanno o pensano
gli altri sta davanti alla loro porta. Non sta a me andare là e
creare scompiglio. Ci sono solo tre zone: la mia porta, la tua
e quella di Dio. Io posso pensare solo a spazzare davanti alla
mia: offro amore, rispetto e comprensione e mi mostro sem-
pre dolce e compassionevole con chi telefona. Quello che ci
fanno poi gli altri non sono affari miei. Chi vive o muore è
affare di Dio, perché quello sta davanti alla sua porta.”
Quando si tratta di suicidio, non esiste un momento
giusto o sbagliato, ma solo il nostro momento. C’è un mo-
mento per nascere e uno per morire, e in entrambi devi
essere certo di amare te stesso. Non perdere la fede, per-
ché sei un essere umano meraviglioso che merita di essere
amato malgrado le circostanze in cui ti trovi.
Devi concentrarti solo su quello che fai con i tuoi pen-
sieri e con i tuoi sentimenti. Se vedi che la tua mente si
occupa dei problemi di un altro, ricorda che, nella morte, il
tuo caro si libera dell’angoscia che prova. Alcune afferma-
zioni utili sono:

137
Il mio caro non soffre più.
Adesso l’anima del mio caro è libera.
Per quanto riguarda la tua perdita, non è insolito sentirsi in
colpa per quello che consideri il tuo ruolo nel suicidio di una
persona cara. Forse pensi di non aver colto un segnale o un
avvertimento. Se è così, prova a ripetere queste affermazioni:

Affido il senso di colpa che provo


al mio potere superiore.
Riconosco che il viaggio dell’anima
di [inserisci il nome della persona cara]
sta andando esattamente come doveva.
Magari sei arrabbiato per quello che ti ha fatto il tuo caro,
ma tu non sei vittima del suo suicidio. A prescindere dalle
circostanze, questa persona non si è tolta la vita per “fare”
qualcosa a te. A volte è utile ricordare la verità sui rapporti
e riconoscere ciò che puoi e non puoi controllare. Ecco un
paio di affermazioni che possono aiutarti in questo caso:

Lascio andare la rabbia e chiedo a Dio di guarirmi.


Le nostre anime sono legate per sempre
oltre il piano terreno.
È essenziale ricordare che l’amore che hai condiviso
non è in pericolo, né viene intaccato o danneggiato dalla
morte di una persona. Un giorno la tua anima raggiungerà
la consapevolezza per cui il modo in cui muori in questa
vita rappresenta solo una piccola parte della storia.
Spesso la morte per suicidio richiede una grande attitu-
dine al perdono:

138
Perdono il mio caro per essersene andato.
Perdono il mio caro per tutto quello che secondo me
ha fatto in questa vita.
Devi ammettere che la persona cara si sentiva smarrita e
in difficoltà sia con il corpo sia con la mente. Se puoi, cerca di
accogliere il dolore con amore e compassione, consapevole del
fatto che in questa vita quella persona aveva dei demoni che
non è stata in grado di sconfiggere. Poi rivolgi lo stesso amore
e la stessa compassione ai tuoi pensieri e alle tue azioni:

Mi perdono per tutto quello che penso di non aver fatto.


Mi perdono per tutto quello che ho fatto e, secondo me,
non avrei dovuto.
Mi perdono completamente per tutto.
Riconosco che solo l’amore è reale.
Anche se è importante guarire dal senso di colpa che si
prova per le azioni compiute e per quelle apparentemen-
te mancate, la colpa è un riflesso del tuo comportamento,
mentre la vergogna può essere vista come un sentimento
attribuibile alla persona che credi di essere. In seguito a un
suicidio possono sorgere molti messaggi interiori, del tipo:
Non valeva la pena stare con me. Al mio caro non importava
della mia vita. Il nostro matrimonio, la nostra famiglia e il
nostro mondo erano così incasinati che il mio caro ha preferito
morire piuttosto che farne parte. Nessuna di queste frasi de-
scrive davvero chi sei. Prova invece con queste:

Riconosco il mio valore.

139
Qualunque cosa accada al mondo, io posso essere amato.
La mia anima ha valore.
Le mie relazioni sono sacre.
In fin dei conti, la cosa più importante è che tu capisca
che non puoi ritenerti responsabile della morte di qualcun
altro. Nessuno può sapere quali sono le lezioni per ogni
anima. Non c’è modo di prevedere quale viaggio un’anima
è destinata a intraprendere in questa vita. Puoi solo contare
su ciò che, con la testa e con il cuore, ritieni essere vero:

Io sono responsabile del viaggio della mia anima.

Guarire dopo la morte di un figlio


Si dice che perdere un figlio sia uno dei traumi più cata-
strofici che un individuo possa sopportare. Come fa un ge-
nitore a vivere il lutto e a guarire dopo una perdita simile?
Essere genitori significa in parte essere responsabili della
vita di un’altra persona, perciò come possiamo chiedere a
un padre o a una madre di staccarsi dal senso di colpa o dal
desiderio di trovare un responsabile quando si verifica una
tragedia del genere? Già solo proporlo non sembra un atto
spietato e privo di sensibilità?
La morte di un figlio è la prova di come la guarigione non
sia solo un modo per onorare la perdita, ma anche un pro-
cesso indispensabile per la sopravvivenza dei membri del-
la famiglia. Nell’esempio precedente, con Candy Lightner,
abbiamo assistito al meraviglioso potere del lutto e ai doni
che può darci. Dopo la perdita dell’amata figlioletta, Can-
dy è diventata un esempio illuminante di come innalzarsi al

140
disopra del lutto per guarire e per avere anche un impatto
positivo sulla vita di tante altre persone. Ancora una volta, il
modo migliore di illustrare l’enorme potenziale del lutto per
la guarigione è attraverso una storia e, fortunatamente, pos-
siamo proportene una molto significativa. Lasceremo che
sia la protagonista a raccontartela in prima persona.

L’ultimo giorno di vita di mio figlio era cominciato come


tutti gli altri. Dopo la canzoncina del risveglio e il solletico,
che erano il nostro rituale mattutino, ho vestito e accompa-
gnato fuori Jesse, che aveva sei anni, per incontrare il padre
che l’avrebbe portato a scuola. Il fratello dodicenne JT era
già andato a prendere l’autobus.
Ero di corsa per andare al lavoro ma, mentre salutavo Jes-
se con un abbraccio, mi accorsi che aveva scritto qualcosa sul
ghiaccio che ricopriva il finestrino della mia macchina: “Ti
voglio bene”, con tre cuori disegnati accuratamente con il suo
ditino. Ne fui commossa e decisi di correre in casa a prendere
il cellulare per fare una foto. Era una fredda mattina di di-
cembre, ma il sole splendeva e feci mettere Jesse in posa di
fianco al suo affettuoso messaggio. Scattata la foto, lui se ne
andò a scuola e quella è stata l’ultima volta che l’ho visto vivo.
Jesse frequentava la prima elementare alla Sandy Hook
Elementary School. Quella mattina, il quattordici dicem-
bre 2012, un giovane mentalmente disturbato s’introdusse
nell’edificio e uccise a colpi di pistola il mio Jesse e altri di-
ciannove alunni, insieme a sei tra insegnanti e responsabili.
In seguito mi hanno riferito che Jesse è morto con corag-
gio, correndo verso il pericolo nel tentativo di salvare i suoi
compagni di classe. Anche se l’ho saputo solo dopo, nel mio
cuore sapevo già che Jesse si era comportato eroicamente;
con i suoi modi temerari e altruisti, ha sicuramente pensato
di poter salvare la situazione.

141
Al funerale di Jesse, in piedi dietro la piccola bara bianca,
ho tenuto un discorso. Poi molte persone hanno continuato
a chiedermi cosa potessero fare. Tutta quella tragedia è nata
da un pensiero di rabbia, perciò il mio consiglio è stato di tra-
sformare la rabbia in amore, ogni singolo giorno. Dopotutto,
si tratta solo di scegliere. Basta cominciare con un pensiero al
giorno, e sono convinta che possiamo rendere il mondo un
posto migliore. Nel tempo, gli amici, e persino alcuni scono-
sciuti, mi hanno raccontato che il mio messaggio aveva cam-
biato in meglio la loro vita e che lo stavano diffondendo in
famiglia e tra le persone care. È una scelta semplice, ma abba-
stanza potente da cambiare la vita, e magari persino il mondo.
Per rendere omaggio alla memoria di Jesse e riuscire ad
andare avanti, ho preso la decisione di affrontare questa trage-
dia assurda con amore e perdono. L’affetto e il sostegno inin-
terrotti della nostra città, della nazione e del mondo intero
hanno dimostrato che possiamo unirci nell’amore e vincere il
male. Sono convinta che questa tragedia abbia cambiato mol-
te vite in meglio perché oggi più persone scelgono di percor-
rere un cammino all’insegna dell’amore e della comprensione.

Quando ci alziamo al mattino ci troviamo davanti a una


scelta: vogliamo vivere nella paura o nella fede? Poi uscia-
mo nel mondo in cui bene e male si scontrano ogni giorno.
È compito di ognuno diffondere luce e amore, e possiamo
farlo tramite i pensieri e le interazioni che abbiamo quo-
tidianamente.
A prescindere dalle circostanze, la morte è una delle
esperienze più dure che noi esseri umani viviamo durante
il nostro viaggio sulla Terra. Malgrado il dolore, sappiamo
però che ci sono altri modi di pensare e di rendere omaggio
ai nostri cari. Per esempio, come abbiamo detto in prece-
denza, dobbiamo ricordare che compleanni, anniversari e

142
altre feste possono trasformarsi in celebrazioni del nostro
amore eterno.
Quando il lutto ti sembra troppo straziante o non riesci
a mantenere il contatto con una persona cara, prova a fare
questo esercizio.

Trova un posto tranquillo dove sederti, senza distra-


zioni. Chiudi gli occhi e concentrati sul respiro, inspi-
rando ed espirando sempre più lentamente.
Visualizza il viso della persona cara in un momento
felice della sua vita.
Lasciati riempire dalla sua essenza. Guarda la luce
brillare nei suoi occhi, osserva la radiosità del suo volto.
Avverti il legame ancora esistente tra voi. Adesso dì a
quella persona tutto quello che senti il bisogno di rac-
contare. Se tu lo avverti nel cuore, anche lei lo avvertirà
nel suo. Devi sapere che il vostro legame si mantiene
integro, anche se lei non vive più nel suo corpo.
Adesso, nel silenzio, presta ascolto a tutto ciò che
può volerti dire. Se ricevi un suo messaggio, ringraziala
per il contatto che perdura tra voi e tienilo nel cuore.
Lascia andare tutti i lacci che vi uniscono a eccezione
di quello sottile che mette in contatto i vostri cuori.
Quando sarai pronto, torna a concentrarti sul respi-
ro, apri gli occhi e resta immobile. Una volta alzato,
ricorda che la persona cara cammina al tuo fianco. La
grande verità è che l’amore non muore mai.

Se nel corso dell’esercizio emerge qualcosa di negativo,


consideralo un dono di conoscenza. Devi perdonare la per-
sona cara? Lei deve perdonare te? Ti senti in colpa o provi

143
il desiderio di trovare un colpevole? In questo caso, ricorda
che accettare il lutto può aiutarti a guarire.

Concedendoti di vivere appieno il lutto, cominci a stac-


carti dagli schemi di pensiero negativi legati al senso di
colpa e di responsabilità. Non importa come è morto il tuo
caro, con il tempo ti sentirai grato di aver condiviso parte
del tuo viaggio con lui. E alla fine capirai la verità: la morte
non può sconfiggere il potere dell’amore.
Nel prossimo capitolo affronteremo un altro tipo di
perdita che ci coinvolge profondamente (la morte di un
animale domestico) e ricorreremo agli stessi strumenti del
lutto e del perdono per poter guarire noi stessi e, allo stesso
tempo, onorare e riconoscere una perdita profonda.

144
Capitolo Cinque

Onorare la perdita
di un animale domestico
Il lutto è un riflesso naturale della vita e si verifica in
qualsiasi legame caratterizzato da sentimenti e affetto.
Piangiamo tutti la morte di un caro, di chi non ci piaceva
e persino di chi odiavamo. Non c’è lutto solo dove non c’è
attaccamento. Detto ciò, è stupido pensare che non si deb-
bano piangere gli animali che fanno parte della nostra vita
e a cui siamo attaccatissimi.
Gli animali domestici condividono il nostro spazio vi-
tale, in molti casi anche il nostro letto, e sono veri e propri
membri della famiglia. Nonostante ciò, spesso chi piange
la morte di un animale è molto discreto circa i propri senti-
menti e sta bene attento alle persone con cui condividerlo.
Sappiamo istintivamente che si tratta di una forma di lutto
non accettata da tutti perché ritenuta quasi “inferiore”. C’è
chi, dopo aver confessato tutto il proprio dolore, si è sen-
tito dire semplicemente: “Be’ non è come perdere una per-
sona. Era solo un animale” oppure: “Prenditene un altro.”
In realtà, il lutto per la perdita di un animale non si su-
pera così facilmente come vorrebbero farci credere. È diffi-
cile vivere un lutto giudicato inutile. Il lutto rimanda all’a-
more, e spesso l’amore che ci dimostrano i nostri compagni

145
a quattro zampe è il più incondizionato che potremmo mai
ricevere. Quante volte, nonostante gli sforzi, facciamo no-
stri i pregiudizi della società e ci diciamo: Non dovrei soffri-
re così tanto? Se permettiamo a questi pensieri di penetrare
nella nostra mente, tradiamo i nostri veri sentimenti.
A complicare ancora di più il lutto per la morte di un ani-
male è il fatto che trattiamo i nostri amici a quattro zampe
come se fossero degli esseri umani. Se si ammalano e non
ci sono più speranze, nonostante vorremmo tenerli con noi,
spesso decidiamo di ricorrere all’eutanasia affinché abbiano
una fine dignitosa che eviti loro di soffrire inutilmente. Ma
a volte è difficile affrontare la perdita se continuiamo a chie-
derci se abbiamo fatto la cosa giusta o meno. Le persone che
hanno degli animali domestici sviluppano un forte legame
con loro e condividono appieno la frase del comico Will
Rogers che una volta disse: “Se non ci sono cani in paradiso,
quando muoio voglio andare dove sono andati loro.”

Rispettare il lutto per la perdita di un animale


Ella aveva un pastore tedesco chiamato Garlic2, nome
che si era guadagnato perché, nonostante gli sforzi della
padrona, aveva sempre l’alito cattivo. Chi lo incontrava per
la prima volta, notava subito quanto fosse bello e di solito
commentava che il suo alito non era poi così male. Con
gli anni, Garlic era diventato un’istituzione nel vicinato.
Chiunque fosse in giro, in giardino o per strada, non pote-
va fare a meno di salutarlo con un: “Ehi, Garlic!”.
Quando il cane era morto di vecchiaia, Ella e i familiari
avevano pensato di condividere anche la sua morte, visto che
quando era in vita Garlic era stato amico di tutti. L’alterna-
tiva, e cioè che fosse semplicemente sparito come un giocat-
2. Ndt: In inglese significa aglio.

146
tolo o una sedia tolta dalla veranda, era impensabile. Inoltre
se avessero tenuto segreta la loro perdita, avrebbero dovuto
affrontare settimane e mesi di incontri casuali con i vicini
che, all’oscuro della brutta notizia, avrebbero chiesto: “Dov’è
Garlic?”, e loro avrebbero dovuto spiegarlo di continuo.
Così Ella decise di scrivere un necrologio e di spedirlo
a tutti i vicini via e-mail, insieme a una foto del cane. Per
farlo utilizzò la mailing list che aveva raccolto per motivi
di sicurezza, anche se temeva che qualcuno avrebbe potuto
lamentarsi perché l’aveva usata a quello scopo. Ma la sua
famiglia aveva ripetuto l’affermazione:

Condividiamo con amore il nostro lutto


con il vicinato.
Con loro grande sorpresa, quasi tutti reagirono con af-
fetto e solidarietà. E un giorno, nella cucina di una vicina,
Ella aveva visto la foto di Garlic attaccata al frigorifero.
Ella e la sua famiglia rimasero colpiti anche dalle nume-
rose e-mail di risposta ricevute. Una in particolare diceva:
“Voi non ci conoscete, ma noi conoscevamo Garlic. Veniva
a casa nostra ogni giorno verso le quattro, quando i bam-
bini tornavano da scuola. Spesso abbiamo pensato che un
cane tanto dolce dovesse avere dei padroni molto affettuo-
si. Speriamo di incontrarvi presto e di potervi fare le nostre
condoglianze di persona.”
Ogni volta che qualcuno le chiedeva del necrologio, Ella
si limitava a rispondere: “La sua vita era importante. Per-
ché non avrebbe dovuto esserlo anche la sua morte?”. Ecco
un esempio magnifico di come la famiglia abbia rispettato
il proprio lutto, inducendo anche gli altri a fare lo stesso.
La morte di Garlic non passò inosservata nel quartiere:
un vicino portò uno stufato a Ella e alla sua famiglia, un al-

147
tro una torta… proprio come se Garlic fosse stato un uomo.
Qualcuno aveva persino fatto una donazione a suo nome a
un’associazione per la salvaguardia degli animali. Il vicinato
era stato avvolto da un profondo senso di dolcezza e tene-
rezza, che era durato a lungo dopo la scomparsa di Garlic.

La perdita di un animale domestico rispetto a quella di


un essere umano è contraddistinta da una difficoltà unica.
Quando decidiamo di prendere un animale domestico, ne
diventiamo automaticamente responsabili per tutta la vita.
Come con un figlio, ci prendiamo cura di lui, lo teniamo al
sicuro, lo nutriamo e badiamo al suo benessere. Dipende da
noi. Per questo è facile che il lutto si trasformi in senso di
colpa, soprattutto se ci convinciamo che siamo stati noi la
causa della sua morte. In realtà, anche se siamo disposti a
tutto per loro, un giorno o l’altro i nostri animali moriran-
no comunque. La prossima storia è la dimostrazione per-
fetta di come il lutto possa trasformarsi in senso di colpa.
Un mercoledì Cheryl agitò la scatola di croccantini per
chiamare il suo amato gatto Timmy a cena, come di con-
sueto. Nel vederlo salire le scale, Cheryl si accorse che non
camminava bene e sembrava in difficoltà. Il marito fece
diverse telefonate per trovare una clinica veterinaria aper-
ta tutta la notte, ma la ricerca non approdò a nulla. Così
decisero di restare al fianco di Timmy fino al giorno dopo.
La mattina seguente lo portarono dal loro veterinario e,
dopo alcuni esami, scoprirono che Timmy aveva un blocco
alle vie urinarie. Lo trattennero per la notte, ma Cheryl e
il marito avrebbero potuto chiamare quando volevano per
sapere come stava. Per loro era stato un gran sollievo.
Nel pomeriggio, Cheryl decise di accompagnare la fi-
glia di sette anni alla piscina comunale dove aveva appun-

148
tamento con alcune amichette. Si erano divertite molto e,
mentre rientravano, la donna chiamò lo studio del veteri-
nario per chiedere di Timmy. Dovette accostare alla noti-
zia che il gatto era morto una ventina di minuti prima. A
quanto pareva, il veterinario aveva lasciato un messaggio a
casa invece di chiamarla sul cellulare.
Cheryl era sotto shock e si era lasciata invadere all’istan-
te da pensieri e reazioni negativi. Era riuscita chissà come
a guidare fino a casa ma, una volta entrata, era scoppiata in
lacrime. “Com’è potuto succedere?” gridava. Il cuoricino di
Timmy non aveva retto e Cheryl e il resto della famiglia
erano sconvolti per quella perdita. Timmy era più di un gat-
to per loro: era stato un membro della famiglia e un amico.
Il senso di colpa e le domande che a volte accompa-
gnano un lutto erano emersi quasi subito: Saremmo dovuti
uscire nel cuore della notte in cerca di una clinica. Perché non
l’abbiamo fatto? Che sia stato quello che mangiava a uccider-
lo? Gli abbiamo forse dato il cibo sbagliato? Che sia stata una
reazione ritardata al prosciutto che gli abbiamo dato a Natale?
Forse era troppo salato? Perché non ci siamo accorti che beveva
di più? Come ho fatto a divertirmi in piscina mentre Timmy
stava morendo?
Lo seppellirono davanti a un albero nel giardino sul
retro, dove Cheryl si recava spesso per meditare. Un po-
meriggio, cominciò a parlare con il suo amato gatto e gli
confessò quanto fosse dispiaciuta di non aver fatto di più
per salvarlo. Ricordava: “Ho fatto dei respiri profondi e,
d’un tratto, mi sono sentita invasa da una sensazione di
calma. Poi ho sentito le parole: ‘Perdonati. Non hai fatto
niente di male. So quanto mi volevi bene e con lo spirito
sono ancora con voi.’ All’inizio ho pensato di essermi so-
gnata tutto, ma se davvero era così, perché non mi ero mai
sentita tanto in pace da quando Timmy era morto? Credo

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che volesse aiutarmi a lasciar andare il senso di colpa e la
rabbia che riversavo su di me.”
Dopo aver ricevuto il messaggio dal suo gatto, Cheryl
racconta: “In realtà il lutto che stavo vivendo era una be-
nedizione, anche se all’epoca non me n’ero accorta. Avevo
perso di vista il senso della vita e davo per scontati i miei
cari! Mi ero scordata quanto sia preziosa l’esistenza. Il lutto
ci stava facendo riavvicinare e rafforzava il legame che ci
univa. È stato come ricevere in dono un amore incondi-
zionato che va dritto al cuore. È la forma d’amore più im-
portante che esista, quindi dobbiamo tenerci stretti i nostri
cari e amarli in modo incondizionato, come abbiamo fatto
con il nostro adorato Timmy!”.
Ecco alcune delle affermazioni positive che l’hanno aiutata:

Mi perdono e ci libero entrambi.


Scelgo di concentrarmi sulla benedizione dell’amore
incondizionato che Timmy ci ha regalato.
Dopo qualche giorno, Cheryl cominciò a sentirsi più
leggera. Aveva capito che il suo gatto speciale sarebbe stato
per sempre nel suo cuore e che un giorno si sarebbero ri-
trovati in paradiso.
Prestare attenzione a ciò che pensiamo dopo la perdita
di un animale è importante come dopo la scomparsa di una
persona. Dobbiamo usare le affermazioni come promemo-
ria di quanto siamo buoni e della nostra vera identità che
i nostri animali riconoscono sempre in noi. Ecco perché il
loro amore è incondizionato. Nel lutto, possiamo ripensare
al passato e chiederci come mai non ci siamo accorti che
il nostro gatto beveva di più o quanto siamo stati stupidi
a ricompensarlo con del cibo poco salutare. È importante

150
ricordare però che nonostante spesso li viziamo, non per
questo essi muoiano. Lo stesso vale per la sete: possono
esserci giorni in cui bevono di più, ma questo non significa
che sono malati. Cercare le cause della loro morte attraver-
so uno schema di pensiero distorto ci porta solo a racco-
gliere prove del fatto che siamo “cattivi.”
Timmy aveva ricordato a Cheryl la verità:

Perdonati. Non hai fatto niente di male. So quanto mi


volevi bene e con lo spirito sono ancora con voi.

Nelle relazioni, gli altri restano con noi solo per un cer-
to periodo di tempo. Non possiamo sapere se sarà per un
mese, qualche anno oppure cinquanta. Lo stesso vale per
gli animali domestici. Forse una delle differenze più sor-
prendenti è che a volte gli animali intuiscono quando la
loro vita volge al termine. Tutti noi abbiamo sentito storie
di cani o gatti che si ammalano e si isolano fino a quando
non giunge la loro ora. E se percepissero anche quando la
morte si avvicina per un incidente? Ecco come esempio la
storia del cane Homer.

Homer aveva il pelo corto marrone e nero, un corpo


snello e due occhioni castani che scattavano curiosi a ogni
movimento intorno a lui. Il suo proprietario, Andy, ricorda
il giorno in cui la sua vita era cambiata.
“Un venerdì” racconta, “il mio Homer, che stava con me
da quasi dieci anni, è stato investito e ucciso da una mac-
china davanti a casa. Probabilmente non l’ha vista, perché
era bravissimo ad attraversare evitando le auto. Mia moglie
e io ne siamo usciti distrutti. Io pratico la meditazione e mi

151
alleno tutti i giorni con le affermazioni davanti allo spec-
chio. Avevo avuto la sensazione che Homer se ne sarebbe
andato ma mi stavo preparando a un declino lungo e lento,
non a una scomparsa improvvisa.
“La domenica pomeriggio seguente al tragico evento,
non riuscivo a stare più di venti minuti di fila senza pian-
gere, così contattai una conoscente che sapeva comunicare
con gli animali. Mi disse di essere entrata in contatto con
Homer, il quale le raccontò che aveva provato ad avvisarmi
che se ne sarebbe andato, ma io non avevo voluto credergli.
L’incidente con la macchina era servito per la storia della
sua scomparsa, ma se ne sarebbe andato comunque, in un
modo o nell’altro.
“Homer disse anche che mi era stato vicino per un tem-
po sufficiente. Quella mattina l’avevo scritto nel mio diario:
mi ero ritrovato a combattere contro la depressione e i pen-
sieri negativi per la maggior parte della mia vita e spesso lui
era stato l’unico a starmi accanto quando piangevo. Sapevo
che aveva portato a termine la sua missione di aiutarmi,
perché io ora non soffrivo più, e perciò lo aspettavano altri
compiti. Mi sembrò di aver ricevuto una benedizione stra-
ordinaria e, per il resto della giornata, non versai una sola
lacrima. Guardavo i suoi giochi, il cortile, ogni angolo in
cui aveva trascorso del tempo e provavo gioia, non dolore.”
Andy ricevette anche una valanga di messaggi mera-
vigliosi sul suo profilo Facebook e altri in forma privata.
“Pensavo che la gente usasse Facebook solo per farsi gli
auguri di compleanno” ha commentato Andy, “e che non si
scrivessero post per la morte di un animale. Ma Homer ha
toccato la vita di molte più persone di quanto immaginassi.
E continua ancora a farlo.”
Oltre a vivere appieno il lutto per la perdita di un ani-
male, sappi che, proprio come gli esseri umani, i nostri

152
amici a quattro zampe spesso si lasciano dietro lezioni in-
credibili. Andy piangeva sempre nel sonno e una sera, pri-
ma di andare a dormire, al pensiero di una nuova notte di
tristezza e dolore, si era ripetuto:

Ricorderò tutto quello che Homer mi ha donato.


Così aveva deciso di annotare tutte le lezioni positive che
il suo amato cane gli aveva insegnato. Siamo convinti che
non riguardino solo Homer e il suo padrone, bensì tutti noi.

Le lezioni di Homer
Vivo nel presente.
Il presente è l’unica cosa che conta, e i cani sono i
maestri perfetti per insegnarlo. Homer saltava giù dal
letto ogni mattina, pronto e impaziente per la giorna-
ta. Non serbava mai rancore e non viveva nel passato.
Accoglieva ogni istante come un amico perso di vista
da tempo.

Considero ogni esperienza come se fosse la prima volta.


Homer accoglieva ogni pasto, premio, passeggiata e
persona con grande vigore, eccitazione e gioia. La sua
energia e il suo entusiasmo erano contagiosi. Per lui
ogni cosa era motivo di gioia e festeggiamento. Homer
aveva un’enorme gioia di vivere.

Chiedo quello che voglio.


Homer era un campione quando si trattava di farsi
capire. Si sedeva, ti fissava, ti implorava, sbavava… face-
va qualsiasi cosa pur di ottenere ciò che voleva. E fun-
zionava sempre. Aveva una perseveranza e una tenacia

153
stupefacenti. Alla fine la gente cedeva sempre e gli dava
un premio, lo coccolava o giocava a palla con lui.

Offro e ricevo amore incondizionato.


Offrire e ricevere amore. Essere un canale per l’amo-
re. A Homer piacevano gli altri cani, ma adorava le per-
sone. Viveva per fiutare, uggiolare e annusare la gente; e
non c’era niente che gli facesse brillare gli occhi più delle
coccole di uno sconosciuto durante una passeggiata.

Non giudico né gli altri né me stesso.


Non giudicare né te stesso né gli altri. La maggior
parte delle volte, Homer era un vero maestro zen: dol-
cissimo, accomodante e rilassato. Accettava tutti e non
pretendeva di cambiare nessuno.

Molti credono che, al momento della morte, ci riuni-


remo con le persone e gli animali scomparsi prima di noi.
Dobbiamo accettare l’idea che la morte significhi raggiun-
gere un senso di completezza piuttosto che di vuoto. In
altre parole, quando ognuno di noi abbandonerà il piano
terreno, ci ritroveremo in un luogo affollatissimo, perché
saremo di nuovo circondati da tutti i nostri cari che ora ci
mancano così tanto.
Immaginiamo la stessa scena con i nostri animali che ci
vengono incontro, rivediamo i loro musi e i loro posteriori
scodinzolanti, li sentiamo abbaiare, miagolare, cinguettare,
nitrire e uggiolare, e riconosciamo tutte le loro meraviglio-
se qualità. Che dolce accoglienza ci aspetta dopo la morte!

Accolgo tutti i doni che il mio animale mi ha lasciato.

154
Sono grato per tutte le esperienze
che abbiamo condiviso.
Il mio dolce animale sarà sempre
circondato dal mio amore.

155
Capitolo Sei

Altri amori, altre perdite


Oltre alla fine di relazioni, divorzi e lutti, esistono
molti altri tipi di perdita, di cui certi più palesi di al-
tri, come per esempio la sofferenza dovuta a un abor-
to spontaneo o alla perdita del lavoro. Altri invece non
sono così facili da vedere, come la mancata realizzazione
professionale, di una relazione o dell’aspetto fisico. Pian-
giamo per quello che abbiamo perso, ma in determinati
momenti dobbiamo piangere anche per quello che non è
mai stato né mai sarà.
Molte persone convivono con questo tipo di perdite
per gran parte della loro esistenza e dunque vale la pena
esaminare e guarire ogni tipo di lutto. Per esempio, voglia-
mo far emergere una perdita come un aborto spontaneo e
riconoscerla in quanto evento doloroso importante, dato
che si tratta di una vera e propria perdita che ha bisogno
di tempo per guarire. Quelle più difficili da riconoscere
spesso rimangono nell’ombra e danno così vita a un flusso
costante di infelicità.
Permettendo al potere di guarigione del lutto di operare
su di te, potresti incappare in alcune perdite nascoste, por-
tarle alla luce e fare in modo che guariscano in profondità.

156
Infertilità e aborti spontanei
Nella vita ci sono cose che spesso diamo per sconta-
te. Per esempio, quando le bambine giocano con le bam-
bole, presumono che, una volta cresciute e se lo vorran-
no, potranno avere un figlio. Non immaginano che il loro
orologio biologico un giorno possa fermarsi o che magari
non riusciranno a restare incinte o a portare a termine una
gravidanza. Né sono in grado di prevedere la vergogna e
lo stigma che certa gente attribuisce a queste situazioni.
Chi vuole un figlio biologico ma non riesce a concepirlo
potrebbe pensare di non essere in grado di realizzarsi come
donna, oppure di aver deluso il proprio partner. Non è pos-
sibile prevedere il lutto personale che accompagna questo
tipo di perdita.
Fin dalla più tenera età, Jane sapeva che un giorno sareb-
be diventata una brava madre. Molti anni più tardi, aveva
incontrato un uomo meraviglioso di nome Donald. Duran-
te il corteggiamento, avevano sondato entrambi il terreno
con la tipica domanda: “Vuoi dei figli?”, e avevano scoperto
di essere entrambi interessati a formarsi una famiglia.
Dopo alcuni anni di matrimonio, Jane e Donald avevano
deciso che era venuto il momento di darsi da fare, ma dopo
tre mesi, con sua grande sorpresa, Jane non era ancora rima-
sta incinta. Aveva deciso di concedersi ancora del tempo e,
se non fosse successo niente, avrebbe consultato il medico.
Passarono alcuni mesi senza che succedesse niente, così di
nascosto da Donald prese appuntamento con il ginecologo.
Dopo alcune analisi, il dottore le comunicò risulta-
ti poco incoraggianti. Quando Jane raccontò a Donald
quello che stava succedendo, anche lui fece alcuni esami e
scoprì di non avere alcun tipo di problema. Lei allora de-
cise di cominciare i trattamenti per l’infertilità mentre, allo

157
stesso tempo, a livello inconscio aveva iniziato a parlarsi
in modo negativo. Sono difettosa; c’è qualcosa di sbagliato in
me… Questi pensieri erano diventati un brutto sottofondo
musicale nella sua mente. Il marito non sembrava turbato
dalla situazione, invece Jane l’aveva presa molto male.
Un mese più tardi, il 4 marzo, Donald regalò alla mo-
glie un bellissimo anello con la data incisa sopra per il suo
compleanno, ma si accorsero che l’incisore aveva confuso
il giorno e il mese e aveva scritto “3/4” invece di “4/3”. A
Jane il regalo piacque molto e decise di far correggere la
data, tuttavia non ne ebbe il tempo perché nel frattempo
successe una cosa importante.
Con sua grande eccitazione, aveva scoperto di essere in-
cinta. Finalmente il mondo aveva ripreso a girare nel verso
giusto e anche lei avrebbe avuto un bambino. Purtroppo
però, probabilmente non era destino per lei e la gravidanza
si concluse con un aborto spontaneo. Jane ne fu devastata;
si sentiva sconfitta e sopraffatta dalla tristezza. Donald cer-
cò di rincuorarla dicendole che avrebbero sempre potuto
ricorrere all’adozione. Nella coppia era lui l’ottimista, con
la sua filosofia del “ci sono sempre altre opzioni”.
All’epoca Jane non se ne rendeva conto, ma aveva an-
cora molto su cui lavorare. Sua madre l’aveva intuito e le
aveva detto: “Devi prenderti del tempo per vivere appieno
il lutto per il bambino che hai perso.” Disperata, Jane capì
che la madre aveva ragione. Quello che aveva passato non
era un semplice intoppo tecnico nella ricerca di un figlio;
era una perdita che lei doveva piangere per poter guarire.
Mentre Jane si prendeva del tempo per vivere la tristez-
za, si diceva:

Onoro la perdita del figlio che non ho mai avuto.

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Tutto sta andando come doveva.
Donald era rimasto aperto all’adozione, ma Jane non
era ancora pronta. Doveva prestare più attenzione al pro-
prio dialogo interiore, che diceva: Il mio corpo non funzio-
na. Non posso diventare una vera madre. Più stava a sentire
quello che la mente le diceva, più diventava consapevole
dei propri pensieri distorti e delle parole crudeli che rivol-
geva a se stessa. Aveva capito che doveva cambiare imme-
diatamente il proprio modo di pensare e aveva cominciato
a recitare le affermazioni seguenti:

Perdono il mio corpo.


Il mio corpo fa tutto quello che è destinato a fare.
Va tutto bene nel mio corpo.
Il mio corpo mi sta portando alla situazione perfetta per
il bene supremo di tutte le persone coinvolte.
Riguardo al fatto di essere madre, si diceva:

Mi merito di essere madre.


Una vera madre si definisce
dalla sua capacità di amare.
Nel giro di un anno, Jane fece pace con il suo vissuto e
insieme a Donald avviò le pratiche per l’adozione. Alla fine
adottarono una bella bambina di nome Diana. Fu quasi
uno shock per loro scoprire che era nata il 3 aprile: la stessa
data incisa sull’anello che Jane portava sempre al dito e che
non era mai riuscita a far correggere. Ora Jane è certa che
Diana sia entrata nella sua vita come un miracolo.

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Jane ha capito che, se le sue preghiere fossero state ascol-
tate o se avesse partorito un figlio suo, non avrebbe mai
incontrato la creatura meravigliosa che adesso è sua figlia.
Come spiega: “Adesso capisco che il mio destino era Diana,
e anche l’infertilità.” Ha riconosciuto la vera essenza del-
la maternità e l’importanza di perdonare il proprio corpo;
inoltre ha capito di dover vivere le varie fasi del lutto.
La storia di Jane si è conclusa con un lieto fine. Una
delle lezioni che ha imparato è che aveva bisogno di ri-
conoscere e onorare il proprio lutto. Quando si parla di
infertilità e aborti spontanei, c’è chi non riconosce il pieno
diritto al lutto. Anche chi è più vicino alla donna, come il
marito o i genitori, può non comprendere l’impatto che
una perdita di questo genere ha su di lei. Solo la donna può
conoscere la profondità del dolore di una madre, ma allo
stesso modo non può sapere chi sia destinata ad amare in
questo mondo, se un figlio a cui lei stessa ha donato la vita
o se, come nell’esempio di Jane, un bambino adottato.

Molte donne affermano che, una volta raggiunta l’età


della menopausa, cominciano a sentirsi in lutto, perché non
potranno più avere un figlio o averne altri. Alcune pensa-
no erroneamente che la loro femminilità venga meno. A
prescindere dai cambiamenti che avvengono nella tua vita,
assicurati di guardare dentro di te per onorare le tue per-
dite, vivere appieno il lutto senza crearvi pensieri negativi
attorno. Prendi in considerazione queste affermazioni:

Mentre il mio corpo cambia,


la mia femminilità aumenta.

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La mia vita è un viaggio incredibile
fatto di amore e insegnamenti.
Alla fine scoprirai la verità, ovvero che la tua identità
trascende le fasi della vita. L’essenza è superiore a qualsiasi
cosa accada nel corpo. Che tu abbia o meno dei figli, sei un
essere stupendo. Sei incredibile quando cresci i figli e resti
altrettanto meravigliosa quando loro sono ormai grandi:

Ogni giorno divento una donna


più bella e meravigliosa.

Perdere il lavoro
Parlando dei diversi tipi di perdite, una categoria im-
portante per molti riguarda il lavoro. Probabilmente non è
una sorpresa, dato che viviamo in un mondo in cui “fare”
viene confuso con “essere”. In altre parole, quello che fac-
ciamo viene a torto considerato ciò che siamo. Quando
incontriamo una persona, una delle prime domande che le
poniamo è: “Che lavoro fai?”. Attribuiamo talmente tanto
peso a quello che facciamo per vivere che, quando ci viene
tolto, ci ritroviamo a chiederci: Chi sono adesso?
Una mattina del 2008, Danny era al lavoro nell’ufficio
di una società di apparecchiature mediche e, come al soli-
to, faceva telefonate. Era impiegato nella stessa azienda da
trent’anni, quindi aveva già risolto decine di volte la maggior
parte dei problemi con cui si scontrava ogni giorno. Il suo la-
voro era un percorso ben definito e l’ufficio una seconda casa.
Quel pomeriggio, Danny aveva in programma l’incon-
tro mensile con il capo, Keith. Entrando nella stanza con
i soliti fascicoli in mano, aveva notato che accanto a Keith
sedeva Linda, la responsabile delle risorse umane. Il capo

161
si era alzato e aveva detto: “Esco un momento e vi lascio
parlare.” Danny non ci aveva fatto caso. Aveva incontrato
la donna molte volte in passato nel corso degli anni per
diverse questioni legate al personale. Perciò si era limitato
a chiedersi chi avesse combinato cosa.
Rimase di stucco quando Linda esordì dicendo: “Ci
aspetta un incontro difficile, Danny.”
Wow, aveva pensato lui, uno dei miei dipendenti deve
averla fatta davvero grossa.
Di certo non era preparato all’annuncio che era seguito.
“Mi dispiace, ma dobbiamo lasciarti andare. Dopo le ultime
fusioni, l’amministratore delegato e i dirigenti credono che
tu abbia talento, ma i tuoi servizi sono diventati superflui.”
Danny era rimasto seduto, stordito, mentre lei aveva
proseguito: “Resterai con noi per altre due settimane e poi
ti pagheremo tre mesi come liquidazione.”
“Sul serio?” aveva chiesto lui. “Posso parlarne con Kei-
th? Magari cambia idea.”
Linda aveva appoggiato una mano sulla sua e aveva
detto: “Sappiamo entrambi che quando decide di fare una
cosa, non torna indietro. Devi accettarlo, Danny.”
Nelle due settimane successive, Danny aveva percorso lo
stesso tragitto degli ultimi trent’anni, sapendo che nel giro di
qualche giorno non l’avrebbe più fatto. L’ultimo giorno di la-
voro, aveva messo le sue cose in una scatola e si era guardato
intorno nel suo ufficio, consapevole che non sarebbe più vissu-
to in quello spazio. Trent’anni di lavoro finivano proprio nello
stesso periodo di tempo che di solito si prendeva come ferie.
Fortunatamente, da anni sua moglie Melissa si affidava
alle affermazioni e gli aveva detto di accettare la perdita,
ma non le convinzioni negative che la accompagnavano. Si
erano concentrati sugli aspetti positivi e avevano usato le
affermazioni seguenti:

162
Le mie doti e le mia capacità sono richieste.
Va tutto bene.
Sono al sicuro.
“Dobbiamo stare attenti a quello che pensiamo e dicia-
mo” gli aveva spiegato Melissa. “Dovremo sforzarci molto,
perché siamo stati programmati tutti e due da genitori che
hanno attraversato la Grande depressione in base al motto
‘prima le preoccupazioni e poi le domande.’”
Insieme si erano tenuti a vicenda sulla retta via. Quando
amici e familiari in buona fede compativano la situazione
di Danny e dicevano: “Il mercato del lavoro è proprio ter-
ribile” lui rispondeva con calma: “Noi abbiamo scelto di
non crederci.”
Danny e Melissa avevano accettato e pianto davvero la
perdita, ma si erano anche fermamente rifiutati di credere
in un mondo fatto di povertà e privazione. Al contrario,
affermavano:

L’universo è prodigo e abbondante.


Danny aveva vissuto il lutto e aveva affrontato il dolore
con grazia e coraggio. La paura e il panico si erano ridotti
notevolmente a mano a mano che si era aperto a nuove
opportunità, che erano arrivate senza difficoltà. Nel giro di
due settimane dopo il licenziamento, gli era stato offerto
un contratto di collaborazione che alla fine l’aveva portato
a un posto fisso in un’azienda affermata.
Una delle frasi che sentiamo spesso quando si perde il
lavoro è: Non c’è niente di personale. Per il tuo capo non c’è
nulla di personale, ma ovviamente per te, in quanto di-
pendente, c’è tutto di personale. È un pensiero assillante

163
sapere che nella tua azienda eri considerato una risorsa di
grande valore ma che adesso il lavoro andrà avanti benis-
simo senza di te. Non c’è da stupirsi che la gente si senta
spesso inutile.
Quando ti sembra che una situazione lavorativa ti coin-
volga sul piano personale, ricorda che è compito tuo por-
tare a livello personale anche la guarigione. Prova a dirti:

Io valgo.
Ricorda di pronunciare l’affermazione solo sulla base di
ciò che sei, non di ciò che fai. Tieni a mente anche quest’altra:

Il mio valore va oltre qualsiasi lavoro.


Quando si gestisce la perdita del lavoro, la parte più
dura può essere quella dell’accettazione, ovvero scendere
a patti con la realtà e accettare quel che è successo. Non
puoi cambiare i fatti, ma puoi accettarli e vivere il lutto in
maniera positiva e produttiva.
Molti credono che accettazione significhi farsi andare
bene ciò che è accaduto. Invece vuol dire riconoscere la
realtà della perdita avvenuta. Significa passare dalla fase
“non sarebbe dovuto succedere” (rifiuto) a quella “è succes-
so davvero” (accettazione).
Per certi versi, perdere il lavoro equivale a una scom-
parsa improvvisa o a un tradimento. Come per altri tipi
di perdita di cui abbiamo parlato, la chiave sta nel pre-
stare attenzione ai messaggi mentali. Se ti senti dire: Non
sono più nessuno. Non conto più niente al mondo. Non sono più
importante né utile a nessuno, allora si tratta di convinzioni
negative che non dovresti ripetere. Devi accettare la real-
tà della perdita, ma non i pensieri negativi relativi a essa.

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Devi capire che ciò che succede volge sempre al tuo bene
supremo. Per entrare in contatto con questa verità superio-
re invisibile agli occhi, prova con l’affermazione seguente:

Tutto mi porta verso il mio bene supremo.

Accettare il tuo vero Io


Quando ti sforzi di accettare l’ambiente che ti circon-
da e il mondo intero, devi guardare anche dentro di te ed
essere pronto ad accettare il tuo vero Io. Devi aprirti per
lasciare andare e guarire alcuni aspetti, gli ideali a cui ti sei
aggrappato e le aspettative che gli altri hanno riposto in di
te ma che non ti sono d’aiuto.
Kenneth rifletteva sulla propria esperienza dell’amore.
Era convinto che, ogni volta che si ama davvero qualcuno,
alla fine ci si ritrova con il cuore infranto. Secondo lui, alla
maggior parte della gente non viene insegnato come si ami
in una relazione, in particolare nel caso degli omosessuali.
In passato, gay e lesbiche non avevano molti esempi di-
chiarati a cui rifarsi. Davanti alle immagini dei Gay Pride
o alle affermazioni di quanti si dicono orgogliosi e sereni
in relazione alla propria omosessualità, può essere difficile
ricordare che tutto questo non era neanche lontanamente
immaginabile in passato.
Come dice Kenneth: “Il mio cuore è pieno di cicatrici
perché non ero sicuro di chi ero e mi vergognavo delle per-
sone che amavo.”
Kenneth ha passato anni a cercare di diventare la per-
sona che desideravano i suoi genitori, ma aveva una gran
voglia di far conoscere il suo vero Io. Da questo punto di
vista, alcuni gay devono superare un ostacolo enorme a

165
causa della pressione di familiari e società, che pretendono
da loro che siano in un certo modo.
Malgrado i suoi sforzi, Kenneth non era riuscito a es-
sere come volevano i genitori. E dato che non aveva buoni
modelli a cui ispirarsi, tra i venti e i trent’anni aveva avuto
una serie di relazioni del tutto sbilanciate: i suoi partner
lo amavano ma lui non li ricambiava, oppure lui li ama-
va profondamente ma loro non contraccambiavano i suoi
sentimenti. Inoltre aveva avuto molte storie a distanza e
ora capiva che erano soltanto un altro modo di evitare un
legame più profondo. Se l’altro era geograficamente lon-
tano, lui non era costretto a impegnarsi seriamente nella
relazione e non rischiava di rendersi vulnerabile.
Tutto questo lo aveva ripetutamente ferito. Poi, rag-
giunti i quarant’anni, Kenneth aveva cominciato a farsi
seguire da una terapeuta. Durante una seduta in cui si sen-
tiva particolarmente a pezzi per colpa di Gerry, l’uomo con
cui usciva, perché ancora una volta i sentimenti non erano
reciproci, la terapeuta gli aveva proposto di provare a dise-
gnare quello che provava.
Disegnare quello che provo? Cosa verrà fuori? Aveva pen-
sato lui. Poi aveva aperto la mente e aveva fatto un tenta-
tivo. Per prima cosa disegnò il proprio cuore, spezzato. Era
un cuore pieno, ma con una grossa crepa su un lato. In un
altro punto ne mancava una fetta e, in basso, era comple-
tamente in frantumi. Davanti a tutta quella sofferenza e a
quel dolore, Kenneth era scoppiato in lacrime.
Quando aveva mostrato il disegno alla terapeuta, lei aveva
indicato un punto e aveva domandato: “A cosa è dovuto que-
sto squarcio?”. Poi gli aveva chiesto di scrivere cosa rappre-
sentasse ogni crepa, chi l’avesse ferito e come fosse successo.
Si era rivelato un esercizio intenso, perché in questo
modo Kenneth aveva scoperto di avere un cuore dolorante,

166
ferito, svuotato e prosciugato, che non aveva ricevuto ab-
bastanza amore. “Mi serve più amore” aveva commentato.
La terapeuta gli aveva spiegato che, anche se a lui sem-
brava che i suoi problemi dipendessero unicamente dalla
sua omosessualità, in realtà erano causati dalla mancanza
di amore per se stesso e della indisponibilità a rendersi vul-
nerabile in una relazione. Anche da etero, avrebbe potuto
soffrire degli stessi problemi.
Proseguendo il lavoro con la specialista, Kenneth aveva
capito che anche solo parlare del proprio lutto lo aiutava a
richiudere le crepe. “Guarivo il mio cuore con la compas-
sione per le esperienze passate e apprezzando tutto quello
che avevo vissuto.”
Più parlava e piangeva, più il suo cuore cambiava nei
disegni, diventando vitale e integro. Kenneth sentì di esse-
re connesso con il luogo in cui risiedeva il proprio spirito e
capì che il suo cuore era in grado di rigenerarsi continua-
mente. Tranquillizzato da quella consapevolezza, si diceva:

Lo spirito vive immutato e completo nel mio bel cuore


logoro, crepato e pieno.
Staccandosi dalla falsa convinzione che non avrebbe mai
trovato un partner che lo amasse e vivendo il lutto che ne
conseguiva, Kenneth stava guarendo. Ormai credeva che
nella vita avrebbe amato molte persone, quindi perché non
avrebbe dovuto passare un po’ di tempo per creare un rappor-
to più profondo con se stesso, amandosi e viziandosi come se
fosse il partner che desiderava? Usò l’affermazione seguente:

Vivo una relazione completa


e amorevole con me stesso.

167
Che uscisse per una passeggiata in bicicletta da solo, si
facesse fare un massaggio o si comprasse dei fiori, la rela-
zione sana con se stesso lo faceva essere rilassato. “Sono di-
ventato più comprensivo e indulgente” racconta, “ed è così
che la vedevo: se volevo una storia con qualcuno che mi
amasse, dovevo prima crearla dentro di me.”
Alla fine Kenneth trovò quello che cercava in Dan, e
ancora oggi ripete di continuo le sue affermazioni preferite:

Vivo una vita equilibrata.


Nella mia relazione offro e ricevo amore.
Oggi Kenneth affronta più rischi, anche se ha anco-
ra molte lezioni da imparare e schemi da infrangere. Per
esempio, una volta ha detto a Dan: “Ti spezzerò il cuore.”
Un po’ stupito, lui gli aveva risposto: “Cosa vuoi dire?”.
“Quando due persone si amano” aveva spiegato Ken-
neth, “finiscono per spezzarsi il cuore a vicenda.”
“Io non scelgo questa realtà” aveva ribattuto Dan. “Cre-
do che se ci amiamo, ci spezzeremo il cuore per aprirlo. L’a-
more spalanca le porte chiuse e bloccate del nostro cuore.”
Kenneth non si aspettava una risposta del genere e non
l’aveva mai vista a quel modo. Capì di essere ancora vitti-
ma dei pensieri negativi e quella scoperta fu uno dei molti
doni che il rapporto gli aveva dato. Era arrivato a vedere
le cose da una prospettiva diversa e a fare luce su alcuni
problemi. La risposta di Dan non era un riflesso della feri-
ta bensì dell’apertura che si poteva creare: una visione più
amorevole e una fede positiva nell’amore. Oggi il loro lega-
me è ancora forte e continuano ad aiutarsi reciprocamente
a tenere aperto il cuore e a guarirlo.
I problemi di Kenneth riguardavano la sua identità e la
mancanza di amore per se stesso, tuttavia molte persone

168
piangono per la perdita dell’individuo che pensavano di
dover diventare. Alcuni uomini soffrono perché speravano
di avere l’addome scolpito, mentre molte donne sono co-
strette ad abbandonare l’idea del “corpo da bikini” perché
non l’otterranno mai. Altre persone vorrebbero essere più
alte, più basse o addirittura di una razza diversa. Alla fine,
tutti noi dobbiamo vivere il lutto del “se fossi” e spostarci
verso la felicità e l’accettazione della nostra realtà.
Soffermiamoci ancora un po’ su questo tipo di lutto.

Piangere quello che non è mai stato


La maggior parte di noi sa come ci si sente quando si
perde una persona o un animale, ma ovviamente esistono
altri tipi di lutto, compreso quello che viviamo per la vita
che ci eravamo immaginati. Eccone un esempio perfetto.
Dawn aveva fatto un gran lavoro per guarire dal cancro.
Nel suo viaggio di guarigione era entrata in contatto con
la medicina occidentale e alcune terapie complementari.
A una seduta del suo gruppo di sostegno, aveva annuncia-
to di essere guarita, ma di sentirsi ancora sopraffatta dalla
tristezza. “I risultati della cura contro il cancro sono buoni,
allora perché mi sento così triste?” aveva domandato.
Mentre si concentrava sulla guarigione, Dawn non si
era presa del tempo per vivere il lutto. Per cosa avrebbe
dovuto sentirsi in lutto durante la malattia? Per molte cose.
La vita sana che si aspettava si era rivelata un’illusione e lei
aveva bisogno di sfogare la tristezza per quella perdita. Un
paio di affermazioni utili nel suo caso sarebbero:

Mi concedo pienamente di essere triste.


Ogni esperienza mi rende più forte.

169
Per alcune persone malate di cancro è utile ripetere af-
fermazioni sulla guarigione insieme ad altre sul dolore. La
“normalità” che conoscevano è sparita per sempre, ma è
possibile trovarne una nuova:

Onoro la perdita della vita che pensavo mi riservasse il


futuro e accolgo la nuova vita che ho davanti.
Dawn, come moltissimi di noi, era convinta che il pro-
prio corpo fosse invincibile e che non le sarebbe mai suc-
cesso niente di male, eppure la malattia aveva bussato alla
sua porta. Un’affermazione per lei potrebbe essere:

Io sono responsabile della mia salute,


ma non ho colpe per la mia malattia.
Era arrabbiata perché aveva confidato nel fatto che il
suo corpo l’avrebbe avvisata se ci fosse stato il pericolo che
accadesse qualcosa di brutto. Ma così non era stato e perciò
doveva perdonare il proprio corpo per averla “tradita”:

Perdono il mio corpo.


Amo il mio corpo.

Abbandonare gli ideali dannosi e irrealistici


Potresti sentirti in lutto anche per l’immagine del com-
pagno ideale che pensavi di trovare. Magari eri talmente
concentrato sull’attesa del Signor o della Signorina Per-
fezione con cui trascorrere il resto dell’esistenza, che un
giorno ti sei svegliato e ti sei accorto che la maggior parte
della vita ti era passata davanti. Ciò può essere causa di
tristezza e depressione, ed è difficile riconoscerne le cause,

170
perché non ti accorgi che la depressione è una forma di
lutto. Devi piangere per la persona che non è mai arrivata
e per la vita che non hai mai avuto. La buona notizia è che,
quando ti prendi del tempo per affrontare la perdita, ma-
gari, puoi finalmente vivere appieno il presente, forse per
la prima volta.
Deirdre frequentò un seminario su come guarire il do-
lore e racconta: “Quando finalmente ho capito quello che
provavo, sono scoppiata in lacrime. Ero così triste perché
‘lui’ non si era fatto vivo. Ma poi al pianto è seguito un gran
sollievo, perché mi sono resa conto che la mia ricerca era
finita. Il resto della mia vita poteva girare intorno a me.”
Il compagno perfetto può presentarsi oppure no, ma
non importa, perché accettare la realtà e vivere appieno ti
fanno dono di una nuova libertà.
Un altro tipo di lutto che potresti trovarti ad affrontare
riguarda la carriera di successo che speravi di ottenere ma
che non hai mai avuto. Credevi di diventare un ballerino
famoso, un autore da premio Pulitzer o una stella del ci-
nema… ma non è successo. Com’è ovvio, per te si tratta
di una brutta notizia, ma devi accettare il tuo destino e
apprezzare la vita che hai. Puoi sprecare il tuo tempo in
preda alla rabbia perché non hai mai sfondato (cosa che ti
farà sentire uno straccio giorno dopo giorno), oppure puoi
capire che la carriera è solo uno dei tanti modi a tua dispo-
sizione per esprimerti: puoi ballare con o senza un grande
pubblico, puoi divertirti a scrivere solo per il tuo gruppo di
scrittura e puoi recitare per la gioia di farlo, anche senza un
Oscar sulla mensola del camino.
Quando guardi un film e la trama prende una svolta
inaspettata, non ti alzi gridando contro lo schermo perché
non ritrovi l’intreccio che avevi previsto. Lo stesso vale con
il lutto nascosto. La tua vita è come un film, con una trama

171
che si espande di continuo al di fuori del tuo controllo.
Così come non scatteresti mai in piedi nel bel mezzo del
cinema, inveendo con i pugni alzati contro lo schermo, allo
stesso modo non scattare in piedi nel bel mezzo della vita
per inveire alla cieca contro ciò che ti succede. Vivi ogni
avvenimento, piangi quando si tratta di perdite e non ag-
giungere pensieri negativi all’insieme. Scoprirai che il lutto
possiede un potere magnifico per guarire e darti conforto
per ogni tua perdita.

Così come ci sono molti tipi diversi di legami e affet-


ti, esistono anche tanti tipi di perdita. Quando cominci a
riconoscere la perdita come qualcosa di reale, allora e solo
allora inizi il processo di guarigione. In questo capitolo ab-
biamo coperto una vasta gamma di perdite, sia evidenti sia
nascoste, ma magari te ne vengono in mente altre che non
abbiamo menzionato. A prescindere dalla sua tipologia,
ogni perdita merita la giusta considerazione:

Tutte le mie perdite meritano di guarire.


Il dolore del lutto guarisce tutte le mie perdite.
Che tu abbia perso qualcosa di concreto o che abbia
dovuto rinunciare a un’aspettativa perché le cose non sono
andate come pensavi, sappi che è sempre possibile guarire.
Vivendo e guarendo appieno il lutto e lasciando andare le
tue aspettative, ricevi un dono invisibile: ti ritrovi a vivere
per la prima volta nel presente.

172
Capitolo Sette

Puoi guarire il tuo cuore


Questo capitolo conclusivo è stato scritto per ricordarti
che la vita tende sempre verso la guarigione. Ognuno di noi
porta con sé parti meno sviluppate che desiderano ardente-
mente essere riconosciute e guarite, e che possono presen-
tarsi sotto forma di pregiudizi, tradimenti, rotture o di un
milione di altre difficoltà davanti a cui ci veniamo a trovare.
Per guarire ti basta mostrarti aperto e ben disposto, per-
ché la vita ti ama. Se, quando vivi una perdita, sei pronto
ad aprirti a qualsiasi punto di vista, allora sei sulla strada
giusta. Se non è così, la vita ti fornisce comunque le lezioni
che ti servono per guarire. Anche se magari le interpreti
erroneamente, come una sorta di punizione, sappi che fan-
no solo parte delle esperienze della vita.

Lasciar andare i giudizi e il risentimento


Penny viveva a Hollywood da tre anni ed era sicura che
un giorno sarebbe diventata qualcuno. All’età di ventitré
anni, aveva lasciato il suo paesino nell’Iowa e si era trasferita
in California per studiare recitazione. Aveva ottenuto qual-
che particina qua e là, ma per lo più aspettava di sfondare.
La sua amica Cindy le aveva procurato un lavoro per
una ditta di catering. Era perfetto perché, se avesse otte-

173
nuto una parte importante, non avrebbe dovuto licenziarsi,
o se avesse dovuto girare una pubblicità, avrebbe potuto
prendersi tranquillamente una settimana di ferie. Inoltre
era un tipo di lavoro che le permetteva di fare una cosa
che non si era mai aspettata: curiosare nella vita degli altri.
Aveva lavorato anche per alcune stelle del cinema e aveva
sempre una storiella pronta sulla volta in cui lei e Cindy
avevano servito a un evento per Elizabeth Taylor e l’attrice
si era mostrata molto cordiale con tutti. Cindy aveva de-
ciso che, una volta diventata famosa, si sarebbe sforzata di
essere gentile con chiunque avesse incontrato.
Quel lavoro l’aveva portata anche nelle case di alcuni
milionari e miliardari. Una sera, Penny e Cindy erano a ser-
vizio da una famiglia di nome Grossman. Penny non sapeva
da dove arrivasse la loro fortuna, ma era chiaro che non
veniva dalla recitazione o da qualche altro talento artistico.
Nel soggiorno c’era un’enorme cascata, e nel contare le
camere da letto e i bagni aveva perso il conto. Cindy aveva
commentato: “Le opere d’arte qui dentro valgono più di
quanto io e te guadagneremo mai in tutta la vita.” Ma a
Penny quell’opulenza era parsa di cattivo gusto. Aveva pas-
sato la serata a fare commenti negativi e, una volta finito il
lavoro, si era sentita sollevata.
Quando Penny ottenne una parte da cameriera in una
famosa sitcom, andò in estasi. Aveva due battute (“Cosa
volete per pranzo? L’insalata dello chef è ottima!”) e si era
esercitata per giorni. Le aveva ripetute in tono serio, spen-
sierato e aveva provato persino con l’accento del sud.
La parte era andata bene, ma due battute non equiva-
levano a una carriera. Nei dieci anni successivi, aveva in-
terpretato la vicina di casa, la commessa, la cameriera e la
domestica, mantenendosi nel frattempo con il lavoro per la
ditta di catering. La sua amica Cindy invece aveva lasciato

174
perdere la recitazione per entrare nel ramo immobiliare,
ma erano rimaste buone amiche.
Invecchiando, Penny si era ritrovata a competere con
donne più giovani e pensò che un seno più grande avrebbe
potuto favorirla, così cominciò a risparmiare per un inter-
vento di chirurgia estetica. Si era rivolta a un dottore che le
avevano consigliato e che, per prima cosa, l’aveva sottoposta
a un esame del seno. Durante l’ecografia, il tono rassicuran-
te e incoraggiante del medico si era fatto di colpo serio.
“Sapeva di avere un nodulo?” le aveva chiesto. “Senta
qui. Da quanto ce l’ha?”.
Penny si era palpata, stupita. “Non ne ho idea” aveva
risposto. “Non so come mai non l’ho notato prima.”
“È per questo che i noduli possono essere tanto perico-
losi, perché sono difficili da individuare.”
Quando le aveva suggerito di consultare un oncologo,
Penny gli aveva rivelato di non avere l’assicurazione sanitaria.
“Chiami comunque per fissare un appuntamento” le
aveva detto, “e glielo spieghi. Ci sono tanti programmi as-
sistenziali che possono aiutarla con le spese.”
Quando aveva telefonato e raccontato la sua situazione,
la centralinista le aveva detto che il dottore vedeva i pa-
zienti ogni martedì alla clinica Grossman.
Con suo grande sollievo, Penny aveva scoperto che la
clinica offriva diversi programmi per sostenere i pazienti
nel pagamento delle spese mediche. Ma poi era arrivata
una notizia devastante: aveva il cancro e doveva sottoporsi
a una mastectomia. Per fortuna la stessa fondazione avreb-
be coperto anche i costi di quell’operazione.
Malgrado l’aspetto pratico della vicenda fosse stato ge-
stito, Penny era caduta in una profonda depressione e ci
restò per un lungo periodo. Anche dopo la scoperta che
la fondazione si sarebbe occupata della ricostruzione del

175
seno, Penny non era riuscita a trovare un modo per scon-
figgere la tristezza. Come molte persone con un tumore,
aveva colto la necessità di vivere il lutto per la fine di uno
stile di vita, prima di poter ricominciare con una nuova
esistenza che, per quanto inaspettata, avrebbe comunque
potuto essere meravigliosa.
Molti di noi spesso dimenticano di prendersi del tempo
per piangere perdite di questo tipo. Per alcuni è la perdita
dell’innocenza o della salute. Per altri può essere la consa-
pevolezza che le cose brutte succedono. Penny, come molti
altri, aveva capito che sarebbe vissuta a lungo, ma anche
che prima doveva vivere il lutto.
Il giorno dopo l’intervento, la sua insegnante di yoga
era andata a trovarla in clinica e le aveva parlato proprio
di questo. Le aveva detto: “Penny, devi piangere per la vita
che è stata e accogliere quella nuova che verrà. Può essere
un momento importante di transizione e dovresti lasciar
perdere il risentimento, i pensieri negativi e i giudizi. Cerca
di perdonare e di entrare purificata nella tua nuova vita.”
“Ma io non ho né giudizi né risentimento” si era giusti-
ficata lei.
L’insegnante aveva risposto saggiamente: “Perfetto. Di-
cendo all’universo che non hai né giudizi né risentimento,
quelli che potresti avere verranno spinti a galla, perché tu
possa guarirli. È un bene che tu sia ben disposta.”
Più tardi, Penny aveva riflettuto sui giudizi che pote-
va avere e sul tipo di lezioni che doveva apprendere. Il
giorno successivo, Cindy era passata a prenderla in clinica
per aiutarla a sistemarsi a casa. Mentre raccoglieva le cose
dell’amica nella stanza, aveva detto: “Non è ironico che
siano stati proprio i Grossman, la famiglia che tu odiavi
tanto, a creare la fondazione e la clinica che ti hanno sal-
vato la vita?”.

176
Penny era stupefatta. Non aveva associato la famiglia
miliardaria al centro di cura. “Oddio, Cindy! Come ho fat-
to a non cogliere il nesso? A quei tempi non avevo pen-
sato che i Grossman potessero dare soldi in beneficenza
o condividere in qualche modo la loro ricchezza. Facevo
un’eccezione per le stelle del cinema e sputavo sentenze su
tutti gli altri.”
Per Penny era stato davvero un nuovo inizio, e molte
cose del genere erano riaffiorate per essere guarite.
Spesso dimentichiamo che il lutto è un modo per gesti-
re un cambiamento. E la malattia rappresenta sempre un
cambiamento. Alcune affermazioni potenti sono:

Nel mondo c’è del bene nascosto.


Ricevo tutte le lezioni che la vita ha in serbo per me.

Trovare un senso dopo la perdita


Come abbiamo detto in precedenza, Elisabeth Kübler-
Ross ha identificato le Cinque Fasi del Dolore: rifiuto, collera,
venire a patti, depressione e accettazione. In seguito si è pensa-
to che potesse esistere anche una sesta fase, quella del senso
dopo l’accettazione. A volte, quando viviamo appieno il lutto,
insieme alla guarigione troviamo anche un senso profondo.
Viene subito in mente la storia di Gail Bowden, il cui
figlio Branden era nato con la spina bifida. Lei però era
stata determinata a dargli una vita meravigliosa e Branden
era cresciuto felice. Amava il colore giallo e, con gli anni,
aveva mostrato una grande passione per il Maggiolino del-
la Volkswagen, di cui collezionava i modellini.
Un giorno, quando il ragazzo aveva diciassette anni,
Gail era entrata nella sua stanza e l’aveva trovato privo

177
di conoscenza. L’avevano trasportato immediatamente in
ospedale e il dottore aveva dato a Gail la triste notizia che
il figlio non si sarebbe risvegliato mai più. Lei aveva chie-
sto se fosse sicuro e poi aveva domandato all’infermiera
carta e penna, e aveva scritto: “Quando sarà il momento,
doneremo i suoi organi.” L’infermiera aveva letto il bigliet-
to, l’aveva guardata, le aveva preso la mano e le aveva detto
che non c’era ancora bisogno di parlarne, ma Gail aveva
risposto: “Forse non riuscirò più a dire queste parole, ma
voglio che lei lo faccia accadere per me.”
Gail aveva pensato: Non riesco a credere che tutto questo
stia succedendo davvero, ma se i dottori non possono salvargli
la vita, allora Branden ne salverà delle altre. Era andata in
sala operatoria dove avevano estubato Branden (privando-
lo così del supporto che lo teneva in vita) e gli aveva can-
tato Amazing Grace in attesa che il suo cuore si fermasse.
Gail aveva fatto del proprio meglio per affrontare la perdi-
ta e conservare l’ottimismo e la speranza per il futuro. Certi
giorni il sole splendeva così forte che uno dei compagni di
scuola del ragazzo le aveva detto che in quei momenti, ne
era certo, Branden sorrideva loro dal cielo.
Alcuni anni dopo, Gail e l’altro figlio, Bryan, si erano
trasferiti in un nuovo appartamento, appena prima che lui
entrasse in un campo di addestramento militare. Gail era
seduta a disfare gli scatoloni quando aveva sentito bussare
alla porta. Aveva preso accordi con una società di servizi
perché la settimana successiva mandasse un imbianchino a
dipingere l’appartamento di giallo, e l’uomo sulla soglia si
era presentato come Ken.
“È in anticipo di una settimana” gli aveva fatto notare
Gail.
“Hanno cancellato un lavoro in questa zona, allora l’a-
zienda mi ha mandato qui” le aveva risposto.

178
“Be’” aveva detto Gail, “è ancora tutto negli scatoloni.
Volevo organizzare le cose prima del suo arrivo, ma visto
che è qui, tanto vale che inizi.”
Ken si era messo all’opera e mentre Gail proseguiva a di-
sfare le scatole, lui le aveva chiesto se vivesse da sola. Gli ave-
va risposto: “Mio figlio Bryan sta al centro di addestramento.
Si è arruolato come riservista nella Air National Guard.”
“C’è qualcun altro che le tiene compagnia quando lui
non c’è? Ha altri figli?”.
Gail aveva già affrontato l’imbarazzo causato da quel-
la domanda. A volte si lanciava nella storia di Branden,
ma altre rispondeva: “Siamo solo io e Bryan.” Tuttavia, in
quell’occasione la domanda l’aveva colta alla sprovvista.
Era rimasta lì impalata a pensare una risposta, e si era li-
mitata a dire: “Avevo un altro figlio di nome Branden, ma
è morto quando aveva diciassette anni.”
“Che stupido” aveva detto Ken, “apro sempre la bocca a
sproposito. Mi scusi per la domanda.”
“È tutto a posto” l’aveva rassicurato lei, e l’uomo si era
rimesso a imbiancare. Poi, dopo qualche momento, aveva ri-
preso: “Mi dispiace per suo figlio. So cosa vuol dire avere una
brutta malattia. Ero in dialisi e quattro anni fa sono quasi
morto, ma poi un trapianto di rene mi ha salvato la vita.”
“Quando è stato?”.
“Nel 2008” aveva risposto Ken.
“In che mese?”.
“In febbraio.”
“Che giorno?”.
“Il tredici febbraio” aveva detto lui. “Non mi scorderò
mai quella data.”
“Branden è morto il dodici febbraio.”
“Oh, no, non è stato lui” si era affrettato a dire Ken. “Il mio
donatore era un ventunenne morto in un incidente stradale.”

179
“Oh” aveva concluso Gail, poi lei era tornata agli scato-
loni e lui alla vernice.
Dopo un po’, la donna era dovuta uscire per una com-
missione e aveva lasciato Ken da solo nell’appartamento,
con una sola parete dipinta di giallo. Al suo ritorno, l’aveva
trovato in piedi nello stesso punto: non aveva fatto alcun
progresso.
“C’è qualcosa che non va?” gli aveva chiesto.
“Le ho mentito.”
“Lei non è un imbianchino?”.
“No, non su quello. Ce l’ho io il rene di Branden.”
“Cosa?”.
“Quando mi ha detto che suo figlio si chiamava Bran-
den e che lei si chiama Gail, mi sono ricordato di aver ri-
cevuto un biglietto da parte sua dopo il trapianto. Avevo
la possibilità di risponderle e mi vergogno tanto per non
averlo fatto.”
Gail, stupita, aveva chiamato subito il centro trapian-
ti. Al proprio consulente aveva chiesto: “Ho assunto un
imbianchino che mi ha detto di avere il rene di Branden.
Come facciamo a esserne sicuri?”.
L’uomo le aveva risposto: “Wow, le probabilità sono
quasi nulle, ma mi dica il suo nome.”
Gail si era fatta dire da Ken il suo nome completo e
l’aveva ripetuto all’impiegato, che aveva aperto il fascicolo
confidenziale e scoperto che, in effetti, era stato proprio
Ken a ricevere l’organo di Branden. Gail era scoppiata a
piangere e Ken aveva detto: “Ce l’ho io, vero?”.
Quando Bryan aveva chiamato dal campo di adde-
stramento e aveva sentito l’accaduto, aveva commentato:
“Mamma, è come se Branden fosse tornato a casa.”
Questa storia è un bell’esempio di come funziona l’u-
niverso. Dobbiamo credere fermamente nell’affermazione

180
La vita ci ama, anche se magari abbiamo dei dubbi su come
si possa applicare nel caso di una perdita. Come abbiamo
detto, non significa che non vivrai mai il dolore del lutto,
ma in base a come vivi, percepisci e consideri la tua perdita,
la vita ti offre il suo sostegno per aiutarti a superare anche
i momenti più duri.
Nel bel mezzo della sua perdita, per esempio, Gail ha
accettato la tragedia che aveva davanti ma è stata determi-
nata e ha voluto anche che Branden continuasse a vivere.
Quanti di noi dicono la stessa cosa alla morte di una per-
sona cara? Dobbiamo ricordare che la vita non può morire;
l’anima non può morire e, nel caso del ragazzo, anche alcu-
ne parti del suo corpo non sarebbero morte. Gail ha deciso
che Branden avrebbe continuato a vivere salvando altre vite.
Grazie a lui, due persone hanno recuperato la vista e, grazie
ai suoi tessuti, altre otto hanno migliorato la loro mobilità e
alleviato il dolore. Per Gail è stato molto importante, visto
che il figlio ha passato tutta la vita su una sedia a rotelle!
In seguito, incontrando la moglie e i figli di Ken, Gail
si è resa conto di quanto i bambini avessero avuto bisogno
di lui quando pensava di morire. Faccia a faccia con una
famiglia che si è trovata in una situazione orribile e ne è
uscita, lei si è sentita soddisfatta. Non è stata salvata solo
la vita di Ken, perché l’impatto su quella della moglie e dei
figli è stato altrettanto notevole.
Potresti pensare: Be’, probabilmente Gail viveva in una
piccola città ed è stata una coincidenza che le capitasse Ken
come imbianchino. Ma considera i fatti: Gail avrebbe potu-
to dipingere da sola la stanza e non incontrare Ken, oppure
avrebbe potuto rivolgersi a un’altra azienda. L’imbianchino
sarebbe potuto arrivare davvero il giorno stabilito e Gail,
con gli scatoloni già sistemati, non sarebbe stata in casa per
parlare con lui.

181
Potresti comunque obiettare: Okay, è stata solo una serie
di coincidenze.
La realtà è che Gail vive a Buffalo, nello stato di New
York, e in quella zona ci sono diciottomila imbianchini!
Le possibilità che scegliesse Ken erano appena dello 0,006
per cento. La vita può mandarci doni inaspettati se siamo
aperti a riceverli, anche in un momento di lutto.
Il fatto che Gail abbia accettato la propria perdita l’ha
aiutata a vivere il lutto e a trovare un senso profondo per
la vita e la morte di Branden. Il suo viaggio verso la gua-
rigione l’ha aiutata a stabilire come vivere il resto della sua
esistenza, senza smettere di onorare quella del figlio.

La vita ha un significato suo proprio. Spesso non è


come te l’aspettavi, ma segue un suo ritmo, pieno di svolte
e ribaltamenti che sconvolgono la tua pace mentale. La vita
comporta cambiamenti e sfide che speravi di non dover
mai affrontare, ma quando ti sarai concesso di vivere il do-
lore legato alle novità, di accettare la perdita e di affrontare
il lutto, scoprirai la verità sulla vita: A prescindere da quello
che ti accade, puoi guarire il tuo cuore.

182
Postfazione
Quando si pensa alla perdita, l’idea di trarne un senso
o qualche sorta di beneficio sembra una contraddizione.
Ma che si tratti della fine di una relazione, di un divorzio o
persino di una morte, c’è sempre qualcosa in più da scoprire,
a seconda dei pensieri che concepisci al riguardo. Ciò non
significa che puoi evitare che la perdita si verifichi, bensì
che i tuoi pensieri trasformino ciò che accadrà in seguito.
Il lutto è una questione di cuore e anima. Piangi la tua
perdita, vivila e concediti del tempo per affrontarla. La parte
opzionale riguarda la sofferenza. Ricorda che sei arrivato in
questo mondo nel bel mezzo del film, e che sempre nel bel
mezzo te ne andrai. E lo stesso vale per le persone che ami.
Ma l’amore non muore mai e l’anima non conosce perdite.
Dato che è il pensiero a dare forma al modo in cui spe-
rimenti la perdita, perché non scegli di viverla con amore e
tenerezza? Ricorda che un cuore spezzato è un cuore aperto.
Lascia che i tuoi pensieri indichino la via della speranza
al dolore che provi. Scegli con saggezza cosa pensare. Sii
gentile con te stesso e rifletti sulla perdita con amore. Se
sei in lutto per la morte di una persona cara, ricorda quanto
l’hai amata quando era al tuo fianco e sappi che puoi con-
tinuare ad amarla anche adesso che non c’è più. Passare dal
lutto alla pace è possibile.
Ogni fine è anche un inizio. Ti incoraggiamo a sfruttare
le affermazioni e gli insegnamenti disseminati in questo
libro non solo per lavorare su una perdita, ma anche in
ogni aspetto della tua vita. Fai attenzione ai tuoi pensieri e
modificali in quelle aree in cui non riesci a trovare pace. In

183
questo modo, porterai più felicità nella tua vita e in quella
di chi ti circonda.
I momenti difficili possono essere considerati un pro-
memoria del fatto che i legami sono un dono. La perdita
può ricordarci che la vita stessa è un dono.
E non dimenticare di amare te stesso. Te lo meriti. Tu
stesso sei un dono:

Amo la vita e la vita ama me.


Vivo e amo.
Sono guarito.

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Ringraziamenti
La nostra gratitudine più sentita va a tutti gli uomini e
a tutte le donne che nel corso degli anni hanno condivi-
so con noi la loro esistenza durante seminari e incontri, e
attraverso innumerevoli e-mail e conversazioni. Ci hanno
confidato le loro delusioni, le loro perdite e i loro lutti, e
noi speriamo di poter usare le loro esperienze ardue e tene-
re per aiutare altre persone ad apprendere e crescere.
Un grazie speciale va a Reid Tracy per aver fatto da gui-
da al libro. Grazie a Shannon Littrell, per il brillante lavoro
di editing. E grazie mille a tutti i nostri amici e colleghi
alla Hay House, che con la loro straordinaria dedizione ci
hanno aiutato a sviluppare il potenziale di questo manuale.
Un libro, come una persona, ha bisogno di un grande
sostegno. Grazie a Erin Malone della WME, Andrea Ca-
gan, Paul Denniston, Richard Kessler, David Kessler Ju-
nior e India Williamson.

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Gli autori
Louise Hay è insegnante di discipline metafisiche, maestra
spirituale e autrice di numerosi best seller, che hanno venduto
più di cinquanta milioni di copie in tutto il mondo.
Da più di trent’anni, Louise aiuta le persone a scoprire e a
sfruttare il pieno potenziale del loro potere creativo al fine di
raggiungere la crescita personale e guarire se stesse. Louise è
fondatrice e presidente della casa editrice Hay House Inc., che
pubblica libri, CD, DVD e altri prodotti finalizzati alla crescita
personale e alla guarigione energetica.

Siti internet: www.LouiseHay.com (inglese)


www.LouiseHay.it (italiano)
Facebook: www.facebook.com/LouiseLHay

David Kessler è uno degli esperti più eminenti in fatto di


lutto e perdita. Ha scritto due best seller a quattro mani con la leg-
gendaria Elisabeth Kübler-Ross: On Grief and Grieving [Il lutto
e come viverlo] e Life Lessons [Lezioni di vita]. Ha firmato anche
il famoso manuale The Needs of the Dying [I bisogni dei morenti],
lodato da Madre Teresa, e Visions, Trips, and Crowded Rooms. Eli-
zabeth Taylor, Jamie Lee Curtis e Marianne Williamson si sono
rivolte a lui per affrontare la malattia di una persona cara. David
ha lavorato inoltre con i defunti attori Anthony Perkins e Michael
Landon. Fondatore del gruppo di sostegno per i malati di cancro
The Bogeyman in the Closet [L’uomo nero nell’armadio], David
tiene seminari su come vivere appieno la vita di fronte al cancro.

Siti internet: www.DavidKessler.org


www.YouCanHealYourHeart.com
www.Grief.com

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Copyright © 2014 by Louise L. Hay and David Kessler

Published and distributed in the United States by: Hay House, Inc.
Titolo originale: You Can Heal Your Heart.
Finding Peace after a Breakup, Divorce, or Death
Traduzione: Cecilia Pirovano

© 2014 My Life
II edizione: febbraio 2018
My Life srl, Coriano di Rimini (RN)
Finito di stampare in gennaio 2018, presso Lineagrafica, Città di Castello (PG)

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come forma di trattamento per problemi fisici e medici senza il parere di un medico, direttamente
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