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Il POSITIVISMO.

INTRODUZIIONE E IDEE-GUIDA..
Vasto movimento culturale europeo (filosofico e letterario) che dominò dalla metà dell’Ottocento fin quasi alla prima
guerra mondiale. La mentalità positivista diede vita in campo letterario al Naturalismo francese e influenzò la nascita
del Verismo italiano. La medesima mentalità è ancora ben viva oggi presso la cultura media occidentale.
- Il termine ‘positivo’ compare in campo filosofico per la prima volta (pare) nel 1822, nell’opera CATECHISMO
DEGLI INDUSTRIALI, di Saint-Simon. Qui il termine assume i suoi significati basilari:
‘positivo’ è sinonimo di a) scientifico-sperimentale, e in questo senso si oppone a ‘metafisico’
b) pratico, efficace, utile, e in questo senso si oppone a ciò che è inutile, ‘poetico’,
ozioso.
- La cultura del positivismo volle celebrare il potere della scienza e della ragion tecnica, la capacità dell’uomo di
dominare la natura e i corso degli eventi. Le figure dell’ingegnere, del tecnico, dello scienziato dell’efficienza e della
produzione diventavano i modelli antropologici di riferimento. Il ‘poeta’, il sognatore, il metafisico venivano ad
assumere la valenza simbolica del ‘perditempo’. Il positivismo fu una esaltazione ingenua e acritica della scienza.
- I positivisti, dunque, celebrano la grandezza della scienza positiva. Ma cos’è la scienza positiva?
1) La scienza positiva è la scienza basata sul metodo sperimentale galileiano-newtoniano, il metodo induttivo-
sperimentale caratterizzato dalla applicazione della matematica e finalizzato –secondo le indicazioni di Bacone- al
dominio pratico sulla natura (SCIRE EST POSSE). Tale sapere scientifico positivo è l’unica forma legittima,
vera, di sapere. Da ciò il programma dichiaratamente anti-metafisico e anti-contemplativistico del
positivismo, un programma riassumibile negli slogan “Niente più metafisica” e “Stare ai fatti” (Emile Littré,
discepolo di Comte). La filosofia positivista si configura dunque come la filosofia dei fatti, come il ‘culto
(ingenuo) dell’obbiettività, dei fatti in sé, come si rivelano all’occhio imparziale e privo di pregiudizi dello
scienziato. Si sviluppa l’idea positivista della scienza come attività fotografica, capace di cogliere la realtà come è
in sé, i fatti, senza aggiungervi niente di soggettivo e personale.
2) La scienza positiva è assolutamente neutrale, priva di pregiudizi. Lo scienziato è un uomo che opera in modo
distaccato, neutrale, non-soggettivo. Egli è capace di mettere in disparte la propria soggettività, i propri interessi
etc. etc. Solo così, del resto, la scienza può giungere a prevedere con infallibile precisione il corso degli eventi
naturali e umani.
3) La scienza positiva è fattore di stabilizzazione sociale. Solo quando gli scienziati e i tecnici guideranno la società
umana (noterete il recupero dell’idea platonica della sofocrazia =potere dei sapienti, ma in ottica antimetafisica) i
problemi, le tensioni sociali, le conflittualità avranno termine.
- Il compito della filosofia, secondo i positivisti, è di generalizzare i risultati delle scienze positive, e di combattere
per estendere e far trionfare ovunque il ‘metodo positivo’, scientifico (quello galileiano-newtoniano). Solo questo,
e niente altro.
Da ciò che si è detto fin qua si capirà allora perché il positivismo è stato accusato di SCIENTISMO e
RIDUZIONISMO, di essere caduto in una duplice e inaccettabile ingenuità.
Lo scientismo (esaltazione ingenua e acritica del potere della scienza) si basa sull’idea che il progresso scientifico-
tecnologico possa risolvere di per sé tutti i problemi sociali e umani (cosa assurda: i risultati scientifici possono essere
usati per produrre bombe o curare il cancro; dipende dalle intenzioni morali e politiche di chi se ne serve) e che la
scienza possa cogliere in modo assolutamente oggettivo la realtà in sé, e in base a tale conoscenza prevedere in modo
infallibile gli sviluppi dei fenomeni studiati (cosa altrettanto assurda! L’idea della conoscenza scientifica oggettiva,
priva di punti di vista e pregiudiziali, è decisamente tramontata. La concezione fotografica della scienza non tiene
conto del semplice fatto che il fotografo sceglie in base a interessi personali cosa fotografare e come farlo! E altrettanto
tramontata è la fede ingenua nella previsione infallibile. La stessa fisica quantistica, con il principio di
indeterminazione di W. Heisenberg -1927- ci ha insegnato che l’osservazione degli elementi sub-atomici ne modifica
il comportamento. E’ impossibile determinare nello stesso tempo con precisione la velocità e la posizione di una
particella sub-atomica. Si possono solo individuare ‘onde di probabilità. Il ‘quantum’ di luce necessario a compiere
l’osservazione modifica il comportamento della particella).
Il riduzionismo positivista deriva dal voler ridurre tutte le attività conoscitive ai metodi della scienza sperimentale. E’
convinzione dei positivisti, infatti, che il metodo positivo debba venire esteso anche in campo letterario (il letterato, il
romanziere, non deve far altro che fotografare la realtà umana, senza esprimere la propria soggettività, i propri
sentimenti etc. – da ciò le poetiche del verismo e del naturalismo), economico, sociologico, antropologico etc. Ma
simile operazione è ritenuta possibile solo in quanto i positivisti pensano che il mondo umano sia retto da leggi
altrettanto ferree e ineluttabili che quelle che dominano il mondo fisico. Il mondo umano viene appiattito sul
mondo fisico, viene pensato come dotato della medesima necessità meccanica che domina in natura. Il
positivismo, in effetti, giunge a posizioni chiaramente deterministiche. La libertà di scelta dell’uomo verrà negata
come una sorta di mito infantile. Cosa del resto ovvia: se la mentalità positivista ritiene di poter conoscere le leggi che
dominano il mondo umano e compiere previsioni anche in questo ambito, bisogna in via preliminare negare tutto ciò
che potrebbe introdurre elementi di contingenza e di varianza, e dunque negare in primo luogo il libero arbitrio
dell’uomo.
- Il positivismo nacque come moto di reazione nei confronti delle pesanti tendenze metafisiche (si pensi a Hegel e
soci) dell’idealismo romantico: esso volle battersi per i ‘fatti’ contro le ‘assurdità dello Spirito’. Ma il positivismo
ebbe anche un altro bersaglio polemico: il pensiero socialista, che andava sempre più diffondendosi. In effetti,
come hanno sostenuto i marxisti, il positivismo fu l’ideologia della borghesia industriale liberale nell’epoca del
suo trionfo. La celebrazione della scienza e della tecnica si identificava con l’esaltazione della civiltà borghese
industriale, una civiltà ad alto contenuto tecnologico. I positivisti concordano nel ritenere che la civiltà industriale e
la mentalità liberale e liberista elimineranno tutti i mali dell’umanità (guerre, carestie, epidemie etc.). Le guerre
sono ‘atavismo’ (ricordate Schumpeter?); le carestie sono la conseguenza di un sistema produttivo ancora arretrato
sotto il profilo tecnico etc. secondo i positivisti, la storia delle società procede verso il meglio, cioè verso istituzioni
liberali e strutture economiche industriali. E’ chiaro che il positivismo non poteva che scontrarsi con il pensiero
socialista.
Come ha ricordato Norberto Bobbio, “Marxismo e positivismo furono entrambe filosofie laiche, mondane, nate dalla
grande rivoluzione industriale, della quale il positivismo fu l’interpretazione fiduciosa e benevola; il marxismo quella
catastrofica”. Per il marxismo, il sistema capitalistico liberale industriale è destinato a crollare; per i positivisti, il
suddetto sistema è il migliore in quanto segna il trionfo della scienza e della tecnica, e la scienza ha poteri
taumaturgici e terapeutici assoluti.

POSITIVISMO, ILLUMINISMO E ROMANTICISMO. La tesi di Abbagnano.


Il positivismo sembra recuperare nel pieno dell’Ottocento la sensibilità dell’illuminismo: la fiducia nella ragione
strumento del progresso scientifico, il rifiuto della metafisica. A differenza dell’illuminismo settecentesco, v’è però un
ottimismo nei confronti della realtà dovuto alla visione dogmatica della scienza, un ottimismo che non trova spazio in
Voltaire (decisamente più possibilista intorno al tema del progresso storico) né in D. Hume, filosofo della non certezza.
Il positivismo è convinto che la scienza offra certezze conoscitive e che la realtà si sviluppi necessariamente verso il
meglio. In ogni caso, il positivismo parrebbe riallacciarsi alla cultura illuminista e opporsi nettamente a quella
romantica (con tutti i suoi furori anti-intellettualisti).
Tuttavia il professor Nicola Abbagnano ha sottolineato la presenza di inaspettate analogie di sostanza tra positivismo e
romanticismo idealistico (la fama di Abbagnano è legata anche a questa tesi). Secondo Abbagnano, il positivismo
mostrerebbe la medesima forma mentis del romanticismo, e in particolare la stessa nozione di sviluppo necessario della
realtà (una necessità ‘dialettica’ nell’idealismo hegeliano; una necessità ‘meccanica’ nei positivisti). Medesima sarebbe
la concezione progressiva, necessaria, lineare della storia dell’umanità. In verità, secondo Abbagnano, il positivismo è
il romanticismo della scienza: la brama di assoluto tipica dei romantici la si ritrova anche nel positivismo; il
positivismo finisce per assolutizzare la scienza e i suoi risultati. Il positivismo presenta un nuovo assoluto: la scienza.
La scienza, che offre certezze assolute e previsioni infallibili, è il mezzo assoluto di conoscenza e anche l’unico e
assoluto strumento di liberazione dell’umanità dalle sue miserie. ‘Assoluto’ non è più lo Spirito hegeliano, ma il sapere
scientifico. Il positivismo sarebbe dunque una nuova metafisica della scienza.

L’UOMO POSITIVISTA. UNA IMMAGINE LETTERARIA. (nota di carattere interdisciplinare – inglese).


Charles Dickens, nel romanzo HARD TIMES (tempi difficili, 1854) presenta in modo polemico e caricaturale il
modello dell’uomo nuovo positivista. Si tratta di Thomas Gradgrind, maestro, che nei primi capitoli del libro presenta
se stesso con queste parole:
“Ora, quello che voglio sono Fatti. Insegnate a questi ragazzi e a queste ragazze Fatti e niente altro. Solo di Fatti
abbiamo bisogno nella vita […] Il resto non servirà mai loro assolutamente niente […] Questo è il principio su cui ho
allevato i miei figli e questi fanciulli. Tenetevi ai Fatti, signore! […]
Thomas Gradgrind, signore. Un uomo di cose reali. Un uomo di fatti e calcoli. Un uomo che parte dal principio che due
e due fanno quattro e niente altro […] Thomas Gradgrind, signore –Thomas, né più né meno- Thomas Gradgrind. Un
regolo, una bilancia e una tavola delle moltiplicazioni sempre in tasca, signore, sempre pronto a pesare e misurare ogni
pacco di natura umana e a dirvi esattamente che cosa contiene. E’ una mera questione di cifre, una semplicissima
operazione aritmetica” Da notare che il titolo del capitolo 2, da cui ho riportato la gran parte del passo, è LA STRAGE
DEGLI INNOCENTI. Significativo, vero? Ricordate questo, per l’esame di stato. Se vi chiedono cos’è il positivismo,
rispondete: il positivismo è mister Gradgrind.

AUGUSTE COMTE, il padre del positivismo. (cfr appunti).


IL POSITIVISMO EVOLUZIONISTICO.
Per comprendere appieno gli sviluppi del positivismo in Inghilterra (ma anche in Germania e in Italia), dobbiamo fare
un breve riferimento alla teoria biologica di C. Darwin. Come è noto, Darwin, dopo il suo famoso viaggio intorno al
mondo sul veliero Beagle (dal 1831 al 1836), ritornò in patria (Inghilterra) con una ampia raccolta di osservazioni di
carattere biologico che gli consentirono di formulare la sua nota teoria dell’evoluzionismo biologico. Nel 1859
pubblicò il suo capolavoro, SULL’ORIGINE DELLE SPECIE PER MEZZO DELLA SELEZIONE NATURALE, e nel
1871 pubblicò L’ORIGINE DELL’UOMO. L’evoluzionismo di Darwin si differenzia da quello di Lamarck (1774-
1829) e si oppone al creazionismo cristiano.
Già Lamarck aveva sostenuto l’ipotesi della trasformazione delle specie viventi, ma aveva insistito sull’idea –poi
rifiutata da Darwin- che i caratteri acquisisti nella vita degli individui siano ereditabili, e che proprio l’accumulo di tali
eredità determini la trasformazione della specie. Ma come è possibile pensare che l’abbronzatura si possa ereditare?
Darwin fondò la sua teoria su due ordini di idee, poggiate su un enorme numero di osservazioni:
1) la comparsa, negli individui di una specie, di piccole variazioni organiche (di cui Darwin non sapeva darsi ragione:
non conosceva ancora la moderna genetica) che possono essere vantaggiose o anche svantaggiose ai fini
dell’adattamento all’ambiente e dunque della sopravvivenza dell’individuo;
2) la lotta per la vita tra gli individui, data la tendenza delle specie a moltiplicarsi secondo progressione geometrica e
la scarsezza di risorse naturali a disposizione (idea che Darwin recuperò dagli scritti di R. Malthus. Ricordatevi il
suo ‘Saggio sulla popolazione’, 1798). La lotta per la vita determina la selezione naturale: sopravvivono i ‘più
adatti’, i più forti, quelli che la natura ha dotato di mutamenti organici vantaggiosi. Costoro lasciano i eredità ai loro
discendenti i caratteri ricevuti. L’accumulo e la conservazione dei caratteri in questione tramite l’eredità producono
la variazione della specie, il passaggio da una specie a un’altra.
Anche l’uomo ha una discendenza ‘inferiore’: l’uomo ha avuto origine dalle scimmie antropomorfe, e non sarebbe
dunque il risultato della creazione diretta da parte di Dio.
Gli scritti di Darwin scatenarono, come era pensabile, fortissime polemiche. Le chiese non potevano accettare una teoria
che rifiutava l’idea (confermata dalla lettura letterale della GENESI) della fissità delle specie, create da Dio e
immutabili. E tantomeno le chiese potevano accettare l’idea ‘ignobile’ che l’uomo derivasse dalla scimmia.
Ma le continue scoperte di fossili inducevano a pensare all’esistenza di specie diverse, scomparse o sconosciute, eppure
simili per certi aspetti alle attuali, così da ipotizzare nel mondo biologico una catena di specie in lenta trasformazione.
Darwin, che fu e volle essere uno scienziato e null’altro, fu molto cauto e restìo nel prendere posizioni polemiche. Si
riteneva agnostico e non intendeva affatto negare l’esistenza di Dio. Intervenne comunque sulla questione dell’origine
animale dell’uomo, affermando di non voler affatto diminuire con ciò la dignità dell’uomo. In ogni caso, “Vorrei tanto
essere disceso… da quel vecchio babbuino che sceso dal monte strappò il suo giovane compagno da una muta di cani,
quanto da un selvaggio che si compiace di torturare i suoi nemici… e pratica l’infanticidio”.
Sappiamo che le idee di Darwin ebbero una risonanza enorme, e sappiamo pure che esse, nate in campo biologico e
strettamente scientifico, furono presto recuperate e distorte e applicate in maniera illegittima al mondo sociale umano:
nacque allora il darwinismo sociale nelle sue varie versioni (tutte nefande!). A questo riguardo, vi rimando agli appunti
di STORIA (è un obbligo!).

HERBERT SPENCER e il POSITIVISMO EVOLUZIONISTICO.


L’evoluzionismo biologico di Darwin ebbe grande importanza nell’influenzare il positivismo. In Inghilterra nacque il
positivismo evoluzionistico, il cui primo e principale esponente fu H. Spencer (1820-1903).
Già nel 1857, in un suo articolo, Spencer aveva introdotto (per la prima volta nel linguaggio filosofico e scientifico) il
termine ‘evoluzione’, per indicare la sua concezione della realtà. Due anni più tardi il termine divenne celebre grazie
all’uso che ne fece Darwin in campo biologico.
IL POSITIVISMO EVOLUZIONISTICO di Spencer si presenta come una grandiosa visione metafisica
dell’universo, e dà luogo a una concezione ottimistica del divenire, inteso come inarrestabile progresso. Opere
di Spencer: I PRINCIPI PRIMI (1862), PRINCIPI DI SOCIOLOGIA, L’UOMO CONTRO LO STATO (1884: “The
man versus the State”).
In termini generali, possiamo dire che l’ottimismo evoluzionistico di Spencer si accompagna a idee liberiste, anti-
stataliste, individualiste: riprendendo ed esasperando idee già di A. Smith, egli si mostrò sempre ostile a ogni intervento
dello Stato e a ogni tentativo di riforma sociale dall’alto: così, per intenderci, egli fu contrario al sistema sanitario
pubblico, all’istruzione pubblica, al sistema fiscale e persino al sistema postale di Stato. Il suo individualismo assoluto
si basava su idee che in parte gli venivano da Smith, in parte dal suo personale darwinismo sociale e dal
malthusianesimo: i migliori, i più adatti sapranno sempre cavarsela, e la loro lotta per la vita porterà a benefici per la
società nel suo complesso, sfoltendo i ‘rami secchi’ dell’evoluzione (i deboli, gli inadatti , i biologicamente inferiori)
che pesano sullo sviluppo economico della collettività.
Si noti subito come in Spencer le teorie di Smith (la ricerca del profitto personale genera benessere collettivo) si
connettano a quelle di Malthus (siamo in troppi, e non c’è un posto a sedere per tutti al ‘banchetto della natura’; lo Stato
non deve assistere i poveri; guerre e carestie sono opere di sfoltimento degli eccessi di popolazione) e del darwinismo
sociale (per legge di natura, i più adatti sopravvivono nella struggle for life). Indubbiamente la filosofia di Spencer
rappresentò l’ideologia ufficiale di una non piccola parte dei benpensanti borghesi nell’età vittoriana.
FILOSOFIA E SCIENZA IN SPENCER.
Spencer ha la medesima concezione della filosofia che aveva Comte (e in generale i positivisti): la filosofia deve
ordinare e generalizzare i risultati delle singole scienze, diffondendo il metodo e la mentalità scientifica, ‘positiva’. Essa
è epistemologia; classifica le scienze, ne stabilisce i limiti e i campi di applicazione. Nel far questo essa deve servirsi di
uno schema generale, che –per S.- è quello di ‘evoluzione’.
IL CONCETTO DI EVOLUZIONE.
La teoria spenceriana dell’evoluzione vuol avere un significato più ampio di quella darwiniana, non limitandosi agli
aspetti biologici della realtà. Per S. tutta la realtà (astronomica, fisica, biologica, sociale etc.) è da intendersi secondo il
concetto di evoluzione. Ovunque (non solo nel mondo biologico) c’è evoluzione. L’evoluzione è
“Un processo… durante il quale la materia passa da una omogeneità indefinita a una eterogeneità definita” (PRINCIPI
PRIMI). Cioè, è un processo riguardante la materia, che da formazioni iniziali semplici e indifferenziate si sviluppa
verso formazioni (fisiche, biologiche, sociali) sempre più complesse e ricche di differenziazioni. Ad esempio, dalla
nebulosa cosmica originaria (una specie di ‘brodo’ cosmico indistinto) si passa alla pluralità dei sistemi stellari oggi
esistenti; oppure, da una società primitiva in cui tutti gli uomini svolgono le stesse attività (sono cacciatori e
raccoglitori) si passa a società in cui esiste una notevole specializzazione e ricchezza di funzioni: alcuni sono cacciatori,
altri agricoltori, altri sacerdoti, altri professionisti della guerra, altri fabbri etc.).
L’evoluzione è descritta da Spencer con i caratteri della necessità e del progresso. Essa è inarrestabile: tutto
necessariamente evolve, e l’evoluzione è sia arricchimento che armonizzazione della realtà: quanto più essa diviene
complessa, tanto più le sue parti raggiungono una situazione di armonia ed equilibrio (l’una dipendendo dall’altra).
Certo, esistono anche aspetti in sé stessi negativi, come i conflitti sociali o la miseria, ma anch’essi sono necessari al
procedere dell’evoluzione: senza contese e sofferenze non ci sarebbe stimolo a migliorare. Quindi anche questi aspetti
sono, da un punto di vista complessivo, ‘positivi’, e in nessun modo lo Stato deve intervenire a contrastarli.
E’ chiara l’influenza di Smith, Malthus e dell’idea della selezione naturale in Spencer, che fu un darwinista sociale a
tutti gli effetti.
Anche in Spencer è presente l’idea che l’evoluzione sociale conduca da società primitive e militari a società industriali,
caratterizzate da grande libertà degli individui, non più subordinati alle esigenze della comunità. Le società industriali,
capitaliste, vedranno pian piano scomparire le guerre, attività anti-economiche. Necessariamente, tutto evolve verso il
meglio. Liberalismo, liberismo, individualismo, polemica contro il socialismo e lo statalismo, caratterizzano gli scritti
politici di Spencer. Per lui, la felicità, a cui tutti gli individui aspirano, è il piacere che si prova quando si è
perfettamente adattati al proprio ambiente. Ma non è certo compito dello Stato renderci felici!
SCIENZA E RELIGIONE IN SPENCER.
Nonostante l’importanza decisiva attribuita alla scienza, S. tenta di difendere la conciliabilità di scienza e religione.
Per quanto grandi siano le generalizzazioni a cui la scienza conduce, essa deve ammettere che la realtà ultima è
inconoscibile. Bisogna riconoscere che l’assoluto, il ‘nuomeno’ (dice Spencer riprendendo il concetto di Kant), esiste.
Alle origini dell’universo sta il mistero. Tutto ciò che la scienza può conoscere è il mondo fenomenico, la realtà spaziale
e temporale, non altro. Dunque, L’Inconoscibile esiste, ed è l’oggetto della religione. La religione ha il compito di
tener vivo il senso del mistero; la scienza ha il compito di estendere sempre più le sue conoscenze sul relativo, senza
pretendere di cogliere l’assoluto, l’Inconoscibile. La scienza termina dove inizia la religione: non c’è contrasto
possibile! Certo, la scienza non deve pretendere l’impossibile, e l religione non deve presentarsi come conoscenza, ma
solo come fede. Recuperando la distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno, Spencer ripropone l’idea della
conciliazione di religione e scienza.

IL POSITIVISMO MATERIALISTICO E MECCANICISTICO IN GERMANIA.


In Germania il positivismo assunse tendenze spiccatamente materialistiche e meccanicistiche, più marcate che in
Francia e in Inghilterra, e la cosa è comprensibile se si tiene contro che la Germania era la patria delle metafisiche
idealistiche contro cui il positivismo battagliava.
La riduzione dello spirito a materia in movimento per cause meccaniche è evidente in Carl Vogt (morto nel 1895 ),
zoologo, noto per aver affermato che “le attività psichiche sono solo funzioni del cervello; o per esprimerci in modo
alquanto grossolano … i pensieri si trovano nello stesso rapporto rispetto al cervello della bile rispetto al fegato o
dell’urina rispetto ai reni”. Dunque, l’idea di un’anima immortale e immateriale è qualcosa di ridicolo! Così anche la
pensava J. Moleschott, secondo cui “Non c’è pensiero senza fosforo”. In quest’ottica l’uomo veniva ridotto a una
macchina complessa mossa da impulsi bio-chimici e priva di libero arbitrio. La vita veniva intesa come una sorta di
‘incidente biologico’ che non ha bisogno, per venir spiegata, dell’idea di un sommo artefice. Come già diceva
Feuerbach: “l’uomo è ciò che mangia”.
Ernst Haeckel è forse il più noto dei positivisti tedeschi. Recupera l’idea darwiniana dell’evoluzione e formula la
famosa teoria biogenetica secondo cui “l’ontogenesi [cioè lo sviluppo dell’individuo] ripete la filogenesi [cioè lo
sviluppo della specie a cui esso appartiene]”: nel suo crescere da embrione ad adulto, l’individuo ripercorre brevemente
tutte le tappe dell’evoluzione fisica e psichica della sua specie. Molto più importante è ricordare l’opera di Haeckel
intitolata GLI ENIGMI DEL MONDO (Die Welträtsel), del 1899, venduta in 400.000 copie, segno che la cultura
positivista andava permeando gruppi sociali sempre più vasti e stava diventando mentalità ‘di massa’. Fu uno dei primi
successi editoriali di massa. L’opera è una specie di sunto del pensiero positivista nella sua versione più radicale: non
esistono ‘enigmi’ nel mondo. La scienza è in grado di spiegare tutto (a differenza di quanto pensava Spencer). Non
esiste la libera volontภnon esiste alcun ordine finale nel mondo; tutto accade per cause meccaniche (anche i processi
mentali); il pensiero è strettamente connesso alla materia (la teoria del monismo materialista di Haeckel).

IL POSITIVISMO IN ITALIA.
Il positivismo si sviluppò in Italia soprattutto dopo l’unificazione nazionale, tra il 1870 e il 1900 circa. I suoi maggiori
rappresentanti furono Roberto Ardigò e il criminologo Cesare Lombroso. Il positivismo italiano si caratterizza per la
polemica contro l’idealismo e contro lo spiritualismo cattolico (di Gioberti e Rosmini).

ARDIGO’ (1828-1920). Prete, attorno ai quarant’anni lascia il sacerdozio sviluppando una posizione ateistica e
positivistica che si ricollega per più di un aspetto al panteismo rinascimentale italiano (Giordano Bruno) e al
naturalismo rinascimentale di Pomponazzi e Telesio.
Come ricorda il Reale, il fatto è la pietra angolare della filosofia di Ardigò. “Il fatto ha una propria realtà per sé, una
realtà inalterabile, che noi siamo costretti ad affermare tale e quale è data e la troviamo, con l’assoluta impossibilità di
togliere o aggiungervi nulla; dunque il fatto è divino” –dice Ardigò- a differenza delle idee e delle teorie, che sono
sempre provvisorie e revocabili. Per Ardigò, la scienza non fa altro che raggruppare e classificare fatti (dice il vostro
manuale). L’insieme di tutti i fatti costituisce la natura, e la natura costituisce la totalità del reale La filosofia, che A.
chiama peratologia (=scienza del limite, dal greco ‘peras’=limite) non fa altro che riconoscere e rammentare in
continuazione che non si può valicare il limite della natura. Oltre la natura non c’è nulla. Pertanto, contro Spencer che
aveva ammesso l’esistenza dell’Inconoscibile, Ardigò afferma che l’Inconoscibile non esiste; esiste solo l’Ignoto. Non
c’è niente che sia inconoscibile per principio: ci sono solo cose ancora ignote, non-note, ma che potranno essere
conosciute in futuro! La conoscenza è un processo di riduzione dell’ignoto al noto. Se questo è vero, allora si capisce
perché per Ardigò non sia possibile conciliare scienza e religione. La religione è solo un mucchio di fandonie. Dio,
inteso come principio trascendente, non esiste. E non esiste nemmeno il libero arbitrio. A. muore suicida a 92 anni!

LOMBROSO (morto nel 1909). Direttore del manicomio di Pavia e poi professore di antropologia criminale a Torino.
Opera più nota: L’UOMO DELINQUENTE (1876). Lombroso in quest’opera sostiene che “i criminali non delinquono
per un atto cosciente e libero di volontà, ma perché hanno tendenze… diverse da quelle normali”. Vi sono individui
biologicamente inclini al delitto, i ‘delinquenti nati’ per ragioni ereditarie. Essi sono individuabili anche da tratti
somatici particolari: “scarsezza di peli, poca capacità cranica, fronte sfuggente … sviluppo enorme delle mandibole e
degli zigomi, poca sensibilità al dolore, … accidia, mancanza del senso di pietà”.
E’ forte in Lombroso la polemica contro la concezione tradizionale della delinquenza basata sui concetti di libero
arbitrio e responsabilità individuale. Il delinquente nato non ha responsabilità delle sue azioni. Da ciò consegue la
concezione lombrosiana che vede nella pena (il carcere) non una espiazione di colpa (il delinquente, non essendo
responsabile non ha colpa) ma uno strumento per eliminare la pericolosità sociale di determinati individui. Non bisogna
dare giudizi etici sul comportamento del criminale. Tuttavia la teoria di Lombroso non tiene conto dei fattori
sociali (miseria economica in primo luogo) che possono spingere l’individuo a delinquere, ma àncora il comportamento
umano a una sorta di determinismo biologico. Il delinquente finisce così per essere visto come irrecuperabile dalla
società: una sorta di macchina animale che si deve mettere in condizione di non nuocere.
G. Mosse ha ricordato che i nazisti recuperarono alcuni concetti lombrosiani (il suo determinismo biologico) per
definire e giustificare l’eliminazione delle razze inferiori. Bisogna però anche dire che –come riconosce Mosse-
Lombroso non fu mai razzista. Certo, la sua opera risente della mentalità positivistica e ‘borghese’ del tempo, e dei
pregiudizi pseudo-scientifici provenienti dalla fisiognomica (analisi dei tratti del volto, a cui si ritiene siano associate
tendenze psichiche e comportamentali) e dalla frenologia (misurazione del cranio, i cui tratti rivelano, anch’essi,
tendenze psichiche e morali).
Mario Gamba. Marzo 2000.