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Una crisi economica generale

I NUOVI CARATTERI DEL COLONIALISMO


Atkinson Hobson, nel saggio pubblicato nel 1902 “Imperialism. A study”, si sforza di analizzare ciò che ai suoi occhi era il fenomeno saliente del
suo tempo: la creazione di imperi coloniali molto vasti (sotto il dominio degli stati-nazione europei).
• Colonialismo imperialistico: Conquista militare del territorio, dominio delle società colonizzate e trasformazione di esse in entità
politiche direttamente assoggettate alla madrepatria. Diversamente dal colonialismo sette-ottocentesco, questi nuovi imperi erano
basati su un nuovo fenomeno denominato da Hobson “cosmopolitismo del capitale”.
• Cosmopolitismo del capitale: Tendenza del capitale industriale e finanziario dei grandi paesi industrializzati a cercare sempre nuovi
spazi e nuovi mercati d’investimento per allargare il mercato interno. Vennero create aree economiche protette, nelle quali far
circolare le merci al riparo dalla concorrenza internazionale (per sfuggire alla crisi economica di sovrapproduzione).
Ci fu una vera e propria spartizione del mondo tra le grandi potenze industrializzate, fatto che avrà importanza epocale nell’evoluzione storica
a partire dal XIX secolo.
IL BOOM SPECULATIVO DEL 1871-73 E LO SCOPPIO DELLA CRISI ECONOMICA
Questa corsa alla creazione di immensi imperi coloniali è dovuta all’esplosione di una gravissima depressione (in seguito al ventennio di
straordinario sviluppo). Questa era dipesa dal cosiddetto boom speculativo del 1873.
L’origine dei fenomeni speculativi in Europa si fa risalire alla pace della guerra franco-prussiana. La Speculazione: l’attività di
Francia dovette pagare 5 miliardi di franchi-oro, e lo fece in tempi molto più brevi del previsto, quindi operatori che sono in grado
questa massa di capitali fu investita in diversi settori sviluppando l’attività economica e producendo una di prevedere l’aumento di
maggiore ricchezza complessiva e profitti maggiori. Questi ultimi portarono a numerose speculazioni sul valore di un bene in futuro.
rialzo del prezzo dei titoli nelle Borse europee. Tuttavia il prezzo delle azioni salì talmente tanto da non
trovare riscontro con il prezzo reale: crollo banche austriache e germaniche -> disoccupazione -> minori redditi -> calo della domanda.
LE CAUSE STRUTTURALI DELLA CRISI
Le cause più profonde di questa depressione (1873-96) furono:
• La crisi del settore ferroviario: Questo aveva trainato lo sviluppo industriale favorendo la formazione di mercati nazionali, il trasporto
e la commercializzazione dei beni di consumo, e, conseguentemente, lo sviluppo dell’industria meccanica, siderurgica ed estrattiva.
In seguito a questo effetto molto positivo, seguì un effetto contrario negativo: infatti, nel momento in cui furono bloccati gli
investimenti nel settore ferroviario (completate le linee ferroviarie) si ebbe un conseguente rallentamento anche negli altri settori.
• La crisi dell’agricoltura: L’agricoltura americana (del sud) divenne estensiva e meccanizzata, con costi di produzione molto bassi. Ciò fu
possibile grazie allo scarso popolamento delle pianure e al fatto che le terre erano proprietà dei contadini stessi. Con lo sviluppo dei
mezzi di trasporto, i costi per il trasporto dei prodotti americani in Europa diminuì. L’agricoltura europea fu duramente colpita dalla
concorrenza americana, vedendo fallire numerose aziende agricole.
• La crisi nel settore industriale: L’equilibrio dell’intero sistema industriale (a cui capo vi erano Inghilterra e pochi altri pesi) era fondato
sulla presenza di grandi nazioni (Cina, India, Russia ecc) che fungevano da mercati per le merci europee e da forniture di materie
prime per l’industria europea (riesportazione). A rompere quest’equilibrio fu lo sviluppo dell’attività produttiva dei paesi in cui si
esportava (che ridussero le importazioni), e l’avvento di una nuova potenza industriale come la Germania.
• La crisi di sovrapproduzione: Sia l’agricoltura che l’industria subirono quindi una crisi di sovrapproduzione. Il mercato non era in grado
di smistare le merci prodotte. Questo, in molti settori produttivi, causò il crollo e il fallimento di moltissime imprese.
IL PROTEZIONISMO E LA CONCENTRAZIONE MONOPOLISTICA
Al fine di risolvere il problema della diminuzione dei prezzi fu richiesta l’adozione di tariffe doganali protettive (da agricoltori e industriali).
Così il modello liberista ebbe una crisi, tanto che tra il 1878 e il 1882 la maggior parte delle nazioni europee adottò un modello protezionista.
Venne abbandonato così il libero scambio lo stato tornò a sostenere direttamente le industrie instaurarono un rapporto più favorevole con
quella l’industria siderurgica, così le industrie belliche divennero l’elemento essenziale della politica anticrisi.
In seguito alla crisi agricola:
• In Inghilterra: L’agricoltura fu liquidata, così il paese divenne sempre più dipendente dalle importazioni.
• In Italia: Fu applicato un protezionismo cerealicolo che protesse le industrie arretrate ma accentuò il sottosviluppo del meridione.
Le numerose industrie che fallirono furono acquistate a prezzi bassissimi da poche imprese, dando vita ai monopoli, i quali erano in grado di
produrre una quantità ancora più considerevole di merci e di controllare i prezzi del mercato. Nacquero anche le grandi società finanziarie che
controllavano i pacchetti azionari di maggioranza di un notevole numero di imprese. Oltre a questo fu necessario estendere il mercato in modo
tale da allargare il numero dei consumatori e controbilanciare le tendenze alla sovrapproduzione sempre latenti: nuovi mercati e investimenti.
Colonialismo e imperialismo
I PAESI INDUSTRIALIZZATI E LA “CORSA ALLE COLONIE”
Le conquiste coloniali costituirono un mezzo efficace per superare la crisi di sovrapproduzione dei paesi industrializzati. Ad avviare il nuovo
processo di colonizzazione fu l’Inghilterra: il governo britannico avviò una nuova fase di espansionismo, che portò l’Inghilterra a possedere
circa ¼ delle terre emerse. In Africa gli inglesi, nella seconda metà dell’Ottocento, assunsero il controllo di una larga fascia di territori che
andava dal Mediterraneo al capo di Buona Speranza. Nel 1882 occuparono l’Egitto, creando tensione con la Francia. L’Inghilterra ottenne un
controllo quasi completo del paese, inserendosi con un commissario all’interno dell’amministrazione egiziana. Nel continuare ad espandersi in
Africa gli inglesi combatterono una durissima guerra contro i boeri, che alla fine furono costretti a cedere i loro ricchissimi territori (ricchi di oro
e diamanti); si costituì così l’Unione sudafricana, uno stato autonomo, ma sottoposto al controllo inglese. Poi toccò alla Francia ad estendere il
suo dominio in Africa e nell’Estremo oriente, conquistando il Congo occidentale, il Sudan, il Madagascar ecc. Tra le ultime ad avviarsi
all’espansione coloniale vi furono la Germania e l’Italia. L’Italia conquistò parte dell’Eritrea e della Somalia mente la Germania vari punti
dislocati dell’Africa.
LA SPARTIZIONE DELL’AFRICA TRA LE POTENZE EUROPEE.
La conquista dell’Africa fu un impresa abbastanza semplice grazie alla superiorità tecnica e militare degli europei, utilizzando parte delle loro
stesse strutture per esercitare con maggiore efficacia il dominio coloniale. La spartizione del territorio africano avvenne in modo quasi pacifico,
furono poche e non influenti le rivolte anticoloniali, animati dalla volontà di difendersi dal potere “bianco”. La suddivisione dei territori fu fatta
sulle carte geografiche, senza tenere conto degli insediamenti umani preesistenti e creando separazioni traumatiche, le cui conseguenze si
risentono ancora oggi. Solo nel nuovo secolo cominciarono movimenti indipendentistici che accettavano il nuovo assetto e si prefiggevano
l’obbiettivo di costruire moderni stati indipendenti.
LA DIFFICILE CONQUISTA DELL’ASIA
Ben diversa fu la penetrazione in Asia, dove le potenze europee:
• Affrontarono società più sviluppate e complesse di quelle africane.
• Furono ostacolate da altre potenze assenti in Africa (Russia, Giappone, Stati Uniti).
Colonialismo mondiale:
• Stati Uniti: Espansero la loro influenza nel pacifico e in Asia.
• Russia: La sua espansione si diresse verso l’area del Pacifico e la Cina.
• Giappone: Era molto attratto dalla Cina, in quanto sprovvista di industrie e quindi un mercato in cui far confluire la propria produzione.
Proprio tra Russia e Giappone esplose una guerra all’inizio del 20° secolo per contendersi la Cina. Contemporaneamente esplosero ribellioni
popolari del luogo contro gli stranieri: la più famosa è la “rivolta dei boxers” che raggiunse dimensioni tali da intimorire europei e giapponesi.
Riconobbero l’indipendenza alla Cina mantenendola aperta al libero scambio delle merci europee e americane.
DUE DIFFERENTI MODELLI DI COLONIALISMO
Africa:
• Inglesi: Colonie di popolamento dove la popolazione bianca era più alta e queste godevano di autonomia maggiore. Mentre quelle con
prevalenza di popolazione di colore era direttamente assoggettata a Londra.
• Francesi: Senza alcuna distinzione, tutte le colonie dipendevano da Parigi.
• Belgi: L’unica propria colonia fu gestita come una grande azienda moderna.
• Tedeschi: Impero con maggior attenzione alle questioni militari piuttosto che strategico-economiche.
Asia:
• Non si costruirono vere e proprie colonie di popolamento e fallimentari furono le occupazioni territoriali per aumentare il prestigio.
• In Asia si svilupparono colonie uniformate al modello inglese del “direct rule” (governo diretto, applicato in India).
Differenti colonialismi comportarono lo stesso effetto:
• Il nazionalismo europeo -> Imperialismo -> nazionalismo africano e asiatico.
L’IDEOLOGIA DELLA CONQUISTA
La politica di conquista aveva però bisogno di giustificazioni agli occhi dell’opinione pubblica. Così fu mostrata al popolo la conquista:
• Missione civilizzatrice che la superiore civiltà europea doveva compiere presso le popolazioni “selvagge”. Gli intellettuali favorirono
l’espandersi di questa concezione: nei loro testi infatti è chiara la figura del colonizzatore bianco che si fa promotore del progresso
universale assoggettando i “colorati”. Puro razzismo. In parte servì anche la “scusa” religiosa per giustificare le conquiste territoriali (in
seguito a violenze subite da gruppi di missionari).
• Valvola di sfogo per l’enorme crescita della popolazione europea, costretta ad occupare nuovi territori. Tale giustificazione però non
era credibile, dato che la stragrande maggioranza degli emigranti si diresse in America del Nord (60 milioni di europei).
L’opera di esplorazione scientifica, geografica e antropologica nei nuovi territori fu uno strumento per proseguire alla penetrazione politica. Gli
stessi esploratori spesso, evadendo dai loro compiti stretti, negoziavano trattati di amicizia con i capi indigeni (sfruttati per legittimare
l’occupazione futura europea).
1900-
1900-14: un nuovo ciclo di espansione economica
LE CAUSE DELLA CRESCITA ECONOMICA MONDIALE
Verso la fine degli anni 90, cessata la crisi, si avviò un nuovo ciclo di espansione. Le cause della crescita economica mondiale 1900-14 sono:
• Diminuzione del tasso di mortalità.
• Crescita demografica.
• Allargamento del mercato.
• Sfruttamento dei nuovi giacimenti auriferi nelle regioni del Sudafrica.
• Aumento della disponibilità d’oro e della quantità di moneta: favorendo i commerci internazionali.
• La rivoluzione dei trasporti, che permise una velocizzazione ed un minor costo dei trasporti, ampliando i mercati.
NUOVE FONTI DI ENERGIA: L’ELETTRICITÀ E IL PETROLIO
Il processo di sviluppo economico portò alla scoperta di due nuovi fonti di energia:
• Elettricità: Essa segnò l’inizio di una nuova era:
o Produrre elettricità divenne una nuova attività industriale.
o L’elettricità venne impiegata nelle industrie a sostituire il vapore (nelle ferrovie).
o L’elettricità venne impiegata anche negli usi civili (nelle città).
o Cominciò a diffondersi l’uso del telefono.
o La diffusione dell’energia idroelettrica consentì anche ai paesi poveri di carbone di progredire velocemente nello sviluppo
industriale. Grazie a questo fu possibile anche un decentramento industriale che favorì la crescita urbana.
• Petrolio:
o Affiancò e gradualmente sostituì il carbone.
o Dapprima usato solo per l’illuminazione, ora impiegato anche nel settore automobilistico e navale (motore a scoppio).
o Utilizzato anche per il riscaldamento domestico (stufe a cherosene).
I PROGRESSI DELL’INDUSTRIA CHIMICA E LA RIVOLUZIONE DELL’ACCIAIO
Anche l’industria chimica si sviluppò considerevolmente grazie alle nuove scoperte:
• L’utilizzo di sostanze chimiche nell’agricoltura (fertilizzanti).
• L’alluminio che divenne in poco tempo un prodotto di massa.
• I coloranti artificiali (che diedero un forte impulso al settore tessile).
• L’acciaio (lega di ferro e carbonio) che ebbe un enorme sviluppo nella seconda metà dell’800. Si scoprì come trasformare la ghisa in
acciaio. Esso divenne un materiale di primaria importanza dato che divenne più conveniente dell’impiego del ferro. Torre Eiffel.
UNA NUOVA RIORGANIZZAZIONE MONDIALE DEL SISTEMA ECONOMICO
Tale progresso fu tale da determinare una riorganizzazione del sistema economico a livello planetario.
La trama dei commerci internazionali si fece sempre più fitta:
• Le due potenze emergenti Stati Uniti e Giappone rimasero fuori a causa del loro elevato aumento demografico che assorbiva la
produzione e non esportava.
• L’Inghilterra, pur restando la direttrice dell’economia mondiale, si vide affiancare dalle potenze della Germania e degli Stati Uniti.
• La produzione industriale aumentò del 200% mentre la produzione di materie prime del 65%.
• Per la prima volta le importazioni europee sorpassarono le esportazioni. Questo significava che il mondo non era più un’enorme fonte
di risorse ma un’enorme area in grado di assorbire la produzione dei paesi industrializzati.
• Il colonialismo aveva fatto dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina degli immensi mercati aperti alle potenze imperialiste.
LA FABBRICA MECCANIZZATA E IL TAYLORISMO
I grandi gruppi monopolistici possedevano imprese in grado di effettuare un controllo complessivo del ciclo produttivo. Il lavoro nelle fabbriche
divenne sempre più meccanizzato andando a costituire un sistema complesso formato da un gran numero di “processi meccanici
interconnessi”. La complessità tecnologica e organizzativa di tale sistema comportava l’assunzione di personale altamente specializzato. In
questo contesto si affermò l’organizzazione scientifica del lavoro industriale, teorizzata da F. Taylor: taylorismo. I suoi obbiettivi:
• Basso costo della manodopera.
• Alto livello dei salari.
• Aumento della produttività.
Il lavoro completo e complesso svolto da un solo operaio comportava uno spreco di tempo e di fatica. Così al posto delle operazioni complesse
vennero sostituite operazioni semplici che venivano ripetute in serie dagli operai (che venivano cronometrati) e che portavano alla produzione
del prodotto finito. Così la manodopera venne a costare di meno anche perché gli operai non dovevano più essere per forza specializzati data
l’elementarità del lavoro da svolgere. I controllori del lavoro registravano i ritmi degli operai cercando di raggiungere i risultati migliori.
Ciò portò a:
• Massima produttività.
• Scomparsa dei mestieri operai e di una classe lavoratrice qualificata e personalizzata.
LA RAZIONALIZZAZIONE DELLA PRODUZIONE: DAL TAYLORISMO AL FORDISMO
Nacque la necessità di razionalizzare la produzione in modo da massimizzare la velocità di produzione permessa dal taylorismo: fordismo:
• Il lavoro portato all’operaio, e non viceversa.
• La scomposizione tayloristica dei gesti complessi in gesti semplici.
• Il calcolo esatto dei tempi di lavoro.
• La produzione in serie e di massa.
Venne creata così la catena di montaggio: essenziale nella nuova fabbrica. Il fordismo divenne una vera e propria filosofia di vita. Ford era
convinto che tra prosperità industriale e allargamento del mercato attraverso l’innalzamento del livello di vita ci fosse una stretta connessione.
Aumento produzione -> Alti salari -> Operaio -> Consumatore -> Alta produzione soddisfatta. La macchina di Ford infatti seguiva il famoso
“modello T” che aveva un design semplicissimo.

La società di massa
L’ESPANSIONE DEI CONSUMI E LA NASCITA DEL CONSUMATORE MODERNO
L’allargamento del mercato interno costituì una delle componenti essenziali della ripresa economica e del lungo ciclo espansivo dell’economia.
Le masse proletarie e la piccola borghesia urbana e rurale avevano vissuto in condizioni di miseria spaventosa non riuscendo mai a varcare
stabilmente la soglia della sopravvivenza fisica. Grazie all’innovazione tecnologica e alla riorganizzazione della produzione anche questi gruppi
sociali poterono accedere alla fruizione dei beni: l’industria ora lavorava su larga scala e diminuiva i prezzi. Grazie alla diffusione dei sindacati
aumentarono i salari del lavoratori. Economia basata sul consumo di massa. Questo portò ad una crescita notevole del tenore di vita.
GRANDI MAGAZZINI, STADI E CINEMA
La trasformazione del mercato riguardò anche i sistemi di distribuzione.
• Già nella seconda metà dell’Ottocento, nelle grandi città, erano comparsi i “grandi magazzini”, grandi fabbricati a più piani dove era
possibile trovare di tutto. Il primo fu aperto a Parigi nel 1852 (Bon Marché), simbolo del nuovo modo di vendere e di comperare, nel
quale era scomparso ogni rapporto diretto tra acquirente e venditore.
• Data l’ampia gamma di prodotti era necessario trovare un metodo per attirare l’enorme massa dei consumatori: la pubblicità.
• Grazie al circolo “+ pubblicità -> + lettori -> + pubblicità” nacque la stampa quotidiana e periodica. La diffusione della scolarizzazione
faceva lievitare il numero delle persone capaci di leggere. Nacquero così i grandi quotidiani d’opinione, i settimanali d’informazione,
la stampa per ragazzi, i rotocalchi femminili e gli antesignani delle soap opere.
• Nasce il tempo libero, che è utilizzato per dedicarsi alle nascenti occupazioni: sport di massa e il cinema. I luoghi d’intrattenimento
divennero i luoghi dove trascorrere la domenica e le festività, in sostituzione della chiesa e della piazza.
• Nell’imitare gli sfarzi dell’alta borghesia si diffonde la passione per l’auto (la “Zero” italiana della Fiat) e per il turismo.

La crisi dello stato liberale


L’INGRESSO DELLE MASSE NELLA VITA SOCIALE
Nacque una nuova domanda di partecipazione politica, avanzata dalle masse fino ad allora escluse dalla vita civile. I sistemi elettorali:
• Collegi uninominali: In ogni circoscrizione si eleggeva un solo deputato.
• Maggioranza semplice: Vinceva il candidato con il maggior numero di voti.
• Diritto di voto limitato: Ai maschi che avevano un certo reddito.
Questo tipo di sistema permetteva l’elezione solamente a pochi notabili locali, e non esistevano veri e propri partiti ma solo due
raggruppamenti: moderato-conservatore e liberal-progressita. Tra il 1870 e il 1910 l’Europa vide l’ingresso delle masse nella vita politica delle
nazioni. Pian piano ci si spinse verso il suffragio universale, la prima ad attuarlo fu la Francia, una delle ultime l’Italia.
LA CRISI DEL SISTEMA POLITICO LIBERALE
Il sistema politico liberale resse fin quando la partecipazione alla vita politica rimase ristretta ad un gruppo ristretto di proprietari terrieri e
benestanti. Ma con il prepotente inserimento delle classi lavoratrici e dei ceti medi urbani e rurali nella vita politica si ebbe una rottura tra
società e sistema politico. Al fine di combattere per il suffragio universale scesero in campo nuovi movimenti politici:
• Partiti socialisti:
o 1875 -> Socialdemocrazia tedesca [ SPD ].
o 1880 -> Partito operaio francese.
o 1885 -> Partito operaio belga.
o 1892 -> Partito socialista italiano [ PSI ].
o 1898 -> Partito socialdemocratico russo.
• Sindacati: Che conobbero un aumento dei loro iscritti e una penetrazione capillare nelle fabbriche e nelle campagne.
• Movimenti femministi: Questi fecero del diritto di voto un obbiettivo di importanza decisiva per la conquista dell’emancipazione della
donna, ancora subordinata all’uomo. Le donne aderenti a questi movimenti venivano chiamate “suffragette”. Questi movimenti
accelerarono l’affermazione di democrazie parlamentari con una più estesa base elettorale.
o 1866 -> Due associazioni statunitense, una moderata ed una progressista.
o 1867 -> Società nazionale per il voto femminile in Inghilterra.
o 1870 -> Associazione per i diritti di voto delle donne in Francia.
o 1881 -> Anna Maria Mozzoni fondò la Lega promotrice degli interessi femminili in Italia.
VERSO LA DEMOCRAZIA DEI PARTITI
Con il passaggio da monarchie parlamentari a democrazie parlamentari si ebbe un passaggio dal sistema uninominale al plurinominale. Il primo
riduceva il dibattito politico a due sole fazioni opposte, impedendo la creazione di partiti. Allo scopo di superare quella politica fondata sullo
scontro dei notabili contabili era necessario introdurre un sistema plurinominale che consentisse l’elezione di più candidati: nascono i partiti di
massa. Questi partiti erano il risultato evolutivo dei primitivi:
• Partiti liberali: Raggruppamenti di notabili, privi di strutture organizzative sul territorio e fondati su rapporti diretti con gli elettori.
Aumentando il numero degli elettori non era più possibile avere dei rapporti diretti con ognuno, così nacquero i:
• Partiti di massa: Muniti di strutture organizzative stabili che permettevano di far conoscere il programma e i candidati agli elettori.
I PARTITI SOCIALISTI, I CATTOLICI E I MOVIMENTI REAZIONARI
• Partiti socialisti: I movimenti socialisti diedero vita a complesse macchine organizzative, fortemente insediate a livello sociale tra i
lavoratori che intendevano rappresentare, e strettamente collegate con sindacati e associazioni cooperative. Nacquero così grandi
partiti di massa composti di funzionari che svolgevano il “mestiere” di politico di professione. Nel 1889 -> Seconda internazionale.
• Partiti cattolici:
o Italia: Democrazia cristiana, fondato da Romolo Murri nel 1900, da cui nacque il Partito popolare italiano.
o Germania: Zentrum, che si oppose a Bismarck nel suo tentativo di sottoporre la chiesa ad un rigido controllo statale.
• Partiti reazionari: In essi confluirono classi dominanti e strati sociali più bassi. Essi erano abbastanza eterogenei, ma, generalmente
erano pervasi dal nazionalismo, dal razzismo e da un odio per gli ideali democratici, per le masse e per la loro affermazione politica.
Una problema che diede diversi problemi fu l’accesso dei contadini alla vita politica, che furono strumentalizzati:
• Francia e Germania: I contadini costituirono la base politica dei partiti della proprietà terriera, conservatrice e reazionaria.
• Italia: I contadini aderirono al movimento operaio e cattolico.
• Stati Uniti: I contadini diedero vita ad un partito autonomo “People’s Party” che fallì molto in fretta.

La nazionalizzazione del movimento operaio


LA SCELTA LEGALITARIA DEL SOCIALISMO INTERNAZIONALE
L’immissione delle masse operaie nel sistema politico avvenne attraverso le grandi organizzazioni sindacali e i partiti socialisti.
La nazionalizzazione del movimento operaio (formazione di partiti socialisti nazionali) è profondamente connessa alla situazione economico-
sociale del tempo. Essa infatti fu il risultato della frammentazione del mercato determinata dal protezionismo. Scissione dei socialisti:
• Minimalisti: Scelta legalitaria. Attraverso il parlamento e le elezioni potevano realizzare i propri obbiettivi di trasformazione sociale.
• Massimalisti: Scelta illegale. Attraverso un’azione rivoluzionaria.
I gruppi dirigenti seguirono il “programma minimo”, volta ad ottenere risultati concreti attraverso una strategia riformista.
I sindacati e partiti in tutta Europa attraversarono un periodo comune:
• La lotta contro le tendenze autoritarie al fine di ottenere una legislazione che tutelasse il lavoro. (prima: legislazioni antisocialiste).
Quest’obbiettivo comune permise la ripresa dell’internazionalismo che mirava alla creazione di organismi sovranazionali che dirigessero
l’attività ed il dibattito teorico dei singoli partiti nazionali.
LA SECONDA INTERNAZIONALE
Momento saliente di questo processo fu il congresso dei partiti marxisti (Parigi, 1889) in cui si convenne alla necessità di riprendere l’attività
internazionale attraverso congressi periodici: Seconda internazionale. Solo 11 anni dopo, a causa della chiusura dei partiti, venne istituito il
Bureau socialiste International, centro propulsivo della S.I. Il tema più discusso fu l’accettazione del parlamentarismo, a cui si oppose:
• Sindacalismo rivoluzionario: Esso puntava all’azione diretta del proletariato che, facendo riferimento al tradeunionismo inglese,
doveva essere svincolato dalle strategie dei partiti. Si sviluppò soprattutto dove i sindacati erano più deboli: Italia, Spagna, Francia.
Questa corrente, attraverso gli IWW, fu una delle componenti essenziali del movimenti operaio americano. Nel gruppo dirigente della Seconda
Internazionale nacquero di conseguenza vari contrasti che, in realtà, erano nati in seno alla socialdemocrazia tedesca, ma essa era talmente
importante che si imposero a livello europeo.
IL RIFORMISMO DI EDUARD BERNSTEIN
Alla base di questo scontro politiche vi fu il pensiero di Eduard Bernstein, che invitò ad una revisione del pensiero marxista:
• Marx: Inevitabilità del crollo e del superamento del capitalismo.
Bernstein: Il capitalismo era dotato di capacità di autoregolazione (date dal superamento della crisi).
• Marx: L’industrializzazione avrebbe portato ad una polarizzazione; imprenditori da un lato e dall’altro i proletari.
• Bernstein: L’industrializzazione portò alla crescita delle classi medie ed un relativo benessere per i laboratori.
Per Bernstein l’obbiettivo era quello di riformare lo stato in senso democratico, e non impadronirsi del potere con una rivoluzione. Sebbene
(Amsterdam, 1904) la S.I. rifiutò la teoria bernsteiniana, essa divenne la strategia reale seguita dai grandi partiti operai. Ciò portò ad una
progressiva subordinazione dei partiti socialisti alle strategie delle diverse borghesie nazionali. A dimostrazione di questo è il colonialismo:
Sebbene la S.I. dichiarò il suo carattere antimilitaristico, i diversi partiti socialisti (tranne il PSI) aderirono a questa campagna.