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Karl Marx

Sinistra e destra hegeliana


Alla morte di Hegel, nel 1831, i suoi discepoli si divisero in due gruppi: mentre la destra hegeliana
aveva un atteggiamento più contemplatore e fedele al pensiero hegeliano, la sinistra invece aveva
idee più innovative, quasi rivoluzionarie. La sinistra e la destra derivavano entrambe dal pensiero di
Hegel (visto che erano sempre suoi discepoli), ma la destra si soffermava su alcuni elementi mentre
la sinistra ne prendeva altre in maggior considerazione, sempre dette dal grande filosofo tedesco.
Gli argomenti sulla quale la destra e la sinistra hegeliana contrastano sono due: la politica e la
religione.
La destra si soffermò sul panlogismo hegeliano (tutto ciò che è reale è razionale). Questo vuol dire
che Hegel finiva per giustificare lo stato di fatto delle cose, cioè l’attualità presente. Poiché ciò che
è reale è espressione della razionalità dello spirito che si manifesta nel mondo, vuol dire che quello
stato di cose è pienamente legittimato ad esistere, perché è una manifestazione dello spirito. Questo
atteggiamento della destra conduce al giustificazionismo, cioè il modo con cui si giustifica la realtà
presente, e quindi politicamente si è conservatori. Come lo stato prussiano, luogo in cui viveva
Hegel, era la più alta manifestazione dello spirito, è chiaro che essa andasse mantenuta.
Ma la sinistra hegeliana si concentra su un altro aspetto sempre hegeliano, cioè la dialettica,
composta da tre momenti:

Tesi Antitesi Sintesi


Idea in sé Idea fuori di sé Idea in sé per sé
Logica Filosofia della natura Filosofia dello spirito

Sp. soggettivo Sp. oggettivo Sp. assoluto

Religione Arte Filosofia


Intuizione Rappresentazione Concetto
Questi tre momenti descrivono una evoluzione dello spirito, quindi un progresso. Allora dicono
quelli della sinistra, lo stato attuale, quale esso sia, è un momento che va dialetticamente superato,
perciò noi non dobbiamo accomodarci sulla situazione presente, ma dobbiamo andare oltre per
superarla dialetticamente.
Per quanto riguarda la religione, la destra, che come abbiamo già scritto in precedenza, tende ad
entrare in sintonia con lo stato e la politica presente, quindi con il potere, tende a vedere anche una
perfetta conciliazione tra il pensiero filosofico hegeliano e la religione, mentre la sinistra tenderà a
superare il discorso religioso, e infatti molti di questi pensatori hanno un pensiero ateo.
L’idea in sé (tesi) era studiata per la logica; l’idea al di fuori di sé (antitesi) si alienava e avevamo la
filosofia della natura; l’ultimo momento era quello della idea in sé per sé (sintesi), che era la
filosofia dello spirito. All’interno della filosofia dello spirito c’erano tre momenti: spirito
soggettivo, spirito oggettivo e spirito assoluto.
Lo spirito assoluto è il momento culminante in cui questa idea ha percorso questo processo e si è
resa conto di essere tutta la realtà. Ecco perché la chiamiamo spirito assoluto, quindi ha superato
tutti i suoi conflitti, coglie perfettamente sé stesso, ed è la ragione per cui la dialettica si arrestava,
dato che è a sintesi chiusa.
Ma lo spirito assoluto coglie di essere tutta la realtà in tre modi: con l’arte, la religione e la filosofia.
Quelli della destra hegeliana, che sono conservatori, dicono che la religione e la filosofia, cogliendo
entrambe l’assoluto in modo diverso sono in piena armonia e pienamente conciliabili.
La sinistra afferma invece che la religione viene superata dalla filosofia che, cogliendo l’assoluto
attraverso il concetto, è più perfetta della religione, e di conseguenza essa è meno perfetta rispetto
alla filosofia. Non per niente la filosofia rappresenta il culmine di questo percorso, cioè il famoso
punto di arrivo della sintesi chiusa di Hegel. Quindi per Hegel la miglior forma politica era lo stato
prussiano, mentre quella della sua idea era la filosofia, in particolare quella hegeliana, quindi il
momento in cui si tocca il vertice dei vertici, quindi lo spirito assoluto.
Tutta la filosofia hegeliana è incasellata in triadi dialettiche (tesi, antitesi e sintesi). Lo spirito
assoluto è il momento in cui culmina il percorso dello spirito e lo spirito si rende conto di essere
tutta la realtà, cioè tutto ciò che è manifestazione di sé stesso, e alla fine lo spirito la comprende.
Solo la filosofia comprende in maniera perfetta la totalità. Per questo la destra ha un atteggiamento
conservatore, perché la filosofia e la religione, secondo essi, pongono la stessa cosa. Mentre la
sinistra dice che la religione vada abbandonata in favore della filosofia, perché solo la filosofia
coglie la realtà autentica delle cose.

Ludwig Feuerbach
Tra i rappresentanti della sinistra hegeliana abbiamo Ludwig Feuerbach (appena ti azzardi a
pronunciarlo così com’è scritto in italiano, ti arrivano ma così tanti scuppuluni na testa che non sai
manco dove arrivi). Feuerbach è autore “L’essenza del Cristianesimo” ed esponente della sinistra
hegeliana, affermava che non è Dio che ha creato l’uomo, ma è l’uomo che ha creato Dio, con
l’alienazione. L’uomo per conoscere la sua essenza ha bisogno di proiettarla fuori di sé. E qui si può
vedere l’influenza hegeliana, perché anche lo spirito, l’idea, per conoscere sé stessa prima ha
bisogno di alienarsi in qualcosa di esterno, che è la natura, per poi potersene riappropriare nella
sintesi. Quindi per Hegel, l’uomo, per conoscere sé stesso, ha bisogno di oggettivare la sua essenza,
perciò, come l’idea si proiettava fuori di sé nella filosofia della natura, l’uomo si proietta fuori di sé
e crea un’entità che non riconosce come parte di sé, ma pensa che viva di vita propria. Questa
componente che viene gettata fuori è la parte migliore dell’uomo ed è quella che poi costituisce
Dio. Per questo l’uomo crea Dio, alienandosi in un’essenza oggettiva, proprio perché si vuole
conoscere meglio.
Secondo Feuerbach, più l’uomo esalta Dio, più abbassa l’uomo, perché io mi impoverisco di quella
parte che ho proiettato fuori di me, quindi io me ne spoglio e, di conseguenza, innalzo l’idea di Dio,
visto che quegli attributi di cui mi sono tolto li ha assunti Dio. Difatti questa situazione crea un
malessere nell’uomo, visto che lui stesso si è privato della sua parte migliore e non la riconosce più
come propria. Per Feuerbach bisogna sostituire al discorso su Dio, cioè la teologia, il discorso
sull’uomo, ossia l’antropologia. In parole povere vuole trasformare la teologia in antropologia.
Questo vuol dire che noi l’amore e la devozione che davamo a Dio, dobbiamo darla all’uomo, e per
questa ragione Feuerbach è sostenitore di un nuovo umanesimo ateo, il quale significa che non ha
più Dio naturalmente ma mette al centro l’uomo e la cura per l’uomo. Tutto la devozione che
doveva essere data a Dio invece va data all’uomo, ma nella sua realtà concreta. Hegel metteva
prima di tutto l’idea, l’astratto, il concetto. Feuerbach (e da qui si vede come la sinistra stravolge il
pensiero di Hegel) vuole mettere prima il concreto, ed infatti si dice che è come se rimettesse
l’uomo a camminare sui suoi piedi. Il pensiero di Hegel era come se avesse fatto camminare l’uomo
sulla sua testa, avendo messo per primo i concetti e le idee. Si propone infatti un ribaltamento di
prospettiva, e questa concezione di Feuerbach è racchiusa nell’aforisma:
“L’uomo è ciò che mangia” cit.
Poiché prima abbiamo la realtà concreta, l’uomo senza il mangiare (concreto) non avrà idee
(astratto), e a causa di ciò dobbiamo soddisfare prima i bisogni concreti dell’uomo.
È per questo che l’impianto dialettico rimane lo stesso in Feuerbach, mentre cambiano i contenuti
(tesi, antitesi, sintesi). Come abbiamo già visto, rimane anche il meccanismo di alienazione, e alla
fine questo processo che dovrebbe riportare dentro di sé ciò che è stato alienato.

Karl Marx
Karl Marx nasce a Treviri, in Renania, a quel tempo annessa alla Prussia, nel 1818. Nato in una
famiglia ebraica, la sua vita è stata caratterizzata da una serie di spostamenti a causa delle sue idee.
Il padre voleva che studiasse legge a Bonn, ma lo fece spostare nella più austera Berlino. Qui egli si
appassionò alla filosofia e intraprese proprio questo percorso, e si laureerà successivamente a Jena,
anche se aveva fatto tutti gli studi a Berlino. Poiché gli era stata preclusa la carriera universitaria,
decide di darsi al giornalismo (diventò caporedattore presso la Gazzetta renana), ma a causa dei suoi
pensieri non molto appropriati con quelli contemporanei al suo periodo (e talvolta anche pericolosi),
si trasferirà presso Parigi e scriverà presso gli “Annali franco – tedeschi”. Qui entrerà in conflitto
con l’altro fondatore della rivista, e uscirà solo un numero di questa rivista. Mentre soggiorna a
Parigi, diventerà amico di Friedrich Engels (se non sai come si legge Friedrich, ti arriveranno tanti
scuppuluni anche qua). Lascerà Parigi per andare a Bruxelles, e qui scriverà il manifesto del partito
comunista insieme al suo amico Engels. Alla fine arriverà a Londra. Gli moriranno quattro figli per
le condizioni misere in qui versava. In questo periodo raccoglie dei materiali, dai cosiddetti libri
blu, per documentarsi sulle condizioni umili degli operai, e da qui prenderà spunto l’opera più
importante di Marx, “Il capitale”, divisa in tre volumi, di cui due pubblicati postumi da Engels. Una
esperienza di Marx durante il periodo londinese è stata la Prima Internazionale, fondatasi a Londra
nel 1864. Muore nel 1883 a Londra.
Marx vs Hegel
L’impostazione di base della filosofia di Marx è hegeliana poiché avendo frequentato la sinistra
hegeliana, questo periodo ha influenzato anche la sua filosofia.
Per Marx anche la struttura della realtà si evolve, proprio come la dialettica di Hegel. Però ci sono
molte differenze: se per Hegel è una dialettica di concetti astratti, per Marx è una dialettica che si
applica alla realtà materiale e concreta, e si può notare una certa analogia con la dialettica di
Feuerbach. Hegel, secondo Marx, inverte i rapporti tra soggetto e predicato. Il soggetto per la storia,
secondo Hegel, è un’entità astratta che lui chiama spirito, idea, ragione e alla fine Assoluto, mentre
gli esseri umani, quindi le cose materiali, sono determinazioni, predicati di quel soggetto astratto.
Per Marx questa impostazione è sbagliata, perché il soggetto della storia sono le cose concrete e
quindi gli uomini, e il predicato sono poi le loro idee, come loro produzione.
Quindi Hegel, secondo il punto di vista di Marx, si sta sbagliando, ed è per questo che Marx
affermerà l’esatto opposto, cioè il fatto che il soggetto è la realtà concreta ed il predicato il concetto
astratto.
Un’altra critica di Marx nei confronti di Hegel è la concezione dello stato: Hegel nel percorso
dialettico (a sintesi chiusa), la sua filosofia dell’idealismo era il vertice filosofico, mentre dal punto
di vista della teoria dello stato il vertice era rappresentato dallo stato prussiano.
Marx critica questa impostazione perché Hegel ha preso questo stato completo (Prussia) e l’ha
elevato a modello di perfezione, quindi ha fatto una manifestazione perfetta dello spirito (come se io
dicessi che lo stato in cui viviamo fosse la perfezione). Hegel pensava quindi che la Prussia fosse
una manifestazione dello Spirito.
La critica di Marx sta nel fatto che questo atteggiamento di Hegel è giustificazionista. Se lo stato
prussiano è la manifestazione più perfetta dello Spirito, non si potrebbe neanche criticare, motivo
per la quale questo modo di leggere la storia porta ad un atteggiamento di accettazione passiva della
realtà presente. Tutto ciò che è reale (ricordiamo) è razionale, secondo Hegel. Perciò tutto ciò che
esiste ha una ragione, e quindi ha un motivo per esistere. La giustificazione della realtà affonda
quindi nel panlogismo. La filosofia, per Hegel, è come “la Nottola di Minerva”, cioè la filosofia
prende atto che le cose stanno così, poiché la realtà è già fatta, e quindi le cose stanno così non per
caso, ma per volere della ragione.
Dio, per esempio, lo possiamo solo giustificare, perché è un essere perfetto, e perciò non possiamo
criticarlo ma soltanto giustificarlo.
Ricapitolando, Marx accetta di Hegel la dialettica, ma scambiando il rapporto tra concreto e
astratto, dando la precedenza al concreto, e critica la concezione di stato, perché fa di una realtà
concreta una manifestazione dell’Assoluto e che si può solo giustificare.
La sinistra hegeliana, secondo Marx, ha sbagliato, perché questa critica “a parole” sulla filosofia di
Hegel non è secondo Marx sufficiente, perché noi se vogliamo cambiare il mondo, non basta più
criticarlo, ma bisogna agire per cambiarlo. Quindi la tradizionale divisione tra la filosofia come
pensiero e classi come agire va superata per far di nuovo combaciare le due cose: la filosofia deve
diventare prassi, per cambiare completamente il mondo, poiché non bastano le parole.
Marx vs economisti classici (Adam Smith, David Ricardo ecc.)
Marx apprezza degli economisti classici il fatto che abbiano individuato come fonte del valore delle
cose, delle merci in particolare, nella quantità di lavoro che è necessaria per produrre le merci
stesse. L’errore degli economisti classici è però quello di aver considerato le loro leggi come leggi
di natura, cioè qualcosa di immutabile, quindi sono considerate da loro stessi come immutabili. Per
esempio, la proprietà privata c’è e ci sarà sempre, secondo gli economisti classici. Marx critica
severamente questo atteggiamento, anche perché per Marx il cambiamento è possibile. Se le leggi di
natura sono immutabili, vuol dire che esse non cambiano, e io non mi porrò il problema di un loro
eventuale cambiamento, perché saprò già che non cambieranno. Ma gli economisti classici
pensavano che le loro leggi non fossero soggette a cambiamenti, e quindi Marx critica il fatto che
questi economisti abbiano voluto assolutizzare queste leggi, non vedendo che anche esse erano
soggette al cambiamento.
Marx vs socialisti utopisti
Marx non è stato il primo al mondo a porsi il problema della questione degli operai, perché quando
è nata l’industrializzazione nel corso del ‘700 con la rivoluzione industriale, che è stato un processo
di lungo periodo, con esso si sono delineati i problemi che man mano si accompagnavano, e tra
questi vi è la condizione di vita dei lavoratori. A causa delle giornate lavorative troppo lunghe, delle
condizioni del posto di lavoro che sono insaturi, dei ritmi del lavoro che sono massacranti, delle
malattie correlate al lavoro, in termini di usura o incidenti, ecc., alcuni intellettuali si pongono
questo problema e, prendendo le difese degli operai, venivano definiti in generale socialisti, poiché
si occupavano della questione sociale. Tra questi socialisti vi erano diversi gruppi, tra cui quelli
utopisti. Marx si definiva socialista scientifico, quindi anche lui si mette nella schiera dei socialisti,
ma a differenza di quelli utopisti, i quali secondo egli avevano avuto il merito di denunciare le
condizioni egli operai, ma non riescono a fare una lettura corretta del fenomeno individuando le
cause del malessere degli operai, visto che le soluzioni che avevano proposto i socialisti utopisti,
secondo Marx, non avrebbero risolto il problema. Tra queste soluzioni e idee socialiste utopistiche
vi erano anche i falansteri, cioè dei grandi edifici destinati a una comunità autonoma di 1600-2200
persone, secondo il sistema sociale pensato dal filosofo ed economista francese Fourier, e poi
“sperimentato” anche negli Stati Uniti da Robert Owen, senza aver avuto successo.
Quindi secondo Marx non esiste capitalismo senza lo sfruttamento dell’operaio, come vedremo in
seguito.
Marx vs religione (Feuerbach)
La critica muove diverse critiche contro la religione. Feuerbach affermava che non è Dio che crea
l’uomo, ma è l’uomo che crea Dio attraverso l’alienazione, sostenendo di trasformare la teologia in
antropologia. Marx dice che ciò è vero, ma prima dell’alienazione religiosa noi dobbiamo capire le
cause che hanno portato a quest’alienazione, e le cause le rintraccia nelle condizioni di vita
dell’uomo, che sono misere, delineate dall’oppressione, dalla sofferenza, e l’uomo tende a creare
Dio per rappresentare una realtà, talvolta anche posteriore alla morte, in cui proiettare le sue
speranze e le sue legittime aspirazioni a una vita migliore.
“La religione è l’oppio dei popoli.” Cit.
Quindi la religione intorpidisce la capacità dell’uomo di ribellarsi ad uno stato di cose negativo,
perché poi si rifugia in una realtà pura di salvezza e di pace.
Ma Marx dice che per risolvere quest’alienazione religiosa dobbiamo trovare le cause, che a sua
volta è un‘altra alienazione, cioè quella del lavoro, ovvero non dipende da aspetti tipicamente
teologici ma è puramente materiale legato al mondo del lavoro.

Marx e il lavoro
L’uomo si differenzia dagli altri animali per tante cose, ma secondo Marx egli, attraverso il suo
lavoro, modifica ed interviene sulla natura per prenderne ciò di cui ha bisogno per vivere, quindi
lavorare per trasformare la natura e colmare i suoi bisogni. Tuttavia con il corso del tempo si è
creata una situazione intrinseca, a causa dei tanti bisogni, e per questo l’uomo suddivide il lavoro,
proprio per soddisfare i propri bisogni (es. c’è il panettiere, il fruttivendolo, negozio di scarpe ecc.).
Ma proprio a causa di ciò abbiamo la nascita della proprietà privata, dove alcuni uomini avendo il
possesso delle materie prime e dei mezzi di produzione e altri che invece non ne hanno, e perciò
creano una disparità, e finisce che gli uomini non sono più messi a lavorare per soddisfare la propria
esistenza e i propri bisogni, ma invece lavora per altri uomini che sono quelli che hanno la materia
prima e i mezzi di produzione. L’uomo non produce più per sé stesso ma produce per l’altro uomo,
ed è per questo che il prodotto del mio lavoro non è più mio. A causa di ciò l’uomo viene
espropriato del proprio lavoro, quindi abbiamo quella alienazione del mondo del lavoro. Quindi io
proietto nel manufatto la mia essenza i progetti ecc., ma qualcun altro se ne impossessa.
Colui che se ne impossessa si chiama capitalista.
Paradossalmente più l’uomo lavora, più lui è impoverito.
Materialismo storico
Questa teoria di Marx che prenderà il nome di materialismo storico, e mette alla base del cuore della
realtà una struttura di tipo materiale legata all’economia e al lavoro, quindi concreta, ed è per questo
si crea una sovrastruttura. La sovrastruttura è proiezione e dipende dalla struttura, ed è formata dalle
idee, filosofia, istituzioni politiche. Quindi mentre la sovrastruttura riguarda cose più astratte, la
struttura della realtà riguarda cose di tipo materiale. Quindi per cambiare la realtà e la
sovrastruttura, ci devono essere dei cambiamenti nell’economia e nel lavoro di una nazione, quindi
alla struttura.

Per questo Marx afferma che non bisogna cambiare la filosofia usando sempre la filosofia, ma
bisogna partire alla base del sistema, quale è la struttura, ed intervenendo su di essa. Per questo egli
parla di un’alienazione del lavoro precedente al mondo del lavoro. Questa illusione è derivata dal
fatto che il lavoro, nella fase in cui lo si divide tra le persone, si suddivide in due tronconi: il lavoro
intellettuale e il lavoro materiale. E questa crea la convinzione che le idee (lavoro intellettuale)
siano autonome dal lavoro materiale, ma invece è l’esatto opposto: le idee sono frutto della
struttura.
Materialismo storico-dialettico
Per Hegel, come abbiamo già visto per la millesima volta, la dialettica è la legge di evoluzione della
realtà, ed essa si evolve attraverso tre momenti: tesi, antitesi e sintesi.
Quello che confliggeva per Hegel erano i concetti. Marx riprende la struttura dialettica, ma invece
di fare un conflitto di realtà spirituali e astratte, ne fa un conflitto di realtà materiali, quindi a
elementi della struttura.
La struttura consiste nei modi di produzione. Il modo di produzione è il sistema di produzione di
una certa società in un certo periodo storico.
Nel modo di produzione noi distinguiamo forze di produzione e rapporti di produzione. Le forze
produttive sono i metodi di lavoro, gli strumenti tecnologici di lavoro e gli uomini che lavorano e
utilizzano gli strumenti di produzione. I rapporti di produzione sono invece quei rapporti che si
vengono a creare in un vario sistema produttivo e in base ad esso. Il sistema attraverso il quale si
dividono i rapporti di proprietà e in ultimo le classi sociali. Ad un certo punto inizia a crearsi una
differenza, legata anche alla proprietà privata, su coloro che possiedono i mezzi di produzione e
coloro che sono impiegati alla produzione, ma non possiedono i mezzi. Da questa differenze si
creano delle differenze sociali, formando così una piramide sociale.
Le forze produttive hanno la caratteristica di essere dinamiche, quindi tendono ad evolversi, mentre
i rapporti di produzione, una volta che si vengono creare, tendono ad essere molto più statici. Da ciò
si deduce che le forze produttive si evolvono più velocemente dei rapporti di produzione. Arriva un
momento in cui le forze produttive trovano un ostacolo nei rapporti di produzione perché ad un
certo punto non rispecchiano più la situazione delle forze produttive. I rapporti di produzione, a
causa della loro staticità, non riescono più seguire l’evolversi delle forze produttive, e questo forma
uno o più ostacoli per le forze di produzione. La necessità dialettica porta al superamento di
quell’ostacolo per creare una situazione più corrispondente all’attualità. Il tutto si può tradurre in
lotta di classe.
La dialettica in Marx diventa perciò una vera lotta tra classi sociali. Dalla lotta tra questi gruppi
nasce l’evoluzione. Marx rilegge la storia in questi termini.
La borghesia, secondo Marx è stata una classe sommamente rivoluzionario e favorevole alle
innovazioni sta producendo nel suo seno la sua antitesi dialettica. La tesi, in questa triade dialettica,
è la borghesia.
Secondo Hegel, ricordiamo, il passaggio dalla tesi all’antitesi e successivamente alla sintesi era un
passaggio necessario, mentre Kierkegaard affermava l’esatto opposto.
Secondo Marx la triade dialettica è un passaggio necessario, proprio come Hegel. La borghesia
(tesi) produce attraverso il sistema di produzione industriale, e per poter produrre ha bisogno degli
operai. Più il borghese produce, proporzionalmente cresceranno gli operai, che Marx chiama
proletariato. Il proletario è colui che non possiede niente se non la prole.
La borghesia finisce per produrre la sua antitesi che è la classe operaia, perché la borghesia ha
bisogno degli operai per produrre., creando così il suo antagonista dialettico. In questo scontro
dialettico, dice Marx, che diventerà anche scontro reale, dovrebbe uscire vincitrice la classe
operaia., perché la necessità dialettica porta all’abbattimento del sistema precedente, il suo
superamento, formando così una società comunista, quindi classi sociali e senza proprietà privata.
Senza proprietà privata non ci potrà essere quella differenza tra le classi e quindi non ci sarà più
lotta dialettica, intuendo quindi che la dialettica di Marx, come quella di Hegel, è a sintesi chiusa,
poiché la società si fermerà al comunismo.
Il Capitale
Il Capitale è l’opera più importante in cui Marx studia il capitalismo, poiché era il sistema
economico dominante nel periodo in cui Marx scrive e vive. Il capitalismo è un sistema fondato
sullo scambio delle merci. Nelle merci noi distinguiamo un valore d’uso e un valore di scambio. Il
valore d’uso si fonda sul fatto che un prodotto viene venduto per un motivo e una funzione, cioè
un’utilità. Il valore di scambio è quello che mi permette di scambiare le merci tra loro. Per
scambiare le merci, esse devono avere gli stessi valori, quindi c’è il principio dello scambio
equivalente. Tuttavia per scambiare merci diverse tra loro ho bisogno del valore di scambio, che in
questo caso è la quantità di lavoro socialmente necessaria per produrre una certa merce.
Il valore di una certa merce è quantificata dalla quantità di lavoro. Quindi valore è uguale al lavoro.
Lavoro = valore
Però nella società capitalistica abbiamo i proletari che mettono in vendita la propria forza-lavoro.
La forza-lavoro non è la quantità di lavoro che impiego, non è il lavoro che effettivamente faccio,
ma è la capacità di lavorare.
I proletari, avendo come “merce speciale” la forza-lavoro, la scambiano con il capitalista in cambio
di un salario.
Il salario va calcolato sulla quantità di lavoro necessaria per produrre la merce, che in questo caso è
la forza-lavoro. Quindi io, capitalista, devo dare al proletario quel che gli serve per produrre la
merce.
L’operaio (o proletario) ha bisogno di essere in forze fisiche e mentali, per lavorare. Quindi il
salario, che il capitalista dà all’operaio, dovrà essere calcolato in base a quello che a me serve per
produrre forza-lavoro. Quindi il salario deve essere sufficiente per soddisfare i miei bisogni vitali.
In base a questo principio si configura come uno scambio equivalente, perché la forza-lavoro viene
scambiata equamente con un salario che è quello che mi consente di produrre la forza-lavoro.
Non essendo la forza-lavoro il lavoro effettivamente svolto, ma la capacità di lavorare e pensare al
lavoro, ha una caratteristica che la rende diversa da tutte le altre merci, cioè eccede il suo valore
reale di scambio.
Il capitalista, attenendosi al criterio dello scambio equivalente, in cambio del salario acquista quella
che è la mia forza-lavoro, quindi lui non ha comprato il lavoro effettivamente svolto, ma la mia
capacità di lavorare, e comprandolo equivalentemente ha il diritto di continuare a sfruttare la mia
forza-lavoro fino a quando questa non si esaurisce. Il capitalista mette a lavorare il proletario per un
tot. di ore e quindi gli dà un salario per tot. ore. L’operaio produce e ha ripagato quello che gli ha
dato il capitalista, ma a questo punto la forza-lavoro non è esaurita perché l’operaio è ancora in
grado di lavorare, e qui subentra il fatto che il capitalista, avendo comprato non il lavoro ma la
forza-lavoro del proletario, lo costringe a lavorare per altre tot. ore fino a quando l’operaio si stanca.
Questo pluslavoro produce di conseguenza al capitalista un plusvalore. Un lavoro che il capitalista
effettivamente non avrebbe pagato, ma che in realtà lo ha fatto perché il proletario ha messo in
vendita la propria forza-lavoro, fino a che questa non si esaurisce.
Come fa il capitalista, da un sistema economico regolato dalle equivalenze, ad arricchirsi
investendo una certa somma? Proprio grazie a questo pluslavoro, che gli produce il plusvalore.
Questo fa sì che questo guadagno sia connesso in maniera ineliminabile con lo sfruttamento
dell’operaio, perché se il capitalista togliesse questo pluslavoro, toglierebbe a sua volta anche quella
fonte di arricchimento che proviene dal plusvalore.
Per questo secondo Marx il capitalismo è un sistema inemendabile. Non si può correggere e
renderlo più umano come volevano i socialisti utopisti, ma bisogna eliminarlo per poter eliminare
pure lo sfruttamento dell’operaio. Oltretutto il profitto del capitalista da una parte è dato dal
rapporto tra il plusvalore, su cui il profitto è fondato, ma anche dalle voci di spesa che constano sul
capitale, che può essere fisso e variabile.
Profitto = Plusvalore (o pluslavoro) / Capitale fisso + Capitale variabile
Più alto è il valore del plusvalore, o più diminuisce il capitale fisso (macchinari, materie prime) e
variabile (salari), più aumenterà il profitto del capitalista.
Per ottenere un profitto, il capitalista aumenta all’estremo il plusvalore. Il plusvalore può aumentare
in due modi, chiamati plusvalore assoluto e relativo. Il plusvalore assoluto consiste nel fatto di
allungare il più possibile la giornata di lavoro, arrivando però fino ad un certo punto in cui l’operaio
non ce la fa più.
Invece il plusvalore relativo consiste nell’affiancare la macchina all’operaio in modo tale da
produrre di più in un minor lasso di tempo, incrementando la quantità di lavoro. Questo costringe il
capitalista ad acquistare dei nuovi macchinari. Alcuni capitalisti sapranno gestire queste spese,
mentre altri non lo sapranno fare.
Il manifesto del partito comunista
Alla fine avremo pochi capitalisti e una massa enorme di operai al punto ad arrivare alla
rivoluzione.
Nel manifesto del partito comunista, Marx afferma che il capitalismo, che è la tesi, produce la sua
antitesi, che sono gli operai, e da questo scontro si arriva alla rivoluzione che poi porterà alla società
comunista. Gli operai si ribellano e si impadroniscono dello stato, visto che secondo Marx se il
sistema economico è capitalistico anche lo stato sarà capitalista. Quindi se si vuole cambiare
l’aspetto istituzionale di uno stato, bisogna cambiare sempre la struttura e non la sovrastruttura,
quindi da dittatura borghese si passa alla dittatura di maggioranza operaia, ma questa è una fase di
transizione. Dopo si dovrebbe formare l’ultima fase che sarebbe la società comunista dove non c’è
nessuna distinzione tra uomini che possiedono e che non possiedono, che è la causa delle differenze
sociali, e non si dovrebbe formare neanche uno stato, visto che esso è rappresentazione e proiezione
del sistema capitalista. Tutti producono secondo i propri bisogni.
Però questa società comunista non si è realizzata da nessuna parte. Neanche in Russia, direbbe
Marx, perché in realtà si è fermata alla dittatura del proletariato, dove i proletari si sono
impossessati dello stato, ma alla fine la fase in cui lo stato non esiste più non si è formato. Marx, di
tutti i paesi del mondo avrebbe pensato che la Russia sarebbe stata l’ultimo ad avere una
rivoluzione, perché in Russia non c’erano capitalisti, ma contadini.
KARL MARX (1818-1883)

Hegeliani di sinistra: alienazione religiosa (“oppio dei popoli)


filosofia sì, religione no politica (cittadino)
sociale (lavoro) rispetto a
(1) prodotto (2) attività (3) essenza (4) altri il capitalista
altri operai

L’alienazione rispetto agli altri operai si supera


con la formazione della coscienza di classe operaia
che è un esempio di MATERIALISMO STORICO-DIALETTICO

la storia è mossa da fattori materiali (l’economia) struttura = modo di produzione


e non dalle idee sovrastruttura = ideologia
e il motore delle idee sono i rapporti dialettici tra le classi sociali

mezzi di produzione (uomini, macchine, tecniche) ceto dominato


MODO DI PROLETARI
PRODUZIONE
rapporti di produzione (proprietà e salari) ceto dominante
BORGHESIA

CAPITALISMO
denaro – merce – DENARO (DENARO > denaro)

MERCANTILISMO
merce – (denaro) – merce (merce = merce) Valore d’uso della merce
Valore di scambio
(quantità di lavoro socialmente
utile a produrre una merce)
Per modificare la sovrastruttura
occorre cambiare la struttura il capitalismo entrerà in crisi

per motivi sociali per motivi economici

si basa sullo sfruttamento di molti Sp = Pv


da parte di pochi ----------------
Cf + Cv
che porterà alla nascita della coscienza di classe
e alla conseguente rivoluzione
(“la borghesia produce i suoi seppellitori”)
Sp = saggio di profitto
quindi alla dittatura del proletariato Pv = plusvalore (deriva dal pluslavoro)
Cf = capitale fisso (macchine)
e infine al comunismo perfetto Cv = capitale variabile (salari)

“ciascuno (lavori) secondo le sue possibilità, Le rivendicazioni sociali portano a


a ciascuno (il salario) secondo le sue necessità” incrementare i salari e ridurre le ore di
lavoro, riducendo così il Pv e causando
eliminato lo stato (mezzo ≠ fine - Hegel) l’aumento di Cf e Cv, causando la crisi
e le classi sociali, viene meno il motore dialettico del sistema capitalistico
della storia e il comunismo risulta stabilizzato (Il capitale, 1867)
(Manifesto del partito comunista, 1848)