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LA TRAGEDIA GRECA

Tragedia e classicismo

La tragedia è considerata la manifestazione più riuscita della genialità dei


Greci ed è, insieme all’epica, il genere letterario fondamentale su cui si è
formata l’idea classicistica della perfezione raggiunta dal popolo ellenico

Un genere politico

La tragedia ha un profondo legame con la polis: è il genere che ha impegnato


direttamente il pubblico dei cittadini in una fase storica caratterizzata dalla
sicurezza della polis ateniese della propria superiorità civile e politica.
Quando, con la sconfitta nella guerra del Peloponneso, questo sogno di
grandezza si infranse, il genere decadde.

Attualizzazione del mito: tra etica e politica

La tragedia nella forma che ci è nota era la rappresentazione di una vicenda


mitica o, più raramente, di un episodio storico. I tragediografi attualizzavano
gli episodi mitici nella prospettiva sociale e politica a loro contemporanea.
L’intento principale del tragediografo era indagare la condizione dell’uomo e il
suo rapporto con gli dèi, le ragioni etiche del suo agire, le responsabilità e le
colpe in vista della definizione di modelli di comportamento su cui regolare la
condotta individuale.

Pubblico e finzione didattica

La creatività del tragediografo si esplicava nell’interpretazione etica degli


episodi, non nella loro trama, in quanto erano tutte vicende mitiche ben note
al pubblico, allo scopo di fornire un orientamento educativo agli spettatori.
L’influenza del pubblico si esercitava non solo al momento della
rappresentazione, ma anche nelle fasi di preparazione e di elaborazione delle
tragedie.

Gli agoni drammatici

Tra le prove principali del carattere politico della tragedia vi è l’intervento


diretto dello Stato nell’organizzazione degli agoni drammatici, competizioni
teatrali che avevano luogo durante le Grandi Dionisie, tra marzo e aprile, in
onore di Dioniso Eleutereo, istituite intorno al 535 a.C. Le Piccole Dionisie,
riservate ai soli cittadini ateniesi, si svolgevano tra dicembre e gennaio e
prevedavano per lo più rappresentazioni di repliche.

Lo svolgimento della gara

Nelle Grandi Dionisie tre tragediografi scelti dal conte eponimo presentavano
una tetralogia composta da tre tragedie e un dramma satiresco. La vittoria
finale era assegnata da cinque giudici. L’assenso o il dissenso del pubblico
durante la rappresentazione doveva condizionare il voto dei giudici.
Lo spettacolo e gli usi del testo tragico

Per le spese di allestimento il conte eponimo assegnava a ciascun


tragediografo un corègo scelto tra gli uomini più ricchi della città. La regia, la
coreografia e la composizione della musica erano compito del tragediografo
stesso, che era originariamente anche attore protagonista. Le tragedie erano
inizialmente destinate a una sola rappresentazione, ma già i drammi di
Eschilo vennero replicati dopo la sua morte, fatto che ebbe conseguenze di
rilievo sulla trasmissione del testo.

Gli attori e la recitazione

Ciascuna rappresentazione prevedeva la presenza di attori e di un coro.


All’inizio vi era un solo attore, il tragediografo. Con Eschilo si introdusse il
secondo attore e con Eschilo il terzo. Ogni attore era chiamato a svolgere più
ruoli, anche quelli femminili, in quanto le donne non potevano agire sulla
scena. La recitazione era quindi di tipo declamatorio. L’abbigliamento
dell’attore era caratterizzato dalla maschera e da costumi appariscenti, che
facilitavano il cambio di ruoli e il riconoscimento dei personaggi anche dagli
spettatori seduti più lontano. Il testo doveva essere del tutto autosufficiente,
per cui erano utilizzate didascalie interne che alludevano a movimenti ed
espressioni degli attori.

Il coro

Il coro era costituito da 12 coreuti in Eschilo, aumentati a 15 da Sofocle. Alla


guida del coro vi era un corifèo, portavoce nei dialoghi con gli attori. Il coro
poteva svolgere varie funzioni: protagonista del dramma (Supplici di Eschilo),
personaggio attivamente partecipe dell’azione (Aiace e Filottète di Sofocle),
ma il più delle volte era spettatore e commentatore dei fatti. Il suo aspetto più
caratterizzante era costituito dai canti con danze eseguiti nelle pause
dell’azione, gli stasimi.

Gli spazi scenici

L’edificio teatrale era diviso in tre parti: l’orchestra, spazio riservato al coro, la
scena, riservata agli attori, e la cavea, dove sedevano gli spettatori. Il coro
entrava quasi sempre danzando da due passerelle laterali. Nell’orchestra si
trovava anche l’altare di DIoniso. Occasionalmente erano impiegati alcuni
macchinari di scena come l’ekkiùklema, una piattaforma ruotante, la mekanè,
una macchina scenica per far apparire i personaggi dall’alto, e macchine per
produrre fulmini e tuoni.

La struttura

A noi rimane solo il testo delle tragedie, la cui caratteristica principale è


l’alternanza di brani recitati e canti corali. Musiche e coreografie sono
completamente perdute.
La testimonianza di Aristotele

Nella Poetica, Aristotele indicò le parti principali della tragedia: il prologo, gli
episodi e l’esodo, recitate dagli attori, e la parodo, gli stasimi e i kommòi,
proprie del coro. Ogni tragedia presenta però un’elaborazione strutturale
propria.

Il prologo

Il prologo è la prima parte della tragedia, che precede l’ingresso del coro.
Assente nelle tragedie più antiche (Persiani di Eschilo), si trasformò in primo
episodio per divenire, con Euripide, una semplice esposizione dell’antefatto.

Gli episodi e l’esodo

Gli episodi, solitamente cinque e articolati in varie scene, erano delimitati da


due stasimi del coro. In essi, la vicenda è recitata dagli attori con monologhi o
dialoghi. L’esodo potrebbe indicare originariamente il canto finale del coro, ma
è poi passato a designare l’ultimo episodio, dopo il canto finale del coro.

La parodo, gli stasimi e i kommòi.

La parodo è il primo intervento tutto del coro. Gli stasimi sono canti del coro
senza versi in recitativo. Solitamente quattro, separano gli episodi. I kommòi
sono definiti da Aristotele come lamento comune del coro e degli attori

Lingua e stile

La lingua delle parti dialogate è l’attico, con molte concessioni all’epos e alla
lirica, e quindi distante dall’espressione quotidiana. I cori sono caratterizzati
dall’uso dell’alfa dorico. Trattando di grandi problemi etici, il loro stile doveva
essere piano, finalizzato alla comprensione del pubblico.

Musica, danza, metrica

La musica, inizialmente subordianta alla parola, divenne più autonoma con


Euripide. Durante i canti il coro eseguiva schemi di danza in parte rintracciabili
tramite le testimonianze date dall’arte figurativa. Il metro dei brani recitati è il
trimetro giambico in sostituzione del più antico tetrametro trocaico. I metri dei
canti del coro erano vari. Nelle tragedie più antiche vi era maggiore
compattezza, mentre in quelle più recenti erano caratterizzate da polimetria e
repentini cambi di ritmo.

L’origine della tragedia

L’origine della tragedia, su cui vi sono notizie scarse e frammentarie, è una


delle questioni più dibattute dagli studiosi classici.

La testimonianza di Aristotele
Nella Poetica, Aristotele afferma che da un punto di vista etimologico le forme
teatrali, i drammi, nascono dal verbo drao, fare, agire, di origine dorica.Per la
genesi del genere tragico, Aristotele individua come punto di partenza il
ditirambo, un componimento in onore di DIoniso, che si sarebbe ampliato e
perfezionato gradualmente fino a giungere alla sua forma compiuta, la
tragedia. Tuttavia afferma anche che la tragedia avrebbe assunto il suo
carattere serio dopo aver perso i tratti peculiari del satiresco, da intendere
probabilmente non come dramma stairesco ma come un tipo di ditirambo, il
ditirambo satiresco.

Gli alessandrini

Per gli alessandrini invece la tragedia sarebbe nata nell’Attica. La parola


tragodìa deriverebbe infatti da odè tràgos, canto per il capro, inteso come
premio di una gara svoltasi nel corso dei riti in onore di Dioniso. Questa teoria
è attestata anche nella Poetica di Orazio.

Arìone e il ditirambo

Nelle fonti antiche, il poeta Arìone, nato nell’isola di Lesbo, sarebbe stato il
primo ad aver composto e fatto rappresentare a Corinto un ditirambo

Riti arcaici

Altri studiosi, che hanno rifiutato la versione aristotelica, hanno ricercato


l’origine della tragedia in sequenze rituali di evocazioni celebrati sulle tombe
degli eroi.

Il dionisiaco e l’apollineo

Nella Nascita della Tragedia, Nietzche affronta nel 1872 la questione dell’arte
tragica. Per lui l’arte nasce da due istinti naturali, che i Greci hanno incarnato
nelle figure di Apollo e DIoniso. L’apollineo è il dominio consapevole che
l’uomo esercita sulla materia grazie alla conoscenza individuale e all’ordine. Il
dionisiaco consiste invece nelll’annullamento dell’individualità nella sofferenza
che nasce nell’uomo quando vacilla la sua confidenza con il mondo delle
certezze. La condizione dionisiaca compensa questo dolore con l’ebbrezza
che si genera nell’uomo quando gli si rivela illusorio il fondamento del suo
conoscere. La tragedia è per Nietzche il punto di incontro tra questi due istinti
opposti tra loro, il dionisiaco e l’apollineo.

Poeti apollinei e poeti dionisiaci

Nietzche individua in Omero il prototipo del poeta apollineo, in Archiloco


quello del poeta di Dioniso

La matrice dionisiaca e la tragedia

Nietzche attribuisce massima importanza alla componente religiosa e alla


matrice dionisiaca della tragedia. Il coro è la parte più dionisiaca, in cui l’uomo
trova rispecchiata la sua autenticità, mentre le parti dialogate sono influenzate
dall’apollineo, quella serenità e quella bellezza assurte a qualità peculiari dei
Greci nella cultura moderna.

La decadenza della tragedia

Nietzche reputa che il colpevole del processo degenerativo dell tragedia sia
Euripide che, con la sua adesione alla dialettica sofistica e al razionalismo
socratico, ne aveva corrotto lo spirito dionisiaco. Il mito, sottoposto all’analisi
intellettualistica, fu snaturato e la tragedia non ebbe più ragion d’essere.

ESCHILO

Un teatro lontano da noi

Il mondo delle tragedie di Eschilo è compenetrato dalla cultura arcaica, con


divinità mostruose, apparizioni dall’oltretomba e rituali religiosi. Le vicende
sono caratterizzate dal confronto con i problemi legati all’etica arcaica, quali la
definizione dell’autonomia e della libertà di scelta, e le leggi del genos. Nei
drammi di Eschilo le prospettive ideologiche rivestono un ruolo centrale e la
profondità delle motivazioni concettuali si rivestono in grandi scene corali,
atmosfere funebri e paurose e scene di intenso pathos. Per questa sua
natura, Eschilo appare oggi difficile da capire.

La vita

Eschilo nacque a Eleusi, nell’Attica, da una nobile famiglia di proprietari


terrieri. Le esperienze fondamentali della vita di Eschilo furono militari.

Le opere

Della vasta produzione eschilea che doveva comprendere tra le 70 e le 90


opere, ci sono rimaste solo sette tragedie: Persiani, Sette contro Tebe,
Supplici, Promèteo incatenato e le tre tragedie dell’Orestea, Agamennone,
Coefore ed Eumenidi.

I temi etici

Indagatore delle motivzioni morali e religiose del mito alla luce dell’etica
contemporanea
Rapporto tra il determinismo teologico e la decisione individuale dell’uomo
che può scegliere consapevolmente di affrontare gli eventi riservati dal
destino
Colpa-pena-espiazione-conoscenza
Indagine sulla relazione tra colpa, pena, espiazione e conoscenza
Colpa dell’uomo-punizione divina-pathei mathos, la sofferenza produce
conoscenza
Zeus come equo dispensatore di giustizia
Scaturire forti reazioni nel pubblico
Introduzione del secondo attore
Personaggi statici
Tetralogie legate - tre tragedie e un dramma satiresco

I PERSIANI

Trama

La scena si svolge nel palazzo reale persiano. Il sovrano Serse, partito per la
spedizione contro la Grecia a Salamina, ha lasciato i dignitari di corte a difesa
della capitale Susa. La regina Atossa, madre di Serse, è agitata da lugubri
visioni notturne. In quest’atmosfera di ansia giunge la notizia della disfatta.
Tra i pochi superstiti c’è Serse. Atossa evoca lo spirito del defunto marito
Dario, che attribuisce la colpa della sconfitta alla iubris di Serse e preannuncia
nuove sventure. Mentre il coro rimpiange la gloria dell’impero, giunge Serse
disperato in un frenetico canto funebre.

Tematica storica e innnovazione

I Persiani sono l’unica tragedia di argomento storico conservata integralmente


e il dramma più antico pervenuto integro. Fu messa in scena nel 472 a.C.
Eschilo adotta l’ottica degli sconfitti, narrando lo scontro dal punto di vista
persiano, cogliendo l’occasione per una riflessione sugli ideali greci, su
un’indagine etica delle scelte dei personaggi e sull’ineluttabilità del destino. Il
ritmo drammatico è carico di una febbrile ansia d’attesa in quanto i
personaggi non conoscono ciò che sta accadendo fuori dalla reggia e
apprendono i dettagli della battaglia sulla scena.

L’ideale di libertà dei Greci

Eschilo evidenzia la distanza tra Greci e Persiani, gli uni depositari di un


ideale di libertà, gli altri abituati a servire. Facendo risalire il merito della
vittoria all’abilità di Temistocle, Eschilo prende inoltre una precisa posizione
politica democratica.

Le cause delle sventure umane

Nei Persiani si intrecciano due spiegazioni delle cause delle sventure umane:
quella più arcaica dell’invidia degli dèi, la ftònos theòn, in cui Atossa e Serse
attribuiscono la loro rovina a un demone maligno, e la spiegazione offerta da
Dario che, in quanto essere sovrannaturale, corregge la falsa interpretazione
data dagli umani.

Struttura

La tragedia si articola in tre grandi quadri: l’attesa dell’armata persiana,


l’apparizione di Dario e il compianto finale.

SETTE CONTRO TEBE

Trama
Su Eteocle, re di Tebe, e sul fratello Polinice, incombe la maledizione del
padre Edipo, il quale ha predetto loro che si uccideranno in duello. Polinice si
è alleato con Argo e sta per marciare contro Tebe. Eteocle incita i cittadini
tebani alla resistenza, ponendosi lui stesso davanti a una delle sette porte
della città. Proprio lì è piazzato Polinice. I due fratelli si uccidono
reciprocamente come preannunicato, ma Tebe è salva.

Colpa e ghenos

I Sette contro Tebe furono rappresentati nell’agone tragico del 476 a.C. come
terza tragedia dopo Laio ed Edipo. Uno dei motivi centrali è quello legato alla
definizione della colpa umana. Sfruttando la trilogia legata, Eschilo poté
rappresentare nelle due tragedie precedenti l’origine della colpa (Laio aveva
infatti trasgredito le indicazioni dell’oracolo di Apollo secondo cui, per salvare
Tebe, non avrebbe dovuto generare figli) e la sua trasmissione alla
generazione successiva, fino all’espiazione finale dei Sette contro Tebe. COn
questa tragedia Eschilo vuole mostrare come all’interno del ghenos le colpe
dei progenitori si trasmettano alle genrazioni successive finché non vengano
espiate. Nonostante tutto però la città sfugge alla concatenazione delle colpe
familiari e si salva.

Eteocle diviso tra ghenos e polis

La figura di Eteocle rappresenta proprio il dualismo tra comunità e ghenos.


Nella prima parte del dramma è un personaggio eroico e subordinato alle
esigenze della polis, nella seconda parte appare invece in balia del demone
del ghenos e della follia omicida. Eschilo concentra in lui la tensione irrisolta
tra passato mitico e attualità politica.

SUPPLICI

Trama

Danao ed Egitto, figli di Zeus e di Io, hanno avuto rispettivamente 50 figli e 50


figlie. Gli Egizi volgiono sposare le cugine, le quali però rifiutano il matrimonio
a causa di un odio generalizzato verso gli uomini, correlato alla loro casta
devozione per Artemide, di un odio per i cugini che vorrebbero infrangere il
tabù dell’endogamia e l’odio per la violenza degli Egizi e della loro iubris e
fuggono ad Argo. Il re di Argo, Pelasgo, è però dubbioso: accogliendole
porterà la guerra contro gli Egizi, ma rifiutandole scatenerà l’ira di Zeus.
Incallzato dalle Danaidi e dall’assemblea, concede loro asilo. Nel finale, il coro
di Danaidi si divide in due semicori, uno che propende per la castità
propugnata da Artemide, anche in quanto secondo una profezia, un figlio
degli Egizi avrebbe ucciso il padre, l’altro per la rivalutazione della proposta di
matrimonio, non accettando la quale si compierebbe un atto di iubris in
quanto si metterebbe a rischio l’ordine sociale.

Struttura e temi
Le Supplici sono il primo dramma di una tetralogia comprendente gli Egizi, le
Danaidi e il dramma satiresco Amimòne, rappresentata tra il 466 e il 458, più
probabilmente nel 463. Il vero protagonista della tragedia è il coro ed è
probabile che la focalizzazione tematica delle Supplici fosse chiarita dalle
altre tragedie della tetralogia. Alcuni ne hanno proposto un’interpretazione
politica, valorizzando il ruolo dell’assemblea, allusione alla democrazia
ateniese e alle sue competenze in politica estera. L’altra tematica è la
celebrazione della giustizia di Zeus, la minaccia della cui ira contribuisce ad
accresecere la tensione drammatica.

ORESTEA

Datazione

La tetralogia Orestea, composte dalle tragedie Agamennone, Coefore e


Eumenidi e dal dramma satiresco Protèo, fu messa in scena nel 458 a.C.

Dal ghenos alla polis

Motivo dominante è la storia del ghenos degli Atridi, caratterizzata da delitti


consanguinei: Agamennone uccide la figlia Ifigenia, Clitemestra uccide
Agamennone per vendetta e Oreste uccide Clitemestra per vendicare il padre.
Oreste riuscirà a sottrarsi alla catena di vendette solo grazie all’Areopago,
l’antico tribunale ateniese, le cui decisioni si impongono sulle vicende del
ghenos. La faida familiare si risolve così all’interno delle istituzioni cittadine
ateniesi, che rappresentano il superamento della logica del ghenos.

AGAMENNONE

Trama

Durante l’assenza di Agamennone, Clitemestra si era unita a Egisto e


progetta l’assassinio del marito di ritorno dalla guerra di Troia come vendetta
per l’uccisione della figlia Ifigenia, sacrificata per propiziare la partenza delle
navi greche. Agamennone affida a Clitemestra Cassandra, il suo bottino di
guerra, la quale predice gli assassinii che si susseguiranno. Clitemestra
uccide Agamennone e rivendica la giustizia delle sue azioni, intanto Egisto si
proclama re di Argo.

Il principio del pàthei màthos

Nell’Agamennone la saga degli Atridi diviene l’oggetto di un dibattito etico-


religioso, in cui viene enunciato il rpincipio del pàthei màthos. Stando alle
parole del coro, la sofferenza proviene da Zeus che, attraverso di essa, vuole
avviare i mortali verso la saggezza. Resta come conflitto irrisolto, tuttavia, la
questione della colpa dell’uomo, in quanto nessuno dei protagonisti della
tetralogia ha commesso una colpa individuale piena.

COEFORE
Trama

Oreste arriva ad Argo deciso a vendicare il padre, Agamennone, insieme


all’amico Pilade, figlio dell’ospite presso cui è stato in esilio. Dopo essersi
recato presso la tomba del padre, Oreste riconosce la sorella Elettra ed
entrambi decidono la vendetta. Oreste e Pilade entrano nella reggia travestiti
da mendicanti e uccidono Egisto e Clitemestra. Oreste, preso dalla paura,
decide di andare supplice al santuario di Apollo a Delfi, ma in una visione gli
appaiono le Erinni vendicatrici e fugge via in preda al terrore.

Il rapporto con l’Agamennone

Nelle Coefore è rappresentato un gioco di opposizioni e richiami


all’Agamennone. Nell’Agamennone la vittima è ricevuta dall’assassino,
mentre nelle Coefore è l’assassino che penetra la casa della vittima. Mentre
nell’Agamennone l’uomo è ucciso dalla donna, nelle Coefore i ruoli sono
scambiati.

EUMENIDI

Trama

Oreste giunge a Delfi circondato dalle Erinni e Apollo lo invita a recarsi ad


Atene per liberarsene. Ma dall’oltretomba Clitemestra desta le Erinni che
inveiscono contro il dio Apollo, il quale difende Oreste e rimanda la questione
ad Atena. Scortato da Hermes, Oreste giunge ad Atene, dove le Erinni
cercano di soggiogarlo, ma Atena lo accoglie e istituisce l’Areopago affinché
si svolga un processo. La parità di voti assolve Oreste, che giura la fedeltà
degli Argivi agli Ateniesi. Le Erinni minacciano vendetta, ma Atena le invita
alla reciproca benevolenza ed esse si trasformano in Eumenidi, cioè divinità
benevole.

Politica ed etica

Le Eumenidi sono la più politica delle tragedie eschilee. L’Aeropago riproduce


infatti il tribunale ateniese per i reati capitali. In tutta l’Orestea, del resto, sono
presenti riferimenti politici, come l’alleanza con Argo, che veniva così
giustificata dal mito.

PROMETEO INCATENATO

Trama

Nella remota Scizia Prometeo, colpevole di aver rubato il fuoco, è stato


incatenato da Zeus a una rupe. Prometeo profetizza al coro la rovina di Zeus
e, invitato alla moderazione a causa della sua iubris, continua a sfidare il dio.
Giunge Io, vittima di Zeus che, invaghitosi di lei, l’ha esposta all’ira della
moglie Era, che l’ha trasformata in una giovenca assillata da un tafano. A lei
Prometeo predice che, dopo aver sofferto nuovi dolori, Zeus sarà spodestato
da un suo figlio. Prometeo sa quali saranno le nozze rovinose, ma tace. Zeus,
quindi, abbatte il suo castigo su Prometeo.

L’autenticità della tragedia

Il Prometeo incatenato fa parte di una trilogia che comprende anche il


Prometeo liberato e il Prometeo portatore del fuoco. La filologia moderna ha
messo in dubbio la sua appartenenza ad Eschilo per ragioni stilistiche,
lessicali e metriche, oltre che per la rappresentazione di Zeus vendicatore
anziché Zeus garante di giustizia. D’altro canto, la tragedia potrebbe mostrare
come su tutto e contro tutti domini Zeus. Il dramma mira quindi alla
costruzione di un modello comportamentale regolato dalla moderazione e
dall’accettazione delle leggi di Zeus.

SOFOCLE

Una nuova concezione del teatro

Quello di Sofocle fu un teatro di grandi personaggi, più vicino alla nostra


concezione di teatro. In una polis lontana dalle origini, l’urgenza di
formulazioni ideologiche era diminuita e Sofocle poté concentrarsi più sulla
centralità dell’uomo, su una figura singola nella presa di coscienza della
propria singolarità. Sofocle propone quindi personaggi di grandezza eroica
posti in un mondo che non è più a loro misura, da cui nascono profonde
ambiguità. Tra queste un chiaro esempio è il giudizio sugli dèi, che Sofocle
non considera né giusti, né polemizza con loro, ma li guarda con dubbio e
disagio, benché sempre con rispetto.

Vita

Sofocle nacque da una famiglia benestante a Colono tra il 497 e il 496 a.C. .

Le tragedie

Degli oltre cento drammi che le fonti attribuiscono a Sofocle, ci sono giunte
integre solo sette tragedie: Aiace, Antigone, Trachinie, Edipo re, Elettra,
Filottète e Edipo a Colono. Sappiamo inoltre che Sofocle compose anche
elegie e peani.

Abbandono della trilogia legata per la composizione di drammi autonomi


Struttura a dittico per la prematura morte del protagonista
Rhesis, resoconto di un messaggero
Coreutici da dodici a quindici, coro come vero e proprio attore, con funzione
consolatrice, esortatrice o complice.
Introduce il terzo attore
Negazione del pathei mathos
La volontà divina ha massimo potere sugli uomini

AIACE

Trama
La tragedia porta in scena la follia e il suicidio di Aiace, a cui gli Atridi non
avevano assegnato le armi di Achille, preferendo a lui Odisseo. Aiace, reso
folle da Atena, fa strage di bestiame credendo di uccidere invece soldati greci.
Quando torna in sé, temendo lo scherno dei nemici, si uccide in solitudine,
gettandosi sulla spada. Il suo cadavere è scoperto dalla sua concubina
Tecmessa e dai marinai del coro, che lamentano la crudeltà degli dèi. Gli
Atridi si oppongono alla sepoltura di Aiace fin quando arriva Odisseo che, con
la sua riflessione sulla caducità umana, ottiene la concessione della
sepoltura.

La struttura a dittico

Poiché l’eroe principale muore prima della fine della tragedia, l’Aiace è stata
definita negativamente una tragendia a dittico. L’opera presenta comunque
una compattezza drammatica: in un mondo di valori eroici, infatti, dove solo
una degna sepoltura può assicurare il riconoscimento dello stato di eroe,
Aiace resta protagonista anche nella seconda metà della tragedia come
cadavere.

La revisione del codice eroico

Il tema della tragedia, tuttavia, non è la celebrazione dei valori epico-eroici:


attraverso la descrizione dello sviamento di Aiace e dell’immagine degli dèi
come forza preponderante, Sofocle vuole orientare gli spettatori verso una
diversa interpretazione del mito, in cui gli dèi non sono più garanti di giustizia
ma vanificano i progetti dell’uomo, relegandolo in una posizione di precarietà
e incertezza. Il personaggio di Odisseo, rinnovato rispetto a quello della
tradizione epica, rappresenta un elemento di pietas riflettendo
malinconicamente sul destino degli uomini.

ANTIGONE

Trama

La tragedia mette in scena le vicende successive ai Sette contro Tebe di


Eschilo. Creonte, re di Tebe, vieta la sepoltura di Polinice in quanto traditore,
ma la sorella Antigone riesce a seppellirlo di nascosto. Scoperta, reclama di
aver seguito non le leggi umane, ma quelle divine. Creonte la condanna a
morte, ma anche su di lui incombe la rovina. Tenta di recedere dai suoi
provvedimenti ma è troppo tardi, perché Antigone ed Emone, suo figlio,
innamorato di Antigone, si sono suicidati, e così anche la moglie Euridice.

Il vero tema della tragedia: l’infelicità

Nell’Antigone Sofocle propone una diversa visione etica del mondo in cui
protagonista e antagonista condividono un destino di sofferenza, né gli dèi
garantiscono sicurezze consolatorie. L’incrollabile fede di Antigone e di
Creonte verso i prori principi etici diventa un paradosso: nessuno dei due
personaggi trae saggezza dall’esperienza del dolore e solo così lasciati
all’autocommiserazione. Dall’esito delle loro vite scaturisce l’immagine di
un’umanità sofferente, il cui destino è quello di compiangere se stessa e la
sua misera condizione.

TRACHINIE

Trama

Nella città di Trachis, in Tessaglia, Deianira non ha notizie di Eracle, suo


sposo da quindici mesi. Un oracolo aveva preannunicato che allo scadere dei
quindici mesi si sarebbe rivelato il destino dell’eroe: morire o vivere in pace e
felicità. Eracle fa ritorno ma porta con sé Iole, una prigioniera di cui si è
innamorato. Ingelosita, Deianira decide di utilizzare su di lui un sortileggio e
bagna un chitone nel sangue del centauro Nesso, che Eracle aveva ucciso, il
quale le aveva assicurato che il filtro ricavato dal proprio sangue le avrebbe
assicurato l’amore del marito. Tuttavia il filtro è in realtà una trappola per
uccidere Eracle, che entra in agonia. Deianira, scoperta la verità, si suicida e
Eracle, ricordandosi che Nesso gli aveva profetizzato che solamente un morto
l’avrebbe ucciso, decide di morire e dispone che il figlio lo bruci sul monte Eta
e sposi Iole.

La struttura a dittico

La struttura bipartita è presente in quanto Deianira è la prostagonista della


prima parte del dramma, Eracle della seconda. Il finale, voluto dall’eroe per
ripristinare un ordine sconvolto, è una valutazione pessimistica del destino
dell’uomo. Gli oracoli, elemnto chiave, si realizzano con l’esito più distruttivo
proprio quando sembrava prossima una soluzione positiva, facendo di Eracle
la vittima ignara di una volontà divina che resta enigmatica fino al suo
compimento.

EDIPO RE

Trama

Sulla città di Tebe incombe una pestilenza. Edipo, divenuto re dopo aver
risolto l’enigma della Sfinge, interroga l’oracolo di Apollo, che rivela che
l’unico modo per debellare la peste è espellere dalla città l’ignoto assassinio
del precedente re, Laio. Edipo convoca Tiresia, che gli rivela che è stato
proprio lui ad uccidere il re, ma non viene creduto. La regina Giocasta mostra
la sua reticenza nel credere agli oracoli portando come esempio la profezia
non avveratasi secondo cui Laio sarebbe stato ucciso da suo figlio, che
invece era stato esposto, e il re era morto per mano di briganti. Edipo si
insospettisce per la coincidenza dell’omicidio del re con un omicidio che
aveva compiuto in precedenza e chiama l’unico testimone della morte di Laio,
un servo che gli rivela che proprio lui ha ucciso Laio. Scoprendo di aver
giaciuto con il figlio, Giocasta si impicca, mentre Edipo si toglie la vista e
chiede vanamente di essere esiliato da Tebe.

Analisi
La struttura del dramma consiste in uno schema di rovesciamento articolato
sull’indagine che porta Edipo a scoprire come colpevole se stesso invece di
un altro. L’indagine sull’assassinio di Laio fa perdere al protagonista tutte le
sue certezze. La conoscenza porta all’esperienza del dolore e alla
consapevolezza che l’uomo non sia in condizione di poter organizzare
razionalmente la propria esistenza. Gli oracoli fungono da chiave di volta della
tragedia: l’inesorabilità dei responsi si scontra con i tentativi che Edipo compie
per scongiurare la volontà degli dèi. Al motivo dell’impotenza dell’uomo dà
risalto anche l’ironia tragica, espediente teatrale per cui il personaggio agisce
con determinate intenzioni, ma i risultati delle sue azioni si risolvono
nell’esatto opposto.

ELETTRA

Trama

Oreste trama un inganno per uccidere Egisto e Clitemnestra, assassini del


padre Agamennone. Fa giungere la notizia della propria morte e le proprie
false ceneri. Alla notizia la sorella Elettra si dispera e Oreste, impietosito, si fa
riconoscere. Poi entra nella reggia per compiere la sua vendetta.

Analisi

La tragedia è dominata dal tema del dolore di Elettra, messo in risalto dal
ritardo con cui avviene il riconoscimento rispetto alle Coefore di Eschilo e
l’Elettra di Euripide. Differente dalle altre due tragedie è anche il personaggio
di Oreste, che non appare mosso da un forte legame di sangue con il padre o
un senso di giustizia punitrice ma privo di sicuri riferimenti ideologici.

FILOTTETE

Trama

Durante il viaggio dei Greci verso Troia, Filottete viene ferito da un serpente e
abbandonato sull’isola di Lemno. Quando un oracolo presagisce che la
battaglia sarà vinta solo grazie a Filottete e al suo arco, Odisseo manda
Neottolemo, figlio di Achille, a prelevare l’arma con un inganno. Neottolemo,
impietosito, rivela la trama e, quando Odisseo gli impone di consegnare l’arco
con la forza, Neottolemo decide di restare con Filottete per cercare di
convincerlo onestamente. Filottete appare irremovibile e solo Eracle, giunto
come deus ex machina, riuscirà a persuaderlo.

Analisi

La forte tensione drammatica è di natura etica. Odisseo rappresenta l’etica


relativa dei valori sofistici, che impiega le parole per perpetrare un inganno.
Neottolemo incarna l’etica dei valori eroici, per cui si preferisce fallire agendo
bene che vincere agendo male. Il Filottete porta sulla scena la crisi di
entrmabe le tradizioni.
EDIPO A COLONO

Edipo viene esiliato a Colono dai figli. I vecchi di Colono non lo vogliono
ospitare per la sua impurità mentre Creonte, re di Tebe, lo vorrebbe far
tornare.Edipo chiede e riceve ospitalità da Teseo, re di Atene, in quanto
secondo un oracolo una volta morto sarebbe stato il salvatore della città.
Creonte tenta di rapire le figlie di Edipo, che però vengono salvate da Teseo.
La tragedia si conclude con la morte di Edipo e la sua apoteosi.

EURIPIDE

Nasce intorno al 480 a.C. a Salamina

Nuclei tematici: le grandi eroine, la guerra le tragedie di intrigo e la religione.

Perdita della statura eroica dei personaggi


Essenza tragica dei personaggi nel tentativo di adeguare la realtà ai propri
desideri
Importanza dei personaggi umili secondari
Riduzione del ruolo del coro per numero e per estensione
La musica accompagna e talvolta prevale sulle parole preparando così la
nascita del teatro di intrattenimento.
Trame più complesse e articolate su più di un personaggio
Finale spesso affidato a un deus ex machina
Messa in dubbio dei valori tradizionali
Religiosità senza certezze
Concezione casualistica del mondo
Messa in scena di personaggi straccioni

ALCESTI

Trama

Alcesti si propone di morire al posto del marito Admeto. Quando Eracle


chiede sotto mentite spoglie ospitalità ad Admeto, gli viene riferito che il lutto
era per una lontana parente e, ubriaco, esorta a un rozzo edonismo i fronte
alla morte. Venuto a sapere della vera identità di Alcesti, decide di riportarla in
vita.

Analisi

Per il lieto fine, l’Alcesti fu definita una tragicommedia. La protagonista è una


donna che propone il modello di una figura femminile che, dopo essersi
lasciata alla disperazione in un primo momento, ragiona e agisce con lucidità
e razionalità.

MEDEA

Trama
Medea è stata ripudiata dallo spose Giasone che, con la scusa di poter
garantire un futuro ai figli e al ghenos, ha preferito a lei la figlia di Creonte,
Glauce. Creonte, intimorito dalla possibile vendetta di Medea, la esilia. Dopo
aver ricevuto ospitalità dal re di Atene, Medea mette in atto la sua vendetta:
finge di riappacificarsi con Giasone e invia in dono a Glauce tramite i figli un
peplo e una corona imbevuti di veleno, provocando la morte sia dei fanciulli
che di Glauce.

Analisi

L’articolazione psicologica del personaggio di Medea si sviluppa in


passionalità seguita da razionalità, ma in questo caso la razionalità non fa
altro che confermare la necessità della vendetta a cui è spinta anche
dall’impulso irrazionale. L’origine barbarica di Medea ha la funzione di rendere
accettabile al pubblico l’insolita richiesta di essere solidali nei confronti di una
donna. Il senso ultimo della tragedia si riscontra nello strazio di Medea che la
vendetta, portandole via anche i figli, non riesce ad appagare.

FEDRA

Trama

Afrodite vuole punire Ippolito, figlio del re di Atene Teseo, perché devoto solo
ad Artemide, e fa innamorare di lui la matrigna Fedra, che tenta con un filtro di
conquistare l’anima del giovane. Il tentativo fallisce, Ippolito maledice Fedra e
tutte le donne e a Fedra non resta che il suicidio. Lascia però a Teseo una
tavola in cui scrive che il suo suicidio è stato perpretato in seguito a una
violenza fattale da Ippolito. Teseo invoca sul figlio l’ira di Poseidone. Mentre
Ippolito muore tra le braccia del padre, Artemide gli rivela la verità e Teso
cade nella disperazione.

Analisi

Fedra condivide la stessa evoluzione psicologica di ALcesti e Medea. Nelle


sue parole trapelano gli accenni antisocratici di Euripide, secondo cui
conoscere il bene non significa applicarlo, ma solo ottenere una maggiore
consapevolezza dell’immutabilità della propria situazione. Fedra e Ippolito
sostanziano l’opposizione tra eros e castità, una realtà senza possibilità di
mediazioni e indipendente dalle volontà individuali

ELENA

Trama

Elena riferisce di non essere stata lei ma una sua immagine ad andare a
Troia, mentre lei è stata portata da Hermes in Egitto presso Proteo per essere
riconsegnata a Menelao, ma ora Proteo è morto e il figlio la vuole in sposa.
Menelao, ignaro della trama, arriva in Egitto in seguito a un naufragio e, dopo
un lento riconoscimento della vera Elena, i due ordiscono un inganno per
fuggire insieme. Nel finale i Dioscuri arrivano ex machina per assicurare che
quanto è avvenuto è volontà divina.

Analisi

L’Elena è una tragedia di intrigo che delinea una realtà refrattaria alle
progettualità umana e soggetta alla tuche. Menelao con i suoi sforzi - la
guerra - raggiunge risultati solo apparenti - ritorna con un’Elena fittizia -
mentre in un momento di disperazione - il naufragio - recupera la vera Elena.
Gioca un ruolo centrale il motivo del doppio, che dà vita al tema del rapporto
tra apparenza e realtà, oltre che ad una condanna dell’ideologia bellicistica: la
guerra è stata scatenata da un nulla di fatto.

ELETTRA

Trama

Dopo aver assassinato Agamennone, Egisto dà Elettra in sposa a un


contadino. Da lui si presenta Oreste travestito e, dopo che Elettra lo riconosce
grazie all’aiuto del vecchio pedagogo, che ne ricosce un’antica cicatrice, i due
attuano il progetto per l’assassinio di Clitemnestra. Pentiti per il matricidio,
giungono ex machina Castore e Polluce che li condannano alla separazione e
all’esilio.

Analisi

Euripide rimodella il mito in chiave razionalistica, con la deeroizzazione di


Oreste. In polemica contro i valori tradizionali, Oreste esita nel compiere il
matricidio e parla apertamente dell’assurdità dell’oracolo delfico. In assenza di
sicurezze garantite dagli dèi, l’azione dipende dalla specifica volontà degli
individui. L’unico personaggio positivo della tragedia è il contadino, che funge
da presa di posizione sul fatto che la nobiltà d’animo ha maggior valore della
nobilità data dal ghenos.

IFIGENIA IN AULIDE

Trama

Agamennone convoca la figlia Ifigenia in Aulide con il pretesto di darla in


sposa ad Achille per poterla sacrificare ad Artemide e rendere favorevole la
spedizione a Troia. Pentito, manda un messo a disdire la convocazione, che
viene però intercettato da Menelao, risoluto alla necessità del sacrificio.
Clitemnestra scopre l’inganno dopo aver incontrato per caso Achille, ma
Ifigenia decide di lasciarsi sacrificare. Artemide tuttavia sostituisce all’ultimo
Ifigenia con una cerva.

Analisi

Motivo di fondo è l’incerta volontà dei personaggi, che crea una dissacrante
rappresentazione del mondo eroico, le cui figure più illustri appaiono in balia
di impulsi opposti

BACCANTI

Trama

Dioniso giunge a Tebe travestito da sacerdote accompagnato da un corteo di


baccanti e porta al delirio le donne della città. Il re di Tebe Penteo fa
imprigionare lo straniero che mira a sovvertire l’ordine della città, ma Dioniso
fa crollare la prigione e invita il re a travestirsi da baccante per andare a
spiare le donne in delirio. Penteo obbedisce e viene sbranato dalle baccanti,
incitate dalla sua stessa madre, che ne riporta in città la testa infilzata, per poi
scoprire l’agghiacciante verità.

Analisi

Penteo ha peccato di iubris perché si opposto all’introduzione del culto di


Dioniso nella sua città. Euripide presenta una posizione ambigua nei confronti
dei culti dionisiaci. La linea drammaturgica vede contrapporsi Dioniso e
Penteo con una graduale inversione polare dei personaggi. Dioniso, lo
straniero scacciato, diventa persecutore di Penteo e padrone della città,
mentre Penteo perde il potere diventando vittima sacrificale del dio.

COMMEDIA

Da comos, baldoria, festa


Stretto legame con la polis di cui rispecchia fatti contemporanei
In occasione delle Grandi Dionisie dopo le tetralogie tragiche
Frequenti la parodia e la comicità immediata attraverso riferimenti alla
corporeità e allusioni
Funzione paideutica: mostra come non comportarsi
Prologo (primo e pisodio)-parodo (ingresso del coro)-agone (disputa verbale
in cui interveniva spesso un personaggio buffonesco)-parabasi (recitata dal
coro)-episodi-esodo
Lingua: attico ontemporaneo

ARISTOFANE

Aristofane nacque nel 444 a.C. ad Atene. Fu processato per aver oltraggiato
Atene nella commedia Babilonesi.

Uniche commedie ad essersi conservate per intero


Commedia politica in cui si rispecchia, deformata, la realtà storica dell’Atene
contemporanea in un momento cruciale di declino politico e militare
Onomastì comodein
Abbondanza di critica teatrale nelle parabasi
Topoi scenici del banchetto, del comos e del travestimento
Per lo più un unico protagonista in isolamento dalla comunità definito eroe
comico (a cui si aggiunge un antagonista negli Acarnesi, nei Cavalieri e nelle
Vespe)
Scomparsa progressiva della funzione drammaturgica del coro e della
parabasi (Donne all’Assemblea)
Rifiuto della comicità data da volgarità e luoghi comuni a favore di parodia
(rovesciamenti comici delle scene), realismo della culutura materiale e
corporeità per esprimere metaforicamente le situazioni
Metafora rovesciata: l’immagine metaforica viene tradotta in termini realistici

Sono pervenute intere undici commedie di circa quaranta.

Grande varietà di temi trattati tra cui è possibile individuare dei filoni tematici:
commedie della pace, polemica antidemagogica, cultura contemporanea e
commedie dell’utopia.

Schema comune: il protagonista, trovatosi in un mabiente ostile, riesce a


rimodellarlo con creatività, realizzando un risultato, talvolta utopistico, che
vada dal beneficio individuale alla ridefinizione dell’ordine universale finché
nella seconda parte si mostrano le conseguenze, spesso paradossali, di
questo nuovo ordine.

Commedie della pace

Desiderio di pace di un pubblico stremato da anni di conflitto con Sparta

ACARNESI

Il coro è costituito dai vecchi carbonai di Acarne. La scena si svolge presso la


Pnice, dove si tenevano le assemblee popolari. Il contadino Diceopoli,
cittadino giusto per la polis, patteggia una pace con gli Spartani nonostante
l’opposizione degli Acarnesi. Per sostenere la causa della pace, ricorre alla
retorica euripidea e si traveste dall’eroe Telefo dimostrando che la guerra è
nata da futili beghe di donne. Ha così la meglio sul generale fautore della
guerra che viene chiamato in battaglia, mentre Diceopoli è invitato ad un
simposio. L’esito della battaglia va a sfavore del generale, mentre Diceopoli
rientra dal simposio euforico e improvvisa un corteo di giubilo con gli
Acarnesi.

Analisi

In accordo con l’orientamento del genere comico, il tema della pace si


sostanzia di immagini di licenziosità festaiola. Da un punto di vista strutturale
la commedia risulta articolata in episodi comici staccati in cui vari personaggi
che ruotano intorno a Diceopoli entrano ed escono di scena senza lasciare
tracce di sé. Attraverso la parodia del Telefo sono presi di mira il realismo e la
degradazione a cui sono sottoposti gli eroi di Euripide.

Polemica antidemagogica

Attacco ai demagoghi che soggiogavano il popolo con una retorica d’effetto.


Bersaglio preferito di Aristofane è Cleone, che svolge ora direttamente, ora
indirettamente, il ruolo di protagonista.
CAVALIERI

Trama

La scena è ambientata davanti alla casa di Demos, un giovane che


impersona il popolo ateniese. Due servi di Demos lamentano la tirannia di
Paflagone e, appreso da un oracolo che sarà succeduto da un tiranno ancora
peggiore, un salumaio, decidono di affidare la città a un salumaio che si
scontra con Paflagone cercando di accattivare Demos con doni e adulazioni.
Il salumaio ha una vittoria a cui segue una trasformazione per cui diventa un
galantuomo che fa rinsavire e ringiovanire Demos e accoglie una tregua di
trent’anni, impersonata da una ragazza.

Analisi

Il titolo Cavalieri si riferisce alla seconda delle quattro classi in cui gli Ateniesi
erano stati suddivisi da Solone in base al censo. Domina la satira politica
costruita su riferimenti alla realtà come il personaggio di Paflagone con i tratti
di Cleone e la personificazione del popolo. Si porta in scena la voluttibilità e la
corruttibilità del popolo, disposti ad appoggiare individui sempre più sordidi. Il
finale propone un’evasione fantastica con il sopravvento della realtà corporea.
Questo trionfo costituisce un elemento rasserenatore per il pubblico che si era
visto rappresentare come un vecchio stolto.

VESPE

Trama

La scena si svolge davanti alla casa del giudice Filocleone, rinchiuso in casa
dal figlio Bdelicleone. Durante il processo svolto davanti ai compagni di
Filocleone travestiti da vespe, questo deve dimostrare che il ruolo dei suoi
compagni è fondamentale per Atene, mentre Bdelicleone che i vecchi sono
sfruttati dai demagoghi. Bdelicleone ha la meglio ma concede al padre la
giurisdizione di un improvvisato tribunale domestico, in cui Filocleone perde la
prima causa e viene esortato dal figlio ad abbandonarsi ai piaceri. Tuttavia
Filocleone si ubriaca al simposio e insulta tutti i presenti.

Analisi

Delle vespe i coreuti hanno non solo le sembianze ma anche il carattere


scorbutico che mostrano nella loro funzione di giudici. Il bersaglio di
Aristofane rimane Cleone, accusato di espandere il uso potere attraverso il
controllo dei tribunali. Vi è un paradossale rovesciamento dei ruoli tradizionali
per cui è il filgio a svolgere la funzione di educatore. Comicamente rovesciato
è anche l’orientamento della didattica, volta a inseguire piaceri e mondanità

Cultura contemporanea

Tragediografi e commediografi rivali sono regolarmente attaccati alla pari dei


demagoghi. Anche in campo culturale Aristofane si presenta come difensore
dei costumi tradizionali. Suoi bersagli sono i sofisti, tra cui considera anche
Socrate, considerati responsabili della decadenza morale, ed Euripide,
considerato causa della decadenza della tragedia.

NUVOLE

Trama

La scena rappresenta la casa del contadino Strepsiade e la scuola di Socrate.


Il coro rappresenta le Nuvole, le nuove divinità venerate da Socrate.
Strepsiade si presenta alla scuola di Socrate per imparare come riuscire a
imbrogliare i creditori a cui si è indebitato il figlio Fidippide, ma si rivela un
allievo inetto e viene sostituito da Fidippide. In un agone tra i discorsi
personificati, il Discorso migliore, che incarna il modello educativo tradizionale
fondato sulla giustizia e la severità, e il Discorso peggiore, fondato sui
vantaggi che porta il saper volgere un discorso a proprio favore, Fidippide
sceglie il secondo e, giunto a uno scontro con il padre, finisce per convincerlo
che sia giusto che i figli si ribellino ai padri con la sua abilità retoriche. Le
nuove divinità venerate da Socrate, tuttavia, l’Aria, l’Etere e le Nuvole,
finiscono con lo schierarsi dalla parte degli dèi tradizionali.

Analisi

Il testo delle Nuvole a noi pervenuto non è quello originale e si riscontrano


infatti alcune anomalie come la presenza del quinto attore e la mancanza
della parte corale. Il personaggio di Socrate è la caricature di un caposcuola
dedito all’insegnamento retorico-sofistico additato come sovvertitore dei valori
tradizionali. Il comico è realizzato dalla distorsione e dall’iperbole. L’intreccio
ha uno sviluppo lineare e progressivo con il rovesciamento finale della
situazione iniziale. Strepsiade ha la funzione di eroe comico.

DONNE ALLE TESMOFORIE

Trama

La scena si svolge davanti alla casa del tragediografo Agatone, poi davanti al
tempio di Demtra Tesmofora, legislatrice. Il coro è composto dalle donne che
partecipavano alle Tesmoforie, feste mistiche in onore di Demetra a cui
partecipavano le donne sposate. Euripide chiede ad Agatone di travestirsi da
donna e scoprire se durante le Tesmoforie esse tramassero contro di lui per
averle offeso nelle sue tragedie. Al suo posto va Mnesiloco che tenta di
difendere Euripide davanti alle donne ma viene smascherato. Mnesiloco
cerca di avvertire Euripide utilizzando espedienti tratti dalle sue tragedie
fallendo ogni volta. Infine Euripide procede alla liberazione di Mnesiloco
promettendo alle donne di non parlar più male di loro.

Analisi

Il vero eroe comico non è Mnesiloco ma Euripide che, con le sue trovate,
salva Mnesiloco, l’eroe designato, dalle donne. Il tragediografo diventa così
oggetto di una satira incalzante in cui è presentato come inaccettabile
misogino che ha svelato agli uomini molti segreti delle donne. La
caratterizzazione comica è quella della parodia tragica di brani tratti dall’Elena
e dall’Andromeda, dal Telefo e dal Palamede, omaggiando così la genialità
teatrale di Euripide. Le Nuvole sembrano segnare un progressivo disimpegno
politico da parte di Aristofane. La struttura della commedia si rivela a sua volta
una parodia delle tragedie di intrigo euripidee

RANE

Trama

La commedia si svolge nell’Ade con due cori, le rane della palude infera e gli
iniziati ai misteri di Eleusi. Dioniso vuole riportare Ade sulla terra e,
scendendo nell’Ade per recuperarlo, trova Eschilo e Euripide impegnati in uno
scontro per contendersi il trono di poeta tragico dell’Ade. Plutone indice una
gara designando proprio Dioniso come giudice. La gara non sembra mai
arrivare a una conclusione finché Dioniso decide che avrebbe scelto come
vincitore chi avesse dato il miglior consiglio alla città. Vince Eschilo, che
consiglia di diffidare dei cittadini di cui gli Ateniesi si fidano e valorizzare
coloro che sono nell’ombra e si dispone che il trono di poeta tragico sia
assegnato a Sofocle.

Analisi

Anche se apparentemente il tema delle Rane è letterario, il fine ultimo è


politico. Riaffermando i valori del passato in campo artistico, Aristofane
continua a indicare i valori della tradizione come gli unici ancora capaci di
salvare Atene. A livello strutturale la parabasi offre una netta scissione tra la
prima parte del viaggio nell’Ade e la seconda della contesa. Insolita è anche
la collocazione dell’agone nella seconda parte.

Le commedie dell’utopia

Nelle ultime commedie Aristofane si rifugia nell’utopia politica.

UCCELLI

Trama

La scena si svolge nei boschi dove risiedono l’Upupa e gli uccelli che
costituiscono il coro. Pisetero e Euelpide, due cittadini ateniesi stanchi della
corruzione, chiedono a Upupa di indicar loro un luogo tranquillo e,
insoddisfatti delle opzioni, propongono che gli uccelli costruiscano una città
con cui riconquistare l’antico potere a cui non fanno accedere né gli dèi né gli
altri cittadini. Giungono per patteggiare ambasciatori degli dèi greci e barbari
con cui si arriva alla conclusione che l’armistizio avrà luogo solo se Zeus
restituirà agli uccelli il poetere, e così avviene.
Analisi

L’utopia della creazione di una città celeste mira a rimuovere la drammaticità


del presente tramite la fondazione di una città che si qualifica come l’anti-
Atene. Il disincantato di Aristofane è visibile nel fatto che anche l’utopia
fallisce e sfocia nella tirannia del capopartito Pisetero. Gli Uccelli sono la
commedia più lunga e con il maggior numero di personaggi. Pisetero
rappresenta l’eroe comico.

LISISTRATA

Trama

La scena si svolge davanti alla casa di Lisistrata, poi sull’Acropoli. Vi è un


coro di vecchi e uno di donne. Per ottenere la pace delle città in guerra,
Lisistrata convoca tutte le donne a ritirararsi sull’Acropoli e ad astenersi dai
rapporti sessuali con i mariti. I vecchi tentano di bruciare l’Acropoli per
convincerle alla resa ma falliscono e, quando anche le donne di Sparta
adottano lo stesso stratagemma, gli ambasciatori ateniesi e quelli spartani
decidono di trattare la pace accettando tutte le condizioni di Lisistrata.

Analisi

Tema della commedia è il problema della guerra, comicamente distorto dal


problema delle donne. Tuttavia il tema politico è assorbito dall’orientamento
utopistico. L’impegno politico si presenta sempre attenuato rispetto a quello
delle prime commedie.

DONNE ALL’ASSEMBLEA

Trama

Prassagora, convinta che le donne potrebbero sollevale lo Stato se


entrassero in politica, convice le donne a travestirsi da uomini e presentarsi
all’Assemblea. Viene approvato il suo piano politico fondato sulla messa in
comune della terra, dei beni, delle donne e dei figli. I pasti saranno in comune
e per evitare favoritismi in materia sessuale stabilisce che prima si dovranno
soddisfare i brutti e i vecchi. Tuttavia il piano inizia a fallire quando un
cittadino reticente a mettere in comune i suoi beni è il primo a partecipare a
un banchetto comune e delle vecchie pretendono che un giovane desideroso
della propria compagna giaccia prima con loro.

Analisi

Fitti sono i riferimenti letterari e culturali. Il tentativo di instaurare un regime


comunisitco è una parodia delle contemporanee discussioni sulle forme
possibili di convivenza politica. La comunanza delle donne e dei figli
riprendono la Repubblica di Platone. La commedia è parodia dello stesso
genere della commedia utopistica, in cui il progetto fantastico prevale in modo
assoluto sulla realtà. Due innovazioni sono la precoce scomparsa dalla scena
dell’eroe comico Lisistrata, che rende inattualizzabile a lungo termine l’utopia,
e l’introduzione di personaggi secondari che vogliono essere esclusi dal
progetto, con funzione di deriderlo. Manca la parabasi.