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Appunti organizzati da Felicia Galvano Antonino Lombardo Alessandra Sardone

Anno scolastico 2012/2013

Aristotele Eratostene Vico Pisani Del Grande

Winkler Jane Ellen Harrison

= cnto dei capri, cio canto di accompagnamento degli attori travestiti da capri = canto per il capro, cio canto per un capro dato in premio al poeta vincitore o, forse, canto di accompagnamento al sacrificio dell'animale festa della vendemmia nella quale i partecipanti si coprivano le gambe con pelli di capra () e facevano aderire alle fronte corna di animali e trg (radice ie. presente in illirico) = canto del mercato di citt e una radice ie. presente nellittita tarhh = canto per il dio potente e feccia (perch gli attori si tingevano volto e petto con la feccia delluva) (dalla posizione a quadrilatero assunta dal coro) da = assumere una voce belante come i capretti, in riferimento agli attori da = spelta, dalla cui fermentazione si otteneva la birra, bevanda dei ceti popolari, pi antica del vino, bevanda dei ceti agiati

PERCH LA GRANDE FIORITURA DELLA TRAGEDIA SI HA PROPRIO NEL V SECOLO? Il Vernant sostiene che proprio allora la civilt ateniese si trov in bilico fra i valori tradizionali e il nuovo razionalismo, cercando di reinterpretare i primi attraverso il secondo, ma spesso mettendo in evidenza la loro netta opposizione. In altre et, non essendo i due elementi in equilibrio, era impossibile che si manifestassero le lacerazioni tipiche del pensiero tragico. Prima prevalevano i valori tradizionali: sappiamo, p.es., che Solone abbandon indignato una delle prime rappresentazioni tragiche Poi prevalse il razionalismo: sappiamo, p.es., che il poeta tragico Agatone scrisse tragedie su trame interamente inventate, non tenendo pi conto dei miti tradizionali. Nel clima dellAtene periclea, secondo Tucidide, lautonomia dellindividuo nella sua vita privata si contempera con un vigoroso senso civico di rispetto della legge e di obbedienza ai magistrati; ciascuno unisce la cura degli interessi familiari a una presenza attiva nella vita politica: le magistrature sono aperte a tutti. La vita si svolge serena: abbondanti giungono le derrate alimentari da ogni parte della terra; alle fatiche in cui si impegnano i suoi cittadini Atene offre frequente sollievo con agoni e feste religiose. Gli Ateniesi non amano lo sfarzo ma il bello; amano la cultura ma senza estraniarsi dalla vita attiva. Insomma, la citt tutta quanta per la Grecia un modello di come si deve vivere, la scuola dellEllade. Si tratta ovviamente di una visione idealizzata, ma basata su fatti reali; daltronde i valori di equilibrio e di armonia su cui si basa lo stato ateniese sono confermati dalla letteratura e dallarte contemporanea. Si consideri, ad esempio, larmonia architettonica del Partenone, la forza calma e sicura delle sue sculture, lelegante organicit compositiva dellinsieme. Con significativa novit il fregio del tempio invece che scene del mito rappresenta tutta la citt che nelle Panatenee si reca in processione a rendere omaggio alla sua dea. Lespressione pensosa delle figure umane, il loro sguardo intenso, da cui traspare una bellezza interiore, il panneggio sinuoso e ondeggiante nelle clamidi dei cavalieri, il nudo eroico di giovani corpi, il panneggio ancora, sciolto oppure ricco di pieghe ordinate e profonde, colto nellavanzare solenne del corteo offrono un bilanciarsi di slancio e di compostezza ieratica, un esempio di quel controllo delle emozioni che costituisce il carattere distintivo di unopera classica, ma vogliono essere, di fatto, lillustrazione di quella concordia civica, di quella fede serena, di quella padronanza di s, di quellideale di energia e di misura, di bellezza e di intima seriet che aveva vivificato in quegli anni la societ ateniese. La democrazia periclea si estende anche allambito culturale: non esiste frattura fra persone colte e incolte. I poeti scrivono per tutta la popolazione e questa il loro pubblico. Ogni Ateniese, come capace di assumere (in seguito a sorteggio) la responsabilit di membro della o addirittura di primo cittadino dello Stato, cos in grado di comprendere i suoi poeti (e non si tratta certo di poesia facile, popolare).

Il problema dellorigine della tragedia ha interessato gli studiosi gi a partire da Aristotele e ancora non ha trovato una soluzione definitiva, infatti il risultato unincertezza assoluta.

LA TEORIA DIONISIACA I seguaci della teoria dionisiaca ritengono di colmare la lacuna ipotizzando lesistenza di un ditirambo attico iniziale di contenuto eroico, che sarebbe stato modificato da Arione, il quale avrebbe sostituito allelemento eroico quello satiresco, inserendolo cos nellambito dionisiaco. Lorigine dionisiaca sarebbe confermata dalletimologia del termine Tragedia fatta derivare da o (= canto del capro, ossia del corego vestito da capro che impersona Dioniso, o dei capri, cio dai coreuti mascherati) Ma lorigine dionisiaca viene confutata da molti perch non da ragione del fatto che nessuna delle tragedie che abbiamo sia di contenuto dionisiaco.

a) Aristotele, Poetica, cap. IV 1449 a

' ( ) ' -- , , , Entrambe (la tragedia e la commedia) nacquero dallimprovvisazione: la tragedia da quelli che intonavano il ditirambo poi crebbe poco a poco partendo da trame brevi e da un linguaggio scherzoso dovuto allelaborazione dellelemento satiresco, la tragedia acquist col tempo solennit, e il metro da tetrametro si trasform in giambo. , , ' , ' . Tragedia opera imitativa di unazione seria, completa, con una certa estensione; eseguita con un linguaggio adorno distintamente nelle sue parti per ciascuna delle forme che impiega; condotta da personaggi in azione, e non esposta in maniera narrativa; adatta a suscitare piet e paura, producendo di tali sentimenti la purificazione che i patimenti rappresentati comportano.

b) Aristotele, Poetica, cap. VI 1449 b

Aristotele fornisce qui alcune informazioni importanti:


1) La tragedia deriva da coloro che guidavano il ditirambo. Il ditirambo una forma di poesia accompagnata da musica e danza ed eseguita da un coro, fin da epoca molto antica (almeno VII secolo a. C. associata a Dioniso. Se la notizia attendibile lassociazione della tragedia originaria con il culto dionisiaco ne esce rafforzata. Incerto il senso del verbo exarchonton usato da Aristotele. Una interpretazione quella proposta di guidavano il ditirambo, unaltra quella di intonavano il ditirambo. Controverso anche se le persone di cui parla Aristotele sono i componenti del coro ditirambico stesso oppure delle figure staccate dal coro che lo guidavano o gli

davano linvito al canto, secondo un modulo antifonale. Con questa seconda interpretazione si potrebbe individuare in questi exarchontes del ditirambo una figura proto-attoriale. Molti studiosi non concordano con questa interpretazione, per altro. 2) La tragedia nasce da un principio di improvvisazione e subisce una serie di cambiamenti che la portano attraverso un processo di maturazione a trovare la sua forma compiuta. 3) Aristotele d anche una seconda indicazione circa lorigine della tragedia, che deriverebbe dal saturikon, lelemento satirico. In origine la tragedia aveva infatti argomenti scherzosi, e solo lentamente sarebbe passata ad argomenti seri, modificando anche la natura del verso, che da trocaico, adatto ad argomenti leggeri, si fece giambico. Questa notizia ci pone due serie difficolt. La prima riguarda la possibilit di conciliare la derivazione dal ditirambo con quella dal saturikon, la seconda quella di definire il rapporto che esiste fra questo saturikon primitivo e il dramma satiresco che troviamo ancora vitale nel V secolo e che, secondo molte fonti sarebbe nato dopo la tragedia (gli antichi ne attribuivano linvenzione a Pratina, vissuto alla fine del VI secolo. C poi il problema della identificazione esatta dei satiri, demoni della natura boschiva che in alcune rappresentazioni sono concepiti come capri, ma in altre hanno evidenti tratti equini.

LA TEORIA EROICA La tragedia nasce dal ricordo delle sventure di un eroe.

, , , . c) Erodoto, Storie, I, 23, 1 I Corinzi dicono che capit un fatto eccezionale: Arione di Metimna venne trasportato su un delfino al Tenaro, lui citaredo che fra quelli del suo tempo non era secondo a nessuno, e primo fra tutti coloro che noi conosciamo compose un ditirambo, gli diede un titolo e lo fece eseguire a Corinto. () , , . , . Clistene tolse i sacrifici e le feste di Adrasto e li assegn a Melanippo In diversi modi i Sicionii onoravano Adrasto e celebravano con cori tragici le sue sofferenze, onorando con essi non Dioniso ma Adrasto. Clistene restitu i cori a Dioniso, e il resto della cerimonia lo assegn a Melanippo

f) Erodoto, Storie, V, 67, 4-5

Erodoto nelle Storie (I, 23) racconta che inventore della tragedia e il cantore Arione di Metimna, non poich creo i ditirambi, ma per il fatto che fu il primo a dare un titolo a ci che pronunciava il coro recitando in opposizione al canto. Egli insegno agli uomini truccati da satiri, con orecchie caprine, a cantare tali inni; il momento di transizione verso la rappresentazione drammatica e segnato dal cosiddetto Ditirambo dialogato (Cfr Teseo di Bacchilide). Sempre Erodoto, nelle Storie (V, 67), ci dice che anticamente a Sicione i cori tragici rappresentavano le sventure di Adrasto, un eroe di Argo vissuto ai tempi della guerra dei Sette contro Tebe. Nel VI sec. a. C.

poi, Clistene, tiranno della citta, trovandosi in lotta con Argo, elimino il culto di Adrasto e volle trasferire i cori a lui dedicati a Dioniso. Sembra verosimile pertanto, che i cori tragici fossero legati alle cerimonie funebri relative ad un eroe defunto. Il passo che evidenzierebbe lorigine del carattere triste e severo della tragedia, nata dal ricordo delle sventure di un eroe, pone tuttavia un problema di difficile soluzione riguardo lesatto significato de termini e ikj ,anche se un passaggio di questo genere potrebbe testimoniare la fase in cui canti che narrano vicende di eroi si associano a forme darte dionisiache, e darci unidea della trasformazione che porta la tragedia dallallegria satiresca alla seriet. Le origini peloponnesiache della tragedia sarebbero anche avvalorate dal legame etimologico che c tra e = fare, verbo usato in questo territorio per esprimere lazione in genere e, pi precisamente, lazione teatrale. Daltra parte il dialetto dorico risulta presente nei cori tragici di tutto il V secolo a. C, a conferma appunto di questa impronta iniziale. Apparentemente non c nulla di sconvolgente. Leroe Adrasto sarebbe al centro di una tragedia che, appunto, ne celebrava le sventure. Ma il termine utilizzato nella frase finale tradotto con restitu, per traducibile anche con attribu.*9+ Allora, in realt, Dioniso solo il sostituto di tuttaltra persona, di Adrasto? Il Lessico Suda arricchisce la vicenda. ( ) , . . , , , . Niente a che fare con Dioniso! Siccome Epigene di Sicione (a Corinto) aveva composto una tragedia su Dioniso, alcuni gridarono in questo modo: e da ci pass in proverbio. Migliore questaltra spiegazione: in un primo momento (gli autori di tragedie), scrivendo di Dioniso, gareggiavano con questi che sono anche detti canti dei Satiri; in seguito, essendo progressivamente passati a scrivere tragedie si indirizzarono a miti e a racconti di eventi, non facendo pi menzione di Dioniso; da ci il grido.

Lessico di Suda s.v.

Un certo Epigene, secondo alcuni anchegli uneuretes come Arione, avrebbe cercato di introdurre nella citt di Corinto i cori tragici in onore di Dioniso, a cui il popolo rispose con , che significa Niente a che fare con Dioniso. La frase, intendibile superficialmente come un rifiuto della popolazione al culto dionisiaco, potrebbe invece significare che sono i cori tragici a non aver niente a che fare con Dioniso. Insomma, dietro Dioniso si celerebbe lEroe e i suoi pathea, e il capro avrebbe tuttaltro significato. In realt il coro avrebbe cantato la passione e morte del vero protagonista della tragedia, poi sostituito con Dioniso, forse, come ci suggerisce la vicenda di Clistene, per ragioni politiche. A questo punto, risolta una questione, ne emerge unaltra. Chi questo eroe? Perch cantarne la passione e la morte? E il fatto che sia stato scelto come sostituto lunico dio, Dioniso, protagonista di una morte e una rinascita, soltanto un caso?

Il tentativo di superare il dissidio esistente fra le fonti antiche sullorigine della tragedia ha spinto molti studiosi moderni a formulare suggestive teorie di carattere filosofico, antropologico, psicanalitico.

Interpretazione filosofica

Nel 1871 Friedrich Nietzsche pubblic unopera, La nascita della tragedia, in cui compariva per la prima volta il tentativo di chiarire un contrasto presente, secondo le convinzioni dellautore, nello spirito ellenico: quello fra la componente apollinea e la componente dionisiaca. Con la categoria dell apollineo, Nietzsche intendeva sottolineare la tendenza alla misura, alla compostezza, allequilibrio, che si espresse soprattutto nelle arti figurative del periodo classico, e che egli consider attributo fondamentale d Apollo, come divinit solare, il cui insegnamento contenuto tutto nellesortazione ad assumere come norma di vita la massima , niente in eccesso, scolpita allentrata del suo tempio a Delfi. Ma il tempio di Delfi era anche dominio di Dioniso, il nume ctonio e notturno, il cui culto si esprimeva nelle orge e nei misteri, rivelando laspetto opposto alla serenit apollinea. Nellinvasamento dionisiaco, Nietzsche scorgeva il manifestarsi dellinconscio, provocato dalla musica e dalla danza, che ne sono, secondo lui, le massime espressioni. Egli scorgeva la miracolosa fusione di queste due opposte tendenze dello spirito greco nella tragedia; la componente dionisiaca era rappresentata dalle vicende dei protagonisti, luttuose, sanguinose, dominate da oscure pulsioni irrazionali, che per, a poco a poco, ritrovavano armonia attraverso il complesso evolversi delle peripezie, giungendo ad una soluzione equilibratrice, che si attuava attraverso una sintesi dei contrari e che ridonava al tormentato e contraddittorio mondo del divenire, la serena ed assoluta compostezza dellessere.

Interpretazione psicoanalitica e antropologica

Lo studio della mitologia greca e soprattutto delle difficili vicende familiari di alcuni , caratterizzati da drammatici rapporti fra consanguinei, fra coniugi, e fra genitori e figli, interess moltissimo Sigmund Freud, che si serv spesso di denominazioni tratte dalla poesia tragica per indicare disagi di tipo psichico; basterebbe pensare al ben noto complesso di Edipo, con cui il celebre psicanalista defin la conflittualit inconscia fra padre e figlio nei confronti della figura materna. Ci lo port ad analizzare anche le origini della tragedia, con una particolare attenzione per laspetto collegato alle sofferenze delleroe protagonista. Nel corso di studi antropologici circa le usanze di alcune trib primitive, Freud osserv che esisteva presso di loro una cerimonia annuale in cui i membri della trib uccidevano il loro totem, cio lanimale sacro da cui credevano di essere discesi, nutrendosi poi delle sue carni; ma in tutto il resto dellanno, lanimale era considerato tab ( termine polinesiano traducibile con da non farsi) ed ucciderlo e mangiarlo sarebbe stata la pi grave delle colpe. Analizzando questo rituale in chiave psicanalitica, Freud vide simboleggiata in esso luccisione del Padre o Capostipite (il totem) da parte dei Figli (i componenti della trib). Al delitto, provocato dal carattere tirannico del padre, padrone assoluto delle mogli e dei figli, faceva immediatamente seguito un terribile senso di colpa, che opprimeva tutti gli uccisori, costringendoli in qualche modo a riparare. Perci essi identificavano il Padre con lanimale totem, che non si pu n cacciare, n uccidere, n mangiare, se non in quellunica occasione in cui il tab viene infranto e lantico delitto viene rievocato. Alla luce di questa teoria, enunciata nel libro Totem e tab, la primitiva struttura della tragedia non sarebbe altro che una cerimonia di tipo totemico, in cui leroe il Padre, che narra le sue luttuose vicende, mentre i componenti del coro incarnano i Figli omicidi. Secondo Freud, oltre che nellorigine della tragedia, il ricordo di questo dramma primordiale sarebbe stato identificabile anche nel mito di Urano, Kronos e Zeus.

Gli antropologi erano partiti dalla constatazione che in diverse citt greche esistevano monumenti o recinti sacri agli eroi dove, in certe occasioni, si celebravano riti e si offrivano sacrifici per evocare lo spirito del defunto. Questo cerimoniale deriva dallantichissimo culto del Re Sacro da cui dipendevano la fertilit dei campi, la fecondit de bestiame e delle donne, ma poich il suo potere si indeboliva con il passare del tempo veniva ucciso e sostituito con un altro; in certi casi luccisione avveniva annualmente nella convinzione che il Re fosse lincarnazione dello Spirito del Grano. Talvolta, il rito delluccisone era seguito dallo smembramento del cadavere, come accadeva nei miti di Dioniso e di Orfeo. In seguito durante la cerimonia si sacrificarono animali con la convinzione che la vittima sarebbe risolta, come nel culto di Adone. Queste divinit maschili erano associate a dee dellamore e della fecondit invocate con lappellativo ptonia che rappresentava la Grande Madre. Le divinit maschili avevano il compito di fecondare la dea e morire subito dopo. Esponenti di questa teoria sono Ridgeway, Murray e Frazer.

Guglielmo Ridgeway, che nel suo libro The origin of tragedy with special reference to the Greek tragedians si stacc nettamente da Aristotele, facendo risalire l'origine della tragedia alle danze mimiche in onore degli eroi (morti illustri, divinizzati). Tracce di queste danze mimiche in cui gli attori sembrano portare maschere di pelli di animali, furono trovate nei monumenti micenei. D'altra parte, il Ridgeway, dallo studio del carnevale moderno in Tracia e in Tessaglia, dove cred trovare sopravvivenze di tali danze, e da una vastissima comparazione con popoli primitivi d'ogni regione (dell'India, del Tibet, della Mongolia, perfino della Polinesia), dedusse che in origine la tragedia fu essenzialmente la celebrazione d'un morto attorno ad una tomba. Una riprova della teoria dovrebbe esser data dallo studio della sopravvivenza del tipo primitivo nelle tragedie greche rimasteci (riti funebri, libazioni, preghiere intorno a una tomba, ecc.). Soltanto pi tardi, diffusosi il culto di Dioniso nella Grecia, sarebbe avvenuta la sovrapposizione del dio agli antichi eroi: un esempio lo troveremmo proprio nella testimonianza erodotea della sostituzione di "cori tragici" in onore di Dioniso a quelli in onore di Adrasto. I villaggi dell'Attica avevano ciascuno il suo eroe locale: il culto di Dioniso sarebbe cos rimasto legato a queste feste locali, come a Sicione. Diverso dalla tragedia sarebbe il dramma satiresco, di un'origine del tutto differente, che rappresenterebbe davvero l'unico vero elemento dionisiaco delle rappresentazioni teatrali ateniesi. Il dramma satiresco sarebbe stata la celebrazione del nuovo dio, che adempiva, per la vegetazione, alla stessa funzione degli antichi eroi.

Lipotesi del Ridgeway viene approfondita da Murray, il quale vede gli antenati della tragedia nella rappresentazione del conflitto tra lAnno nuovo e lAnno vecchio. La morte delluno e la resurrezione dellaltro sarebbe alla base di quel conflitto su cui si fonda la tragedia.

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Frazer traccia, ne Il ramo doro. Studio sulla magia e la religione una storia delle religioni primitive e dei riti che si conservarono attraverso i secoli, adattandosi e modificandosi secondo le nuove esigenze. Il titolo tratto dal famoso ed omonimo quadro di Turner e deriva da un curioso intreccio di due narrazioni molto diverse tra loro, visto che una mitologica e tratta dall'episodio della Sibilla che consigli ad Enea di procurarsi un ramo d'oro, prima di discendere nell'Ade, per consentirgli di ritornare dagli Inferi; l'altra invece una vicenda protostorica e riguarda il rito dell'uccisione dei re nel bosco di Nemi. L autore di constata come nella raffinata civilt imperiale si fosse conservata la barbara costumanza del Sacerdote-Re di Aricia. Questi, un poveraccio evaso dal carcere o un gladiatore in disgrazia, era re e sacerdote fino al giorno in cui un altro, pi forte e pi astuto di lui, non fosse riuscito a ucciderlo e a cogliere un ramo dallalbero sacro intorno al quale linfelice era costretto a vigilare continuamente.

Al fondo della strana e ricorrente tragedia che investe il sacerdote del bosco di Nemi, che vive la sua agitata gloria sino a che qualcuno, sfidandolo, non ne prende il posto, infatti il suo legame privilegiato con il cosmo. Poich il re-dio rappresenta, allorigine, il legame con le forze della natura, come questultima deve poter morire e rinascere. Ad emergere, nel carattere duplice della tragedia, nello sdoppiarsi delle parti tra chi muore davvero e chi rinasce per finta, il conflitto tra la vita della natura e quella del singolo, la resistenza che questultima oppone alla propria assimilazione.

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Mario Untersteiner, nel libro Le origini della tragedia e del tragico, si riallaccia alle teorie antropologiche, cercando di conciliare la tesi aristotelica con quella erodotea. Egli sostiene che Adrasto (o Melanippo) e Dioniso sono dei simboli dell'antica figura divina del Paredro (culti pre-ariani). Il conflitto tragico deriva quindi dal dissidio violento tra la religiosit mediterranea, che ha il suo fulcro nella Grande Madre (societ di tipo agricolo e matriarcale) e quella olimpica (importata dagli invasori indoeuropei), che identifica il suo dio supremo col "Padre del Cielo Luminoso". Il contrasto fra i due protagonisti (maschile e femminile) che caratterizza numerose tragedie, sarebbe dunque riconducibile a questo conflitto fra civilt del Padre e civilt della Madre: l'assoluta incomprensione degli Indoeuropei per i sanguinari rituali caratteristici del mondo pre-greco sta alla base del tragico, di quella sua lacerante visione dell'esistenza che si incarna nella figura di Dioniso, figlio di Zeus e di Simele (una delle antiche dee madri). Egli al contempo ctonio e celeste, umano e divino, esprimendo in s la drammatica bipolarit vita/morte su cui si basa tutta la realt. Dioniso il "doppio" di Andrasto, cos come lo di Apollo (anch'egli datore di vita e di morte, Guaritore e Distruttore, versione diurna e solare del notturno dio delle orge).

il pensiero di Untersteiner sulle origini del tragico: "L'intreccio delle civilt, sotto l'egida delle manifestazioni religiose che riassumono e cristallizzano le idee che lo svolgersi dei miti sottintende, porta con s quale conseguenza terrificante e feconda il contrasto e la contraddizione entro il dominio degli stessi miti che sono la creazione originale degli Indoeuropei e che hanno fatto degli Elleni un popolo di spiritualit inimitabile. Dalla formazione naturale, nel corso della storia, di questa categoria dello spirito, la contraddizione, contenuta nella plasticit di una storia sacra, nato un problema. Poich mancava la consapevolezza storica di quanto gli Elleni avevano innanzi ai loro occhi, queste contraddizioni che spesso tormentavano la storia mitica, dovevano imporre la domanda: che cosa significa questa contraddizione? Perch, ad esempio, l'uomo vuol sopraffare la donna, e la donna reagisce, fino alla colpa? Quando nella solennit festiva e nell'intensit della partecipazione da parte del fedele, si attuava la contemplazione (qewra)di una determinata storia sacra, questa era contemplazione

(qewra)di miti che, per essersi costituiti geneticamente sul fondamento di una contraddizione, rivelavano
un momento incomprensibile o assurdo, comunque insolubile. Se, come si detto precedentemente, la contemplazione festiva degli Elleni culminava nella visione delle pure forme dell'essere, la contemplazione di una storia sacra, quando questa celava una contraddizione, doveva conquistare il fenomeno 'contraddizione' come particolare forma dell'essere. Noi sappiamo che questo momento tragico della realt era incarnato nella figura di Dioniso" (M. Untersteiner,Le origini della tragedia e del tragico. Dalla preistoria a Eschilo, Cisalpino, Milano, 1984, pp. 132-133).-