Sei sulla pagina 1di 22

C6.14 Paratie di sostegno (Muri di sostegno a pag.

14)
Le paratie sono delle opere di sostegno “flessibili” che possono essere classificate in funzione di
una serie di aspetti.
Schema strutturale: paratie libere (o a sbalzo) e paratie ancorate/puntonate (che possono essere
ancorate/puntonate in testa o su più livelli).
Campo d’impiego: opere provvisorie o definitive. Possono essere cioè utilizzate semplicemente
come mezzo d’opera per realizzare uno scavo o possono avere un funzionamento definitivo.
Tipo di materiale col quale vengono realizzate: legno, acciaio, sistemi misti o c.a. Ovviamente i
campi d’impiego di questi tipi di materiali sono abbastanza diversi gli uni dagli altri. In particolare,
le paratie di legno vengono adoperate solo per opere provvisorie e di modesta entità.

Le diverse tipologie (paratia libera, paratia vincolata in testa, paratia con più livelli di ancoraggio) si
adoperano sostanzialmente in relazione alle altezze di ritenuta dello scavo: quanto più alta è la
paratia, tanto più grande dovrà essere la profondità di infissione.

La paratia a sbalzo ha una parte fuori terra e una dentro terra; la paratia è infissa nel terreno per una
certa profondità e sostiene lo scavo senza alcun vincolo e il funzionamento è assicurato
esclusivamente dal fatto che il volume di terreno a valle è in grado di esercitare un’azione che riesce
a stabilizzare l’intera azione che insiste da monte.
Queste due dimensioni (altezza di ritenuta e infissione) sono legate tra loro in quanto l’infissione
deve essere sufficiente a rendere stabile la paratia e quindi in qualche modo è legata ai carichi che a
loro volta sono legati all’altezza fuori terra. Quindi le due grandezze hanno tra loro un legame, ma
sostanzialmente al crescere dell’altezza di ritenuta, l’infissione cresce proporzionalmente. Nelle
condizioni di utilizzo più usuali (senza condizioni di carico particolari) la parte infissa è
praticamente pari alla parte fuori terra (quindi se ad esempio l’altezza di ritenuta è 3 metri,
l’infissione sarà anch’essa all’incirca 3 metri). Quindi a mano a mano che aumenta l’altezza,
aumenta l’infissione. Inoltre, con l’aumentare dell’infissione di conseguenza aumenta anche la
sollecitazione agente sulla parete. Quindi a mano a mano che si va verso altezze maggiori si ha
bisogno di paratie sempre più lunghe e spessori sempre maggiori.

Per ridurre questi 2 effetti si può introdurre un vincolo, quale ad esempio il vincolo in testa. Le
paratie vincolate in testa hanno quindi la funzione di ridurre l’infissione della paratia (perché in
questo modo oltre a far lavorare il terreno al di sotto dello scavo abbiamo anche il vincolo
aggiuntivo che contribuisce a stabilizzare la paratia) e ridurre anche i momenti flettenti (a parità di
altezza di ritenuta i momenti flettenti risultano inferiori nella paratia ancorata). Quindi dal punto di
vista della struttura riusciamo a ridurne sia la lunghezza che lo spessore. L’ancoraggio è
generalmente un elemento teso che ha una sua fondazione posta ad una certa distanza dalla parete:
lo sforzo di trazione nel cavo si trasforma in una forza applicata sulla testata della paratia
contribuendo a stabilizzarla.

Un’altra questione è che la paratia per poter funzionare deve ruotare leggermente attorno a un punto
più o meno profondo rispetto al piano di scavo. Quindi, siccome la rotazione è generalmente la
stessa, lo spostamento in testa cresce al crescere dell’altezza di ritenuta e quindi con gli spostamenti
orizzontali crescono anche i cedimenti del p.c. Questo vuol dire che la paratia libera ha come
controindicazione il fatto di essere legata a spostamenti della parete e del p.c. che non si riescono a
controllare, mentre nel caso della paratia ancorata – avendo messo un vincolo in testa – si riescono a
controllare gli spostamenti sia della parete che del p.c. a monte.
Quindi il passaggio dallo schema “a sbalzo” allo schema “vincolato in testa” è legato al fatto che si
vogliono ridurre gli spostamenti, le sollecitazioni e le infissioni. Tra i 2 schemi però c’è una
sostanziale differenza economica dato che realizzare gli ancoraggi ha un costo per cui il costo
dell’ancoraggio deve essere compensato da qualche altro tipo di risparmio (materiali, spessore
sezioni, manodopera).
Quando l’altezza di ritenuta diventa di dimensioni sempre più grandi, vengono introdotti ulteriori
vincoli per ridurre le sollecitazioni nella parete (visto che esse aumentano al crescere dell’altezza di
ritenuta) nonché gli spostamenti e quindi si ricorre a paratie su più livelli di ancoraggio.

Per quanto riguarda invece i diversi materiali, a seconda del campo di impego e della tipologia di
scavo, esistono paratie in legno, acciaio (palancole), sistemi misti (acciaio legno) e in cemento
armato (pali-diaframmi).

Paratie di legno
Sono pannelli di legno accostati gli uni accanto agli altri e giuntati tra loro. In particolare, i giunti
possono essere di diverso tipo: giunti testa-testa (semplicemente poggiati gli uni accanto agli altri),
giunti di tipo maschio-femmina o giunti con spinotto di chiusura. I pannelli vengono infissi
progressivamente nel terreno tramite l’utilizzo di un profilo tagliente all’estremità inferiore per
facilitarne l’infissione. Possono essere presenti degli elementi di collegamento (tipo travi) per
rinforzare la paratia o per aumentare la resistenza.
Queste paratie vengono utilizzate generalmente per opere provvisorie tra i quali scavi armati con la
presenza di alcune travi trasversali che fungono da puntelli e delle travi correnti longitudinali che
uniscono tra loro tutti i pannelli.

Palancole metalliche
Dopo i sistemi di legno e misti acciaio-legno, il passo successivo sono le cosiddette palancole
metalliche. Si tratta di profilati metallici sagomati, ottenuti tramite laminazione a caldo o piegati a
freddo. I laminati a caldo hanno un peso maggiore rispetto ai profilati a freddo. Questi profili
possono avere varie forme, tra i quali i “profilati a I” che sono piatti e quelli sagomati. Chiaramente
questi elementi non vengono adoperati per le paratie siccome un elemento piatto è caratterizzato da
una rigidezza e resistenza flessionale trascurabili: pertanto vengono adoperati perlopiù in condizioni
in cui sono caricati a trazione o a compressione nel proprio piano, come “strutture cellulari” dove i
vari profili ad I sono collegati tra di loro e resistono a trazione nel proprio piano Per azioni
trasversali questi profili non funzionano affatto. Per questo si ricorre normalmente a profili
sagomati.
Di profili sagomati ne esistono 2 tipologie: “a U” e “a Z”, che si differenziano per la posizione dei
giunti che collegano 2 profili successivi. Chiaramente il palancolato è costituito da una serie di
profili uno accostato all’altro. I giunti permettono di far scorrere due pannelli l’uno rispetto all’altro
parallelamente al loro asse longitudinale. Quindi per montare l’intera palancolata bisogna inserirli
nel terreno in serie, uno accanto all’altro, collegando un giunto maschio e un giunto femmina.
Chiaramente questi giunti sono fatti in modo da scorrere gli uni rispetto agli altri quindi molto
spesso vengono anche ingrassati in modo tale da non dare alcuna resistenza allo scorrimento.

Il comportamento dei profili a U e a Z è sostanzialmente diverso dal punto di vista del loro
funzionamento a flessione, proprio per la posizione del giunto. In alto vi è un palancolato costituito
da sezioni ad U collegati da giunti liberi (aperti). Le linee tratteggiate sono gli assi neutri: quando
questa palancola viene sollecitata con un momento agente in un piano ortogonale, ciascun profilo si
inflette attorno ad un asse neutro separato. Questo perché in corrispondenza del giunto ingrassato
non si possono sviluppare tensioni tangenziali.
Se invece si prevede la saldatura dei giunti, impedendo lo scorrimento relativo, anziché avere il
comportamento dato dalla somma dei comportamenti dei profili singoli si ottiene il comportamento
da sezione unica che si inflette attorno ad un unico asse neutro. Infatti, in corrispondenza dell’asse
neutro si hanno le tensioni tangenziali massime: esse agiscono (per equilibrio) anche nella direzione
dell’asse della palancola. L’integrale di queste tensioni tangenziali rappresenta la forza di
scorrimento rispetto alla quale normalmente si calcola una trave in c.a. In questo caso la forza di
scorrimento può essere assorbita dalla saldatura. In assenza di saldatura, lo sforzo tangenziale non si
può sviluppare e quindi i 2 profili si comportano come totalmente indipendenti, scorrendo l’uno
rispetto all’altro. In assenza di saldature il diagramma di tensioni normali agenti sulla sezione in
presenza di momento flettente è costituito da 2 diagrammi a farfalla: ciascun elemento ad U lavora
sulla propria singola altezza. In presenza di saldatura invece il diagramma è costituito da un’unica
farfalla grande perché lavora sull’altezza dell’intera sezione. Quindi tutto un lato sarà interamente
compresso e tutto l’altro lato sarà interamente teso, per cui si massimizza l’utilizzo della sezione
visto che si centrifugano al massimo i contributi delle 2 ali più esterne.
Dunque, nel far lavorare i due profili in maniera solidale o separatamente è come se l’altezza utile
della sezione in un caso sia l’intera distanza tra le ali mentre nell’altro caso sia semplicemente la
distanza tra l’ala e il giunto.
Nel caso del profilo a Z - che ha i giunti in corrispondenza delle ali della sezione complessiva - in
corrispondenza dei giunti le tensioni tangenziali sono nulle (indipendentemente dal fatto che essi
siano saldati o meno). Pertanto, il giunto non tende a scorrere, e quindi la palancola complessiva si
può inflettere come se la sezione fosse perfettamente saldata. Perciò nella sezione a Z la presenza
dei giunti non modifica la deformazione e il comportamento della palancola (rispetto all’ipotesi in
cui essa fosse monolitica). Dunque, la sezione a U è quella che lavora peggio mentre la sezione a Z
è quella che ha comportamento migliore.
Esistono poi le palancole ad S che rappresentano una configurazione intermedia. Esse sono ottenute
rivettando un giunto si e uno no di una palancola ad U. In questo caso l’asse neutro ruota perché la
sezione della palancola è costituita da 2 profili ad U tra loro rivettati (e quindi è un unico pezzo). In
tal caso la direzione in cui viene applicata l’azione non è più direzione principale di inerzia e quindi
la sezione tende ad essere soggetta a flessione deviata. Pertanto, la palancola svergola leggermente,
trattenuta soltanto dalle azioni che le palancole accanto riescono ad esercitare su di essa.
Se si rivettano o saldano tutti i giunti di una palancola ad U, essa si comporta come un’unica
sezione interamente reagente e quindi non c’è nessuno scorrimento tra parte superiore e inferiore
della palancola. Il risultato è che il diagramma delle tensioni normali sulla sezione inflessa è una
semplice farfalla.
Se invece in corrispondenza dei giunti non si trasferisce nessuno sforzo (immaginando ad esempio
che siano stati anche perfettamente lubrificati) la parte superiore scorre rispetto a quella inferiore e
si hanno 2 diagrammi di tensioni normali sulle due sezioni completamente separati l’uno dall’altro e
quindi è come se fossero 2 travi che lavorano ognuna per conto proprio senza trasmettersi nulla.

Il problema delle palancole metalliche sono i costi. Il costo dell’acciaio è strettamente legato alla
regione geografica in cui viene adoperato a seconda che il paese sia produttore o meno di acciaio.
Ormai i principali paesi produttori di acciaio sono tutti spostati verso oriente o verso il nord-Europa.
Per questo in Italia non si usano molto le palancole metalliche. Oltre al problema del costo vi è
anche quello della corrosione. I pannelli d’acciaio sono inseriti nel terreno che normalmente è un
ambiente aggressivo dal punto di vista della corrosione e quindi quando si progetta un’opera
realizzata con palancolate metalliche bisogna fare attenzione e tenere conto della possibilità che ci
sia la corrosione. Se l’opera è provvisoria non ci sono grossi problemi in quanto nel tempo entro cui
l’opera deve funzionare e a meno che non vi siano condizioni particolarmente aggressive è tollerato
che vi sia una leggera corrosione. Se invece l’opera è permanente bisogna tenere conto del fatto che
nel tempo lo spessore della palancolata si va riducendo (qualora non sia protetta dalla corrosione).
In questo secondo caso si hanno varie alternative: o si sovradimensiona lo spessore della palancola
stessa in modo tale che col procedere della corrosione nel tempo la riduzione della sezione sia
tollerabile dal punto di vista delle azioni che vanno ad agire sulla sezione stessa, oppure un’altra
alternativa è quella di verniciare le palancole con delle vernici bituminose che le dovrebbero
proteggere dalla corrosione. Altra possibilità è quella di ricorrere a protezione catodica attiva o
passiva in cui la palancola è collegata con un elemento a perdere che progressivamente si corrode al
posto della palancola. Il fenomeno è chiaramente più importante in ambiente marino. Molto spesso
questi elementi vengono utilizzati proprio per realizzare banchine portuali: in quel caso ovviamente
l’ambiente è massivamente aggressivo perché i cloruri facilitano la corrosione. La zona più soggetta
a corrosione è quella in corrispondenza del livello medio del mare in quanto è la zona interessata
dal moto ondoso e dunque si ravvisano condizioni di alternanza asciutto-bagnato che assicurano la
presenza sia dell’ossigeno che dell’agente corrosivo. Più in profondità, sott’acqua, in assenza di
ossigeno, la corrosione non si verifica con la stessa velocità.
Le palancole vengono messe in opera o per battitura con un grosso maglio (con una cuffia che viene
predisposta sulla testa della palancola per evitare di distruggerla) oppure per vibroinfissione (c’è un
macchinario che mette in vibrazione la palancola e contemporaneamente esercita un carico notevole
sulla sua testa). Queste macchine sono anche abbastanza impegnative in quanto devono essere in
grado di vincere la resistenza del terreno alla battitura di questi profili che può essere anche elevata.
Uno dei maggiori vantaggi dell’utilizzo di profili metallici, è quello che una volta realizzata l’opera,
posso estrarre dal terreno i vari profili. Quindi la palancola è uno strumento perfetto per realizzare
delle opere provvisorie perché posso recuperarle: infiggo le palancole, realizzo lo scavo e recupero
le palancole. Quindi diventano quasi un mezzo d’opera che posso utilizzare n volte.
Il profilo a U è quello più semplice da fissare nel terreno. Il profilo a Z non è perfettamente
simmetrico e quindi quando lo si va a battere è difficile mantenere la perfetta verticalità (tende a
ruotare più facilmente) ed è questo il motivo per cui esistono i profili ad U, proprio per la loro più
semplice infissione nonché per il loro più semplice e comodo stoccaggio.
Le dimensioni massime delle palancole sono dettate dalla possibilità di trasportarle, quindi le
dimensioni possibili sono dell’ordine dei 12 metri, massimo 15 m in caso di trasporti eccezionali.
Nel caso in cui bisogni realizzare delle opere che prevedono delle palancole di dimensioni maggiori
bisogna giuntare le palancole mediante saldature le une sulle altre durante la fase di infissione.

PARATIE IN C.A. (paratie di pali in c.a. – diaframmi in c.a.)


- Paratie di pali in c.a.
Una delle possibilità per la costruzione di paratie in c.a. è quella con pali in c.a. trivellati. La
differenza tipologica più importante per le paratie di pali è relativa al rapporto tra l’interasse tra 2
pali successivi e il diametro dei pali stessi. In particolare, sono possibili 3 diverse configurazioni.
Supposto che i pali vengono realizzati sullo stesso allineamento/piano, è possibile avere pali
affiancati (interasse maggiore del diametro: ) cioè con un po’ di spazio tra un palo e l’altro
entro cui il terreno comunque si mantiene stabile (ma i pali non si toccano tra loro). Chiaramente
questo semplifica l’esecuzione del palo.
L’alternativa successiva è la condizione limite della precedente ed è costituita dalla realizzazione di
pali tangenti: questa alternativa si rende necessaria in quei casi in cui il terreno tra due pali
successivi non dovesse essere stabile. Chiaramente la rigidezza e resistenza flessionale complessiva
della paratia è costituita esclusivamente dalla rigidezza e resistenza dei singoli pali che lavorano
ciascuno per proprio conto.
L’ultima alternativa, infine, è quella dei cosiddetti pali secanti, la cui realizzazione è notevolmente
più complicata di quella delle tipologie precedenti, in quanto i pali si sovrappongono tra loro. La
motivazione per cui uno può decidere di realizzare una paratia di pali secanti può essere quella di
ottenere una parete “impermeabile”, infatti compenetrando tra loro i pali l’intenzione è quella di
non lasciare passare l’acqua (nel caso di una perfetta esecuzione).

Con riferimento alla paratia di pali secanti, si realizzano prima i pali dispari e poi si passa a quelli
pari, rifresando quelli dispari precedentemente realizzati. Questo perché ovviamente il problema in
una paratia di questo tipo è cercare di mantenere quanto più possibile la verticalità dei pali. In realtà
quando si realizza il palo, soprattutto per lunghezze eccessive, la perfetta verticalità è soltanto
un’astrazione in quanto è facile deviare perché la macchina con cui si effettua la perforazione non è
in grado di mantenere la perfetta verticalità (in relazione ovviamente alle caratteristiche del terreno
che si va progressivamente ad attraversare). Per pali soggetti a carichi verticali questo può anche
non essere un gran problema mentre in questo caso è opportuno avere sempre la stessa
sovrapposizione tra 2 pali successivi in modo tale da avere assicurata la tenuta idraulica. Infatti,
quando si realizzano i 2 pali laterali e poi il palo in mezzo (in modo tale che la macchina abbia su
entrambi i lati le stesse condizioni di lavoro), la macchina non può sbandare a destra e a sinistra
perché se si sposta da una parte trova comunque il calcestruzzo da rifresare.
Nella realizzazione del palo, una delle problematiche fondamentali è quella di garantire la stabilità
della perforazione in cui verrà realizzato il palo stesso e la zona più critica per questo problema è la
parte sommitale (bocca) dello scavo, dove gli stati tensionali sono più bassi e il terreno può essere
anche più scadente. Quindi in sommità è necessario provvedere con dei sistemi di stabilizzazione
che possono essere costituiti da una tubazione pesante. La parte inferiore, invece, può essere
stabilizzata con fango bentonitico (molte delle macchine per la perforazione dei pali usano il fango
bentonitico sia per stabilizzare lo scavo sia per rimuovere il detrito mediante la circolazione del
fango).
A seguito della trivellazione dei pali è necessario immergere l’armatura prima di effettuare il getto
di cls. Una volta infilata la gabbia si procede al getto del calcestruzzo che viene effettuato con un
tubo convogliatore che viene calato fino al fondo dello scavo. Questo perché - essendo
normalmente lo scavo stabilizzato con fango bentonitico ed essendo il fango più leggero del
calcestruzzo - gettando il calcestruzzo dal basso si fa in modo che il fango rifluisca verso l’alto e
non ci siano interruzioni di getto che altrimenti si potrebbero verificare gettando il calcestruzzo
dall’alto, e quindi non dando la possibilità al fango di liberarsi essendo occlusa la perforazione: il
rischio è che potrebbero restare delle bolle di fango all’interno di ciascuno dei pali e quindi la
sezione del palo non sarebbe realizzata correttamente. La tubazione di protezione dei primi metri di
scavo viene sfilata (vibro-estrazione) per cui il calcestruzzo viene indirettamente anche vibrato
all’atto di rimuovere la tubazione superiore.

- Diaframmi in c.a.
Un’alternativa possibile alle paratie di pali in c.a., sono i pannelli in c.a.. Le dimensioni tipiche di
un pannello in c.a. sono: spessore 50 – 120 m; larghezza 3 – 4 m; profondità decine di metri
(10 – 50 m ).
I pannelli sono collegati tra loro e spesso si dispone un tubo di acciaio per la realizzazione di un
giunto tra due pannelli successivi. In questo caso il vantaggio principale è che questi elementi hanno
uno sviluppo nella direzione parallela allo scavo da realizzare, che è maggiore rispetto allo spessore
per cui si riesce a ridurre il numero dei giunti. Sicuramente lo spessore è legato alle sollecitazioni
cui il pannello dovrà resistere durante le fasi esecutive e in esercizio, però è legato anche alla
tecnologia con cui viene realizzato. Infatti, se si fissa uno spessore di pannello, si fissa
contestualmente la dimensione della macchina che lo andrà a scavare.
I diaframmi in c.a. possono essere combinati tra loro per ottener e anche le forme più particolari,
come quelle a T, a stella e a croce, che hanno finalità particolari. I diaframmi a T servono per avere
rigidezze e resistenze flessionali molto maggiorate rispetto al caso ordinario dei diaframmi piani.
Durante la fase di scavo dei pannelli, la zona più delicata per la realizzazione di queste strutture è
proprio quella più prossima del p.c.. È quindi necessario realizzare delle murette guida, che oltre a
dare una guida al macchinario durante lo scavo, tra l’altro hanno anche altre funzioni: servono per
sospendervi le gabbie di armatura e permettono di avere un piano di lavoro più facilmente
utilizzabile. Con la realizzazione delle murette guida inoltre si permette l’allineamento dei pannelli:
è un’operazione preliminare con la quale si descrive esattamente la geometria della parete così
come dovrà essere realizzata e si garantisce che la macchina cominci a scavare già nella posizione
giusta. Chiaramente, infatti, un errore di posizionamento in sommità si propaga anche in profondità,
quindi più precisi si è nel posizionare la macchina più è alta la probabilità di minimizzare le
difformità e i difetti in profondità. Nella zona di oscillazione del fango (per effetto dell’ingresso e
uscita ripetuti della macchina) senza le murette guida il terreno potrebbe facilmente franare.
Sostanzialmente la differenziazione tra i pannelli è legata al tipo di macchinario adoperato per
scavare. In particolare, possiamo distingue 3 categorie:
- benne meccaniche mordenti (a loro volta si distinguono a seconda che siano movimentate
con da cavi o da aste: la differenza è nella dimensione dell’apparato; infatti nel caso di
manovra a mezzo di aste, sarebbe necessaria un’antenna di altezza pari ad almeno una volata
dell’asta stessa. Per questo quelle manovrate da aste sono molto ingombranti. Quelle a cavi
sono generalmente meno ingombranti).
- benne idrauliche mordenti
- idrofrese
La benna mordente meccanica sospesa mediante cavi, riesce a scavare il terreno al di sotto facendo
affidamento soprattutto sul proprio peso in quanto tramite questo viene infisso nel terreno. Quando
infatti viene calata sotto l’azione del proprio peso e con le valve aperte, si infigge nel terreno e poi
meccanicamente si chiudono le valve che recuperano il materiale e lo portano in superficie. Quindi
il peso del macchinario è fondamentale per riuscire a scavare pannelli di certe dimensioni. Poi ci
sono tutta una serie di benne differenti la cui differenza principale è lo spessore del pannello che si
riesce ad ottenere.
Un po’ più maneggevoli sono le benne idrauliche, decisamente più piccole in quanto il sistema in
pressione permette di aprire e chiudere più facilmente la benna (senza dover sfruttare il peso di una
macchina enorme). Quindi in alcuni casi di benne idrauliche movimentate con funi, si riescono a
scavare pannelli di dimensioni notevoli anche con macchine di dimensioni relativamente contenute.
Lo scavo con benna meccanica o idraulica e stabilizzato con fango bentonico di tipo statico.
L’idrofresa, invece, è fatta in modo diverso: invece di avere le valve che si infiggono nel terreno ha
2 o 4 ruote dentate che ruotano in direzione opposta e che disgregano il terreno sul fondo. Il terreno
disgregato, circola tra le ruote mescolato insieme al fango, e poi viene aspirato con una circolazione
inversa del fango stesso. Cioè il sistema di stabilizzazione con fango anziché essere statico è
dinamico: il materiale viene disgregato completamente, risucchiato all’interno di una pompa che lo
porta in superficie, e poi il fango viene ripulito opportunamente all’interno di un’apposita stazione
di trattamento del fango in modo tale da essere rimesso in circolo (dopo essere stato
opportunamente filtrato, quello che si può recuperare).
Questo tipo di macchinario permette di disgregare anche rocce compatte, mentre la benna
ovviamente ha il limite che – per quanto possa essere pesante – non riesce a penetrare e scavare un
materiale molto resistente (e quindi in alcuni casi non è adatta a scavare certi materiali).
Ovviamente l’idrofresa può essere attrezzata con le tipologie di denti più varie (diamantati, con
corone rotanti, ecc.) a seconda dei casi. In commercio esistono ampie gamme di apparecchiature
differenti.
A differenza della benna mordente, dove i giunti tra i vari pannelli vengono realizzati tramite pali di
acciaio, l’idrofresa realizza il giunto tra due pannelli successivi andando a rifresare il cls del
pannello accanto e quindi si ha una condizione di perfetta continuità tra i pannelli.
In ogni caso è fondamentale avere la parzializzazione dello scavo, che è necessaria per avere la
macchina che lavora sempre in condizioni pressoché di simmetria. Poi successivamente allo scavo
si effettua il calo della gabbia di armatura che viene posizionata e sospesa alle murette. Dopodiché
vengono introdotti i tubi convogliatori che effettuano il getto dal fondo dello scavo. Questo è il
singolo pannello realizzato.

Paratie libere: funzionamento, calcolo e progetto.


Abbiamo stabilito che la paratia è una parete che serve per sostenere il terreno a monte di uno scavo
per una certa altezza di ritenuta che indichiamo con h, e che l’elemento funziona utilizzando una
porzione infissa nel terreno che assicura la stabilità dell’opera o, eventualmente, nei casi un po’ più
complicati qualche vincolo disposto lungo la parete stessa come puntoni o tiranti.
Di fronte a un’opera di questo tipo abbiamo sostanzialmente 3 problemi distinti da affrontare che
compongono gli elementi da valutare nel momento in cui deve essere progettata:
- stabilità delle pareti sotto le azioni esterne
- resistenza della parete alle sollecitazioni indotte dalle azioni esterne
- controllo degli spostamenti dell’opera e soprattutto del terreno al contorno (agli spostamenti
orizzontali della parete si accompagnano dei cedimenti verticali del p.c. o meglio delle
deformazioni di tutto il volume di terreno alle spalle della parete stessa: questo volume può
essere interessato dalla presenza di strutture preesistenti quali tanto strutture esattamente in
superficie a tergo dell’opera - come ad esempio la fondazione di un edificio - quanto
fondazioni profonde o sotto-servizi. Ne consegue che tutto il quadro di spostamenti che si
viene a verificare a seguito della realizzazione dell’opera ha un’influenza e deve essere
valutata la sua compatibilità non tanto con la struttura che stiamo realizzando quando con
eventuali strutture preesistenti).
Per quanto riguarda la stabilità si utilizzano dei metodi che, facendo riferimento a una condizione
limite di equilibrio, sono sostanzialmente dei metodi di calcolo a rottura. Si tratta di metodi che
quanto meno nel caso di paratie semplici possono essere risolti manualmente.
Quando la paratia viene caricata dalla spinta del terreno a monte, l’unico cinematismo compatibile
con la condizione di equilibrio è la rotazione della paratia intorno ad un punto posto ad una certa
profondità dell’infissione della paratia. Infatti, la rotazione è l’unico cinematismo possibile in grado
di garantire l’equilibrio alla traslazione e alla rotazione.
Nel calcolo della stabilità della paratia, si va a schematizzare la paratia come infinitamente rigida e
resistente e il terreno come rigido plastico; ci si mette quindi nella condizione di spinta attiva a
monte e di spinta passiva a della paratia.

Metodo convenzionale calcolo paratie libere (a sbalzo) – Metodo di Blum.


Con riferimento agli schemi di Figura 14.13a e 14.13b1, nei quali sono rappresentati
rispettivamente la geometria di una paratia a sbalzo in terreno omogeneo, incoerente e asciutto, e
l’andamento dei diagrammi limite di pressione attiva e passiva a monte e a valle della paratia, il
problema è staticamente determinato, poiché si hanno:
2 incognite:
- la profondità di infissione D
- la profondità d del punto di spostamento nullo, O

e 2 equazioni di equilibrio:
- alla traslazione orizzontale
- alla rotazione.

i0

Si può assumere in maniera semplificata che la risultante delle azioni al di sotto del centro di
rotazione O rappresentate da questi 2 diagrammi sia costituita proprio da una forza R applicata in
corrispondenza del centro di rotazione. In questo modo il diagramma di interazione risulta
notevolmente semplificato ed in particolare avrà l’aspetto mostrato nella figura (b2).
Quindi l’azione R rappresenta sostanzialmente l’interazione della paratia col terreno al di sotto del
centro di rotazione. Chiaramente così facendo abbiamo sostituito all’incognita “z” una nuova
incognita costituita dalla reazione R, mentre l’altra incognita è “i0”, visto che “i” non gioca più nelle
espressioni delle spinte.
Blum, all’inizio degli anni 40, suggerì di assumere il rapporto i0/i come costante ed in particolare
pari a 0.8. Così facendo, i0 non è più incognito in quanto il diagramma di interazione netto risulta
univocamente definito una volta definito “i”. Non solo: si ha anche un altro vantaggio e cioè che se
vogliamo determinare il valore della profondità di infissione tale che siamo in una condizione di
equilibrio limite, è sufficiente imporre l’equilibrio alla rotazione attorno al punto O in quanto in tal
modo l’incognita R sparisce (avendo braccio nullo). Dopo aver scritto l’equazione di equilibrio alla
rotazione dovrei scrivere quella di equilibrio alla traslazione per determinare R ma non lo facciamo
proprio perché supponiamo che l’infissione sia sufficiente ad assorbire la forza R. Quindi in
definitiva, il calcolo della paratia libera diventa estremamente semplice: invece di scrivere
un’equazione di 4° grado, otteniamo semplicemente un’equazione risolutiva di 3° grado in “i”.

Per scrivere l’equazione di equilibrio alla rotazione, invece di utilizzare il diagramma netto ci
conviene utilizzare i diagrammi costituenti: essi non sono altro che i diagrammi di spinta calati fino
al centro di rotazione (figura b2). In particolare, la pendenza del diagramma di spinta attiva sarà pari
a γ Ka, dove è il peso del terreno e ka e il coefficiente di spinta attiva (calcolabile come NTC);
lo stesso vale per la spinta passiva a monte ( ). Entrambi i diagrammi sono di tipo triangolare
(condizione limite).

Considerando allora i diagrammi costituenti riportati in figura, abbiamo una spinta attiva:

e una spinta passiva:

In realtà, però, dovendo scrivere l’equazione di equilibrio alla rotazione, siamo interessati
principalmente ai momenti di queste spinte rispetto al centro di rotazione O.
Quindi abbiamo il momento della spinta attiva:

Evidentemente eguagliando questi 2 elementi ( ) si ottiene un’equazione di 3° grado in


“ ”.
Come la risolviamo? Una possibilità è chiaramente risolvere l’equazione cubica. Ci sono alcuni casi
in cui esiste soluzione in forma chiusa per un’equazione di questo tipo ma non è proprio il massimo
che possiamo fare. Allora la cosa più banale da fare è calcolare il rapporto Mp/Ma: esso, se è
soddisfatto l’equilibrio limite, deve essere uguale a 1. Allora:

- fisso un valore “i” di 1° tentativo


- ricavo =0.8i (oppure i=1.25 )
- calcolo il rapporto Mp/Ma: se questo è > 1 devo ridurre l’infissione; si invece è <1 devo
aumentare l’infissione.
-
Con un paio di iterazioni ottengo il valore di “i” strettamente necessario all’equilibrio in condizioni
limite.
Quindi in questo caso abbiamo progettato la paratia: abbiamo fissato il valore di h e ricavato quello
di . Se ci mettiamo nella condizione di verifica in cui “h” e “i” sono assegnati, ciò che resta

incognito è il rapporto . Se l’infissione è minore di quella strettamente necessaria all’equilibrio

limite, sarà minore di 1 e quindi non sarà possibile l’equilibrio in quanto le azioni eccedono le
resistenze. Se invece l’infissione è maggiore di quella strettamente necessaria all’equilibrio limite,
sarà maggiore di 1 e dunque la paratia sarà in equilibrio, ma i carichi che agiscono sulla paratia
in tale condizione non li conosco (tenuto conto che questa configurazione non è più una condizioni
limite): so soltanto che la resistenza disponibile eccede le azioni agenti. Allora posso introdurre per
esempio il coefficiente di mobilitazione F che scala la spinta passiva (corrispondente all’ipotesi che
la spinta passiva si mantenga ancora lineare ma che se ne mobiliti solo una parte). Così facendo,

laddove compare Kp, comparirà anche F, e il rapporto diventerà proprio pari a F, dove
è il valore limite (massimo) del momento della spinta passiva:

Perciò con questa ipotesi mi sono ricostruito il diagramma di interazione anche in una condizione
lontana dalla condizione di equilibrio. È come se avessi introdotto un modello di interazione: sto
supponendo che oltre ad avere una condizione di resistenza limite ho anche una condizione di
resistenza parzialmente mobilitata in cui la forma del diagramma si conserva perfettamente.
Quindi è possibile calcolare l’infissione necessaria per la stabilità della paratia in una condizione di
equilibrio limite.

Una volta ricavata l’infissione i necessaria ad assicurare la stabilità della paratia nelle condizioni
limite, si procede alle verifiche di resistenza sulla paratia. Per fare quest’operazione non bisogna far
altro che considerare i carichi agenti sulla paratia (diagramma netto di interazione) e calcolare il
taglio ma soprattutto il momento flettente (visto che la paratia è un elemento soggetto ad un regime
tensio-deformativo prevalentemente flessionale, trattandosi di un’opera snella).
Una volta calcolata l’infissione in condizioni di equilibrio limite, il calcolo del momento non viene
effettuato in condizioni di equilibrio limite, ma in una condizione lontana dall’equilibrio limite di F
(grado di mobilitazione).
Questo passaggio ovviamente non è poi così banale perché se siamo in una condizione di equilibrio
limite conosciamo la distribuzione delle azioni; ma se invece siamo in una condizione lontana
dall’equilibrio limite bisogna passare per il coefficiente F e dunque si deve passare per un’ulteriore
ipotesi relativa all’andamento della distribuzione di spinta passiva in condizioni lontane dalla
rottura. Quindi se fino ad ora il risultato non era condizionato dall’ipotesi sull’interazione, nel
momento in cui vado a calcolare il momento flettente a partire da queste distribuzioni scalate di F,
quest’ipotesi su come varia l’interazione al variare degli spostamenti condiziona il risultato.
Significa che quindi se prendo paratie calcolate con metodi differenti (non dell’equilibrio limite; ad
esempio tenendo conto dell’interazione con dei metodi a molle, con il FEM o altro) otterrò delle
sollecitazioni che sono diverse rispetto a quelle che stiamo considerando, mentre dal punto di vista
della stabilità dell’opera il risultato è sostanzialmente lo stesso. Questo perché nella nostra
modellazione stiamo tagliando tutto un pezzo di quella famosa curva di interazione di cui ci siamo
presi solo le 2 estremità: adesso in mezzo ci mettiamo qualcosa di abborracciato per riuscire a dare
una risposta su quali siano le sollecitazioni sulla paratia.
Se i carichi sono quelli rappresentati dal diagramma di interazione netto, calcolare il momento
flettente sulla paratia non dovrebbe essere troppo complicato: fisso un’ascissa z, e calcolo taglio e
momento integrando rispettivamente una e due volte il diagramma dei carichi.
Prima di tutto dobbiamo fare una considerazione: tra taglio e momento c’è una relazione. Il taglio è
ovviamente la derivata del momento: da punto di vista delle sollecitazioni taglianti, salvo il caso di
paratie in cui ci sono azioni concentrate, normalmente non vengono fuori chissà quali sollecitazioni;
pertanto in questo caso la verifica principale è quella a flessione. Ci interessiamo del taglio perché
ci interessa il momento: la sezione di momento massimo (punto stazionario del diagramma, ed in
particolare punto di massimo), infatti, è quella in corrispondenza della quale il taglio è nullo.
La prima considerazione da fare è sulla posizione della sezione di taglio nullo. In testa alla paratia il
taglio è sicuramente nullo perché non vi è nessun carico concentrato. A mano a mano che ci si
spostiamo verso il basso l’integrale del carico – corrispondente proprio al taglio agente nella
sezione di volta in volta considerata – cresce, e non può far altro che crescere fino al piano di scavo
perché prima di quella quota non vi sono azioni di verso opposto. Essendo il carico crescente in
maniera lineare, il taglio crescerà con legge quadratica. La cosa importante però è che sicuramente
non trovo la sezione di momento massimo al di sopra del piano di scavo: la troverò sicuramente al
di sotto (che vi debba essere una sezione di taglio nullo è ovvio altrimenti non si arriverebbe mai
all’equilibrio). Quindi scriviamo l’espressione del taglio a partire dal piano di scavo e verso il
basso: è in quella zona infatti che si troverà la sezione di taglio nullo e momento massimo. Al di
sopra di sicuro il taglio non sarà nullo. Poi, a mano a mano che si scende sotto il piano di scavo, il
taglio si riduce progressivamente per effetto dell’azione netta pari alla differenza tra spinta attiva e
spinta passiva che agisce in verso opposto rispetto al carico dovuto alla spinta attiva al di sopra del
piano di scavo. A un certo punto il taglio arriverà ad annullarsi, per poi riprendere a crescere ma con
segno opposto, fino ad arrivare al punto O in corrispondenza del quale il momento sarà nullo e il
taglio sarà pari proprio alla forza R applicata in quel punto.
Detto ciò possiamo rappresentare schematicamente il diagramma del momento flettente. Esso avrà
l’andamento rappresentato nella seguente figura, dove – come da convenzione italiana – il
diagramma viene rappresentato dalla parte delle fibre tese.
In cima alla paratia: taglio nullo -> punto di tangente orizzontale del diagramma del momento;
momento nullo -> punto di nullo del diagramma del momento.
Nel tratto al di sopra del piano di scavo -> cresce monotonamente con andamento cubico
Nel tratto al di sotto del piano di scavo -> dapprima continua a crescere sempre meno velocemente,
passando per un flesso e infine attingendo un massimo; poi comincia a decrescere molto
rapidamente fino ad annullarsi in corrispondenza del punto O, nel quale giunge con tangente pari al
modulo di R.

Attenzione: la rappresentazione del diagramma del momento flettente così ottenuta è condizionata –
nella parte più bassa – dall’ipotesi di concentrare tutte le azioni al di sotto del punto O in
corrispondenza di tale punto. Pertanto, questo diagramma è scorretto nella parte terminale (al di
sotto del centro di rotazione) e andrebbe corretto compensandolo con un andamento del tipo
rappresentato in verde tratteggiato in figura, che parte dalla punta con valore nullo e tangente nulla.
Ovviamente questa è solo una considerazione accademica legata alla comprensione dell’effettivo
funzionamento della paratia, in quanto non è che nella parte terminale le armature vengono
dimensionate in funzione del momento agente in quella zona: so soltanto che ci sarà un momento
flettente al di sotto; la sua entità è pochissima cosa: stiamo parlando del 20% dell’infissione
complessiva quindi non è che ci importi molto.
Una volta ricavato il momento massimo, è possibile verificare la sezione rispetto a questo valore. In
realtà la questione dipende dalla lunghezza della paratia. Immaginiamo di avere una palancola
metallica: il momento con cui viene dimensionata la sezione che è uniforme con la profondità è
proprio il momento massimo. Se la paratia è in c.a. abbiamo un po’ più di gioco perché sebbene lo
spessore del pannello o il diametro del palo siano gli stessi per tutta l’altezza della paratia, possiamo
giocare un po’ sull’armatura, ma dipende dalle dimensioni della paratia. Normalmente viene
dimensionata l’intera paratia in funzione del momento massimo.

Paratie vincolate in testa


Scopo dell’introduzione di un vincolo sulla paratia.
Nella progettazione di una paratia le cose da tenere in conto sono essenzialmente:
- stabilità della paratia -> l’infissione è sostanzialmente proporzionale all’altezza di ritenuta.
Quindi altezze di ritenuta più grandi comportano profondità di infissione sempre più grandi,
in modo più o meno proporzionale.

- entità delle sollecitazioni agenti sulla paratia stessa e quindi spessore della paratia. Lo
spessore è ovviamente legato al momento flettente, che cresce col cubo dell’altezza di
ritenuta. Quindi al crescere dell’altezza di ritenuta, lo spessore cresce molto di più di quanto
cresca l’infissione. Quindi i problemi che possiamo avere mano a mano che aumentiamo
l’altezza di ritenuta sono che l’infissione diventi molto grande o soprattutto che lo spessore
diventi molto grosso. Quindi, per queste 2 questioni, è possibile introdurre un vincolo in
testa alla paratia così da avere una paratia più snella e meno lunga.

- entità degli spostamenti. La paratia libera per poter funzionare deve ruotare altrimenti la
distribuzione di azioni che agiscono nella condizione indeformata della paratia non sono in
equilibrio. Quindi la paratia ruota, e al p.c. di conseguenza si ha il massimo spostamento
orizzontale della parete. Ciò comporta che in aderenza alla parete, il terreno – che è
richiamato dallo spostamento della parete stessa – dovrà cedere, e quindi abbiamo il
massimo cedimento in prossimità della parete che si diffonde allontanandosi dallo scavo.
Questi spostamenti (e in particolare i cedimenti) possono essere intollerabili dalle strutture
alle spalle. Un modo molto semplice per ridurre gli spostamenti è impedire lo spostamento
della sommità della parete è l’introduzione del vincolo in testa alla paratia.
Ricapitolando, perciò, abbiamo 3 tipi di problemi per i quali possiamo essere interessati a introdurre
un vincolo: riduzione della lunghezza di infissione, riduzione dello spessore, riduzione degli
spostamenti.
Per poter ovviamente discutere di quanto si riduce l’infissione in una paratia ancorata rispetto al
caso della paratia libera bisogna studiare un modo per valutare la stabilità della paratia ancorata.

Free-end method (o Metodo dell’estremo libero) [basato sull’ipotesi che il piede della paratia sia
libero di spostarsi]
HP: paratia infinitamente rigida: terreno rigido-plastico; vincolo in testa infinitamente rigido.

Usiamo esattamente le stesse ipotesi che abbiamo adoperato per la paratia libera, cioè che la paratia
si comporti come infinitamente rigida e che il terreno si comporti come rigido-plastico. In più in
questo caso introduciamo un’ipotesi aggiuntiva: indicando con A il punto vincolato (vuoi con un
tirante, vuoi con un puntone, cosa di cui discuteremo più avanti nel corso), il vincolo in A è
anch’esso infinitamente rigido. Questo comporta che l’unico cinematismo possibile per la paratia è
una rotazione rigida attorno al punto A (mentre nel caso della paratia libera la rotazione si
verificava attorno ad un punto posto ad una certa profondità dal p.c.). Evidentemente questo nuovo
cinematismo è tanto più ragionevole quanto più rigida è effettivamente la paratia.
Se la rotazione rigida attorno al punto A è il cinematismo che compete alla paratia in condizioni di
rottura, bisogna semplicemente tracciare i diagrammi di interazione congruenti con questo tipo di
cinematismo. Si noti che a monte la paratia controruota nella zona al di sopra del vincolo: tuttavia
questa controrotazione può essere trascurata (il suo effetto è piccolo) e di conseguenza si può
assumere semplicemente che l’intero diagramma delle tensioni orizzontali a monte della paratia sia
un diagramma di spinta attiva (limite) di pendenza γ Ka dalla testa fino al piede. A valle ovviamente
abbiamo esattamente la mobilitazione della spinta passiva e quindi un diagramma lineare dal piano
di fondo scavo fino alla punta con inclinazione γ Kp.

Quindi avremo una certa spinta attiva, applicata ad 1/3 dell’altezza complessiva della paratia (h+i),
ed una certa spinta passiva applicata ad 1/3 della profondità di infissione i. In corrispondenza
dell’ancoraggio in A avremo una reazione che per il momento è per noi incognita e possiamo
chiamare T.
I valori di spinta attiva e passiva sono i seguenti:

I momenti delle suddette spinte (calcolati attorno al punto A in modo tale che l’equilibrio alla
rotazione sia disaccoppiato da quello alla traslazione in quanto nell’equazione di equilibrio alla
rotazione non compare la seconda incognita del problema che è il tiro T), sono i seguenti:

Con “a” indichiamo la distanza del vincolo dalla testa della paratia.
Nel momento in cui stiamo progettando la paratia, le incognite sono l’infissione i necessaria a
garantire la stabilità in condizioni di equilibrio limite della paratia e il tiro T. Le equazioni che
abbiamo a disposizione sono sempre le stesse, cioè equilibrio alla rotazione ed equilibrio alla
traslazione.
Equilibrio alla rotazione:

Equilibrio alla traslazione:

Anche qui vedete ancora una volta che l’infissione compare con legge cubica quindi la cosa più
semplice che possiamo fare per risolvere quest’equazione è imporre che:

nell’incognita “i”. Questa equazione può essere risolta per tentativi facendo variare proprio “i”.
Una volta determinato “i”, calcoliamo Sa e Sp e determiniamo pure T dall’equilibrio alla
traslazione.
Nel risolvere i 2 problemi, allora, l’unica differenza sta nel fatto che per la paratia libera scriviamo
l’equazione di equilibrio alla rotazione attorno al punto C mentre per la paratia ancorata la
scriviamo con riferimento al punto A: questo per disaccoppiare – in entrambi i casi – l’equilibrio
alla rotazione da quello alla traslazione facendo scomparire dall’equazione di equilibrio alla
rotazione in un caso la forza R e nell’altro la forza T.
Quindi introducendo il vincolo in testa facciamo sì che la spinta passiva lavori meglio perché lavora
con un braccio notevolmente più grande. Aumenta pure il braccio della spinta attiva, ma molto
meno di quanto aumenti quello della spinta passiva. Ne consegue che l’infissione necessaria nel
caso di paratia vincolata è notevolmente ridotta rispetto a quella necessaria nel caso di paratia
libera. Quindi se per una paratia libera ci si aspettava un’infissione confrontabile con l’altezza di
ritenuta, nel caso della paratia ancorata in testa ci si aspetta che l’infissione sia minore dell’altezza
di ritenuta (in condizioni di terreno ordinari).
Guardiamo ora alla paratia ancorata. Essa è sottoposta agli stessi diagrammi di interazione. La
differenza sta solo nella forza T. Quindi il diagramma del momento flettente può essere
concettualmente ottenuto sovrapponendo al diagramma della paratia libera l’effetto prodotto dalla
forza T. Mentre la spinta attiva produce un momento che tende le fibre aderenti al terreno di monte,
la forza T produce un momento opposto, quindi le 2 cose si sottraggono tra loro. Il diagramma
risultante ha la forma rappresentata in figura. In corrispondenza della forza si ha una discontinuità
del taglio (con annesso cambio di segno) e quindi una cuspide nel diagramma del momento, per poi
annullarsi in corrispondenza del piede della paratia, dove sia il taglio che il momento sono nulli.

A mano a mano che aumento il tiro, il diagramma del momento si inverte e il momento massimo
passa dal di sotto del piano dello scavo al di sopra del piano di scavo. Siccome il momento flettente
agente sulla paratia vincolata è somma di 2 aliquote (una dovuta alle azioni del terreno e una dovuta
alla forza T) aventi segno opposto, il momento massimo è più piccolo di quello che si aveva in caso
di paratia libera.
Ovviamente avendo definito il metodo di calcolo in questo modo, con riferimento alla condizione di
paratia infinitamente rigida, la verifica (esente da normativa) la possiamo condurre esattamente così
come abbiamo fatto per la paratia libera cioè inserendo i coefficienti di sicurezza sulle
caratteristiche meccaniche e sulle azioni e sostituendo, ai valori Ka e Kp generici, i valori di progetto
K(a,d) e K(p,d). Il margine di sicurezza rispetto alla stabilità della paratia anche in questo caso
compare nella Combinazione 2 (GEO) (è obbligatorio l’approccio 1 per questo SLU delle paratie)
laddove scaliamo le caratteristiche meccaniche del terreno tenendo conto dei coefficienti parziali sui
parametri.

Muri di sostegno.
I muri di sostegno sono opere di sostegno definitive e in generale vengono impiegati in presenza di
un salto di quota altimetrica del piano di campagna, quando la pendenza da assegnare alla scarpata
necessaria a raccordare le due quote risulterebbe incompatibile con i vincoli progettuali (es.
ingombro eccessivo).
Esistono diverse tipologie di muri di sostegno tra i quali muro di sostegno a gravità e muri di
sostegno a mensola. In entrambi i casi, sia muro a gravità che a mensola, il funzionamento è lo
stesso. In particolare l’azione sul terreno, si ottiene componendo la forza peso costituita dal peso
proprio strutturale del muro, con la spinta che agisce alle spalle del muro dovuta al terreno. La
resistenza invece dipende dalla capacità del terreno al di sotto della fondazione di assorbire la
risultante scaricata in fondazione (dovuta al peso e alla spinta).
I campi di applicazione dei muri di sostegno nell’ambito delle opere civili possono essere di vario
tipo e nel caso di realizzazione di opere stradali, abbiamo:
Muri utilizzati per realizzare un rilevato stradale a mezza costa (su un versante): la quota del piano
stradale, infatti, è dettata da considerazioni geometriche relative all’uso della strada. Per elevare il
piano stradale a un certo livello si realizza un rilevato che ha un certo ingombro, che in questo caso
può essere ridotto introducendo i due muri di sostegno laterali che sostengono il corpo del rilevato.
Muri di sostegno di una trincea stradale: il caso duale del precedente è quello in cui il piano stradale
viene realizzato in trincea: in questo caso invece di avere una configurazione a trincea con scarpe
inclinate verso l’interno, si realizzano i due muri e poi si effettua il rinterro alle spalle.
Muro di controripa: la sezione stradale è realizzata parzialmente in trincea e parzialmente fuori
terra.
Muro di sostegno a mezzacosta (in realtà è la sezione stradale che è a mezzacosta): c’è un pezzo di
rilevato che viene sostenuto dal muro al piede.
Muro di sostegno di sottoscarpa: simile al muro di sostegno a mezzacosta ma in questo caso il muro
non arriva fino al livello del piano stradale, e dunque rimane comunque una parte in scarpata. Perciò
è soltanto interrotta la scarpata del rilevato.
Il volume di terreno alle spalle del muro di sostegno (terrapieno), è costituito interamente da
materiale di rinterro, in quanto per poter realizzare un muro bisogna per prima cosa realizzare uno
scavo oppure già avere precedentemente una configurazione stabile del terreno alle spalle.
Normalmente le caratteristiche meccaniche di un materiale di rinterro non coincidano con le
caratteristiche meccaniche del terreno in sito, poiché esso è stato sicuramente rimaneggiato e in
seguito ricompattato. Quindi sostanzialmente le proprietà meccaniche del volume di terreno alle
spalle del muro, la cui spinta costituisce l’azione sul muro stesso, vanno caratterizzate
separatamente.
Per quanto riguarda le fasi di realizzazione di un muro di sostegno, per prima cosa si opera uno
scavo per poter avere una zona stabile su cui poggiare la fondazione del muro; in seguito si
costruisce il muro e poi alle spalle del muro stesso si effettua il rinterro. Quest’ultima è
un’operazione abbastanza delicata, poiché il materiale di rinterro deve avere caratteristiche
meccaniche che siano adatte all’utilizzo successivo che si dovrà fare del materiale a monte del
muro. Infatti, nel caso di costruzione di un rilevato stradale, il terreno dovrà essere compattato,
perché dovrà avere una deformabilità abbastanza ridotta.
Le fasi di progettazione di un muro di sostegno, sono le seguenti:
1. Scelta della tipologia
2. Dimensionamento di massima
3. Individuazione dei parametri geotecnici
4. Scelta del tipo di drenaggio
5. Valutazione degli spostamenti del muro
6. Calcolo delle azioni sul muro
7. Verifiche geotecniche
8. Definizione particolari costruttivi
9. Verifiche strutturali
Per quanto riguarda le tipologie strutturali di muri di sostegno, principalmente distinguiamo 4
macro-categorie.
A gravità massiccio: sono realizzati in opera con muratura, pietrame, calcestruzzo, oppure possono
essere prefabbricati in c.a., legno, elementi metallici, ecc. (quindi è possibile ricorrere ai materiali
più vari). In questo caso la spinta esercitata sul muro si combina col peso proprio del muro stesso e
dà luogo a una risultante in fondazione che viene assorbita dal piano di posa.
A mensola: sono sostanzialmente strutture gettate in opera o parzialmente prefabbricate. Questo
tipo di muro viene definito “a mensola” perché costituito da 3 mensole: una è il paramento, mentre
le altre 2 sono una mensola di base interna e una mensola di base esterna. Sono tutti elementi
inflessi e quindi una struttura di questo tipo è realizzata in cemento armato: non può essere
realizzata in muratura o in cls non armato. Per questa tipologia di muro c’è una porzione di terreno
che grava direttamente sul muro. Questa porzione di terreno esercita sostanzialmente un peso sulla
fondazione del muro che si combina col peso del muro contribuendo in tal modo alla resistenza del
muro stesso rispetto alle azioni che agiscono sul paramento ideale. La struttura è costituita da
mensole inflesse, sulle quali le sollecitazioni crescono tanto quanto più è alto il muro visto che al
crescere dell’altezza di ritenuta cresce la risultante ed anche il suo braccio.
A contrafforti: Per ottimizzare il funzionamento strutturale delle mensole si possono introdurre dei
contrafforti che possono essere interni o esterni. Questi elementi fanno sì che l’elemento verticale
non si comporti più come avviene per il muro a mensola standard (ossia in condizioni di
deformazione piana) ma costituiscono dei gradi di vincolo (sebbene non perfetto) per effetto dei
quali la zona di paramento verticale tra due contrafforti successivi funziona come una piastra, per
cui i momenti che agiscono sul sistema sono diversi da quelli che agirebbero nel caso in cui la
paratia fosse libera. La distribuzione delle azioni è diversa e in questo modo si riesce ad avere
altezze di ritenuta maggiore con spessori degli elementi che compongono ilo muro inferiori, rispetto
al caso di muro a mensola semplice, risparmiando sul materiale. La differenza tra contrafforti
interni ed esterni è legata alla loro posizione e conseguentemente al loro funzionamento. I
contrafforti esterni infatti sono compressi mentre quelli interni sono tesi. Tuttavia, un contrafforte
esterno ingombra il vuoto del paramento esterno e quindi può essere non compatibile con l’uso del
muro mentre il contrafforte interno non ingombra la zona di rinterro. Inoltre, il contrafforte esterno
può essere realizzato anche su un muro già realizzato nel momento in cui si voglia rinforzarlo:
quello interno invece non può essere aggiunto senza prima dover effettuare lo scavo del terreno alle
spalle.
Con terrapieno rinforzato: Sono quelle che normalmente si chiamano terre armate. Si tratta di
sistemi in cui si combinano strati di terreno con elementi resistenti a trazione che trasferiscono degli
sforzi al terreno riducendo la spinta che arriva sul paramento, tanto è vero che in questo caso
sostanzialmente il paramento ha più una funzione di finitura che di vero e proprio assorbimento
degli sforzi. Con questo metodo si riescono a realizzare dunque dei muri con altezze elevate (ad
esempio per rilevati di sovrappasso autostradale) in cui l’elemento resistente non è il paramento che
costituisce il muro, ma il terreno che c’è all’interno.
La distinzione sostanziale tra muri a gravità e muri a mensola (e poi a seguire, dei muri a
contrafforti) è basata sull’altezza di ritenuta complessiva, che non è l’altezza del paramento del
muro, ma quella dal coronamento superiore fino al piano di posa della fondazione.
Quanto più alto è il muro, infatti, tanto più alte sono le azioni che agiscono sul muro stesso, e
dunque tanto più grosso deve essere il muro. L’elemento resistente è sostanzialmente la fondazione,
per cui esiste un legame tra l’altezza complessiva del muro e la larghezza della fondazione. E infatti
in entrambi i casi di muro a gravità o a mensola, il rapporto B/H è compreso tra 0.5 e 0.7. Quindi ci
aspettiamo di avere una larghezza di base della fondazione compresa tra il 50 e il 70% dell’altezza.
Ovviamente il rapporto sarà più grande quanto peggiori sono le condizioni in cui è stato realizzato il
muro (aumento delle azioni sul muro per effetto di caratteristiche meccaniche del rinterro scadenti,
o di terrapieno inclinato che fa aumentare il coefficiente di spinta attiva, oppure si hanno problemi
di caratteristiche meccaniche del terreno di fondazione scadenti). Dunque, in questo intervallo 0.5-
0.7, che è abbastanza ampio perché tra questi 2 estremi, il valore da adottare va scelto
opportunamente in funzione delle condizioni nelle quali si va a realizzare il muro. Dunque, il
criterio principale per la scelta di una tipologia di muro è l’altezza:
 Muro a gravità (H<3 ÷ 4m);
 Muro a mensola (H<6 ÷ 7m);
 Muro a contrafforti (H> 7m).
Quindi per altezze inferiori ai 4 metri si utilizzano i muri a gravità, infatti per un muro a gravità, a
mano a mano che aumenta l’altezza complessiva, devono aumentare le dimensioni del muro stesso
e quindi aumenta il materiale da impiegare. Invece per altezza superiori a 4 metri il risparmio di
materiale è tale da compensare ampiamente gli oneri aggiuntivi legati alla realizzazione delle
armature, e quindi diventa più economico realizzare un muro a mensola. Infine, al di sopra di 6-7
metri diventa più conveniente il muro a contrafforti, il quale consente di risparmiare materiale
introducendo i contrafforti sullo spessore delle mensole.
Lo spessore della mensola (costituente il paramento) b, riferito alla sezione di incastro con la
fondazione è compreso tra 1/12 e 1/10 di H. Anche in questo caso quindi c’è un legame con
l’altezza della parete perché le azioni che agiscono sulla mensola sono funzione dell’altezza (il
momento cresce col cubo dell’altezza). Lo spessore del paramento e lo spessore della fondazione
sono tra loro comparabili perché le sollecitazioni che agiscono sulle mensole di fondazione e sulla
mensola che costituisce il paramento sono di entità molto simile tra loro. Perciò il range definito in
precedenza relativamente allo spessore, vale per tutte e 3 le mensole.
Infine, la pendenza del paramento del muro a gravità è usuale (30%). Nel muro a mensola
invece la pendenza del paramento esterno non sarebbe teoricamente necessaria in quanto si
potrebbe anche realizzare la mensola verticale senza rastremazione; tuttavia normalmente il
paramento esterno viene comunque realizzato con una piccola pendenza verso monte perché il muro
per poter funzionare si sposta. Se allora il muro fosse perfettamente verticale, nel momento in cui
ruota, a causa dell’elevata altezza, darebbe la sensazione che il muro stia per ribaltarsi, sebbene
chiaramente il muro sia stabile perché calcolato opportunamente.
La scelta del drenaggio dipende principalmente dal tipo di terreno che costituisce il rinterro a monte
del muro stesso.
Per terreni molto permeabili si effettuano dei fori di drenaggio sul paramento, aventi dimensioni di
10-15 cm e interasse di 4 metri gli uni dagli altri, oppure si può ricorrere all’uso di un tubo
sfinestrato al piede del muro di sostegno protetto da un filtro che raccoglie l’acqua senza neanche
disporre un tappetino drenante.
Per terreni mediamente permeabili le varie cose si cominciano a integrare: infatti si dispone il filtro
verticale alle spalle muro.
Infine, per terreni molto poco permeabili si dispongono prima del rinterro dei dreni inclinati.
In tutti i casi è importante sottolineare che il rinterro della porzione di terreno direttamente a
contatto con il muro (per un certo spessore), deve essere effettuato con materiale a grana grossa,
questo perché permette all’acqua di poter fluire verso il sistema di drenaggio previsto.
Un’alternativa possibile consiste nel ricorrere ad un dreno prefabbricato, costituito da un tubo
verticale, un sistema di protezione costituito da un tessuto-non-tessuto che rappresenta il filtro e
dotato di tubo di raccolta dell’acqua al piede.

Verifiche Muri di Sostegno secondo NTC (Vedi e confronta con C6.13.1 – Muri di sostegno)

Per quanto riguarda le verifiche agli SLU per i muri di sostegno, la Norma prevede due Approcci
(APP1 e APP2) con una diversa combinazioni dei coefficienti parziali da applicare rispettivamente
alle azioni (A1 – A2), ai parametri di resistenza del terreno (M1 – M2), alle azioni resistenti (R1 -
R2 - R3) [Vedi NTC]. In particolare:
 APP1-C1 (Approccio1 combinazione1)  A1+M1+R1: il margine di sicurezza sta
nell’amplificazione delle azioni.
 APP1-C2 (Approccio1 combinazione2)  A2+M2+R2: il margine di sicurezza sta nella
riduzione dei parametri di resistenza del terreno.
 APP2  A1+M1+R3: il margine di sicurezza sta nell’amplificazione delle azioni e nella
riduzione della resistenza.
I coefficienti parziali sulle azioni e sui parametri geotecnici previsti dalla NTC 2018 sono gli stessi di quelli
previsti dalle NTC 2008.
Per gli ammassi rocciosi e per i terreni a struttura complessa, nella valutazione della resistenza
caratteristica occorre tener conto della natura e delle caratteristiche geometriche e di resistenza delle
discontinuità strutturali.
Per i muri di sostegno, le verifiche al ribaltamento, allo scorrimento e al carico limite vengono
effettuate in base alle NTC 2018 con l’approccio 2 (A1+M1+R3) in base al quale:
- le azioni permanenti G, tra cui il terreno1 e l’acqua, non vengono amplificate quando sono a favore di
sicurezza (G,fav = G,inf = 1,0), mentre vengono amplificate (G,sfav = G,sup = 1,3) in caso opposto;
- le azioni variabili Qk (ad esempio traffico veicolare) vengono amplificate moltiplicandole per il
coefficiente Q,sup = 1,5 quando hanno effetto sfavorevole per la sicurezza, mentre vengono azzerate se
il loro effetto è a favore di sicurezza (Q,inf = 0)
- i parametri di resistenza al taglio dei terreni non vengono ridotti (M = 1)

1
Spinta dei terreni, pesi propri del muro e del terreno di riporto che agisce sopra la fondazione di monte, peso proprio elementi non strutturali,
carichi permanenti che agiscono sul muro e/o sul terrapieno di monte.
- si assumono come coefficienti di sicurezza nei riguardi degli SLU i seguenti valori:
VERIFICA R (R3)
Ribaltamento 1,15
Scorrimento 1,1
Capacità portante della fondazione (carico limite del 1,4
complesso fondazione-terreno)
Resistenza del terreno a valle 1,4

Per tali tre verifiche si constatano dunque novità di rilievo rispetto alle NTC 2008. Infatti, in
quest’ultime norme la verifica al ribaltamento viene trattata come uno stato limite di equilibrio di
corpo rigido (EQU), utilizzando i coefficienti parziali sulle azioni della tabella 6.2.I e adoperando i
coefficienti parziali del gruppo (M2) per il calcolo delle spinte. La verifica allo scorrimento e al
carico limite del complesso terreno-fondazione viene effettuata, a scelta del progettista, o con
l’Approccio 1 o con l’Approccio 2.
Come SLU abbiamo:
GEO (rottura del terreno o dell’interazione al contorno tra questo e la struttura): la normativa ne
indica 3:
scorrimento -> il muro sottoposto alla spinta del terreno scorre sul piano di posa. Bisogna allora
verificare che la resistenza disponibile sul piano di posa sia maggiore dell’azione agente nella stessa
direzione.
carico limite -> componendo le forze agenti sul muro si ottiene una risultante in fondazione. Questa
deve essere minore del massimo carico che può essere sopportato dal terreno ossia del carico limite.
stabilità globale -> riguarda un meccanismo che bypassa il muro stesso. Si tratta di una verifica che
sostanzialmente è rilevante solo in condizioni particolari quali ad esempio quelle di presenza di
discontinuità stratigrafiche e/o strati (lenti) di materiale dalle proprietà meccaniche particolarmente
scadenti e piani campagna a monte e a valle inclinati. Infatti, nel caso di sottosuolo
approssimativamente omogeneo e piani campagna orizzontali sia a monte che a valle, tale verifica è
senz’altro ampiamente soddisfatta. Dunque, la verifica di stabilità globale è significativa solo
quando ci sono condizioni di geometria del p.c. o di stratigrafia che richiedono di fare la verifica,
altrimenti si può dare per ampiamente soddisfatta.
EQU (equilibrio come corpo rigido) -> ribaltamento: bisogna verificare che il muro, sottoposto alla
spinta del terreno, non ruoti attorno alla punta della fondazione. Questa verifica non è di natura
geotecnica perché in questo caso si assumono le azioni che agiscono sul muro considerando
quest’ultimo come corpo rigido, e l’interazione con la fondazione viene trascurata completamente
perché si suppone che sia infinitamente resistente perché il muro possa ruotare intorno a un punto. È
chiaro infatti che se il muro ruota attorno alla punta del muro vuol dire che le azioni che agiscono su
di esso hanno una risultante che passa proprio per quel punto e dunque vi è una concentrazione
infinita di sforzi lungo una linea (lo spigolo del muro) che evidentemente è compatibile solo con
infinita resistenza del terreno su cui si posa. La verifica a ribaltamento ha influenza sul
dimensionamento del muro solo nel caso in cui effettivamente il piano di posa abbia delle
caratteristiche di resistenza talmente elevate da poter sopportare una condizione di questo tipo come
ad esempio è il caso di un muro fondato su roccia. Un muro fondato su terreno normalmente si
rompe per carico limite prima di ribaltarsi, salvo condizioni di carico particolari.

UPL e HYD sono legate a condizioni che nel caso del muro sono un po’ difficili da immaginare
perché non siamo in presenza di uno scavo in cui abbiamo una sottospinta idraulica, ecc., però
possono esserci delle condizioni in cui ci sono anche delle azioni idrauliche al di sotto della
fondazione del muro (sebbene non siano tipiche).
STR rappresenta le verifiche strutturali delle sezioni che costituiscono il muro. Questo significa che
una volta definite le azioni che agiscono sul muro stesso si vanno a calcolare le sollecitazioni e si
verifica l’elemento costruttivo.
Questo elenco sostanzialmente esaurisce le verifiche allo SLU in condizioni statiche.
Gli SLE invece riguardano sostanzialmente gli spostamenti del muro, eventuali rotazioni, e sono
praticamente legati all’impiego che si fa del muro. In condizioni usuali gli spostamenti del muro
non sono significativi, a meno che non ci sia un’interazione con qualche struttura sensibile agli
spostamenti. Ad esempio, gli spostamenti di un muro che sostiene un rilevato ferroviario devono
essere limitati (possono costituire un aspetto critico) in quanto le ferrovie sono molto precise nella
definizione dei loro standard qualitativi e fanno richieste molto stringenti sulle prestazioni delle
opere sulle quali passano i treni. È chiaro infatti che se si pensa alle tratte per alta velocità, le
tolleranze rispetto a cedimenti o spostamenti delle opere che interagiscono con la sede ferroviaria
sono molto ridotte.
Poi ovviamente ci sono le verifiche in condizioni sismiche che sono esattamente le stesse ma hanno
combinazioni dei carichi e coefficienti parziali di sicurezza diversi.

Verifica a ribaltamento (SLU – EQU).


Come tutte le verifiche fatte col metodo semiprobabilistico agli stati limite in ambito geotecnico
consiste nel verificare che vi sia una certa resistenza che sia maggiore o uguale di un effetto .
Per questo particolare stato limite e sono rispettivamente il momento ribaltante e quello
stabilizzante delle forze agenti sull’opera.

Sul muro a gravità in figura agisce la forza peso del muro stesso W e la spinta attiva Sa.
Evidentemente, la verifica a ribaltamento – che abbiamo detto essere una verifica di equilibrio come
corpo rigido – astrae dalle azioni e considera sostanzialmente il muro come un corpo perfettamente
rigido sul quale agiscono spinta del terreno e peso proprio. Come resistenza si intende il momento
prodotto dal peso del muro rispetto alla sua punta, in quanto il meccanismo di instabilità che si
ipotizza (e che fisicamente è quello possibile) è quello di rotazione del muro attorno a tale punto
(indicato con O in figura).
La spinta attiva di progetto, applicata ad 1/3 dell’altezza complessiva del muro (compreso spessore
della fondazione), è la seguente:

(dove è il coefficiente di spinata attiva di progetto da NTC).


Inoltre, la spinta essendo inclinata, si può considerare nella sua componente orizzontale e nella
sua componete verticale .

Nell’espressione del momento stabilizzante compaiono e che sono rispettivamente il


peso strutturale caratteristico del muro e il peso caratteristico del terreno che direttamente grava
sulla fondazione del muro (il secondo è ovviamente presente solo nel caso del muro a mensola).
Queste 2 forze si compongono determinando il punto di applicazione complessivo dell’azione
risultante, la cui distanza dal punto O di rotazione in direzione orizzontale viene indicata con . Il
momento stabilizzante caratteristico viene moltiplicato per che è il coefficiente parziale di
sicurezza relativo alle azioni permanenti strutturali favorevoli.
Il momento instabilizzante è fornito dalla spinta del terreno moltiplicata per il suo
braccio rispetto al punto O (distanza della retta di azione di Sa rispetto al punto O): .

Verifica a scorrimento (SLU – GEO).


Anche in questo caso la verifica è che l’azione di progetto sia minore della resistenza di progetto.
. Nel caso della verifica allo scorrimento, la componente della risultante (Q) in
fondazione parallela al piano di posa di fondazione , deve essere minore della resistenza allo
scorrimento disponibile sul piano di posa .
La resistenza lungo il piano di posa può dipendere dalla componente normale oppure essere
indipendente da essa a seconda che ci si trovi rispettivamente in condizioni drenate o non drenate.
In condizioni drenate, infatti, l’interazione funziona per attrito, con un certo angolo di scabrezza
della fondazione , e quindi potremmo dire che la resistenza totale disponibile lungo il piano di
posa sarà uguale alla componente normale al piano di posa moltiplicata per . Questo
è in sostanza funzione di dove è l’angolo di attrito del terreno al di sotto del piano di
posa. Ovviamente queste grandezze sono intese come efficaci.
Per un materiale a grana fina, per il quale si possono potenzialmente verificare rotture in condizioni
non drenate e dunque la normativa richiede la verifica sia in condizioni drenate che in condizioni
non drenate, si ha: , dove è la larghezza della fondazione.
L’effetto di progetto è allora la componente orizzontale della spinta. Essa viene moltiplicata per un
. Sul fatto che l’effetto sia sfavorevole, infatti, non ci piove, perché l’azione orizzontale
peggiora senz’altro le condizioni di sicurezza. Come per la verifica al ribaltamento, sostituiamo a
il valore di moltiplicandolo per il rapporto tra i coefficienti di spinta di progetto e
caratteristico.

Dal lato della resistenza, facendo riferimento alla condizione drenata si ha:

(componente dell’azione in fondazione normale al p.d.p) è pari alla somma di 3 contributi: il


peso del muro , l’eventuale peso del terreno che grava sul muro (termine che compare solo nel
caso di muro a mensola) e la componente normale al p.d.p. della spinta.
Per la verifica allo scorrimento esiste la possibilità di utilizzare alternativamente l’App1 o l’App2.
Infatti, mente la verifica al ribaltamento – essendo una verifica di tipo EQU – prevede un’unica
combinazione di coefficienti parziali da adoperare (azioni combinate con la colonna EQU e
parametri di resistenza ridotti con la colonna M2), la verifica allo scorrimento – essendo di tipo
GEO – può essere fatta con l’approccio 1 (comb. 1 e 2) ovvero con l’approccio 2.

Verifica a carico limite (SLU – GEO).


La particolarità della fondazione superficiale di un muro rispetto a una fondazione superficiale
diretta di un edificio è l’inclinazione del carico. In condizioni sismiche ovviamente si può
comunque avere un’inclinazione della risultante in fondazione anche per un edificio, però
normalmente l’inclinazione è più piccola di quella che si può avere nel caso di un muro: quello del
muro di fondazione, infatti, è il caso di fondazione superficiale per il quale si trovano le azioni più
eccentriche e più inclinate, tanto è vero che in alcuni casi la fondazione diretta potrebbe non essere
sufficiente e si potrebbe dover ricorrere a una fondazione su pali.
Come sempre si parte dallo stabilire chi siano e .
è la componente verticale dell’azione in fondazione , che può essere calcolata come già
visto in precedenza (peso del muro e del terreno che su esso grava + componente verticale della
spinta).

Per quanto riguarda invece la resistenza di progetto:

Dove è il carico limite di progetto della fondazione, funzione dell’inclinazione della risultante
in fondazione e dell’eccentricità del carico . [Vedi NTC].