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VIII Piastre, membrane e gusci - Piastre

Introduzione
Nella trave, una dimensione è prevalente rispetto alle altre due, nel tridimensionale nessuna
dimensione è prevalente rispetto alle altre, rimane quella nella quale due dimensioni sono
prevalenti rispetto alla terza oppure una trascurabile rispetto alle altre due. Qualsiasi elemento
che corrisponde a questa idea noi lo chiamiamo piastra.
Le piastre sono solidi bidimensionali piani, caratterizzati dalla planarità della loro superficie
media e da uno spessore piccolo rispetto le altre due dimensioni. I vincoli ai bordi si considerano
diffusi e tali da non impedire gli spostamenti nel paino medio xy della piastra.
Mentre per la trave abbiamo una variabile sulla lunghezza, per la piastra ne avremo due: una
sulla lunghezza e una sulla larghezza, avremo una x ed una y.
Apparentemente il problema è questo, e quindi sembra assolutamente inesistente, in pratica il
fatto che ci siano delle variabilità anche in direzione trasversale fa sentire la propria influenza
sullo stato di sollecitazione all’interno e soprattutto sullo stato di deformazione a secondo che
siano infiniti o meno gli spostamenti trasversali la cosa diventa più complicata. Infatti non
esistono soluzioni chiuse per le piastre.
Il metodo principe di soluzione delle piastre è lo sviluppo in serie di Fourier doppia una in una
direzione ed una in un'altra direzione, questo fa si che diventa odioso lo studio delle piastre.
Proprio per le piastre sono stati dedicati metodi numerici tipo quello alle differenze finite, che da
sempre è stato utilizzato per l’analisi di paratie di setting ed etc. Adesso grazie anche agli
elementi finiti, l’efficacia delle differenze finite si va perdendo.
La piastra è un elemento comunissimo nella pratica:
il tavolo è una piastra, il solaio è una piastra, la pista di
atterraggio di un aeroporto è una piastra il tetto di una casa è una
piastra, qualsiasi elemento bidimensionale è una piastra, sarà una
piastra sottile, sarà una piastra spessa, ma è una piastra!
Esistono due trattazioni per le piastre:
1. la trattazione delle piastre circolari
2. la trattazione delle piastre rettangolari
Sono le stesse, cambia solo il sistema di riferimento che
utilizziamo, parliamo rispettivamente in termini di coordinate
polari o in termini di coordinate rettangolari.

Utilizziamo come riferimento un riferimento che abbia


l’origine nel piano x-y coincidente con il piano medio della
piastra, abbiamo lo spessore della piastra h ci mettiamo ad
h/2 e abbiamo quello che chiamiamo il piano medio.
La piastra avrà due lati a e b, l’asse z sarà perpendicolare al
piano medio e diretto in modo tale da rendere levogira la
terna x-y-z.

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Le ipotesi di base che noi utilizziamo per lo studio di una piastra e come al solito che il materiale
sia isotropo omogeneo lineare elastico, poi abbiamo delle idea che ci provengono dalla teoria
delle travi, per esempio nella teoria flessionali delle travi noi abbiamo che l’asse baricentrico era
l’asse neutro della trave, cioè era indeformato, poteva cambiare la sua configurazione ma la
deformazione ε era nulla, allora, in questo caso, noi diciamo che il piano medio resta
indeformato per flessione, poi potremmo avere degli sforzi normali che me lo deformano, ma
altrimenti agli effetti flessionali è indeformato.

Componenti di spostamento
Nella trave di Bernoulli, le sezioni rette dopo la deformazione continuavano ad essere normali
all’asse neutro, solo con la trave di Timoschenko abbiamo la presenza del taglio. In questo caso
vale Bernoulli, diciamo che sono trascurabili gli effetti del taglio trasversale, cioè diciamo che il
taglio trasversale ci può essere però il suo effetto è praticamente trascurabile.
Nella trave le tensioni erano tutte nella sezione o perpendicolari alla sezione, ma
perpendicolarmente al piano neutro non avevamo tensioni, qua diciamo la stessa cosa,
ovviamente, diciamo perpendicolarmente al piano medio non abbiamo tensioni e quindi lo stato
tensionale è piano, questo ci induce a ritenere che lo spessore più è piccolo e meglio è, questo ci
porta verso la teoria delle piastre sottili.
In realtà c’è un’altra considerazione che noi
facciamo, cioè riteniamo che lungo lo spessore della
piastra non ci siano variazioni nello spostamento
normale, nello spostamento lungo z, in modo tale da
dire che non ci sono assottigliamenti, né variazioni
di spessore perché lo spessore è sempre lo stesso.
Questo è molto importante, perché ci consente, agli
effetti dell’abbassamento, di calcolare soltanto
quello che avviene sul paino neutro, perché tutto
quello che avviene al di fuori del piano neutro, per
quello che riguarda lo spostamento lungo l’asse z è
insignificante.
Questa relazione vale soltanto per quello che riguarda lo spostamento lungo z, non possiamo
trascurare invece l’intensità dello spostamento per quello che riguarda le altre due componenti
dello spostamento, la u e la v.
Infatti se abbiamo un punto che si trova a distanza z dal piano medio che è deformato, questo
piano medio cosa fa? Si abbassa e si deforma, e quindi finché si abbassa soltanto è ancora diretto
verticalmente, poi se il piano z si deforma, poiché gli effetti del taglio trasversali sono
trascurabili, quindi le sezioni rette continuano ad essere perpendicolari alle deformazioni, si ha
anche una rotazione.

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Allora supponiamo che la rotazione sia di φ nel piano x-z e sia α nel piano y-z, noi abbiamo la
doppia deformazione, procedendo per sezioni, nel piano x-z e nel piano y-z, in direzione
longitudinale e in direzione trasversale.
È facile vedere uno spostamento trasversale che sarà
e uno spostamento longitudinale pari a
Come spostamenti paralleli alla superficie media.
Se poi lungo la superficie media, agiscono dei carichi da sforzo normale o da altro che mi
producono uno spostamento omogeneo per tutto il piano u 0 e v0 ecco che le componenti di
spostamento saranno del tipo:
 [u0] da sforzo normale
 [– z senφ] da sforzo flettente, taglio e tutte le caratteristiche varie che non giacciono nel
piano medio e lo stesso nell’altra direzione.
Dunque:

Di solito queste sono relazioni che non utilizziamo, perché in realtà esprimiamo la φ e la α come
una funzione di w.
Infatti è facile vedere che e
Per cui la forma abituale con la quale studiamo le componenti di spostamento è questa:

 u0, v0 componenti di deformazione membranali;

 , componenti di deformazione flessionale.

Prevalentemente non siamo interessati a u0 e v0, la presenza di sforzi nel paino medio mi
determina uno sforzo normale, quindi un allungamento uniforme in una direzione o nell’altra,
quello che mi interessa sono gli effetti flessionali.

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Componenti di tensione e deformazione
Vediamo che tutti gli effetti flessionali sono esprimibili in termini della sola w, dell’unica
componente di spostamento perpendicolare, in direzione perpendicolare alla iniziale
configurazione del piano medio. Infatti una volta note le componenti di spostamento posso,
evidentemente, ricavarmi le deformazioni.
Allora:
∂w
∂x ∂x ( )
ε x = ∂ ( u )= ∂ ( u 0 ) − ∂ z
∂x ∂x
∂ ( z )=0
e chiaro che ∂ x perché siamo in un riferimento cartesiano ortogonale.
Quindi:

Per la deformazione lungo z, io me la devo calcolare tenendo conto che ci troviamo in uno stato
piano di tensione, quindi:

Ovviamente le stesse ε me le potrei calcolare in maniera geometrica, ricorrendo alla solita


definizione del raggio di curvatura e quindi ecco la dimostrazione che utilizzando la definizione
di

Ed ecco che la

Ovviamente è una fatica inutile perché non ci interessa, riassumendo:

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Lo stato tensionale è per ipotesi piano per cui avremo le seguenti relazioni tra le componenti di
deformazione e le componenti di tensione:

Invertendo queste relazioni, ed esprimendo le componenti di deformazione in funzione della w, e


delle derivate di w, ottengo queste che sono le classiche rappresentazioni delle tensioni nel caso
di una piastra.
Quindi esprimo le componenti di tensione attraverso le derivate degli spostamenti.
Il motivo, come vedremo tra poco, è che operando in questa maniera le equazioni di equilibro
diventano una equazione in w, e quindi lo studio dell’equilibrio della piastra si riduce allo studio
di una equazione differenziale del quarto ordine in w (w componente di deformazione).
Questo è il motivo per cui esprimo le tensioni in funzione degli spostamenti, cosa che di solito
non facciamo, qua ne abbiamo un’utilità particolare.

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Risultanti delle tensioni – notazione di Timoshenko
Adesso dobbiamo introdurre quella che sostanzialmente è una notazione, è una notazione dovuta
a Timoshenko, che ha fatto tante cose belle, qualcuna la sgarrata, secondo me questa è una di
quelle che ha sgarrato alla grande, però grazie alla sua personalità è quella che si utilizza sempre.
(questa pure era carina da lasciare)
Ha sgarrato perché ha creato una tale confusione di notazione che è contraria a quello che
spontaneamente saremmo portati ad utilizzare.
In realtà sappiamo benissimo che le componenti di sforzo interno, sforzo normale, taglio,
momenti ed eccetera, si ottengono semplicemente integrando il diagramma delle tensioni
corrispondenti in modo, per esempio, da ottenere il momento risultante delle forze elementari
dovute alle componenti elementari.
Allora, la prima cosa che Timoschenko ha detto è stata molto giusta, normalmente noi abbiamo a
che fare con piastre di spessore costante, ho una piastra e in tutti i punti della piastra lo spessore
è costante, allora se abbiamo devo fare un integrale, per esempio di una forza elementare σdA, lo
dovrò fare esteso a una superficie, e siccome se io prendo la piastra tutte queste tensioni agiscono
nella sezione retta della piastra, cioè una sezione rettangolare che ha per altezza lo spessore che è
uniforme e per larghezza ha la larghezza del lato della piastra.
È inutile quindi che io mi porto dietro le tensioni che poi devo integrare, io mi faccio
direttamente l’integrazione delle tensioni rispetto allo spessore, perché quella parte
dell’integrazione sarà sempre la stessa, poi ci sarà una variazione di questo sforzo lungo il lato,
però metà problema già me lo sono risolto.
Allora per esempio nel momento in cui, io ho la σx, questa agirà su una faccia che sarà hΔy.
Allora lo sforzo normale N non è altro che la risultante delle forze elementare σdA, con dA pari
a hdx o hdy.

Allora inizio a fare l’integrale di σ in dz e poi rimane ancora l’integrazione rispetto a x o y.


Vuol dire che lo sforzo normale che è applicato su quella faccia è pari Nx in una striscia unitaria.

Non posso chiamare Nx sforzo normale, infatti facendo l’analisi dimensionale:


[N/mm2 · mm] non hanno dimensioni di Newton ma di N/mm. In questa maniera mi lascio
aperta la possibilità di avere una Nx che varia lungo y, e analogamente una Ny che varia lungo x.

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In generale abbiamo:

Queste quantità, che si ottengono utilizzando le risultanti e i momenti risultanti delle forze
elementari lungo solo lo spessore, non posso chiamarle caratteristiche degli sforzi interni e le
chiamo risultanti delle tensioni.
Allora questo dovuto a Timoschenko ha permeato la cultura planetaria, per cui quando si parla di
piastre, ben difficilmente sentiremo parlare di tensioni ma normalmente sentiremo parlare di
risultante delle tensioni.
Andiamo sui momenti.

Mx non è altro che il momento della σx rispetto al piano medio e questo momento è un vettore
che è diretto lungo y però io lo chiamo M x, facendo riferimento non alla sua direzione ma alla
componente di sollecitazione che lo ha determinato.
Questo finchè uno non si abitua è un incubo!
Sostanzialmente abbiamo:

Che sono entrambi flettenti, ed abbiamo

Che è un momento torcente, nell’una e nell’altra direzione; in questo caso i due momenti sono
uguali, perché la τxy e la τyx sono uguali.
Quando ci troveremo a parlare delle piastre curve, anche se τxy e τyx sono uguali, Mxy e Myx
non saranno uguali, perché saranno riferiti a sezioni di tipo diverso.

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Equazioni di Equilibrio
Evidentemente la prima cosa che dobbiamo fare è scrivere le condizioni di equilibrio di questa
piastra, per cui prendiamo una rappresentazione del piano
neutro:
andiamo a rappresentare direttamente le risultanti delle
tensioni, in modo tale da non pensare più all’influenza dello
spessore.
Allora avremo due tagli che da una parte saranno Qxz e Qyz e
dall’altra parte saranno per l’equilibrio:

Perché devo considerare l’incremento da avere lungo il lato.


E così anche per i momenti:

Ovviamente anche per gli sforzi normali, però in generale gli sforzi normali in questi casi noi
non li prendiamo mai in considerazione, perché non danno un contributo notevole allo stato
tensionale: Nx mi dà una σx che è un εx·E, rispetto la trave non è cambiato assolutamente niente.
Allora siccome non si hanno termini di accoppiamento tra sforzi normali e momenti mentre li
abbiamo tra tagli e momenti, allora noi tutto quello che è sforzo normale lo chiamiamo sforzi nel
piano medio o meglio sforzi membranali, cioè nel piano del momento, e consideriamo soltanto la
strizione. Lo stesso avviene quando abbiamo a che fare con gli elementi finiti, negli elementi
finiti esistono gli shell e i plane, la differenza tra i due che il primo resiste a sforzi nel piano e il
plane resiste agli sforzi taglianti.
A questo punto dovrò evidentemente scrivere le equazioni di equilibrio di questa piastra
elementare per ottenere le equazioni indefinite dell’equilibrio della piastra, cioè le equazioni
di equilibrio che devono essere valide in qualunque punto della piastra con riferimento ad una
superficie elementare ad un volume elementare.
Allora potrò scrivere l’equazione di equilibrio alla traslazione lungo z:

Carico esterno

Ovviamente nell’equazione di equilibrio lungo z mi compariranno anche i carichi esterni normali


alla superficie, quindi se mi danno un carico per unità di superficie pari a p, sull’elementino agirà
una p dxdy.
Le equazioni di equilibrio lungo x e lungo y è inutile scriverle, significa scrivere N x = -Nx e Ny
= -Ny.

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Quindi dovrò scrivere le equazioni di equilibrio alla rotazione, una la posso scrivere intorno
all’asse baricentrico parallelo ad x:

L’altra intorno all’asse baricentrico parallelo all’asse y:

Alla fine ottengo tre equazioni indefinite di equilibrio relative ad una piastra di spessore h
caricata normalmente.
Ho un’equazione di equilibrio alla traslazione lungo z che comprende soltanto i tagli e il carico
esterno e poi due equazioni di equilibrio alla rotazione nelle quali compaiono momento flettente,
momento torcente e tagli.
Quello che si fa è ricondursi ad una sola equazione, ricavando i tagli dalle equazioni di equilibrio
alla rotazione e inserendoli nell’equazione di equilibrio alla traslazione lungo z.
In questo modo ottengo un'unica equazione di equilibrio alla traslazione lungo z espressa in
termini delle risultanti delle tensioni che danno luogo a momenti che automaticamente
soddisfa le altre due equazioni di equilibrio alla rotazione:

Allora qui compaiono sia i carichi esterni, sia i due momenti flettenti, sia i momenti torcenti.
Se ora consideriamo che, ad esempio, è:

Mx è il momento unitario che proviene dalla σx e quindi è diretto lungo y, la σx è espressa


attraverso le componenti di spostamento.
Possiamo dunque scrivere:

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NOTA:
Se w non cambia lungo lo spessore, è uguale alla w 0, allora l’integrale di w dx non influenza la derivata, e la
variazione lungo la derivata me la da z che sta fuori quindi viene:
h

2 3 − h 3
2 z 2 h
∫ 3 + h 12
z = | =
h 2
+
2

Per cui ogni volta che voi avete a che fare con una piastra comportamento flessionale vi compare questo termine:

E/(1-ν2) da questo

h3/12 dall’integrale

questo è un gruppo che quando avete a che fare con le piastre vi trovate sempre davanti.
Contiene già lo spessore, l’effetto dello spessore già sta lì.
Praticamente come altrove vi appuntate su un pezzo di carta il modulo di Young, quando abbiamo a che fare con le
piastre ci appuntate su un pezzo di carta il valore di D.

In definitiva: My è diretta lungo x

E poi posso ancora considerare i tagli (i tagli che non contengono la z sono pari a zero):

Per sostituzione di ottiene l’equazione di equilibrio alla traslazione lungo z in termini dello
spostamento:

È l’equazione risolvente dell’equilibrio delle piastre sottoposte a flessione.


Purtroppo non è nemmeno bi-armonica perché c’è un termine noto.

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In alcuni casi si tenta di semplificare la soluzione di questo problema, ponendo il legame che
esiste tra la somma dei momenti flettenti e il laplaciano secondo di w, quindi il problema
dell’integrazione viene scisso in due, scrivendo:

∇ 2 M =∇2 ( D ∇ 2 w )=D ∇ 4 w=D ( −Dp )=p


Si calcola un’equazione di secondo ordine che lega la somma dei momenti flettenti al carico
esterno e poi s’integra la soluzione per ottenere w, questo non lo faremo mai, ci riferiremo
direttamente alla soluzione diretta.
Questa equazione differenziale deve essere soddisfatta sempre quando abbiamo a che fare con
una piastra soggetta a flessione, in ogni punto. Rappresenta, quindi, l’equazione di equilibrio che
noi dobbiamo integrare, alla presenza di determinati carichi esterni, per ottenere la soluzione in
termini di spostamento.
Noi otteniamo, direttamente, come soluzione la deformata della nostra struttura.
Per risolvere un’equazione differenziale devo prima dare le condizioni al contorno, se non so
esprimere le condizioni al contorno di una piastra io non risolverò mai nulla.

Condizioni al contorno
Le condizioni al contorno dipenderanno da come è
realizzato il vincolo, consideriamo i tre casi più
comuni:
1 Bordo appoggiato
2 Bordo incastrato
3 Bordo libero

Bordo appoggiato
Per quanto riguarda il bordo appoggiato, se io ho una trave le caratteristiche dell’appoggio sono:
spostamento nullo e momento nullo. Quindi se il bordo è appoggiato x=a, bordo parallelo ad y,
dirò che w per x uguale ad a e per y qualsiasi deve essere uguale a zero e che M x (quella legata
alla σx) per qualsiasi valore di y per questo valore di x deve essere uguale a zero:
ma Mx è uguale a

Se ho che w=0 sul bordo allora  ,

Che mi permette di esprimere la condizione di bordo appoggiato x=a. Cioè in pratica quello che
deve andare a zero è la derivata seconda di w in direzione perpendicolare alla frontiera perché
quello parallelo alla frontiera è automaticamente soddisfatto dal fatto che w è uguale a zero.
Bordo incastrato
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Se ho un bordo incastrato, ovviamente la cosa è ancora più semplice, perché lo spostamento deve
essere uguale a zero e l’inclinazione perpendicolare all’incastro deve essere uguale a zero.
Quindi:

La differenza tra le due condizioni al contorno presentate consta solo nell’ordine di


differenziazione che li separa.
Bordo libero
Come risulta spesso, la condizione al contorno che risulta più difficile da imporre e quella che è
più facile concettualmente. La condizione di bordo libero è quella più complicata, perché non
posso imporre condizioni di spostamento, se il bordo è libero lo spostamento può essere
qualsiasi, posso solo dire che non ci devono essere carichi applicati perché non avrebbero con
chi andarsi ad equilibrare. I carichi che ho su di un bordo sono momento e taglio.
I primi ricercatori mettevano il momento uguale a zero, non si trovavano mai; perché non si può
dire che il momento doveva essere nullo, bisogna dire che l’effetto combinato di momento
torcente e taglio deve essere uguale a zero (condizione di bordo libero), insieme al fatto che il
momento flettente da solo deve essere uguale a zero.
L’effetto combinato di momento torcente e di taglio si esprime con V.
Se vediamo la sezione di estremità, posso schematizzare lo spessore in tante celle, in ciascuna
delle quali mi compare un certo momento torcente:

Potrò discretizzare la distribuzione del momento torcente ricorrendo a questo criterio delle celle.
Per di più, considerando la compatibilità di ciascuna cella con quella adiacente, potrò dire che
questo momento Myx·dx è una coppia ed è dovuta alla presenza di due forze alle estremità della
cella, queste forze saranno pari al momento Myx dx diviso il braccio dx.
Quindi metterò due forze pari a Myx.
NOTA BENE: Myx è una coppia per unità di lunghezza cioè una forza, anche se la indichiamo
con M.

Se consideriamo la zona di confine tra le due celle avremo, una forza verso il basso ed una verso
l’alto, la risultante sarà pari a

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∂ M yx
dx
∂x

Questa forza deve farsi equilibrio con il taglio che è Qyz·dx.


Effetto combinato di taglio e torsione:

con

Dunque la condizione di bordo libero sarà:

Allora dire che si annulla l’effetto combinato del momento torcente e del taglio significa che
deve essere soddisfatta questa equazioni differenziale

Inoltre devo dire che perpendicolarmente deve essere nullo il momento flettente, perché non ci
sono carichi applicati, quindi deve essere rispettata quest’altra condizione:

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Soluzione di Navier
Navier ha lasciato la soluzione per un problema molto particolare, cioè quello di una piastra
rettangolare di lati a e b, poggiata su tutti i bordi e assoggettata ad un carico uniforme (un solaio
praticamente).
Allora ovviamente abbiamo come equazione di equilibrio:
Dobbiamo aggiungere le otto condizioni al contorno legate al fatto che ogni lato è appoggiato:

Navier partì da una distribuzione del carico uniforme e poi ampliò le sue analisi ad un carico
qualsiasi purché fosse esprimibile in una serie doppia di Fourier e quindi in altri termini se ho un
carico qualsiasi lungo x potrò esprimerlo in serie di Fourier, siccome il problema è
bidimensionale, è chiaro che viene fuori una serie doppia, vuol dire che ho infinite armoniche
lungo x e infinite armoniche lungo y, in corrispondenza di una qualsiasi coppia di numeri di
armoniche n ed m io avrò un coefficiente che mi rappresenta l’ampiezza di questa armonica
superficiale, non più lungo una sola dimensione, che indico proprio con n e m.
L’unica condizione che questo carico deve rispondere è che per x=0, x=a, y=0 e y=b deve
andarsene a zero, perché all’esterno non dobbiamo avere una prosecuzione di questo carico.
Questa è l’espressione di una serie doppia che soddisfa questa condizione:

E dallo studio delle serie doppie, in totale analogia con quelle che sono le serie semplici di
Fourier, il valore della generica ampiezza dell’armonica si può ottenere una volta noto
complessivamente l’andamento della funzione p(x,y):

Sostituendo questo valore di p(x,y) nell’equazione di equilibrio delle piastre, avrò al primo
membro tutte le derivate di w, mentre al secondo membro una funzione p come espressa prima in
termini della doppia serie di Fourier:

con l’ipotesi che il carico vada a zero sui bordi, quindi w deve andare a zero sui bordi.
È possibile ritenere che la w sia esprimibile attraverso la stessa serie di Fourier doppia
ovviamente con coefficienti diversi. Navier pose w(x,y) in questa forma:

Mettendo la w(x,y) in questa forma, le condizioni al contorno sono automaticamente soddisfate.

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Avendo derivate quarte e derivate miste seconde avremo sempre seno-seno in ciascuno dei
termini, allora vuol dire che io avrò seno seno sia al primo che al secondo membro e quindi potrò
utilizzare il principio di identità.
Sostituendo anche la w(x,y) nell’equazione di equilibrio ottengo:

Allora io posso ricavarmi Wmn come:

Naturalmente Amn era pari a quell’integrale doppio in funzione del diagramma spaziale della p,
allora io volendo mi posso ricavare Amn direttamente dalla distribuzione delle p:

Se una serie doppia converge molto rapidamente, subito terminiamo i calcoli. Ma se una serie
doppia converge lentamente, sono cavoli. Il problema di convergenza mi dice quante armoniche
mi devo portare appresso, più aumentano le armoniche e più aumenta non solo il tempo, ma
anche la possibilità di fare degli errori, questo è uno dei motivi per i quali il metodo degli
elementi finiti è molto più utilizzato

PER LA SERIE: “STORIE DI UNA VITA ALLEGRA”


Una volta capitò che volevo utilizzare un metodo del genere per risolvere le iterazioni tra un disco ed una corona che
stava attorno, per effetto della forza centrifuga volevo capire qual era l’andamento delle tensioni lì attorno. Ricordo
che me la portai al mare, presi una casa la mare, d’estate in rima al mare con mia moglie e i bambini ed io da lontano
che lavoravo al a mano per trovare una soluzione, non convergeva assolutamente ho perso tutto il mese di agosto, poi
lo feci con un calcolatore, anni 70’, e vidi che se non prendevo almeno 70 – 80 armoniche lungo x e lo stesso lungo y
non potevo mai avere una soluzione degna di questo nome.

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Questa è la deformata della piastra di Navier:
È una piastra appoggiata su tutte e quattro i bordi e
caricata da un carico uniforme, otteniamo in
questa maniera i diagrammi relativi ai momenti e
allo spostamento w nelle diverse sezioni.

Abbiamo l’andamento del momento My che parte da zero arriva ad un massimo e poi ritorna a
zero.
Analogamente il momento Mx che parte da zero
e va a zero, ma per la maggior parte della
lunghezza rimane costante.

Quindi notiamo valori tutti nulli lungo il bordo e ovviamente valori massimi al centro.

Anche per lo spostamento w abbiamo un


andamento simile ai momenti flettenti.

Mxy invece presenta un andamento del


genere:

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Carico uniforme distribuito su di una parte della piastra
Naturalmente l’idea di Navier non è cosi limitata, perché ci consente anche di analizzare quello
che accade per un carico distribuito su di una parte della piastra, la soluzione ovviamente è la
stessa. Il problema è che nello scrivere Amn (l’integrale esteso alla piastra di p(x,y) per in seno
eccetera) stavolta l’integrale non va esteso alla piastra ma va esteso soltanto alla zona nella quale
è applicato il carico.
Quindi supponiamo ad esempio di avere il carico uniformemente distribuito nella zona di
ampiezza c·d:

L’integrale lo possiamo fare molto facilmente e quindi


abbiamo la possibilità di costruirci le varie ampiezze
della risposta e come al solito ci stanno i termini che
contengono il baricentro della zona caricata (ξ0,η0) e la
lunghezza lungo le due direzioni della zona caricata.

Ovvero:

Carico concentrato su di una parte della piastra


Facendo tendere le due larghezze c e d a zero, possiamo capire cosa succede quando il carico è
concentrato.
Nel caso di carico
concentrato:
Ed otteniamo una
soluzione di questo
genere.

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Soluzione di Levy
L’analisi di Levy è un’analisi sicuramente più completa 1, che mostra come è possibile esprimere
delle condizioni al contorno completamente diverse l’una dall’latra.
Quindi possiamo ad esempio risolvere problemi con le condizioni al contorno più varie,
incastrata da due parti, libera dall’altra eccetera.
Levy ha analizzato il problema un secolo dopo Navier, dunque è partito dall’equazione:

che è un’equazione differenziale a derivate parziali del 4° ordine che avrà un omogenea associata
con un suo integrale generale ed un integrale particolare dell’equazione completa.

A) La soluzione dell’omogenea associata è la soluzione dell’equazione bi-armonica che quindi è


già nota. La soluzione dell’omogenea associata viene posta nella forma:

Per sostituzione nell’equazione di equilibrio ottengo:

Se f è funzione solo di y, allora, per ogni m ed indipendentemente da x, deve essere:

B) Integrale particolare dell’equazione completa.

1
LEGGERE, sorvolare su passaggi matematici
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Levy ha preso in considerazione casi nei quali il carico è esprimibile come

E quindi ha assunto l’integrale particolare come:

19
Casi particolari
1)

20
2)

21
3)

L’idea che si utilizza quando si impiega il metodo di Navier assomiglia tanto al coumpading.
Qui abbiamo appoggio, appoggio, incastro e libero
Somiglia tanto al prendere dei casi simili a quelli, o per meglio dire, simili come geometria, non
simili come condizioni vincolari e sovrapporre le soluzioni fino ad ottenere queste condizioni al
contorno.
Allora per esempio qui abbiamo tutte le parti appoggiate

Le successive sono delle condizioni dove sono applicati determinati sforzi al contorno che sono
quelli che mi devono annullare quelli che provengono dal caso precedente per ottenere le
condizioni al contorno della mia piastra.
Nel secondo caso devo annullare le tensioni che mi
vengono dal caso precedente per realizzare una
condizione libera
Nella terza ho libera, appoggiata, appoggiata, devo
applicare quei carichi che mi devono rendere incastrato
il bordo. Quei carichi che mi devono impedire gli
abbassamenti e le inclinazioni.
Quindi il caso che devo esaminare me lo sto costruendo
per sovrapposizione.

22
23
Piastre continue

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Piastre circolari

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Piastre caricate nel piano medio
Abbiamo visto che gli sforzi normali li trascuriamo, e lavoriamo sempre sui momenti flettenti e i
momenti torcenti.
A) Se w0=0 o è trascurabile (esistono però u0 e v0), teoricamente, le condizioni di equilibrio nel
piano medio sono:

Ottengo due equazioni differenziali che contengono soltanto le risultanti da sforzo normale e le
risultanti da taglio che vanno a confrontarsi con i carichi, px e py che agiscono in direzione
parallela al piano, quindi non sono carichi normali sono carichi radenti la superficie superiore e
per essa quella media della piastra.
Io sto prendendo in considerazione le εx e le εy, cioè:

Quindi se non voglio far comparire l’accoppiamento con il comportamento flessionale, devo
proprio considerare il caso in cui w0=0 o comunque è trascurabile (caso A).

B) Se invece w non è trascurabile, allora sostanzialmente mi comparirà un accoppiamento con


la w:
∂w
∂x ∂x ( )
ε x = ∂ ( u )= ∂ ( u 0 ) − ∂ z
∂x ∂x
Utilizzando quest’accoppiamento si può far vedere che l’equazione di equilibrio flessionale della
piastra che noi abbiamo scritto come

È uguale a

Dove oltre il carico applicato ci sono anche gli sforzi agenti sul piano medio.
Questo è un fatto molto importante, in merito alla stabilità.
Sulla deformazione flessionale di una piastra gioca un ruolo importantissimo qualsiasi carico
parallelo al piano medio.
Per esempio questo è il caso del carico uniformemente distribuito sulla piastra, soluzione di
Navier, nell’ipotesi in cui ci sia una Nx.

Si nota che una trazione nel piano medio, come è intuitivo, riduce gli abbassamenti flessionali.
Quello che succede nella instabilità dei pannelli e che questa N è di compressione allora w
diventa più grande e tende ad andare ad infinito quando il denominatore della precedente
relazione va a zero e li si scatena l’instabilità della piastra sottoposta a flessione.

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BREVE RICAPITOLAZIONE
Parlando di piastre piane abbiamo visto che se trascuriamo le variazioni dello spostamento lungo z nello spessore,
e quindi diciamo che tutti i punti allineati sulla normale al piano medio hanno grosso modo tutti quanti lo stesso
spostamento lungo z (lungo z c’è un insieme minore della piastra, quella che abbiamo definito trascurabile rispetto
alle altre due) allora le componenti di spostamento possono essere espresse in questa maniera: abbiamo due
componenti dello spostamento u0 e v0 che sono le componenti dello spostamento nel piano medio e queste
daranno luogo a degli sforzi normali che si manterranno inalterati lungo tutto lo spessore della piastra.
Poi abbiamo altre porzioni dello spostamento che sono tutte collegate allo spostamento trasversale Q 0 dei punti
giacenti nel piano medio. Queste componenti di spostamento sono costanti nello spessore e sono parallele alle
componenti di spostamento del piano medio, incidono sulle componenti di spostamento del piano medio, quindi
somigliano tanto alle epsilon di sforzo normale.
Mentre invece questa W, con tutte le sue conseguenze, nell’ipotesi che il piano medio resti indeformato, non sono
altro che le componenti che danno luogo alla lezione sul comportamento flessionale della piastra.
Oggi quindi parleremo di piastre curve e faremo una ripartizione analoga a quella delle piastre rettangolari.
Un’altra cosa che sappiamo è che lo stato tensionale per ipotesi è piano e che nel caso delle piastre io adopero una
notazione. Il buon Timoschenko ci fece notare che, se la piastra è a spessore costante come normalmente accade,
è inutile portarsi appresso l’integrazione sullo spessore ma è bene farla subito fin dall’inizio in modo tale da tirar
fuori l’effetto dello spessore e quindi definì queste risultanti delle tensioni che sostanzialmente sono carichi per
unità di lunghezza, quindi praticamente sono sforzi unitari e in generale sono presenti tutte le componenti di
sforzo.
Avremo quindi degli sforzi normali, dei tagli, dei momenti flettenti e dei momenti torcenti.
Appena ci mettiamo a studiare le piastre ci rendiamo conto che la loro condizione di equilibrio è definita da una
equazione completa del quarto ordine e quindi anche nel caso della semplice soluzione di Navier abbiamo dovuto
far ricorso a serie doppie. Questo spiega d’altra parte le piastre normalmente vengono studiate numericamente.
È ben difficile che voi possiate trovare una soluzione semplice. Le piastre rettangolari sono state l’esempio più
eclatante e diffuso dello studio del metodo alle differenze finite. L’unica difficoltà con le differenze finite si è
verificata quando non si aveva a che fare con le piastre rettangolari perché la difficoltà è quella di applicare le
differenze finite alle superfici curve.

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