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Parte II – Stati di Tensione e Deformazione

PARTE II - SLIDE 1 A SLIDE 19

Dopo aver parlato delle direzioni principali, abbiamo introdotto il modello di strato piano di
tensione che non ha un riscontro nella realtà, ma è un’ipotesi (cioè un modello matematico) che
bene approssima ciò che avviene in determinate circostanze (nel caso di lamiere o piastre sottili).
Nella meccanica della frattura, si vedrà che per un pezzo di un certo spessore, sulle superfici
scariche, lo stato di sollecitazione si avvicina molto a quello piano mentre verso l’interno, cioè
lontano dalle superfici, questo non è più vero. Questo modello ci interessa perché presenta solo tre
componenti di sollecitazione semplificando lo studio, se poi si lavora lungo le direzioni principali si
hanno solo due componenti. Lo stato piano richiede necessariamente condizioni di simmetria sia
geometrica che di carico oltre l’assenza di carichi assiali. Questo approccio consente di calcolare
tutte le componenti di sollecitazione attraverso un’unica funzione potenziale in campo complesso:
soprattutto la scuola russa ha dato una grande importanza a quella che è l’analisi dei potenziali
complessi per la risoluzione di stati piani di tensione e di deformazione. Per il momento si può dire
che uno stato piano di tensione è uno stato piano assai comune: nel momento in cui si parla di
tensioni principali si ha che queste si esplicano lungo direzioni che sono variabili da punto a punto,
il che rende complicato il loro impiego, però per determinate geometrie (es. la bombola, la
cupola,etc.) le direzioni principali sono sempre le stesse purchè si rinunci ad usare le coordinate
cartesiane esi utilizzino le coordinate cilindriche. Le condizioni di equilibrio di uno stato piano di
tensione, in un piano parallelo a quello scarico, in modo da evitare la presenza di tensioni normali a
quelle del carico, si scrivono in maniera semplice considerando un elementino di area dA e l’angolo
, possiamo identificare un elementino di area pari a dAcos e un elemtino di area dAtan lungo y,
scrivendo quindi:

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cioè a forza dovuta alla x più la forza dovuta alla xy deve equilibrare la componente della forza
dovuta alla n meno la componente della forza dovuta alla n e analogamente lungo y. Si ottengono
così due equazioni che consentono di determinsre lo stato piano di tensione note le componenti in
due direzioni qualsiasi (in questo caso x e y). Note le componenti di sollecitazione nelle due
direzioni, si può, variando l’angolo , determinare l’andamento della n e della n in funzione di .
È possibile anche calcolare le derivate delle componenti per sapere in quali direzione si ha la
massima n o n:

E’ facile vedere che ponendo uguale a 0 una delle due derivate si ottiene un angolo ’ e un angolo
’’ che indicano rispettivamente la direzione in cui si ha la massima tensione normale o la massima
tensione tangenziale.

È possibile analizzare anche dei casi particolari:

Se x e y sono direzioni principali, si ha che xy = 0 e quindi l’angolo ’ è 0 o 45° ; dire che ’ è 45°
equivale a dire che si può scambiare x e y ed è una conferma che i calcoli sono stati fatti bene:

Se x e y sono direzioni di taglio puro, x = y = 0, le direzioni di taglio massimo sono 0 e 45°, caso
che risulta complementare a quello precedente:

Coordinate cilindriche

La scelta di un differente sistema di riferimento non cambia la natura fisica del problema, ma
cambia soltanto la facilità di trovare una soluzione: è evidende che si andrà ad utilizzare un
riferimento cilindrico solo nel momento in cui qualcosa nella geometria o nei carichi ci consente di

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dire che è il riferimento più adatto, cioè quando l’elemento presenta una geometria di rotazione con
una certa altezza e un certo spessore (es. un cilindro cavo). Si determina, quindi, un piano ovale che
contiene gli assi cartesiani x e y, ed un asse perpendicolare a questo che sarà z:

Si definisce un piano polare che contiene gli assi x e y sul quale si ha un asse polare r e un’anomalia
: le coordinate che si utilizzano quindi sono r, che rappresenta la distanza dall’asse (radice di
x²+y²), , la direzione dell’angolo giro che si sta esaminando, e z, la distanza dal piano xy di
riferimento. È evidente che nel sistema cilindrico le sezioni sono perpendicolari alle direzioni
coordinate:vper isolare un elementino si fanno 2 tagli perpendicolari a z e z+dz, si ottiene così una
ciambella; altri 2 tagli corrispondenti a  e +d e per quanto riguarda il raggio sarà r ed r+dr: da
notare che, mentre in un riferimento cartesiano si ottiene un cubetto con facce piane e parallele, in
questo caso non si ha lo stesso risutato poiché le facce non sono parallele. Nel caso di un disco
l’elementino infinitesimo si può rappresentare in questo modo:

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dove lungo z non succede niente. Questo corrisponde ad uno stato piano di tensione in coordinate
cilindriche: le componenti di sollecitazione che si considerano in questo sistema di riferimento sono
quelle normali e parallele alle superfici di taglio del volume elementare, per cui sulle superfici a r
costante si ha una tensione normale r e due componenti di taglio che sono rt, diretta lungo la
tangente alla circonferenza, e rz diretta lungo z. Dal punto di vista cartesiano questa
rappresentazione delle tensioni è strana perché se si considera un volume in un’altra posizione la r
ha una direzione diversa e così anche per le altre componenti: questa è l’unica difficoltà di
visualizzazione che si incontra nel momento in cui si cominciano ad utilizzare le coordinate
curvilinee. Nei piani a  costante abbiamo una t, che è la tensione normale, una rt e una rz. La r
è definita tensione radiale e la z tensione assiale, mentre la t è definita in maniera errata
tensione tangenziale invece che tensione circonferenziale.

Se ora si riporta il volume elementare ad uno stato piano di tensione si ha che la direzione scarica è
z per cui le componenti di sollecitazione lungo z sono nulle e di conseguenza, punto per punto,
saranno diverse la r, la rt e la t. In alcuni casi la simmetria dei carichi fa si che la soluzione non
dipende da , questo significa che r e t devono essere tensioni principali e di conseguenza la rt è
nulla: si hanno quindi solo due incognite. Questo avviene nelle bombole o nei recipienti soggetti a
pressioni interne. Per scrivere le equazioni di equilibrio, in coordinate cartesiane, è immediato
scrivere equilibrio alla traslazione lungo x o y; nel caso di coordinate cilindriche non ha senso
scrivere le condizioni di equilibrio lungo il raggio o lungo la tangente poiché assumono infinite
direzioni, quindi si scrive l’equilibrio centrale ovvero si individua una direzione media attribuendo
all’elementino un’anomalia  dando per scontato che esso evolve tra -d\2 e +d\2.
Analogamente si fa riferimento ad un raggio medio che sarà la direzione della tangente.

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Tutto questo va fatto perché le facce dell’elementino non sono parallele tra loro e quindi anche le
componenti non sono parallele: perciò per scrivere le equazioni di equilibrio bisogna prendere tutte
le forze e proiettarle lungo le direzioni principali. Per l’equilibrio in direzione radiale si considerano
rotazioni antiorarie e si parte dai raggi interni andando verso quelli esterni indicando con b lo
spessore del disco e con R le forze radiali di massa (centrifuga):

Sviluppando questi prodotti si ottengono degli infinitesimi di ordine superiore che possono essere
trascurati e inoltre ponendo:

si ottiene l’equazione seguente:

Per la geometria e per il carico (simmetria radiale) la soluzione non può dipendere da  ma deve
essere la stessa in tutte le direzioni e quindi la derivata in d va a 0 ed anche rt è nulla, l’equazione
diventa:

Questa va bene per la bombola ma non va bene per un pneumatico perché il carico è presente solo
sull’impronta ed è molto complicato da analizzare.

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Per quanto riguarda l’equilibrio in direzione tangenziale si può dire che la r non da contributo
mentre invece ci sono le componenti di t e rt:

facendo le stesse approssimazione si ottiene l’equazione di equilibrio in direzione tangenziale:

Di seguito si riporta il caso generale considerando le tre direzioni:

con le relative equazioni di equilibrio:

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Se da un lato si hanno meccanismi di tensioni indotti da carichi esterni, dall’altro lato, in maniera
del tutto indipendente, si può parlare degli spostamenti che si hanno per effetto dei carichi. In
generale siamo è interessati a degli spostamenti relativi tra due punti perché si vogliono studiare le
deformazioni. Si utilizza la teoria dei piccoli spostamenti per i quali lo spostamento relativo, cioè la
differenza tra lo spostamento di due punti vicini P e Q, può essere sviluppata in serie di Taylor
troncata ai termini lineari:

Esistono però delle situazioni in cui questa approssimazione non è sufficiente e bisogna considerare
anche i temini quadratici, ciò avviene nel campo di grandi spostamenti (per esempio la
deformazione di una canna da pesca!!). Per ciò che interessa questo corsa si può dire che lo
spostamento relativo tra due punti vicini è funzione delle componenti della distanza e della derivata
degli spostamenti rispetto alla direzione che stiamo prendendo in considerazione: si supponga
perciò che ogni punto del continuo si sposti (accettando anche il valore 0). In corrispondenza di
ogni punto la spostamento ha tre componenti u, v, e w:

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Dire dw\dx significa dire di quanto sono diverse le componenti w lungo z per due punti posti a
distanza dx lungo una retta parallela l’asse x. Poiché la deformazione non è altro che la variazione
di spostamento relativo, si possono definire tre componenti di deformazione assiale e tre
componenti di deformazione a scorrimento: le prime corrispondono a variazioni di lunghezza di
segmenti unitari allineati con gli assi, le seconde corrispondono ad una riduzione dell’angolo
formato da due rette che inizialmente erano perpendicolari:

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Logicamente, poiché si cerca una teoria lineare della deformazione, si trascurano mille cose: infatti
se si considera un segmento di lunghezza dx allineato con l’asse x prima della deformazione,
nessuno può dire che dopo sarà allineato ancora con l’asse x, quindi l’approssimazione che si fa è
trascurare le componenti fuori piano degli spostamenti relativi.

Si riportano di seguito le componenti di deformazione in coordinate cilindriche: è evidente che


anche in queste coordinate si hanno delle componenti di spostamento dalle quali si ricavano quelle
di deformazione, però bisogna capire queste componenti che direzioni devono avere. Poiché le
componente di spostamento sono parallele alle direzione degli assi (vedi u, v, w), è evidente che in
coordinate curve si identifica la direzione dell’asse con la tangente per cui è evidente che si ha una
componente di spostamento radiale, una tangenziale e una assiale. Si analizzi per prima la
componente di deformazione radiale che è legata alla componente u e rappresenta la variazione
della distanza tra le superfici cilindriche, esterna e interna, dell’elementino. Per effetto di questo
spostamento il bordo interno si sposterà di u mentre il bordo esterno si sposterà di u + (du\dr)dr:
quindi la distanza iniziale dr sarà diventata dr + [u + (du\dr)dr] – u:

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Lo spostamento relativo sarà quindi [u + (du\dr)dr] – u e dividendo per la distanza iniziale si ottiene
la deformazione radiale:

Da un punto di vista fisico la deformazione radiale rappresenta una variazione di spessore, se εr è


positava, ovvero se la u è crescente verso l’esterno, è aumentato lo spessore e viceversa (succede la
stessa cosa in coordinate cartesiane). Per le componenti tangenziali o circonferenziali le cose sono
diverse perché si prende come riferimento la fibra media che può cambiare la sua lunghezza in due
casi diversi che eventualmente possono coesistere:

nel primo caso le facce laterali, cioè quelle a  costante, hanno subito uno spostamento e la loro
distanza angolare è cambiata: infatti una si è spostata di v e l’altra si è spostata di v + (dv\d)d;

l’altra possibilità, che è la più comune nei casi che ci interessano, è che si è avuta una dilatazione,
per cui la fibra media si è spostata verso l’esterno e a parità di angolo la lunghezza dell’arco diventa
più grande e quindi la fibra media avrà una lunghezza più grande.

Quando si scrivono la relazione per la componente di deformazione tangenziale si deve fare un


discorso più ampio e dire che può cambiare per due motivi:

la fibra media ha una lunghezza di rd, ma se ha uno spostamento radiale u avrà una lunghezza pari
a (r + u)d, la differenza è ud:

la seconda parte è identica al ragionamento fatto per la deformazione radiale.

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Alla fine si ottiene l’espressione di εt che è somma di due aliquote, la prima dipende dallo
spostamento radiale e la seconda dipende dagli spostamenti tangenziali. Se c’è simmetria assiale,
cioè non c’è dipendenza da , la deformazione tangenziale sarà pari a:

Infine, senza perdere tempo, le componenti di scorrimento corrisponde a queste due direzioni non
sono più perpendicolari tra loro.

In molti casi il problema non dipende da , quindi non c’è neanche v e  è identicamente nulla
ovunque.

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