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L’età di Pericle, florida anche dal punto di vista culturale, conosce l’ascesa al potere

della parola. I più importanti nella scena retorica furono i sofisti i quali si
consideravano sophistai, maestri, professionisti della conoscenza. Gli esponenti
principali furono Protagora di Abdera e Gorgia di Leontini. Protagora nelle Antilogie
(opera che concerne l’arte del dire), sviluppa la tecnica degli agoni: competizioni
retoriche in cui l’oratore, attraverso degli espedienti stilistici faceva cadere in
contraddizione l’avversario facendo prevalere non la ragione più valida bensì la più
debole. I sofisti infatti, insegnavano che su ogni questione è possibile costruire
discorsi opposti (dissoi logoi) e di far trionfare, grazie al sapiente uso della parola, il
meno probabile. L’eristica protagorea affondava le sue radici nella visione filosofica
delle contraddizioni dell’esistenza umana
L’età di Pericle, florida anche dal punto di vista culturale, conosce l’ascesa al potere
della parola. I più importanti nella scena retorica furono i sofisti i quali si
consideravano sophistai, maestri, professionisti della conoscenza. Gli esponenti
principali furono Protagora di Abdera e Gorgia di Leontini. Protagora nelle Antilogie
(opera che concerne l’arte del dire), sviluppa la tecnica degli agoni: competizioni
retoriche in cui l’oratore, attraverso degli espedienti stilistici faceva cadere in
contraddizione l’avversario facendo prevalere non la ragione più valida bensì la più
debole. I sofisti infatti, insegnavano che su ogni questione è possibile costruire
discorsi opposti (dissoi logoi) e di far trionfare, grazie al sapiente uso della parola, il
meno probabile. L’eristica protagorea affondava le sue radici nella visione filosofica
delle contraddizioni dell’esistenza umana.
Gorgia ebbe come interesse principale la retorica e la sua teoria è esplicitata in due
sue orazioni: l’Encomio di Elena e la Difesa di Palamede. Si tratta di esercitazioni
scolastiche in cui bisogna prendere le parti di Elena (accusata di essere la causa della
guerra di Troia) e Palamede (considerato un traditore dai compagni greci.) la scelta
dei personaggi ci fa capire che per Gorgia, il discorso si basava sulla forza incantrice
della parola piuttosto che sulla verosimiglianza. Anche gorgia non associa la parola
alla dimensione etica ma la pone sul piano dell’inganno, apate, e nella prosa come
persuasione, peithò. Lo scopo è indurre l’udiotrio a credere all’esposizione della
realtà offerta dall’oratore. La definizione gorgiana di retorica è: artefice della
persuasione. Con lui nasce la prosa d’arte, nascono gli schemata, le figure: dovevno
conferire all’intervento dell’oratore raffinatezza e musicalità.
Gorgia prediligeva 5 processi stilistici:
 l’antitesi, la contrapposizione dei concetti;
 l’isocolia o parisosi, un rapporto di simmetria tra i menbri della frase;
 l’omoteleuto, la terminazione analoga delle parole,
 l’omeototto, la somiglianza dei casi (nelle lingue flessive);
 la paronomasia, la vicinanza di parole simili nel suono ma con significato
differente.
L’antitesi è quella che ricorre con maggiore frequenza perché prevede il carattere
logico-argomentativo oltre che il gioco estetico.
Nel 390 a.C, Isocrate fondò la prima scuola di eloquenza ad Atene. In un differente
contestto storico-politico rispetto a quello dei sofisti (la Grecia si apprestava a
perdere l’indipendenza), l’arte del dire assume una funzione centrale: saperla
dominare significava avere maggiori possibilità di imporsi nella vita politica. Due
orazioni ci mostrano il pensiero isocrateo di retorica: “Contro i Sofisti e Antidosi” e
“Sullo scambio di beni”. Nel primo è facile intuire una netta posizione contraria ai
sofisti. Questi vengono accusati di mancata onestà intellettuale, il metodo da loro
adottato era basato da uno svolgimento codificato uguale o quasi uguale in tutti i
discorsi. Per Isocrate, invece, la parola è il risultato di processi originali e mai uguali.
Non può creare magia se regolata da formule fisse. Nel discorso “Sullo scambio” ,
Isocrate intende rivendicare il compito di formare cittadini in grado di ragionare e
imputa le colpe attribuite all’eloquenza alla samia di ricchezze. Per Isocrate, retorica
e filosofia coincidono perfettamente.
Il pensiero del fondatore dell’Accademia Platone, presenta due fasi: la prima implica
una chiusura netta verso la retorica, nella seconda un’apertura calcolata.
Nella prima parte, Platone non ammette che i sofisti e coloro che si dedicano alla
retorica esercitino sui cittadini un’influenza maggiore rispetto ai filosofi. Di questo
periodo fa parte il “Gorgia”, un trattato sui fondamenti etici della politica da cui si
evince la sua delusione per un ordinamento che non ha conservato i valori civili. Per
lui i Retori (termine usato con connotazione dispregiativa per intendere non solo i
maestri di retorica ma anche politici e quelli che parlano in pubblico), sono la causa
del degrado morale di Atene. La retorica da techné è ridotta a émperia, cioè abilità
pratica basata su tentativi e non su criteri razionali, persegue fini apologetici senza
cura della moralità e del contenuto. All’eloquenza corruttrice, egli oppone la
dialettica di Socrate che tiene conto invece della forma e della natura etica dei
soggetti trattati. Il metodo dialettico→ da dialéghesthai→ «conversare», ovvero
procedere per domande e risposte, viene contrapposto ai lunghi interventi dei
sofisti, tesi alla competizione e non alla collaborazione vicendevole. La retorica
diventa l’acerrima nemica della filosofia, nella prima Platone coglie la causa del
declino morale della società democratica, nella seconda l’unica via di salvezza per
coloro che tengono alla sapienza.
Nella seconda fase, Platone opera una distinzione tra la retorica dei sofisti (che fa
leva solo sulle componenti irrazionali) e la retorica vera che, fondandosi sulla
dialettica, si riscatta proprio grazie a questa. Troviamo queste valutazioni espresse
nel Fedro, la retorica è un mezzo per direzionare le anime attraverso i discorsi sia
nelle grandi che nelle piccole questioni. La psicagogia qui non è intesa come u
inganno ma, come orientamento verso il vero. Nella stagione della maturità Platone,
riconosce la potenza della parola: un vero e proprio strumento di potere e
sopraffazione, non accessibile a tutti ma ad uso esclusivo dello stato, come la legge e
il ricorso alla coercizione.
I pilastri dell’argomentazione
Platone alla fine non scriverà mai un trattato sulla retorica, Aristotele invece,
sviluppando le posizioni espresse dal suo maestro, scrive una téchne [Retorica] con
lo scopo di conferirle un maggiore rigore metodologico e una più alta dignità
filosofica. Aristotele attribuisce una connotazione scientifica ad un sapere noto ma
non adeguatamente formulato. La persuasione diventa oggetto di ricerca, non più il
fine ultimo come per i sofisti. Egli si approccia al problema con l’atteggiamento del
rifondatore, compiendo una distinzione fra i 3 generi dell’eloquenza:
 giudiziario→ vicende oggetto di dibattito in tribunale;
 deliberativo→ decisioni da prendere alle assemblee politiche;
 epidittico→ lode o biasimo verso un personaggio.
Aristotele non distribuisce la materia secondo le parti del discorso (proemio,
narrazione, argomentazione, epilogo) ma crea una struttura in 3 parti:
1. pistis→ la prova; [i primi due libri]
2. taxis→ la disposizione; [terzo libro]
3. léxis→ lo stile. [terzo libro]
Il maestro si sofferma sulle componenti logiche del discorso fino ad all’ora trascurate
a favore degli aspetti emotivi, estranei per natura ai prigmata, cioè ai fatti intorno a
cui si discute. La sfera sentimentale che condiziona lo stato d’animo dei giudici, non
può quindi esaurire la trattazione della pistis e si crea una scissione tra l’accessorio→
di cui la traduzione si è fatta interprete e divulgatrice e l’essenziale→ che trova qui
l’attenzione da sempre negatogli.
L’autore suddivide poi, i processi argomentativi in:
 atecnici→ indipendenti dall’abilità dell’oratore (testimonianze, documenti
scritti, confessioni e altro)
 tecnici→ richiedono l’arte di colui che sostiene la causa
Le pisteis éntechnoi (propri della retorica in quanto techne), possono derivare
dall’éthos→ il carattere, dal pathos→ l’emozione, ma anche dal logos→ la ragione,
dala dimostrazione del vero o di ciò che appare tale attraverso i procedimenti logici
dell’entimema e del paradigma.
Pathos, ethos e logos costituiscono i contenuti che l’oratore ha a disposizione per
persuadere il pubblico; l’entimema e il paradigma invece, sono i metodi attraverso
cui tale materiale prende forma di argomentazione.
Aristotele definisce l’entimema un sillogismo retorico→ un’argomentazione dotata
di una struttura logica determinata in base alla quale, movendo da due premesse si
giunge ad una conclusione; e l’esempio un’induzione retorica→ un ragionamento in
cui l’assenso ad una proposizione particolare conduce all’assenso su di un’altra di
carattere più generale. Questa è una realizzazione che viene definita “fondazione
logica” di due concetti. Se la retorica è simile alla dialettica perché è “facoltà di
produrre ragionamenti”, allora anche i suoi strumenti sono analoghi a quelli di tale
facoltà.
Isocrate con il termine enthymema (composto di en in e thymos animo) intendi un
pensiero ben elabarota e adatto a mettere in risalto i fatti da raccontare.
Nell’orazione “Contro i Sofisti” sottolinea la necessità di rendere vario il discorso
mediante entimemi convenienti e, nell’”Evagora” il sostantivo indica in modo
generico i concetti a cui l’oratore attinge scegliendoli nell’ambito della vita pratica.
Ne la “retorica ad Alessandro” il termine, con un’accezione tecnica, indica il
ragionamento che implica l’opposizione dei contrari ovvero l’antitesi. Fino ad
Aristotele quindi, l’entimema era inteso come un concetto legato allo stile piuttosto
chead una serie di passaggi logici.
Aristotele invece, intende adattare il sistema logico definito nelle opere sulla
dialettica (nei Topici innanzitutto) all’ambio retorico, proponendo la metodologia
tecnica dell’apodissi- dimostrazione. Egli precisa le caratteristiche comuni dei due
tipi di dimostrazione dialettica e retorica, ma anche quelle proprie dell’entimema.
Caratteristiche comuni dimostrazione dialettica e retorica:
in ambo i casi le premesse del sillogismo retorico si basano sulle probabilità o
verosimiglianze. Queste premesse possono essere desunte dai segni, seméia, una
categoria priva di una valenza assoluta. Per quanto riguarda l’enimema, questo è
una deduzione il cui valore è concreto, istruito in vista di un ragionamento pubblico (Barthes). In
dialettica la deduzione è orientata ad ottenere l’assenso
dell’interlocutore, edotto nella materia di cui si discetta. Il sillogismo retorico, è
pensato per un pubblico grande e inesperto chiamato a decidere su questioni reali e
difficili. Il sillogismo pertanto, deve risultare facilmente comprensibile: non prevede
premesse difficili da cogliere o troppo lontane né l’esposizione completa di tutti i
passaggi. In un’entimema infatti è sottintesa una premessa facilmente deducibile.
La nozione di “luogo”
Gli studiosi sono inclini ad intendere che gli entimemi possono rimanere all’interno
del campo della retorica o avvicinarsi alle altre facoltà che hanno una materia
specifica d’indagine. Nel primo caso, essi derivano da koinoì topoi, ossia dai luoghi
comuni- così definiti perchp non essendo propri di nessuna disciplina in particolare,
possono essere applicati alle deduzioni riguardanti qualsiasi ambito. Nel secondo
caso, sono tratti dai idioi topoi luoghi specifici, chiamati così in virtù del fatto che
sono relativi alle singole discipline e quindi generano sillogismi che rientrano solo
nelle facoltà in cui tali luoghi appartengono.
In Isocrate, il termine luogo indica un campo non lavorato che offre argomenti validi
a chi sia in grado di esporli degnamente (Isoc.,Phil. 109). Anche per Demostene, i
topoi sono una riserva di tematiche in grado si far presa sull’auditorio senza alcun
legame con un procedimento logico particolare. Il luogo di Aristotele invece, è fonte
di argomenti che sono ragionamenti con una struttura sillogistica di cui esso
costituisce parte integrante e fondante. Con i suoi topoi egli non intende fornire ai
suoi lettori una serie di argomenti stereotipate e formule già pronte. Chi insegna a
formulare un discorso valido, non deve esporre elenchi di argomenti stilizzati (come
il calzolaio che invece di insegnare all’apprendista come fare le scarpe, gliene
consegna una quantità notevole già terminata). Nei Topici infatti, lo Stagirita
concepisce il topos come connettivo inferenziale. In retorica come in dialettica, i
topoi sono strategie che guidano il ragionamento e non liste statiche di temi.
Secondo la concezione classica, il metodo topico si articola in due fasi:
 l’esame critico della materia su cui argomentare: glie éide, le specie – luoghi
specifici legati al contenuto;
 il processo inferenziale: i luoghi comuni, inerenti all’aspetto formale
dell’argomento
Per Aristotele gli specifici sono premesse desunte da discipline, scienze, politica,
diritto, economia, arte militare ecc. in questo caso l’oratore si trova ad affrontare
svariate questioni e, per sostenere ed avvalorare le proprie tesi, deve avere una
competenza sufficiente. I luoghi specifici, in quanto tali, non contribuiscono a
delineare la struttura logica dell’entimema.
I konoi topoi, a differenza degli specifici, non danno informazioni su nessun campo
del sapere, non sono fonti del contenuto di un entimema, ma forme logiche,
proposizioni assiomatiche ed universali, applicabili ad ogni materia in esame.
Portano la mente da un concetto all’altro, creano le necessarie connessioni
argomentative tra premesse e conclusioni. La rassegna dei konoi topoi dello Stagirita
comprende, fra gli altri:
 dai contrari;
 dai reciproci;
 dalla definizione;
 dalla divisione;
 dal più e dal meno;
 dal giudizio;
 dalla causa;
 dalla conseguenza;
 dall’esempio;
 dall’analogia.
Questi, essendo privi di un oggetto particolare e vuoti di contenuto, sono fonti di
entimemi “secondo il metodo retorico”. La retorica infatti, essendo dynamis –
facoltà, e non epistéme – scienza, non ha un suo specifio campo di indagine, se non
la persuasione stessa. Nel sillogismo dialettico, i topoi dialettici, forniscono una serie
di concetti generali che possono essere predicati di più soggetti. L’entimema invece
non è predicativo e le sue unità base non sono date dai termini ma dalle
proposizioni nella loro interezza. I legami logici si instaurano sempre in rapporto
all’audience del discorso: se in dialettica, l’argomento deve essere esposto ad un
interlocutore esperto, in retorica l’antimema per poter assolvere alla sua funzione
persuasiva, deve essere considerato plausibile da un pubblico solo mediamente
informato sulla questione.
È opportuno sottolineare un’ulteriore differenza: quella tra i luoghi comuni ai tre
genere del discorso e i 28 luoghi comuni in parte già citati. I primi, non sono forme
logiche dell’argomentazione ma categorie fondamentali da cui si traggono le pisteis
per tutti i diversi generi: possibile/impossibile, esistente/non esistente,
grande/piccolo. Si tratta di probabilità comuni, requisiti necessari ad ogni materia
per poter essere oggetto di discussione nel campo della retorica. Secondo
l’impostazione classica, essi hanno più a che fare con il contenuto che con la forma.
Il sistema topico di Aristotele è l’asse portante nella costruzione
dell’argomentazione dialettico-retorica. Anche se non può essere considerata una
creazione ex novo del filosofo perché già Platone aveva fatto riferimento ai topoi,
nessuno prima dello Stagirita li aveva descritti a livello operativo.

LEGITTIMAZIONE CULTURALE E RADICAMENTO NELLE SCUOLE


EVOLUZIONI DEL SISTEMA ARISTOTELICO
La conoscenza della retorica compresa tra la morte di Aristotele e l’opera di Dionigi
di Alicarnasso si fonda solo su dei frammenti desunti dalle technai di secoli più
recenti.
I retori del periodo ellenistico giovarono delle idee affermatesi nell’ambito del
Peripato (Aristotele intraprese l'insegnamento nel Liceo. Si trattava di un'istituzione
informale, i cui membri conducevano indagini filosofiche e scientifiche), alla cui
influenza si affiancò anche l’insegnamento degli stoici. Questa fu la formazione che
ricevette ERMAGORA DI TEMNO.
La ratio Aristotelica non venne abbandonata, ma le rielaborazioni che di essa si
formularono risentirono del diverso clima culturale. Il processo di legittimazione
della retorica iniziato da Aristotele, proseguì ed ebbe come conseguenza
l’inserimento della disciplina nel sistema scolastico. La retorica si radicò nelle scuole
al punto da contendere alla filosofia il ruolo egemone nell’educazione. Con
Aristotele la retorica aveva trovato il supporto teorico che le mancava da tempo.
Verso la fine del IV secolo a.C, grazie alla scuola stoica, la retorica avanzò
ulteriormente verso la filosofia. Zenone, fondatore della Stoà (una scuola filosofica,
lo stoicismo), le avvicinò ancora di più individuando come unica differenza fra le due
il grado di concisione, maggiore nella dialettica, minore nella retorica. Retorica e
dialettica dispongono degli stessi mezzi e svolgono un’identica funzione didascalica.
La retorica, inserita nell’ambito della logica (innalzata quindi per la prima volta al
livello di scienza del vero), si riscatta dal ruolo meramente formale e sganciato
dall’etica. La grande diffusione dell’ars rethorica impose l’elaborazione di sistemi
adatti allo scopo in modo da guidare il discendente nell’apprendimento, e luna
concentrazione dell’interesse sul genere giudiziario.
LA COMPOSIZIONE E LA “SCALETTA”
Chiunque si appresti a preparare un discorso, deve seguire 5 operazioni
indispensabili:
1. l’invenzione (euresis in greco, inventio in latino)→ a questa prima fase si
conferì massimo rilievo;
2. la disposizione (taxis, dispositio);
3. lo stile (lexis, elocutio);
4. la memoria (mnéme, memoria);
5. l’interpretazione (upokrisis, actio o pronuntiatio).
La discussione sui materiali afferenti al soggetto dell’orazione è organizzata secondo
le sezioni dell’orazione, articolata nella seguente “scaletta”:
 l’esordio (prooimion, exordium)→ la parte iniziale del discorso, determinante
ai fini della riuscita dell’intervento oratorio, perché deve suscitare interesse
verso la materia da trattare, richiamare l’attenzione dell’auditorio.
Indispensabile in questa fase, l’utilizzo dell’ethos (il prestigio o la simpatia
dell’oratore) che influisca in modo rilevante.
 La narrazione (dieghesis, narratio)→ l’esposizione dei fatti principali inerenti
alla questione in esame. Nel caso del genere giudiziario, deve essere limitata
all’esposizione chiara, accessibile e credibile dei fatti senza rivelare subito le
intenzioni di parte.
 La prova o confermazione (pistis, confirmatio o probatio)→ il reticolo di prove
addotte da chi argomenta a sostegno del suo punto di vista. In teoria in
questa sezione si concentrano i ragionamenti finalizzati alla persuasione del
pubblico, costituendo il cuore pulsante dell’intero intervento. In realtà è
possibile sviluppare il logos, il profilo razionale dell’intervento, anche in altri
luoghi, e nella confirmatio si può ricorrere al pathos per supportare i passaggi
logici più rigorosi. È questa la sezione più ampia.
 L’epilogo o la perorazione (epilogos, peroratio)→ la conclusione ad effetto del
discorso, si gioca sugli aspetti emotivi della materia in discussione. In essa, si
tende a riprendere le idee precedentemente esposte, ampliandole e
insistendo sui dettagli di maggiore presa secondo il procedimento-chiave
dell’amplificazione (auxesis, amplificatio).
I trattati del periodo ellenistico presentano uno sviluppo delle categorie: la
partizione (diairesis, partitio o divisio), si aggiunse dopo la narrazione, e la
confutazione (lysis, refutatio) dopo la confermazione.
Una volta trovati, gli argomenti richiedono di essere armoniosamente disposti. La
tradizione ha individuato 3 modalità fondamentali nella disposizione, ma bisogna
tener conto del fatto che una singola argomentazione trova forza in se stessa e dal
sostegno ricevuto dalle altre:
1. Ordine crescente: all’inizio gli argomenti meno cogenti (inconfutabili),
riservando i migliori per la fine del discorso.
2. Ordine decrescente: le “armi” più forti all’inizio del discorso , lasciando quelle
deboli al termine del discorso.
3. Ordine nestoriano o omerico: secondo la tecnica militare seguita dal re
Nestore nell’Iliade, che collocò le truppe più agguerrite avanti e dietro allo
schieramento, mentre al centro quelle meno preparate, gli argomenti migliori
vengono distribuiti all’inizio e alla fine dell’orazione.
La 1 non consente un esordio ad effetto, ma spesso il pubblico ascolta solo l’incipit
del discorso; la seconda lascia scoperta la fase conclusiva dell’orazione, quando
l’auditorio tende a ricordare esclusivamente quella parte; la terza appare la più
indicata perchè sembrerebbe valorizzare al massimo le parti salienti della
performace ovvero l’inizio e la fine, ma anche in questo caso sarà necessario
studiare opportunamente le soluzioni secondo le esigenze dell’audience.
Una volta stabilito l’ordine dell’esposizione, è necessario memorizzare il discorso. Gli
antichi furono maestri di mnemotecnica, l’arte di ricordare. Le indicazioni più
significative si trovano nei trattati “Retorica ad Erennio” e nel “Dell’Oratore” di
Cicerone. L’ars memorativa ha come principi guida la “memoria locale” e quella dell
“immagini”, create a somiglianza dei fatti reali che si devono ricordare.
Come ultimo compito, l’oratore ha quello della declamazione. L’orazione per
persuadere il pubblico non deve essere riferita bensì recitata. Il tono e la
modulazione della voce, la postura e la gestualità, la mimica del volto sono tutti
elementi che risultano decisivi ai fini del successo dell’intervento.
L’elocuzione è la formulazione degli argomenti in modo tale da trovare un
indispensabile supporto nell’uso sapiente dello stile.
“Non basta possedere gli argomenti che si devono esporre, ma è anche necessario
esporli nel modo appropriato” , è questo l’incipit dell’analisi della léxis di Aristotele.
Nella sua concezione scientifica del discorso, non ci si doveva occupare di elementi
estranei ai fatti , ma visto che le modalità espressive sortiscono grande effetto
sull’uditorio, era indispensabile dedicare ad esse una certa attenzione.
A Teofrasto, autore di un trattato “Sullo stile” andato perduto, risale l’elaborazione
di una teoria delle qualità dell’espressione e dei corrispondenti errori d’espressione,
impostata secondo criteri già suggeriti da Aristotele. Le categorie principali indicate
sono:
o La convenienza (prépon, aptum)→ la capacità di adeguare il discorso allo
svolgimento interno, agli obiettivi prefissati e all’occasione della performace
oratoria. È una qualità essenziale: se un discorso è congruente al genere a cui
fa riferimento,, ha buone probabilità di ottenere successo. L’allontanamento
da tale norma prevede l’uso di espressioni oscene, offensive non conformi al
sistema di valori etici condiviso dall’uditorio a cui ci si rivolge.
o La correttezza (ellenismos, latinitas o puritas)→il fondamento dello stile è
costituito dalla purezza linguistica e questa consiste in 5 elementi: la
correttezza nell’uso delle correlazioni, parlare con termini propri e non con
perifrasi, evitare termini ambigui, classificazione dei nomi in maschili,
femminili e neutri ed infine, il corretto accordo di singolare e plurale.

Rispetto a questo criterio, la tradizione retorica individua due classi di vitia, quelli
riguardanti le singole parole e quelli che coinvolgono la sintassi (gruppi di parole
connesse tra loro). Tra le singole parole troviamo il barbarismo [da barbaro, colui
che balbetta] che indica che in origine l’impiego di vocaboli stranieri ma
successivamente passa a significare ogni parola che presenta irregolarità
morfologiche. In questa categoria rientrano anche i neologismi . l’arcaismo è un
termine desueto la cui adozione è sconsigliata dai puristi qualora l’intenzione sia
quella di stupire e non contribuisca all’eleganza della forma. Nel secondo caso
troviamo invece il solecismo, ossia il modo di esprimersi degli abitanti di Soli, città
della Cilicia dove si parlava un greco scorretto, in generale l’errore grammaticale e
l’errore sintattico. Questo può avvenire per eccesso o per difetto, a seconda che
intervengano i dispositivi dell’aggiunzione, della soppressione, della sostituzione e
della permutazione.
o La chiarezza (sapheneia, perspicuitas)→ la qualità dello stile, deve essere
adatta al soggetto. Questo comporta che il discorso sia comprensibile
all’uditorio: l’oratore deve regolare il volume della voce e avvalersi di una
lingua conosciuta. Qualora l’espressione risulti oscura, questa può essere
parziale→ come nel caso dell’-anfibolia (uso di termini equivoci), o dell’-
ambiguità sintattica (la frase viene costruita in modo da prestarsi a più
interpretazioni); oppure totale→ che riguarda sia le parole singole che la
sintassi, la cosidetta –sinchisi: espedienti linguistici adatti nella poesia ma non
nella prosa. Per il filosofo l’orazione risulta chiara quando si conforma alla
materia in discussione. Bisogna dare l’impressione di parlare naturalmente e
non artificialmente.
o L’eleganza (kosmos, ornatus)→ gli abbellimenti retorici sono il condimento
indispensabile e il migliore arsenale di cui l’oratore dispone per completare e
armare stilisticamente il discorso. L’oratio ornata è quella che ha più
opportunità di fare effetto sull’audience. La tradizione antica degli studi di
retorica ha distinto i procedimenti dell’ornato in due rami:
a) figure dell’elocuzione – schemata; figurae elocutionis e riguardano gli effetti
sonori che si possono conferire al discorso accostando le parole in modi
particolari;
b) tropi (tropoi, tropi), l’accostamento delle parole in base alla stessa definizione.
Sono le moderne figure di senso, perché relative alla significazione speciale che
una parola può assumere sostituendo al senso proprio quello figurato.
ERMAGORA DI TEMNO
I trattati di retorica delle epoche ellenistica e romana hanno come referente il
sistema ermagoreo degli stati della causa (stateis, status causae). La concezione
retorica di Ermagora di Temno si ricollega all’opinione del maestro di Stagira: lo
scopo della retorica è trattare ciascuna questione riguardante la cittadinanza nella
maniera più persuasiva possibile. Ermagora distinse le questioni retoriche in tesi
(theseis, genus infinitum)→ quelle di carattere generale, non presentano
specificazioni di persona, luogo o tempo; e ipotesi (upotheseis, genus definitum)→
quelle particolari, determinate da una lista di 6 (o 7) circostanze (peristaseis,
circumstantiae). Esse sono:
1. L’agente (chi?) – prosopon, persona;
2. L’azione (che cosa?) – pragma, negotium;

I principi fondamentali attorno a cui si articola il discorso retorico, ai quali si
aggiungono:
3. Il luogo (dove?) – topos, locus;
4. Il tempo (quando?) – chronos, tempus;
5. La causa (perché?) – aitia, causa;
6. Il modo (come?) – tropos, modus
talvolta troviamo anche l’inserimento di un’altra circostanza:
7. I mezzi (con quali risorse?) – aphormai, adminicula.
Sono domande che forniscono l’anatomia del fatto in esame e rappresentano
quindi, la base indispensabile per la decisione dei giudici. Lo scopo di Ermagora non
è fondare la retorica sulla dialettica ma proporre un metodo pratico per facilitare la
composizione di un discorso persuasivo.
La scelta di adottare come criteri principali del suo schema la persona e l’azione,
denota la distinzione tra attributi della persona (addtributi personis) e attributi del
fatto (adtributa negotiis) su cui si fonda il principio topico del Dell’Invenzione
ciceroniano e quello di Quintiliano.
In Ermagora, i luoghi propri (quelli che per Aristotele variavano a seconda del genere
oratorio e si traevano dalle diverse scienze), gravitavano intorno ai singoli status
causae. 3 le categorie principali:
 La congettura→ il primo livello su cui si svolge la controversia: l’imputato ha
compiuto o no il fatto (an sit?). nella maggior parte dei casi è in dubbio
l’autore, non l’atto. Se l’imputato nega di essere compromesso con il fatto, si
dovrà procedere a fornire argomentazioni a suo favore
 La definizione→ che tipo di azione è stata commessa? Qual è la sua
definizione leale? (quid sit?). Se l’imputato dichiara di essere responsabile
dell’atto, ma l’atto non ha una chiara connotazione criminosa, è necessario
dibattere sulla sua valenza giuridica.
 La qualità→ implica la domanda relativa alla qualità del gesto (quale sit?). Se il
reo ammette la colpa, la difesa dovrà trovare le attenuanti del caso
(l’intenzione, i propositi originari) mentre l’accusa si impegnerà ad escludere
possibili scusanti e a trovare le circostanze aggravanti, come l’efferatezza o la
reiterazione del gesto.
Qualora una delle due parti in conflitto contesti al tribunale la competenza a
giudicare sulla materia in discussione, entra in gioco la traslazione.
I Progymnasmata
I Progymnasmata sono raccolte di esercizi preparatori alle diverse tipologie di
discorsi. La più antica antologia di questo genere sono i Progymnasmata di Elio
Teone. Si collocano fra la fine del I sec. d.C e l’inizio del II, rivelano una duplice
valenza del termine topos: una più vicina alla definizione di Aristotele, l’altra legata
alla tradizione retorica anteriore al maestro. Teone concepisce il topos in rapporto
con la confermazione e la confutazione: sono i luoghi di un tipo di argomenti vicini ai
luoghi comuni, ai tre generi che sono le probabilità generali comuni a tutte le
materie e a tutti i generi oratori. Teone considera gli elementi ermagorei, ossia le
persone e le 5 circostanze fondamentali. Inoltre, nella sezione dell’opera dedicata al
topos, presenta il luoco come “amplificazione di un fatto riconosciuto”. In questo
caso, il topos non comporta controversia e il suo posto è nella perorazione o nel
secondo discorso. Il luogo comune ha come scopo non convincere i giudici a
prendere una decisione a favore o sfavore dell’imputato (come accade
nell’amplificatio del discorso giudiziario), bensì di dilatare nel pubblico un affetto
accrescitivo. Teone infatti, inserisce una lista di 9 luoghi comuni, si tratta di topoi che
derivano dai luoghi argomentativi aristotelici. Si nota che, nonostante il materiale sia
di chiara derivazione aristotelica, il fine non è fornire schemi logici da personalizzare
nella definizione del processo argomentativo, ma di conseguire l’amplificazione di
un fatto sul quale esiste già l’accordo. Nella “Retorica ad Alessandro” (manuale di
retorica del IV sec. presumibilmente attribuito ad Aristotele), nella sezione relativa
alla tesi, i topoi recuperano un ruolo più argomentativo, visto che in questo genere il
discorso è incentrato attorno ad un fatto su cui non si è ancora raggiunto un
accordo. Teone, prima elenca i luoghi, 26 in tutto, e poi procede all’applicazione
pratica: ciascun topos viene articolato in un epicherema (in un ragionamento
completo).
Un altro studioso di retorica, Ermogene di Tarso (la sua attività si colloca nella
seconda metaà del II sec. d.C) conosciuto per il suo De ideis, è artefice di una
revisione critica del materiale teorico accumulato fino ad allora. A lui si riconducono
altri tre studi: Sugli stati, Sull’invenzione e Sullo stile potente. Negli esercizi dedicati
alla chreia, un componimento a carattere didascalico incentrato su di un evento o un
personaggio emblematico, e alla massima, l’argomentazione ha un ruolo
determinante per il quale l’autore individua sette passaggi:
1. Approvazione/ denigrazione del gesto o della frase in oggetto;
2. La ragione;
3. Il vero o il probabile attraverso cui si dà sostegno alle affermazioni precedenti;
4. Il contrario;
5. La comparazione;
6. L’esempio;
7. La citazione ovvero l’argomento d’autorità, con cui si completa e si rafforza il
processo argomentativo.
La semplificazione degli argomenti da parte di Ermogene è giustificata dal fatto che
scriveva per gli allievi delle scuole mentre Teone per i docenti.
Ermogene dà come definizione di koinos, il luogo comune, un’amplificazione di un
fatto su cui esiste accordo, dato che le dimostrazioni sono già state svolte.. il luogo
così inteso, rafforza il giudizio già condiviso sull’atto in questione, non costituisce
quindi una prova in sé ed è definito comune perché si applica contro o a favore di
chiunque o di qualunque cosa. È un discorso autonomo, con un esordio e una
conclusione.
Teone coglie nel kephalaion, il punto, tutta la forza dell’arte oratoria, ovvero tutta la
vis persuasiva del discorso che si manifesta pienamente garantendo vittoria nella
confermazione. Il punto può essere posto dall’oratore e allora chiederà di essere
avvalorato, oppure dall’avversario che lo metterà in discussione. [se si vuol
difendere un imputato, si interviene con il punto: -si producano le prove-, se invece
ci troviamo da parte dell’accusa e la controparte risponde ai nostri attacchi ponendo
il punto relativo alle prove (upophoria, subiectio), bisognerà reagire attraverso un
contro-punto: -se si vuol fare giustizia, non è sempre necessario porre le prove del
fatto-, elementi che andranno poi sostenuti con ulteriori prove].
Nella seconda fase, che Ermogene chiama epicheiremata, gli argomenti da elaborare
a sostegno del kephalaion sono il punto principale. Si tratta di sfruttare le risorse
messe a disposizione dalle circostanze ermagoree: queste sono valorizzate come le
“fonti delle idee”, da cui si devono trarre i ragionamenti atti ad accreditare quanto
affermato mediante il punto.
Al momento successivo troviamo l’ergasia dell’epicherema, lo sviluppo degli
epicheremi. Tutti gli argomenti per Ermogene si ricavano dalla comparazione,
dall’esempio, dal meno e dal più. I konoi topoi aristotelici ritornano, anche se con
denominazioni differenti. Se le circostanze sono indispensabili per formulare gli
epicheremi, altrettanto lo sono gli schemi per l’elaborazione completa di essi.
L’ultimo e importante anello della catena inventiva riguardano gli entimemi.
L’entimema per Ermogene deve sortire l’effetto a sorpresa: la collocazione finale
imprime al discorso una stoccata, una battuta mordace che conferisce vigore
all’elaborazione dell’epicherema. Esso, come questi ultimi, si attinge dalle
circostanze. L’entimema, desunto dal luogo e articolato in parallelo, può essere
ulteriormente suggellato da un entimema di appoggio: l’epenthymema. Gli
epicheremi e gli entimemi in Ermogene non si differenziano gli uni dagli altri da un
punto di vista logico-formale: Aristotele li avrebbe definiti entrambi entimemi,
perché in essi, per ragioni di concisione di efficacia retorica, si sottintende la
premessa maggiore.
LO SVILUPPO DELLA RETORICA LATINA
La retorica a Roma nacque nel segno della dualità, perché doppio fu il ruolo svolto
da coloro che se ne fecero interpreti e divulgatori. Cicerone prima e Quintiliano poi,
furono oratores e rethores: estensori e insieme teorici del discorso. L’oratio venne
da essi intesa come organismo dotato di vita, di realtà dinamica con cui ci si
confrontava nel foro. Essi assimilarono la dottrina dell’ellenismo, ma nel riproporla
tesero a privilegiare la cultura che di essa era presupposto, fondamento e anima. Si
promuove un insegnamento completo che conduce alla vera eloquentia
I primi trattati di retorica in lingua latina tramandatici risalgono al I secolo a.C: si
tratta di opere che riuniscono un insieme di precetti validi per la composizione di un
discorso, senza la pretesa di integrare il sapere retorico e quello filosofico. Questi
sono la Retorica a Gaio Erennio ad opera di un erudito anonimo, e al
Dell’Invenzione ciceroniano, basate entrambe sulla fusione dei due sistemi retorici,
quello aristotelico e quello ermagoreo. Il merito di entrambe è di aver elaborato il
lessico retorico latino quindi anche il lessico dell’argomentazione. Nel trattato
giovanile di Cicerone si esamina l’invenzione degli argomenti e se ne illustra la
suddivisione del ragionamento in 5 parti (come nella Retorica ad Erennio):
1. Propositio → premessa maggiore;
2. Approbatio → dimostrazione del concetto formulato attraverso argomenti
adeguati;
3. Assumptio → premessa minore che deriva dalla maggiore e contribuisce allo
svolgimento dell’argomentazione;
4. Assumptionis approbatio → dimostrazione della minore;
5. Complexio → sintesi dell’’intero ragionamento.
Il processo formale dell’argomentazione segue in sede retorica fonti dialettiche
piuttosto che retoriche. Come equivalente di epicherema, è usato un altro termine:
ratiocinatio. Con esso si richiama l’attenzione sulla ratio e quindi sul procedimento
razionale attraverso cui si sostiene la propria tesi.
Nel Dell’Invenzione, Cicerone presenta una diversa distribuzione della materia
relativa alla confirmatio rispetto alla Retorica ad Erennio. La trattazione degli stati
della causa è suddivisa fra gli attributi della persona e quelli del fatto, criteri
indispensabili per mettere a punto il processo della confermazione. Lo schema è il
seguente:
A. Attributi della persona: (sono 11) nomen – il nome, natura – la natura, victus -
il genere vita, fortuna – lo stato, habitus – le abitudini, affectio – gli affetti,
studia – le tendenze, consilia – i progetti, facta – le azioni, casus – le vicende,
orationes – i discorsi. L’elenco si svolge senza alcun ordine.
B. Attributi del fatto, distribuiti in:
 Continentia cum ipso negotio → attributi inseparabili dal fatto: summa facti –
la sintesi del fatto, causa – la causa, ante factum – ciò che è accaduto prima,
in negotio – durante, e post factum – dopo il fatto
 In gestione negotii → circostanze necessarie allo svolgimento del fatto: locus –
il luogo, tempus – il tempo, occasio – l’occasione, e modus – il modo;
 Adiuncta negotio → attributi accessori: quod maius – ciò che è maggiore,
minus – minore, ed aeque magnum – uguale rispetto al fatto in questione,
simile – il simile, contrarium – il contrario, dispartum – l’antitetico, genus – il
genere, pars – la parte, ed eventus – l’evento;
 Consecutio → attributi che conseguono il fatto: nomen – la definizione,
principes – i promotori, lex – a quale legge o consuetudine il fatto può essere
ricondotto, comprobare – chi lo ha approvato, offendere – chi lo ha biasimato,
se il fatto osservi il criterio dell’utilitas – l’utile, o quello dell’honestas –
l’onestà.
Solo gli adtributa adiuncta negotio, ovvero le circostanze accessorie, dipendono da
strategie inferenziali. Il sistema elaborato da Cicerone valorizza le circostanze
ermagoree, che sono raggruppate nella prima e nella seconda categoria di attributi,
mentre gli elementi esterni alla causa, che possono giovare alla sezione probativa,
formano la terza e la quarta classe.
Anche per Cicerone i loci communes sono strumenti dell’amplificazione: eleganti
svolgimenti sotto il profilo stilistico, ma privi di carattere argomentativo. L’utilizzo di
questi presuppone una grande capacità e ricchezza espositiva dell’oratore perché
richiedono l’abilità di disputare in favore di una parte come dell’altra → disputatio in
utramque partem.
Nella stagione della maturità dell’Arpinate (altro nome per indicare Cicerone, dal
luogo di nascita, Arpino) troviamo Dell’Oratore. In questo caso egli intende
confrontarsi con un nuovo tipo di lettore, istruito sulle nozioni di base dell’ars
dicendi: si rivolge ad un oratore smaliziato che non ha più bisogno di rigide
schematizzazioni, ma vuole comunque disporre di una guida che faciliti la
composizione delle arringhe o degli interventi nelle assemblee politiche.
L’ispirazione più filosofica che tecnica è sicuramente riconducibile ad Aristotele: i
loci vengono ora considerati origine della materia, dei contenuti ma anche dei
ragionamenti. Nei topica, una formulazione più chiara: - se vogliamo ricercare un
qualche argomento, dobbiamo conoscere i luoghi, così sono chiamate da Aristotele
le sedi da cui derivano gli argomenti - .
Stessa ambivalenza semantica viene conferita al termine argomentum, che indica la
ragione che rende credibile ciò che è in dubbio
 In gestione negotii → circostanze necessarie allo svolgimento del fatto: locus –
il luogo, tempus – il tempo, occasio – l’occasione, e modus – il modo;
 Adiuncta negotio → attributi accessori: quod maius – ciò che è maggiore,
minus – minore, ed aeque magnum – uguale rispetto al fatto in questione,
simile – il simile, contrarium – il contrario, dispartum – l’antitetico, genus – il
genere, pars – la parte, ed eventus – l’evento;
 Consecutio → attributi che conseguono il fatto: nomen – la definizione,
principes – i promotori, lex – a quale legge o consuetudine il fatto può essere
ricondotto, comprobare – chi lo ha approvato, offendere – chi lo ha biasimato,
se il fatto osservi il criterio dell’utilitas – l’utile, o quello dell’honestas –
l’onestà.
Solo gli adtributa adiuncta negotio, ovvero le circostanze accessorie, dipendono da
strategie inferenziali. Il sistema elaborato da Cicerone valorizza le circostanze
ermagoree, che sono raggruppate nella prima e nella seconda categoria di attributi,
mentre gli elementi esterni alla causa, che possono giovare alla sezione probativa,
formano la terza e la quarta classe.
Anche per Cicerone i loci communes sono strumenti dell’amplificazione: eleganti
svolgimenti sotto il profilo stilistico, ma privi di carattere argomentativo. L’utilizzo di
questi presuppone una grande capacità e ricchezza espositiva dell’oratore perché
richiedono l’abilità di disputare in favore di una parte come dell’altra → disputatio in
utramque partem.
Nella stagione della maturità dell’Arpinate (altro nome per indicare Cicerone, dal
luogo di nascita, Arpino) troviamo Dell’Oratore. In questo caso egli intende
confrontarsi con un nuovo tipo di lettore, istruito sulle nozioni di base dell’ars
dicendi: si rivolge ad un oratore smaliziato che non ha più bisogno di rigide
schematizzazioni, ma vuole comunque disporre di una guida che faciliti la
composizione delle arringhe o degli interventi nelle assemblee politiche.
L’ispirazione più filosofica che tecnica è sicuramente riconducibile ad Aristotele: i
loci vengono ora considerati origine della materia, dei contenuti ma anche dei
ragionamenti. Nei topica, una formulazione più chiara: - se vogliamo ricercare un
qualche argomento, dobbiamo conoscere i luoghi, così sono chiamate da Aristotele
le sedi da cui derivano gli argomenti - .
Stessa ambivalenza semantica viene conferita al termine argomentum, che indica la
ragione che rende credibile ciò che è in dubbio
Importante è il rapporto tra argomentum e la ratio che conserva il suo valore di
strumento esplicativo, orientato alla giustificazione della tesi sostenuta. Le
argomentazioni valide ai fini del discorso si traggono o dall’interno della causa
stessa, o da ciò che si trova al di fuori di essa. Ammetteremo perciò due sole le
tipologie di luoghi: gli intrinseci → dalla definizione, dalla notazione, dalla
coniugazione, dal genere, dalla forma , dalla similitudine, dalla differenza, dal
contrario, dagli aggiunti, dai conseguenti, dagli antecedenti, dai ripugnanti, dalle
cause, dagli effetti, dalla comparazione; ed estrinseci → dalla testimonianza.
La lista dei luoghi di Cicerone non è conforme a quella aristotelica, è composta da 16
e non da 28 topoi e solo alcuni trovano corrispondenza. Lo Stagirita aveva creato un
sistema complesso e coerente sotto il profilo teorico, perché conferiva alla filosofia
un ruolo ben distinto e dominante; Cicerone invece, rimane l’oratore di sempre. Egli
considera la logica uno strumento a disposizione di chi argomenta, e la topica viene
proposta come parte inventiva della logica, unica via necessaria per trovare gli
argomenti validi a sostenere la propria tesi. I konoi topoi sono ricondotti al quae sit
causa ambigendi, ossia al punto in esame, unico snodo fondamentale dell’intrco
retorico.
QUINTILIANO
Quintiliano è considerato un autore cardine della retorica latina. Con l’Istituzione
oratoria ha voluto offrire un programma educativo completo e una sintesi della
tradizione raccolta sino alla sua epoca (ultimi anni del I secolo d.C.). Nell’opera c’è
un costante e approfondito richiamo alla teoria e alla prassi forense dell’Arpinate,
riconosciuto come il più grande maestro di eloquenza. Il retore spagnolo dedica
tutto il libro 5 all’argumentatio, propone la suddivisione classica fra le prove
artificiali e quelle indipendenti dell’arte retorica, giungendo ad esaminare gli
argumenta. L’autore indica i diversi termini con cui nei trattati ci si riferisce a questo
tipo di prove: entimema, epicherema, apodissi, mostrando che questi vocaboli
indicano sfumature diverse di significato sostenendo un’identica valenza sostanziale.
Si concentra poi sul primo entimema, proponendo la traduzione letterale
commentum e dandone tutte l possibili accezioni. Quintiliano sottolinea con questo
termine, la conclusione di un ragionamento derivante da ciò che segue
necessariamente o dai contrari
Il retore si sofferma anche sulla ricchezza semantica di argumentum, definendolo il
ragionamento che si fa garante della prova, la ratio con cui si deduce un fatto per
mezzo di un altro e che conferma che i fatti incetri attraverso quelli certi. La
caratteristica irrinunciabile degli argumenta è quindi la credibilità (o la
verosimiglianza)
Quintiliano inoltre stila una lista di elementi che non richiedono dimostrazione e,
successivamente, inserisce una tripartizione nell’ambito dei fatti credibili,
individuando: quelli fuori di qualsiasi dubbio, quelli alquanto probabili e quelli non
contradditori.
Lo spagnolo presenta i loci come le sedes argumentorum, le sedi in cui gli argomenti
si celano e da cui vanno desunti (definizione inusuale ai suoi tempi). Il vulgus, per i
loci communes, intende lo sviluppo di temi il cui fine è il biasimo dei vizi o
l’esaltazione delle virtù.
Sceglie poi di organizzare la materia topica attorno ai due cardini portanti della
persona e della res, puntualizzando che – non possono esserci luoghi comuni se non
in base alle cose o alle persone  . Quintiliano decide di soffermarsi solo sugli
attributi della persona utili alla costruzione degli entimemi. Pone in risalto un elenco
di personae accidentia → elementi riferibili alla persona.
Passa poi ai luoghi relativi alla res, proponendo di indagare 4 elementi fondamentali:
il perché, il dove, il quando, in quale maniera o con quali mezzi. Sono le domande
che corrispondono ai luoghi della causa (movente), del luogo, del tempo e della
possibilità. A questi si aggiungono altri loci:
 la definizione, a cui sono subordinati il genere, la specie, le differenze e le
proprietà;
 la divisione, legata alla definizione;
 il simile e il dissimile;
 i contrari e i conseguenti;
 le cause efficienti e gli effetti;
 le derivazioni etimologiche;
 la comparazione;
 dal maggiore al minore e viceversa.
Quintiliano propone una visione dei topoi in chiave pedagogica. Se non considerati
in maniera opportuna, i loci, finiscono per ostacolare la preparazione del processo
probatorio invece di facilitarlo. Non basta conosce i luoghi comuni, bisogna ricorre
per prima cosa agli argumenta ex circumstantia.
Il segreto della vis inventionis maior è la scelta del particolare aspetto da
evidenziare, più della modalità della prova. Nell’apprendere l’ars dicendi, non si può
pretendere di avvalersi di tutti i loci in ogni causa, rischiando di consultarli
meccanicamente. Bisogna essere in grado di trovare i luoghi comuni più adatti in
modo spontaneo. Questa dimestichezza si raggiunge solo attraverso un lungo
esercizio: l’exercitatio e quindi l’usus, l’esperienza, sono le uniche strade per
utilizzare al meglio la scienza topica.
L’ETIMOLOGIA DEL TERMINE ARGUMENTUM
Più che di definizione, parliamo di un’immagine: Cicerone afferma che
l’argumentum è: - rerum vox, naturae vestigium, veritatis nota-, ovvero voce delle
cose, traccia della natura, segno della verità. L’Arpinate, riconduce alla relazione fra
argumentum e il verbo arguo, il cui significato è manifestare, mostrare.
L’argumentum conserva in se stesso, espletandolo, il processo dell’arguere.
L’oratore deve affidarsi agli argumenta per la riuscita del suo discorso.
L’argumentum dunque, non è l’opera, ma la sua descrizione, il suo segno. [La favola
esopica, è un genere letterario a cui spesso viene attribuito la definizione di
argumentum: in narrazioni di questo tipo, il valore sta tutto nella morale che il
lettore è chiamato a dedurre e ad applicare alla sua vita].
LA LEZIONE DEI RETORI DELLA TARDA ANTICHITA’
L’Istituzione oratoria di Quintiliano è l’ultimo lavoro degno di nota sulla retorica
dopo un lungo periodo di silenzio, i cosidetti “secoli blu” (fino al IV secolo d.C).
Questi coincidono con una fase di forte arretramento della cultura greco-latina
dinanzi alla diffusione del cristianesimo. Trascorso questo periodo, si assiste ad una
“rinascita” della disciplina. Due sono le personalità da evidenziare ai fini
dell’indagine di nostro interesse: Gaio Mario Vittorino (IV sec. d.C) , autore di
un’esegesi (l'interpretazione critica di testi finalizzata alla comprensione del loro
significato) della retorica di Cicerone, e Manlio Severino Boezio (480-525 d.C) che ha
redatto un commento ai Topici di Cicerone e un’opera intitolata Sulle differenze
topiche
L’analisi di Vittorino è estremamente dettagliata e ha per oggetto il trattato
Dell’Invenzione: egli si impegna a spiegare i punti meno decifrabili del manuale,
instaurando paralleli con le teorie ermagoree.
Boezio, esponente della prima Scolastica (il termine con il quale comunemente si
definisce la filosofia cristiana medioevale) concentra il suo operato sulle differenze
dei topoi. Il suo lavoro si compone di 4 libri, di cui solo l’ultimo è dedicato alla
retorica. I primi tre invece, si concentrano sulla trattazione dialettica aristotelica
considerata in rapporto alla dottrina topica ciceroniana. Il suo studio vuole
dimostrare che le due teorie, aristotelica e ciceroniana appunto, collimano. Nel 4
libro, soffermandosi sui topoi retorici, analizza i luoghi del De inventione, cercando
di dimostrare che anch’essi muovono da categorie operanti in ambito dialettico.
Ricorda inoltre, una fondamentale differenza tra i topoi della dialettica → che hanno
come soggetto i temi astratti; e quelli della retorica → questioni concrete, essendo
queste il campo d’indagine dell’ars dicendi. Lo sforzo di Boezio però, altera
l’equilibrio defino da Aristotele tra le due discipline, ignora la dimensione pubblica
dei loci retorici e non menziona mai l’importanza dell’audience come elemento
caratterizzante l’argomento retorico.
A Vittorino e Boezio, si affiancano una serie di studiosi, fra i quali Fortunaziano,
Marziano Capella e Giulio Vittore. Questi hanno contribuito alla rivisitazione dottrina
topica avvenuta tra il IV-VI secolo d.C. Ciò che li contraddistingue e li accomuna è la
definizione di un sistema di loci quadripartito. L’elemento base attorno a cui è
costituto lo schema coincide con la res da sola, come perno unico di tutta la
struttura topica. I luoghi sono suddivisi:
 ante rem → che precedono l’evento;
 in rem → connaturati al fatto e imprescindibili da esso;
 loci circa rem → luoghi afferenti al caso;
 post rem → che seguono il fatto.
La categoria della persona è conservata ma come una delle varie sezioni che
compongono i loci ante rem. In questi ultimi confluiscono anche il fatto stesso, la
res, il luogo, il tempo, la causa, il modo, i mezzi, ovvero le circostanze ermagoree
che, nel sistema del trattato giovanile di Cicerone erano comprese nei loci in
gestione negotii
La natura dei topoi proposti è legata al materiale del relativo soggetto in
discussione: essi sono distribuiti in base alla scansione temporale e inerente al fatto
stesso. Si è persa così quella sensibilità alla dimensione logica, aspetto che invece
Boezio valorizzò a pieno.
Marziano Capella, nel capitolo sulla retorica, propone due schematizzazioni del
sistema topico: una sovrapponibile a quella degli altri retori, l’altra più vicina al
modello proposto da Cicerone nei Topici.
I pilastri della formazione culturale monastica dell’intero sapere medievale furono
Flavio Magno Aurelio Cassiodoro e Isidoro di Siviglia. Il commento ai Topici
ciceroniano di Mario Vittorino è alla base della trattazione dei luoghi proposti sia dal
calabrese nelle Istituzioni, sia nelle Etimologie del vescovo spagnolo. la disciplina
inveniendorum argomentorum , la topica nelle Istituzioni e nelle Etimologie
presenta una triplice ripartizione:
1. luoghi interni al tema discussione;
2. effecta → luoghi derivati dal tema;
3. luoghi esterni ad esso.
DAL TRIBUNALE ALLA LETTERATURA: I LOCI NELLA POESIA LATINA
Gli studi degli esegeti del IV secolo d.C. offrono validi esempi di come sia possibile
individuare l’uso dei diversi luoghi in alcune delle più importanti opere poetiche
della letteratura latina. Fra di essi, spiccano i nomi di Servio Mauro Onorato (a cui si
deve un commento preziosissimo alle opere virgiliane), Ambrosio Teodosio
Macrobio (scrittore dei Saturnali), Elio Donato (a cui viene attribuita un’esegesi delle
commedie di Terenzio), e Tiberio Donato (compilò un’esegesi su Virgilio). I loro
interventi confermano che quello della topica è un insegnamento di basilare
importanza non solo per lo svolgimento del processo probatorio nell’oratoria, ma
anche per individuare l’impiego delle tecniche dell’argomentazione in tutti i generi
letterari, sia in prosa che in poesia.
 ARGOMENTI A PERSONA → DALLA PERSONA
Gli argomenti a persona derivano dai loci che la tradizione degli studi retorici ci ha
consegnato come primi della lista. La duttilità del locus a persona può essere
efficacemente adottato in funzione dell’accusa o della difesa. Vittorino, nello
spiegare la dottrina ciceroniana, distingue due il ruolo della persona in se stessa (che
coincide con i pronomi definite ego, tu, ille, ecc.,) che in quanto tale non costituisce
da sola alcun tipo di argomentazione; da quello dei suoi attributi. Questi
costituiscono la personarum omnium vis: si coglie il concetto di persona come un
centro unificatore di una serie di proprietà ed eventi. La persona, essendo sostegno
di una serie di qualità e responsabile di atti e giudizi, è un referente stabile che può
conferire coesione e senso ad eventi e situazioni.
 ARGOMENTI DAL FATTO: LA DEFINIZIONE
Alla definizione, seguiranno ulteriori prove (verba et rationes), al fine di confermare
che quanto enunciato corrisponde alla realtà. Sia Cicerone che Quintiliano mettono
in luce il procedimento deduttivo volto ad elaborare una definizione persuasiva. C’è
un’accurata ricerca del proprium, ovvero quella qualità che, appartendo solo ed
esclusivamente al definendum, l’elemento da definire, può assuegere al ruolo di
definiens → caratteristica on grado di definire.
 ARGOMENTI DAL SIMILE