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Il GORGIA di PLATONE

Gli interlocutori di Socrate


Gorgia
Gorgia, figlio di Caramantida, nacque a Leontini, fra il 485 e il 480 a. C. molto probabilmente a di
famiglia colta fu discepolo di Empedocle e subì l'influsso della scuola pitagorica.
Gorgia dovette riscuotere il presso gli ateniesi un notevole sul successo personale. Fu un
intellettuale itinerante. Morì vecchissimo. Le fonti antiche attribuiscono a Gorgia numerose opere.
Egli fu autore di esercitazioni retoriche e di orazioni. A lui sono attribuite un'Arte oratoria, della
quale si discute se fosse una semplice raccolta di discorsi-modello o piuttosto un vero e proprio
trattato, e infine la famosa opera sul non essere o sulla natura, anche essa è oggetto di discussioni e
ipotesi contrastanti.
La nostra conoscenza dello stile di Gorgia è purtroppo limitata, oltre che ad alcune brevissime
citazioni, alle due esercitazioni, in cui egli dispiega in concreto quelle che dovevano essere le
teorie estetiche stilistiche oggetto delle sue lezioni e, forse, dei suoi trattati tecnici; inoltre
possediamo un frammento di lunghezza significativa, proveniente da una delle sue orazioni.
Da i passi che possiamo leggere, ci facciamo l'idea di uno stile dalle generale colorito poetico,
ottenuto attraverso l'impiego di parole ricercate e desuete e grazie alll'uso frequente delle figure
retoriche rinforzato dall'utilizzo di rime. La scelta della lingua era orientata verso una lingua
straniata ed abbellita da un uso abbondante delle figure retoriche. L'effetto ricercato era quello di
agire con violenza sulla psiche del fruitore del messaggio, provocando su di essa un'intensa
reazione emotiva. Si doveva trattare di uno stile fatto per essere ascoltato, che riscosse
nell'immediato consensi non solo presso il grande pubblico.
" Io considero e definisco la poesia, il nel suo complesso, un discorso e metricamente articolato".
Credo che, con queste parole, Gorgia voglia ribadire la legittimità della sua indagine critica
condotta attorno alla parola in quanto tale e agli effetti che questa può produrre sulla psiche degli
ascoltatori: l'unica differenza fra prosa e poesia è che la seconda risulta caratterizzata da uno
schema metrico, fisso e ritornante, che manca alla prima: si tratta, quindi, di un fattore di
differenziazione del tutto esterno. Per i pitagorici l'incanto della poesia era orientato in senso
terapeutico, in Gorgia l'inganno poetico origina un traviamento, una patologica alterazione nella
mente che produce una visione del mondo ampiamente preferibile alla piattezza della realtà.
La persuasione è il fine ultimo che si prefigge colui che parla a un pubblico di ascoltatori e consiste
nel trascinarli usando la forza magica della parola. La persuasione sembra risolversi nella capacità
dell'emittente di sfruttare la magia e della parola per mettere in scacco la forza raziocinante della
psiche del destinatario, esercitando su quest'ultimo un effettivo dominio psicologico. L'incidenza
della parola per è tale da far apparire davvero le cose diverse da quelle che sono, da creare la realtà
o da mettere in luce la relatività con l'interscambiabilità del vero e del falso. Attraverso la
sollecitazione della parola il pubblico si identifica con le vicende raccontate, vivendole in prima
persona.
Solo una volta Platone definisce Gorgia il sofista di Leontini ( Ippia Maggiore) ma in questo passo
la parola sofista mantiene suo originario significato di un un uomo sapiente (non di sofista in senso
tecnico).
Nel grande consesso dei sofisti nel Protagora, Gorgia non è presente, né la sua mancanza viene in
qual modo rilevata.
Neppure nel Gorgia egli è considerato né indicato come un sofista: anzi, egli si proclama senza
mezzi termini retore. È quindi probabile che Gorgia avesse in comune con i sofisti alcuni strati
esterni, la vita itinerante, l'abitudine insegnare dietro compenso, ma non ne condividesse quello o
forse più caratteristico, ossia la pretesa di essere in grado di insegnare la virtù.
Polo
Di Polo si hanno ben poche notizie certe: era nato in Sicilia. Se Gorgia è presentato da Platone
come maestro comunque degno di rispetto, non si può dire altrettanto perPolo. Egli è un giovane
impetuoso e infatuato della retorica; talora volgare o comunque poco educato.

Callicle
Di Callicle non sappiamo niente altro eccetto quanto di lui ci dice Platone nel Gorgia.
È possibile che Callicle sia un semplice nome, una sarta di maschera sotto cui Platone vuole
accelerare un personaggio storicamente reale e altrimenti conosciuto. Può essere invenzione di
Platone, alle prese con la necessità di personale un ideale una serie di istanze politiche ed etiche,
diffuse nella Atene democratica dell'ultimo scorcio del quinto secolo. Secondo alcuni egli sarebbe
una specie di parte ribelle della personalità dello stesso Platone, il quale avrebbe avuto nel suo
carattere una buona dose di questa indomabile volontà di potenza. Ma fra gli altri interlocutori di
Socrate nei dialoghi platonici nel risulta esistano altri esempi di personaggi fittizi, presentati con
nome e tratti reali, né di personaggi reali introdotti con nomi fittizi, Callicle è un personaggio
storico, nel corso del Gorgia, Platone ci fornisce su di lui dei dettagli personali-biografici che non
avrebbero senso né qualora fosse un personaggio fittizio, né qualora fosse uno pseudonimo dietro
cui si cela qualcun altro. Di lui Platone ci dice che apparteneva al demo di Acarne; che era
sentimentalmente legato a un tale Demo personaggio reale, e precisamente il fratellastro di Platone;
che aveva come amici tali Tisandro di Afidna, Androne di Androzione e Nausicide di Colarge,
personaggi non notissimi ma senza dubbio realmente esistiti.
Il sospetto di Dodds è che Callicle, il quale nel dialogo sta per intraprendere la carriera politica, sia
morto troppo giovane lasciare consistenti tracce di sé, forse coinvolto dagli drammatici eventi che
turbarono la situazione interna di Atene durante gli ultimi anni della guerra del Peloponneso.
Callicle non è un sofista e neppure un teorico del linguaggio, ma un politico. La retorica è per lui
uno strumento per catturare quel consenso popolare in grado di farlo emergere nell'agone politico e
giudiziario.
La motivazione psicologica che spinge l'uomo a cercare la legge e a sottostare ad essa è
intimamente legata alla debolezza della maggior parte degli uomini; la massa inetta e vile cerca di
spaventare chi è per natura più forte e potenzialmente idoneo a imporsi, affermando che la volontà
di prevalere sugli altri è ingiusto e condonabile. La vera legge naturale risulta laddove la disparità
di valore caratterizzante gli uomini non venga edulcorata per via di convenzione o, peggio, azzerata
dalle sovrastrutture e dalle coartazioni conseguenti a qualsivoglia intervento normativo: un esempio
classico è regno animale. Tale legge di natura a sancire a legittimare il dominio del più forte sul più
debole, sia che si tratti di un singolo individuo sia che si tratti di una collettività. La conseguenza
livello pratico ed etico di questa teoria è che, in base alla legge di natura, la felicità non sta
nella temperanza ma in una forma di sregolatezza consistente nell'avere in continuazione bisogni e
desideri e nel poterli soddisfare. Infatti la vita di chi non ha bisogni è del tutto simile a quella di un
minerale o di un cadavere. Principi di questo genere dovevano essere comunemente diffusi nella
Atene democratica della seconda metà del quinto secolo.

Le date del Gorgia


Tutti i dialoghi Platonici, accettazione delle Leggi, prevedono la partecipazione di Socrate e
dunque presuppongono una doppia data: una, fittizia, di svolgimento dell'azione, e una, reale, di
composizione del dialogo.
Dalla lettura del Gorgia si possono infatti ricavare numerosi riferimenti cronologici, taluni dei quali
piuttosto precisi; non è però possibile combinarli coerentemente per formulare un'ipotesi sulla data
precisa dell'azione del dialogo.
Alcuni studiosi hanno sostenuto che il Gorgia, a causa del tono amaro caratterizzante soprattutto
l'ultima parte del dialogo, sia stato composto da un Platone ancora fortemente toccato dei
drammatici eventi relativi al processo e alla condanna di Socrate; per questo hanno immaginato la
data di redazione del dialogo molto vicina al 399 a.C. ormai si è quasi unanimemente soliti
considerare questo dialogo appartenente alla maturità di Platone.

L'argomento del Gorgia


la retorica nasce da un'esigenza concreta e da una consistente esperienza maturata sul campo, si
sviluppa e si perfeziona come una teoria o un metodo strettamente finalizzato alla prassi, sino a
esaurirsi in un mero esercizio di astratto e acrobatico virtuosismo. Nell'Atene democratica del V
secolo dove ogni importante decisione dipendeva dalla volontà popolare, la retorica costituiva il
mezzo più efficace per influenzare le mutevoli volontà delle masse attraverso le molteplici risorse
psicocagogiche insite nella lingua parlata; questa era l'unico vero mezzo di comunicazione di
massa in una società in cui, nonostante il considerevole grado di alfabetizzazione, la diffusione del
libro era ancora limitata e gli altri strumenti di comunicazione mediata, procedenti attraverso i
canali acustico e visivo, non erano ancora esistenti. L'abilità oratoria era, in sostanza, la via più
diretta e sicura per conseguire il potere politico, non che fu la migliore garanzia di incolumità
personale, infatti chi la possieda era in grado di difendersi dalle numerose insidie giudiziali che la
carriera politica poteva riservare il cittadino, specie da quando numerosi politici ateniesi iniziarono
a essere costretti a difendere se stessi e il proprio operato di fronte ai tribunali popolari. Fine alla
metà del quinto secolo a.C. l'unico modo per assicurarsi questo indispensabile strumento era
l'esercizio, la pratica, la capacità di studiare grandi oratori e di rubare loro l'arte. a partire da questo
periodo, retori professionisti iniziarono insegnare, dietro pagamento di ingenti somme di denaro.
La retorica divenne ben presto la chiave del successo. L'interesse di Platone, nel Gorgia, appare
dunque specificatamente orientato sulla natura e sugli effetti propri del messaggio oratorio-retorico.
Nel corso del suo confronto con Callicle, Socrate ritorna sulla distinzione tra arti, miranti
all'ottenimento del bene, e pratiche, preoccupate esclusivamente al conseguimento del piacere. Fra
questi ultimi, etichettati come forme di adulazione Socrate include, assieme alla retorica, anche
l'auletica, la citaristica, la poesia e la tragedia. Ma Platone va ben oltre questo accostamento, di per
sé e forse un po' generico; egli arriva da fermare il componimento poetico, privato della sua
componente musicale, ritmica e metrica è, a suo modo, una specie di orazione pubblica: i poeta
svolgono nei teatri la stessa funzione espletata dagli oratori nelle assemblee. Retorica e poesia
appaiono pertanto avvalersi di strumenti in parte simili, sembrano rivolgersi a un tipo di
destinatario essenzialmente analogo, con funzione di effetti che le rendono accostabili. il assemblee
e i tribunali ateniesi dovevano essere costituiti da una folla di uditori-spettatori simile, per
composizione, aspettative, comportamento, reazioni emotive, al pubblico che assisteva alle
rappresentazioni drammatiche.
La sensazione chiara che si ricava leggendo il Gorgia è che Platone non condanni tanto la retorica
in sé, in quanto metodo, quanto piuttosto l'uso distorto di questa da parte dei politici.

Schema del dialogo


Il dialogo consta di tre colloqui, disposti per ampiezza in ordine crescente e collegati attraverso
opportuni passaggi di sutura; tutti e tre prevedano la partecipazione di Socrate, il quale affronta uno
alla volta, i suoi tre interlocutori: dell'ordine Gorgia, Polo, Callicle. L'epilogo assume la forma di
monologo di Socrate.

Prologo
Compaiono i personaggi: nell'ordine Callicle, Socrate, Cherefonte, Gorgia, Polo. non indica il
luogo preciso in cui è immaginata l'azione. si intuisce solamente che callicle inconte Socrate e
Cherefonte al di fuori di un luogo in cui Gorgia ha appena finito di tenere una delle sue famose
esibizioni.
Dialogo Socrate-Gorgia
Il Gorgia prende le mosse da due interrogativi molto chiari: Chi è Gorgia?; che arte possiede?
Egli stesso afferma di essere un retore e che la propria arte è la retorica. La definizione della
retorica a cui si arriva attraverso una serie di tappe di avvicinamento è quella di " arte che permette
di persuadere le masse "; l'oggetto specifico della persuasione prodotta dalla retorica è il giusto e
l'ingiusto; si tratta di una persuasione fondata sul credere e non sul sapere, e pertanto procura
convinzione priva di scienza. Fornendogli illusioni di conoscere le cose, riesce a essere più
convincente degli specialisti, anche sugli argomenti in cui è profano.
La retorica dunque è un'arma micidiale va usata rettamente. Qualora qualcuno ne faccia un uso
distorto e malvagio, non bisogna accusare nell'arte in sé, né chi l'abbia insegnata. Ma, circa il giusto
e l'ingiusto, quale posizione dovrà assumere il retore? Egli li dovrà conoscere davvero o basterà
che, come per il resto, sappia escogitare un trucco per trarre in inganno chi li ignora apparendo ai
loro occhi uno che il giusto e l'ingiusto conosce? Gorgia affermando che chi si reca da lui per
imparare la retorica può anche conseguire la conoscenza del giusto e dell'ingiusto, qualora non
l'abbia, cade in contraddizione: se infatti il retore conosce il giusto, non dovrà mai agire
ingiustamente.

Dialogo Socrate - Polo


Nel secondo atto del Gorgia si arriva a una sorta di ribaltamento delle comuni convinzioni sulla
retorica.
non è vero che la retorica è un'arte: la retorica non è un'arte in quanto non presuppone la
conoscenza dell'oggetto a cui si rivolge; essa è una pratica capace di produrre attrattiva e piacere.
L'uomo è costituito di anima e corpo; per ciascuna di queste parti esiste una forma di benessere
garantita da un'arte.
l'arte che si prende cura dell'anima è la politica e si sdoppia in due discipline: la legislazione e la
giustizia. L'adulazione e interviene a turbare questo equilibrio creando quattro pseudoarti che
contraffano le quattro discipline; esse ingannano il volgo sprovveduto con i loro allettamenti, non
avendo di mira il bene ma il piacere. Esse sono la sofistica, la retorica, la cosmesi, la culinaria. da
ciò risulta che la retorica ricopre, nel campo della cura dell'anima, il ruolo che la culinaria ricopre
nel campo della cura del corpo; in altri termini la retorica si profila come una sorta di gastronomia
psicologica.
Non è vero che la retorica renda gli uomini potenti: i retori, così come tiranni sono fra i meno
potenti fra i cittadini. Costoro non possono fare quello che vogliono ma solamente ciò che pare loro
opportuno.
Non è vero che la retorica renda gli uomini felici: la retorica, che pure offre il potere di fare i ciò
che pare opportuno, non dà la felicità. Chi è e ingiusto e malvagio non può essere felice.
Agire ingiustamente è il massimo dei mali e il male non può procurare la felicità. Pertanto è meglio
subire di giustizia piuttosto che commetterla; per chi abbia commesso l'ingiustizia è meglio subire
la giusta punizione piuttosto che evitarla. La felicità consiste nel non commettere l'ingiustizia;
nell'essere puniti avendola commessa.
Dunque la retorica che aiuta, qualora colpevoli, a evitare la condanna e poi la giusta pena, e
impedisce all'anima di liberarsi del suo male ed è essa stessa un male in quanto ostacola il
realizzarsi della seconda condizione che consente di acquisire la felicità.

Dialogo Socrate - Callicle


Il dialogo Socrate - Callicle è strutturato a dittico. In un primo momento Callicle cerca di confutare
Socrate, contrapponendosi a lui molto drasticamente; nella seconda parte del confronto rinuncia
contrastarlo, lasciandolo procedere solo per compiacere Gorgia: le sue risposte saranno date
esclusivamente proforma. Callicle entra in scena con intervento brusco e improvviso: la
contrapposizione di natura e legge è talmente radicale che ciò che vale di base all'una non vale
nulla in base all'altra. In natura il diritto supremo è quello del più forte: chi è più forte e migliore
deve dominare chi è più debole. é bene dedicarsi alla filosofia fino ad una certa età, dopo la quale
bisogna intraprendere la via della politica, altrimenti si è destinati ad essere deboli e indifesi,
incapaci di farsi valere nella vita civile e politica. Ma che cosa intende Callicle per più forti e
migliori? gli uomini più forti sono i più intelligenti e coraggiosi; a loro spetta il dominio nella vita
politica; è giusto che questi uomini abbiano tutte le passioni e siano capaci di soddisfarle. Socrate
dimostra la non identità di piacere e bene: ci sono piaceri buoni, cioè utili, e piaceri cattivi, cioè
dannosi; dato che il fine da raggiungere è in bene, è necessaria un'arte che consenta di individuali e
e separarli gli uni dagli altri; è necessario scegliere fra due generi di vita, uno nel nome della
retorica e finalizzato al piacere, e un altro del nome della filosofia, finalizzato al bene; le arti come
la musica, la poesia e la retorica hanno di mira il piacere e sono delle forme di adulazione; nessun
politico ateniese ha reso i suoi concittadini migliori.
Socrate riassume i risultati delle discussioni precedenti: la giustizia e la temperanza sono alla radice
dell'ordine e della salute dell'anima e solo l'uomo buono può è essere felice; la filosofia non é in
grado di proteggere la vita dell'uomo, ma siccome l'unico modo per vivere al sicuro dall'ingiustizia
è uniformarsi al potere costituito correndo il rischio di commetterla, è meglio rischiare di perdere la
vita piuttosto che vivere ingiustamente. Tenendo conto della distinzione fra arti e pratiche
adulatorie, il vero politico deve avere come unico scopo quello di rendere migliori i suoi
concittadini; questo non è stato fatto né da Pericle né dagli altri politici del passato: essi, per avere
sempre assecondato il desiderio del popolo, hanno condotto lo stato alla rovina.
Socrate l'unico vero uomo politico, continuerà a comportarsi come ha sempre fatto, avendo di mira
il bene, non il piacere. Se anche dovesse essere processato e condannato, egli resterà pur sempre un
innocente, vittima di uomini ingiusti, e quindi affronterà la morte con serenità.

Epilogo - monologo di Socrate


Il giudizio delle anime dopo la morte e la vita nell'aldilà.