Sei sulla pagina 1di 52

ARCHEOLOGIA DELLE PROVINCE ROMANE

L'impero romano d'Oriente, la Siria, Palmira

13 febbraio 2017

Inizialmente, il termine provincia non aveva il significato territoriale che le sarà proprio in Età
Repubblicana, ma indicava semplicemente la sfera di competenza di un magistrato cum imperio.
Parlando di province romane bisogna tener presente che situazione era estremamente diversificata:
in età augustea, ad esempio, sono caratterizzate da statuti differenti e i modi di inclusione all'interno
dell'Impero romano posso essere estremamente differenti (alcune sono state acquisite attraverso
azioni militari, come le Hispaniae, altre sono state lasciate in eredità a Roma, come il Regno di
Pergamo e la Cirenaica). Inoltre, anche la provincia di per sé non è un blocco monolitico, infatti,
ogni città è caratterizzata da un particolare statuto; distinguiamo tra:
– civitates liberae (che si erano schierate con Roma prima della conquista);
– civitates federatae (legate da un foedus a Roma);
– città stipendiarie.

Le prime province romane sono state costituite in epoca repubblicana tra la I e la II guerra punica e
sono:
– la provincia di Sicilia nel 241 a.C., dopo la battaglia delle Egadi (la data indicata indica il
momento della redactio in provincia);
– la provincia di Sardegna e Corsica nel 227 a.C.;
– le province delle Hispaniae ( Hispania Ulterior e Hispaniae Citerior) nel 197 a.C. (dopo la
II guerra punica); ma saranno conquistate pienamente solamente da Augusto (si tratta di una
lenta conquista caratterizzata da numerosi eccidi e massacri). Alla fine dei fatti, però, le
Hispaniae sono una delle province più profondamente romanizzate.
Dal II sec. a.C. ha inizio l'espansione nel Mediterraneo orientale:
– la provincia della Grecia nella penisola Balcanica → 146 a.C. distruzione di Corinto (è la
stessa data della distruzione di Cartagine e la costituzione della provincia dell'Africa Vetus);
– nel 133 a.C. Attalo III lascia il Regno di Pergamo a Roma (il Regno di Pergamo costituirà
il nucleo originario per la Provincia d'Asia);
– al 120 a.C. (data non più molto sicura, che forse dovrebbe essere spostata di alcuni decenni)
si data la conquista della Gallia Narbonense, che mette in comunicazione la provincia delle
Hispaniae e dell'Italia;
– 96 a.C. Tolomeo Apione lascia in eredità ai Romani la Cirenaica, che però diventerà
possesso romano solo nel 76 a.C. (la Cirenaica era un regno satellite dell'Egitto Tolemaico,
dove sorgeva Cirene);
– nel 74 a.C. Nicomede IV lascia in eredità ai Romani la Bitinia, che farà provincia con il
Ponto, conquistato da Mitridate, re del Ponto;
– la provincia della Siria viene conquistata da Pompeo nel 66 a.C. in seguito alla guerra con i
pirati → diventa provincia nel 62 a.C. (alcune città della Siria intrattengono particolari
rapporti con Roma).

A Cesare sono da attribuire:


– la provincia dell'Africa Nova nel 46 a.C. dopo aver sconfitto l'ultima resistenza pompeiana
in Africa → l'ex Africa Nova diventa Africa Vetus → Africa Vetus e Africa Nova vano a
costituire l'Africa Proconsolare;
– la provincia della Gallia Comata, che comprende Gallia Cisalpina, Gallia Narbonense e la
Gallia Aquitania.
In questo periodo gli equilibri dell'impero iniziano a spostarsi verso il mondo occidentale
continentale. In Occidente la romanizzazione corrisponde al processo di urbanizzazione (in
precedenza erano rari i centri urbani di una certa dimensione); invece, in Oriente l'urbanizzazione è
un processo antico di millenni e la romanizzazione coincide con la monumentalizzazione.
Con l'età augustea si fa coincidere, convenzionalmente, la nascita dell'impero romano. Inoltre,
Augusto opera una profonda riorganizzazione delle province romane, che vengono distinte in:
– provincae imperatoriae;
– provincae senatoriae.

Tra le province conquistate da Augusto ricordiamo:


– l'Egitto nel 31 a.C., in seguito alla battaglia di Azio → l'Egitto è sia uno dei granai di Roma,
sia una delle principali riserve di pietre. La tradizione del paese è talmente forte che
l'imperatore è visto come erede del faraone e perciò il paese è diretto da un praefectus
Aegypti (Augusto era un primus inter pares, mentre in Egitto è visto pari a un dio → divieto
ingresso ai senatori in Egitto);
– province dell'arco alpino (come Pannonia, Illiricum, …). La provincia dell'Illiricum
corrisponde alla Dalmatia.

Le province, che nel tempo sono state divise in vario modo, ora sono organizzate secondo le
disposizioni di Cesare Augusto. Poiché quando la sua patria gli ha concesso la suprema autorità ed
è stato designato a vita signore della pace e della guerra, egli ha diviso l’intero territorio
[dell’impero] in due parti, assegnandone una a se stesso e il resto al popolo. La parte che ha
assegnato a se stesso era quella che aveva bisogno di guarnigioni militari: sono le regioni non
civilizzate che confinano con i popoli non ancora sottomessi, oppure territorio povero e difficile da
coltivare, così che essendo privo di ogni altra cosa ma ricco di piazzeforti di difesa, porta gli
abitanti ai tumulti e alla ribellione. Il resto egli lo ha assegnato al popolo: tutta quella parte che è
pacificata e facile da governare senza l’uso della forza. Augusto ha diviso ciascuna delle due parti
in diverse province, che sono conosciute rispettivamente come “province di Cesare” e “province
del popolo”. Alle prime è Cesare stesso che invia governatori e amministratori, ripartendo il
territorio in maniera diversa nel corso del tempo e adattando l’amministrazione alle circostanze.
Nelle province pubbliche è il popolo a inviare pretori e proconsoli, e anche queste province sono
soggette a ripartizioni e categorie diverse secondo la necessità”
Strabone, Geografia, XVII 3, 24-25
Nelle province imperiali, che si trovano sul confine, nelle zone più agitate e difficili da controllare,
vengono stanziate legioni dell'esercito romano (in Siria ci sono addirittura 4 legioni → il senatore
della Siria viene considerato secondo per importanza solo ad Augusto). Interessante è confrontare il
passo di Strabone, autore contemporaneo ad Augusto, con un passo di Cassio Dione, autore del II-
III sec. d.C., che è sicuramente più obbiettivo e sottolinea come il controllo delle provinciae
imperatoriae permetta all'imperatore di controllare l'esercito: infatti, nel 69 d.C. in seguito alla
morte di Nerone è l'esercito a nominare imperatore il proprio comandante (pratica piuttosto diffusa).
Invece, la provincia della Cirenaica aveva una sola legione con il compito di pattugliare il deserto.

Interessante è notare come, spesso, nelle province la documentazione sia più completa di quella di
Roma: questo accade, ad esempio, con le Res Gestae Divi Augusti, un compendio delle gesta di
Augusto incise su tavole di bronzo ed esposte all'ingresso del Mausoleo di Augusto a Roma.
L’opera in questione è andata quasi perduta, ma fortunatamente venne copiata ed esposta in
numerose città dell’impero. La copia, in latino e greco, più completa che ci rimane è quella ad
Ancyra, in Galatia (attuale Ankara) sul Monumento Ancyranum, uno dei numerosi templi
dedicati al culto imperiale (fenomeno capillare in tutto l'impero). Il culto imperiale, però, è più un
fatto di lealismo politico piuttosto che un fatto religioso. Invece, le copie di Antiochia di Piside e di
Apollonia, centri minore, che mettono in luce la capillare diffusione di questo testo, erano in latino
e avevano come supporti rispettivamente la parete di un edificio e la base di una statua con
esponenti della casa Giulio Claudia. In passato si sosteneva che il culto imperiale fosse nato e
avesse avuto una più capillare diffusione in Oriente, ma oggi questa tesi viene respinta in quanto è
dimostrata una capillare diffusione anche in Occidente, in quanto parliamo di un fenomeno di
allineamento politico e non di un fatto esclusivamente religioso.

Il Reno costituisce il limes orientale dell'impero romano anche se, sicuramente, nei progetti iniziali
dei romani era stata progettata un'espansione almeno fino all'Elba; ma il progetto viene abbandonato
in seguito alla disastrosa sconfitta di Teutoburgo nel 9 d.C., che causa la perdita di 3 intere legioni e
la morte di Varo. Sul sito della battaglia (Kalkriese in Germania), già scavato da anni, è stata
rinvenuta una maschera da parata, un reperto piuttosto raro nelle province romane.

Nell'età giulio-claudia si registrano:


– acquisizione Mauretania (corrisponde a parte dell'Algeria e del Marocco) da parte di
Claudio;
– della Britannia da parte di Claudio (qui la romanizzazione è estremamente superficiale e
più che altro legata all'elemento militare).

Il Medio-Oriente è da sempre una zona turbolenta: al 66-67 d.C. si data la prima rivolta giudaica,
che culmina con la distruzione del Tempio di Gerusalemme, evento ha ripercussioni anche
sull'iconografia monetaria con la diffusione della Iudea Capta seduta con aria afflitta sotto una
palma, che diventa simbolo della conquista giudaica (la rivolta inizia sotto Nerone e termina sotto il
regno di Vespasiano, il cui figlio Tito distruggerà il Tempio di Gerusalemme).
Il sito di Masada, nella provincia di Giudea, è di grandissimo interesse, infatti, qui si trova il
palazzo-fortezza di Erode il Grande, re della Giudea e grande evergeta in tutto l’Oriente; in
questo luogo di sarebbe asserragliata la resistenza di zeloti (73 d.C.), che piuttosto che cadere in
mano ai romani si tolsero la vita in massa. Attorno al palazzo sono stati scavati ben 9 accampamenti
e con il confronto dei resti lasciati dall'assedio di Numanzia, nelle Hispaniae si sono potute ricavare
interessanti informazioni sulle tecniche di assedio. Il bottino della guerra giudaica viene realizzato
per realizzare il Templum Pacis a Roma; inoltre, diventa un’iconografia molto diffusa e viene
rappresentato anche sull'Arco di Tito. Il Templum Pacis diventa modello per edifici in tutto l’impero
(a dimostrazione di come la capitale influenzi l’aspetto delle città dell’impero) come la Biblioteca
di Adriano ad Atene, che lo riprende non solo dal punto di vista urbanistico, ma anche dal punto di
vista della funzione, in quanto diventa archivio provinciale (Adriano, famoso per il suo
filoellenismo, aveva trasformato Atene in capitale della provincia di Acaia).

In questo periodo vengono costituite:


– la provincia Arabia, che assorbe una parte del territorio della Siria e la cui capitale è Petra;
– le provincie della Mesopotamia e della Siria, che saranno abbandonate da Adriano per poi
essere riconquistate da Settimio Severo per breve tempo (qui hanno sede 4 legioni);
– provincia di Armenia, che oscilla in continuazione tra Parti e Romani.

Adriano trascorre la maggior parte degli anni del suo governo a viaggiare tra le province e fu la
causa di profondi cambiamenti: in questo periodo rappresentazioni di Daci vanno a decorare il foro
di Traiano. Adriano in Britannia arretra il confine e realizza il Vallo Adriano, che costituisce il
confine settentrionale dell'impero. Questa opera difensiva viene realizzata in corrispondenza del
punto più stretto dell'isola e sfrutta sapientemente l'orografia del territorio (infatti, in questo caso
non si punta assolutamente alla monumentalità). Lungo il vallo sono realizzati forti per le truppe
ausiliarie, che in caso di pericolo andavano ad avvertire le legioni posizionati più a sud negli
accampamenti legionari.
Al 211 d.C. risale la Constitutio Antoniana con cui Caracalla dava cittadinanza a tutti gli abitanti
dell'impero. Il III sec. d.C. è caratterizzato da una profonda crisi (economica, sociale, politica, ...) e
dalla sempre maggiore importanza dell'esercito al cui interno vengono nominati gli imperatori.

A Diocleziano va attribuita una profonda riforma delle province:


1. - PREFETTUTE DEL PRETORIO (4);
ORIENTE; ILLIRICO, REZIA, ITALIA, AFRICA, GALIA.
2. - DIOCESI (12), CHE SONO RETTE DA VICARI.
3. - PROVINCE (DA 47 A 87) RETTE DA PRASES E DUX.

A Diocleziano va attribuita l’importante introduzione della tetrarchia, che venne progettata prima
di tutto su base territoriale, sia a causa delle crescenti difficoltà dovute alle numerose rivolte interne
all'impero, sia a causa delle devastanti incursioni dei barbari lungo i confini esterni. L’impero venne
diviso in quattro parti, assegnate a due Augusti e due Cesari (prefetture del pretorio), ognuna delle
quali era poi divisa a sua volta in tre diocesi, per un totale di dodici. La diocesi era governata da
un pretore vicario o semplicemente vicario (vicarius), sottoposto al prefetto del pretorio. Il vicario
controllava i governatori delle province. I vicari non avevano poteri militari, infatti le truppe
stanziate nella diocesi erano sotto il comando di un comes rei militaris, che dipendeva direttamente
dal magister militum e aveva alle sue dipendenze i duces ai quali era affidato il comando militare
nelle singole province. Per evitare la possibilità di usurpazioni locali, per facilitare una raccolta più
efficiente delle tasse e forniture, e per faciltare l'applicazione della legge, Diocleziano raddoppiò il
numero delle province da cinquanta a almeno cento. Questa divisione territoriale portò
inevitabilmente ad un numero di sedi imperiali crescenti, alternative a Roma: Diocleziano
(controllava le province orientali), scelse Nicomedia e poi Antiochia, Galerio (controllava la
province balcaniche) scelse Sirium e poi Tessalonica, Massimiano (controllava Italia, Spagna,
Africa settentrionale) scelse Mediolanum e Aquileia, Costanzo Cloro (controllava Gallia e
Britannia) scelse Augusta Trevorum e Eburacum. Il sistema si rivelò efficace portando maggiore
stabilità dell'impero e rendendo possibile agli augusti di celebrare i vicennalia, ossia i vent'anni di
regno (non succedeva dai tempi di di Antonino Pio). Quello di Diocleziano è un chiaro tentativo di
separare il potere militare da quello civile: il prases detiene il potere civile e il dux il potere
militare. In questo contesto di nascita la tetrarchia avviene la progressiva destrutturazione del
progetto di Augusto. Addirittura l'Italia e Siria vengono divise in diocesi (la Siria viene divisa nel
tentativo tentivo di scindere le forze militari).
Interessante documento è il Notitia Dignitatum, attribuibile a Stilicone, (IV-V sec. d.C.): si tratta di
un organigramma dell'impero romano da cui si nota come l'apparato burocratico stia diventando
sempre più complesso. Le vignette sono accompagnate da un testo con indicate le località su cui
governa ogni dux e offre sommarie indicazioni geografiche.

14 febbraio 2017
L'espressione arte delle province, per lungo tempo, è stata utilizzata con valore dispregiativo e per
indicare essenzialmente l'arte dei soldati nelle sole province europee. Questa tipologia si
concentrava essenzialmente lungo i limes e viene indicata con l'espressione soldatenkunst, che
comprende più che altro steli funerarie di legionari. Evidente è l'importanza che veniva attribuita
all'elemento militare in queste zone, dove l'arte anteriore aveva una rilevanza quasi nulla
(soprattutto se messa a confronto con paesi dalla storia millenaria come l’Egitto). Oggi, anche nel
contesto delle province, è stato rivalutata la componente dell'arte colta, riprendendo la celebre
definizione di Bandinelli, in cui diventa evidente l'influenza dell'arte imperiale in tutte le province
romane. Infatti, anche celebri ritratti di Augusto, come l'Augusto di Prima Porta o l'Augusto capite
velato di via Labicana riscuotono un certo successo in città come: Corinto, Como o Emerita
Augusta. Addirittura si assiste all'imitazione dei tratti fisionomici dell'imperatore (in particolare
delle sue orecchie a sventola, che iniziamo a ritrovare in steli funerarie di privati sparse in tutto
l'impero). I privati iniziano anche a farsi rappresentare con le pettinature di imperatori e imperatrici
aiutandoci, così, a stabilire una datazione assoluta in mancanza di altri elementi utili. Sempre
seguendo la stessa logica, dopo la dinastia giulio-claudia si presenta una massiccia presenza di
bambini nei gruppi statuari provenienti dalle province su modello dell'Ara Pacis augusteo.
Al British Museum è conservato un reperto di straordinario bellezza, si tratta di un ritratto bronzea
di Augusto proveniente da Meroe (Sudan), in uno stato di conservazione davvero straordinario (si
sono conservati addirittura gli occhi vitrei). Il buon stato di conservazione è dovuto alla sua storia:
infatti, venne sepolto sotto il vestibolo del Tempio della Vittoria a Meroe dai Nubiani in modo che,
chiunque entrasse nel tempio, potesse calpestare la testa dell'imperatore. Probabilmente fa
riferimento a questa opera e alla sua singolare storia Strabone, che ricorda nei suoi scritti di una
razzia nella Tebaide ad opera dei Nubiani, che si sarebbero impossessati, nel 25 a.C., di diversi
ritratti di Augusto, che il prefetto egiziano avrebbe tentato, inutilmente, di riconquistare (la Tebaide
era stata conquistata solo nel 29 a.C.). Questo è uno dei rari casi di concordanza tra fonti letterarie
ed archeologiche, ma sfortunatamente non è sempre così. Ad esempio, Baedricum (Calvatone),
viene citata da Tacito come luogo nefasto, in cui si sarebbero svolte ben due battaglie, di cui, però,
non sono state rinvenute evidenze archeologiche (anche a Palmira non c'è traccia della distruzione
che sarebbe stata operata da Diocleziano). Già con Augusto parte una ricca produzione di ritratti
imperiali, che iniziano anche ad essere prodotti localmente ovunque, anche in zone periferiche
dell'impero. Il Sebasteion ad Afrodisia (in Caria, corrispondente all'Asia Minore) costituisce una
delle più importanti scoperte archeologiche del Novecento e grande interesse hanno i suoi rilievi. Il
termine Sebasteion (Sebasteos=Augustus) indica un edificio per il culto imperiale. Inoltre, non
bisogna dimenticare che Afrodisia nel II sec. d.C. è sede di un'importante scuola di scultura
dell'Impero romano d'Oriente (questo sviluppo è dovuto anche al fatto che si tratta di una zona
molto ricca di marmi). Nel caso del Sebasteion non questo caso non solo viene creata una nuova
tipologia di edificio, ma viene inventata anche una nuova iconografia: il messaggio romano viene
veicolato attraverso il linguaggio ellenistico. In particolare viene chiesto agli scultori locali di
dipingere Augusto come un divus ed è per questo che decidono di caratterizzarlo tramite un velo che
gli incorona il capo, che è una tipica iconografia femminile delle divinità.

Ovunque nell'Impero si diffondono copie di sculture classiche utilizzate per decorare ville e terme;
quindi, si va via via sviluppando una produzione in serie. Alcuni esempi celebri sono il Discobolo
Lancellotti, che ritroviamo nel Discobolo di Castelporziano oppure il caso dell'Afrodite Cnidia
di Prassitele, che ritroviamo prima nella Venere Capitolina e poi in orrende statue ritratto, in cui il
corpo appartiene alla dea e il capo con relativa pettinatura a una donna vera (II sec. d.C.); in molti
casi la datazione ci è possibile solamente grazie alla pettinatura, che viene confrontata con le
pettinature delle componenti della famiglia imperiale. Il modello della Venere al bagno diventa un
tipo statuario usatissimo in tutto l'impero romano, soprattutto, per decorare terme. Da Bosra, che
diventerà capitale della Provincia di Arabia proviene la statuina di una Vittoria su globo (in basalto
nero) con personaggio abbigliato alla greca, ma le pieghe del vestito sono solamente incise. In
queste zone l'utilizzo del basalto nero (il basalto nero è usatissimo anche in architettura), molto
difficile da lavorare, porta alla realizzazione di un'arte piuttosto rozza e dai tratti molto duri (questa
opera dimostra che l'arte orientale non è tutta di grande livello). Interessanti sono alcune steli
conservate al Louvre (AO30045 e la AO 5315): nella prima si può notare un'iscrizione in greco con
indicato il nome della matrona raffigurata e nella seconda un'iscrizione in aramaico. In quest'ultima
l'unico elemento che ci permette una cronologia è la barba del personaggio maschile, che è
chiaramente di età post-adrianea. Nell’Atena (1011215), conservata al Louvre è riconoscibile la dea
Allath, una divinità del mondo arabo solitamente raffigurata armata con lancia, scudo ed elmo (da
qui l’assimilazione ad Atena; da notare anche il tentativo di rappresentazione dell'egida con il
gorgoneion). Anche questa opera, sempre proveniente da Bosra, può essere considerata molto
provinciale. Conservata al museo di Palmira è, invece, un'altra statua di Atena- Allath, che è una
delle pochissime opere marmoree che sfrutta come modello opere occidentali. Invece, nella statua
di Atena seduta vengono, chiaramente, ripresi caratteri di diverse divinità.
Un dato molto importante da tenere a mente è che a Palmira gli anni vengono conteggiati a partire
dal 312 a.C., che corrisponde all'inizio dell'Età Seleucide; questo dato risulta rilevante in quanto nel
mondo orientale, a differenza di quello occidentale, non è raro trovare datazioni sulle stele
funerarie.
Altro monumento importantissimo è il Tropaeum Traiani di Adamklissi in Romania (antica
Moesia Inferior), che venne realizzato per celebrare le vittorie daciche (107-108 d.C.), ma di cui,
oggi, disponiamo solamente una ricostruzione; probabilmente il luogo fu sede di una delle battaglie
decisive per la vittoria. Il trofeo vero e proprio si trova sulla cima del monumento, dove erano
appese le armi dei nemici vinti: originariamente le armi dei nemici venivano appese ad alberi, come
si può constatare anche da alcune monete o da reperti di altro tipo (l’iconografia dei trofei d’armi è
piuttosto diffusa). Molto interessante è la decorazione delle metope su cornice merlata e delle
metope intorno al tamburo: per la prima volta la raffigurazione realistica di un dace (le
raffigurazioni dei daci abbondano nel mondo romano, anche nel Foro Traiano, ma si tratta di
generiche immagini di barbari). Il barbaro nel mondo romano veniva raffigurato come un non -
togato quindi non appartenente al mondo civilizzato: al posto della toga porta i pantaloni. Il viso è
variamente dipinto e le vesti sono altrettanto colorate; inoltre, vengono convenzionalmente
rappresentati alti e massicci (le braccia, solitamente, sono legate dietro la schiena). Nella
raffigurazione in questione, invece, il dace è rappresentato a torso nudo con una mantellina in pelle;
inoltre, da notare che indossa un paio di pantaloni e che ha una pettinatura particolare con una serie
di treccine raccolte in uno chignon a lato della testa. Sicuramente si tratta di un'opera realizzata da
artisti locali su commissione di Roma. Interessante è notare come l'immagine del barbaro
prigioniero sia molto diffusa anche nella Gallia Narbonense, che erano state pacificate da lungo
tempo (120 a.C.). Anche l'immagine dell'imperatore Traiano dalla Colonna Traiana viene ripresa e
presentata in piccoli quadretti, che isola le varie scene: ad esempio la scena della adlocutio, in cui
manca la tribuna che assiste al discorso. Anche in questo caso l'opera è frutto di scultori locali della
Moesia, che, però, non comprendono precisamente la questione della prospettiva (notare come
l'imperatore calpesti il piede dell'altro personaggio). Altro aiuto per la datazione è la caratteristica
pettinatura di Traiano: la frangia lunga fino a metà fronte. Molto diffuse sono anche le scene di
battaglia in cui la distinzione tra legionari e barbari è ben evidente: i primi sono raffigurati vestiti di
tutto punto con armatura e i secondi vengono raffigurati nudi ed enormi (topos dei barbari è fisso).
Su questa prospettiva si costruiscono anche le scene di Adamklissi: sulle metope troviamo
monomachie realizzate su indicazione di Roma e in cui è i barbari brandiscono delle falci, arma
utilizzata dai daci anche secondo le fonti. Spesso sono raffigurate anche barbari reclutati tra le
truppe ausiliari; in particolare daci, abili cavalieri, entravano a far parte della cavalleria e venivano
inviati in Britannia. Non mancano nemmeno le scene di prigionieri scortati sui carri, in cui si può
notare un tentativo di resa prospettica (i raggi della ruota posteriore sono chiaramente più corti), ma
ancora una volta il modello è ripreso senza comprendere pienamente la profondità.
Sulla stele di Camolodunum (capitale della Britannia, in cui è evidente una forte romanizzazione) di
un legionario del XX centurione viene nominata la tribù Pollia, stanziata nell'Italia settentrionale,
che a lungo venne considerata modello per le altre province. La stele di Longinus Sdapezie di
Camolodunum è interessante, innanzitutto, per il tentativo di romanizzazione del nome di un
barbaro e per la presenza di una sintesi di simboli funerari (leoni accovacciati e sfingi) e per il suo
“ritratto” a cavallo con sotto un barbaro, nudo e con capelli e barba incolti. Longinus, originario di
Sardi, faceva parte delle ali di cavalleria ed era lui stesso un barbaro (quindi nella stele,
contrariamente, a quello che si potrebbe pensare, sono rappresentati due barbari). Gli esempi di
stele sono molti, tra i più celebri ricordiamo: la stele di Flavinus (Britannia), la stele di Rufus Sita
(Britannia) e la stele di Lancaster (in quest'ultima vi è un'evidente esagerazione: il barbaro è
sdraiato, morto decapitato, sotto il cavallo). In tutte queste stele ritroviamo elementi comuni, quali:
leoni accovacciati, sfingi, l'iconografia del cavaliere romano che sconfigge e schiaccia il barbaro.
Quindi, anche questo aspetto del soldankunst: barbari che vogliono essere ricordati come romani.

Le Hispaniae
Le Hispaniae entrano a far parte dell'impero romano in età augustea e comprendono:
– l'Hispania Citerior o Terraconensis con capitale Colonia Iulia Augusta Tarraco (fino III
sec. d.C.);
– la Lusitania con capitale Iulia Augusta Emerita;
– l'Hispania Baetica o Ulterior con capitale Corduba (la regione prende il nome dal Baetis,
un fiume con una valle estremamente fertile).
Il territorio delle Hispaniae fu molto turbolento (es. rivolta di Sertorio e guerre civili) e viene
pacificato solamente in età augustea. L'ultima guerra si svolse dal 29 al 25 a.C. e le popolazione che
opposero più a lungo la propria resistenza vennero deportati in luoghi lontani o massacrati; la
pacificazione vera e propria parte solamente con Agrippa. Interessante è notare come un territorio
così turbolento divenne così profondamente romanizzato. La forte romanizzazione è ben evidente
anche nella toponomastica (numerosi riferimenti al princeps) Nella città di Leon viene stanziata una
legione dalla quale prenderebbe il proprio nome. Augusto iniziò a installare i veterani nelle
Hispaniae e nelle Galliae in località da lui stesso fondate, come: Iulia Augusta Tarraco e Iulia
Augusta Emerita; queste città principali diventano modello per tutti gli altri centri della regione (in
queste zone sorgevano anche colonie fenice come Cadice e colonie greche come Emporium). Nella
toponomastica contemporanea rimane traccia dei nomi antichi: da Cesare Augusta deriva Saragoza.
La provincia Baetica, a lungo, detiene il monopolio di importazioni di olio a Roma.
Segno della romanizzazione iniziano ad essere anche edifici simbolo, ad esempio ad Augusta
Emerita è ancora visibile il teatro (ampiamente ricostruito), che diventa elemento caratteristico
della città augustea. Infatti, in età augustea il teatro è divenuto luogo del consenso, destinato a
cerimonie e liturgie legate al potere imperiale; inoltre, nel frontescena e nelle nicchie è inserita una
ricca statuaria raffigurante l’imperatore, la famiglia imperiale e divinità. Augusto è maestro di
questa comunicazione per immagini che ritroviamo all'interno del teatro, che diventa segno
dell'urbanitas e della romanitas (in età successive saranno altri gli edifici simbolo).
Altro segno di romanizzazione è l'acquedotto, come quello celebre di Segovia; si tratta di uno dei
segni più riconoscibili della romanità diffuso anche in nord Africa. Si tratta di costruzioni imponenti
di alta ingegneria, che necessitano di una continua manutenzione e portano acqua nei vari centri
urbani. Anche le mura diventano una sorta di simbolo e vengono realizzate anche in città che non
ne avevano alcun bisogno.
Tarraco è capitale eponima della provincia dell'Hispania Terraconensis e presenta uno
straordinario complesso forense su tre terrazze. La città si divide in città alta e in città bassa, nella
seconda della quale era già presente un foro. Il foro ha un aspetto monumentale e si sviluppa in un
lungo periodo a partire dall'età augustea.
Quintiliano, autore tardo, riporta notizie riguardo lo sviluppo del culto imperiale in Occidente e
narra di come alcuni ambasciatori di Tarraco vennero inviati a Roma in seguito alla crescita di una
palma sull'altare di Augusto (l'altare con la palma è tipico dell'iconografia delle monete di Tarraco)
per chiedere di poter avviare un culto. Sfortunatamente la città moderna si sviluppa sulla città
antica, che diventa difficilmente leggibile. Così come a Roma anche nelle province si moltiplicano
i fori, che chiaramente perdono ogni significato politico e diventano piazze per il culto
imperiale.

15 febbraio 2017
Tarraco/Tarragona
Tarragona si sviluppa su due livelli differenti e sul punto più alto è stato realizzato un grandioso
foro provinciale, che si sviluppa su tre terrazze digradanti:
– la parte alta è a destinazione religiosa;
– la parte centrale è a destinazione amministrativa;
– la parte bassa a destinazione ludica.
Si è discusso a lungo sulla cronologia di questo straordinario complesso, che inizialmente veniva
datato con certezza all'età flavia. Oggi si propende per attribuire all'età augustea il progetto del foro,
che sarebbe stato terminato, però, in età flavia: si tratterebbe, quindi, di uno dei primi esempi di
culto imperiale in occidente. Il livello superiore è circondato da una porticus triplex con un aedes
dedicato al culto di Augusto e di Roma. In passato si propendeva per datare il complesso all'età
flavia perché lo si era messo a confronto con il Templum Pacis di Roma, ma una datazione
solamente su base planimetrica non è molto affidabile. Le decorazioni dei portici sono caratterizzate
da clipei con teste di Juipiter-Ammon, che richiamano le decorazioni del foro di Augusto a Roma.
La terrazza successiva è occupata da una piazza di grandi dimensioni sede del concilium
provinciale, cioè l'assemblea che si teneva annualmente in città (il termine di confronto in Oriente è
la koinon); questo utilizzo è stato ipotizzato sulla base del ritrovamento di basi di statue di flamines
provinciae dedicate al momento dello scadere della carica (anche in questo caso si tratta di una
carica con più valore politico, che religioso). La terrazza inferiore è occupata da un circo di età
dioclezianea, la cui associazione con il foro è molto interessante (a partire dall'età flavia il circo e
l'anfiteatro diventano simbolo della romanitas). Il circo è stato ampiamente ricostruito, ma gli
scavi sono stati scarsi a causa della sovrapposizione con la città moderna (solo sondaggi).

Augusta Emerita
Augusta Emerita è capitale della Lusitania ed è stata fondata da Augusto nel 15 o nel 27 d.C.. La
pianta è stata ricostruita grazie ai numerosi sondaggi effettuati: la maglia è talmente regolare da far
pensare a una fondazione ex novo; infatti, elementi come la pianta quadrata, l'incrocio di cardo (N-
S) e decumano (E-O), in corrispondenza del quale sorge un foro sono elementi tipici solamente
delle fondazioni romane ex novo (inoltre, bisogna ricordare che il cardo e il decumano vengono
tracciati solamente in seguito a un preliminare studio geologico e per questo molto di rado sono così
regolari). Nel caso specifico di Augusta Emerita la maglia di strade è piuttosto regolare e
all'incrocio di cardo e decumano sorge un foro con il relativo Tempio di Diana, che probabilmente
era connesso al culto imperiale, come hanno dimostrato iscrizioni scoperte di recente che lo datano
tra l’età augustea e tiberiana. Di poco posteriore è la realizzazione di un forum adiectum a est del
foro principale a cui, in seguito a una scoperta del 1993, si aggiunge un terzo foro a nord del
cosiddetto Arco di Traiano. Quindi, nel caso di Augusta Emerita possiamo vedere come nel giro di
pochi decenni i fori si moltiplichino, un fenomeno che è possibile osservare anche nella capitale). Il
forum adiectum è anche detto “Foro di Marmo” ed è una vera e propria copia del foro di Augusto a
Roma con una ripresa puntuale della decorazione dell'attico con cariatidi e clipei con testa di
Iuppiter-Ammon. Inoltre, da notare che da questa epoca i fori diventano spazi chiusi e non più aperti
come in età repubblicana. Anche nel caso di questo foro furono sicuramente all'opera maestranze di
Roma, infatti, abbiamo anche la firma dell'officina Cai Avli. La decorazione scultorea è arricchita da
statue di uomini illustri caratterizzate da una grande lavorazione della toga, che dimostra un alto
livello artistico e che trovano corrispondenze solo nella capitale. Altro importante ritrovamento è
stato quello del gruppo di Enea con Anchise sulle spalle e il piccolo Iulo accanto (Augusto lo
inseriva tra i suoi antenati per garantirsi una discendenza divina). L'opera è stata di grandissima
importanza per poter ricostruire il corrispondente modello romano nel Foro Augusto, in cui sono
stati ritrovati solamente frammenti delle basi di due gruppi scultorei, uno comprendente Enea, Iulo e
Anchise e uno comprendente Romolo e Remo. Un'iconografia del genere ci suggerisce il valore
rappresentativo per la maiestas imperi che era propria di questi fori.
Il teatro della città richiama, chiaramente, il teatro di Pompeo a Roma nel quale venne annessa
l'esedra in cui venne assassinato Cesare. Questa esedra nel teatro spagnolo diventa una porticus post
scena con un'esedra per il culto imperiale (kaiser aesedra) dove venne esposto il gruppo scultoreo
dinastico a dimostrazione che anche il teatro diventa luogo per il culto imperiale (diventano luoghi
di culto imperiale, soprattutto, i luoghi maggiormente frequentati: prima i fori e in seguito le terme).
Tra la decorazione scultorea del teatro ricordiamo un gruppo di famiglia (utilizzo di marmi diversi
per veste e pelle e collocato nella kaiser aesedra), in cui rimane la testa di Augusto velato capite al
centro, a destra Tiberio e a sinistra un generico principe della dinastia giulio-claudia (le difficoltà
nel riconoscere i principi della dinastia giulio-claudia non sono solo dei moderni, infatti, si tratta di
un'ambiguità voluta, in cui vengono smorzati i caratteri individuali degli eredi di Augusto per farli
sembrare consanguinei attribuendo, così, maggiore legittimità alla discendenza). Si è supposto che
la statua in questione potrebbe raffigurare Germanico o Druso; il gruppo è stato datato tra il 4 e il 14
d.C., comunque, in una data posteriore alla morte dei nipoti di Augusto, Caio e Giulio Cesare e alla
conseguente nomina di Tiberio come successore al trono. C'erano sicuramente altre statue di fronte
alla scena del teatro: rimane traccia di due loricati e di un nudo eroico. Bisogna tener conto del fatto
che spesso le statue venivano aggiornate sostituendo la testa con quella di un altro personaggio.
Le Gallie
Le Gallie comprendono le seguenti province:
– la Gallia Narbonensis con capitale Narbo Martius (l'attuale Narbonne);
– l'Aquitania con capitale prima Mediolanum Santonum (l'attuale Saintes) e poi Burdigala
(l'attuale Bordeaux);
– la Gallia Lugdunensis con capitale Lugdunum (l'attuale Lione) sede del concilium
provinciale delle Gallie;
– la Gallia Belgica con capitale prima Durocortorum (l'attuale Reims) e poi Colonia Augusta
Treverorum (l'attuale Treviri). Inizialmente si estendeva su un territorio ancora più vasto
comprendente anche le due Germanie.

La zona della Provenza, corrispondente al territorio della Gallia Narbonensis, ha sempre avuto una
grandissima importanza; questo territorio diventa provincia nel 120 a.C. oppure nel 70 a.C., mentre,
le altre tre Gallie sono diventate parte dell'impero romano con Cesare. Precedentemente vi erano
oppida solamente nella Gallia Narbonense, ma erano comunque di limitate dimensioni.

Colonia Iulia Paterna Sextanorum Arelate


Arles è il nome moderno della Colonia Iulia Paterna Sextanorum Arelate, che è stata fondata nel 46
a.C. da Tiberio Claudio Nerone, luogotenente di Giulio Cesare per i veterani della legio VI. Nella
Gallia Narbonensis vengono fondate o rifondate per Augusto molte città caratterizzate da una forte
componente militare. La città di Arles è stata fondata sulla riva sinistra del Rodano spostando gli
abitanti sull'altra sponda e assorbendo un vasto territorio da Marsiglia, città filopompeiana; il
Rodano era il collegamento tra il mondo Mediterraneo e il continente europeo. Per fondazione di
una colonia intendiamo la presa di possesso di un territorio: le popolazioni locali venivano spostate
senza alcun problema, ma la situazione era diversa in caso di coloni romani precedentemente
insediati. Il progetto di Arles risale al 46 a.C. in epoca cesariana, ma venne completata attorno al
25-10 a.C. in età augustea. Arles può essere considerata il prototipo della città augustea
caratterizzata da: strade che si incrociano ad angolo retto, da un foro e da un teatro (entrambi di età
augustea). Del foro rimane un criptoportico sotterraneo a cui, oggi, si accede mediante una chiesa; il
criptoportico, che in strutture private può essere interpretato come passeggiata coperta, qui forse
serviva per ampliare la superficie del foro. Si è anche vagliata la possibilità che potesse fungere da
archivio nonostante Arles non sia una capitale di provincia (il criptoportico a lungo considerata
erroneamente una basilica). Nonostante le grandi difficoltà determinate dalla sovrapposizione della
città moderna è stata avanzata un’ipotesi di ricostruzione del foro. Oltre a questa piazza nella città
vi è anche un forum adiectum di età tiberio-claudia dotato di un Tempio del Divo Augusto; ma
rinvenimenti recenti hanno fatto supporre che un culto imperiale fosse presente anche nell'altro
foro, dove è evidente che il legame dei veterani con l'imperatore è più che politico, che religioso.
Questo legame è evidente dal clipeus virtutis marmoreo (110 cm di diametro), che è copia del
clipeus virtutis di Roma (si tratta dello scudo dorato donato che 27 a.C. ad Ottaviano quando
assume il titolo di Augustus). L'opera originale sfortunatamente non esiste più, ma possiamo farci
un'idea dell'aspetto che doveva avere in origine dalle rappresentazioni iconografiche su monete e
dalla copia di Arles (la copia è in marmo di Luni, usatissimo in età augustea, è di probabile
maestranza Urbana). L'unica differenza della copia di Arles sta nell'iscrizione in cui si indica
l'ottavo consolato di Augusto spostando così la sua datazione al 26 a.C., data della visita di Augusto
nella cittadina. Tutta una serie di marmi, tra cui anche il clipeus virtutis, ritrovati in loco, si sono
salvati in quanto vennero accumulati nel criptoportico per essere ridotti in calce, ma per qualche
fortunato motivo vennero dimenticati. Tra le tante opere è stato ritrovato il ritratto di un imperatore
difficilmente identificabile (Tiberio per i grandi occhi/ Ottaviano/ Gaio Cesare/ Marco Claudio
Marcello), che poteva far parte di un qualche gruppo scultoreo. Si è pensato addirittura che si
potesse trattare di un giovane Ottaviano che porta la peluria sulle guance in segno di lutto per la
morte di Cesare: in effetti, la pettinatura è evidentemente di Augusto, ma come abbiamo già detto
venne ripresa anche dagli eredi per sottolineare la loro legittimità al trono. Gaio e Lucio Cesari
erano i nipoti di Augusto, figli della figlia Giulia; invece, Marcello era nipote di Augusto in quanto
figlio della sorella Ottavia (vedere dinastia giulio-claudia). Il teatro di Arles è stato in gran parte
ricostruito con decorazione legata al culto imperiale e ad Augusto in particolare. Invece, l'anfiteatro,
realizzato nel I sec. d.C., è meglio conservato rispetto al teatro. Tra i reperti più importanti bisogna
ricordare l'altare ad Apollo di Delo e l'altare ad Apollo di Delfi, che sono decorati con rami di allori,
simbolo di Apollo e dalla figura di Marsia appeso ad un albero a ricordo della fine che avrebbero
fatto i nemici di Apollo. Sfortunatamente non si è conservato il ritratto marmoreo di Augusto-
Apollo che coronava uno degli altari.
Un altro tipo scultoreo è quello del huftmanteltypus (seminudità eroica): una statua di questo tipo
trovava collocazione nella nicchia principale del frontescena del teatro. Molto probabilmente, in
origine, si trattava di una statua di Giulio Cesare, che venne riconvertita in una figura di Augusto
semplicemente sostituendone la testa. In prossimità della statua è stata ritrovata una figura intera di
Afrodite e un busto della medesima dea (entrambe le opere seguono prototipi prassitelei). Sulla base
della lorica della statua di Ceasarea (l'attuale Cherchel), nella provincia di Giudea, si è supposto che
il gruppo originario comprendesse: Giulio Cesare con Afrodite armata e un'Afrodite che lo
incoronava.
21 febbraio 2017
Arco di Glanum
Il tetto è il risultato di restauri moderni: in origine ci doveva essere un attico dotato di basamento.
Sfortunatamente questo arco non è collegabile né a un evento particolare né a un personaggio, ma
risulta comunque interessante come venga, ancora una volta, ribadito il concetto di vittoria sui galli
(questo accade frequentemente anche se la Gallia è una provincia piuttosto pacificata). La
decorazione dell'arco è caratterizzata da 3 rilievi simili tra di loro con prigionieri legati all'albero/
trofeo. I prigionieri sono disposti a coppie: l'uomo, in questo caso, è presentato come un barbaro
generico (indossa pantaloni, un mantello con frange e ha il torso muscoloso nudo; da notare che i
pantaloni caratterizzano sia i barbari orientali sia quelli occidentali. Più utili rispetto ai vestiti sono,
sicuramente, le armi) e è incatenato con il collo all'albero; la donna, invece, è presentata come una
classica figura dolente. Pierre Gros ha proposto un'interessante interpretazione: il quarto rilievo
rappresenta il barbaro accostato a uno scudo, che lo identifica senza dubbio come barbaro (sulla
spalla sinistra ha anche un mantello frangiato), un altro personaggio maschile, che a una prima
occhiata potrebbe sembrare un romano, allunga la mano sinistra sulla spalla destra del gallo: a una
prima occhiata questo personaggio potrebbe sembrare un romano, ma, in realtà il mantello frangiato
usato come toga, lo identifica come gallo romanizzato (abbiamo già visto un esempio di gallo
romanizzato con Caius Rufus Iulius). Pierre Gros ha ipotizzato che il gallo romanizzato stia
invitando il barbaro ad entrare nel nuovo mondo (chiaro invito all'integrazione). Da ricordare
che il nome di celti è quello che si danno loro stessi; i romani li chiamano galli e i greci galati.

Leptis Magna
Leptis Magna è una delle principali città dell’Africa proconsolare, che costituiva un punto di
approdo sulla costa della Libia occidentale (di queste città l'unica ad essere sopravvissuta è Oea,
l'attuale Tripoli). Grandi scavi a Leptis Magna sono stati condotti durante l'occupazione libica da
parte dell'Italia tra il 1912 e il 1942. L'area era già ampiamente frequentata durante l'epoca fenicia;
dopo un periodo di dominazione cartaginese, in cui le città godevano di pochissima autonomia,
passano sotto il dominio della Numidia, durante il quale godono di una grande autonomia e vanno
incontro a un grande sviluppo. Queste città erano punti di approdo importantissimi per condurre
commerci con l'area sub-sahariana, da cui provenivano gli animali feroci degli anfiteatri e risorse
agricole. Il grande sviluppo delle città è testimoniato anche dal fatto che Settimio Severo,
originario di Leptis Magna, diventi imperatore; la città è legata a Roma da un foedus, che le fa
assumere lo statuto di città federata. Ma, sfortunatamente, decide di allearsi con Pompeo e in
seguito alla vittoria di Cesare viene degradata a città stipendiaria (Leptis Magna doveva pagare 3
milioni di libbre di olio d'oliva a Roma; spesso i tributi dovuti erano in natura e non di natura
pecuniaria). Solamente con Augusto la città riesce a riacquistare la sua libertas e l'élite locale con
atti di evergetismo trasforma Leptis Magna in una vera città romana. Anche l'élite locale, come in
Gallia, porta nomi locali romanizzati; le epigrafi rinvenute localmente sono bilingui: un'iscrizione
è in latino e l'altra in neopunico. Quindi il legame della città con il suo passato cartaginese rimane
molto stretto, come si può notare anche dalle istituzioni: infatti, al comando della città abbiamo due
sufeti, che era una magistratura collegiale ed eponima di Cartagine. Lo stesso San Agostino, nel IV
sec. d.C., noterà ancora questo legame strettissimo con il passato ricordando le grandi difficoltà a
comunicare con questi popoli che continuavano a non parlare il latino, che era solo la lingua delle
élite e dell'esercito. Leptis Magna sorge allo sbocco del Wadi (o Oudi) Lebdah; un wadi è un fiume
a carattere temporaneo tipico delle zone desertiche e che per mesi interi rimane completamente
asciutto, ma che in caso di alluvioni diventava estremamente pericoloso a causa della mancanza di
un vero e proprio letto. Lungo questo wadi è stata ritrovata nel 1982 una cisterna che è stata
completamente sepolta dall'alluvione; queste cisterne avevano la funzione di immagazzinare acqua
per i periodi di secca. La creazione del porto è di età successiva, ma evidenzia un grave errore,
infatti, s’interro quasi immediatamente permettendo così la conservazione del molo orientale.
Leptis Magna non è capitale di provincia (la capitale è Zama), ma ha una struttura urbana
eccezionale, che ha goduto di un'evoluzione straordinaria in età severiana. Il centro della città è di
età augustea, che è quella su cui ci soffermiamo in questo momento. Da notare è un'iscrizione
presso il teatro (1-2 d.C.) che celebra un certo Annobal Tapapius Rufus, un evergete della città con
un nome punico chiaramente romanizzato. Anche in questo caso si tratta di un'iscrizione bilingue
(latina e punica; quest'ultima occupa meno spazio in quanto mancano le vocali). Si fa cenno a titoli
onorifici dati ai magistrati e che forse erano termini di origine punica.
Un altro reperto estremamente interessante è la tavola per misure, cu cui è riportato il piede greco-
romano, il cubito punico e il cubito tolemaico-egizio con i relativi sottomultipli. Probabilmente
proviene dalla zona del mercato ed era utilizzato per controllare le misure delle merci vendute.
A Leptis Magna è presente anche un tempio dedicato a Serapide, che suggerisce, ancora, un certo
legame con il mondo egiziano. Queste misure sono utilizzate anche nel campo dell'edilizia
suggerendo l’impiego di maestranze locali: l'intera città è costruita in calcare locale tagliato
secondo il cubito punico (da notare le lettere sulle pietre tagliate). In effetti, era abitudine dei
romani sfruttare materiali e tecniche romane. Da notare è che la Leptis Magna di età augustea è in
calcare, invece, quella di età severiana è in marmo (con Settimio Severo assistiamo alla
realizzazione di nuovi edifici e alla marmorizzazione di quelli antichi). A Leptis Magna abbiamo
la più antica attestazione del culto augusteo in Africa con epigrafe dell'8 a.C. che nomina i
flamines di Augusto. Nel foro vecchio della città possiamo individuare:
1. Tempio di Ercole;
2. Tempio di Roma e di Augusto;
3. Tempio del Liber Pater

A questi si aggiungono altri edifici rilevanti realizzati nel corso del I sec. a.C. per trasformare in
senso romano la città:
1. il macellum (9-8 a.C.);
2. il teatro (1-2 d.C.);
3. il calchidicum (11-12 d.C.)

Prima dell'età augustea la città era un semplice approdo con modeste strutture e necropoli: si
trattava di uno dei pochi punti in cui i fenici riuscivano ad approdare. A partire dal II sec. a.C. si
costituisce un insediamento più stabile, ma la città vera e propria si forma in età augustea. Il cardo,
che costituiva la via di accesso alla città è stata liberata dalla sabbia. Da notare è che l'abitato è
disposto per strigas, cioè isolati stretti ed allungati, ma gli scavi si sono concentrati sui monumenti
pubblici della città. Riflettendoci bene è stata una fortuna che la città sia stata ricoperta
completamente di sabbia in quanto è stata salvaguardata dai saccheggi; gli scavi vennero operati
dall'esercito in età fascista (fu un'operazione per cui vennero stanziati tantissimi fondi). Vicino al
mare troviamo il foro vecchio, dotato di 3 templi, macellum, teatro e calchidicum (quest'ultimo non
è ancora stato interamente scavato). Dopo l'età augustea le popolazioni locali si sono ribellate
contro le popolazioni della costa; questa rivolta fu difficile da sedare perché tra i capi c'era un ex
mercenario romano, che quindi sapeva come combatteva il nemico. Il bottino ricavato dopo aver
sedato la rivolta venne utilizzato per abbellire un quartiere che viene delimitato da due archi. Come
è evidente anche in Africa la romanizzazione è sinonimo di urbanizzazione. È stata piantata
vegetazione, nel corso del tempo, per evitare che le strade lastricate, che sono molto ben conservate,
si riempissero nuovamente di sabbia. Inoltre, fortunatamente la città è ricchissima di epigrafi, da cui
possiamo ricavare un gran numero di informazioni utili. Il macellum è dotato di una struttura molto
particolare che sembra richiamare il mondo punico; inoltre, proprio grazie alle epigrafi sappiamo
che è stato realizzato dallo stesso evergeta del teatro. Il macellum era un grande quadriportico, dove
era esposta la tavola delle misure e dei pesi (reperto che dimostra la sopravvivenza delle tradizioni
puniche della città). Nel portico ottagonale si nota l'accostamento di due momenti differenti: la parte
in calcare è di età augustea e il rivestimento in marmo di età sevariana. Nella zona del teatro, in
prossimità delle necropoli, sono evidenti molti rifacimenti; inoltre, da notare come, fortunatamente,
manchi il frontescena teatrale, che avrebbe oscurato il meraviglioso panorama. Il chalchidium ha
una pianta rettangolare ed è dotato di un portico occupato da una fila di botteghe e da una cappella
dedicata al culto imperiale e a quello di Venere (questa si affaccia sulla strada e non siamo certi
della sua funzione). È Iddibal Chafada Aemilius flamen Augusti che realizza l’edificio, che
probabilmente aveva una funzione commerciale; è stata ritrovata una statua onoraria con la propria
base in cui si nota un accentuato verismo: l'evergeta doveva essere ben riconoscibile, in questo caso
si può notare una cisti sotto l'occhio.
Tra gli interventi più importanti nel Foro vecchio possiamo notare tracce di lettere in bronzo, che
ricordano la lastricazione del 5 a.C. e il 2 d.C. (n.b. sono state trovate le sedi di alloggio delle
lettere, ma non le lettere) ad opera di Gneo Calpurnio Pisone. A questo periodo si data il Tempio di
Augusto e di Roma al centro tra i templi dedicati al Liber Pater (identificabile con la divinità punica
di Shadrapa) e di Ercole (identificabile con la divinità punica di Milk'ashtart). L'esistenza di
strutture precedenti andrebbe a giustificare il non rispetto della forma canonica della disposizione
degli edifici nel foro. Il Tempio di Roma e di Augusto è dotato di una tribuna che si affaccia
direttamente sulla piazza; questa tribuna era utilizzata come basamento per gruppi scultorei, alcuni
dei quali si sono conservati: il primo gruppo scultoreo è di età tiberiana ed è stato aggiornato in età
claudia con l'aggiunta di un'epigrafe bilingue in latino e neopunico (si tratta di uno dei gruppi più
completi conservati, alcuni dei quali sono degli acroliti, cioè solo le parti del corpo scoperte in
marmo e il resto è realizzato in legno, stucco e tessuto). Augusto, idealizzato, viene raffigurato
come un giovinetto nonostante all’epoca fosse sessantaduenne. Il Germanico del tipo Leptis
presenta una grande somiglianza con Augusto facendo supporre che anche in Africa fosse giunta
notizia che sarebbe stato il suo successore. Il gruppo di età tiberiana presenta Augusto e Tiberio
come suo erede e in seguito fu operato un aggiornamento con l'aggiunta di Claudio. Il gruppo
scultoreo è opera di maestranze urbane (con urbane si intende maestranze romane).
Il porticus post scaenan evidenza interventi di un membro della famiglia Tapapius nel 42-43 a.C.:
in particolare viene realizzato un tempio dedicato a Dis Augusti per celebrare la divinizzazione di
Livia. Nel 35- 36 a.C. nella summa cavea viene edificato un tempietto anche da Suvunias dedicato a
Cerere Augusta. Interessante è notare come i vari edifici rimangano legati a una stessa famiglia di
evergeti anche per più generazioni.
Ad Adriano va attribuito il complesso termale, mentre l'anfiteatro, fuori dal centro abitato, è di età
neroniana (56 d.C.). Il circo, che ha dimensioni del Circo Massimo, viene datato al 162 d.C.; per
quanto riguarda le province d’Asia e d’Africa abbiamo datazioni così precise grazie alle epigrafi
rinvenute. Le strutture per spettacoli vengono realizzate in occasione delle ricorrenze imperiali,
come la nascita di un figlio membro della famiglia imperiali, successioni, ecc.; a questi spettacoli
partecipano tutti gli abitanti dell'Africa proconsolare e non solo della città (ecco spiegate le
dimensioni spropositate). Di straordinario impatto è l'anfiteatro, che nel 56 d.C. è scavato in una
cava di tufo ed è dotato di un collegamento con il circo.
22 febbraio 2017
Le province delle Germanie
Le province delle Germanie si formano a partire dalla Gallia Belgica (la capitale è Colonia Augusta
Treverorum); si tratta di una zona di confine in cui in età augustea e durante la prima età claudia
vengono condotte campagne prima da Agrippa (38-25 a.C.) e poi da Druso Maggiore, fratello di
Tiberio. Sarà Tiberio nel 12 a.C. ad attraversare il Reno tentando vanamente di portare il limes
romano almeno fino al fiume Elba. In questa zona sono stanziate popolazioni germaniche, ma non
sono attestate città in data anteriore all'occupazione romana. Si registrano diverse guerriglie da parte
di queste popolazioni contro l'esercito romano, ma non possiamo parlare di una vera e propria
guerra. Druso Maggiore riporta diverse vittorie, ma poi muore a Magonza nel 9 a.C. a causa di una
caduta da cavallo (presso questa città viene istituito un cenotafio in suo onore) e il comando delle
legioni stanziate su questo limes passa al fratello Tiberio, che è un altro rappresentante della
famiglia giulio-claudia. Tiberio riporta una serie di vittorie attraverso le quali crea una rete di
alleanze con alcune popolazioni della zona. A questo periodo si data lo spostamento della
popolazione degli Ubi sulla sponda sinistra del fiume Reno con la conseguente nascita di un centro
per il culto imperiale, l'Ara Ubiorum, dove viene impiantato il castrum per due legioni. Per questa
area e per quella della Britannia il fenomeno dell'urbanizzazione è strettamente legato
all'elemento militare e il nucleo dei nuovi centri si identificherebbe con il castrum romano. Nel
50 d.C. il centro diventa Colonia Claudia Ara Agrippinensium, l'attuale Colonia. Originaria di
questa città è Agrippina Minore, che è madre di Nerone e moglie di Claudio; anche il padre della
donna, Germanico, opera qui. Il sito è risultato di una fondazione di Claudio e ricorda il centro
preesistente mantenendo la struttura del castrum romano. Nel 4-5 d.C. Tiberio si appresta a
preparare la spedizione oltre l'Elba, ma deve rinunciare a questo progetto a causa di una rivolta
scoppiata in Illiria. Al 9 d.C. si data da disastrosa sconfitta di Varo a Teutoburgo e la conseguente
perdita di ben tre legioni e la morte del comandante romano. La stele di Marco Celio (esempio di
soldatenkunst) è un perfetto esempio di arte di confine; Marco Celio sarebbe proprio caduto in
occasione della battaglia di Teutoburgo nel 9 d.C.. Nonostante altre battaglie nel 11-12 d.C. l limes
si può considerare ormai consolidato sul Reno. Soprattutto nella parte settentrionale di questo ampio
territorio il potere è attribuito a un legatus Augusti. Al tempio di Domiziano si possono identificare
le seguenti province:
– Germania Inferior (capitale Colonia Claudia Ara Appinensium, l’attuale Colonia) a nord;
– Germania Superior (capitale Mogontiacum l’attuale Magonza) a sud.

In queste province la formazione di città è strettamente legata all'elemento militare, infatti,


abbiamo:
– castra da cui si sviluppano centri urbani;
– strade che in origine collegavano i vari accampamenti.
Le opere di fortificazione rivestono una grandissima importanza in ambito economico e sociale;
infatti, attorno ai campi militaei si organizzarono raggruppamenti commerciali e artigianali a
formare canabae, che con il tempo assunsero l’aspetto di municipium, non le prerogative, né le
dignità (mancano impianti assimilabili al foro)

Argentoratum → Strasburgo
Colonia Augusta Rauricorum → Aust (Svizzera)
Aventicum → Avanches (Svizzera)

Colonia Munatia Raurica


Colonia Munatia Raurica è stata fondata da Lucio Munazio Planco e successivamente diventa una
colonia augusta con il nome di Colonia Felix Copia Appollinaris. La città si trova in una posizione
estremamente strategica e diventa un importante centro commerciale che conosce il suo periodo di
massima fioritura nel II sec. d.C.. Nel IV sec. d.C. si aggiunge un nuovo centro realizzato più vicino
al fiume dove viene stanziata una nuova legione denotando una sempre crescente instabilità
all'interno della regione. Dell'età cesariana non rimane sostanzialmente nulla, invece, si registrano
tracce più cospicue del II sec. d.C., cioè dell’età più prospera. L'impianto è piuttosto regolare, ma
non si può dire lo stesso per la grandezza degli isolati. Il complesso forense della colonia, realizzato
nel II sec. d.C., viene considerato uno dei modelli più organici in Occidente (Pierre Gros lo
considera un perfetto esempio di foro tripartito). All'interno del foro distinguiamo:
– un'area sacra → tempio;
– un'area per la piazza;
– un'area civile → basilica e curia.

Quindi si registra una netta divisione fisica tra lo spazio civile e quello religioso. L'area sacra è
circondata da una porticus triplex disposta intorno al tempio, che più che un capitolium può essere
considerato un tempio per il culto imperiale. La basilica, in origine, era dotata di una doppia abside
e riprendeva il modello del foro traianeo (inizio II sec. d.C.); alla metà del II sec. d.C. l'edificio
viene trasformato in una basilica canonica senza absidi e su tre lati è circondato da un peristilio con
deambulatorio. La curia, con una soluzione particolare, si presenta circolare a metà della sua
lunghezza e presenta una torre (diametro di 16 metri). Il foro non è in asse con le insulae, ma viene
posizionato sfruttando il pendio. Nel II sec. d.C. viene realizzato anche un altro grandioso
complesso cultuale, che è collegato con il tempio vero e proprio.
Il teatro, che costituisce un ingresso monumentale al tempio, è collegato al foro con vocazione
commerciale (moltiplicazione degli spazi forensi). Si legano le manifestazioni liturgiche e quelle
ludiche al culto imperiale di età augustea.
Nel IV sec. d.C. nasce il Castrum Rauracenses in prossimità del fiume; il sito è celebre per il tesoro
di kaiseraugst, che venne scoperto casualmente negli anni 60. Il tesoro comprende: 3 lingotti con il
nome dell'imperatore Magnezio, che usurpa il trono nel 350 a.C., pezzi molto differenti, che sono
stati interpretati come parte di un bottino consegnato dall'imperatore a un ufficiale, che in un
momento di pericolo avrebbe sepolto il tesoro (la maggior parte degli oggetti sono in argento).
Questo caso è esemplare di un fenomeno molto diffuso nel IV sec. d.C. in Germania e in Gallia:
manufatti di argento (tra cui monete, vasellame da tavola, piatti da mostra, candelabri, ecc.)
venivano tesaurizzati; questa usanza suggerisce la penetrazione sul territorio di popolazioni
barbariche. Nel caso del tesoro di kaiseraugst sono stati ritrovati in una cassa di legno:
– 160 monete in argento;
– vasellame da tavola;
– piatti da mostra;
– candelabri.

Naturalmente il pericolo poteva essere costituito anche da disordini interni e non solamente dalle
invasioni barbariche. Da notare è come su ogni piatto sia indicato il suo peso per facilitare le
spartizioni in caso di necessità; sono indicati, naturalmente, anche i nomi dei proprietari (in alcuni
casi, addirittura, è indicata la città di origine e l'orafo che ha prodotto l'oggetto). Interessante è il
piatto da mostra con una decorazione molto caratteristica del IV sec. d.C.: una serie di edifici
dall'architettura complessa si affacciano sul mare a cui si aggiungono scene di pesca con
amorini/pescatori (questo tema della pesca ricca si trova di frequente anche nei mosaici africani e si
tratta di un tema beneaugurante; si è pensato a possibili cartoni che venissero fatti girare all'interno
dell'impero). Un altro dei piatti mostra centralmente Achille a Sciro, un episodio amatissimo nel IV
sec. d.C. (Achille era stato nascosto dalla madre Teti a Sciro per sottrarlo al suo destino di morte; si
tratta di una tematica funeraria) con l'aggiunta di diverse scene riguardanti la sua infanzia. Queste
scene mostrano le ultime vampate del paganesimo contro un cristianesimo ormai dilagante.
Un altro piatto mostra decorazioni a strigilature (ovvero a S), che sono frequenti sui sarcofagi.
Molto interessante è anche il piatto con pesce e scene di pesca (il pesce ha assunto in questo periodo
anche una valenza cristiana).

Argentoratum (Strasburgo)
Argentoratum è stata fondata nel 12 a.C. come accampamento di cavalleria ausiliaria; qui viene
insediata la seconda legione, che venne successivamente sostituita dall'ottava (queste informazioni
possono essere tratte dai bolli legionari sui laterizi). Intorno si sviluppano canabae, cioè sobborghi
dove si installano artigiani e che ne aumentano l’importanza dal punto di vista commerciale. Questa
base venne utilizzata per la realizzazione della città moderna, ma non ha ancora una strutturazione
regolare che le venne attribuita in seguito. Qui i legionari si creavano vere e proprie famiglie e si
stanziano stabilmente. A parte le due strade principali che si incrociano a T il resto
dell'insediamento è poco leggibile a causa della sovrapposizione del centro moderno di Strasburgo,
ma sono state, comunque, notate tracce di distruzioni violente a testimonianza di un costante
pericolo:
– nel 70 d.C. il pericolo è dovuto all'ammutinamento delle legioni renane;
– nel 97 d.C. il pericolo è dovuto a un altro ammutinamento;
– nel 352 a.C. il pericolo è dovuto all'arrivo di franchi e armanni.

Sono molti i documenti che attestano la presenza di legioni in questo sito, come: steli con
raffigurazioni di uomini con mantello con cappuccio di lana, che era un abbigliamento tipico del
mondo gallico (la stele in questione è sicuramente anteriore al 70-80 a.C.). Sono stati rinvenuti
anche una serie di rilievi dedicati a Mercurio, che va considerato come interpretazione romana di
una divinità celtica di cui ci fa cenno anche Cesare all'interno dei suoi scritti. Mercurio tiene in
braccio il piccolo Dioniso con un'iconografia classica, ma in stile provinciale. In altri casi troviamo
rilievi con una divinità, sproporzionata e tozza, con mantellina, che sembra pelle di lupo e con un
contenitore pieno di pigne; dietro alla divinità si nasconde un cervo. In un altro caso abbiamo la
figura di Ercole con leontè e clava, che ci fornisce un'importante testimonianza sulle divinità
venerate in loco.
Sul Reno si trova un altare dedicato, tra il 120 e il 130 d.C., dal comandante dell'ottava: da notare su
un basamento è il rilievo con Giunone, Minerva, Ercole, Apollo; sul basamento si ergeva una
colonna, che costituiva una sorta di pietrificazione dell'albero a cui venivano appese le armi dei
vinti. Inoltre, si può notare un elemento ottagonale con le raffigurazioni dei giorni della settimana
con un'altra divinità. Sopra l'elemento ottagonale si trova una colonna che terminava con la statua di
un cavallo rampante su essere anguipede con Zeus o Talans, la divinità celtica che governa il
cosmo.
In Danimarca è stata ritrovata la Tomba di Hoby, in cui nel 1920sono stati rinvenuti pezzi di
argenteria (tra cui diversi skiphoi); questo ritrovamento è particolarmente interessante perché ci
troviamo al di fuori dell'impero romano. Da alcune epigrafi scopriamo che il nome del proprietario
era Caius Silius, che fu governatore della Germania Superior dal 14 al 21 d.C. e fu a capo di una
missione diplomatica proprio nella penisola danese (queste informazioni sono tratte da Tacito).
Oltre all'indicazione del proprietario abbiamo anche quella dell'artigiano e del luogo di provenienza.
Si è giunti alla conclusione che probabilmente si tratterebbe della tomba di un capotribù e che il
corredo rinvenuto sarebbe ciò che resta di un dono diplomatico da parte di Caius Siulius.
L'argenteria è caratterizzata da raffigurazioni con Filottete che viene curato con chiari riferimenti
alla saga della guerra di Troia oppure con Priamo che supplica Achille con la fascia di augusto per
riavere il corpo del figlio ( con un chiaro riferimento al barbaro che si inginocchia alla civiltà).
Anche nelle città vesuviane è stata ritrovata parecchia argenteria.

Aventicum (Avanches)
Aventicum si trova nell'attuale Svizzera (nell’antica Germania Superior) e venne fondata sotto
Augusto per diventare colonia con Flavio. La cinta muraria risulta estremamente grande rispetto alla
città vera e propria, che però avrebbe avuto tutto lo spazio per espandersi in futuro; le porte sono in
collegamento con gli assi viari principali. Lo scavo è stato condotto solo di recente per i lavori di
realizzazione di un'autostrada in località En Chaplix fuori dalla cinta muraria: lungo la via di
accesso alla città sono stati rinvenuti diversi monumenti funerari, tra cui risaltano due fana, cioè
luoghi di culto celtico che vengono monumentalizzati in età romana. Il foro, nonostante sia stato
poco indagato, è tripartito e presenta: area sacra, piazza e basilica con curia tradizionale.
Indagini preliminari in località En Chaplix hanno messo in evidenza due rettangoli con strutture
piene centrali e gli scavi successivi hanno confermato la presenza di strutture (canali
romani/centurizzazione prevede il controllo delle acque). Inoltre, è stato possibile determinare la
cronologia precisa delle strutture grazie alla presenza di pali in quercia e sono state ritrovate anche
le fondazioni di un monumento funerario di età tiberiana (23-28 a.C.) all'interno di una necropoli
che è stata scavata solo in un secondo momento. I monumenti presenti sono stati smantellati e
reimpiegati, ma molti elementi decorativi e statue sono rimasti in loco perché inutilizzabili. Si è
tentato di ricostruire l'aspetto di questo monumento funerario, che sarebbe stato costituito da: un
tempietto a pianta quadrangolare con decorazione a squame e statue del defunto. Il monumento
apparteneva o a un membro dell'élite romana oppure a un membro dell'élite romanizzata locale.

28 febbraio 2017
L'elmo con maschera da Nijgen risale alla seconda metà del I sec. a.C.; da notare sono i piccoli busti
su diadema, che sono stati variamente interpretati: potrebbero essere, ad esempio, i flavi, ma
essendo molto schematici risultano di difficile lettura. Il graffito riportato sulla superficie dell’elmo
indica il nome del proprietario. L'opera può essere inserita all’interno della categoria dei militaria,
che vengono ritrovate lungo i confini.

Colonia Marciana Traiana Thamugadi


In Numidia su un altopiano sorge la Colonia Marciana Traiana Thamugadi, l’odierna Timgad
(nell’antica Africa proconsolare e nell’attuale Algeria), fondata da Traiano nel 100 a.C. in un
territorio privo di centri urbani con l’aiuto della legio III augusta. L'impianto risulta essere
perfettamente regolare, ma con angoli smussati: al posto dei principia è realizzato il foro, che
successivamente si espanderà oltre i limiti a dimostrazione del grande sviluppo dell'Africa nel corso
del II sec. d.C. (grande diffusione del vasellame africano in tutto l'impero). L'abitato viene
abbandonato e occupato da una fortezza bizantina; il foro è molto irregolare e a questo si
aggiungono altre strutture interessanti, come: il teatro, la biblioteca, un piccolo impianto termale e il
cosiddetto Arco di Traiano. La colonia in questione, quindi, è di ristrette dimensioni, ma è dotata di
tutto il necessario. L'orientamento scelto per la città è quello N-S perché, in assoluto, risulta il
migliore; invece, cardo e decumano non si incrociano (a dimostrazione che cardo e decumano non
si incrociano sempre nelle città romane). Inoltre, bisogna notare che non ci troviamo davanti a una
via colonnata, elemento tipico, invece, delle colonie orientali, ma di una serie di portici che
scandiscono la regolarità dei singoli isolati. L'irregolarità del foro dimostra come l'urbanistica
romana non sia così regolare come, talvolta, si crede (nemmeno per le fondazioni ex novo, come in
questo caso, questa affermazione ha valenza assoluta). Il foro, estremamente irregolare, è costituito
da:
– una basilica che non occupa tutto il lato breve (c'è anche una domus);
– una curia e un tempio sull'altro lato breve (tempio con rostrum).

Assente è la solita distinzione tra area civile, area religiosa e area economica; inoltre, da notare
come l'ingresso sia sul lato nord del foro, ma non sull'asse mediano. Sia il teatro sia il foro sono
completamente lastricati. Le domus private prendono il proprio nome dalle epigrafi presenti al loro
interno e segnalano la nascita di un'élite romanizzata anche in questo centro. All'esterno del foro,
che ormai ha perso il suo valore, vengono realizzate diverse strutture:
– una corte che circonda il capitolium, che risulta molto più grande di quello realizzato
all'interno del foro;
– il tempio dedicato al genio della colonia, che era legato al mercato;
– enormi strutture termali.

Il cosiddetto Arco di Traiano si data tra la seconda metà del II sec. d.C. e l'inizio del III sec. d.C.;
quindi, si tratta di un arco di età severiana, che viene chiamato traianeo perché la colonia è di
fondazione traianea. L'opera è stata necessariamente integrata e restaurata perché aveva gravi
problemi di statica. Si tratta di un arco tipicamente africano: è dotato di 3 fornici e di una ricca
decorazione architettonica applicata con colonne libere che reggono un frontone che incornicia una
nicchia contornata da colonnine (gli archi africani sono caratterizzati da una decorazione molto
barocca e prevalentemente decorativa; inoltre, è raro l’utilizzo di statue). Inoltre, da notare
sono le basi ottagonali, che, grazie alla dedica, sappiamo essere le basi di due statue perdute: una
statua della Concordia e un'altra di Marte dedicate in età severiana da L. Licinius Optatianus per la
sua nomina a flamen perpetuo. Da notare è che un nome è completamente rimosso e forse
costituisce un indizio della damnatio memoriae che aveva colpito Geta. Naturalmente se il tema
della concordia necessita di essere ribadito indica, implicitamente, che la concordia non era presente
al momento all'interno della colonia. Naturalmente nell'epigrafe L. Licinius Optatianus ricorda di
avere speso 35.000 sesterzi per la realizzazione delle due statue.

L'arco di Caracalla a Djemila in Algeria è un arco a unico fornice con un'interessante decorazione
architettonica, che crea un gioco di chiaroscuro eccezionale. L'arco segna l'accesso alla nuova città
di età severiana (in origine il centro era indigeno).

L'arco di Mustis in Tunisia è un caso interessante, perché sorge in mezzo al nulla ed è realizzato in
età traianea (166 d.C.). È probabile che l'arco segnasse il limite dell'area controllata dalla città.

Dougga (Thougga)
La città sorge, attualmente, in Tunisia, nell'antica Africa Proconsolare. Si tratta di un centro
indigeno, come si può evincere dalla pianta: la città è stata costruita su un pendio sfruttando una
serie di terrazzamenti. Data la sua posizione su un fianco della collina il foro risulta essere
estremamente irregolare: la piazza è circondata da colonne con un capitolium (il foro in questione è
stato studiato da Pierre Gros, che partendo da questo caso ha scardinato l'ipotesi che il capitolium
fosse il tempio principale all'interno delle colonie romane). Il tempio (166-167 d.C.) in questione è
dedicato alla triade capitolina (a Iuppiter Optimus Maximus, Iuno Regina e Minerva Augusta)
come ci spiega un'epigrafe rinvenuta e presenta una struttura tripartita; ma la struttura è dedicato per
la salvezza di Marco Aurelio e Lucio Vero e presenta la raffigurazione dell'apoteosi di Antonino Pio
nel timpano (culto imperiale; sovrapposizione del culto imperiale a quello della triade capitolina). Il
tempio ha subito ingenti restauri in quanto fino all'inizio del Novecento era ancora abitato; i
francesi, dopo aver costruito una nuova Dougga, hanno svuotato il centro e trasferito la
popolazione. Il tempio è tetrastilo, prostilo con abside e realizzato in opus africanum (utilizzo di
una tecnica punica per un edificio simbolo della romanità; l'opus africanum è una tecnica a
telaio che in epoca antica era realizzata in legno e argilla per poi essere pietrificata). In un'epoca
dove il controllo della zona diminuiva progressivamente viene fortificato il foro e realizzata una
fortezza bizantina, le cui mura presentano elementi di reimpiego. È strano che sia stato risparmiato
questo muro, in quanto durante i primi scavi era prassi distruggere qualsiasi cosa non fosse romana.
Durante l'età di Commodo (fine II sec. d.C.) la famiglia dei Pacuvi raddoppia il foro e a quest'epoca
risale l'incisione con la rosa dei venti sul lastricato. Il tempio viene dedicato a Mercurio ed è
caratterizzato da 3 celle (in Africa abbiamo veramente un grandissimo numero di epigrafi). Il fatto
che il tempio sia dedicato a Mercurio, la presenza della piazza del mercato e la presenza della rosa
dei venti ha fatto dedurre che la ricchezza della famiglia dei Pacuvi sia da imputare ai commerci e ai
latifondi per la produzione di cereali. Nel corso dell'età commodiana viene creata una flotta che
aveva l'incarico di fare da spola tra Cartagine e Roma per trasportare grano (in effetti tutta questa
zona ancora oggi è coltivata a grano). Si ricorda la presenza di:
– complessi termali;
– cisterne per la raccolta dell'acqua (struttura tipicamente africana);
– domus private decorate a mosaici;
– tempio di Saturno, che non è una tipologia canonica, ma abbastanza comune in Africa. La
struttura è dotata di un cortile con un portico e piccole celle e costituisce una
monumentalizzazione di aree sacre precedenti. Saturno corrisponderebbe al Bahal fenicio;
– il tempio di Iuno Caelestis (una interpretatio romana della divinità fenicia Tanith) è molto
singolare e si data alla prima metà del III sec. d.C. (età di Alessandro Severo). Il tempio è
caratterizzato da un periptero esastilo, che è piuttosto raro in Africa al centro di vasto
peribolo a emiciclo con chiari riferimenti alla luna e decorato da personificazioni di città e
province (il tempio è dedicato al culto imperiale); è possibile che il cortile fosse occupato da
un boschetto o da un giardino. Quindi, è adottata la forma del tempio romano al culto di una
divinità locale.

Leptis Magna
Durante l'età severiana la città è caratterizzata da un grandissimo sviluppo edilizio e si dota di:
– un nuovo foro;
– un porto;
– un ninfeo (fontana monumentale);
– un arco;
– una via colonnata (si tratta di un prestito chiaramente orientale, come il Tempio di Giove
Dolicheno).

Si parla di una vera e propria urbs; il foro vecchio, in seguito, sarà fortificato con mura bizantine. Il
nuovo foro è caratterizzato dalla presenza di una basilica e di un porto che rimane in funzione per
pochissimo tempo in quanto viene interrato. I periodi continuano durante l'età di Caracalla, ma non
tutti i progetti vennero completati. All'interno dei vari complessi sono rimasti solamente le basi con
le epigrafi. La città vuole rendere omaggio a Settimio Severo e quindi ogni quartiere rende omaggio
a un membro della famiglia severiana. Anche nel caso di questa città si può notare il
raddoppiamento del foro e il progressivo progetto di marmorizzazione che hanno colpito anche altre
città (ad esempio, il mercato è completamente rifatto in marmo, mentre altri edifici vengono
rivestiti). In riferimento a Leptis Magna possiamo parlare della città più orientale dell’impero
romano d’occidente.

1 marzo 2017
Leptis Magna di età severiana è stata scavata dal 1912 al 1942, durante l'occupazione della Libia da
parte dell’Italia; lo scavo è stato portato avanti fino a pochi decenni fa. Tra il 1912 e il 1942, in
Italia vi era un forte interesse politico per ritrovare i resti dell'impero romano.
Il porto è stato ricostruito durante l'età severiana, ma sbagliando è stato realizzato un bacino chiuso,
causando il suo rapido insabbiamento; questo ha permetto la conservazione del molo orientale e in
particolare delle banchine e dei magazzini. Il porto di Leptis Magna è in assoluto uno dei meglio
conservati, anche perché venne utilizzato pochissimo a causa dell’insabbiamento. Dato che questo
porto non poteva essere utilizzato si pensa che ogni villa della città fosse dotata di un porto
personale. Leptis Magna è l'unica città occidentale che è dotata di una via colonnata, che collega la
piazza al porto. Durante il 1600 un console francese decide di portare via qualche fusto di colonne
cipolline, materiale proveniente dall'Eubea. Le colonne della via porticata sono realizzate in
cipollino e in granito rosa di Assuan; ad oggi rimale solamente qualche fusto abbandonato sulla
spiaggia. La via colonnata è relativamente piccola, soprattutto se messe a confronto con quelle del
mondo orientale (42x400 m). La forte impronta orientale ha fatto supporre che vi avessero lavorato
maestranze siriane (bisogna ricordare che anche Giulia Domna era di origine siriana). Nella città
troviamo diverse particolarità, che in seguito diventeranno la norma:
- arcate applicate a un complesso pubblico: il portico ad arcate è posto vicino alla via
colonnata (da notare nelle vecchie foto sono le rotaie che vennero sfruttate per eliminare
tutta la sabbia dalla zona);
- il foro, che ha un'area di 6000 m2 è una struttura chiusa, che venne interamente rivestita di
marmo (naturalmente rimangono solo i resti calcarei). Sul grande quadriportico si affaccia
una basilica a doppia abside, che si ispira alla Basilica Ulpia, che è un doppio foro dominato
da un Tempio dedicato alla Divina Domus (cioè la dinastia severiana). Da notare che la
basilica non è in asse rispetto al foro e che le taverne sono inserire per mimetizzare gli
angoli. Attraverso questo escamotage non ci si accorgeva assolutamente della deviazione.
Ma essendoci lo spazio per realizzarla dritta bisognerebbe chiedersi perché sia stata
realizzata in questa maniera: è stato ipotizzato che questo foro avesse un foro gemello
dall'altra parte della basilica (ipotesi confermata dalle misure sul campo). Quindi quello del
foro di Leptis Magna è un progetto non concluso, come si evince anche da alcuni elementi
realizzati in maniera molto affrettata.

Sul campo sono stati realizzati cumuli di elementi simili individuati per anastilosi (cioè
ricostruzione). Durante l'età di Caracalla viene concluso il primo foro; mentre, del tempio rimane la
scalinata di accesso: si trattava di un tempio ottastilo molto imponente; era un sine portico e con
quadriportico sormontato da arcate: in sostanza sembra la parte posteriore di uno dei grandi templi
dell'Asia Minore. Sono stati ritrovati numerosi dadi in marmo bianco che corrispondevano a
frammenti di fusti e hanno fatto supporre a un doppio ordine di colonne (in parte il portico è stato
ricostruito, ma mancano i fusti). Anche la scelta dell'utilizzo di capitelli di tipo pergameno è un
chiaro richiamo al mondo asiatico. Nel corso degli anni Sessanta sono state ritrovate, anche, diverse
teste entro clipeo posizione originariamente tra un arco e l'altro; inoltre, abbiamo anche figure di
gorgoni con capigliature esuberanti e serpenti al collo con la pupilla a forma di cuore che è molto
indicativa dell'epoca. Tutti questi elementi hanno contribuito a far supporre che nella città avessero
lavorato maestranze asiatiche: quindi, maestranze asiatiche (forse da Afrodisia o da Nicomede in
Bitinia) sarebbe giunti in loco e avrebbero addestrato gli artigiani locali. Altre teste utilizzate come
decorazione all'interno del foro sono state interpretate o come la dea Targatis o come una divinità
siriana; inoltre, sono numerosi gli elementi apotropaici presenti all'interno del foro della colonia.
Per la decorazione è stato usato in alternanza marmo pentelico e marmo peloponnesiaco passando
da tinte rosa a tinte verdi. Pierre Gros considera la basilica una vera e propria citazione della
Basilica Ulpia di Roma diventando, così, un modello per tutte le altre città dell'Africa.
Esternamente la basilica era chiusa da un muro rettilineo che nascondeva le absidi: infatti,
l'architettura romana tende a valorizzare l'interno rispetto l'esterno. Le basiliche romane tradizionali
sono caratterizzate da un peristilio e da uno spatium medium, invece, la basilica di Leptis Magna è
una basilica a tre navate, che crea una visuale da abside a abside costituendo il primo caso nella
storia dell'architettura. Due colonne vanno a enfatizzare l'asse longitudinale della navata centrale. In
seguito, la basilica diventerà basilica cristiana; anche gli otto pilastri dei lati corti sono tipicamente
asiatici, mentre quelli laterali hanno girali d'acanto e decorazioni animali. L'edificio si collega agli
dei patri della città: Liber Pater (assimilabile a Dioniso; in effetti, nella decorazione sono presenti
figure di menadi, sileni, satiri, viti) ed Eracle.

L'arco di Settimio Severo è un tetrapilo con quattro piloni posto all'incrocio della via litoranea e
della via trionfale (quindi, essendo un tetrapilo gli archi sono presenti su tutti e quattro gli angoli).
L'arco, sotto cui non possono passare i veicoli a causa dei gradini e che è stato ampiamente
ricostruito, è in calcare locale con rivestimento marmoreo; i blocchi sono stati tagliati secondo il
cubito punico. Le decorazioni presentano prigionieri legati a trofei e il gran numero di rilievi, che
sono tutte copie, lo rende un'eccezione all'interno del panorama africano (infatti, gli archi africani
solitamente sono privi di decorazione scultorea). L'analisi della base ha individuato le tracce di
un'iscrizione dedicatoria: non viene nominato Plautiano, suocero di Caracalla, che cade in disgrazia
nel 205 d.C. e, quindi, l'arco è databile tra il 205 e il 209 d.C. (data in cui Geta viene elevato al
rango di Augusto). Sopra alle colonne, completamente staccati dal fondo, si trovano frontoni a 2/4
di piramide, un elemento architettonico utilizzato come una semplice decorazione (in generale da
notare è un grande utilizzo del trapano dando un'impressione di grande plasticità se si calcola
l'altezza a cui erano poste le decorazioni). Evidente è che vi è un abisso tra questo arco e quello di
Settimio Severo a Roma. I rilievi, piuttosto celebri, presentano tutti i membri della famiglia (Geta,
Caracalla, Giulia Domna, Settimio Severo) e la virtus, la concordia e la pietas. Giulia Domna è la
prima donna che si può con diritto definire imperatrice: è addirittura protagonista del rilievo della
pietas, in cui offre incenso sull'altare (in secondo piano si può notare Settimio Severo). Il rilievo con
protagonista Settimio Severo solitamente è preso, ad esempio, per esplicare la frontalità dell'arte
romana.

6 marzo 2017
La cultura materiale è estremamente importante e chiaramente si riflette molto sull'archeologia. Tra
i reperti maggiormente rappresentativi abbiamo le anfore, che costituiscono il principale
contenitore da trasporto. Naturalmente non è l'unica tipologia di contenitore utilizzata, ma è l’unica
ad aver lasciato una traccia così significativa. Ad esempio non abbiamo testimonianze dei
contenitori che venivano utilizzati durante il commercio di grano; invece, abbiamo una grande
presenza di contenitori utilizzati per il trasporto di olio (le anfore africane si diffondo ovunque
nell'impero). A Ostia nella Piazza delle Corporazioni si nota la statio sabratensium, dove abbiamo
la figura di un elefante a ricordo dei commerci di elefanti e di avorio dall'Africa. Dobbiamo
ricordare che esistevano anche merci che viaggiavano senza contenitori, come gli animali e i tessuti.
Per quanto riguarda le anfore si attribuiva maggiore importanza al contenuto piuttosto che ai
contenitori. Inoltre, si commerciavano anche metalli, minerali, ecc. La maggior parte dei commerci
avvenivano via acqua (sia via marittima sia via fluviale sia via lacustre) in quanto si tratta della
forma di commercio più sicuro, economico e veloce. Tra i documenti più importanti riguardante
l'economia abbiamo l'ediptum de pretiis di Diocleziano, che contiene le indicazioni dei costi, dei
servizi e delle derrate; all'interno di questo editto sono anche indicati i costi sostenuti per i trasporti
a conferma che il costo per mare era piuttosto costoso. Inoltre, per le anfore va sottolineato che si
tratta di documenti originali dell'economia antica, che possono essere considerate sia di merci sia di
oggetti d'uso. Nel II sec. d.C. si registra un forte sviluppo in tutta l'Africa e ciò è visibile anche
attraverso un'attenta analisi della cultura materiale (es. Terme del Nuotatore di Ostia). Ad Ostia I
sono stati condotti scavi a partire dal 1968 (scavi stratigrafici) ed è emerso un quadro molto diverso
rispetta all'età repubblicana che mostra quasi esclusivamente ceramica d'importazione: in età
traianea ad Ostia la ceramica d'importazione è circa il 20%, invece, nel III-IV sec. d.C. raggiunge
circa l'85 % mettendo in evidenza una diffusa crisi delle campagne italiane, che determina la
necessità di ricorrere, quasi esclusivamente, a importazione di olio. A questo si aggiunge anche il
commercio di vasellame da cucina, che definiamo commercio parassitario con cui intendiamo
vasellame da mensa, lucerne, ecc. Inoltre, si commerciano anche piccoli contenitori in alabastro,
detti alabastra e provenienti dall'Egitto, che vengono importati esclusivamente per il contenuto
(unguenti e profumi, che vengono molto utilizzati in ambito funerario).
Le anfore sono una tipologia di contenitore a due anse (ansa è un termine di origine greca); per
definire la tipologia di anfora viene utilizzata la tavola tipologica di Dressel realizzata alla fine
dell'Ottocento posta alla fine del Corpus Iscriptione Latine (CIL) utilizzata per dare un'idea
generale delle tipologie di anfore rinvenute a Roma. C’è da dire che c’è un maggiore interesse per le
epigrafi piuttosto che per le anfore in sé. Per terra sigillata si intende vasellame da mensa ricoperto
da “vernice”; si tratta di una tipologia tipica dell'età imperiale. Il principale centro di produzione di
terre sigillare in Italia era Arezzo, ma in seguito si costituiscono altri centri in Gallia, in Africa
(infatti, si tende a parlare di terre sigillate). Grazie all'interesse per le epigrafi e per l'interesse
artistico nei confronti delle produzioni aretine, a partire dal 1873, lo studio delle anfore si è affinato
e oggi si distinguono:
– anfore più snelle che contenevano vino;
– anfore più panciute che contenevano olio.

Per stabilire la tipologia di anfora corrispondente servono elementi diagnostici e la semplice pancia
di un vaso non sarà sufficiente. Le anfore africane hanno una forma più cilindrica e hanno anse ad
orecchie; invece, le anfore spagnole contenevano specialmente garum e frutta secca. Talvolta si
sono anche ritrovati relitti con interi carichi di anfore: le anfore avevano un puntale per permettere
di stilarle meglio all'interno della nave. Solo alcuni bolli sono stati correttamente compresi in
quanto sono difficoltosi da tradurre correttamente: talvolta non si capisce se viene indicato il luogo
di produzione dell'anfora o il luogo di produzione del prodotto (ma questa seconda ipotesi è
decisamente più probabile). I Sesti sono un'importante famiglia senatoria, che in teoria non avrebbe
potuto commerciare, ma in questo caso il commercio viene visto come estensione dell'attività di
latifondisti (commerciano quello che producono). Talvolta sui bolli compaiono prestanomi o liberti;
su altre anfore troviamo graffiti per conteggi. Questa tipologia di reperto si può trovare sia in uso
primario sia in uso secondario, come, ad esempio, in contesti funerari dove fanno parte del corredo.
In alcuni casi avviene, addirittura, l’inumazione all'interno di enormi anfore africane, mentre
talvolta sono utilizzate come segnacolo andando a costituire un canale per la libazione (per questo
utilizzo veniva tagliato via il puntale). All'interno della pianura padana è abbastanza comune
trovarle utilizzate intere e rovesciate come vespai per drenare l'umidità offrendoci datazioni
postquem; inoltre, in questi casi, nonostante si tratti di contesti secondari, possiamo trarre importanti
informazioni anche sul commercio. In altre aree, come nelle Gallie per il commercio erano
abitualmente utilizzate botti di legno (ma in ogni caso per attraversare le Alpi i prodotti venivano
travasati in botti di legno), che sono molto leggere e conservano molto meglio il vino. Chiaramente
questa tipologia di contenitore si conserva in minore misura, ma talvolta viene riutilizzata per la
raccolta di acqua piovana.
Un caso esemplare è sicuramente il Monte Testaccio di Roma. Nella provincia di Baetica,
l'odierna Andalusia, si registra una grandissima produzione di olio (inoltre, sono numerose le
miniere di argento) e di garum che proviene soprattutto dalla zona di Cadice (le anfore da garum
sono caratterizzate da una bocca più larga e sono più alte). La tipologia di anfore maggiormente
diffuse è quella delle Dressel 20, che è tipica della provincia della Baetica e hanno una forma da
olearia. Raramente potevano essere riutilizzate in quanto la ceramica è molto porosa e, quindi, in
molti casi venivano distrutte. A Roma, ad esempio, vengono utilizzate per creare il Monte Testaccio,
che è largo 1500 m2 e alto 5 m. Il monte è stato realizzato in maniera molto precisa ed è molto
indicativo del monopolio commerciale della Baetica nel commercio dell'olio (80% di anfore
sono state identificate come D20 provenienti dalla Baetica). Il monopolio della Baetica dura per
tutto il II e il III sec. d.C. per poi passare all'Africa (da notare come durante il primo periodo siano
al potere imperatori spagnoli e nel secondo imperatori africani).
A Roma venivano eseguite distribuzioni gratuite di grano e di olio, che non aveva solo utilizzi
alimentari, ma era utilizzato anche per alimentare lampade o per creare unguenti. I bolli venivano
impressi sul contenitore prima della cottura, invece, i graffiti venivano incisi dopo la cottura. Sono
stati rinvenuti diversi tituli picti dipinti sulle Dressel 20: questi sono piuttosto dettagliati, ma sono di
difficile lettura dato che sono in corsivo (si tratta di controlli del fisco, indicazioni del peso,
indicazione dei consoli in carica). Dall'Africa proviene anche un commercio che possiamo definire
di tipo parassitario; un caso particolare di sigillata è la cosiddetta sigillata chiara (chiara rispetto alla
sigillata aretina): presso lo scavo della Cripta Balbi è stato rinvenuto vasellame da mensa e diversi
esemplari di sigillata (enormi piatti dal diametro di 50-60 cm, che sono legati a un uso alimentare
tipicamente africano: si utilizza il piatto unico da cui ogni commensale si può liberamente servire).
Le anfore africane sono di diverse tipologie; lo sviluppo africano continua fino al VII sec. d.C., in
seguito rimangono attive produzioni agricole e anche produzione di ceramiche con motivi africani.
La tipologia di Hayes aiuta a una definizione cronologica di queste tipologie di reperti. Spesso
compare l'immagine dei giochi al circo, che ritroviamo anche nei mosaici; altre tematiche presenti
sono: la tauromachia di Mitra, Iside, temi cristiani (l'utilizzo dei temi cristiani permette alla
produzione artigianale africana di sopravvivere; troviamo raffigurazioni di Abramo, Isacco, Daniele
e la fossa dei leoni) e venationes.

7 marzo 2017
In Aquitania troviamo diversi centri produttori di terra sigillata. Dobbiamo distinguere tra:
– produzioni subgalliche;
– produzioni centro-galliche;
– produzioni nord galliche.
La più celebre officina nella provincia dell'Aquitania è quella di La Graufesenque, dove sono
presenti condizioni ottimali per la produzione di vasellame:
– la presenza di argilla;
– la presenza di acqua;
– la presenza di legname.

La Graufesenque è un sito che si dedica completamente alla produzione di ceramica (un'altra zona
così favorevole è identificabile con la Pianura Padana) e sopravvive dal 10 a.C. fino al 256 d.C.; tra
il 20 e il 120 d.C. si registra il periodo di massima fioritura, che colpisce l'intera penisola italiana.
Sono stati identificati ben 40 tipi di terra sigillata, che sono state identificate sulle tavole di
Dragendorf. In riferimento alla terra sigillata liscia esistono ben 450 nomi di vasai. Le tipologie di
anfore maggiormente diffuse sono le D29 e le D37. Molto utilizzate sono le decorazioni sia a
matrice sia a tornio; i piedi e le anse vengono applicati solo in un secondo momento. Per ottenere
vernice nera il vaso viene inserito all'interno di un'atmosfera ossidante; invece, per ottenere vernice
rossa si utilizza un'atmosfera riducente. Spesso i vasi si incrinano e si rompono e perciò vengono
gettati in fosse, che sono state trovate presso La Graufesenque. La tipologia della Dragendorf 29 è
la più antica ed è caratterizzata da una parete modanata e può essere considerata una traduzione in
ceramica di un'opera metallica: le decorazioni a bocellature richiamano appunto questo materiale.
La Dragendorf 37 è la più facile da riprodurre per stare dietro alle richieste altissime del mercato.
Sono prodotti veri e propri servizi con brocche monoansate. Sono stati stati ritrovati anche matrici e
punzoni utilizzati per decorare le matrici (si può parlare di un vero e proprio commercio di matrici).
Le decorazioni diventano veri e propri modelli, come:
– scene di gladiatori (ormai l'anfiteatro è edificio caratterizzante del mondo romano);
– temi di vino (gioia di vivere).

A partire dal 1914 si inizia a prestare attenzione alla ceramica, di cui sono stati registrati ingenti
ritrovamenti anche presso Pompei.

Samian Ware → terra sigillata

Perché viene utilizzato il nome di terra sigillata? Nella farmacopea rinascimentale si utilizzavano
elementi di polveri in mattonelle rigide, che erano bollate garantendo nome e origine del prodotto.
Questa è l'origine del nome di terra sigillata in riferimento al vasellame (terra → ceramica). Proprio
a Pompei è stato rinvenuto un ripostiglio di terra sigillata con prodotti acquistati da un grossista
poco prima del 79 a.C.. Diverse firmalampen (lucerne con il marchio di fabbrica) provengono
dall'Italia settentrionale e molte, che sono state bollate sul fondo sono dette anche lucerne a canale.
Si può notare come la produzione di D37 abbia già sorpassato quella di D29 e come la sigillata
decorata di produzione gallica abbia soppiantato quella italica. Ci sono anche casi di terra sigillata
marmorizzata, che, come suggerisce il nome, tenta di imitare il marmo africano.
La presenza di bolli ha chiarito alcune questioni ed, talvolta, indicavano il luogo di produzione dei
vasi (sono presenti diciture come fecit/manu); ma, sfortunatamente, troppo spesso ci troviamo
davanti a testi pseudo-epigrafici ad opera di analfabeti. Infatti, a La Graufesenque erano quasi tutti
galli che non parlavano il latino e che lo scrivevano malamente. In questo sito era presente un
grande forno collettivo (la cottura era in assoluto il momento più delicato, infatti, si doveva prestare
estrema attenzione alla scelta del legno, alla quantità di legname utilizzato e su come regolare il
fuoco). Quindi, si è supposto che i bolli potessero essere utilizzati per distinguere i prodotti presenti
nel forno che appartenevano a diversi soggetti; ma solo la metà sono bollati e quindi si è supposto
che venissero impilati tra di loro i vasi di un medesimo proprietario e solo uno venisse bollato; i
vasi erano distanziati da distanziatori). Le opere decorate erano quelle meno bollate, forse perché
più facilmente riconoscibili. Quindi, possiamo distinguere diversi personaggi che lavoravano nel
campo della produzione di vasellame:
– i produttori di matrici e di punzoni;
– i produttori di vasi;
– chi segue la cottura dei vasi.

Sono stati ritrovati in questa sede alcuni documenti epigrafici estremamente importanti: 168 conti di
infornata databili alla seconda metà del I sec. d.C.; sul fondo di questi piatti dopo la cottura
venivano graffite alcune informazioni (si tratta di una scrittura corsiva di difficile lettura). Sono
riportati i nomi di ben 130 vasai, ma meno della metà di questi nomi trovano corrispondenza nei
bolli: è stato supposto che alcuni nomi graffiti fossero nomi gallici tradotti poi in latino sui bolli.
Sono indicati, inoltre, i numeri di vasi caricati ad ogni infornata (le infornate arrivano fino a 30000
vasi, di cui una quantità tra il 10/30% andava gettato nelle fosse perché si danneggiava. Inoltre, vi
era indicato il nome del responsabile definito flamen o cassidanos (termine gallico) e le
caratteristiche dell'infornata (furnus). Si producevano circa dieci infornate all'anno per circa 300000
vasi a volta; si produce in prevalenza tra marzo e ottobre in quanto è necessaria l'essicazione,
mentre durante l'inverno si procede all'approvvigionamento dei materiali necessari. Sono indicati
anche il conto dei giorni di lavoro di un certo personaggio affittato per fare determinati lavori (come
impilare legname o andare al mercato). All'interno di questi documenti mancano tria nomina,
nonostante gli evidenti tentativi di romanizzazione di nomi locali. In questo sito gallico,
curiosamente, abbiamo pochissimi schiavi.
Esistono una serie di vasi prodotti da Lucio Cosio, sui quali compare il nome di Decebalo
permettendoci, così, di datare il vaso; forse ci sono anche riferimenti alle grandi storie messe in
scena all'interno degli anfiteatri (parliamo di spettacoli che riprendono le fasi salienti della guerra).

14 marzo 2017
Mosaici africani
I mosaici delle terme private della villa di Sidi Ghrib sono interessanti in quanto non hanno
provenienza urbana, come la maggior dei mosaici africani. Il mosaico viene dalle terme di una villa
privata e raffigura una signora alla toilette accompagnata da una serva che le regge uno specchio e
una serva che le porge dei gioielli (si tratta di una scena tipica). Sono raffigurati: bracciali, orecchini
e altri oggetti che fanno parte del corredo, che vengono rappresentati in argento e per cui sono stati
trovati riscontri all'interno del tesoro dell'Esquilino (IV sec. d.C.). Evidente è il grande realismo dei
mosaici africani nella rappresentazione di oggetti ed edifici veri e propri.
Altro tema che si trova con una certa frequenza è quello degli allevamenti di cavalli da corsa,
come nel mosaico di Sorothus, in cui si possono osservare i cavalli che vengono siglati. Addirittura
nel mosaico della città di Sousse sono pure indicati i nomi dei cavalli, che evidentemente erano
famosi ed erano disposti ai lati di una palma, che li identifica come cavalli vittoriosi. In Algeria è
stata ritrovata un'epigrafe che ricorda saltus sorothensisne, dove troviamo cilindri con monete d'oro
che richiamano il concetto di vittoria e dove i cavalli sono accompagnati da un marchio
identificativo. Altre volte ai cavalli si accompagnano i marchi delle corporazioni che erano
responsabili dell'organizzazione delle gare.
Molto interessante è la Domus dei cavalli di Cartagine, che è caratterizzata da un magnifico
pavimento che alterna mosaici a opus sectile in marmi preziosi (questi ultimi erano molto più
pregiati e più costosi dei mosaici). Evidentemente il proprietario della villa era un grande
appassionato di cavalli e ha creato dei rebus la cui soluzione rivelava il nome del cavallo (si trattava
di un ottimo argomento di conversazione con gli ospiti).
Molto raffigurati sono anche gli aurighi dei circhi, che indossano una veste particolare e sono
sempre dotati di frusta; all'interno di questi mosaici si può avere un'idea della struttura generale di
questi circhi caratterizzati da: carceres, da cui partivano i cavalli, spina e obelischi, attorno ai quali
giravano i concorrenti. I vincitori vengono rappresentati con palma e corona; naturalmente vengono
indicati anche i nomi dei cavalli vincitori (la vittoria nelle corse al circo viene vista con un valore
simbolico come una vittoria sul malocchio).
Altro soggetto molto apprezzato sono i giochi negli anfiteatri e le grandi venationes, che spesso
erano finanziate dai domini; talvolta venivano rappresentati episodi per precisi e identificabili da
chiunque li osservasse. In alcuni casi si tratta di cacce vere e proprie, ma in altre si è pensato a lotte
mimate dato che, talvolta viene inserito il nome di animali selvatici, che probabilmente venivano
addestrati (come nel caso di un orso). Nel mosaico da Thelepte (III sec. d.C.) viene presentato,
probabilmente, un episodio ben preciso, mentre il pubblico sugli spalti è rappresentato in maniera
più schematica ed anonima. Assente è la prospettiva sostituita da una visuale a volo d'uccello; da
notare sono le lastre in marmo rese molto bene dal mosaico. Altra nota di grande realismo è
l'immagine di un servo che sta accorrendo con un panno in aiuto del gladiatore in seria difficoltà, in
quanto ha trafitto la fiera, che però lo ha addentato: quindi, si tratta della fotografia di un momento
ben preciso di giochi probabilmente organizzati dal proprietario dell'abitazione e che costituivano
per lui motivo di particolare vanto. Nel mosaico da Smirat sono indicati i nomi degli animali
selvatici e alcuni gladiatori sono intenti a combattere sui trampoli, cosa che ci ha suggerito che si
potrebbe trattare di veri e propri spettacoli organizzati nei minimi dettagli. Al centro di questo
mosaico vi è un'epigrafe, in un latino pessimo, in cui si dice che i giochi furono organizzati da
Magerios; inoltre, si dice che il gladiatore che avesse ucciso la belva che stava affrontando avrebbe
ricevuto un compenso più alto degli altri e, in effetti, con grande realismo accanto all'iscrizione è
raffigurato un servo con un vassoio carico di soldi.
Nel mosaico di Thurbo Maius vediamo l'associazione di tondi e figure stondate con la parte
anteriore di bestie feroci e ghirlande; in questo caso non si tratta di una scena precisa, ma di un
catalogo di bestie feroci ed esotiche, che è un tema molto diffuso (il mosaico occupa tutta la
stanza).
Nel mosaico da Cartagine possiamo osservare la struttura di un circo con una prospettiva a volo
d'uccello e vediamo: le arcate esterne raffigurate frontalmente, un tempietto, i carceres, la spina.
All'interno dei circhi le spine erano decorate con obelischi e presentavano una struttura per
segnalare a che giro erano i concorrenti. All'interno del mosaico vediamo, straordinariamente, anche
la raffigurazione dei velari, che venivano distesi sulle gradinate per il sole. Questa tradizione dei
mosaici in Tunisia non termina e si trasmette ai mosaici cristiani (all'interno dei battisteri sono
riutilizzati temi pagani).

Egitto
Come abbiamo già avuto modo di vedere ci troviamo davanti a una provincia anomala, che non va
considerata né parte dell'impero romano d'occidente né dell'impero romano d'oriente. La provincia
era proprietà dell'imperatore ed era l'unica provincia con un amministratore di rango equestre (in
teoria era anche vietato l'ingresso ai senatori). Il regno tolemaico è nato dallo smembramento
dell'impero macedone, ma non bisogna dimenticare che Alessandria d'Egitto, una delle più
importanti città del Mediterraneo, è una fondazione di Alessandro e di tradizione greca. Si tratta di
una città in cui si incontrano culture fortemente diverse, come quella greca e quella egizia; inoltre,
bisogna ricordare che l'Egitto romano è quello meno studiato in assoluto. Dall'Egitto proviene il già
citato ritratto di Augusto da Meroe (Sudan) in bronzo e pasta vitrea. L'Egitto non è solo uno dei
grandi granai dell'impero romano (insieme alla Sicilia e al nord Africa), ma è anche un grande
fornitore di pietre, tra cui: il granito rosa di Assuan estratto sul confine meridionale del paese e la
sienite. Il granito rosa di Assuan era utilizzato tradizionalmente per realizzare obelischi; inoltre,
interessante è come Assuan sia uno dei rari luoghi dove sia possibile visitare delle cave, nelle quali
troviamo anche un obelisco abbandonato perché crepato (gli obelischi venivano sbozzati sul posto
per non dover trasportare peso inutile). Come sappiamo esistono obelischi sparsi in numerose città
che facevano parte dell’impero romano: alcuni di questi sono stati esportati dall'Egitto, ma altri
sono stati realizzato in loco in età imperiale. Il granito rosa è ampiamente utilizzato anche per la
produzione della statuaria: di questa tipologia di reperti sono stati fatti interessanti ritrovamenti nel
corso di scavi subacquei in prossimità della costa di Alessandria d'Egitto in tempi molto recenti.
Sono state recuperate statue di tolomei raffigurati ancora come faraoni, ma con dettagli molto
naturalistici come capelli che ci permettono di capire che non si tratta di opere dell'Antico Egitto
(statua di Tolomeo e della consorte); inoltre, sono venuti alla luce busti, sfingi, altre sculture in stile
faraonico e un unicum: un ritratto di Alessandro Magno in granito, che è un esempio di statuaria
greca (I sec. d.C.). L'opera in questione doveva prevedere incrostazioni di altri materiali. Sempre in
granito rosa sono i fusti monolitici delle colonne laterali del Pantheon e anche all'interno del foro
severiano di Leptis Magna all'interno della basilica.
Dal deserto orientale (da Mons Claudianum) proviene un altro marmo molto pregiato, il Marmor
claudianum, detto anche Granito del foro, perché è il granito utilizzato all'interno della Basilica
Ulpia del Foro di Traiano; inoltre, è stato utilizzato per realizzare i fusti monolitici delle colonne del
Pantheon. In questo materiale è stata realizzata anche la fontana di Piazza del Quirinale, che ha un
diametro di 6 m e che è costituita da un blocco unico partito dall'Egitto e rifinita con materiali di
spogliazioni (tante fontane di Roma sono state recuperate dalle terme).
La basanite o basalto è una pietra utilizzata quasi esclusivamente dagli imperatori romani e che una
volta pulita sembra quasi metallo. Viene utilizzata per molti ritratti imperiali, come per il cosiddetto
“Cesare verde”, uno dei rari ritratti di Cesare, per il ritratto di Adriano, per la statua di Agrippina
Minore (madre di Nerone; i Musei Capitolini avevano solamente il corpo dell'opera, mentre la testa
di trovava nel Museo di Copenaghen. L'opera venne dedicata all'interno del Tempio del Divo
Claudio), che richiama una tipologia tipica delle donne della famiglia reale.
Un pezzo straordinario è sicuramente la statua di cane in serpentina moschinata (il nome deriva
dal fatto che il fondo verdastro sembra coperto da mosche) proveniente dagli Horti di Mecenate;
l'opera, datata al II sec. a.C., potrebbe essere un pezzo di antiquariato proveniente da Alessandria.
La statua ha un forte carattere veristico rendendo molto bene il pelo screziato di alcune razze di
levrieri, che abbiamo già visto raffigurati in mosaici africani.
Il porfido rosso, detto anche lapis porphyrites (cioè la pietra del porfido rosso) è estratta dal Mons
Porphyrites e verrà molto usata in epoca claudia. Il porfido rosso viene utilizzato nel celebre rilievo
di Piazza San Marco di Venezia (il rosso, in effetti, è il colore del potere). Inoltre, secondo le
testimonianze gli imperatori romani nascevano e vivevano nel porfido: la sala in cui venivano messi
alla luce era fatta interamente in porfido e venivano anche sepolti in sarcofagi in questo materiale. Il
porfido viene utilizzato anche per realizzare sezioni circolari sul pavimento del Pantheon.
Altra pietra molto utilizzata è l'opus sectile, cioè il giallo antico che viene utilizzato anche per il
sarcofago di Sant'Elena e viene utilizzato anche in ambito privato come nella Gallia Narbonense.
L'ultimo che è riuscito a recuperarne una quantità consistente è stato Federico II per realizzare la
sua tomba.
Altro materiale molto utilizzato è l'alabastro egiziano, che è più semplice da lavorare del porfido.
Gli alabastra sono esemplari in pietra vitrea o in ceramica; molti di questi provengono dall'Egitto
(anche in questo caso ha una maggiore importanza il contenuto rispetto al contenitore).

15 marzo 2017
La tomba di Alessandro Magno ad Alessandria è caratterizzata da una camera sotto un tumulo ed è
realizzata interamente in alabastro cotonino con pareti di grande spessore (per lo spessore di queste
pareti la tomba è un unicum nel suo genere). Il corpo di Alessandro sembra che sia stato portato in
Egitto da Tolomeo, ma non sappiamo esattamente dove sia localizzato il cenotafio vero e proprio.
Alessandria d’Egitto
In tutto l'Egitto in generale, ma soprattutto qui ad Alessandria abbiamo il perdurare della tradizione
egiziana alla quale si sovrappone la cultura greca (bisogna ricordare che Alessandria è una
fondazione greca ed è capitale della provincia d'Egitto). Quindi, nel valutare i prodotti del periodo si
deve valutare l'apporto di culture molto diverse tra di loro: questo si vede anche nei ritratti di
Cleopatra VII al cui interno sono distinguibili due filoni, quello dei ritratti egiziani in basalto nero
(in stile egizio; si può notare l'effigie di Cleopatra VII con indosso una sottilissima veste e con un
copricapo con triplice ureo, con una doppia cornucopia e con un ankh) e quello dei ritratti in marmo
pario, che in età ellenistica veniva utilizzato per le parti nude (quindi sembra che la testa facesse
parte di un corpo andato perduto). Questa seconda statua presenta una pettinatura è detta a melone
ed è raccolta da un diadema o da una fascia dando un'impressione di grande realismo assieme ai
grandi occhi, al labbro inferiore più prominente e al naso con la punta in giù (queste sono le
caratteristiche che venivano attribuite a Cleopatra dalle fonti letterarie).
Anche nell'architettura si può notare il medesimo fenomeno: il tempio di File di età faraonica viene
ampliato a più riprese e sorge su una piccola isoletta dedicata ad Iside (il culto di Iside ebbe grande
successo anche nel mondo romano). Il tempio non sorge più nella sua posizione originaria, ma in un
ambiente ricreato per evitare che venisse continuamente sommerso dalle piene del Nilo
(interessante è notare come Iside fosse strettamente connessa al culto dell'acqua). Infatti, il lago
Nasser avrebbe determinato la scomparsa di grandi templi, tra cui anche quello di Abu Simbel: lo
spostamento del Tempio di File venne condotto da un gruppo di italiani dal 1972 al 1980 vicino ad
Assuan (i pezzi vennero smontati, numerati e rimontati). Il tempio continuò ad essere utilizzato
anche in epoca romana: gli imperatori romani venivano rappresentati secondo la tradizione egiziana
(anche all'interno dei cartigli sono indicati in geroglifici i nomi dei faraoni; il termine faraone viene
utilizzato solo dal II al III sec. d.C.). Il chiosco di Traiano era il luogo in cui veniva ricoverata la
barca sacra di Iside ed è privo di elementi che richiamino il mondo occidentale.
Per Alessandria d'Egitto è necessario fare un discorso un po' particolare: la città viene fondata nel
332-331 a.C. da Alessandro Magno con uno schema ippodameo; sfortunatamente rimane poco
dell'insediamento antico a causa della sovrapposizione della città moderna: è venuta alla luce
solamente qualche area archeologica di scarso interesse, ma assolutamente nulla del palazzo
ellenistico e del complesso culturale tanto celebre dalle fonti. Sono state rinvenute tracce di due
porti per poter approdare in città in tutte le stagioni senza problemi di alcuna sorta; inoltre, si è
registrata la presenza del celebre faro di Alessandria di cui non resta assolutamente nulla. Molte
zone della città non sono mai state scavate e quindi in caso di scavi per lavori urbani sono stati fatti
ottimi ritrovamenti: vicino alla linea di costa sono stati ritrovati i blocchi del faro e molte statue sul
fondale marino sempre in prossimità del faro, che era talmente celebre da essere raffigurato anche
sulla Basilica di San Marco. Non tutti sanno che era l'isoletta ad ospitare il faro a chiamarsi Pharos
e proprio da questa trasse il nome di “faro”.
La coppa diatreta da Begram (conservata nel Museo di Kabul) è un autentico capolavoro della
categoria; si tratta di una coppa in vetro dalla decorazione molto particolare: è raffigurato il faro con
una statua con torcia e tritoni e con barche, che stanno convogliando verso il porto. Un reperto
simile è la Coppa Tribulzio conservata al Museo Archeologico di Milano. Si tratta di coppe molto
particolari ottenute tramite soffiatura o colatura e dotate di pareti molto spesse, che vengono
intagliate in modo che le figure si stacchino dal fondo della parete creando una forte ombreggiatura.
Le decorazioni scelte sono a giorno o con scene figurate; lo stesso vale per la cosiddetta coppa di
Licurgo (conservata al British Museum), che presenta la scena di Licurgo che tenta di insediare o
una menade o la ninfa Ambrosia, che chiede l'intervento di Dioniso, che blocca l'uomo con tralci di
vite. In altri casi viene scelta una decorazione a traforo accompagnata da iscrizioni beneauguranti.
Si tratta di opere delicatissime in vetro e che sono dotate di una montatura che, però, non è antica.
Si discute ancora sulla provenienza della coppa di Licurgo, che potrebbe essere sia alessandrina sia
antiochena (la tecnica della soffiatura del vetro nasce nella zona siro-palestinese nel I sec. a.C.;
inoltre, attraverso analisi particolari si è individuato all'interno del vetro presenza di oro, argento e
manganese che danno alla coppa un colore verde opaco, che diventa rosso in caso di esposizione
diretta a fonti di luce (questo ha fatto ipotizzare che queste coppe potessero servire anche da
lucerne, mentre, in altri casi potevano essere semplici oggetti da arredo). Il tema di Licurgo è molto
frequente sia nei mosaici sia nelle pitture dei triclinia.
La statua di Hor, figlio di Hor, sacerdote di Thor è il risultato di una mescolanza tra stile egizio e
stile greco rendendo molto ardua una datazione relativa, ma comunque la si colloca tra la seconda
metà del I sec. a.C. e il I sec. d.C. (lo stile non è per nulla utile in questo caso):
– l'utilizzo di basalto nero richiama lo stile egiziano;
– la presenza del pilastrino con iscrizione in geroglifici richiama lo stile egiziano;
– il tipo di impostazione richiama lo stile egiziano;
– l'utilizzo del ritratto con realistici tratti fisiognomici richiama il mondo greco-romano;
– il braccio spostato richiama lo stile greco-romano;
– la tunica e il mantello drappeggiato all'occidentale richiamano lo stile greco-romano.
Quindi, l’opera è caratteristica dell'Egitto romano.
Un'altra tipologia tipica dell'Egitto romano sono i ritratti del Fayum, che è una grande oasi vicino a
Il Cairo (il luogo è stato sede di un insediamento macedone determinando molte influenze in campo
artistico). La maggior parte dei ritratti di questo tipo viene da questa oasi; la loro datazione avviene
per mezzo delle acconciature realizzate che riprendono le pettinature delle imperatrici romane, ma
non abbiamo mai dati di contesto utili a questo fine che ci possano fornire ulteriori conferme.
Essendo facilmente trasportabili oggi queste opere si trovano nei musei di tutto il mondo e molte
sono state trafugate e trasportate illegalmente all'estero. Si tratta di ritratti di privati benestanti che si
potevano permettere la pratica della mummificazione oltre alla realizzazione di un ritratto su legni
pregiato come il cedro: i ritratti venivano dipinti su queste tavolette e poi inseriti sulle mummie
(talvolta è dipinto solo il viso, mentre altre è dipinto l'intero sudario). La conservazione di questi
straordinari documenti è stata possibile grazie al clima del deserto e talvolta si sono conservati
addirittura epigrafi con il nome e il patronimico del defunto. Abbiamo molti ritratti di bambini a
conferma dell'alta mortalità infantile. Attraverso l'utilizzo di tac si è riscontrato che, in alcuni casi,
l'età dei ritratti corrisponde all'età del defunto al momento del sopraggiungere della morte
(soprattutto per quanto riguarda i bambini); invece, nella maggior parte dei casi il defunto è
rappresentato con molti anni in meno. Si è ipotizzato che i ritratti prima di essere montati sulla
mummia venissero esposti all'interno delle abitazioni. Per realizzare queste opere veniva utilizzata
la tecnica dell'encausto, nella quale i pigmenti venivano mischiati alla cera d'api (in qualche caso
erano realizzati anche a tempera).
In Egitto, raramente troviamo esempi di ritrattistica pubblica, come il tondo con ritratto di Settimio
Severo, Giulia Domna, Caracalla e Geta (che è stato cancellato in seguito alla damnatio memoriae)
che era destinato a un edificio pubblico. Un'alta percentuale dei ritratti di bambini prende a modello
la ritrattistica imperiale della dinastia giulio-claudia.
Mancando dati di contesto per operare la datazione di questi reperti si fa riferimento a elementi
come le acconciature e i gioielli; talvolta si è arrivato anche a copiare la fisionomia dei membri
della famiglia imperiale (diffusione capillare della ritrattistica imperiale in tutto l’impero). I
ritratti, se realizzati da artigiani competenti, risultano molto fedeli alla fisionomia del defunto. La
mummia di Artemidoro (conservata al British Museum) è un ritratto a encausto realizzato su legno
di cedro con l'aggiunta di lamine dorate e con iscrizioni che riportano il nome del defunto in
geroglifici. La tradizione dei ritratti dei defunti è di chiara derivazione greca: infatti, durante i
funerali in Grecia venivano portati ritratti di defunti in processione Da Er- Rubayat presso l'oasi del
Fayum provengono due ritratti di età antonina, che solo di recente sono stati riuniti (marito e
moglie/ fratello e sorella). Da notare è la perfetta resa dello sfumato dell'incarnato e la preziosità
della veste; inoltre, i gioielli della figura femminile sono rivestiti in lamina dorata per accentuare la
loro preziosità. Dopo una serie di ipotesi si è deciso di datare la coppia al 160-170 d.C., cioè al
regno di Marco Aurelio e Lucio Vero; l'operazione è stata più complicata per la donna dato che non
si vede bene lo chignon (ogni membro femminile della famiglia reale aveva uno chignon realizzato
in maniera diversa).
I ritratti di due soldati sono stati datati al 110-130 d.C., in un'epoca posteriore ad Adriano proprio
per la barba che diventa una vera e propria moda lanciata dall'imperatore. Rari sono i ritratti di
soldati, che in questo caso sono identificabili per il balteo a cui si lega la spada.
Naturalmente esistevano ritratti di qualità artistica differente, come nel caso della coppia da Er-
Rubayat (Fayum): si tratta di ritratti a tempera su sicomoro (legno molto meno pregiato del cedro),
in cui manca totalmente lo sfumato dell'incarnato e mancano i gioielli nella figura femminile (i due
ritratti si trovano in musei differenti). Si tratta di privati benestanti, che si potevano permettere la
mummificazione, ma sicuramente meno ricchi della coppia di età antonina (da notare che sono
ritratti con occhi molto grandi).
Da Er- Rubayat proviene anche il ritratto di una donna a encausto su legno di quercia, che presenta
tipologie di gioielli che ritroveremo nei ritratti del Fayum (quella del gioiello è una categoria
piuttosto conservativa). Il ritratto viene datato all'età severiana e sono possibili interessanti confronti
con i gioielli di Pompei, città in cui ne sono stati ritrovati parecchi (lo stesso vale per Ercolano). A
differenza dei ritratti di Palmira qui abbiamo il colore, che ci permette di identificare le pietre e i
materiali rappresentati. Molto diffuse erano le collane con il gorgoneion, che aveva valore
apotropaico.
Da Hawara proviene un ritratto di donna a encausto su cedro, in cui è reso molto bene lo sfumato
del viso e in cui è evidente una grande cura nella resa dell'albero; gli orecchini sono cerchi d'oro con
smeraldi. Nei ritratti venivano riprodotti gioielli veri e propri, come la bellissima collana in oro,
ametiste e smeraldi del British Museum di Londra, che troviamo raffigurata anche in diversi ritratti.
In altri casi la resa della veste è molto meno accurata rispetto al viso facendo ipotizzare l'intervento
di due artisti: uno più esperto che si sarebbe dedicato al ritratto e un garzone che si sarebbe dedicato
alla veste. In molti ritratti si possono notare spilloni d'oro, che in effetti vengono ritrovati
abbondantemente negli scavi (solitamente sono in avorio e in osso; nei ritratti si trova ad esempio
nel ritratto di donna a encausto su legno di cedro da HawIara).
Nel ritratto da Hawara (Fayum), datato al II-III sec. d.C., possiamo notare orecchini a barra con
pendenti in perle (Plinio critica apertamente questi orecchini tintinnanti nei suoi scritti).
Da El-Hibeh, che non si trova nell'oasi del Fayum (ma parliamo comunque di ritratti del Fayum)
proviene il ritratto di Isidora. L'unula ha un forte valore apotropaico ed è molto diffuso nella
ritrattistica e nei gioielli (ha una forma a mezza luna).

20 marzo 2017
La Siria fa parte delle province orientali dell'impero romano e ad est è chiusa dall'Eufrate, che per
quasi tutta l'età imperiale costituisce zona di confine. Il passato greco della regione si limita al
periodo ellenistico; infatti, prima dell'occupazione romana la Siria era una provincia periferica
dell'impero persiano (si trattava della provincia più occidentale). Alessandro Magno la conquista nel
333 a.C. in seguito alla battaglia di Isso e alla sua morte il governo della Siria passa a Seleuco I (si
parla di regno Seleucide a partire dal 1 ottobre 312 a.C., data che diventa punto di riferimento per il
conteggio degli anni nella provincia siriana). Verso la metà del III sec. a.C. il controllo della parte
orientale del regno viene perso a favore dei Parti; durante il regno seleucide continua il tentativo di
fusione della cultura greca con quella locale (tentativo che era già stato fatto in precedenza, come
dimostra la grande cerimonia di matrimoni di Alessandro Magno e dei suoi soldati con donne
locali). Seleuco può essere considerato un grande fondatore di città: ne fonda addirittura 70 a cui dà
nomi dinastici (la capitale Antiochia, dal nome del padre, Apamea dal nome iranico della moglie,
ecc). Bisogna ricordare che Antiochia, oggi, non si trova in Iran, ma fa parte della Turchia. In Siria
ha luogo una forte ellenizzazione, di cui vediamo riflesso sia nell'uso della lingua greca, sia
nell'abbigliamento utilizzato (grande utilizzo di chitone e himation, invece, è poco apprezzata la
toga), nell'alimentazione (grande diffusione di utilizzo di ulivo, vino, ecc), nella religione (divinità
locali che vengono interpretate in chiave greca). Nonostante ciò le tradizioni locali rimangono
molto vive sia in campo religioso sia in campo linguistico (l'aramaico continua ad essere utilizzato).
Per il controllo della zona costiera gli scontri sono numerosi e a partire dal 250 a.C. si affacciano
sulla zona anche i romani, che perderanno territori al momento dell'ascesa della dinastia partica
degli Arsacidi. Nonostante il dominio romano ci sono città e grandi santuari che riescono a
mantenere un certo grado di autonomia (parliamo di veri e propri principi-sacerdoti), tra questi
ricordiamo Homs (la presenza di queste sacche di autonomia determinano situazioni di debolezza
interna ed esterna). I Romani si approfittano di questa situazione nel momento in cui si trovano a
scontrarsi con i pirati andando a costituire la provincia di Siria nel 64-63 a.C., che continuerà ad
avere come capitale Antiochia; nonostante cioè continuano a sussistere santuari semi-indipendenti,
tra cui anche Palmira.
La Siria è caratterizzata da statuti non uniformi tra di loro e dalla presenza a nord della tetrapoli
fondata da Seleuco I Nicator e a sud della decapoli. Uno degli episodi più gravi ricordati dalla storia
è senza dubbio la disfatta di Carre, durante la campagna di Crasso contro i Parti che termina con la
morte del generale romano e con la perdita delle insegne (il recupero di queste insegne è molto
ricordato dalla propaganda augustea). La Siria è una provincia imperiale, il cui governatore ha il
controllo di parecchie legioni (talvolta si dice che il comandante delle legioni siriane sia il numero
due dopo l'imperatore.
Diversamente da quanto accade in diverse province, in Siria non ci sono molte colonie di
fondazione romana, possiamo ricordare Berytus o Apamea, in quanto in questa zona l'intervento
romano non è strettamente legato al fenomeno di urbanizzazione. La Siria ha un importante ruolo di
intermediario tra Oriente e Occidente in campo commerciale (si tratta di una via commerciale
sicurissima, che determina l'importanza di Palmira nel II-III sec. d.C.). La zona ricopre una certa
importanza anche per quanto riguarda l'agricoltura; inoltre centri santuariali come Heliopolis e
Hierapolis (Membig) mantengono una certa importanza militare (sono presenti santuari dedicati alla
dea Siria). Nel 73 d.C. la Siria è annessa al regno d'Armenia da Commagene assumendo il ruolo di
stato cuscinetto. Le province oltre l'Eufrate sono state create in età traianea, durante la quale si
registra il momento di maggiore espansione per l'impero romano.
Nel 106 d.C. viene costituita la provincia d'Arabia con capitale Bosra e alla quale vengono annesse
alcune città della Siria. Nel 115 d.C. la Siria è colpita da un tremendo terremoto, durante il quale
l'imperatore Traiano rimane sepolto sotto il suo palazzo ad Antiochia, che, una volta ricostruita,
diventa una sorta di modello per tutte le città orientali. Nel 162 d.C. i Parti riescono ad arrivare fino
ad Antiochia e in seguito alla campagna di Lucio Vero vengono creati dei protettorati militari oltre il
fiume Eufrate. A testimonianza della potenza della Siria l'imperatore Settimio Severo si troverà ad
affrontare le legioni controllate dal governatore siriano. Settimio Severo favorisce alcune città
rispetto ad altre e divide la Siria in due regioni distinte
– a nord la Siria Minor con capitale Aulicea;
– a sud Siria Phoenicia con capitale Beirut.

Al momento della ridefinizione dei confini il centro di Kanatha entra a far parte della provincia di
Arabia; nel 220 d.C. nasce Filippo l'Arabo, a cui si deve la fondazione di Philippopolis). Nel ritratto
di Settimio Severo con Giulia Domna, Caracalle e Geta è rappresentata la cosiddetta Divina Domus.
In riferimento a Giulia Domna per la prima volta possiamo parlare effettivamente di imperatrice; si
tratta della seconda moglie di Settimio Severo e faceva parte della famiglia di sacerdoti di Hobbs.
Iulia Domna solitamente è raffigurata con uno chignon a tartaruga e una grande parrucca (talvolta
sono usati marmi diversi) andando a influenzare la ritrattistica privata. All'interno della dinastia
severiana, in riferimento alla quale si può parlare anche di dinastia siriana, diverse donne fanno da
reggenti per i figli ancora piccoli (Elagabalo e Alessandro Severo sono ragazzini al momento della
morte dei padri). All'interno della dinastia alcuni personaggi importanti sono: Giulia Mesa (sorella
di Giulia Domna), Giulia Menea, Giulia Soemiade. Elagabalo, che era un personaggio piuttosto
curioso, organizza il trasferimento della pietra-dio da Emesa a Roma. Il III sec. d.C. è un periodo di
crisi su tutto il fronte orientale: nel 227 d.C. ai Parti si sostituiscono i Sasanidi, che regnano fino al
VII sec. d.C., cioè fino alla conquista musulmana.
A Naqsh-i Rustam sono state localizzate diverse tombe di membri della famiglia degli Achemenidi.
Il re Shapur I (o Sapore I) è re dei Sasanidi e governa dal 240 al 270 d.C. conducendo una politica
piuttosto aggressiva contro la Siria invadendola almeno fino ad Antiochia (come avevano già fatto
anche i Parti), che era in prossimità di Persepoli, un sito di grandissima importanza. Presso
Persepoli, nel 1936, è stata ritrovata un'epigrafe durante lo scavo di un edificio a torre: l'epigrafe, in
medio persiano, greco e partico è stata battezzata Res Gestis Saporis (l'edificio forse aveva carattere
religioso). L'epigrafe ci fornisce informazioni che non troviamo nella produzione latina: a Mesipe si
sarebbe svolta una battaglia nella quale Gordiano III sarebbe rimasto ucciso e l'esercito romano
completamente sbaragliato (in altre fonti la sua morte veniva attribuita a un complotto). A Gordiano
III succede Filippo l'Arabo, che governa dal 244 al 249 d.C. e riesce a ottenere una pace con i
Sasanidi, che le fonti definiscono vergognosa (sembra che sia stato pagato un tributo ai Persiani);
inoltre, Filippo l'Arabo celebra il millennio di Roma il 21 aprile del 248 d.C. lasciando in Oriente il
fratello Prisco come rector orientis (manca poco al sopraggiungere della tetrarchia). Oltre al
problema dei nemici esterni sono molti anche i tentativi di usurpazione nel corso di tutto il III sec.
d.C. (abbiamo molti siriani che si autoproclamano imperatori). Il rilievo di Bishapur può essere
considerata una sintesi di tutta la storia del periodo (da notare è l'impostazione opposta rispetto al
rilievo storico romano) che va da Gordiano III a Valeriano. L'imperatore Gallieno governa in
Occidente, mentre Valeriano in Oriente (metà del III sec. d.C.). Nel 253 d.C. abbiamo un altro
usurpatore, Uranio Antonino, che avendo inflitto una sconfitta a Shapur I si autoproclama
imperatore.

21 marzo 2017
Il rilievo di Naqsh-i Rustam è databile a un periodo drammatico, in cui l'impero si può dire diviso in
tre parti: Valeriano è stato catturato da Shapur I e nel 256 d.C. cade la fortezza di Dura Europos,
nome della città macedone che aveva dato i natali a Seleuco I (fino al 160 d.C. la città era stata sotto
il controllo dei Parti per poi passare sotto controllo dei Romani). La città di Dura Europos da un
lato è protetta dalla linea di mura e da altri due lati è protetta da due Wadi (dal quarto lato è protetta
dall'Eufrate). Sono stati condotti scavi vicino al perimetro portando alla luce edifici religiosi che
essendosi riempiti di terra si sono essenzialmente conservati, parliamo di:
– il tempio di Bel;
– il Mitreo (che è stato asportato e portato a Yale);
– una casa trasformata in chiesa cristiana;
– una sinagoga;
– il tempio di Zeus Kyrios.

Curiosamente la sinagoga è completamente affrescata, ma le raffigurazioni solitamente sono vietate


dalla religione ebraica. Le immagini sono conservate a Damasco; le scarse scoperte sono state tutte
fortuite (si voleva scavare una trincea) e il sito è stato completamente distrutto a causa degli scavi
clandestini (lo stesso è accaduto ad Apamea). È in questa situazione drammatica che entra in scena
Palmira: l'imperatore Gallieno affida a Odenato di Palmira il governo dell'intero Oriente (abbiamo
molte informazioni riguardo a Palmira grazie alla ricchezza di epigrafi). A Odenato viene anche
consegnato il titolo di senatore romano facendo parte di una famiglia che aveva ottenuto la
cittadinanza da Settimio Severo; inoltre, gli viene attribuito anche il titolo di dux, cioè un potere
militare per garantirgli anche il controllo sulle legioni rimanenti. Odenato è anche corrector totius
orientis, come ci suggeriscono alcune iscrizioni in aramaico; Odenato riceve tutti questi onori
proprio per avere sconfitto ripetutamente Shapur I, ma nel 267-268 d.C. viene ucciso assieme al
figlio Erodiano. Le fonti antiche propongono tra le diverse spiegazioni che il mandante
dell'omicidio fosse Gallieno preoccupato per il crescente potere di Odenato; secondo altri ancora la
colpevole sarebbe stata la moglie Zenobia per far assumere il potere al figlio Attenodoro (cioè
“dono di Allath”, cioè Atena), che assume i medesimi titoli del padre. Un monumento di
straordinaria importanza è la via colonnata di Palmira, dove si può notare un'epigrafe dedicata a
Zenobia e un'altra al marito su delle mensole sporgenti che sicuramente reggevano statue onorarie.
Il nome di Septimia Zenobia è presente sia in greco sia in palmireno (un dialetto aramaico tipico
della città di Palmira) ed è accompagnato da una serie di titoli onorari (la donna faceva parte del
Clan di Zabbai). La dedica venne fatta da due generali nel 582 a.C. secondo la datazione seleucide.
L'epigrafe di Odenato fu certamente postuma fatta da Zenobia per consolidare la propria posizione.
Zenobia, all'interno delle fonti latine, veniva considerata una sorta di usurpatrice, che voleva
conquistare Roma. Questa situazione si può leggere molto bene dalle monete romane: Vaballato
(detto anche Atheonodoro) è rappresentato parecchio sulle monete, invece, sono pochissime quelle
di Zenobia (si registra una forte presa di controllo delle zecche imperiali di Alessandria e di
Antiochia). Le monete con un doppio ritratto sono estremamente rare: a Roma abbiamo l'imperatore
Aureliano sul diritto con un'immagine canonica del III sec. d.C. e sul rovescio abbiamo Vaballato,
che non ha una pettinatura occidentale (riccioli chiocciformi ai lati della testa). Nel 271 d.C.
Zenobia si autonomina sebastès e nomina il figlio sebastòs e Augusto; inoltre, Vaballato viene
raffigurato con la corona radiata non permettendo più la distinzione con un imperatore occidentale e
con uno chignon basso con treccia. Athenodoro viene raffigurato con la tipologia dei “giovinetti”,
come ci suggeriscono anche le fonti letterarie. La vicenda di Zenobia si colloca tra il 267 e il 262
d.C.; all'interno dell'Historia Augustae viene presentata la storia di Zenobia, che è raffigurata
secondo il modello delle donne della dinastia severiana. Nel 262 d.C. Aureliano interviene in
Oriente causando la fuga di Zenobia e la conquista definitiva di Palmira. Non sappiamo esattamente
quale fine avesse fatto Zenobia; secondo alcuni sarebbe stata data in sposa a un uomo romano, che
viveva in una villa vicino alla villa di Tivoli di Adriano. Ma nel 262 d.C. Palmira non venne
distrutta, ma subì comunque un grave colpo tanto che si pensa che vi venne insediata una legione
soprattutto relativamente a un singolo quartiere, che continua a vivere in età ellenistica. Aureliano
riceve il titolo di restator orbi.

Antiochia sull’Oronte
Antiochia sull'Oronte (epì dafne) era un luogo di soggiorno piuttosto famoso all'epoca per le
numerose sorgenti d'acqua presenti. La città venne fondata nel 300 a.C. da Seleuco I in onore del
padre Antioco (quindi, si tratta di una fondazione ellenistica). L'Oronte scorre in maniera
particolare, da sud a nord (si tratta di un fiume ribelle). Di questa città stretta tra il monte Silvio non
sappiamo quasi nulla: un tempo era presente un isolotto sull’Oronte con un palazzo ellenistico. La
città è attraversata da una via colonnata, che va da Aleppo a Dafne (inoltre, ci sono anche altre vie
colonnate minori rivolte verso l'Oronte. Antiochia è particolarmente celebre per la sua
personificazione della città: abbiamo una copia della Tyche di Antiochia sul Monte Silvio e con un
piede sull'Oronte (l'opera, in origine in bronzo, è di Eutychides di Sicione, un allievo di Lisippo).
Inoltre, la figura viene dotata di una corona turrita per identificarla come città. All'interno del
Tesoro dell'Esquilino, datato alla seconda metà del IV sec. d.C. e contenuto all'interno di una cassa
argentea, troviamo alcune statuette in argento: al suo interno se ne possono notare alcune in argento
con decori, che probabilmente erano poste gli angoli di un portantino. Sicuramente il tesoro
apparteneva a una famiglia di alto livello sociale e comprendeva le statuette delle principali città
dell'impero: Roma (che è rappresentata armata), Antiochia, Costantinopoli (che è rappresentata con
una cornucopia), Alessandria (che è rappresentata con un piede sulla prua di una nave). La figura di
Antiochia è l'unica che non ha destato alcuna discussione in quanto facilmente riconoscibile.
All'interno della città i francesi hanno condotto vari; esistono molte fonti che ci parlano di
Antiochia, una vera città modello i cui scavi vennero abbandonati e spostati a Dafne (si trattava di
una vera e propria caccia al mosaico). La via colonnata è un elemento fondamentale del
paesaggio orientale e si tratta di una tipologia architettonica nata proprio ad Antiochia nel 20
a.C. ad opera di Erode il Grande, re giudeo. La via colonnata è una tipologia che unisce utilitas e
decor e costituisce uno spazio dove si possa svolgere la vita commerciale e sociale (in sostanza
assume il carattere che era stato proprio dell’agorà). Il paesaggio urbano viene monumentalizzato
per mostrare la grandezza della città (anche nel mondo musulmano il centro della vita si localizza
qui con i mercati). La via colonnata ha una lunghezza di ben 3 km e già al tempo della fondazione
ellenistica vi era una plateia. Inoltre, la via era dotata di botteghe e magazzini; dal ritrovamento di
uno stilobate e di un basamento si è supposto l'utilizzo di un materiale ligneo. Alla via colonnata
viene spesso ricollegata la pastàs, un cortile in legno tipico della città greca o alla stoà, che erano
portici funzionali, ma non belli. La via colonnata è stata risistemata grazie all'evergetismo di Erode
Attico; inoltre, in età augustea, la plateia venne lastricata in pietra per coprire la terra battuta. I
portici avevano essenzialmente una funzione pratica per riparare i cittadini da sole, pioggia e fango.

22 marzo 2017
Nel 115 d.C. un terribile terremoto colpisce la zona siro-palestinese, che è sempre stata
particolarmente sismica. In questa occasione Traiano rischia seriamente di morire all'interno del
palazzo imperiale di Antiochia, che crolla completamente. L'imperatore, visto il suo coinvolgimento
personale, si preoccupa in prima persona della ricostruzione della città: Antiochia diventa modello
per tutto l'Oriente (un esempio è la tipologia architettonica della via colonnata che conosce una
grandissima diffusione; sembra che per la realizzazione della via colonnata di Leptis Magna siano
intervenuti proprio architetti siriani, che facevano parte del circolo di Giulia Domna. In Occidente
abbiamo solo rari casi nel IV sec. d.C. come a Mediolanum, dovegli scavi dell'M3 hanno portato
alla luce testimonianze di una via colonnata presso Porta Romana. Calcolando la carreggiata, i
portici e le botteghe, la via colonnata di Antiochia arriva a una larghezza di una quarantina di metri
(ogni portico doveva essere costituito da un numero superiore di 700 arcate per un totale di circa
1400 colonne). La via colonnata è un progetto di epoca traianea, ma venne realizzata in tempi molto
lunghi (II sec. d.C.). Le fonti ricordano che questa via era dotata di illuminazione notturna proprio
come a Efeso e che era luogo di una vivace vita notturna. Bisogna notare la presenza di altre vie
colonnate minori e il fatto che la via principale non sia completamente dritta, ma attraverso alcuni
accorgimenti, come l'utilizzo del tetrapilo non si ha questa sensazione. La via venne ricostruita in
seguito al terremoto del 115 d.C. e all'epoca di Giustiniano su un livello di macerie (in questa
occasione la carreggiata viene ristretta con l'aggiunta di marciapiedi. Sfortunatamente i saggi sono
stati molto limitati a casa della presenza della città moderna e perciò si è deciso di spostate le
ricerche nel sobborgo di Dafne, dove i ricchi abitanti di Antiochia trascorrevano le estati. Durante
gli anni Trenta a causa di semplici piogge iniziarono ad emergere splendidi mosaici (tra il 1932 e il
1939) databili tra il II e il IV sec. d.C.. I 300 pavimenti che sono venuti alla luce sono stati studiati
attentamente da Doro Levi e in seguito vennero dispersi nei musei di tutto il mondo (talvolta sono
anche stati smembrai: la cornice si trova in un museo e la scena figurata in un altro; in altri,
addirittura, la cornice è stata lasciata in loco). Possiamo ricordare alcuni mosaici:
– mosaico con motivo geometrico ripetuto (mosaico a tappeto) con una figura femminile
centrale con cornice nilotica (fiori di loto e uccelli acquatici) dalla Casa della terra e delle
stagioni. Da notare è l'iscrizione di ktisis, che ci aiuta a capire che l'immagine celebra la
fondazione dell'abitazione (si diffonde sempre più l'usanza di etichettare queste figure
aiutandoci nella comprensione delle scene;
– mosaico da Dafne del V sec. d.C. con una figura femminile con corona gemmata, orecchini,
ma che risulta estremamente generica rendendo essenziali le iscrizioni (come nel caso del
Mausoleo di Glanum con le immagini di fiumi e di località geografiche):
– Mosaico dell'Eukarpia, cioè dell'abbondanza di frutti con l'accompagnamento di iscrizioni
beneauguranti (per le scene mitologiche sono utilissimi i nomi).

La scuola di mosaici di Antiochia è estremamente legata alla tradizione ellenistica; inoltre, è da


notare il livello qualitativo decisamente superiore rispetto alla scuola africana, che, però, era molto
meno innovativa e in cui erano tipiche scene di caccia e di vita quotidiana.
I temi dei mosaici africani vengono ripresi anche all'interno della produzione asiatica di epoca tarda
(V-VI sec. d.C.), come vediamo nel grande mosaico della caccia di Dafne (VI sec. d.C.), in cui
emerge un grande ordine e una quasi eccessiva simmetria d'insieme: intorno a un personaggio
centrale si distribuiscono ad anello animali, scene singole e alberi disposti ai 4 angoli.
Ad Antiochia costituì una grandissima scoperta la cosiddetta Atrium House rinvenuta durante gli
scavi degli anni Trenta, che erano una vera e propria caccia al mosaico determinando una scarsa
documentazione degli scavi. All'interno di questi mosaici possiamo notare come le figure degli
alberi siano estremamente schematiche, mentre una maggiore attenzione sia prestata alle scene
figurate. In assenza di documentazione di un vero e proprio scavo stratigrafico non possiamo
condurre osservazione sulle trasformazioni subite nel corso del tempo dall'abitazione. La maggior
parte dei mosaici di cui siamo in possesso provengono da abitazioni private e sono in rari casi da
edifici pubblici/semipubblici (in fondo anche all'interno della domus abbiamo sezioni di
rappresentanza e solitamente i mosaici sono connesse a queste). Il mosaico pavimentale dell'Atrium
House (basandosi sull’analisi dei mosaici la casa è stata datata al III sec. d.C.) è stato ricomposto
virtualmente in quanto il quadro centrale si trova al Louvre, mentre gli altri due in America. Il
mosaico in questione andava a decorare il triclinio ed era costituito da un semplice decoro,
comunque molto elegante, su cui erano disposti i letti su cui mangiare (decorazione geometrica a
forma di U); invece, i mosaici figurati erano disposti a T con il mosaico sulla soglia rivolto verso
l'ingresso per essere subito visibile. Il primo riquadro che si trova entrando mostra una gara di
bevute tra Dioniso e Eracle (si tratta di un'indicazione visiva per identificare meglio l'ambiente). I
due pannelli seguenti, invece, sono rivolti verso il letto centrale e uno dei due è stato fortemente
danneggiato a causa della sovrapposizione di un muro in epoca tarda. Il triclinio misura 7x5 m e
aveva disposti 3 letti per lato sul mosaico geometrico, che quindi non era visibile. Il grande mosaico
di soglia è stato ritagliato in cinque: oltre ai tre pannelli principali abbiamo anche due piccoli
riquadri con una menade e un satiro danzanti (da notare è anche la bellezza delle cornici,
caratterizzate da un decoro ad onde correnti, a meandro e a trecce). Le scene con Dioniso sono
molto frequenti, come del resto i temi mitologici in genere in tutta la Siria: Dioniso partecipa a una
gara di bevuta ed è indicato come vincitore in quanto versa una coppa vuota e viene indicato dagli
Amorini; invece, l'avversario Eracle sta ancora bevendo ed essendo piegato sulle ginocchia
dimostra di reggere meno l'alcol. In primo piano si possono notare: vasi, vasetti, coppe, rython (cioè
corni per bere tipicamente orientali) che servivano a richiamare il vasellame disposte sulla mensa
apparecchiata. Il mosaico trasmette sostanzialmente un messaggio di gioia dionisiaca. Nel 2000 si è
tentato di ricostruire il programma decorativo che riguarda un singolo ambiente o l'intera casa
collegandosi alle fonti siriane che raccontano queste scene. I Deipnosofisti di Ateneo sono una fonte
di grandissima importanza: le scene dei mosaici potevano divenire motivo di discussione tra i
commensali: in questo caso la sobrietà di Dioniso è messa a confronto con ubriachezza di Eracle per
invitare alla moderatezza nel bere e in generale alla moderazione dei desideri. Secondo una
testimonianza di Plutarco durante alcuni banchetti venivano condotte letture di passi filosofici.
Negli atri pannelli vengono raffigurato il giudizio di Paride (che si trova al Louvre) e Afrodite con
Adone, che, come si è già accennato, è stato danneggiato dalla costruzione del muro. La cornice è
come sempre molto bella ed è caratterizzata da girali di vite con teste, che interrompono la
vegetazione (da notare come vengano utilizzate tonalità diverse di verde per rendere il fogliame).
Paride è raffigurato con abito e cappello frigio nell'atto di conversare con Mercurio; sull'altro lato
abbiamo tre divinità: Atena (con armi), Era (raffigurata seduta come una matrona), Afrodite (la
donna appare subito come vincitrice in quanto risalta sopra alle altre grazie all'utilizzo di paste
vitree blu e dorate per decorare le vesti). Viene raffigurato il momento che precede immediatamente
la scelta di Paride: lo sfondo è tipicamente ellenistico con un albero, una roccia e una colonna con
vaso. Inoltre, sono presenti due figurine identificabili come Amore e Psiche. Anche questo pannello
sembra che fosse oggetto di discussione da parte dei deipnosofisti, che vedevano nel giudizio di
Paride una lotta tra la virtù e il piacere e, così come anche Eracle, Paride soccombe al piacere.
Interessante è leggere come un autore siriano, Ippiano di Antiochia, collochi il giudizio di Paride in
prossimità di Antiochia e non di Troia. Il pannello centrale, quello con Afrodite e Adone, è stato
separato dalla cornice e danneggiato a causa di rifacimenti posteriori: possiamo notare due figure
sedute in trono, una femminile e una maschile, che grazie alla presenza di un cane da caccia è stato
possibile identificare con Adone (Adone era un cacciatore e muore proprio durante una battuta di
caccia nonostante fosse amato da una dea a dimostrazione dell’inevitabilità del destino). Chi
sedeva nel leptus medium si vedeva riflesso in queste figure; inoltre, bisogna sapere che il culto di
Adone era molto diffuso in ambiente semitico e la sua celebrazione era tipicamente femminile. Il
pannello può avere diversi livelli di lettura: ad esempio, il desiderio può colpire anche le divinità,
come, in questo caso, Afrodite. Naturalmente le conversazioni dei commensali variavano a seconda
del loro livello culturale.
La House of the drinking fa parte di un contesto da Seleucia Pieria, cioè dall'antico porto di
Antiochia. All'interno del triclinio viene raffigurata un'altra gara di bevute, che come abbiamo visto
è un soggetto piuttosto diffuso; tutto ciò è emblematico dello strettissimo rapporto tra pittura
parietale e decorazioni pavimentali, sulle quali è raro vedere sfondamenti della prospettiva (in
questo caso viene creata una piccola nicchia). Quindi viene assunto il modello pittorico, che
solitamente contrasta con la composizione del pavimento. Dioniso, questa volta, è raffigurato con
un rython ed Eracle con una clava; inoltre, si può notare una sorta di tenda che fa pensare a una
rappresentazione teatrale. All'interno dell'abitazione si può notare anche una corte con fontana
dotata di intercolumni non regolari per permettere la visuale attraverso finestre del paesaggio
(montagne e mare). Dal triclinio, invece, si poteva avere una visuale del cortile con fontana e dei
suoi mosaici con amorini, pescatori e amorini.
27 marzo 2017
House of drinking contest (Casa della gara di bevute) si trova a Seleucia Pieria; nel mosaico
principale (presso il museo di Princeton) possiamo notare la ripresa di un modello pittorico con
grande effetto illusionistico, che viene stravolto con il posizionamento sul pavimento. Da notare
come sia posto in primo piano del vasellame, tra cui due rytha (uno è tenuto tra le mani da Dioniso),
un cratere; a questi si aggiunge la clava di Eracle. Il riquadro era contornato da una cornice in
bianco e nero, che venne abbandonata in situ (era piuttosto diffusa quest'usanza di lasciare in situ le
cornici geometriche, che erano ritenute di scarso interesse). Sono stati condotti interessanti studi
sulla visuale dalle varie stanze della domus per tentare una migliore contestualizzazione dei
mosaici.

La Casa di Menandro (si dibatte ancora se sia da considerare un'abitazione privata, in cui
comunque sussistono spazi di rappresentanza o un edificio semipubblico) è una struttura imponente
localizzata a Dafne e datata al III sec. d.C.. Si è tentato di ricostruirne la pianta e si sono distinti due
settori:
– settore di rappresentanza;
– settore della famiglia.
La ricostruzione della pianta ha comportato molte difficoltà in quanto mancano le planimetrie che
sarebbero dovute essere realizzate in occasione dello scavo. Da notare è lo stretto collegamento tra
le sale di rappresentanza e i giochi d'acqua; inoltre, si assiste a un vero a propria moltiplicazione dei
triclini denotando un alto livello sociale dei proprietari della domus. Il ninfeo del cortile è
asimmetrico per poter essere visto con facilità dal triclinio. A questi ambienti di servizio sono
ricollegati anche altri ambienti privi di mosaici, che sicuramente erano ambienti di servizio, tra cui
le latrine. In un altro settore abbiamo una vasca tarda (III sec. d.C.) che ha reso difficoltosa la
ricostruzione della zona in questione, in quanto è andata a cancellare le strutture preesistenti. Il
corridoio 16 conduce alla parte più riservata della casa e ospita un importante mosaico che raffigura
Apollo e Dafne in riferimento al quale potremmo pensare a un richiamo della leggenda di Dafne che
si trasforma in alloro per sfuggire ad Apollo; inoltre, Libanio di Antiochia suggerisce che poteva
essere un modo dotto per richiamare la localizzazione della domus a Dafne, dove si sarebbe svolto
questo episodio mitico. Credenze popolari attribuivano a Dafne il merito di aver donato una tale
abbondanza di acque e ricchezza al sito (numerosi sono i mosaici raffiguranti acqua ricca di pesci).
Inoltre, in molti altri punti della casa ci sono rimandi diretta all'acqua, come il ninfeo che aveva
piccole nicchie decorate da statue. Bisogna tener presente che oltre dai mosaici, le domus erano
ampiamente decorate anche da statue che sono andati quasi completamente perse, ma il tutto
doveva essere concepito come un progetto unitario. In un altro triclinio abbiamo il mosaico con
Narciso, oggi conservato presso il Museo di Antakya (l'attuale Antiochia), che è stato gravemente
danneggiato nel punto in cui c'era il bacino d'acqua in cui si specchia l'uomo (sono parecchi i casi di
mosaici gravemente danneggiati da costruzioni posteriori). Nel mosaico, ancora una volta, è
presentato il momento immediatamente precedente al tragico episodio della morte del giovane con
richiamo a diversi riflessioni sul desiderio, sulle delusioni d'amore, sull'importanza di non fidarsi
dell'apparenza (naturalmente anche in questo caso si potrebbe pensare a una possibile lettura delle
fonti per dare il via a discussioni dotte). Il mosaico eponimo della domus è quello con Menandro,
Glicera e la Commedia (le figure possono essere identificate solamente grazie alla presenza di
iscrizioni senza le quali forse si sarebbe riconosciuta solo la Commedia). In primo piano appare un
delphikà, un tavolino di origine delfica. Questo mosaico testimonia come all'epoca venissero ancora
rappresentate commedie di Menandro e come la coppia padrona di casa si riflettesse in questa
coppia celebre. Nell'ambiente 11 abbiamo un altro mosaico con fornendo anche in questo caso una
collocazione topografica presso il fiume Ladon, rappresentato sdraiato con cornucopia e che
passava appunto a Dafne e Psalis, divinità dell'acqua femminile, che forse fa riferimento alle
cascate di Dafne all'interno di un altro triclinio che si affaccia su un cortile con ninfeo. Bisogna
notare che si tratta di una sezione anomala priva di cubicola, anche se non bisogna dimenticare che
la planimetria della domus è piuttosto frammentaria. Nell'ambiente 13 si trova il mosaico con
Tryphe, personificazione della ricchezza e del lusso; inoltre, qui era localizzato un altro mosaico
rettangolare molto danneggiato con una scena di raccolta delle olive.
Inoltre, sono state trovate diverse statuette in uno stato frammentario:
– una statua di fanciullo;
– una statuetta di Dioniso (richiamo al tema del banchetto; insieme, alle Afroditi e ai
personaggi marini, Dioniso è uno dei personaggi maggiormente rappresentati).

All'interno di queste ville sono usuali anche gruppi in scala ridotta di gruppi statuari celebri con lo
scopo di mettere in evidenza la cultura dei padroni di casa. Non bisogna dimenticare che, inoltre,
tutte le pareti erano decorate da affreschi e ovunque erano sparse sete, pelli, ecc. creando ambienti
molto pacchiani ed esagerati. Queste statue (una dozzina e databili al II sec. d.C.) sono state
ritrovate sotto le fondazioni di una piscina di epoca tarda, sotto cui erano state nascoste: Dioniso è
facilmente riconoscibile per i capelli lunghi e il tronco su cui si avviluppa una vite. Invece, per il
fanciullo possiamo fare riferimento a modelli prassitelici, ma è sostanzialmente un pasticcio di
cattivo gusto, che richiama un po' un Eros e un po' un Appocrate, una divinità egiziana. Il fatto che
avesse la mano sinistra sulla spalla destra ha fatto pensare che si potesse trattare di uno di quei
giovinetti che dovevano trasportare i pesi per il salto. Da qui provengono altre due statue molto
interessanti, tra cui una figura con un otre in pelle animale, che forse faceva parte di un gruppo che
richiamava il gruppo ellenistico di Odisseo e Polifemo (ne abbiamo un celebre esempio a Sperlonga
e un altro a Baia). La statuetta, alta solo 38 cm, poteva anche richiamare da sola l'intero gruppo
scultoreo ed era posizionata presso il ninfeo.
Un altro mosaico è quello della megalopsychia (V sec. d.C.), la cui personificazione è presente nel
riquadro centrale e rappresenta la grandezza d'animo (è anche conosciuto come mosaico di Yankto,
sito in prossimità di Dafne). In epoca tarda abbiamo una grandissima diffusione dei mosaici con il
tema della caccia, ma questo è stato letteralmente massacrato dal ritaglio per l'asportazione; molto
interessante era anche la cornice figurata con gli edifici, accompagnati da iscrizione, che si
potevano trovare nel percorso tra Antiochia e Dafne (si tratta di piccole scenette, come officine, una
scena di elemosina presso la Chiesa dei Martiri). Inoltre, troviamo la rappresentazione di una chiesa
ottagonale da identificarsi con la basilica costantiniana di Antiochia di cui ci parlano anche le fonti.
C'è il richiamo anche ad edifici privati sempre con l'accompagnamento di iscrizioni; interessante è
la scena dei due giocatori di dadi. Inoltre, si può notare la raffigurazione delle cosiddette Terme di
Ardaborio; in città c'erano tante piccole terme che costituivano un fruttuoso investimento per i
privati. Sfortunatamente tutti questi edifici non sono agganciabili alla realtà in quanto è andato
quasi tutto distrutto.

Apamea
La città di Apamea fa parte della tetrapoli fondata da Seleuco I sulla base di un progetto unitario. Il
nome è quello della moglie battriana del re e la griglia urbana è piuttosto regolare tutti uguali con
isolati dato che si tratta di una fondazione ellenistica, la cui cinta muraria è ottimamente conservata.
La grande via colonnata della città è perfettamente dritta e con orientamento nord-sud (si tratta
dell'unico caso di via colonnata perfettamente dritta). La via è stata ricostruita in seguito al
disastroso terremoto del 115 d.C. e anche nel corso degli anni Sessanta del Novecento attraverso
un'operazione di anastilosi. La via colonnata, dove sorgeva una plateia in età ellenistica, diventerà
un perfetto decumano della città romana. Il sito di Apamea, sfortunatamente è stato massacrato dai
saccheggi; Basty e la scuola belga hanno lavorato in situ fino dagli anni Trenta. Inoltre, di recente è
stato condotto un sondaggio interessante presso la porta nord e si è arrivati a ipotizzare l'esistenza di
una via colonnata precedente alla via colonnata di Antiochia (l'ipotesi oggi è largamente screditata).

28 marzo 2017
Riguardo ad Apamea è stata avanzata l'ipotesi dell'esistenza di una via colonnata (via colonnata I)
una cui traccia sarebbe stata localizzata al di fuori della porta della città; ma è decisamente più
probabile che la struttura localizzata sia una semplice stoà in quanto la via colonnata di Apamea
deriva sicuramente da quella della città di Antiochia, che è assunta a modello da tutte le città
dell'oriente. Negli anni Sessanta del Novecento la città di Apamea è stata completamente ricostruita.
In epoca romana (6-7 d.C.) viene condotto un censimento della città e del territorio circostante di
cui abbiamo informazioni grazie a un’epigrafe (anche ad Apamea abbiamo una grande abbondanza
di epigrafi da cui possiamo ricavare numerose informazioni) e si sarebbero contati circa 117000
uomini liberi (quindi, circa 500000 abitanti effettivi). La via colonnata raggiungeva una lunghezza
di 1850 m (con 600 colonne a lato); le dimensioni dopo la ricostruzione post terremoto 115 d.C.
sono notevoli: la carreggiata misura 21 m, i portici 7 m: calcolando anche le basi delle colonne
arriviamo a una larghezza complessiva di 37 m (si tratta di una delle vie colonnate più ampie di
tutto il mondo romano). La via Apamea è totalmente dritta e per questo lungo il suo percorso sono
inseriti dei segnali visivi per localizzare le zone della città. Il tratto nord della via è realizzato tra il
116 e il 117 d.C, momento in cui vengono realizzate le terme, di cui conosciamo la localizzazione
solo grazie a un'epigrafe in greco. Inoltre, sappiamo che le terme sono realizzate da Lucius Iulius
Agrippa, che si dichiara discendente di una famiglia regale del passato (questo va a sostenere
l'ipotesi che alcune potenti famiglie mantengano il proprio potere anche in età romana). Quindi le
terme sono un esempio delle opere evergetiche che vengono realizzate in tutto il mondo romano;
inoltre, in aggiunta alle terme, Lucius Iulius Agrippa realizza anche acquedotti per poterle
alimentare. Sembra che l'evergeta si sia fatto carico anche dell'apparato decorativo delle terme
donando due gruppi statuari: quello di Teseo e il Minotauro e quello di Apollo e Marsia. Si trattava
anche di un tentativo da parte dei notabili locali di emulare Traiano, che aveva partecipato alle
ricostruzioni post 115 d.C. in diverse città dell'impero. Il tratto nord della via è caratterizzata da una
mescolanza dei diversi ordini greci: il fregio di ordine dorico con capitelli corinzi e con fascia
tripartita (si tratta di una peculiarità di questo primo tratto).
Abbiamo parlato di segnali posti lungo la via, ad esempio a 150 m dalla porta nord troviamo una
colonna di dimensioni superiori alle altre su uno zoccolo di forma triangolare, che poteva avere
funzione di panchina. Un altro indicatore topografico lo troviamo a metà via colonnata: si tratta di
un tratto di strada con colonne con scanalature elicoidali, che segnalavano un tratto importante della
città (siamo nella zona dell'agorà). Si tratta di un tratto di strada di età antonina con mensole iscritte
che reggevano statue onorarie in bronzo di Antonino Pio, Lucio Vero e Marco Aurelio (i titoli che
accompagnano gli imperatori permettono una datazione alla metà del II sec. d.C.). Interessante è la
dedica di questo tratto da parte di Titus Flavius Appius Heracleide e Titus Flavius Sopatro, membri
di famiglie locali che avevano ricevuto cittadinanza in epoca flavia (da notare è come vengano
creati legami tra famiglie siriane locali e i vertici di Roma); si tratta di una famiglia che era
importante già in epoca flavia e che lo rimane fino al IV sec. d.C.. Ad Apamea, inoltre, aveva sede
un'importante scuola neo-platonica che costituì un nucleo di resistenza alla diffusione dilagante del
cristianesimo, dove poi venne realizzata la principale cattedrale di Apamea (si tratta di un fenomeno
già visto anche il Gallia e che venne adottato in tutto l’impero). Quindi, la sezione mediana della via
colonnata risale ai decenni centrali del II sec. d.C. ed è caratterizzata da un fregio con foglie di
acanto; le colonne scanalate segnano una zona poco esplorata, la cui strutturazione si conosce solo
parzialmente; comunque, dovrebbero segnalare l'avvicinarsi dell’agorà. Qui si localizza anche il
Tycheion, cioè il tempio dedicato alla Tyche di Apamea; invece, l'agorà è stata individuata
attraverso piccoli sondaggi con cui si è cercato di definirne la grandezza (45x150 m, ma potrebbe
arrivare anche a 45x300 m). Le colonne e i pilastri hanno anche la funzione di segnalare questo
edificio; invece, l'ingresso all'agorà è segnalato da colonne con decorazioni a cespi d'acanto ed
epigrafi che hanno permesso una datazione. La dedica è legata alla legione scitica (132-139 d.C.) e
segnala una risistemazione in età adrianea. Del santuario di Zeus Belos non rimane quasi nulla, ma
si trattava di un tempio oracolare, che venne consultato anche la Adriano a cui sarebbe stato rivelato
il suo futuro da imperatore. Dall'età ellenistica assume una grande celebrità e venne distrutto dal
vescovo Marcello in quanto era una vera roccaforte del paganesimo. Un elemento decorativo
proveniente dal Tycheion è stato interpretato come Atlante che regge il cerchio del cielo.
Interessante è la ricostruzione realizzata a Bruxelles presso il Musèes Royaux d'art e l'histoire: è
stato ricreata la sezione della via colonnata, che costituisce l'ingresso alla parte del museo dedicata
alle antichità. In questo caso tutte le scanalature sono verso lo stesso lato; invece, nella ricostruzione
proposta ad Apamea sono alternate. Ad Apamea la prima ricostruzione viene realizzata nel 1933,
che venne distrutta da un incendio; una seconda ricostruzione risale al 1946 (si segnala anche la
perdita di reperti della cinta muraria). Nel II sec. d.C. si registra una distruzione capillare di Apamea
(lo stesso era avvenuto per Dura Europos da parte dei Sasanidi); a nord e a est della città troviamo
le necropoli. La costruzione della via colonnata prosegue nel corso del II sec. d.C., cioè nel periodo
a cui si data il teatro e il ninfeo. Il ninfeo, struttura tipica dell'oriente romano, che costituisce
celebrazione dell'acqua e aveva uno straordinario ciclo decorativo (un modello importante era
quello di Erode Attico a Olimpia). Il ninfeo è strettamente collegato alla latrina pubblica con circa
novanta posti. Il teatro è poco conosciuto dato che in gran parte è stato smantellato: l'edifico ha un
diametro di circa 139 m (è uno degli esemplari più grandi) e si sviluppa in parte sulla cinta muraria
di età ellenistica. La grande plateia est-ovest diventerà uno dei due decumani della città di età
romana ed è caratterizzata da mensole con dediche a Giulia Moesa. Sappiamo di interventi di età
severiana, ma abbiamo scarse informazioni riguardanti il settore sud. Sono stati recuperati diversi
mosaici che probabilmente decoravano le pareti portici. Si registrano nuovi lavori di ricostruzione
nel 450 d.C. come testimonia l'iscrizione con titolo e nome del nuovo evergeta e data dei lavori. Nel
V sec. d.C. la zona era ancora molto fiorente e nel VI sec. d.C. vengono aggiunti marciapiedi, che
vanno a restringere la carreggiata, che a poco a poco, in seguito al crollo di portici e botteghe, viene
occupata. Dopo il crollo del VI sec. d.C. il centro si arrocca sulla cittadella.
Per quanto riguarda l'ambito funerario, sono stati scavati diversi ipogei in prossimità della porta
nord; in occasione di questi scavi sono stati ritrovati rari sarcofagi in calcare locale di qualità
altissima decorati a ghirlande rette da amorini che presentano una tabula ansata con iscrizioni. Si
aggiungono alla decorazione teste di gorgoni, un’iconografia tipica dell'Asia Minore; la copertura è
a doppio spiovente (tipico dei sarcofagi non pertinenti). Sulla tabula ansata abbiamo uno specchio
epigrafico, che però è mutilo in quanto iniziava sul coperchio danneggiato, dove una volta terminato
lo spazio continua sulla parete e poi nello specchio epigrafico. Fino a questi ritrovamenti si sapeva
veramente poco riguardo l'ambito funerario nella regione siriaca. Da notare come il rilievo sia
piuttosto basso e come le iscrizioni siano in un latino piuttosto stentato con un gran numero di errori
ortografici. Le opere in questione sono da riferire a un ambito militare-romano: si può pensare alla
soldaten kunst, che si identifica ovunque ci sia l'esercito e quindi anche sul limes siriaco; si tratta di
opere molto rozze caratterizzate dall’utilizzo di topos iconografici.
Ad Apamea bisogna ricordare anche la cosiddetta Torre XV, che in parte era protetta da terra e
costituiva un rinforzo. Il circuito murario non viene modificato, ma semplicemente rinforzato in età
romana. Si possono notare blocchi sagomati con decorazioni epigrafiche: è stato utilizzato materiale
di rimpiego da necropoli della legio XV con decine epigrafi relative a questa legione (Apamea è tra
le città conquistate da Shapur I). Tutte le notizie sono state ricavate in seguito alla decisione di
smantellare la Torre XV.

29 marzo 2017
I sarcofagi prendono a modello quelli della necropoli di Perge e quindi sono realizzati in marmo e
databili alla fine del II sec. d.C.. La tipologia scultorea dei sarcofagi è tipica specialmente dell’Asia
Minore e dell’Attica e nei migliori esemplare anche il tetto è perfettamente scolpito. Un altro centro
di grande produzione di sarcofagi è Afrodisia nella Caria, dove ha sede una delle scuole di scultura
più importanti in età imperiale (da Afrodisia provengono grandi capolavori come il Sebasteion e
numerosi sarcofagi). Ad Afrodisia sono, inoltre, visibili sarcofagi in vari stadi di realizzazione, che
venivano prodotti solitamente su commissione. Per trasportare minore peso i sarcofagi venivano
esportati già sbozzati e quindi quelli danneggiati venivano abbandonati in loco. Esistono
interessanti varianti di sarcofagi come quelli con tabula ansata e quelli con tondo con gorgoni o con
busti dei defunti (infatti, non dimentichiamo che i sarcofagi avevano lo scopo principale di ospitare
defunti). La tipologia del sarcofago a ghirlande non è esclusiva, infatti, è piuttosto diffuso anche
quello a colonnette in cui viene ricreata una peristasi, che gira intorno all’opera. Talvolta abbiamo
un chiaro rimando alla cultura classica con l'immagine del defunto accompagnato dalle muse
oppure raffigurato come un retore o un filosofo.
La torre XV di Apamea, che era uno dei bastioni di rinforzo alle mura ellenistiche realizzato su un
altopiano nei pressi di Apamea, è stata smontata a partire dagli anni Ottanta dai belgi facendo
emergere dati estremamente interessanti. Sembra che in questa zona sia da localizzare il castrum
romano, sede della legio II partica, che si era stanziata qui in occasione delle campagne di Gordiano
III, Caracalla e Settimio Severo. Questa legione viene creata nel 137 d.C. da Settimio Severo e
stanziata nel Lazio costituendo una sorta di guardia imperiale. La torre è stata realizzata vicino
all'accampamento: infatti, tra il materiale di reimpego sono state ritrovate 76 iscrizioni epigrafiche.
Chiaramente a seconda dell'imperatore in carica la legione cambia nome:
– tra il 215-218 d.C. si chiama antoniniana;
– tra il 231-233 d.C. si chiama severiana alexandriana;
– tra il 242-244 d.C. si chiama gordiana.

Interessante è come il nome di legione derivi dalla città di Léon, nella Gallia in cui l’elemento della
romanizzazione si esprime attraverso l’esercito; la cronologia in riferimento all'esercito viene
sempre ricavata dai bolli laterizi degli edifici che realizza. Lo smontaggio della torre ha avuto
ricadute piuttosto importanti portando alla luce una serie di epigrafi che hanno permesso di
ricostruire il percorso della legio (es. ad Apamea sono state ritrovate iscrizioni dedicate a Livius
Batau da Aureliano Mulazano Tracio, il soldato era morto a Egee, dove erano sbarcate le macchine
d'assedio durante la campagna di Caracalla nel 215 d.C. per poi essere sepolto a Catabolon ed
essere ricordato da un'iscrizione ad Apamea). Le dediche ai soldati caduti venivano fatte da eredi
che solitamente erano anche loro soldati. Un'altra epigrafe è stata dedicata ad Atinius Ianuarius,
nome fortemente grecizzante, morto a Imma, in una pianura vicino ad Antiochia, dove nella storia
sono scoppiate diverse battaglie (forse fu sede della battaglia che sancì la sconfitta della regina
Zenobia). Le steli venivano scolpite in calcare locale: la parte superiore era occupata dalla figura del
soldato e la parte inferiore dall'epigrafe, in cui era indicata la legio di appartenenza, l'area di
provenienza, la mansione esercitata, ecc (alcune mansioni sono note dalle fonti, mentre altre non
trovano corrispondenza, come il victarius, addetto ai sacrifici o il sagittarius, il soldato che si
occupava delle frecce, invece, altre non sappiamo esattamente in cosa consistessero, come lo
scorpio, termine che indica la catapulta, ma che non è mai stato trovato in riferimento a un soldato).
Le figure dei soldati sono molto abbozzate e hanno un rilievo molto basso, invece, si presta un poco
più di attenzione alla raffigurazione di armi; ma nel complesso la resa è piuttosto schematica e
spigolosa (sembrano quasi realizzate in legno). Rispetto alla figura viene prestata più attenzione alla
realizzazione delle epigrafi. Le fonti ci riferiscono che a capo della legione vi era un personaggio di
ordine equestre, ma nelle epigrafi, invece, si parla di un legato della legione creando una forte
discrepanza. Nella stele di Felsonius Vers si dice che il soldato era un aquilifer legionis, cioè era
l'addetto al rifornimento dell'acqua per la legione: si tratta di una delle epigrafi più interessanti
nonostante la rozzezza della figura, infatti, scopriamo dell'esistenza di forme di apprendistato
all'interno dell'esercito dato che si parla discens aquiliferum, discens victimarium e discens
mensorem (cioè l'incaricato a prendere le misure del campo oppure delle fazioni di cibo). Anche
nell'epigrafe di Aurelio Mucianus si parla di un discens lanchiarium (il soldato tiene 5 giavellotti e
uno scudo); prima di questo rinvenimento si attribuiva la figura del lanchiarium alla riforma di
Diocleziano, ma ora la sua istituzione viene anticipata di qualche decennio alla metà del III sec.
d.C.. Le epigrafi sono caratterizzate dall'utilizzo di un latino molto approssimativo e pieno di errori,
in quanto, probabilmente erano realizzate da scalpellino locali (ad esempio spesso viene utilizzato il
delta al posto della d). Sono piuttosto rare le iscrizioni di ufficiali, invece, ne abbiamo un ingente
numero di sottufficiali e soldati tanto che si è ipotizzato che nei pressi sorgesse una necropoli.
All'interno di queste epigrafi compare anche la figura di Probius Sanctius, il committente del
sarcofago di Caria che abbiamo visto in precedenza. I soldati di questa legione venivano reclutati
specialmente in area balcanica, infatti, l'accampamento di Apamea aveva solo carattere provvisorio.
Inoltre, è interessante notare come il 50% dei nomina presenti tra i soldati sia Aurelius (avevano
ottenuto la cittadinanza con la constitutio antoniniana sotto Caracalla) e il 10% o Septimi o Aelii
(cittadinanza con Settimio Severo o Aureliano). Nella stele di F. Septimius Mucapor possiamo
notare la presenza di epiteti specifici in riferimento ad Alessandro Severo e ancora una volta diversi
errori di latino. Con la stele di Aur Bassus, signifer dell'ala contariurum abbiamo attestazione della
presenza di altre legioni nella stessa zona di competenza della legio II partica con la presenza di ali
di cavalleria. Le stele funerarie possono essere ricollegate ancora una volta alla categoria della
soldatenkunst: solitamente abbiamo l'indicazione della data della morte (21 aprile 252 d.C.) e, in
questo caso, la raffigurazione dei due imperatori, che combattono a cavallo con i giavellotti (si tratta
degli imperatori che regnano prima di Valeriano). Sono molte le difficoltà che si registrano
nell'arginare i raid sasanidi del 252 d.C.; la stele in questione ha messo in discussione la data della
seconda invasione della Siria da parte di Shapur I, che prima si datava al 244 d.C. con la morte di
Gordiano III, mentre ora viene posticipata al 256 d.C., lo stesso anno della caduta di Dura Europos
o al 253 d.C.: quindi, attraverso un reperto archeologico sono state smentite le fonti letterarie.
Queste stele funerarie costituiscono un interessante esempio di datazione postquem.
Ad Apamea sono stati scavati, soprattutto, edifici privati di cui si conosce solamente l'età tardo
antica e le loro dimensioni hanno portato gli studiosi a parlare di veri e propri palazzi (ad esempio il
cosiddetto Edificio dei triclini occupa un intero isolato e sembra che il settore nord sia stato
ristrutturato con la creazione di una settantina di ambienti). Successivamente il terreno viene
occupato da strutture di età islamica (VII-VIII sec. d.C.); queste ultime fasi vengono solitamente
abbattute dagli archeologi per arrivare alla fase romana (come nel caso degli scavi condotti dai belgi
guidati da Balty). Questa dimora era probabilmente di proprietà di un'unica abbiente famiglia:
abbiamo tre grandi sale di rappresentanza, che hanno fatto pensare addirittura alla sede del
governatore; inoltre si è ipotizzato che una parte dell'edificio potesse essere affittato per ospitare
delle terme. Inoltre, una parte del palazzo rimase in uso fino al XII sec. d.C.. Si possono notare
ambienti absidati per il padrone di casa che forse erano triclini, da cui deriva il nome del palazzo. I
mosaici ritrovati all'interno dell'edificio sono conservati presso il museo di Bruxelles: si possono
notare diversi mosaici pavimentali con scene di caccia (abbiamo chiari riferimenti al mosaico
africano, in cui però notiamo un maggiore ordine); altri temi ricorrenti sono i mosaici con la Terra
oppure quelli con le amazzoni, che costituiscono una declinazione alternativa del tema della caccia.
Uno dei mosaici è stato asportato completamente dall'abside leggermente rialzato del triclinio,
anche se in epoca così tarda si dovrebbe parlare di ambienti di rappresentanza e non di triclini veri e
propri. Da notare è la grande attenzione con cui vengono realizzate le cornici, che solitamente
vengono considerate di minor pregio anche dai moderni. Da notare come i mosaici non decorino
solamente gli ambienti principali, ma anche ambienti secondari; inoltre, salta subito all’occhio la
grande ricchezza di colori.
La casa delle mensole di Apamea, che si estende su una superficie di 2000 m2, è caratterizzata da
due mensole che segnano l'ingresso, un ingresso a baionetta, che non permette una visuale assiale
della casa. Si possono notare diverse parti: un grande ambiente principale che si affaccia sul
peristilio, di cui saltano all’occhio le grandi dimensioni; da questa zona si passa alla sala di
rappresentanza, che può essere considerata una sorta di basilica privata. Da notare è l'utilizzo di
lacerti decorativi in sectile per decorare le pareti con calcare bianco locale, ardesia e frammenti di
sigillata chiara (si tratta di materiali poveri per realizzare opere di grande pregio di esecuzione). Si
può notare una fase di ristrutturazione successiva dell'edificio che viene frequentato fino al VII sec.
d.C. con la creazione di creati piccoli ambienti attraverso la chiusura degli intercolumni dei peristili.
Inoltre, viene inserita una grande vasca e vengono rinforzati i muri e le colonne.

Damasco
Damasco, che sorge in prossimità di un’oasi, è l'attuale capitale della Siria, ma sfortunatamente
conosciamo poco. Damasco è nata in prossimità della steppa desertica e la presenza di acqua
permette lo sviluppo della coltivazione e dell'allevamento. Riguardo alla vita del sito abbiamo
scarse informazioni a causa della scarsità dei sondaggi e della continuità nella sua occupazione
(quindi abbiamo poche certezze e pochi confronti). Tra la fine del II millennio a.C. e l'inizio del I
millennio a.C. esisteva già la città degli aramei, che però è testimoniata solamente dalle fonti e non
ha evidenza archeologica. A Damasco ha sede anche un santuario di Hadad, dio delle tempeste e dei
fulmini, la cui iconografia è nota grazie alle monete con la sua immagine con spighe e tori, che
richiamano l'idea di fertilità. Sulle rovine di questo santuario sorgerà il tempio di Giove damasceno,
che poi sarà occupato da una chiesa cristiana e, infine, da una moschea.

4 aprile 2017
Bosra
Bosra è capitale della provincia d'Arabia ed è una città particolarmente antica ancora abitata anche
oggi: sono abitate proprio le strutture romane a dimostrazione della continuità di vita del centro. In
città viene largamente utilizzato il basalto nero sia per l'architettura sia per la scultura.
L'insediamento si trova a nord dell'accampamento della della legio III cirenaica, che non è stato per
nulla indagato. Tra il 260 e il 270 d.C. i Palmireri distruggono completamente il santuario di
Iuppiter Ammon, dove si può leggere un'epigrafe che ne ricorda il restauro, ma sfortunatamente non
ne conosciamo l'esatta ubicazione. Nella città è individuabile un grande asse est-ovest, che
coincideva con la grandiosa via colonnata, che era caratterizzata in coincidenza con l'incrocio della
principale strada nord-sud dalla presenza di un tetrapilo; non bisogna dimenticare che anche le vie
minori erano colonnate. Si suppone che nella zona del tetrapilo ci fosse una grande agorà, di cui
rimane solo il criptoportico che la doveva fiancheggiarla. Il monumento più famoso della città è
senza dubbio il teatro, che si è ben conservato in quanto trasformato in età islamica in un bastione,
poi smantellato in seguito. Nel Medio Oriente, prima del sopraggiungere dell'impero romano, non
c'erano molti teatri e tra i pochi ricordiamo quello di Damasco, dono di Erode Attico. Della fortezza
islamica si sono conservati i bastioni esterni, mentre il teatro era realizzato interamente in basalto
nero, fatta eccezione per il frontescena in marmo, di cui abbiamo un basso tasso di importazione in
Siria. Lo stesso discorso può essere fatto per le terme, la cui palestra è realizzata in basalto nero
locale.
L'uso dei capitelli ionici in Siria è tipico dell'età antoniniana e si registra una scarsa predilezione per
la scultura ellenistica, ma troviamo comunque esempi di arte provinciale piuttosto interessanti (la
città di Borsa può essere confrontata più con l'occidente, che con il mondo ellenistico e in effetti le
province d’Africa sono considerate parte dell’Impero romano d’occidente). La scultura viene
realizzata con la solita pietra locale, il basalto nero, che è molto difficile da lavorare e che dà vita ad
opere dure e rozze: ad esempio abbiamo due vittorie del III sec. d.C. a decorazione dei pilastri con
dediche. Un altro esempio di arte provinciale della città è la vittoria su globo con panneggio
svolazzante, che a causa del materiale risulta molto rigido e pesante (le pieghe sono rese attraverso
l'incisione); inoltre, si nota anche una certa sproporzione e occhi a mandorla. Si posso citare anche
diversi rilievi con la lotta tra Eracle e Nemeo (III sec. d.C.) che riprendono uno stile greco arcaico e
in cui si può notare una grande sproporzione. La divinità orientale Allath, raffigurata come dea
armata, viene progressivamente assimilata ad Atena; su un cratere in pietra, riproduzione di un
cratere in bronzo abbiamo un'iscrizione in nabateo. Inoltre, possiamo citare la stele con Allath in
basalto; rispetto alla scultura sono gli elementi architettonici che presentano un maggiore influsso
dell’arte ellenistica. Nel Giudizio di Paride appare il protagonista con un berretto frigio e sui bordi
si possono leggere i nomi greci dei personaggi, che ci aiutano nell’identificazione. In un altro caso
abbiamo girali di viti con amorini, che sono datati tra la fine del II e l'inizio del III sec. d.C..
Ad Hauran/Hawuran troviamo un altro tipo di scultura a tutto tondo con un personaggio vestito alla
greca (himation e chitone che ci suggeriscono che possa trattarsi di un notabile di Bosra); da notare
che in Siria c'è uno scarso numero di togati, in quanto in pochi, almeno fino alla constitutio
antoniniana del 211 d.C., avevano la cittadinanza romana
Il busto funerario di Obbé, figlia di Sachamelos, opera comparsa all'asta nel 1989 ed acquistata dal
Louvre è una stele in basalto con rilievo della defunta e iscrizione in greco; inoltre, è indicato il
nome del marito e la data della dedica (da notare che la parte inferiore e le pieghe sono solamente
sbozzata ed è probabile che la donna indossasse un mantello). Inoltre, è abbastanza evidente come i
siriani non fossero in grado di rendere realisticamente le mani, che sono sempre sproporzionate
rispetto al resto del corpo; osservando la figura femminile di profilo sembra che una corona circondi
lo chignon oppure, semplicemente, l'opera potrebbe essere incompleta; Obbé indossa una collana
rigida intorno al collo.
Nella regione di Damasco vengono utilizzati altri tipi di basalto, come vediamo con la stele del
Louvre, datata al II quarto del sec. d.C., in cui si può notare la barba tipica di Adriano, che si è
diffusa anche nelle regioni siriane; invece, la pettinatura femminile non trova confronti altrove.
Presso il Museo di Damasco troviamo una stele per tutta la famiglia di Obbé con il padre
Sachamelos e la madre Enné; si è ipotizzato che si tratti del medesimo personaggio visto in
precedenza nell’altra stele, ma dà alcuni problemi la datazione al settembre 143 d.C. (ma bisogna
dire che in questa zona l'età seleucide non è utilizzata e si usano altri metodi di datazione, come l'età
pompeiana che parte dal 63-65 d.C., cioè dal momento di fondazione della provincia). Quindi la
statua proviene da Damasco e non da Hauran.

Palmira
Palmira è stata scoperta dall'occidente solamente a partire dal Settecento, quando ci si è accorti del
suo grande fascino esotico. Letteralmente significa “città delle palme” e il nome risale all'età
ellenistica; il nome antico era Tadmor, come evinciamo da alcune tavolette cuneiformi (interessante
è notare come il nome di Tadmor sia stato ridato alla nuova città di Palmira dai francesi). La città di
Palmira sorge in prossimità di un'oasi, grazie alla quale non rimane solo città carovaniera, ma vive
anche di allevamento e agricoltura (molto importante è allevamento di dromedari).

2 maggio 2017

Ricerche a Palmira
Dalla metà del Novecento il ruolo degli studiosi siriani ha assunto maggiore importanza (DGAM)
con la creazione di un servizio delle antichità palmireno e la creazione di un'importante collana, Les
annales archeologique arabes syriennes. Inoltre, il DGAM ha condotto un'importante opera di
valorizzazione del sito, legata allo sviluppo economico cittadino; inoltre, sono stati condotti molti
lavori in diverse aree del sito, ma specialmente lungo la via colonnata, che non è perfettamente
dritta in quanto dal Campo di Diocleziano fino al Santuario di Bel possono essere identificati ben
tre segmenti con direzioni diverse. Inoltre, ci sono altre vie colonnate ortogonali rispetto alla via
colonnata maggiore. Su tutte le colonne di Palmira c'era una mensola con una statua onoraria, di
cui, solitamente ci rimane l’iscrizione. Il centro della città è identificabile nella zona del tetrapilo e
qui troviamo mensole destinate alle statue onorarie di Zenobia e Odenato, grande notabile della città
che ne promosse uno sviluppo così intenso in età romana. All'inizio degli anni Sessanta la zona del
tetrapilo è stata interamente sgomberata, ma non scavata. Khaled Al As'ad, direttore del DGAM dal
1963 al 2003, (morto vittima dell'ISIS nel 2015) ha condotto molti lavori di anastilosi e si è
occupato per tutta la vita del sito palmireno: il tetrapilo è stato interamente ricostruito con le
colonne originali in granito rosa di Assuan. Da notare che, a differenza del tetrapilo di Gerasa, non
ci si può passare in mezzo, ma ci si deve girare intorno. Dal II sec. d.C. ogni città doveva essere
dotata di una via colonnata, il cui prototipo è identificabile ad Antiochia (20 a.C.). Palmira,
inizialmente, era una città piuttosto disordinata, che veniva camuffata dalla via colonnata che era
una struttura chiusa, che camuffava anche il fatto che non era fosse dritta: quindi, la via colonnata è
un elemento con lo scopo di regolarizzare il paesaggio urbano di una città eccessivamente
caotica.
Il tetrapilo è stato in parte distrutto nel gennaio del 2017 a causa dei bombardamenti sull’area da
parte dell’ISIS. Anche la zona del tempio funerario è stata sottoposta ad anastilosi: in particolare è
stato rimesso in piedi un muro crollato. Inoltre, si sono registrati interventi su tombe a torre e lavori
di restauro presso la tomba dei tre fratelli nella necropoli a sud/ovest; invece, nella tomba di sud/est
viene scavata una serie di ipogei. Negli anni Ottanta è stato condotto un importante scavo della
missione polacca nel tratto della via colonnata che va dal tetrapilo verso sud/ovest portando alla
luce una struttura del VII-VIII d.C. con 47 botteghe, che hanno invaso la carreggiata e che hanno
sfruttato le colonne del lato nord come stipiti d'ingresso (le botteghe erano aperte sul lato nord e
utilizzavano materiali di rimpiego) a dimostrazione della continuità funzionale della via colonnata.
(la città omaide si è andata a sviluppare su tutta l'area della città romana). Nel corso degli anni
Cinquanta intervengono in città anche Paul Collart con la missione svizzera nella zona del
Santuario di Baalshamin (tra il 1954 e il 1956), che era uno dei grandi santuari tribali di Palmira
(Bel e Baalshamin vengono identificati entrambi come Zeus). La missione archeologica polacca è
stata quella che ha lavorato più a lungo nel sito e dal 1959 ad oggi si è registrato un incremento
delle pubblicazioni fino allo scoppio della guerra nel 2011, quando tutti i lavori sono stati
necessariamente interrotti. Si possono identificare varie zone:
– a ovest troviamo il Campo di Diocleziano, un insediamento militare con strutture
antecedenti (scavato missione polacca);
– 4 basiliche cristiane databili tra il IV sec. d.C. e l'età musulmana;
– tombe;
– il tempio di Allath, dove è venuta alla luce una straordinaria statua della della Atena, che
probabilmente aveva sostituito l’antica statua di culto.

Il Museo Archeologico di Palmira nasce nel 1961. Una missione siro-tedesca ha condotto
interessanti ricerche in zone ancora inesplorate per un totale di ben 60 missioni congiunte: i lavori si
sono concentrati su tombe e lungo le mura attraverso prospezioni geomagnetiche e successivi scavi,
che hanno permesso di identificare traccia della città ellenistica (le più antiche attestazioni sono del
II sec.a.C.).
La città manca di regolarità e almeno fino al III sec. d.C. sembra che sia stata preda di continui
saccheggi da parte dei Romani, mentre il resto della città era già protetto da mura. Prima della
costruzione della via colonnata la via principale della città era lo wadi; in seguito il sito si sviluppa
in maniera più regolare verso nord (anche a Petra il centro si è sviluppato verso nord); sul letto dello
wadi sono state trovate tracce di un lastricato con riportata la tariffa della città, (i quartieri della città
sono leggermente sopraelevati). Durante il II-III sec. d.C. la città inizia ad espandersi verso nord in
quanto inizia ad andare incontro a un crescente sviluppo determinato dal commercio internazionale.
I ricercatori austriaci hanno portato alla luce una struttura molto interessante, un khan che faceva
capo al commercio carovaniero, in cui è stata individuata sia un'area residenziale sia un'area di
stoccaggio merci con una grande corte interna e diversi ambienti disposti tutti intorno; è possibile
che fosse un'abitazione di un grande commerciante della città. Le merci dopo essere giunte a
Palmira venivano spedite verso occidente. Il Palmyras Reichtum Durch Weltweiten Handel ha
condotto altre ricerche nella zona e, invece, a partire dal 1990 ha operato sul sito anche il Nara
Archeological Mission con ricerche che si concentrava specialmente nell'area della necropoli sud-
est. Si è posta molta attenzione per la prima volta alle ossa dei defunti e non solo agli elementi del
corredo funerario. Nella tomba C della necropoli sud-est si è confrontato il ritratto del rilievo
funerario che chiudeva il loculo con i crani ritrovati al suo interno. Inoltre, un istituto scientifico
giapponese e uno scultore hanno tentato di ricostruire in 3D l'aspetto che doveva avere il defunto
quando era in vita arrivando alla conclusione che età e aspetto del defunto al momento della morte
ed età e aspetto raffigurati sul rilievo non coincidevano (come abbiamo visto anche per i ritratti del
Fayum, su cui si possono notare i defunti raffigurati in giovane età). Da notare che in questo caso si
tratta di ritratti veri e propri e non dei soliti ritratti standardizzati che siamo soliti trovare sulle stele
funerarie. Ma grande uniformità iconografica dimostra che è il nome riportato che ne fa un ritratto e
null'altro e che lo rende riconoscibile (R4-2 è un'eccezione in quanto non conosciamo il suo nome,
ma sarà stato riconoscibile per altri elementi). Altro elemento importante è l'indicazione del clan di
appartenenza. Tra il 2008 e il 2009 una missione svizzera ha condotto un'importante ricerca sia
sulla città di Palmira sia sul suo territorio: nella zona del tetrapilo è stata messa in luce la moschea
omaide e il suq dell'ultimo tratto della via colonnata. Della moschea sappiamo solo che in
precedenza era destinata al culto imperiale, un’ipotesi avanzata sulla base di un'epigrafe riutilizzata.
Abbiamo una corte con peristilio e una sala ipostila con botteghe aperte sulla strada; il muro
meridionale della moschea è stato spostato per poter pregare verso la Mecca. Da notare l'utilizzo di
diversi elementi di reimpiego, come fusti e colonne; è possibile che questa mosche fosse al centro di
un suq (per suq si intende una strada con botteghe). Come una tipica città del deserto Palmira è
caratterizzata da un castello a ovest e da un altro a est (Palmira era sia un luogo di piacere sia un
luogo di sfruttamento agricolo nel mezzo del deserto). Qast Al-Hayr Al-Sharqui è il castello che è
stato più ricostruito; invece, l'ingresso del castello ovest è stato riutilizzato come ingresso
al Museo delle Antichità di Damasco. La città registra un grande sviluppo anche in epoca omaide.

3 maggio 2017

Le ricerche si sono concentrate nella città ellenistica e nel quartiere islamico; la missione norvegese
sta conducendo un nuovo progetto, chiamato Palmyrena, che sfrutta la ricognizione aerea nella zona
di nord-ovest della città (si tratta della zona esplorata anche negli anni Trenta). Naturalmente sono
utilizzati sistemi più moderni attraverso cui si è tentato di studiare anche l'economia della città
antica (come allevamento e agricoltura). Sulla tariffa di Palmira si può notare una certa differenza
tra i prodotti provenienti dal sud e da quelli provenienti da altre aree. Fino al 2010 sono state
condotte ricognizioni preliminari, che forse potrebbero essere portate avanti in futuro. Interessante è
anche il progetto di Daniele Morandi Bonacossi, professore dell'Università di Udine, che indaga
una zona desertica a nord-ovest con particolare riferimento all'età preistorica (anche questo progetto
è stato abbandonato nel 2010). Il progetto ha portato alla creazione di una serie di piante che
indagano luoghi di interesse, detti punti georerenziali. Dal 2007 al 2010 è stato condotto il progetto
PALM.A.I.S. della professoressa Grassi: si tratta della prima missione italiana che ha indagato
un'area residenziali. Quello delle aree residenziali non è un argomento completamente sconosciuto,
ma non è comunque mai stato adeguatamente approfondito. La missione si concentra sul quartiere
sud-ovest, a metà tra la città ellenistica e la città del III sec. d.C., che era completamente
sconosciuto. È stata realizzata una prima carta molto dettagliata con evidenze che erano già evidenti
sul terreno (sono state condotte diverse ricognizioni sul terreno). Sono emerse una serie di piccole
strade con direzione nord-sud; mentre, in precedenza ne era stata intravista solamente una in
direzione est-ovest. Sono state identificati diversi complessi residenziali, di cui si intuisce la pianta
(più che altro si vedono gli stipiti degli ingressi). Il quartiere è circondato su tre lati da vie colonnate
(abbiamo già visto come le vie colonnate avessero l'obbiettivo di mimetizzare il disordine).
Attraverso un arco si accede a una grande struttura, che non è propria sono delle aree santuariali; si
tratta di una grande area in cui ci si riuniva e forse dove si svolgevano banchetti. A sud si può notare
un cambio di direzione delle mura; mentre il colonnato est presenta una sola fila di colonne e ogni
colonna è dotata di una mensa su cui poggiava una statua onoraria. A partire dal secondo anno di
scavo ci si concentra sull'area del peristilio, che è ben evidente anche sul terreno ed è il più grande
di Palmira; è possibile che questo peristilio facesse parte di un edificio semi-pubblico (edificio
residenziale con anche funzioni pubbliche). L'importanza di questo edificio è dimostrata anche dal
cambio di direzione delle mura per evitarne la distruzione. Durante le tre campagne di scavo è stato
scavato parzialmente il lato ovest e quello nord dell'edificio riportando alla luce tracce di un edificio
più antico di età severiana (fine II-inizio III sec. d.C.). A causa dello scoppio della guerra lo scavo
non è stato portato avanti e quindi non si sono potute osservare le fasi di età ellenistica. L'edificio
era dotato di un ingresso a baionetta sul lato meridionale e quindi opposto al lato principale. I vari
ambienti sono stati datati attraverso l'analisi delle tecniche edilizie utilizzate: l'argilla veniva
utilizzata per le parti superiori dei muri e la parte bassa era in pietra (mura trovate in crollo; la
tecnica a sacco è caratteristica dell'età severiana). Inoltre, è stato trovato un interessante esempio di
capitello corinzio asiatico; i fusti sono monolitici in calcare. Nella fase successiva si registra
l'utilizzo di marmi colorati per i pavimenti e le pareti, che però sfortunatamente non forniscono
indizi di cronologia, ma facevano parte dell'edificio severiano. Dai livelli superficiali è emerso un
frammento di mosaico e una serie di stucchi; tra questi stucchi sono stati trovati diversi esempi di
stucchi con due piccoli capitelli applicati, che hanno permesso confronti con il quartiere ellenistico.
Da notare è un livello di elaborazione inferiore rispetto all'edificio di età severiana; inoltre, l'edificio
severiano in età omaiade/bizantina subisce ulteriori trasformazioni: tutti i portici vengono occupati e
gli intercolumni vengono chiusi da muri (anche gli ambienti più grandi vengono divisi in ambienti
più piccoli). Grazie alla presenza di monete e di altri elementi abbiamo avuto conferma che
l'occupazione di età omaiade riguarda anche la città meridionale (siamo nella zona a sud vicino alle
mura). Vengono creati percorsi nuovi e diversi rispetto all'edificio di età severiana che rendono
molto difficoltosa la lettura dell'edificio. Un pavimento cementizio sigilla quello che sta sotto
(elemento tipico della Palmira di età tarda) e il lastricato è realizzato utilizzando soglie riprese da un
edificio precedente. L'ambiente D è particolarmente interessante per la fase tarda: da notare il
riutilizzo di una colonna del peristilio e la creazione di una scala che porta al soppalco. Inoltre, c'è
un piccolo forno, che potrebbe aver avuto utilizzo domestico; interessante è il gradino della scala
con il titolo epimeletes. Inoltre, in stato di crollo è stato ritrovato un piccolo altare in calcare
modulare (molto utilizzato a Palmira) con iscrizione in palmireno e con dedica al “dio senza nome
di Palmira” (questa divinità viene solamente nominata attraverso epiteti). Si conoscono circa 300
altari del genere in tutta la città (all'interno di un muro dell'edificio ne è stato trovato un terzo). È
possibile che questo gradino e questi altari facessero parte di un edificio sacro più antico da
collocarsi presso la fonte Efka. Una missione siro-americana guidata da Cinzia Fyllason, esperta
di archeologia di genere, ha avviato alla ricerca di un tempio di una dea presso la fonte Efka. Si
posso notare diversi elementi di rimpiego all’interno della cella (8x15 colonne)

Divinità palmirene
Il Santuario di Bel, che in bibliografia è indicato anche come Tell, si trova in una zona dove
sondaggi hanno restituito anche fasi più antiche dell'insediamento (un importante documento sono
le tavolette reali di Mari). Alcuni sondaggi hanno portato alla luce ceramiche dell'età del bronzo da
un'area leggermente sopraelevata. Sicuramente è da identificare un'area sacra in prossimità dell'oasi
e della fonte Efka, un luogo che era occupato anche in età primitiva: l'area sacra è caratterizzata da
un grande recinto con al centro un vero tempio, da cui sono state ricavate datazioni molto precise
(aprile 32 d.C., cioè età tiberiana → 6 dimisan 343). Curiosamente una parte della cella è dedicata
ben a tre divinità da parte di un notabile di Palmira; da notare le forme molto occidentali del tempio,
che fanno pensare a qualche coinvolgimento di architetti romani (secondo alcuni la città di Palmira
in età tiberiana entra a far parte della provincia di Siria). Il recinto viene realizzato tra l'80 e il 150
d.C. e il villaggio arabo si insedierà almeno in parte al suo interno; il recinto è molto irregolare e
misura circa 210 m per lato e il propileo non è nemmeno in asse con un ingresso alla cella orientato
in direzione n-s. Un bastione ha inglobato l'ingresso della struttura; da notare i molti elementi di
rimpiego. La cella è anomala, infatti, possiamo contare: 15 colonne sul lato est e 12 sul lato ovest;
inoltre, la rampa di ingresso interrompe il podio del tempio. Il fatto che l’accesso al tempio sia sul
lato lungo non ci deve sconvolgere eccessivamente, infatti, questa soluzione è adottata talvolta
anche nel mondo romano. All’interno della cella troviamo due adyta (o otalamoi), che costituiscono
una particolarità dei tempi siriani. Inoltre, all’interno dei templi siriani troviamo una piccola
nocchia/ abside/ piccolo ambiente accessibile da scale, che permettevano l’accesso a un tetto a
terrazzo con decorazione a merli, che richiama una simbologia solare (stessa tipologia di tetto vista
a Gerasa presso il Tempio di Zeus). Interessante è che una parte del culto si svolgesse appunto sul
tetto, caratteristica ripresa dal mondo babilonese. L’uscita delle scale sul tetto è coperta da tre
torrette (nelle ricostruzioni viene inserita una quarta torretta sull’angolo rimanente, ma gli orientali
non sentivano il bisogno di simmetria tipico del mondo orientale. La terrazza è mimetizzata dal
frontone a merli per normalizzarne l’aspetto. Quindi, secondo Pierre Gros si tratta di tempio
orientale per necessità cultuali, che però è travestito da tempio romano. Altra caratteristica che
discosta il tempio dal mondo romano è la presenza di numerose finestre che ne illuminano la cella,
che doveva essere molto luminosa. La decorazione era molto raffinata e ricca: i capitelli corinzi
delle colonne erano realizzati in bronzo (naturalmente sono stati rifusi in epoca tardo-antica),
semicolonne a capitelli ionici erano applicati ai lati brevi (questi capitelli fanno pensare a
maestranze provenienti da Antiochia. Inoltre, i lati brevi sono completamente chiusi ad indicare che
ci troviamo di fronte a un ambiente particolarmente sacro, anche se solitamente i templi avevano un
singolo adyton. Ogni adyta ospitava una statua di culto diversa: quello sud la statua del dio Bel, che
era utilizzata durante le processioni (si tratta di uno dei pochi culti documentati della religione
palmirena) e che probabilmente aveva un aspetto aniconico oppure poteva avere la forma di un
betilo (da notare anche la decorazione del soffitto, che ha un aspetto molto neoclassico; mentre,
l’adyton nord ospitava le statue di culto e un rilievo, di cui sono stati ritrovati gli incassi nella
parete. Osservando i templi siriani nel loro complesso si può notare l’esistenza di adyta molto
diversi tra di loro: alcuni sono a edicola, come nel Tempio di Bacco a Balbe (in cui ritroviamo
anche le scale che sboccano sul terrazzo e coperte da torrette), oppure ad abside. La tipologia
architettonica del Santuario di Bel era presente anche in altri siti nessuno dei quali ha livelli del
genere di conservazione. Molto più celebre è il soffitto dell’adyton nord con Bel centrale circondato
dallo zodiaco, quattro aquile e altre divinità. Nelle epigrafi il santuario è detto “casa degli dei
Palmireni” e non solo di Bel, supponendo che vi venissero venerate anche altre divinità.

8 maggio 2017
Tra l'80 e il 150 d.C. viene realizzato il temenos del Santuario di Bel, dentro il quale sorgeva:
l'altare, la sala per i banchetti, il cosiddetto edificio a nicchie e un bacile.
Con grande difficoltà si è cercato di comprendere la ritualità che ci si svolgeva nel santuario
cercando, soprattutto, confronti con il mondo babilonese, che a sua volta ha trovato continuità nel
mondo islamico.
Sono state ritrovate circa 1500 laminette fittili o in metallo, che hanno aiutato a comprendere
maggiormente l’argomento: tra le varie immagini, che sono associate ad epigrafi, troviamo anche
quella del letto di Bel, che ha fatto supporre che venissero celebrati banchetti sacri. Il nucleo più
consistente di questi reperti è stato rinvenuto proprio nelle canaline di drenaggio nella sala da
banchetto.
Nel tempio di Arsu, dio della guerra e protettore delle carovane, sono state ritrovate altre 125
tessere appartenenti alla medesima serie: queste riportano solitamente il nome del sacerdote di Bel
raffigurato. I nomi qui riportati sono stati confrontati con quanto noto dai rilievi funerario, di cui
spesso abbiamo anche una datazione, permettendoci così di identificare i defunti come sacerdoti e,
soprattutto, di riuscire a ricostruire l’iconografia di questa categoria. I banchetti non avevano
esclusivamente funzione sacrale, infatti, potevano essere anche riunioni di associazioni private, che
si svolgevano all'interno del santuario (con chiara analogia con i culti imperiali; sono state
individuate anche altre sale da banchetto). Il santuario di Bel è anche simbolo dell'identità civica
palmirena.
Al momento della costruzione, nel 32 d.C., non vi erano altre strutture in pietra in tutto il sito,
mentre nel resto della città si possono osservare numerosi elevati eccezionali e ricollegabili al
mondo greco romano; tanto che si è ipotizzato un qualche intervento esterno (sono noti i nomi di
alcuni architetti sicuramente greci). Secondo altri studiosi il santuario sarebbe da attribuire a un
intervento romano, che si collocherebbe bene nella prospettiva degli interventi romani in Siria (il
tempio daterebbe l'intervento romano nella provincia all'età tiberiana). In effetti, nel santuario di Bel
è stata rinvenuta un'epigrafe latina con dedica a Tiberio, Druso e Germanico da parte del legato
della legio X e che dovrebbe datarsi al 14-15 d.C. (questa è una delle pochissime epigrafe latine di
Palmira, ma ancora più rara è la presenza del culto imperiale a Palmira).
A Palmira sono molto frequenti i nomi teofoni, cioè legati a una divinità (in particolare a Bell) nome
“Bel” significa letteralmente “signore”, ma viene tradotto in greco con Zeus. Il santuario nelle
epigrafi è presentato come santuario degli dei Palmireni. Inoltre, è attestata anche la triade di Bel a
cui è dedicata una parte della cella del tempio, in cui è associato ad Aglibol (Luna) e Yarhibol
(Sole); attorno a Bel, con il tempo, si era organizzato un vero e proprio pantheon.
Sono pochissime le raffigurazioni divine che abbiamo, tra queste possiamo ricordare quella soffitto
dell'adyton nel santuario di Bel: attorno alla divinità principale, Bel, che regge la ruota dello
zodiaco ed è accompagnato da un'aquila, abbiamo la volta celeste con tutta una serie di altre divinità
(il segno della bilancia è stato introdotto solamente nel I sec. d.C. e la nuova dottrina è subito
recepita a Palmira).
La triade di Bel comparirebbe anche su di una tessera, in cui Bel è rappresentato con corazza
anatomica a scaglie e dove indossa un kalathon come copricapo. Nel santuario sono state rinvenute
alcune scene di difficile lettura, ma probabilmente a carattere rituale. Una delle lastre più
interessanti aveva sul rovescio scene di offerta di incenso da parte di sacerdoti (la processione
rappresentata potrebbe essere legata al dio Arsu).
Su un'altra lastra abbiamo una scena di combattimento tra Bel e un mostro anguipede, che
suggerisce il tema ricorrente della lotta tra bene e male; mentre sul retro del rilievo troviamo
Aglibol e Malakbel, che in coppia erano legati al tema della rigenerazione rituale.
Nella parte inferiore dell'immagine troviamo scene di caccia e di vittoria con chiari riferimenti
ellenistici (sono state rinvenute diverse tracce di colore). Un altro rilievo sull'architrave rappresenta
il sole, la luna e una divinità non ben definita (da notare come tutte le divinità palmirene abbiano
lunghi nomi con perifrasi, che vuole nascondere il vero nome). Yarhibol aveva un proprio luogo di
culto presso la fonte Efqa, alla quale si fa cenno anche in altre culture lungo la linea danubiana e
lungo la linea africana (anche lungo il Tevere ci sono tracce di venerazione di divinità palmirene).
Un altro rilievo dedicato a Malakbel e Aglibol è corredato da iscrizioni greco-palmirene. Talvolta
queste divinità sono rappresentate nell'atto di compiere un sacrificio/offerta. Invece, il dio Arsu
compare talvolta in forma di cavallo o sul dorso di un cavallo.

9 maggio 2017
Su un frammento di altare proveniente da Hauran possiamo osservare Shadrapha, che brandisce un
bastone con un serpente, elemento che lo ha fatto associare ad Asclepio; il dio è raffigurato armato e
con corazza anatomica.
Dalla Siria meridionale proviene il culto di Baalshamin, il cui tempio è molto studiato anche in
riferimento alle sculture. Quando il santuario viene realizzato la zona non era urbanizzata ed era
completamente libera. Nei pressi sorge un ipogeo del II sec. a.C., da ricollegare a una tribù che
controlla buona parte della città (la tomba è dedicata al loro fondatore). Il tempio orientale è stato
ricostruito facendo riferimento a un altro tempio; successivamente sul tempio sarà costruita una
villa, oggi sostituita dall’Hotel Zenobia. La zona, sfortunatamente, è stata solo parzialmente
indagata: si tratta di un tempio con cella a corte, molto particolare, circondato su tre lati da muri con
orientamento nord-est/sud-ovest. Sul lato sud-ovest si possono notare una serie di ambienti, di cui ci
si è potuti fare un’idea grazie a confronti con altre strutture. Baalshamin è una divinità proveniente
dalla costa fenicia e che conobbe una grandissima diffusione in tutta la Siria, i cui tratti si sono
progressivamente modificati. Il santuario è caratterizzato da una grande ricchezza di epigrafi,
inoltre, con il tempo è stato ampliato: la corte nord è stata inaugurata solamente nel 67 d.C. da parte
di tutta una serie di personaggi, che lasciano epigrafi con indicazione di quello che hanno donato
(sembra che comunque ci fosse un piano predefinito; c’è chi dona anche solo una colonna). Il
complesso santuariale è dedicato a Baalshamin, che è detto buono e preciso; le grandi corti vengono
monumentalizzate e diventano quadriportici. Infine, venne costruito un piccolo tempio in forme
occidentali; nel 130-131 d.C. viene realizzata una sala per banchetti che sfruttava parte del portico.
Fino al 1954 il tempio era in larga parte interrato e sfortunatamente è stato fatto esplodere
nell’agosto del 2015. Da notare è la grande presenza di mensole per statue onorarie degli evergeti
che avevano partecipato alla costruzione del complesso. Si tratta di un tempio prostilo con paraste
corinzie e finestre; le colonne sono state colpite da consunzione a causa dell’umidità del terreno.
Nel I sec. d.C. ormai il culto di Baalshamin si era trasferito in questo tempio; da notare è la presenza
di un bellissimo adyton con un’abside molto elaborato. Inoltre, da notare è la presenza di incavi
sulla parete di fondo per un rilievo di Baalshamin, che è raffigurato come uno Zeus e doveva essere
coperto da una tenda, di cui sono ritrovati gli incassi sulle colonne. Una variante delle mensole con
statue onorarie è la raffigurazione del personaggio da onorarie direttamente sulle colonne con sotto
una piccola mensa. Solitamente viene utilizzato calcare bianco nodulare su cui viene intagliato un
personaggio vestito alla greca. È stato condotto un interessante studio sull’architettura del santuario,
che presenta misure molto precise anche per quanto riguarda la pianta antica.: è stato utilizzato un
doppio cubito diviso in tre piedi, che è adottato per tutto l’edificio. La pianta dell’edifico è molto
irregolare, che ha stimolato l’équipe svizzera a studiare anche le diagonali, che curiosamente si sono
dimostrate molto regolari re orientate in direzione est-ovest (le diagonali si costruiscono sulla
misura di 1√2. Baalshamin nelle iscrizioni greche è presentato come Zeus e con l’epiteto di signore
dei cieli; il suo culto è largamente diffuso nel I millennio a.C. nella Fenicia per poi diffondersi nella
Siria meridionale durante l’epoca seleucide. La divinità assume le caratteristiche di Adad, divinità
della tempesta; inoltre, aveva controllo anche sui campi e sul bestiame. Anche dal punto di vista
iconografico Baalshamin è identificato almeno in parte a Zeus: ha la barba (invece, Bel solitamente
è raffigurato senza), è sempre seduto su di un trono (solitamente modesto), indossa un kalathos (che
è caratteristico anche di Bel) e veste alla greca con uno scettro. Sul rilievo del Gad di Dura Europos
si può osservare un sacerdote che dedica un’offerta su di un altare a una divinità; il trono in questo
caso è meno semplice rispetto al solito. Dai rilievi dal territorio Baalshamin è sempre rappresentato
sempre in trono e vestito alla greca; si tratta dell’unica divinità riconoscibile all’interno della sfilata
di divinità; solitamente sono indicati i nomi delle divinità che ci aiutano nell’identificazione. Nel
rilievo da Al Maquate abbiamo epigrafi sempre molto precisi. Baalshamin può anche essere
raffigurato armato con corazza ellenistica a scaglie; si tratta di un’iconografia tipica del mondo
arabo-nomade. La figura centrale è barbata e dotata di kalathos con nastri intorno al capo in
maniera molto innaturale; inoltre, si tratta dell’unico personaggio con pantaloni orientali
(anassiridi), che sono un chiaro segno di barbaritas anche per l’Oriente. Nella mano destra forse
teneva una lancia realizzata con materiale differente, che manca anche nelle altre due figure.
Da ricordare che quando Malakbel si trova all’interno del bosco sacro non viene mai rappresentato
armato, ma nella sua versione di divinità della vegetazione; Malakbel è raffigurato molto giovane
con la testa piena di riccioli, con una collana rigida, detta tordes ed è senza pantaloni
(impropriamente si parla di triade di Baakshamin, alla quale nei santuari non esiste alcuna dedica);
questa interpretazione araba di Malakbel potrebbe aver causato circuiti anche con altre divinità.
Quando troviamo Malakbel sa solo assume le sembianze del Sol Sanctissus. Altro reperto molto
interessante è un altare palmireno rinvenuto a Roma (I sec. d.C.) con doppia iscrizione latina e
palmirena: la versione latina è più completa e ci rivela che l’altare è dedicato al Sol Sanctissus;
invece, quella palmirena dedica l’altare a Malakbel e a tutti gli dei palmireni. I dedicanti dell’altare
sono un’intera famiglia composta da marito, moglie, figli, schiavi, addetti ai magazzini; è possibile
che il dedicante fosse un liberto imperiale. L’altare è realizzato in marmo bianco greco ed è
decorato su tutti e quattro i lati, la decorazione non è completamente chiara e possiamo osservare:
- un busto di divinità portato da un’aquila e con un nimbo sul lato principale;
- una divinità incoronata da una vittoria che sta per salire su un carro trainato da grifoni;
- un busto di divinità con un falcetto, che viene identificato con Saturno barbato;
- un cipresso con un capretto, che non trova confronti.
L’ara presente a Musei Capitolini potrebbe rappresentare la posizione del sole nel corso della
giornata oppure le quattro stagioni oppure potrebbe essere rappresentato Malakbel con aspetto di
divinità solare e in questo caso il cipresso potrebbe far riferimento al bosco sacro. L’altare è stato
realizzato da alcuni palmireni trapiantati a Roma.
L’iconografia dei carri con grifoni compare anche su un altare presso il santuario di Baalshamin,
dove un personaggio è incoronato. Sugli altri lati si possono osservare Allath e Shaadu con un
vestito tipico di un conduttore di carovane.
Inoltre, secondo alcuni Baalshamin sarebbe quello noto come dio anonimo (spesso nelle religioni
orientali i nomi delle divinità sono nascosti in quanto si può notare una certa convergenza di epiteti.
Sono stati trovati parecchi di questi altari databili al II-III sec. d.C. e sono piuttosto piccoli e con
modanature; questi reperti si concentrano specialmente presso la fonte Efka e nella zona del
Santuario di Diomiziano.
L’altare più raro è quello dedicato a Shoadu, che ha una data precisa e ha una decorazione a oculi. Il
reperto è venuto alla luce in prossimità della fonte Efka; su questi altare si potevano bruciare
offerte. Un altro altare dedicato da Tuqim (II sec. d.C.) è stato dedicato a colui il cui nome è
benedetto per sempre; interessante è notare che Tuquim sia una donna. Per la verità abbiamo molte
dediche di donne o liberti, che potrebbe essere considerate categorie deboli. La raffigurazione della
mano tesa è molto interessante, ma non va inteso come gesto dell’orante; questi altari talvolta solo
posti lungo le strade. Questi reperti sembrano da inserire all’interno di una tendenza al monoteismo,
che indica uno stretto legame tra dedicante e dio.
Presso il Museo di Lione troviamo una stele con Baalshamin, Aglibol e Yarhibol, Bel caratterizzata
da una grande simmetria e probabilmente doveva essere incastrata in qualche parete. Da notare è
come l’epigrafe sia poco curata e infatti, esaurito lo spazio termina nella cornice: la dedica presenza
le divinità raffigurate in un ordine differente tentando forse di costituire un ordire gerarchico. Bel
all’interno dell’immagina sembra dotato di una maggiore importanza suggerita dal kalathos che
indossa che va oltre la cornice. In questo caso Baalshamin è raffigurato barbato, mentre solitamente
è glabro, in trono, con nastri svolazzanti intorno alla testa (iconografia tipica di Bel), con una
corazza a scaglie, un disco con foro centrale e uno scettro con globo. Baalshamin e Bel sono
raffigurati speculati: uno è accostato da un grifone e l’altro da un toro con gobba. Centralmente
abbiamo le figure del sole e della luna con corazza anatomica e con scettro con globo.

10 maggio 2017
Il rilievo del Museo di Lione dovrebbe provenire dalla città e non dal territorio: molto interessanti
sono i seggi, che hanno a lato un toro con gobba e un grifone, che non sembrano essere decorazioni.
Il toro è uno degli attributi di Baalshamin, mentre è più difficile da spiegare il grifone, che
solitamente non viene attestato con Bel. Nel rilievo Bel sembra la divinità principale e in effetti era
la divinità civica di Palmira. Inizialmente tutte le divinità erano aniconiche e con il tempo assunsero
determinate sembianze come possiamo osservare ad esempio sul soffitto dell’adynaton del Tempio
di Bel. Quando il nome greco romano è intervenuto a sistemare l’iconografia in maniere diverse:
Bel, domina l’universo e il cosmo, corrisponde a Zeus; anche altre divinità hanno una certa
autonomia a Palmira e sono dotate di luoghi autonomi, dove vengono onorati secondo diverse
prerogative. Sul soffitto di Bel le divinità sono interpretate come pianeti, che sono governati da Bel.
Arsu era protettore dei camellieri e aveva un suo tempio; per assonanza viene associato ad Ares e
inizia ad essere rappresentato armato. Anche Aglibol, divinità della fonte ha un proprio luogo di
culto; Astarte viene interpretata come Venere. Questa sistemazione cosmologica risale al I sec. d.C.
e prevede Bel come cosmocrator. Yarhibol solitamente è il sole, ma solo in caso di associazione con
Bel; Yarhibol era venerato presso la fonte Efqa, dove non sappiamo se effettivamente vi fossero dei
monumenti. Il nome di Yarhibol potrebbe essere da connettere o alla fonte o alla luna: “la luna di
Bel”.
Agibol e Malakbel vengono venerati all’interno del bosco sacro, di cui ignoriamo la localizzazione
(spesso viene indicato dalla rappresentazione di un piccolo cipresso; nel caso siano raffigurati
insieme hanno connessioni con il concetto di rinnovamento: Anche Astarte aveva un proprio luogo
di culto, che però non è ancora stato identificato (Bel, Yarhibol e Malakble possono essere
considerati parte del gruppo di Bel). Possiamo parlare anche di un gruppo di Baalshamin: noi
concepiamo sia Bel sia Baalshamin come Zeul, ma sono entità diverse con origini bel distinte (Bel è
una divinità proveniente dalla Mesopotamia e Baalshamin dalla fenicia). Nel gruppo costituito da
Aglibol, Maalakbel e Baalshamin è da notare la trasformazione subita da queste divinità da parte di
popoli nomadi arabi (Baalshamin armato è sempre associato a queste due divinità). Malakbel come
divinità autonoma è assimilabile al sole; per la verità esistono anche altre divinità dotate di templi:
ad esempio il tempio di Allath presso il Campo di Diocleziano (all’estremità occidentale di
Palmira), che è stato costruito nel I sec. d.C. quando la città si estendeva ancora a sud dello wadi.
Presso questo luogo troviamo un’iscrizione latina a cura del governatore della provincia siriana
(293-303 d.C.), che realizza anche le cosiddette Terme di Diocleziano in prossimità della via
colonnata. Con la realizzazione dell’accampamento avviene anche la sistemazione della zona. Il
termine Allath vuole dire, letteralmente, “la dea” e viene assimilata a Minerva, la dea armata; il
tempio viene sfruttato almeno fino al IV sec. d.C. e si inserisce perfettamente all’interno del campo
legionario, che è stato scavato dalla missione polacca nel corso degli anni Settanta. Sono stati
condotti dei sondaggi anche nel corso di anni recenti, ma la zona non è stata completamente
scavata. Alla metà del II sec. d.C. si colloca la ristrutturazione della parte più antica della cappella
di cui si possono osservare tracce nelle fondazioni e dove era conservata la statua di culto
caratterizzata da forme tipicamente occidentali. (in seguito alla distruzione del 380 d.C. la statua di
culto è stata sepolta).
Un altro tempio importante è quello di Nebu o Nabu, che è aperto verso sud a dimostrazione che
effettivamente la città si estendeva verso sud; il tempio venne monumentalizzato nel corso del I sec.
d.C.. Il tempio è caratterizzato da una pianta molto irregolare e trapezoidale; la cella e il propileo
sono aperti verso sud. Come abbiamo visto si trattava di un tempio periptero di cui rimangono
alcuni elementi; la ricostruzione del tempio richiama chiaramente il tempio di Bel: abbiamo un
adyton con scale che portano sul tetto. Quando in età severiana venne rifatta la via colonnata venne
tagliato il tempio e rifatto il lato nord: la presenza di botteghe affacciate sulla via colonnata si
spiega con il progressivo declino delle principali famiglie della città, come quella di Elabel. Nebu è
una divinità babilonese ed è stata assimilata ad Apollo come divinità della luce; davanti al tempio si
trova uno strano altare ricostruito nel corso del II sec. d.C. ed è dotato di un basamento
quadrangolare con un rilievo molto rovinato tutto intorno con sfilate di divinità. Non è possibile che
su questo altare, di cui è difficile da ricostruire la copertura, avvenissero sacrifici cruenti: è
probabile che avvenissero delle processioni durante le quali ci si fermava in corrispondenza dei
rilievi.
Un altro tempio identificato, ma non scavato è quello di Arsu, che ha uno sbocco sulla via
colonnata verso sud; Arsu viene interpretato come Marte ed è visto come protettore delle carovane
(nella sua prerogativa di protettore dei cammellieri talvolta è in coppia con Aziz). Nel mondo arabo-
nomade le divinità proteggono un intero clan: sono spiriti che assumono connotati antropomorfi e
sono sempre raffigurati armati.
Allath è una delle divinità principale di Palmira e può essere caratterizzata da due diverse possibili
iconografie:
- sull’altare del Tempio di Baalshamin il dio è raffigurato in trono con una mano alzata in
segno di benedizione e nell’altra un ramo d’ulivo; la sua figura è accompagnata da un leone
forse da riferire a un’iconografia più antica;
- con il tempo ha assunto sembianze di un guerriero ed è stata identificata con Atena
all’interno del Tempio di Allath, dove troviamo una sua statua in marmo bianco (materiale
usato molto di rado a Palmira).
Su un altro rilievo dedicato ad Allath e Rahim, conservato al Museo di Damasco, abbiamo la dea
Allath che protegge una gazzella sulla cui zampa compare un’iscrizione che richiama la
benedizione in onore di chi non versa sangue all’interno del temenos sacro.

15 maggio 2017
Dura Europos sull’Eufrate
Dura Europos è una città-fortezza di fondazione macedone: la città è protetta su tre lati da mura e
sul quarto dal fiume. Da notare è la grande concentrazione di templi dedicati a culti diversi, tra cui il
Tempio di Bel o il Tempio degli dei palmireni; tutte queste aree sacre poggiavano sulle mura e
quindi vennero sepolte al tempo del conflitto sasanide. Dai militari che scavavano trincee venne
trovato un primo interessante affresco. Anche in questo sito la parte settentrionale della città viene
occupata dall’accampamento romano. Sul muro del pronao del Tempio di Zeus sono emersi alcuni
affreschi, alcuni dei quali sono di difficile lettura e che vennero lasciati in situ. Uno dei migliori
rappresenta il sacrificio ad opera del tribuno del cohors XX palmyrenorum, del quale si ricava anche
il nome. Un gruppo di soldati assiste su due file alla cerimonia a cui presiedono anche un
vessillifero e un sacerdote.
Molto diffusa è la personificazione di Dura Europos, che riprende quella di Antiochia con corona
turrita e una figura acquatica ai piedi. Al di sopra ci sono tre figure, che sembrano statue che hanno
una base circolare, che è tipica dei bronzetti: si è discusso se si tratta di statue di dimensioni naturali
o statue di divinità (si tratta di divinità armate con una corazza anatomica e con un nimbo intorno
alla testa intorno a un volto senza barba). Sulla destra abbiamo una figura con elmo e scudo, che
potrebbe essere il dio Arsu; gli altri due personaggi si vedono poco, ma il personaggio centrale
aveva un globo e un corno, che potrebbe indicare il crescente lunare. L’iscrizione funeraria parla di
Julius Terentius ed è in greco; l’uomo muore nel 239 d.C. e quindi ci fornisce una datazione
postquem tra il 230-240 d.C.. Una parte degli studiosi (storici) interpreta le tre statue come
imperatori romani, mentre altri (archeologi) le interpretano come divinità palmirene. Quindi si tratta
di una scena che si svolge all’interno dell’accampamento romano e quindi si potrebbe trattare di una
cerimonia da connettersi al culto imperiale. Le truppe si riunivano di fronte alle insegne
dell’imperatore alla presenza di un sacerdote. Queste scene sono caratterizzate da una grande
ambiguità, che potrebbe essere voluta. Si tratta di una legio di palmireni, identificabili dalle epigrafi
con i loro nomi; in un altro rilievo abbiamo una dea che viene interpretata come Tychè di Palmira,
che viene nominato come “buona dea” e che sembra seduta su un non trono. Questa figura indossa
un copricapo cilindrico e molti gioielli, a cui si aggiungono nastri intorno al volto; sotto la figura
troviamo quella che non sembra essere la fonte Efqa.
Sacerdoti di Bel
Sui rilievi funerari la categoria dei sacerdoti è l’unica ad essere ben caratterizzata: sono glabri
(anche in epoca post adrianea), hanno un alto polos/kalathos (che è liscio o con corona metallica
decorato da una rosetta a dal busto di un sacerdote); in realtà questo polos è un copricapo di origine
fenicia (i copricapi siriani sono, invece, tronco conici). Inoltre, questi sacerdoti indossano una
tunica con maniche corte e in mano tengono un alabastro e una coppa con grani di incenso
(probabilmente si apprestano a un’offerta). Secondo gli studiosi si tratterebbe di sacerdoti di Bel
come si capisce dal confronto con le tessere ritrovate.