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Storia Romana

(Luigi Bessone)

07/10/2010

La storia romana può essere periodizzata in vari modi. Il più comune è quello che la suddivide in
età monarchica, età repubblicana ed imperiale.
Conviene invece suddividerla in: storia romana arcaica, una storia schematizzata fra lo storico ed il
leggendario che comprende la monarchia e la prima fase della Repubblica; storia romana
repubblicana vera e propria, compresa tra la terza guerra sannitica (IV-III sec. a.C.) o la guerra
epirota contro Pirro (282-275 a.C.) fino all’avvento del potere imperiale; essa è una storia di
vicenda politica dinamica (dinamismo repubblicano) che corrisponde grosso modo all’imperialismo
che connota questo periodo; la terza fase è quella imperiale, un’epoca di conservatorismo seguente
alla vitalità repubblicana, in cui si collocano come parziali eccezioni le mire espansionistiche di
Traiano e Settimio Severo. L’imperatore tendeva a non espandere ulteriormente i confini imperiali
per il timore di un rovesciamento della propria carica in seguito ad un fallimento militare.

Intorno al 200 a.C. (fine della seconda guerra punica → Zama, 202 a.C.) vede la luce la prima
storiografia romana, soprattutto in virtù del pragmatismo romano (contrapposto al carattere
principalmente speculativo del popolo greco). Si sente dunque la necessità di conoscere la propria
storia e ricostruirla poiché è un’esigenza di mercato. Tale esigenza scaturisce dal contatto con il
mondo ellenistico (si definisce ellenistico un prodotto della civiltà greca in terra straniera,
generalmente dalla conquista da parte di Alessandro Magno in poi), avvenuto dopo la proiezione
del mondo romano all’esterno dopo la vittoria annibalica.
Il mondo greco è molto più culturalmente avanzato di quello romano ed era stato connotato da due
momenti di grande importanza: la colonizzazione dell’Asia Minore (attorno al 1000 a.C.) e la
fondazione, pochi secoli dopo, di colonie in Italia meridionale ed in Sicilia. La colonia, fondata
dall’ecista, è recettrice di una storia che risale alla fondazione d’essa; da questo procedimento nasce
il problema di conoscere anche le radici (sconosciute) della madrepatria, ed è in tal modo che per
l’origine di Atene si risale al mito della contesa tra Poseidone ed Atena.
Come l’insediamento valdostano di Cordera aveva identificato il proprio fondatore in compagno di
Ercole, Cordero, analogamente Roma identifica il primo capostipite in Romo. Non è corretto
dunque dire che Romolo sia il fondatore di Roma, ma piuttosto che esisteva Roma e che i suoi
cittadini crearono il mito riguardo alla sua fondazione. Per un movimento tipico del mito
indoeuropeo, Romo viene dunque sdoppiato nei fratelli Romolo e Remo, il cui mito è un’arma a
doppio taglio: benché il sangue versato di Remo sia fattore di purificazione, a questo fratricidio si
rifaranno spesso le città nemiche a Roma per gettare su di essa polemica e discredito.

Uno storico di Taormina, Timeo, stabilì che Roma e Cartagine dovessero essere state create nello
stesso anno, mettendole in parallelo per la propria grandezza ed influenza e per le complesse
vicende che le avevano viste fronteggiarsi, collocando pertanto la nascita dell’Urbe nell’810 a.C..
In età ciceroniana lo storico Varrone Reatino fissò la data di fondazione di Roma nel 754-53 a.C.,
mentre Tito Pomponio Attico propose il 753-52 a.C.: vista la grande considerazione dal punto di
vista intellettuale di cui i due godevano si decise di collocarla per convenzione nel 753 a.C..
Tuttavia, studi archeologici condotti negli ultimi decenni confermano la presenza di insediamenti di
tipo urbano a Roma a metà dell’VIII secolo a.C.: data convenzionale dunque, il 753 a.C., ma non
antistorica.

I sette re di Roma sono indubbiamente re effettivi, ma sono pochi per coprire un periodo di due
secoli e mezzo (753-509 a.C.): in un mondo antico in cui la guerra è pratica quasi annuale, non è
normale il segnalarsi in guerra di giovinetti di diciott’anni, così come le dimostrazioni di sapienza
che il mito attribuisce ai giovani Numa Pompilio ed Anco Marcio come motivo dell’elezione regale.
Molto verosimilmente questi nomi sono quelli dei re che per la loro importanza erano rimasti nella
memoria di Roma e delle città confinanti, ossia le figure più eminenti in un complesso di sovrani di
cui si è perso il ricordo.
Tali conclusioni si traggono anche dal fatto che ognuno di essi abbia, secondo la tradizione, regnato
mediamente trentacinque anni, con una ripartizione non omogenea degli anni di regno (ad esempio,
ventisei per Tullo Ostilio e quarantadue per Numa), altrimenti il mito sarebbe stato immediatamente
identificato come artefatto per la propria innaturalezza. Inoltre si capisce come trentacinque non sia
un numero casuale, in quanto, secondo il calcolo antico, proprio trentacinque anni
corrisponderebbero alla durata di una generazione.

La monarchia romana è suddivisa in due fasi, la prima comprendente i primi quattro re (i re


indigeni) e la seconda corrispondente al regno degli ultimi tre (i re etruschi).
Tra i primi quattro notiamo un’alternarsi di re romani (Romolo, Tullo Ostilio) e sabini (Numa
Pompilio e Anco Marcio).
Nella Roma primitiva coesistevano tre componenti, i ramnes (Latini provenienti da Albalonga),
tities (Sabini) e luceres. Non è perfettamente chiara la provenienza dei luceres, ma l’analogia del
loro nome con lucus (bosco sacro), rimanderebbe alla tradizione, risalente alla generazione di
Romolo, di offrire asylum ai fuoriusciti (per lo più criminali) delle altre città che si fossero rifugiati
in tale luogo, in modo da accrescere l’allora esigua popolazione di Roma. Costoro erano molto
probabilmente costituiti da una componente etrusca non unitaria, ma comunque maggioritaria e
inizialmente tenuti, a causa della loro provenienza, ai margini della vita politica e, verosimilmente,
anche in condizione giuridicamente minoritaria.
Essi riuscirono ad ottenere grande importanza politica, e dunque ad accedere alla monarchia ed
ottenere il controllo della città, in seguito ad una grande migrazione a Roma di Etruschi, superiori ai
Romani, popolo ancora dedito alla pastorizia ed all’agricoltura, per abilità commerciali, marinare e
tecniche metallurgiche; tale spostamento di Etruschi è provocato dal fermento di guerre nel
Mediterraneo, che rende pericolosi i commerci che da secoli legavano l’Etruria alle città campane,
per cui i mercanti sono costretti ad optare per una via di terra quanto più diretta possibile, che si
identifica quindi con la via Tiberina.

La grande differenza tra monarchia indigena e monarchia etrusca è che mentre la prima è elettiva, la
seconda è dinastica. La prova che la monarchia indigena fosse regolata da un principio elettivo si
riconosce nella presenza di un interregnum, un periodo di vacanza della sede regale durante il quale
si attendeva che venisse designato il nuovo re, dopo il decesso del monarca precedente; il mito
indica come eccezionalmente lungo (addirittura un anno) l’interregnum successivo alla morte di
Romolo, per la difficoltà di trovare qualcuno che fosse paragonabile per grandezza all’illustre
predecessore. La parentela di Numa ed Anco non contrasta la tesi dell’elezione, ma semplicemente
indica la tendenza a privilegiare membri della stessa famiglia (anche Anco, comunque, salì al trono
dopo esser stato eletto).
Il nominativo del candidato veniva designato dai senatori e poi sottoposto al popolo che lo
approvava; in seguito, dopo aver tratto gli opportuni auspici (religione e politica erano strettamente
connesse), il re poteva formalmente ricoprire la carica.

Tra i re indigeni occorre un’alternanza di sovrani bellicosi e pacifici: dopo le sei guerre che Romolo
aveva condotto, troviamo Numa, talmente pacifico che tradizione vuole che nessuno abbia osato
portargli guerra; quest’ultimo è il re religioso, pius, per antonomasia, al cui regno si fanno risalire
praticamente tutti gli edifici, i collegi e le istituzioni religiose (vedi pontefici, Salii, Vestali).
A Tullo Ostilio si deve la grande vittoria di Roma sulla madrepatria Albalonga, che conduce la città
all’indipendenza ed all’egemonia all’interno della lega latina (episodio degli Orazi e dei Curiazi).
Di Anco Marcio si narra che fosse stato costretto a portar guerra dopo essere stato attaccato e in
seguito avesse conquistato le saline nella zona di Anzio. Sul piano civile egli mitiga i costumi di
guerra, volendo eliminare la fama di guerrieri infidi e spietati che avvolgeva i Romani: istituisce
l’indictio belli, la dichiarazione di guerra da farsi solo qualora siano venute meno le condizioni per
vivere in pace e il collegio sacerdotale ad esso preposto, i feciali. Costoro all’inizio intervenivano
soprattutto in seguito a casi di abigeato (furto di bestiame), reato gravissimo se si pensa a come
l’economia allora si basasse esclusivamente su allevamento e agricoltura, presentando all’accusato
la domanda di restituzione dei beni: in caso di mancata soddisfazione di tale richiesta, dopo aver
fatto rapporto al Senato ed avutone l’incarico, dichiaravano ufficialmente guerra. Tale concetto
corrisponde a quello del bellum iustum, della guerra combattuta con il favore della pax deorum, che
garantiva il successo in battaglia; il venir meno del sentimento di necessità del bellum iustum (metà
II secolo a.C.), con una sorta di ὕβρις per cui i Romani ormai credevano che nessun dio avrebbe
potuto opporsi alla loro potenza e sentivano come legittimo l’utilizzo di mezzi illeciti, è una delle
componenti per cui essi passeranno con disinvoltura da guerre esterne a guerre civili.

E’ corretto parlare di egemonia etrusca a Roma, ma non è giustificata l’espressione


“etruschizzazione” dell’Urbe, la quale più semplicemente segue attraverso i suoi re (che collegano
la propria figura a quella del lucumone) le linee della politica etrusca. La caratteristica dinastica si
esplica nella successione dei re in ambito familiare Tarquinio.
Tarquinio Prisco era figlio di Demarato di Corinto, fuggito dalla propria patria per evitare la
tirannide di Cipselo e ben accolto in Etruria, la quale era però chiusa di fronte alle prospettive
politiche degli immigrati, per quanto essi potessero essere anche molto ricchi; a causa di ciò Prisco
emigra a Roma ed Anco lo sceglie come precettore dei suoi figli. Prisco, dopo esser stato eletto re,
ostacolando, secondo la tradizione, l’elezione dei figli di Anco, regge bene la città e la guida ad una
serie di exploits in politica estera.

08/10/2010

Ettore Pais ha considerato Tarquinio il Superbo un doppione del Prisco (creato dal procedimento di
sdoppiamento del mito analogo a quello di Romolo e Remo) a cui è stato aggiunto l’appellativo per
giustificare la caduta della monarchia, ma questa visione ormai non è da considerarsi attendibile.
Problematica è la discussione sulla parentela dei due (se il Superbo fosse figlio o nipote del primo),
ma Dionigi di Alicarnasso ha dimostrato l’impossibilità del fatto che il secondo fosse figlio del
Prisco.
E’ indubbio invece che Servio Tullio fosse genero del Prisco, avendo sposato la figlia di lui
Tarquinia. Discordi però sono le fonti sulla sua provenienza: una speculazione derivata direttamente
dal nome lo vuole figlio di una serva (ex serva natus), ma per nobilitarne l’origine si dice che costei
fosse Ocresia una captiva nobilis, prigioniera di guerra di rango nobiliare, moglie del principe di
Cornicoli e già incinta del figlio al momento della cattura (Servio dunque sarebbe egli stesso di
stirpe nobiliare).
Una seconda e più attendibile versione ci viene dal futuro imperatore Claudio, che, lasciato al di
fuori della vita pubblica a causa delle varie infermità che lo affliggevano, si dedicava a studi di
etruscologia; egli identificò Servio con un mastarna etrusco (termine equivalente al magister
latino), capo di una banda di avventurosi insediatisi a Roma nel corso di una delle succitate
migrazioni ed entrato in rapporti di affinità prima e di parentela poi col Prisco in virtù della comune
origine etrusca. Noi, basandoci sugli affreschi della tomba François a Vulci, tendiamo a far
coincidere la figura di Servio con quella di un servo dell’etrusco Cele Vibenna.
Per cronaca, le mura serviane a Roma non risalgono all’epoca della monarchia di Tullio, ma
risalgono al IV secolo a.C. (Spurio Servilio Prisco), forse un rifacimento di una cinta muraria più
antica.
Servio Tullio costituisce la prima pietra miliare di un cambiamento dell’ordinamento romano che
punta verso un’idea più vicina a quella repubblicana, intervenendo sulla precedente costituzione
romulea. Va comunque precisato che le leggi non erano scritte, ma si basavano su una consuetudine
della tradizione, che poi confluirà in quello che è definito mos maiorum.
La cosiddetta costituzione romulea prevedeva la suddivisione della popolazione nelle tre tribù
gentilizie dei Ramnes, Tities e Luceres, basandosi perciò su un criterio di stirpe, dividendo i
componenti di esse tra nobiles ed ignobiles: tale modo di vedere, che portava ad una sclerosi
dell’assetto della societas romana, divenne presto anacronistico. Tito Livio, storico di età augustea ,
che compose i centoquarantadue libri dell’Ab Urbe condita (provocando la scomparsa di gran parte
della tradizione annalistica precedente, a causa della mancanza successiva della richiesta di queste
opere da parte del mercato, nonché influenzando la scrittura di opere storiche successive, come
quella di Cassio Dione) scrive “[Romulus] centum creat senatores”. Tale visione non può
corrispondere alla realtà perché i patres familias delle famiglie di Albani che avevano creato il
primo insediamento da cui sarebbe sorta Roma erano preesistenti all’esistenza di un re (da e tra essi
eletto), difatti la città non può effettivamente collegarsi all’esistenza di un conditor sul modello
dell’οἰκιστής delle colonie greche. Anche il numero ci lascia perplessi, ma, come molti numeri
nella storiografia antica è da considerarsi indicativo; Livio lo risolve semplicemente affermando che
o Romolo ne abbia giudicato sufficiente il numero o perché ci siano state esattamente cento
famiglie papabili per un posto in Senato.
L’ordinamento romuleo (criterio gentilizio) è definito curiato ed investiva sia i diritti di cittadinanza
dei cives, sia i doveri militari di questi ultimi. Va sottolineato che nella mentalità latina, un civis è
prima di tutto membro della comunità, al contrario di quanto avveniva nella concezione
individualistica del mondo greco. Il nome di tale costituzione deriva dalla fornitura alla città da
parte delle tre tribù di dieci curie ciascuna, ognuna delle quali provvede a concedere all’esercito una
centuria (cento uomini): i tremila uomini così ottenuti formano la legio.
Il servizio militare, grosso modo dall’VIII al VI secolo a.C., è ripartito in due fasi annuali: una
bellica che dura da primavera inoltrata fino all’inizio dell’autunno, e una domestica nel resto
dell’anno. Tale organigramma, comunque, pur essendo ben congegnato a tavolino, non era
perfettamente rispettabile nella pratica effettiva.
Nella vita civile le curie [da curis (asta) o da co-viriae] si radunano nei comizi curiati; basandosi sul
presupposto della superiorità di stirpe, i nobili vengono raggruppati in curie privilegiate ed hanno il
reale controllo del sistema in tal modo cristallizzato.

A tale ordinamento Servio Tullio oppone un regime centuriato, sostituendo al principio di nobilitas
quello censitario, in cui chi più possiede più influenza ha nella vita civile della città. In base a tale
criterio si suddivide la cittadinanza per reddito in centurie; troviamo quindi cinque classi principali:
- le ottanta centurie della prima classe fornivano fanti pesanti armati di tutto punto con armatura
oplitica;
- le quaranta centurie della seconda e della terza classe (venti ciascuna) fornivano fanteria pesante
non completamente armata;
- le cinquanta centurie della quarta e della quinta classe (rispettivamente venti e trenta) fornivano la
fanteria leggera, principalmente composto da velites e frombolieri.
Esiste poi una classe di cavalieri al di sopra delle cinque classi sopra citate, con il compito di fornire
la cavalleria, nonché cinque infra-classi che procuravano rispettivamente i fabri lignari, i fabri
aerari, tubicines, cornicines e gli accensi; questi ultimi erano preposti al recupero delle armi dei
caduti ed alla loro sostituzione in battaglia durante il combattimento (ruolo estremamente rischioso,
essendo essi inizialmente disarmati e completamente esposti ai colpi dei nemici). Capiamo pertanto
il rapporto tra censo e ruolo nell’esercito se pensiamo a come le spese per l’equipaggiamento
fossero da sostenere personalmente.
Le centurie della cavalleria e della prima classe costituivano in realtà anche la maggioranza politica
(novantotto, contro le novantacinque restanti), benché in rapporto numerico rovesciato rispetto alla
reale composizione della popolazione. A conferma di questa nuova situazione bloccata troviamo
l’abitudine invalsa dell’uso della centuria prerogativa, ovvero la decisione di un’unica centuria della
prima classe che veniva considerata valevole come quella di tutta la comunità; tale situazione viene
parzialmente sbloccata alla fine della seconda guerra punica, togliendo dieci centurie alla prima
classe e ripartendole in quelle inferiori.
Le curie nel frattempo non erano comunque state abolite, ma mantenevano la prerogativa soltanto
su dispute privatistiche. Il voto di una curia o di una centuria conta per uno, deciso in base
all’orientamento del voto della maggioranza dei suoi membri, che si radunano in comizi solo per
approvare o disapprovare quanto il magistrato che li aveva convocati sottopone loro.

A Servio si deve anche un cambiamento nella ripartizione delle tribù romane, introducendo una
divisione di tipo territoriale della città e del contado: si formano così quattro tribù urbane ed
iniziano quelle rustiche, il cui numero originale non ci è noto; al culmine dell’allargamento delle
tribù si avranno, accanto alle originali urbane, trentacinque tribù rustiche, il cui numero rimarrà
invariato da quel momento in poi. Anche quando Roma si espanderà all’estero, concedendo a
singoli o a comunità la cittadinanza romana, ascriverà i nuovi cives a quelle tribù: di fatto il voto nei
comizi tributi resterà sempre prerogativa quasi esclusiva di Romani e Latini, perché gli altri
avrebbero dovuto affrontare lunghi e faticosi viaggi per presentarsi a Roma a votare. Tali comizi
eleggevano cariche minori come questori, edili e tribuni militari: per chiunque aspirasse a queste
cariche l’elezione sarebbe stata certa se fosse riuscito ad assicurarsi il voto di diciotto tribù.

Il mondo romano era suddiviso in due ordini: patrizi da un lato e plebei dall’altro (i secondi
costituivano in realtà un ordine solo come negazione del primo). Il grammatico Festo indica come
patricii “[illi] qui patres ciere possunt”, ovvero coloro che possono riconoscere i propri padri come
appartenenti alla classe senatoria. Essi si arrogano il diritto di governare l’Urbe, fondandosi su di un
diritto di sangue che permane comunque anche con la riforma serviana.
Nel corso dell’età monarchica il numero dei membri del Senato aumenta a centocinquanta-
duecento, raggiungendo i trecento iscritti al termine di questa fase storica (numero che rimarrà
invariato fino al I secolo a.C.). Riguardo all’entità ed alla natura di questo processo di crescita
troviamo una discordanza tra le fonti di Dionigi di Alicarnasso e Tito Livio; il secondo comunque
propone che ci sia stato solo un grado intermedio tra la quantità iniziale e quella finale, ovvero che
sotto il regno di Tarquinio Prisco il numero dei senatori sia stato portato a centocinquanta.
Quando il Senato si ingrandisce per la prima volta, i suoi nuovi membri sono in maggioranza di
origine etrusca. Ogni volta che Cicerone si rivolge al Senato con la formula “patres conscripti”
utilizza effettivamente una forma brachilogica per “patres et conscripti”, dove il primo termine
indica i senatori di età romulea, la cui carica è trasmessa per diritto di sangue, mentre il secondo si
riferisce a coloro che sono stati successivamente iscritti nominalmente nella lista dei senatori. Al
termine della monarchia, con la serrata temporanea del patriziato delle Leggi delle Dodici Tavole
(durata all’incirca dal 470 al 445 a.C. ed abolita per un malcontento generale), vedremo i conscripti
equiparati ai patres d’età romulea (in confronto agli ultimi che avevano avuto accesso a quella
carica) ed arrogantisi il diritto d’ereditarietà del seggio senatorio.

L’anno 509 a.C. è cruciale della storia romana per varie ragioni:
1- La cacciata del re Tarquinio il Superbo;
2- L’inizio dell’ordinamento repubblicano a Roma;
3- Il consolato di ben cinque consoli;
4- L’inaugurazione da parte del console Orazio Pulvillo del tempio di Giove Capitolino (la cui
costruzione era stata iniziata al tempo del Prisco);
5- L’inizio dell’era capitolina.
Potendo accettare che l’inaugurazione del tempio e la cacciata del re siano entrambe avvenute lo
stesso anno, ci sembra tuttavia estremamente inverosimile un passaggio tanto brusco e inaspettato
dalla monarchia alla repubblica, il fatto che la colpa del sistema regale di essere vitalizio ed unitario
sia stata risolta così velocemente con un sistema tanto lontano da esso, che prevedeva addirittura
bini consules annui, una rotazione annuale di due consoli. Anche sant’Agostino ha rilevato questa
incongruenza, chiedendosi come mai i Romani, dopo un solo governo monarchico inappropriato,
mentre tutti i regnanti precedenti si erano dimostrati giusti, abbiano deciso di attuare un
cambiamento così radicale nella loro organizzazione politica.

14/10/2010

L’anno 509 a.C. rappresenta una fase di transizione molto oscura. Il potere a Roma è esercitato dal
Senato e da una cerchia ristretta di nobili. Livio (Ab Urbe condita, VII) riporta la testimonianza
dell’antiquario Cincio di una “lex vetusta” ut qui praetor maximus sit idibus Septembris clavum
pangat, un rituale che ha sia valore apotropaico sia uno pratico di computo degli anni, che origina
due filoni di indagine:

1. C’è un collegamento con il dictator clavi figendi causa: se se n’è sentito il bisogno in età
repubblicana, questo può voler dire che c’è stata una fase di transizione dittatoriale (non è
plausibile che un antiquario abbia sbagliato così tanto nell’attribuzione dell’epoca di una
magistratura);
2. Parlando del praetor, esiste un collegio di almeno tre pretori, in quanto l’appellativo di
maximus indica un primo tra molti, che governava in assenza di consoli o quando i consoli
erano impossibilitati a trovarsi a Roma. Chi erano dunque i pretori? Il rex era comandante
sia civile si militare, quindi probabilmente questi erano dei collaboratori che lo seguivano in
guerra, probabilmente tre o sei, in quanto le legioni constavano inizialmente di tremila
uomini, poi raddoppiati da Tarquinio Prisco. Abbiamo un passaggio dai tribuni militum
(subordinati al re) ai praetores (comandanti supremi).

Da questi tre pretori monarchici, i quali avevano poteri anche civili (benché in una società fondata
sulla guerra sia difficile una netta separazione dei poteri), in età repubblicana emergono i due
consoli, mentre al terzo era riservata attività amministrativa e civile. Anni dopo si creerà un praetor
unico, nell’intento di riallacciarsi alla tradizione antica.

Il termine consul può avere tre diverse origini:

1. a consulendo → il console provvede alla gestione pubblica di Roma;


2. consulit (aliquem) → consulta il Senato;
3. consulit in aliquem → provvede all’amministrazione pubblica della giustizia;
4. consilire: saltare insieme, riferito alla danza sacra con cui i consules guidano l’esercito per
assicurarsi il favore divino prima della battaglia.

Ci sono rimaste delle liste consolari (Fasti consulares) per via epigrafica o documentaria, che
sembrano ben organizzate, tranne per quanto riguarda il primo anno della repubblica, per il quale
sono riportati cinque consoli.
I primi consoli, per tradizione, sono Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino.
L’informazione della presenza di cinque consoli per l’anno 510-509 a.C. non trova riscontri
unanimi. La cacciata di Tarquinio il Superbo era stata definitivamente sancita dallo stupro che il
figlio di questi Sesto Tarquinio aveva operato contro Lucrezia, la moglie di Collatino. La cacciata di
Collatino dal consolato e il suo successivo ritiro a vita privata può essere interpretata in due modi: o
egli fece parte della congiura che mirava a far rientrare il Superbo, tentativo cui avevano partecipato
le famiglie nobiliari romane (Aquilii e Vitellii) e i figli di Bruto, che aveva decretato la condanna di
tutti costoro a morte in seguito alla denuncia di un servo di Publicola (→ lo Stato viene prima degli
affetti familiari), o, più plausibilmente, il popolo romano era carico di sdegno contro la gens
Tarquinia e non poteva accettare che un altro dei suoi esponenti fosse al potere; al suo posto viene
eletto Publio Valerio “Publicola”.
In seguito alla morte di Bruto in un combattimento contro Arrunte Tarquinio (figlio del Superbo),
durante l’ennesimo tentativo da parte di Tarquinio di ritornare in patria, il padre di Lucrezia, Spurio
Lucrezio Tricipitino, gli succede al consolato in seguito alla nomina da parte di Gneo Tarquinio,
figlio del Prisco e in suspicio regni, che prima di tutto si era affrettato ad abbattere la propria
dimora in summa Velia.
Il quinto console, succeduto a Tricipitino in seguito alla sua morte naturale, è Marco Orazio
Pulvillo, unica figura sicuramente di quest’anno. Polibio, storico di età repubblicana noto per la sua
accuratezza di documentazione, tale da consentirgli di ricostruire la storia anno per anno (come farà
poi Gellio in età imperiale), ad esempio, conosce coppie consolari diverse (Bruto-Pulvillo, Publio-
Pulvillo).

I Romani non erano privi di documentazione: per l’età regia possedevano i ricordi dei re, per l’era
capitolina avevano due tipi di computo: il clavium annalis e i Fasti. Possediamo elenchi conservati
in vari archivi di stato (→ non in copia unica), che ci informano su campagne militari, l’oscillazione
dei prezzi, che prodigi siano avvenuti (Livio dà ai prodigia molto spazio; Giulio Sequente, IV sec.:
Liber prodigiorum) Gli organi collegiali tengono il computo anno per anno degli aventi più
importanti che hanno interessato quel determinato collegio. Man mano che la vita civile si
complica, arricchendosi di nuovi collegi magistratuali, anche questi ultimi vengono registrati.
Per l’età repubblicana interviene anche un’altra fonte, le Memoriae familiares gentium patriciorum,
che celebrano il passato familiare e constano di una produzione in versi che racconta la storia di
Roma: i patrizi facevano cantare le gesta di famiglia perché si difendevano in virtù delle
benemerenze dei propri antenati (→ fondamento della pretesa di un governo aristocratico); non per
nulla, tra i Lari e i Penati, erano conservate le imagines clarorum virorum. Svetonio nella vita di
Vespasiano di che appartiene ad una gens obscura illa quidem, ossia che non ostenta imagines di
antenati; durante il funerale di un clarus vir, anche le imagines erano portate in processione.
Inoltre attingevano alla cronaca locale di altre città, come Cuma, in cui opera lo storico Iperoco, cui
manca la concezione di storiografia (separazione eventi interni ed esterni) e dove non riscontra
sufficiente documentazione preferisce lasciare in sospeso. Nel proemio delle Storie, Erodoto aveva
sancito la fondamentale importanza di rendere immortali i fatti degni di memoria e sottrarli
all’oblio.
In età tardo-graccana e sillana, c’è il tentativo di razionalizzare la storia, passando dal puro
enunciare fatti ad una costruzione più completa (→ Sempronio Asellione: “Non pueris fabulas
narrare”). L’annalistica del periodo, però, inserisce elementi di invenzione, derivati da malinteso
patriottismo (esagerazione e falsificazioni anche anacronistiche) o da un orientamento fazioso del
compilatore (spirito di parte, scrittore appartenente alla nobiltà o cliens).

15/10/2010

Nel 367 a.C. vengono sistemate le centurie con la divisione definitiva in classi.

Per il V secolo a.C. abbiamo informazioni eminentemente leggendarie, con riferimenti retorici a
personaggi divenuti simbolici. Abbiamo una ripresa dell’espansionismo romano cui si oppone il
desiderio delle città latine di liberarsi dall’egemonia di Roma, che domina grossomodo il Lazio
intero (Volsci ed Equi → Frosinone) e l’inizio del conflitto patrizio plebeo.

Personaggi come Gneo Marcio Coriolano e Lucio Quinzio Cincinnato (cugino di Tito Quinzio
Pennino) sono caricati di simbolismi, perché gli scrittori a Roma vogliono insegnare additando
exempla dell’antichità.
Coriolano (→ cognomen ex virtute, usanza attestata dalla prima guerra punica: Valerio Messalla)
aveva guidato nel 494 a.C. i Romani alla presa della volsca Corioli. Nel 491 a.C. si oppone ad una
riduzione del prezzo del grano: la plebe lo prende in odio e lo condanna all’esilio a vita. Egli guida
quindi una coalizione di gente di Corioli e altri Volsci, ma dopo due vane ambascerie romane viene
distolto dall’assedio della città di fronte alla madre Veturia e la moglie Volumnia: viene dunque o
ammazzato dai Coriolani o fa ritorno a Roma. Di fronte alle perorazioni familiari decide in favore
della salvezza della patria.

Cincinnato era un ricco patrizio possidente romano, impoverito per evitare ulteriori guai a Cesone:
viene accusato di aver avuto parole di spregio per il popolo romano e salassato da una multa,
riducendosi a coltivare sette iugeri di terra nella regione della Pupinnia.
Quando l’esercito del console Minucio viene bloccato ed assediato presso il monte Algido,
Cincinnato viene nominato dictator e in quindici giorni risolve la questione: prima dei sei mesi
previsti depone la dittatura e si ritira a coltivare il proprio campo (“Ille dictator ab aratro”).
Vent’anni dopo (439 a.C.) questa dittatura egli viene rieletto dictator per parare un colpo di stato.
Spurio Mellio aveva sovvenzionato distribuzioni di grano acquistato a proprie spese fuori Roma
durante una carestia, prodromo di un tentativo di prendere il potere che aveva spaventato la classe
dirigente romana: nella notte il console Peno proclama lo stato di emergenza. Cincinnato nomina
come magister equitum Gaio Servilio Ahala, che elimina Spurio nel foro dopo che si era rifiutato di
seguirlo (Livio: Macte virtute esto).

I magistrati sine imperio sono:

1. Questori, con il compito della gestione del denaro pubblico e dell’amministrazione delle
casse dello stato; dopo di essi il percorso si biforca; la riforma sillana prevede solo una
carriera ascendente e l’intervallo triennale tra le cariche.
2. Solo i plebei assurgono al tribunato della plebe.
3. Sia patrizi sia plebei possono aspirare all’edilità, che si occupa di aedes, sacri o profani, e
della gestione del patrimonio edilizio della città; all’inizio erano due, poi portati a quattro e
ripartiti in curules e plebei.

I magistrati cum imperio sono pretori, gli amministratori della giustizia e consoli, i più alti
magistrati di Roma con il maggior potere esecutivo.
Il dittatore ed il censore stanno al di sopra e al di fuori del cursus honorum. L’elezione di un
dictator (rei gerendae causa, comitiorum habendorum causa, etc.) comporta il congelamento delle
altre cariche e tale ordinamento, a durata semestrale, dura fino ai tempi di Silla, dictator rei
publicae constituendae et legibus scribundis a vita. Cesare dopo Farsalo ottiene una dittatura
annuale, dopo Tapso una decennale e dopo alcuni anni diviene dictator perpetuus.
I censori venivano eletti in coppia tra gli ex consoli per la revisione delle liste del censo ogni cinque
anni. Duravano in carica 18 mesi e avevano anche prerogative morali (censura morum), potendo
rimuovere un magistrato dalla carica tramite la nota censoria.
Nella prima età repubblicana, i plebei erano alla mercè del patriziato (mentre prima il monarca
fungeva da mediatore tra i due ceti): i tribuni plebis sono la loro prima conquista e unico baluardo
dalle angherie dei patrizi, in seguito alla secessione del 494 a.C.. Per l’elezione di questi magistrati
vengono creati i concilia plebis tributa. Le loro tre prerogative erano sacrosanctitas, che rendeva
sacer (consacrato agli dei Inferi) chiunque gli avesse recato offeso, ius auxilii, il diritto ad
intervenire in aiuto dei plebei quando è in gioco la loro vita o le sostanze, e lo ius intercessionis, il
diritto di veto verso qualsiasi delibera. Si crea così uno stato plebeo all’interno dello stato in senso
esteso. Viene poi inserito nel cursus honorum per non vedersi contro la classe dirigente, ma col
tempo perde molta carica eversiva.
20/10/2010

I rapporti civili interni alla romanità del V e IV secolo a.C. si basano sulle lotte tra patrizi e plebei,
basata su un motivo religioso, l’esclusiva dagli auspicia, prerogativa patrizia.
In ambito plebeo c’è una grande divaricazione tra plebei ricchi, che vogliono che al loro peso
economico corrisponda un peso politico e i poveri, che vogliono essere liberati dal nexum (schiavitù
per debiti a vita). Negli anni 470 a.C. si ha la serrata del patriziato, una rivalsa sull’organismo del
tribunato.
Negli anni 451-450 a.C. vengono nominati i decemviri legibus scribundis (che reggono anche la
repubblica) redigono le leggi delle dodici tavole, scritte anche in base alla missione inviata nelle
città greche più evolute. Nel primo decemvirato dieci patrizi scrivono dieci tavole, ma un anno dopo
nuove elezioni scelgono cinque patrizi e cinque plebei, che scrivono le ultime due tavole: abbiamo
così il passaggio dal mos maiorum alla garanzia di uno ius fornita dalle leggi scritte. Viene sancito il
divieto del connubium tra patrizi e plebei: infatti, in base al meccanismo clientelare che lega con un
rapporto di fides il cliens al patronus, alla cui volontà il primo si uniforma in cambio di protezione e
vantaggi → per il secondo triumvirato sono eletti cinque fra i più fidati clientes e vengono votate
anche leggi contro gli interessi della plebe.
Il decemvirato tenta un colpo di stato per insediarsi stabilmente. Appio Claudio, capo dei decemviri,
fa un sopruso verso Virginia, la figlia di un soldato suo cliente, intimandogli di consegnarla come
schiava, ma il padre preferisce ucciderla. Abbiamo la contrapposizione di due blocchi: i Fabi e i
Valeri da un lato, conservatori, tradizionalisti e legati al possesso della terra, e i Claudi con i loro
clienti, progressisti, innovatori e dediti ad altre attività.
Nel 445 a.C., dopo molte proteste la lex connubii è abrogata tramite un plebiscito. Durante la terza
guerra sannitica (III secolo a.C.) continuano le tappe dell’ascesa della plebe, con erosione di
prerogative patrizie: nel 367 a.C. le leges Liciniae Sextiae, proposte dai tribuni della plebe nel 376
a.C., sanciscono che un console debba essere plebeo.

21/10/2010
(Dagli appunti di Anna)

Le prime guerre sannitiche hanno un alone leggendario, perché sembrano quasi una replicatio, ma
effettivamente i luoghi in cui si poteva combattere sono sempre quelli, le pianure. Gli eroi della
terza guerra sannitica, comunque, vengono sì mitizzati, ma siamo certi della loro esistenza; siamo di
fronte all’abbellimento simbolico di dati reali, molto diverso, però, dall’invenzione di Cincinnato o
di Coriolano. Parte del mito è la rivincita seguita solo un anno dopo la disfatta presso Caudio
durante la seconda sannitica (Forche Caudine): solo il patriottismo posteriore che vede una Roma
destinata a grandi imprese può affermare un risollevamento così repentino e, verosimilmente,
impossibile.
La terza guerra sannitica (298-290 a.C.) è diversa dalle precedenti guerre che vedevano interessati
solo i Sanniti: questa volta Roma deve affrontare una lega di popolazioni italiche. Lo scontro con le
altre popolazioni italiche si chiuderà nel 295 a.C. con la battaglia di Sentino, detta anche delle
nazioni. Uno dei protagonisti della terza sannitica è Manlio Curio Dentato, idealizzato come
valoroso ed incorruttibile: al tempo in cui si scrive, infatti, siamo di fronte ad una crisi dei costumi,
che fa sentire la necessità di punti di riferimento cui aggrapparsi. Non per nulla anche personaggi
della più antica guerra contro Porsenna vengono mitizzati, ad esempio Orazio Coclite, Muzio
Scevola e Clelia. I Sanniti cercano di corrompere Dentato, ma è tutto inutile, benché costui sia
povero, perché è permeato da amor di patria.
Lucio Papirio Cursore si trova a Preneste al comando di truppe romane e di un contingente
prenestino.
Papirio Cursore fu un uomo senza dubbio degno di lode in ogni azione bellica, eccellente non solo per il
vigore ma anche per le forze del corpo. Era straordinariamente veloce di gambe, qualità questa che gli valse
il soprannome di Cursore, e si dice che ai suoi tempi nessuno riuscisse a superarlo nella corsa, sia per la
grande forza fisica, sia per il notevole allenamento. Oltre a questa caratteristica, era un mangiatore e un
bevitore formidabile. Durante il suo mandato, tanto per i fanti quanto per i cavalieri il servizio militare era
duro come non lo era mai stato agli ordini di nessun altro, visto che egli stesso aveva un fisico contro il quale
nulla poteva la fatica: ad alcuni cavalieri che un giorno avevano avuto il coraggio di chiedergli l'esenzione da
un servizio come ricompensa a un'azione ben condotta, rispose: "Perché non possiate dire che non vi abbia
esentati da alcunché, vi esimo dall'accarezzare il dorso dei cavalli quando scenderete di sella". Il suo
prestigio era grandissimo sia presso gli alleati sia presso i concittadini. Una volta il comandante del
contingente di Preneste aveva per paura tardato a portare i suoi uomini dalle retrovie alla prima linea: il
console, passeggiando di fronte alla sua tenda, lo fece chiamare fuori e poi diede ordine al littore di slegare la
scure. Siccome il prenestino, sentendo queste parole, era mezzo morto dallo spavento, Papirio disse: "Avanti,
o littore, taglia questa radice che dà fastidio a chi passeggia", e quindi lasciò libero l'ufficiale alleato che era
in preda al panico per paura di una condanna a morte, non andando al di là dell'imposizione di un'ammenda
in denaro. E senza dubbio in quel periodo, che fu ricco di valori più di ogni altro, non c'era nessun altro
uomo su cui la potenza di Roma potesse poggiare in maniera più sicura.

A Roma la politica imperialistica, che è quasi una vocazione, ha una diversa connotazione a
seconda del contesto: può sia essere difensiva, sia preventiva (attaccare prima d’essere attaccati).
In seguito ad una guerra contro i Romani, il vinto diventa o alleato, entrando nel loro giro politico
con un foedus, oppure essere costretto ad una resa incondizionata (deditio): se la guerra è
sanguinosa e gli avversari resistono aspramente, Roma pretende un terzo delle terre locali ed affitta
il resto; questo stato può essere revocato e convertito in un foedus se le popolazioni si dimostrano
leali ed obbedienti (→ interesse ad un comportamento leale).
I foedera possono essere equa, in cui le due parti all’inizio sono sullo stesso piano, si promettono
difesa reciproca e ne discutono le condizioni, oppure iniqua, quando Roma impone le condizioni,
pretendendo precisi aiuti e limitando i propri.
Se un foederatus viene attaccato, Roma interviene, sperando di assoggettare una nuova
popolazione: questo meccanismo di alleanze diviene un mezzo per espandersi (contaminatio). Un
foedus ha certamente più valore di una deditio, ma di fatto per i Romani non cambia poi molto.

Roma interviene in Campania contro i Sanniti, con cui aveva stipulato un foedus: inizialmente
rifiuta di agire, ma quando i Campani si offrono in deditio, i Romani, in nome di un bellum iustum,
possono sciogliere il foedus con i Sanniti, i quali, non desistendo, divengono dediti (prima
sannitica).

La guerra epirota è la prima guerra difensiva contro un invasore straniero, nello specifico Pirro, re
dell’Epiro, che viene chiamato in soccorso da Taranto nel 282 a.C. (inizio guerra tarantina). Egli è
uno dei monarchi ellenistici: dopo la morte di Alessandro si era assistito a due tendenze, una
centripeta ed una centrifuga; per quanto riguarda i regni ellenistici, assistiamo alla fase dei diadochi,
cui segue quella degli epigoni, caratterizzata da lotte per la successione, contesto in cui si inserisce
Pirro, che, non riuscendo ad espandersi in Epiro, accetta volentieri di portare guerra sul suolo
italico.
Al contrario di Taranto, Roma aveva accolto la richiesta d’aiuto della colonia panellenica di Turi e
nel 285 a.C. aveva stabilito un presidio in zona tarantina che le permetteva di difendere la città
magnogreca dai Lucani; con un foedus si era però impegnata a non navigare nel golfo, cosa che
avvenne, forse per sbaglio, nel 282 a.C., quando cinque navi romane approdano a Taranto: i marinai
vengono maltrattati, alcune navi distrutte e i Tarantini scherniscono gli ambasciatori delle proteste
dei Romani. Roma, allora dichiara guerra a Taranto, che invoca l’aiuto di Pirro.
Da sempre la Grecia vagheggiava l’espansione in Italia (→ Sparta, impero macedone, Alessandro il
Molosso, etc.). Alessandro il Molosso, zio del Magno, dovrebbe conquistare o allearsi con le
popolazioni italiche, ma viene ucciso mentre era ancora a Sud in Lucania (forse il piano prevedeva
il ricongiungimento in Spagna con le truppe di Alessandro Magno di ritorno dall’impresa persiana).
Egli, comunque, aveva avvisato i Romani del pericolo e questi, non appena vengono a sapere di
Pirro, raccolgono attorno a sé una serie di alleati per combattere il nemico straniero (→ maggior
motivazione ideologica).
Il primo scontro con i Romani avviene nel 280 a.C. ad Eraclea, dove i Romani vengono sconfitti,
soprattutto perché disorientati dalle cariche degli elefanti. Nel 279 a.C. c’è la battaglia di Ascoli
Satriano, che finisce in una sorta di parità che non inficia comunque il vantaggio del sovrano
epirota; egli però chiede la pace, capendo che la sua posizione era sempre più debole: non aveva, a
differenza dei Romani, delle riserve alle spalle, e questi avevano capito che con il fuoco potevano
spaventare gli elefanti. Roma avrebbe però concesso il trattato solo quando gli Epiroti fossero
tornati da dove venivano, ma, in tal modo, Pirro avrebbe perso la faccia in patria.
Questi si trasferisce pertanto in Sicilia, dove le colonie greche invocano Pirro come restauratore
della loro libertà dal dominio Cartaginese, ma dopo una serie di vittoriose battaglie, viene scacciato
nel 276 a.C. perché incapace di affrontare Greci e Cartaginesi uniti.
Tentando poi il tutto per tutto contro i Romani, viene sconfitto nel 275 a.C. a Maleventum. Nel
frattempo Cartagine propone a Roma un trattato anti-epirota (→ Roma viene inconsapevolmente
inserita in una rete di rapporti internazionali). Nel 272 a.C. cade Taranto.

Nel 264 a.C. scoppia la prima guerra punica, che vede contrapporsi due città in buoni rapporti sin
dal VI secolo a.C., legate da trattati per tutelare i reciproci interessi: i Romani non avrebbero
intralciato i traffici commerciali e in Cartaginesi non avrebbero dovuto avviare commercio in
Centro Italia (509, 348, 306, 278 a.C.). Roma, da potenza militare terrestre, si vede costretta a
reinventarsi come potenza marittima.

 ἀιτία: Roma è la massima potenza in Italia, Cartagine la più potente in Africa, mentre le ex
potenze, ossia i regni ellenistici, sono in crisi;
 πρόφασις: I Mamertini erano d'origine per lo più campana e vennero arruolati tra la fine del
IV e gli inizi del III secolo a.C. da Agatocle, tiranno di Siracusa. Alla morte di quest'ultimo
nel 289 a.C., la maggior parte dei Mamertini, rimasti senza lavoro, tornarono in patria,
mentre altri rimasero nell'isola. Alcuni di loro si impadronirono a tradimento della città
greca di Messina, ubicata sullo stretto in una posizione di grande importanza strategica.
Dopo di che assunsero il nome di Mamertini, da Mamerte, divinità osca della guerra,
paragonabile al romano Marte. L'errore fatale per i Mamertini fu quando rivolsero la propria
attenzione alla città di Siracusa. Nel 270 a.C. il siracusano Ierone li sconfisse in battaglia
sulle sponde del Longano, nell'attuale Barcellona Pozzo di Grotto, ove rimase ucciso il
condottiero mamertino Kio (noto anche come Cio o Cione). Dopo di che si preparò ad
assediare Messina (265 a.C.). A questo punto, i Mamertini chiesero l'aiuto di Cartagine, che
occupò il porto della città. I siracusani si ritirarono. Ma i Mamertini, che volevano scrollarsi
di dosso l'ingombrante presenza cartaginese, chiesero aiuto a Roma, facendo leva sulla
comune origine italica e sulla discendenza di entrambi i popoli da Marte. La decisione
sull'intervento fu molto discussa a Roma perché avrebbe significato la guerra contro i
Cartaginesi e perché l'idea di aiutare dei soldati che avevano ingiustamente strappato via una
città dai legittimi possessori, divenendo poi dei briganti, era mal vista (anche perché poco
prima era stata invece soppressa una guarnigione che aveva usurpato con la forza il
comando di Reggio). Tuttavia, in favore dei Mamertini intervenne Appio Claudio Caudice e
a Roma l'idea presa fu di allearsi con loro per evitare che l'espansione cartaginese si
avvicinasse troppo all'Italia, oltre che per iniziare a stabilire una testa di ponte su di un
territorio importante per le sue risorse (soprattutto il grano) e dal punto di vista strategico. In
risposta a ciò Siracusa, sentendosi minacciata, si alleò, chiedendo protezione, con Cartagine,
una nemica "storica" che però i greci preferivano al nuovo pericolo.
Nel 262 a.C. si ha la presa di Agrigento, che segna l’inizio di una guerra espansionistica, oltre ad un
notevole introito economico.
Nel 260 a.C. la flotta romana riporta un’importante vittoria navale a Milazzo, grazie all’uso di corvi
e rostri. Al tempo c’era un diverso modo di fare dei clari viri, che, dopo aver compiuto l’impresa,
tornavano nei ranghi: il vincitore di Mylae, Gaio Duilio, tuttavia, riceve onori eccezionali. Per lui
viene eretta una colonna rostrata e quando esce a cena un trombettiere lo precede e un altro uomo
porta la fiaccola per lui (→ inizio del culto della personalità).

22/10/2010

La prima guerra punica (264-241 a.C.) costituisce un salto qualitativo sul piano della politica estera
romana, che prima attira a sé gli Italici (→ prima unificazione della parte centro-meridionale della
penisola) e in un secondo momento ha una propensione imperialistica.
Secondo Annio Floro (prima età antonina) ai Romani preme la Sicilia perché è una terra fertile,
abbondante di granaglie e per un desiderio di conquista; viene intesa quasi come un’appendice
territoriale della penisola, ma in età romana non è mai stata considerata parte d’Italia in senso
pratico, ossia non governabile con il sistema applicato per i socii italici.

La provincia in origine era la sfera di competenza annualmente assegnata ai consoli su disposizione


del Senato perché bisognosa di un intervento in loco, quindi non coincideva con un luogo preciso.
In seguito alla vittoria su Cartagine delle isole Egadi nel 241 a.C. da parte di Quinto Lutazio Catulo,
la Sicilia diviene la prima provincia romana: il termine passa a designare una configurazione
territoriale demandata ad un funzionario romano che governa in loco.

Con la prima guerra punica assistiamo ai primi riconoscimenti importanti, iniziative che partono dal
Senato e rispecchianti il sentimento popolare, come la dedica di una colonna rostrata a Gaio Duilio,
il vincitore di Milazzo (260 a.C.). In questo conflitto riconosciamo vari condottieri che non
spendono il proprio successo militare per ottenere una supremazia politica, mentre in futuro
incontreremo il prevalere di singoli sulla volontà collettiva. Uno dei punti forti di Roma contro la
città tunisina è che la prima si insedia ed occupa il territorio conquistato, mentre la seconda si limita
alla creazione di empori.

La seconda guerra punica (218-202 a.C.) è un conflitto puramente difensivo, in cui Roma non
avrebbe voluto impegnarsi, che consacra la figura di Publio Cornelio Scipione, poi detto l’Africano.
Amilcare Barca, l’ammiraglio cartaginese che aveva cercato la rivincita o almeno di contenere i
danni contro Roma, aveva intravisto la possibilità di ottenere un parziale rifacimento nel territorio
spagnolo, ricco di minerali. Per assicurarsi i proventi minerari occorreva il controllo del territorio e
Amilcare era precedentemente partito per la Spagna con Annibale, cui si diceva avesse fatto giurare
odio eterno contro i Romani. Ad Amilcare era inizialmente subentrato il genero Asdrubale, che da
un lato aveva portato avanti la politica del suocero, ma dall’altro aveva preferito stipulare trattati,
anche con Roma: a lui risale il trattato dell’Ebro (πρόφασις dello scontro), secondo il quale
ciascuno dei due contraenti (Roma e Cartagine) avrebbero dovuto mantenersi all’interno della
propria zona d’influenza. Ad Asdrubale, ucciso da un locale, era subentrato Annibale, assumendo il
comando supremo delle operazioni Cartaginesi in Spagna, che prende a pretesto ambiguità nel
trattato per darsi a soprusi vari, sollevare le città vicine e infine, nel 219 a.C. assedia Sagunto, nella
sua zona di influenza, ma alleata di Roma. I Romani esagerano nel tentativo di restarne fuori,
mandando ambascerie a Sagunto, mentre in madrepatria il Senato è diviso in due.
Al nono mese, però, si cede alla guerra, sia per l’obbligo morale di Roma ad intervenire contro
Annibale, sia per uno scollamento tra gli alleati con Roma fra i Galli Cisalpini e Transalpini, a
seguito del quale vengono fondate Piacenza e Cremona (218 a.C.).
Annibale marcia sull’Italia per vie di terra, mentre il console per il 218 a.C. Sempronio Longo è
mandato a presidiare la Sicilia. Quando è ormai chiaro il progetto annibalico, Roma tenta di indurre
i Galli ad un’alleanza per arginare l’avanzata cartaginese, ma questi non accettano. Annibale
intendeva portare una guerra lampo per ridimensionare la potenza romana riducendo Roma allo
stremo, che avrebbe fatto anche comodo come salvaguardia degli equilibri italici. L’altro console,
Publio Cornelio Scipione è preso in contropiede: parte per bloccare l’avanzata nemica alle foci del
Rodano, ma si scontra solo con una retroguardia prima di fare marcia indietro.
Annibale, che aveva trovato molti Galli a lui favorevoli, inizia la discesa in Italia passando di
vittoria in vittoria: nella battaglia del Ticino (218 a.C.) Scipione viene sconfitto e gravemente ferito
e leggenda vuole che il figlio (il futuro Africano) l’abbia salvato con un gruppo di cavalieri. Da sud
intanto arriva Sempronio Longo, clamorosamente sconfitto alla Trebbia (218 a.C.).
Nel 217 a.C. il console era il plebeo Gaio Flaminio, che attacca battaglia pur con un auspicio non
favorevole, in realtà con la nebbia, in un campo sfavorevole al dispiegamento delle forze romane
presso il lago Trasimeno, dove cade sul campo.
Nel 216 a.C. a Canne, in Apulia, i Romani sono letteralmente sbaragliati: il console Lucio Emilio
Paolo resta ucciso, mentre il suo collega Terenzio Varrone, che aveva ricercato assolutamente lo
scontro in capo aperto, si salva a stento. Viene nominato dictator rei gerendae causa Quinto Fabio
Massimo, che inventa un nuovo modo di far guerra, evitando gli scontri campali ed adottando una
tattica “mordi e fuggi” (→ Cunctator): in tal modo l’esercito non è più esposto ad una carneficina,
mentre il territorio è soggetto a devastazione. Una valutazione positiva dell’operato del dittatore si
Ricava da Ennio (unus qui nobis cunctando restituit rem), mentre il soprannome venne inizialmente
inteso in senso spregiativo.
Annibale, però, non intende attaccare direttamente Roma, benché incitato farlo dal capo della
cavalleria Maarbale (Vincere scis, Hannibal; victoria uti nescis), perché sa di essere in difficoltà
con la strategia poliorcetica. Ha in mente, invece, di ridurla allo stremo, isolarla, ridimensionarla e
convincere gli alleati a distaccarsene. La città di Capua, che all’inizio della prima guerra sannitica
era l’alter ego di Roma in Campania, adotta una politica filoannibalica, permettendo ai Cartaginesi
di svernare nel proprio territorio; una parte dei socii resta fedele all’Urbe, mentre altri se ne
staccano e alcuni preferiscono non esprimersi. Durante gli otii capuani i Romani si rinfrancano,
mentre il nemico si infiacchisce (in futuro, troveremo il parallelo indebolimento dei Cimbri quando
sverneranno nella pianura padana) e si lanciano all’attacco: Claudio Marcello nel 211 a.C. conquista
Siracusa, mentre nel 209 a.C. Fabio Massimo si impadronisce di Taranto.
La situazione si capovolge: Annibale ha fallito nello scardinare i rapporti sociali dei Romani, anche
per la crudeltà punica, che l’aveva portato ad utilizzare gli alleati Galli come carne da macello in
battaglia o ad episodi aneddotici come l’uccisione degli interpreti capuani che l’avevano condotto
ad una località sbagliata.
Si aprono nel frattempo altri fronti extraitalici, squarci inaspettati di potenza internazionale: mentre
Annibale era in Italia, dopo Canne, Filippo V di Macedonia gli aveva offerto il proprio sostegno
con l’intento di dividere il frutto della vittoria su Roma (e avere poi mano libera sull’Adriatico), ma
la sua ambasceria viene intercettata dai Romani, che hanno aperto un altro fronte di guerra in
Spagna, dove si vociferava che Magone e Asdrubale stessero organizzando la resistenza, dove i
comando di Publio e Gneo Cornelio Scipione si conclude con esito infelice: i due Scipioni sono
sorpresi con gli eserciti divisi e vengono sconfitti entrambi, rimanendo uccisi in battaglia.
Marco Valerio Levino occupa i Macedoni sul mare, suscitando contro Filippo V una rivolta di città
e leghe greche (→ Etoli); il sovrano viene costretto nel 205 alla pace di Fenice. Per la guerra in
Spagna si offre Cornelio Scipione (figlio), che riporta grandi successi.
In Italia Annibale passa al ruolo di braccato e invasore di un’area sempre più ridotta, limitata infine
al Bruzio (Calabria). Il doppio esercito consolare (Gaio Claudio Nerone + Marco Livio Salinatore)
si dirige a Nord per affrontare Asdrubale, fratello di Annibale, che viene sconfitto e ucciso in una
battaglia campale presso il Metauro (207 a.C.): Annibale si dichiara vinto, ma continua a resistere.
Scipione viene richiamato in Italia per contrastare Annibale, ma concepisce l’idea di portare la
guerra in Africa.

Questa non era un’idea nuova, ma una tecnica collaudata: già Agatocle, tiranno di Siracusa, aveva
operato uno sbarco in Africa (480 a.C.) e, nel corso della prima guerra punica, entrambi i consoli,
Attilio Regolo e Manlio Vulsone, avevano portato la guerra sul suolo africano: preparato dalla
battaglia di capo Ecnomo (256 a.C.) l’esercito romano aveva rischiato di vincere la guerra,
passando in fretta da Tunisi a Cartagine, ma il nemico era stato sottovalutato e il Senato aveva
richiamato Vulsone, mentre Regolo prospettava condizioni di pace assurde; l’esercito cartaginese,
forte anche di mercenari spartani, sbaraglia Regolo.

La vittoria del 202 a.C. a Zama è foriera di nuovi sviluppi: il dominio della Spagna, le guerre
macedoniche successive, la guerra contro Antioco III di Siria. Roma, in cinquant’anni o poco più,
ha conquistato l’egemonia sul Mediterraneo.
Con Scipione l’Africano siamo di fronte ad una nuova figura, quella del singolo condottiero che
non si limita a cercare un più duraturo periodo egemonico, ma vuole spendere politicamente il frutto
dei risultati militari.

27/10/2010
(Masiè)

La politica familiare consiste in atti, gesti, comportamenti nell’ambito della famiglia e della gens,
all’interno della quale ha gran peso l’affermazione politica e militare di alcuni membri, che grazie ai
propri meriti personali permettono a tutti i loro parenti di ottenere delle cariche pubbliche. Il primo
esempio di questo tipo lo troviamo nell’ambito della seconda guerra punica. Nel 211 a.C. Publio e
Lucio Cornelio Scipione ottengono il compito di occuparsi delle operazione nella zona iberica, ma
Asdrubale, ricevuti rinforzi, riesce a sconfiggere i due separatamente. Di solito il comando di
imprese del genere veniva affidato ad un console, ma stavolta viene concesso ad un colonnello che
aveva finora ricoperto solo la carica di edile, il cui carisma e autorità gli avevano conquistato la
fiducia del popolo: Publio Cornelio Scipione, figlio del primo Publio e futuro Africano. Nel 205
a.C. egli è console per la prima volta e propone di portare lo scontro in terra africana, vincendo, tre
anni dopo, a Naraggara, presso Zama (ottenendo il cognomen ex virtute). Molti membri della sua
gens si affermano in campo politico e militare: dal 202 al 192 a.C. assistiamo a sette consolati di
appartenenti alla gens Cornelia.

Nel 198 a.C. il console Tito Quinzio Flaminino venne incaricato dal Senato di distruggere l’esercito
di Filippo V di Macedonia. L’azione militare seguiva le invocazioni di aiuto di alcune città della
Grecia (attaccate due anni prima, v. Atene), che chiedevano a gran voce di essere liberate. Forte
dell’alleanza degli Achei, degli Etoli e di Pergamo, nel 197 a.C., l’esercito romano sconfisse le
truppe macedoni a Cinocefale, in Tessaglia. L’anno successivo, durante i giochi istmici di Corinto,
Tito Quinzio Flaminino proclamava ufficialmente l'indipendenza della Grecia.
Meno altisonanti furono invece le imprese del fratello Lucio Quinzio Flaminino. Le fonti antiche ci
tramandano sul suo conto un fatto piuttosto increscioso. Nel 184 a.C., infatti, il fratello del
trionfatore macedone venne espulso dal Senato. Sul suo capo si erano posate le ire di Catone, il
celebre “censore” della storia romana. Il motivo? Lucio Quinzio Flaminino si era innamorato di
Filippo, un giovane prostituto cartaginese. Nel 191 a.C., il ragazzo era stato condotto in Gallia dal
suo amante nonostante volesse assistere ad uno spettacolo di gladiatori. Lucio Quinzio Flaminino,
per ripagarlo della sua rinuncia, gli aveva così offerto uno spettacolo privato. Durante un lauto
banchetto, venne organizzata in suo onore un’esecuzione capitale. Accusato di aver ucciso un uomo
senza rispettare le norme dello Stato, Lucio Quinzio Flaminino venne allontanato dal Senato. Poco
importa se, in altri autori antichi, il reato venne compiuto per omaggiare una prostituta. Fatto sta
che, successivamente, Lucio Quinzio Flaminino venne perdonato dal popolo. Seduto in mezzo alla
plebe durante uno spettacolo, fu invitato a gran voce dalla folla a sedere tra i suoi pari. L’uccisione
di un povero condannato era poca cosa dinanzi al prestigio di un’illustre stirpe.

Nel conflitto contro Antioco III, nel 192 a.C., Manlio Acilio Glabrione ottiene la gestione della
guerra siriaca, mentre Catone è tribuno militare. Nel 190 a.C., Lucio Cornelio Scipione (poi detto
Asiatico) ottiene il comando della guerra in virtù della carica consolare che ricopriva e, grazie
all’intervento del fratello, princeps senatus, riesce a mantenerlo fino alla fine dello scontro,
sconfiggendo Antioco III nel 189 a Magnesia e costringendolo, l’anno successivo, ad un trattato, la
pace di Apamea. Catone, però, ritiene che la somma stabilita da Lucio Scipione sia troppo bassa e lo
fa sostituire da Vulsone e dieci altri senatori, che riescono ad estorcere 500 talenti al sovrano
siriaco. Da qui in poi inizierà l’opera antiscipionica di Catone, culminante nel 184 a.C., anno della
sua censura. Publio aveva capito che la realtà era ben diversa e nel 187 a.C., di fronte all’accusa di
appropriazione indebita, straccia i registri.

I Gracchi appartenevano alla gens Sempronia, figli di Tiberio Gracco, marito della sorella
dell’Africano. Publio Scipione Emiliano, il figlio adottivo di Lucio Emilio Paolo (vincitore di
Pidna) adottato dal figlio dell’Africano, aveva sposato Sempronia, sorella dei Gracchi.

28/10/2010
(Dagli appunti di Anna)

I Metelli, al tempo della seconda guerra punica, sono in polemica con Nevio, autore del Bellum
Poenicum. È infatti rimasto noto il suo scambio di invettive (altercatio) con la potente famiglia dei
Metelli: alla notizia dell'elezione al consolato scrisse Fato Metelli Romae fiunt consules, ovvero
“Per la rovina di Roma, i Metelli sono fatti consoli”, oppure “Per volere del destino i Metelli sono
fatti consoli a Roma” (e dunque senza alcun merito personale). Si conosce anche la risposta data dai
Metelli: Malum dabunt Metelli Naevio poetae.
In ottemperanza alla legge delle XII tavole che puniva i mala carmina, nel 206 a.C. Nevio fu
imprigionato in Roma, dove, dal carcere, scrisse due commedie con le quali faceva ammenda delle
offese recate; fu dunque liberato grazie all'intervento dei tribuni della plebe, e la sua pena fu
commutata in una condanna all'esilio: Nevio morì infatti a Utica attorno al 201 a.C..
I Metelli fioriscono soprattutto dopo la seconda guerra punica, essendo comunque una gens molto
antica. Metello Numidico vince contro Giugurta una guerra, non riuscendo però a concluderla (cosa
che farà poi Gaio Mario, con l’aiuto di Silla): l’inconcludenza del bellum non è colpa di Metello,
ma principalmente del fatto che i Romani non erano usi a strategie di guerriglia, bensì a battaglie
campali. Silla, dunque, aveva convinto Bocco, re di Mauritania e suocero di Giugurta, a tradire il
genero in cambio di concessioni territoriali; a Metello, che pure non aveva combattuto una battaglia
campale non aveva eliminato almeno cinquemila nemici, vengono accordati il cognomen ex virtute
e il trionfo per l’influenza della sua famiglia.
Tutti i Metelli, Macedonico, Numidico, Cretico, Baleatico, Dalmatico, devo aver avuto l’accesso al
consolato: ciò testimonia lo strapotere di questa gens.

Dal terzo secolo a.C. iniziano ad essere formalmente utilizzati i tria nomina (per la donna solo il
gentilizio al femminile e il patronimico):

 Praenomen: è il “nome di battesimo”, ma ce ne sono al massimo 18 (12 sono i maggiori);


 Nomen: è il nome gentilizio, del gruppo di famiglie che si riconoscono discendenti di un
unico progenitore (un senatore romuleo, dei, eroi; ad es. la gens Sergia deriva da Sergeste,
un compagno di Enea); questa discendenza può ben essere fasulla, ma è unificante, anche
sul piano religioso tramite Lari e Penati. Le gentes sono molto vaste e ramificate e, alla fin
fine, poche.
 Cognomen: che può essere ex virtute, derivare da un difetto fisico di un qualche antenato (v
Cicerone), etc.

A volte tria nomina non bastano: in una gens possono esserci delle famiglie che vogliono
distinguersi (ad es. la differenza tra gli Scipioni e gli Scipioni Nasica). Se non si conosce l’origine
del cognomen, la si inventa tramite etimologie fasulle, che però permettono distinzioni: ad esempio,
si riteneva che Catilina significasse cane, e perciò fedele, resistente, etc..
In caso di adozione, il soggetto riceve in nome della gens dell’adottante, mantenendo come quarto il
nome della gens d’origine con il suffisso -anus (ma il suffisso non è sempre obbligatorio: Quinto
Cecilio Metello Pio adotta Publio Cornelio Scipione → Quinto Cecilio Metello Pio Scipione
Nasica).

Le famiglie più importanti possiedono le cariche, ma quando sono pochissime o una sola a
dominare cominciano a sorgere dei problemi. Ma cosa spinge le famiglie ad una sempre maggiore
competizione? Per farsi eleggere, durante il cursus honorum hanno sostenuto elevate spese di
rappresentanza (organizzare ludi, banchetti, etc.) e con l’accesso alle più alte cariche si cerca di
essere in un qualche modo risarciti.
Le guerre contro i Sanniti erano state poco lucrose e rischiose, mentre quelle contro le monarchie
ellenistiche erano semplici da affrontare e redditizie per i bottini e le nuove clientele in provincia.
Ne deriva un aumento della corruzione per ottenere certe cariche, nonché il crescente desiderio di
andare a far guerre fuori Roma per ottenere maggiori ricchezze (→ fattori disgreganti).

Assistiamo alla scomparsa del ceto medio agrario, all’incirca i benestanti, che abbandonano il
proprio podere per arruolarsi in lunghe guerre lasciandolo in mano a vecchi e bambini, ma quando
ritornano in patria sono rovinati, perché del bottino di guerra prendono le briciole e si trovano in
situazione di proletari, perché il podere ipotecato viene preso dai creditori.
Dopo che le guerre all’estero hanno già falcidiato il ceto medio, Gaio Mario, per la guerra
numidica, arruola anche i proletari, che vengono armati dallo Stato, dà loro una paga e garantisce un
podere al congedo. Essendo loro volontari non sono alla mercè dei comandanti, ma c’è quasi un
contratto tra arruolato ed arruolante, che permette l’instaurarsi di un forte legame personale tra le
truppe e il comandante: gli uomini si affezionano al comandante, si ribellano se egli non è buono
(prima impensabile), arrivando a ritenere più importante il condottiero di Roma (e quest’ultimo ne
beneficia). Silla, ad esempio, sobilla i suoi uomini contro Roma quando Mario ottiene il comando
della guerra contro Mitridate: l’appoggio dei populares sarebbe stato impossibile con un esercito di
conscripti, ma i volontari preferiscono seguire il proprio comandante anche contro Roma, nella
speranza di ricavarne vantaggi.

Esistendo però solo i grandi latifondi a seguito della scomparsa della piccola proprietà, sorge un
diverso modo di gestire le terre.
I Gracchi provenivano da una famiglia di nobiltà plebea, ma la loro madre, Cornelia, era la figlia
dell’Africano: l’importanza della famiglia apre a Tiberio e a Gaio la via degli honores, a partire dal
tribunato.
Tiberio capisce che il ceto medio non esiste più: in Etruria non esistono più fiorenti poderi, ma solo
grandi appezzamenti lasciati al pascolo. Propone pertanto una lex agraria, che si rifà alle precedenti
leges de modo agrorum e consiste nell’analisi dell’entità delle terre pubbliche e nella ridistribuzione
delle suddette; non è, quindi, una confisca di proprietà private per darle ai poveri, ma una
razionalizzazione del possesso dell’ager publicus: prevede di sottrarre al privato le terre pubbliche
di cui si è indebitamente impossessato e darle in possesso (non proprietà) a chi si impegni a
lavorarlo, come ex soldati, proletari che riescono così a mantenersi.
E’ una proposta sacrosanta, ma i latifondisti hanno edificato sulle loro terre e risulta difficoltoso
capire quali siano le terre statali: le commissioni, ma soprattutto i grandi proprietari, molto spesso
senatori, sono contrari a questo disegno e cercano di mettere a tacere i Gracchi anche con la
violenza (nonostante la sacrosanctitas) e anche questi ultimi si vedono costretti a ribattere con
l’illegalità.
Il Senato reazionario sfrutta l’azione dell’altro tribuno, Marco Ottavio, che propone una lex
frumentaria e il veto su quella agraria, ma Tiberio sobilla il popolo a deporlo perché non fa il suo
dovere di badare agli interessi delle classi inferiori: atto scandaloso, perché le cariche pubbliche
hanno l’immunità e i senatori più tradizionalisti hanno buon gioco a criticarlo. Gracco, inoltre,
chiede di poter restare in carica un altro anno, per il 132 a.C., per finire la propria riforma: nessuna
legge ufficiale lo vieta, ma il mos non prevede la reiterazione consecutiva e pertanto la richiesta è
considerata illegittima.
Tiberio viene accusato di aspirare al potere regio quando egli riceve un’ambasceria da Pergamo, il
cui re ha lasciato il proprio regno in eredità al popolo romano (non al Senato che invece se ne
occupa): tale ambasciatore alloggia presso la sua casa e gli offre un diadema. Per questa suspicio
regni (adfectatio) scoppia la repressione guidata da Scipione Nasica, pontifex maximus, i cui meriti
saranno esaltati da Cicerone come modello di civis privatus.
Assistiamo alla rottura degli equilibri che reggevano lo Stato per la scollatura tra politica personale
e la crisi della repubblica.

29/10/2010

A partire dalla prima metà del II secolo a.C. assistiamo all’inizio della creazione dell’Impero
romano, mentre fino ad allora ci erano voluti cinquecento anni per unificare l’Italia centro-
meridionale: tra il 200 e il 133 a.C. Roma diventa città egemone, prima esercitando un protettorato
sul mondo greco e poi dominandolo; gli stati ellenistici sono “regni d’argilla”, logorati dalle
pluridecennali guerre in seguito alla morte di Alessandro (diadochi ed epidochi). In seguito alla
vittoria di Pidna, Roma era divenuta in grado di esentare dalle tasse i cittadini romani fino al 43 a.C.
Le guerre tra gli stati ellenistici obbedivano ad una sorta di codice cavalleresco, combattute con una
falange dimezzata o improduttiva, mentre la tecnica dei Romani era quella di sbaragliare gli
avversari in modo da dissuaderlo dall’attaccar battaglia nuovamente.
In Oriente contavano solo i sovrani e i grandi capi che li circondavano; per questo le paci andavano
stipulate con un unico interlocutore, il re locale. Solitamente si richiedeva un tributo di guerra e una
tassa annuale in caso di annessione, ma quest’ultimo procedimento non è uguale in Oriente come in
patria: ai Romani è ancora estranea la politica di annessione perché hanno grande considerazione
della superiorità culturale dei Greci; preferiscono lasciare indipendenti i popoli vinti purché si
attengano alle disposizioni di Roma. Nel 197 a.C., Filippo viene sconfitto a Cinocefale e i Romani
ne decurtano il regno, liberando la Grecia; questa situazione dura fino al 146 a.C., anno in cui la
madrepatria greca diviene incontrollabile e fonte di continue guerre: durante la prima e la seconda
guerra macedonica, gli Etoli si erano schierati contro i Romani, passando poi dalla parte di Antioco
durante la guerra siriaca; quando Perseo sobilla le città greche, alcune πόλεις si alleano con lui. Nel
146 a.C., Grecia e Macedonia (questa dal 148 a.C.) sono ridotte province romane, in primo luogo
per garantire l’ordine pubblico.

Aspetti clientelari: il vincitore del nemico esterno diviene punto di riferimento e protettore. I
Romani erano convinti di combattere per la patria, mentre questi popoli orientali sono sudditi
costretti a combattere per il sovrano. I soldi per pagare le indennità di guerra vengono anticipate
dalle compagnie di publicani romani. Chi riconosce il governatore romano come patronus ne
diventa cliens, creando così dei fenomeni di clientela a livello quasi comunitario. Il condottiero
diviene creditore delle compagnie di pubblicani. Questi movimenti sono indirizzati alle classi
sociali dominanti, con l’avvento di progressisti, opposti ai conservatori, ma ciò non accade se non
con violenti urti di parte, senza giungere ad un dialogo costruttivo. Il caos a Roma diventa ancor più
manifesto con Gaio Gracco.

Gaio Gracco riprende il progetto delle leges de modo agrorum precedenti, nonché delle proposte del
fratello Tiberio; intanto sono maturate altre condizioni ed è stata decisa la possibilità di iterazione
del tribunato per evitare sommovimenti della plebe. Egli, tuttavia, affronta troppi problemi insieme,
problemi che erano rimasti insoluti mentre Roma si dedicava alle guerre; difatti, la decisione di
intraprendere la terza guerra punica era stata lungamente dibattuta (pro: Catone; contro: Scipione
Nasica) perché poi sarebbe stato inevitabile lo scoppio di tutte le problematiche interne alla res
publica.
Uno dei primi problemi da affrontare è quello dei socii italici, che finora avevano combattuto a
fianco di Roma, ma rimanevano comunque in posizione di subordinati e non avevano diritti pari a
quelli dei Romani (alcuni avevano ottenuto lo ius Latii), restando in condizione di inferiorità
psicologica e fattuale; non possedevano il diritto di connubio con i Romani (→ esportato lo
squilibrio interno a Roma). Gaio propone di concedere loro il diritto romano, mentre gli altri socii
avrebbero ottenuto lo ius Latii. Il primo oppositore a questa proposta era il popolo, che non voleva
perdere la propria superiorità giuridica, mentre per la classe dominante sarebbe occorso il
pericoloso problema dell’organizzazione di questi nuovi cittadini nelle tribù.
Il secondo problema riguardava la corruzione dilagante nelle corti di giustizia: quest’ultima era
applicata sempre più arbitrariamente e le infrazioni si arenavano nei circoli viziosi dei processi de
repetundis e de ambitu (per i provinciali era ammesso il diritto di reclamo), in cui i governatori,
membri della classe senatoria, venivano giudicati da loro omologhi, in una connivenza tra giudicato
e giudicante. Gaio intende modificare le corti in modo che queste siano composte da un pari numero
di senatori e di equites, proposta chiaramente invisa ai membri del ceto senatorio; tuttavia sui
cavalieri non si poteva fare grande affidamento poiché in generale essi sono i grandi arricchiti
proprietari di beni mobili.
[Per entrare nei ranghi degli equites occorreva avere un patrimonio minimo di 400000 sesterzi,
mentre per la classe senatoria almeno 1000000]
Gli equites formavano una categoria a sé, ma non potevano prescindere dal Senato, ricoprendo
spesso la carica di duces de governatore (→ publicani), mentre per i senatori non era conveniente
rompere con i cavalieri in quanto essi potevo servirsi di traffici a loro proibiti, come il commercio
marittimo: erano, pertanto, interdipendenti.
Nonostante la sacrosanctitas tribunicia, Gaio viene eliminato dopo un paio d’anni e i problemi che
questi intendeva affrontare rimangono parzialmente irrisolti.

Nel 91 a.C. Livio Druso il Giovane, figlio dell’accanito oppositore di Gaio Gracco, viene eletto
tribuno della plebe e fa proprie le riforme graccane: anch’egli muore di morte violenta, ma stavolta
gli Italici costituiscono una confederazione contro Roma, iniziando la cosiddetta guerra italica (89-
88 a.C.), in cui i Romani si trovano a fronteggiare i loro ex compagni di battaglia, armati ed
addestrati come loro. La causa principale di questo bellum è la miopia della classe dirigente. Roma
fa ricorso a tutte le risorse disponibili, richiama Gaio Mario come comandante militare,
schierandolo assieme a Silla; anche i funzionari sono chiamati alle armi.
Per ottenere una frattura nel fronte nemico, Roma, su proposta di Silla, decide di concedere la
civitas a chi avesse deposto le armi: in tal modo alcune popolazioni si ritirano dalla guerra, mentre
altre (Marsi, Sanniti, Lucani), preferiscono continuare.

Nella guerra tra Mario e Silla, svolgono un ruolo importante gli Italici. Entrambi erano grandi
condottieri, in grado di condizionare l’andamento della vita politica romana: questi grandi individui,
ora, giocano molto sul puro rapporto di forza, al di là dei risultati militari o politici.
03/11/2010
(Dagli appunti di Anna)

La transizione dalla monarchia alla repubblica denota un’insofferenza e sfiducia nei confronti del
regnum (che con i Tarquini era diventata ereditaria), ma nel primo secolo ci sarà un recupero della
monarchia come massima forma di governo.
Nonostante l’odio verso il regnum (anche per il termine stesso) si ha l’affermazione di singoli, che
contraddistingue una lesione dell’oligarchia senatoria che regge Roma.

La storiografia su V-IV secolo a.C. si prefigge il compito di educare e dilettare attraverso exempla,
clari viri, mitologia, laudatio temporis acti, valori tipicamente romani (fides, iustitia, pietas,
modestia, castità, etc.). Proprio laudator temporis acti viene definito Gaio Sallustio Crispo: per lui
gli antichi Romani incarnavano un ideale di virtù, mentre i suoi contemporanei sono carichi di vizi;
un’eccezione è costituita da Lucio Quinzio Cincinnato, che possiede i valori della romanità, ma è un
reazionario, disposto a tutto pur di far primeggiare la sua parte.
I comandanti vittoriosi ora spendono politicamente le loro vittorie per sé e per la propria famiglia,
da cui membri anche incapaci emergono ugualmente; mantenere alto il nome di una famiglia
equivale ad aumentare la sua influenza. Abbiamo il prevalere dei singoli su una compatta
oligarchia sfruttando il favore popolare (→ collaborazione consoli/tribuni porta alla convocazione
dei concilia plebis). I contrasti emergono con la fine del metus hostilis (distruzione di Cartagine nel
149 a.C.) e dopo i Gracchi scoppia la rivolta. I conservatori come Cicerone, ma anche il popularis
Sallustio, ritengono che il tribunato sia un elemento destabilizzante all’interno della società.
Secondo Floro, i Gracchi hanno buone idee, ma hanno ottenuto lo spaccamento in due della città
(→ bicefala).

Il primo goditore delle riforme mariane sull’esercito è Silla, un patrizio conservatore che ha
intenzione di eliminare il tribunato. Silla sa però che l’eliminazione dei tribuni avrebbe provocato
un sollevamento popolare devastante. Sotto Silla, il tribunato non è suscettibile di miglioramenti di
carriera: i tribuni non possono candidarsi ad altre magistrature, cosa che prima era contemplata per
fare da contrappeso all’estensione dei poteri tribunizi; chi può e vuole fare carriera non parte dal
tribunato, ma dall’edilità: solo i mediocri diventano tribuni, ora svuotati di potere (→ mossa
impopolare).
L’obiettivo di Silla è quello di riportare in auge l’oligarchia senatoria: i senatori vengono
raddoppiati, da 300 a 600 (che poi Giunio Bruto riporterà a 300), tutti uomini di sua fiducia che
durante la guerra civile si sono dimostrati più fedeli a lui. Dopo la guerra giugurtina, vari consolati e
la guerra sociale, Silla assurge alla dittatura a tempo indefinito rei publicae constituendae (compito
formale di riformare lo stato) e riforma le magistratura.
Nel 79 a.C. Silla depone la dittatura, un caso straordinario, visto che tale magistratura era legale
perché presa con un colpo di mano, ma votata dal popolo. L’informazione che Cesare era contrario
a questo atto è probabilmente stata messa in giro dagli anticesariano per affermare che Cesare vuole
il potere unico ancora più dell’esecrato Silla, che aveva compilato liste di proscrizione. L’idea di
una politica reazionaria è anacronistica perche il Senato è all’inizio compatto, guidato da Silla che
l’ha formato scegliendo membri ad hoc; tuttavia, al suo ritiro scoppia il caos poiché ogni membro,
spesso impreparato, vuol dire la sua.
Nel 78 a.C. Silla muore e in seguito si ha la distruzione della sua costituzione da parte di Crasso e
Pompeo, due ex-sillani, che nel consoli per il 70 a.C., che ridanno la sacrosanctitas ai tribuni,
reinseriscono il tribunato nel cursus honorum ed effettuano una scrematura dei senatori, prerogativa
censoria sfruttata da due censori che aderiscono alla loro volontà: viene strumentalizzata l’accusa di
probri causa, che colpisce coloro che troppo si erano compromessi durante il regime sillano, come
ad esempio Publio Lentulo Sura, che nel 71 a.C. era stato console e Curio, che ora parteggiava per
Catilina.
Lucio Sergio Catilina è un sillano convinto, come furono anche Pompeo e Crasso, ora populares,
che devono cercare appoggi fuori dal Senato per contrastare l’oligarchia, non per la loro amicizia
nei confronti del popolo, e non viene espulso per recuperarlo alla causa di Crasso e Pompeo, cui
servono uomini navigati come lui, che sembra comunque malleabile.
La dittatura di Silla implica la rottura della legalità, una violazione palese e formale della legge
politica romana (mentre prima le ingiustizie erano formalmente legali)
Essa comunque viene “psicologicamente” accettata dai Romani: nessuno si scandalizza troppo
quando Cesare diviene dittatore a vita, ma pensano che si ritirerà, più o meno come Silla; egli però
non ne ha intenzione, per cui viene assassinato.
Nel frattempo la congiura di Catilina cerca di ottenere il potere per via legale, partendo dal
consolato.

04/11/2010
(Dagli appunti di Anna)

Per quanto riguarda Catilina, siamo di fronte a due congiure: un colpo di mano in Senato e la
congiura vera e propria. Le fonti principali su questo evento sono Cicerone, ottimate e opposto a
Catilina, e Sallustio, un popularis favorevole a Cesare; mentre l’opera sallustiana è propriamente
storica, le orazioni ciceroniane non sono un lavoro storico stricto sensu, ma alla fin fine anche
Cicerone concorda con lui, poiché Sallustio, che gli è avverso, dice le medesime cose (pur essendo
di parte, dunque, non è mendace).
Nel De Catilinae coniuratione si inizia a parlare dei fatti (calende di giugno 64 a.C.) solo dal
capitolo 17: Sallustio inserisce la congiura quasi come specchio del malcostume dilagante a Roma,
forse anche perché Cesare, suo sostegno per il cursus honorum, è coinvolto con Catilina nella prima
congiura ed è per lui un problema parlarne.

C’è un problema per la datazione della congiura: Sallustio indica il 64 a.C., Cicerone pubblica le
sue orazioni nel dicembre 63 a.C. e storici minori indicano fine 63 a.C.. Tuttavia non è plausibile
che Sallustio si sia sbagliato: egli, che la fa partire quando stanno per essere eletti i consoli per il 63
a.C. (→ giugno 64 a.C.), intende una cosa, Cicerone e gli altri si riferiscono a quando la congiura
sfocia in una guerra civile, dopo il fallimento di Catilina nell’elezione a console per il 62 a.C.. Gli
altri dunque partono dall’ennesimo fallimento, ossia dalla congiura vera e propria, mentre Sallustio
ricostruisce il retroscena.

In mezzo ai catilinari forse ci sarà stato (solo nella seconda congiura) anche qualcuno che voleva
solo dare più spazio alla plebe sofferente in crisi della repubblica, ma non può essere considerata
davvero una causa, tanto più che a fianco di Catilina ci sono gli espulsi dal Senato (→ Lentulo Sura,
Cornelio Cetego, Curio, quest’ultimo spia di Cicerone sui congiurati): questi ultimi, ex sillani, non
possono essere ascritti tra i populares che hanno intenzione di tutelare la plebe, ma sono solo dei
reazionari espulsi che vogliono riprendere il potere.

[Non c’è il tempo per affermare che la seconda generazione ha demonizzato Silla, ma è più
probabile che gli stessi optimates fossero favorevoli alle riforme, ma contrari alla sua crudeltà, che
aveva preso forma attraverso la compilazione di liste di proscrizione che avevano provocato
sanguinose uccisioni. L’unico punto di contatto tra Silla e l’età Augustea è l’apprezzamento della
restaurazione della pace.]

Al capitolo 18 Sallustio smette ancora di parlare di Catilina, con una nuova interruzione: prima di
trattare della prima congiura, in medias res, Sallustio fa professione di fede, e questo, nell’economia
dell’opera costituisce un excursus. Differenza tra le due congiure: benché Lucio Sergio fosse
sempre presente, nella prima ci sono pochi congiurati, mentre nella seconda molti di più. Proprio
nella prima congiura, Cesare sarebbe stato coinvolto.
Nel luglio del 66 a.C. vengono designati i consoli che sarebbero entrati in carica dal primo gennaio
65: sono Publio Autronio e Publio Silla, che però vengono accusati de ambitu, il che avrebbe
previsto il decadimento dal Senato e dal previsto consolato; l’accusa era però stata formulata da
optimates contro i consules designati, populares: questi ultimi sono condannati in un tribunale in
cui la maggior parte dei giudici erano optimates. Servono dunque nuovi consoli: entrano in carica
Lucio Aurelio Cotta e Lucio Manlio Torquato, optimates, ma come sono stati eletti?
Non è possibile che subentrino automaticamente, ma il terzo e quarto eletti sono inseriti in una
“lista di scorta” e si fanno nuove elezioni. Catilina può avere un guadagno indiretto per la morte dei
consoli, per le nuove elezioni, che spera di vincere. Sallustio ci informa però che egli non può
vincere perché deve difendersi da un’accusa di concussione e per di più non presenta la domanda in
tempo: infatti nel 66 a.C. è propretore in Africa, ma il sostituto arriva troppo tardi e il console
optimatis rifiuta la sua candidatura. L’elemento della concussione è riferito alla seconda tornata
elettorale, in cui il console, su testimonianza dei provinciali africani, lo accusa ora de ambitu.
Tuttavia, a volte si passava sopra a queste mancanze, se il candidato era ben visto. Catilina si
accorge dunque che gli ottimati lo stanno boicottando grazie alle facoltà decisionali del console e di
dover cercare l’appoggio popolare. Sallustio unisce queste due cause per condensare con un
ὕστερον πρότερον: in nome della brevitas, a lui elogiata, per evitare ripetizioni accorpa due
momenti distinti.
All’improvviso subentra Gneo Pisone. Egli è bisognoso, ma, anche se indebitato, potrebbe pagare i
creditori vendendo i propri beni immobili, però la terra è segno di potere; tuttavia, se si ha tanti
debiti e non corrispondenti crediti, si rischia la confisca dei beni, in un circolo vizioso di
debitori/creditori molto comune a Roma. Perciò diviene anche un fazioso: si è inclini ai
cambiamenti quando non si ha nulla da perdere. Catilina, Pisone e Autronio si alleano alle none di
dicembre (in una nuova alleanza sarebbe entrato anche Publio Silla) con l’intento di uccidere i
consoli delle seconde elezioni il primo gennaio 65 a.C., ossia il giorno dell’entrata in carica: sarebbe
stato un omicidio simbolico, la risposta del malcontento dei populares per le accuse de ambitu. Né
Autronio né Catilina erano capoparte (come Crasso e Cesare) e Silla segue il punto di vista di
Cesare e Crasso, dandosi all’attendismo, mentre Autronio è più attivo, seguendo Silla e
rivendicando i soprusi degli optimates nei suoi confronti.

05/11/2010
(Cavaggioni; dagli appunti di Rebecca)

Le istituzioni romane repubblicane sono un sistema tripartito tra tre organi base: Senato, comizi e
concili, magistrature. Polibio, nelle Storie polibiane, dice che la πολιτεῖα di Roma si fonda su
popolo, Senato e consoli e che questa costituzione mista rappresenta uno degli elementi del
successo dell’Urbe; questa tripartizione non corrisponde però alla moderna suddivisione tra potere
esecutivo, legislativo e giudiziario.

Sono presenti e compresenti più organi assembleari: comizi curiati, tributi, centuriati e concilia
plebis, distinti per composizione, principii organizzativi e competenze.

1. Tutte le assemblee (eccetto i più antichi comizi curiati) hanno competenze in ambito
esecutivo, legislativo e giudiziario. Polibio: il δῆμος conferisce gli honores, decide le
punizioni e della pace e della guerra.
2. Tutte sono strutturate per gruppi (i comizi tributi e i concilia plebis sono strutturati in tribù)
→ non si partecipa alle assemblee come singolo, ma all’interno di un raggruppamento.
3. Questa strutturazione per gruppi ha ripercussioni sul meccanismo del voto (non pro capite,
ma per unità di raggruppamento.
I comizi curiati sono un’assemblea riferita all’età romulea dalle fonti e sono una delle più antiche
strutture socio-economiche della città. I membri sono divisi per criterio gentilizio in tre tribù
gentilizie individuate da Romolo e suddivise ulteriormente in dieci curie (→ organizzazione sociale
pre-civica); gli appartenenti ad ogni tribù sono legati dagli stessi sacra (culti). Non si conosce con
esattezza il suo ruolo, ma in età repubblicana perde progressivamente importanza e in tarda
repubblica questa assemblea non si riunisce più: al suo posto si riuniscono trenta littori scelti dal
magistrato cum imperio. Pare che le sue prerogative fossero limitate a questioni di diritto privato,
familiare, religioso, forme di adozione, testamento, sacerdozi. La lex curiata de imperio è votata
dopo l’elezioni dei magistrati cum imperio per conferirgli l’imperium. Tuttavia, per il
conservatorismo romano non furono mai aboliti.

I comizi centuriati vengono introdotti tradizionalmente da una delle riforme serviane; le


informazioni sono da prendere in considerazione con cautela perché molto probabilmente sono
descritti erroneamente.
Si basano su una suddivisione censitaria in cinque classi di censo più i cavalieri e ogni classe viene
divisa a sua volta in un certo numero di centurie, variabile tra le classi: gli equites hanno 18
centurie, la prima classe 80 e via a digradare.
Sono nati con funzione militare per la partecipazione all’esercito e in quanto popolo in armi si
riuniscono in Campo Marzio; la funzione militare perde via via importanza per far spazio alla
rilevanza politica: a questi comizi sono demandate le elezioni dei magistrati più importanti (consoli,
pretori, censori). Il dittatore era inizialmente nominato dal console, ma ad un certo punto diviene
elettivo (→ 217 a.C.: Quinto Fabio Massimo primo dictator eletto). In ambito legislativo possono
votare leggi ed approvare dichiarazioni di guerra, ma la rogatio deve sempre essere presentata da un
magistrato cum imperio. [Il Senato non emana leggi ma decreti e sententiae]. La competenza in
ambito legislativo vale solo fino ad un certo punto perché poche sono le leggi presentate da consoli
e praetores, mentre i tribuni della plebe sottopongono le leggi ai comizi tributi. Dal punto di vista
giudiziario la repressione cittadina sottostà alla coercitio del singolo magistrato, che può infliggere
una sanzione immediata (→ in vincla ducere) con due limiti (i baluardi della libertà per Cicerone):
l’intercessio e la provocatio ad populum (→ 473 a.C.: Volerone Publilio). Fungono da assemblea
giudicante in processi di lesa maestà, capitali, omicidio, o nei processi che prevedono una multa al
di sopra di un certo tetto. Non tutti i cittadini in questo ambito hanno voto di uguale importanza, ma
il voto compatto della prima classe e di quella dei cavalieri determina la maggioranza assoluta
all’interno del comizi centuriati (98 su 193). Viene pertanto riconosciuto un maggior potere
decisionale a chi ha un più elevato potere timocratico per il maggior contributo nell’esercito; anche
quando la leva sarà fatta secondo tribù resterà comunque questa gradazione del diritto di voto. Per
Cicerone la suddivisione timocratica rispetta l’aequum ius “ne primum valeant plurimi”; siamo di
fronte a un caso di uguaglianza geometrica, secondo il proprio merito (gradus dignitatis), calcolato
in base alla ricchezza.

I concilia plebis tributa nascono nel 471 a.C. ad opera di Volerone Publilio e sono organizzati per
tribù, quindi confusi con i comizi tributi di origine oscura. Solo la parte plebea della popolazione si
riunisce suddivisa in base alle tribù territoriali volute da Servio Tullio. Essi eleggono i questori e gli
edili, nonché i magistrati plebei (tribuni ed edili). Hanno un’azione legislativa molto ampia e
competenza in processi che non prevedono la pena capitale o riguardanti una multa al di sotto di un
certo tetto.

Caratteristiche della partecipazione del singolo alla vita politica.


La partecipazione alle assemblee non è aperta a tutti, ma soggiace a criteri di sesso, età e status (i
liberti e i latini partecipano in forme molto contenute). Chi può partecipare non vi prende parte in
modo esattamente paritario: lo ius suffragii non è un diritto egualitario. E’ necessario innanzitutto
essere in Roma e il peso e l’incidenza sono diversi a seconda dei comizi.
Gli ultimi studi hanno scardinato l’immagine di una vita politica legata solo ai ricchi: il censo
necessario per far parte della prima classe non era elevatissimo e i comizi centuriati non erano
l’unica assemblea romana e questi organi assembleari hanno comunque precisi limiti d’azione:
devono essere convocati da un magistrato e non hanno possibilità di emendamento.

10/11/2010
(Cavaggioni; dagli appunti di Rebecca)

Definizione di Ziolkowski (storico polacco, professore di storia romana all’università di Varsavia):


per Roma non si parla di storia di una civiltà, ma di storia di uno stato, modellata sul piano
istituzionale: la secessione della plebe comporta la creazione di uno “stato nello stato”, perché i
plebei si danno delle proprie istituzioni, il decemvirato è una magistratura originale, così come il
tribunato militare con potestà consolare. La storia politica e quella istituzionale sono intimamente
connesse. La carica del tribunato militare spiana la strada all’ammissione dei plebei al consolato del
367 a.C. (Liciniae-Sextiae). Dai Gracchi in poi la storia politica repubblicana si divide fra due
“gruppi” (non partiti), ossia populares e optimates.
I primi volevano spostare il baricentro delle decisioni sul popolo e svuotare di importanza il Senato;
ad esempio, la proposta di destituzione di Marco Ottavio (contro la prassi, ma non
“anticostituzionale”) da parte di Tiberio Gracco, che si vedeva bloccare una legge. Secondo studi
recenti, la deposizione dei magistrati in carica non era una novità assoluta, ma ciò non toglie che sia
stato un atto dirompente, che determina l’inizio dei tentennamenti tra i suoi seguaci. Importante è
anche la questione dell’eredità pergamena: Tiberio stabilisce che siano le assemblee e non il Senato
a decidere della sua destinazione.
All’interno dell’evoluzione politico istituzionale si inseriscono vari episodi: Gaio Gracco colpisce i
tribunali istituiti ex senatu consulto rendendoli illegali, Silla ridimensiona il tribunato della plebe ed
escogita dei provvedimenti per stabilizzare il cursus honorum, diverse proposte di legge, Ottaviano
mantiene le istituzioni repubblicane (res publica restituta), creando però di fatto il principato.

Per le magistrature assistiamo ad una evoluzione nel tempo. Il 367 a.C. è una data fondamentale per
vari motivi: il consolato viene aperto ai plebei, il tribunato viene riconosciuto dai patrizi e sono
istituite nuove magistrature: edilità curule e pretura (urbana). Esaminiamo le magistrature del
cursus honorum:

1. Questura: è attestata già dall’età monarchica (→ quaestores parricidi: si occupano degli


omicidi dei padri, degli antenati, con diverse accezioni, anche perché par significa uomo). In
età repubblicana si modificano e diventano collaboratori dei consoli con competenze
finanziarie. Nel tempo aumentano di numero, passando da due a sei (III sec. a.C.) a otto a
venti (Silla), quaranta (Cesare), per poi essere riportati a venti da Augusto. Sono eletti dai
comizi tributi ed entrano in carica il 5 dicembre.

11/11/2010
(Cavaggioni; dagli appunti di Rebecca)

2. Edilità: si suddivide in plebea e curule. L’edilità plebea nasce a seguito della secessione del
494 a.C. ed erano aiutanti del tribuno della plebe con competenze amministrativo-
finanziarie; essi curano il tesoro e l’archivio dei plebei custoditi nel tempio di Cerere, Libero
e Libera e questa organizzazione intacca lo schema questori-consoli, creando uno stato
plebeo nello stato complessivo. Gli edili curuli vengono istituiti nel 367 a.C. ed era una
magistratura riservata ai patrizi a mo’ di compensazione per l’edilità plebea; questi si
distinguono per essere eletti da assemblee diverse (concilia plebis e comizi tributi) ed hanno
le stesse prerogative amministrative e giurisdizionali, che si articolano in: cura annonae, per
gli approvvigionamenti di grano a Roma continuano l’opera del quaestor Ostiensis),
vigilanza dei mercati, cura viarum (strade e luoghi pubblici), cura aedium (controllo di
edifici pubblici come templi e basiliche), cura ludorum, cura degli archivi e cura urbis,
messa in atto attraverso uno ius coercitionis che permette di infliggere multe o incarcerare
rei. [Publio Claudio Pulcro era console nel 249 a.C., quando i Cartaginesi in Sicilia
controllavano ancora solo Trapani e Lilibeo. Consultando gli auspicia prima di attaccare
Trapani via mare, al responso negativo dei polli sacri, che non toccavano cibo, gettò questi
ultimi in mare e venne successivamente sconfitto. Dopo la sua morte, la sorella Claudia,
siccome uscendo dai ludi era stata disturbata dal popolo, si augura una nuova sconfitta e la
morte di buona parte del popolo; gli edili intervengono.]
3. Tribunato della plebe: ha un’origine rivoluzionaria ed entrano in carica il 10 dicembre; i
tribuni inizialmente sono i rappresentanti della plebe opposti ai due consoli patrizi. Sono
dotati di: sacrosanctitas, l’inviolabilità attribuita mediante una lex sacrata approvata dai
concilia plebis (→ compenetrazione politico-religiosa, con presupposti diversi dalla
religiosità patrizia), ius auxilii, ossia il diritto di intervenire in aiuto di qualunque plebeo
minacciato da un patrizio, coercitio, per mettere in atto lo ius auxilii, ius agendi cum plebe,
la facoltà di riunire i concilia plebis e i comitia e di proporre leggi, e ius intercessionis, cioè
il potere di porre il veto alle iniziative legislative e giudiziarie dei magistrati e del Senato.
Dopo le Liciniae-Sextiae, il tribunato è istituzionalizzato ed inserito nel cursus honorum: la
fine della fase più dura del contrasto fa perdere la necessità del ruolo rivoluzionario del
tribunato. Come l’edilità, rimane una carica facoltativa, è aperto solo ai plebei (Clodio si
fece adottare da un plebeo per poterla ricoprire); il tribuno ha potestas solo in ambito urbano
e crebbe di importanza perché erano gli unici che potevano proporre leggi in assenza di
consoli e pretori: assumendo un ruolo fondamentale nel processo legislativo, divenne
elemento cardine nella politica interna. Negli ultimi anni del II sec. a.C. tutti i tentativi di
riforma furono promossi dall’attività tribunizia (Gracchi, Lucio Appuleio Saturnino, Publio
Sulpicio Rufo, Marco Livio Druso); Silla infatti colpisce per prima cosa il ruolo dei tribuni.
Aurelio Cotta, nel 75 a.C. reinserì il tribunato nel cursus e la restaurazione venne completata
da Pompeo e Crasso. Gabinio e Manilio fanno assegnare a Pompeo impera extraordinaria
contro i pirati e Mitridate. Dal 457 a.C. sono portati a dieci.
4. Pretura: abbiamo cenni vaghi della pretura come magistratura romana; dal 367 a.C., il
praetor urbanus era un aiutante del console e si occupava di giurisdizione civile, ossia di
dirimere le controversie tra i cittadini (ius dicere inter cives); nel 242 a.C. assistiamo alla
creazione di un secondo pretore, con il compito di ius dicere inter cives et peregrinos. I
pretori arrivano a quattro nel 227 a.C., raggiungendo il numerò di sei nel 198 a.C. per le
province iberiche e in età imperiale sono portati ad otto. Si occupano di giustizia in ambito
penale (prima solo civile), gestendo i tribunali permanenti istituiti al posto di quelli ad hoc,
hanno imperium militare, lo ius agendi cum populo, convocando comizi e il senato in
assenza del console, e il governo delle province nella prima fase.
5. Promagistrature: il promagistrato è un magistrato che alla fine del mandato si vede
prorogare l’imperium per completare un’opera intrapresa; nel 211 a.C. viene conferito ad un
privato, ma in seguito sarà attribuito solo ad ex magistrati in qualità di governatori
provinciali: Silla stabilizza questo sistema e manda ed censori e consoli a governare le
province. Nel 326 a.C., durante la II sannitica, fu prorogato l’imperium del console Publilio
Filone per completare l’assedio di Napoli.

12/11/2010
(Cavaggioni; dagli appunti di Rebecca)
6. Consolato: con l’avvento della repubblica, il consolato è la magistratura suprema (dopo un
periodo di transizione). I due consoli sono eletti dai comizi centuriati e sono eredi
dell’imperium del re, rappresentato dai fasces (imperium domi) e dalle scuri (imperium
militiae) portate da dodici littori; sono inoltre detentori della facoltà di interpretare gli
auspicia e del dovere di mantenere la pax deorum.
7. Censura: i due censori sono eletti dai comizi centuriati ogni cinque anni e restano in carica
per diciotto mesi; di questa magistratura ordinaria, ma non permanente, Livio attesta la
nascita per il 443 a.C., anno del primo censimento dei cives. Questo non era un censimento
nel senso moderno del termine, ma una classificazione dei cittadini in base alla classe
censitaria di appartenenza. Con il secondo plebiscito Ovinio viene loro attribuita la lectio
senatus, ossia la revisione delle liste senatorie, mentre il terzo conferisce competenze sulla
supervisione dei mores: la nota censoria comportava l’ignominia e sanzioni concrete, quali
la declassazione, l’espulsione dal Senato, la privazione dei diritti politici e l’iscrizione negli
erari (aumento delle tasse), questa nota vale però solo se entrambi sono d’accordo. E’ la
magistratura che riflette la mentalità romana, il rispetto di una determinata condotta di vita.
8. Dittatura: era una magistratura straordinaria nominata in situazioni contingenti di emergenza
o grande necessità: il dictator rei gerendae causa aveva il compito di risolvere un pericolo
esterno, mentre quello seditionis sedandae causa doveva sedare una ribellione cittadina o
militare. Si affiancano poi dittatori “minori” (imminuto iure) con compiti circoscritti, come
il clavi figendi causa (rito apotropaico per scacciare una pestilenza e in generale espiazione
per riconquistare la pax deorum), il comitiorum habendorum causa, con il compito di
convocare i comizi, etc.; la procedura di nomina era peculiare: egli è dictus dal console e
vige in carica per sei mesi con poteri più ampi di quelli consolari, è rappresentato da
ventiquattro littori, non soggiace né alla provocatio ad populum né all’intercessio
(quest’ultimo solo per i dittatori più importanti, optimo iure). Normalmente la scelta è
suggerita dal Senato, anche se il rapporto Senato-consoli può essere conflittuale (→ 431
a.C.).

In virtù del pragmatismo romano, le magistrature vengono create e modificate in base alle esigenze
e a volte le loro sfere di influenza si sovrappongono. Esse si caratterizzano per elettività, durata a
termine e collegialità (almeno due): i colleghi hanno infatti stessi poteri e diritto di veto reciproco.
Fino alla fine della repubblica non ci furono seri conflitti tra colleghi (→ vedi Cesare e Bibulo nel
49 a.C.). La concezione politica romana si basa sull’intento di sottoporre a limiti e a controllo il
magistrato, per il timore dell’instaurarsi di una nuova monarchia.

La lex Villia annalis è una legge romana approvata nel 180 a.C.. Questa legge introdusse un’età
minima per l’accesso alle magistrature del cursus honorum e un intervallo obbligatorio di due anni
tra l’assunzione di due cariche . Non si poteva essere questori prima dei 27 anni, pretori prima dei
30 e consoli prima dei 33. Funzione della lex Villia era di assicurare l’avvicendamento al potere dei
membri della classe dirigente, evitando concentrazioni di potere dannose e evitando la continua
successione delle cariche. La legge è citata da Cicerone e Livio: “Legibus enim annalibus cum
grandiorem aetatem ad consulatum constituebant, adulescentiae temeritatem uerebantur ...”
(“Quando stabilivano un’ età più matura per il consolato mediante leggi che prescrivevano un
intervallo di anni, temevano l’ imprudenza della gioventù …”; Cicero, Phil., V, 17); "Eo anno
rogatio primum lata est ab L. Villio tribuno plebis, quot annos nati quemque magistratum peterent
caperentque. inde cognomen familiae inditum, ut Annales appellarentur" ("In quell’anno per la
prima volta fu presentata dal tribuno della plebe Lucio Villio una proposta di legge per regolare a
quale età potessero candidarsi e assumere ciascuna magistratura; perciò fu aggiunto il cognomen
alla famiglia in modo che da allora si chiamassero Annales"; Livius, XL, 44).
Solo la dittatura si sottrae a queste garanzie, ma appunto per questo nasce già con una durata fissa
inferiore a quella delle altre e dall’inizio del terzo secolo inizia a scomparire. Viene riesumata da
Quinto Fabio Massimo dopo la sconfitta al Trasimeno, ossia in una situazione di enorme pericolo,
ma è elettiva. Silla la riprende e Cesare dopo di lui.

Il Senato esisteva già in epoca monarchica come organo consultivo del re: i cento senatori romulei
già con i Tarquini divennero trecento. Il numero viene modificato con la crisi della repubblica; le
Periochae di Livio attribuiscono una bozza di riforma del senato già a Gaio Gracco, ma la notizia
non è certa, ma certo è che Marco Livio Druso propone di portarli a seicento. Benchè la legge di
Druso venne abrogata, Silla li porterà a seicento, inserendovi personaggi a lui fedeli e membri del
rango equestre; Cesare li aumenta a novecento e sotto il secondo triumvirato raggiungeranno quasi
la quota di mille; dopo Azio, Ottaviano li riporterà a seicento. Il plebiscito Ovinio indica i requisiti
necessari per diventare senatori: optimus quisque ex omni ordine, è un’assemblea di ex magistrati. Il
Senato per operare deve essere convocato; il presidente propone l’ordine del giorno e chiede il
parere degli altri senatori e i vari pareri sono sottoposti a votazione, oppure possono essere
convocati dai censori in qualità di organo consultivo.
I decreti senatori non sono giuridicamente vincolanti, ma politicamente obbliganti. Il Senato è
depositario dell’auctoritas, l’autorevolezza che deriva da una superiorità morale riconosciuta e
all’inizio tra senatori e magistrati esisteva una solidarietà di casta. Nel III e II sec. a.C. è l’unico
organo stabile e continuativo che permette una politica a lungo raggio non possibile per i magistrati.

17/11/2010
(Cavaggioni)

Il Senato è l’unico organo in cui si può discutere. Il numero dei senatori passa successivamente da
300 a 600 a 900, fino a 1000 per poi ritornare a 600. A partire da fine IV secolo a.C. i senatori sono
ex magistrati chiamati a far parte dell’assemblea dai censori. Era una carica a vita, a patto che non
subentrasse la famigerata nota censoria.
Il Senato è un organo consultivo convocato da un magistrato cum imperio o dai tribuni della plebe,
che hanno lo ius agendi cum Senatu.
Non esistono calendari delle sedute: nel II secolo a.C. era consuetudine ricevere le ambascerie in
febbraio. Non avevano un luogo fisso di riunione, bastava che fosse un luogo inaugurato
(consacrato dagli auguri → templum). Le ferie dei senatori andavano dal 15 aprile al 15 maggio. Lo
si poteva consultare per dei pareri o per far votare un decreto (→ senatusconsultum); aveva
competenza globale, ma lentamente si specializza in finanza, religione, guerra, relazioni
internazionali, amministrazione della giustizia, questioni legislative, questioni d’emergenza.

1. Finanza: i beni statali sono beni del popolo romano; i magistrati sono amministratori
esecutivi, ma il Senato valuta la gestione di questo patrimonio. Fino all’epoca dei Gracchi
esclusa il Senato controlla l’ager publicus, la venditio quaestoria, la locatio, lo sfruttamento
delle miniere e delle foreste (→ conquista della Macedonia), gli appalti vari concessi a
singole societates, il budget per le campagne militari, la decisione di incarichi e spese
straordinarie (→ 57 a.C.: Pompeo praefectus annonae), la gestione delle province.
2. Religione: introduzione di nuovi culti, riconoscimento ufficiale di prodigia (segni
straordinari che violano le leggi naturali e denunciano la rottura della pax deorum) e
decisione delle forme di espiazione.
3. Guerra: dislocazione delle legioni, budget, eventuali proroghe di comando, concessione o
meno del trionfo.
4. Relazioni estere: ricevere ambascerie, inviare una commissione per stabilire eventuali
contratti di pace.
5. Amministrazione della giustizia: arbitrati tra città soggette, inchieste straordinarie.
6. Facoltà legislativa: non emana leges o plebiscita, ma nelle fasi più antiche deve approvare
preventivamente le proposte di legge (→ abrogata nel 339 a.C. la lex Publilia Filinia);
nell’ultima fase della repubblica si arroga il diritto di cassare leggi già approvate dalle altre
assemblee (→ 91 a.C.: leges Liviae; le sue disposizioni, se non giuridicamente vincolanti,
sono politicamente vincolanti).
7. Situazioni d’emergenza: ricorso al dittatore, diritto di emanare il senatusconsultum ultimum.

I patres hanno una superiorità morale che deriva dall’esperienza. La sua struttura, basata sulla
discussione, e la durata vitalizia della carica lo rendono l’unico organo in grado di portare avanti
una linea politica continuativa.

18/11/2010
(Cavaggioni; dagli appunti di Rebecca)

Il cittadino romano partecipa alla vita politica tramite due elementi fondamentali: lo ius suffragii, il
diritto di voto nelle assemblee popolari, e lo ius honorum, il diritto di accedere alle cariche
magistratuali; entrambi definiscono diritti di elettorato, passivo e attivo. Il cursus non è aperto a
tutti e non tutti ne godono allo stesso modo; i requisiti necessari sono:

 essere un civis romanus optimo iure, perché vi sono cittadini senza un diritto politico o i
latini, non cittadini, che con alcune limitazioni possono votare (nelle assemblee tribute e
solo all’interno di una determinata tribù estratta a sorte se si trovano a Roma);
 essere liberi (ingenui), cioè in possesso dello ius personae; i liberti possono candidarsi, ma
solo in determinate situazioni e con limitazioni;
 essere dei maschi adulti (aver ottenuto la toga praetexta a diciassette anni).

Anche fra chi rientra in questa categoria ci sono delle differenze:

1. Di possibilità: le strutture assembleari sono romanocentriche, quindi per poter votare


occorre essere a Roma (per questo Tiberio Gracco farà fatica a reperire i voti):
2. Di libertà: il voto è più libero a partire dagli anni Trenta del II sec. a.C. (→ leges
tabellariae);
3. Di incidenza: per la struttura delle votazioni il voto del singolo è assorbito all’interno del
gruppo; nei comizi centuriati il voto delle classi di censo più elevate vale di più: c’è
un’uguaglianza geometrica (non proporzionale) perché ognuno ha in base a ciò che dà.

Per Cicerone se tutti sono uguali, allora questa uguaglianza è iniqua.


La riforma mariana apre l’esercito ai volontari, ma non abolisce il criterio di censo per entrare
nell’esercito.
Il diritto di voto non è sentito come fondamentale per essere un civis, a differenza del mondo greco,
perché l’essere cittadino implica un complesso di diritti molto più ampio (proprietà, provocatio,
etc.) e ciò permette la più semplice integrazione di schiavi e stranieri. La chiave del successo di
Roma è quella di essere una città aperta. Tra essere cittadino ed essere magistrato c’è uno scarto.

I requisiti possono cambiare nel tempo, ad esempio all’inizio al consolato erano ammessi solo i
patrizi perché dotati della prerogativa di interpretare gli auspicia, ma i plebei vengono ammessi con
le Liciniae-Sextiae. In più dovevano aver fatto dieci anni di servizio militare, forse in cavalleria (→
censo almeno equestre).
19/11/2010
(Cavaggioni)

Analisi del modo in cui viene selezionandosi la classe dirigente romana.


I requisiti legali sono affiancati da requisiti di fatto, non imprescindibili, ma che contano ai fini del
concreto esercizio dello ius honorum. E’ rilevante essere figli di personaggi illustri, che molto
spesso hanno rivestito magistrature (soprattutto per il consolato) ed appartenere ad una certa
famiglia. Questo ruolo determinante del genus si fonda su:

1. Motivi pratici: i vantaggi concreti che derivano da apprendistato, tirocinio e dalla garanzia di
un patrimonio di clientele (ereditarie);
2. Fattori culturali: la società romana è priva di una costituzione e in essa contano in modo
fondamentale i mores maiorum, in un modello socialmente riconosciuto come valido (= gli
avi hanno costruito la grandezza di Roma); le ascendenze familiari vengono considerate
garanzia di successo: Polibio ci informa sulla pratica di tenere in casa ed esporre durante le
feste le imagines degli avi, a simboleggiare l’eredità di certe capacità; il giovane romano
sente come imperativo l’essere al pari del padre ed accrescere il nome della propria gens.

Gli homines novi iniziano la loro attività sotto l’egida di una grande famiglia (→ Gaio Mario inizia
sotto i Metelli per poi rivolgersi verso la gens Iulia). Il gruppo dirigente si amplia, ma spesso per
cooptazione. La più facile riuscita nei comizi di gente illustre favorisce il concentrarsi delle cariche
all’interno di poche famiglie. Un gruppo più ristretto all’interno della classe dirigente è la nobilitas
(termine polivalente e complesso): nobilis nell’accezione comune indica chi è conosciuto (ossia chi
ha rivestito cariche pubbliche), ma come termine tecnico designa chi ha ascendenti che abbiano
rivestito cariche. e cariche più nobilitanti erano inizialmente la pretura e il consolato, poi nel primo
secolo solo il consolato, ma la questione è ancora aperta: le fonti riportano l’elogio di uno Scipione
solo pretore nel 139 a.C., di cui si dice che nobilitavit stirpem, mentre testimonianza ciceroniane
indicano che solo chi avesse ascendenti consoli poteva definirsi nobilis (→ Murena non è nobilis);
probabilmente abbiamo un’evoluzione del concetto di nobilitas nel tempo parallelo all’aumento dei
pretori.
L’ereditarietà è un elemento importante, ma non sempre sufficiente a garantire la vittoria, perché è
il populus a votare per gli honores. In alcuni casi vengono eletti homines novi, cioè coloro che non
sono nobiles e non appartengono ad una famiglia senatoria (per cui sarebbe bastato un antenato
edile). La classe dirigente è dunque aperta o chiusa?
Teoricamente è aperta dopo le leges Liciniae Sextiae (→ molte famiglie plebee si introducono nella
vita politica), ma progressivamente si sclerotizza per l’importanza del genus. Cicerone si lamenta
della prerogativa dei nobili alle cariche; con l’immissione di novi cives viene resa però difficile
l’esclusività della carica. Possiamo dire che la classe dirigente è abbastanza chiusa, con un livello
d’apertura oscillante dal 12 al 30-35 %.

I caratteri del dibattito politico repubblicano sono difficili da definire. Mommsen e i suoi
contemporanei applicavano alla lotta politica romana lo schema della propria epoca (= scontri tra
partiti), ma questa è una visione anacronistica. Geltzer denuncia questa incongruenza e in seguito
esponenti della scuola prosopografica tedesca notano l’inapplicabilità del concetto di partito inteso
con un gruppo omogeneo, guidato da un leader, che segue una determinata ideologia. La scuola
prosopografica ha studiato soprattutto l’aristocrazia, che si sviluppava tramite parentela, amicizia,
politiche matrimoniali, peccando tuttavia per eccesso e riducendo la politica romana ad “un affare
di nobili” (Sein),
Contributi più recenti rilevano la presenza di un ruolo anche di gruppi esterni alla classe
aristocratica e alla nobilitas (equites), e il populus non è meramente passivo; la pubblica opinione
conta, altrimenti non sarebbe necessaria la formazione retorica del giovane politico (Cassola).
[- proto-repubblica: V sec. a. C. → leges Liciniae Sextiae
- media repubblica: guerre sannitiche prima metà II sec. a.C.
- tarda repubblica: 133-31 a.C.]

Dall’età graccana in poi abbiamo documentazioni più abbondanti, che testimoniano una nuova
politica, sia nei contenuti (problemi emersi con l’espansione imperialistica) sia nei modi
(valorizzazione delle assemblee e agere per populum), svolta avvertita nell’antichità e vista
negativamente dalle fonti filosenatorie (→ divisione fra populares e optimates). Per le radici
comunitarie romane ogni elemento di divisione è fonte di discordia, mentre il valore supremo è
l’unitarietà di intenti (→ Lucio Opinio restaura il tempio alla Concordia).

Popularis è un termine ambivalente, che indica sia chi è amato dal popolo (passivo), sia colui che
agisce a favore del popolo e ne cura gli interessi (attivo); chi si proclama popularis cura i commoda
populi, la potestas e la libertas del popolo, gli interessi e i vantaggi economici di questo tramite
distribuzioni frumentarie (finanziate con l’uso delle decime, del bottino di guerra, dell’erario
statale) e leges agrariae (→ redistribuzioni dell’ager publicus ai poveri). Hanno l’obiettivo di
ridistribuire più equamente e in modo più ampio i proventi dell’espansione.
Anche gli optimates professano gli interessi del popolo: Cicerone si proclama vere popularis, ma il
termine populus; tale vocabolo indica sia la collettività intera (optimatis), sia, in senso istituzionale,
le assemblee popolari, sia le masse popolari contrapposte alla classe dirigente, cioè i ceti inferiori
(dal 367 a.C. → popularis)

Le riforme dei Gracchi, approvate e iniziate ad esser messe in atto, vengono progressivamente
smantellate dopo la morte di questi, sospese le distribuzioni e a risarcimento istituita una tassa per i
grandi occupanti dell’ager publicus a favore dei meno abbienti.
Saturnino, in un’ottica diversa, vuole far approvare una legge agraria a favore dei veterani, ma gli
optimates sono contrari alle leges agrariae, in quanto spesso gli occupatores dell’ager publicus
erano grandi proprietari dell’aristocrazia senatoria (→ Appiano). La proprietà fondiaria è elemento
cardine della società romana e le ridistribuzioni erano particolarmente malviste perché rimettono in
discussione le gerarchie.
Le distribuzioni frumentarie impoveriscono l’erario, rendendo il populus come Stato più povero e
alimentano i ceti inferiori, istigandoli alla pigrizia all’interno di una politica assistenzialista che è
dagli optimates considerata lesiva del bene collettivo, ma di fronte alla quale si hanno meno
reticenze (→ Catone Uticense).

25/11/2010

Le congiure di Catilina sono due, una nel 66-65 a.C. e una nel 63 a.C.

“Già erasi un’altra congiura tentata da pochi, tra cui Catilina. La narrerò io quanto più schiettamente il potrò.
Consoli Lucio Tullo e Marco Lepido, eletti per loro succedere Publio Autronio e Publio Sulla, convinti
questi di comprati suffragj, esclusi e puniti ne vennero secondo le leggi. Poco dopo a Catilina reo di
concussione fu inibito il Consolato, perchè, fra il prescritto tempo, non s’era egli discolpato. Un nobile
giovane era in Roma a que’ tempi, chiamato Gneo Pisone: povero, fazioso, audacissimo: la cui indigenza e i
perversi costumi incitavanlo a perturbar la repubblica. Con costui Catilina ed Autronio, circa il dì cinque
Decembre, accordarono di uccidere in Campidoglio ai primi di Gennajo Lucio Cotta e Lucio Torquato
Consoli. Dovean essi poi, fattisi Consoli a forza, Pisone spedire con un esercito per occupare le Spagne.
Traspirò la cosa; perciò differirona al dì cinque Febbrajo la strage; e allora, non i Consoli soli, ma molti
Senatori altresì disegnavano trucidare. E se Catilina troppa non affrettavasi a dar segno ai compagni nel
Foro, quel giorno dalla fondazione di Roma in poi riuscito sarebbe il più scellerato ed orribile; ma, il non
esservisi adunata in armi per anco gente bastante, guastava l’impresa”.
(Sallustio, De Catilinae Coniuratione, XVIII)

Nel 66 a.C. Catilina ha avuto due candidature al consolato respinte perchè rifiutato dalla classe
dirigente degli optimates, che promuovono l’elezione di Manlio Torquato ed Aurelio Cotta. Egli
pretende il consolato e si candida nelle elezioni suppletive nel 66 a.C. per l’anno successivo, ma
viene respinto perchè sotto inchiesta de repetundis (in realtà, si temono gli eccessi di cui Catilina
aveva dato prova al tempo del goveratorato).
Gneo Pisone, un fazioso povero e audace, si allea con Catilina e Autronio, suo complice e
precedentemente eletto console, prima di essere accusato per broglio elettorale, circa il 9 dicembre
66 a.C. con l’obiettivo di ottenere il consolato per Catilina e inviare Pisone come governatore nelle
due Spagne. La congiura prevista per il primo gennaio contro i soli consoli viene risaputa e il piano
viene differito alle none di febbraio (5 febbraio), tramando anche nei confronti della maggior parte
dei senatori; Catilina, tuttavia, quel giorno si affretta troppo a dare il segnale ai suoi complici, che
non si erano completamente adunati.
Svetonio nomina come capi della congiura anche Cesare e Crasso, ma è risaputo che Cesare, finchè
gli è possibile, si muove nella legalità.
Nella vita di Cesare, IX, scrive che pochi giorni prima dell’edilità (66 a.C.) è sospettato di aver
ordito una congiura assieme al consularis Crasso (era stato console con Pompeo nel 70 a.C.), Publio
Autronio e Publio Silla per assalire ad inizio anno (Kalendiis Ianuariis) il Senato. Compiuta la
strage, Crasso sarebbe stato nominato dittatore, Cesare magister equitum e, dopo aver riorganizzato
lo Stato (→ constitutaque ad arbitrium re publica: scopo della congiura), il consolato sarebbe stato
riconferito a Silla e ad Autronio. Unico precedente di un colpo di stato del genere era quello di Silla,
che aveva impiegato un anno e mezzo per riformare l’organizzazione: come avrebbero potuto,
dunque, garantire a Silla e a Torquato il consolato? Inoltre, a Roma non esistono eserciti e l’unico
uomo che ha alle spalle un esercito molto forte è Pompeo: è mai possibile che egli non intervenga?
Svetonio è un bibliofilo e si rifà esplicitamente a Tanusio Gemino (forse lo storico Volusio per
Catullo, che definisce i suoi Annales “cacata carta”) e agli editti di Marco Bibulo, collega di Cesare
per il consolato del 59 a.C. e praticamente estromesso dal potere e relegato in casa. E’ inevitabile
che queste tre fonti siano inattendibili e interessate ad attribuire a Cesare una volontà di comando
retrodatata.
Per Tanusio, Crasso non si presenta il giorno stabilito, per cui Cesare evita di dare il segnale (→
sfilarsi la toga dalla spalla). Svetonio continua a riferire che Curione Padre, ma anche Marco
Attorio Nasone, riportano che Cesare congiura anche con Gneo Pisone, al quale sarebbe stata
assegnata in via straordinaria la provincia spagnola proprio perchè sospettato della congiura. Ma
questo avrebbe implicato un’improbabilissimo scavalcamento di Crasso, finanziatore dei grandi
debiti di Cesare. Pisone, poi, sarebbe stato eliminato a seguito di un sollevamento di Ambroni e
Transpadani prodotto dal Senato.
Vediamo dunque come Sallustio non nomini Cesare nella sua opera, anche perchè egli era suo
protettore, ma anche l’assenza di Catilina nella fonte svetoniana fa sorgere alcuni dubbi.

La prima congiura spinge Catilina ad alzare l’obiettivo. Si sa che Catilina agisce per conto suo, per
il proprio vantaggio personale: appoggia il tumultus di Cesare e Crasso, ma si allea anche ad
Autronio e Silla. Nel 64 a.C. si avvale dell’offerta di consolato da parte popularis, ma continua ad
agire per proprio conto:

“Perciò circa il principio di Giugno, Consoli Lucio Cesare, e Cajo Figulo, cominciò egli ad esortare
separatamente gli uni, esplorar gli altri, le forze sue, la non provvista Repubblica, e gli alti vantaggi della
congiura esponendo. Chiarite a suo senno le cose, i più necessitosi ed audaci adunò, Intervennervi, dei
patrizj, Publio Lentulo Sura; Publio Autronio; Lucio Cassio Longino; Cornelio Cetego; Publio e Servio
Sulla, figli di Servio; Lucio Vargontejo; Quinto Annio; Marco Porzio Lecca; Lucio Bestia; Quinto Curio: dei
cavalieri, Marco Fulvio Nobiliore; Lucio Statilio; Publio Gabinio Capitone; Cajo Cornelio: molti nobili
inoltre delle colonie e municipj. Parecchi altri nobili occultamente consapevoli della congiura, meno che da
povertà o da altra strettezza, dalla speranza del governare eran mossi. Del resto i giovani pressochè tutti, e
principalmente i nobili, favorivano Catilina; come quelli che viver volendo oziosi nella mollezza e nel lusso,
ed anteponendo al certo l’incerto, più nella guerra che nella pace speravano. Marco Licinio Crasso ne fu
enuto conscio da alcuni, volendo egli abbassata da chiunque si fosse la potenza del da lui odiato Pompeo,
capitano allora di un grande esercito: e lieve credendo, ove riuscisse la congiura, di farsi egli capo dei
congiurati.”
(Sallustio, De Catilinae coniuratione, XVII)

Mentre presenta la candidatura concorrendo con Antonio Ibrida, si crea dei contatti personali. Il
motivo è spiegato nel libro V dell’opera sallustiana: “dum sibi regnum pararet”, pur di conquistarsi
il potere regio, al di là dell’aspirazione al consolare, visto come mezzo per instaurare un regime di
potere personale duraturo.
Si allea con Lentulo Sura, che era stato console nel 71 a.C., ma nel 70 a.C. aveva subito la nota
censoria ed era candidato alla pretura, sillani di più bassa estrazione e compagni di vecchia data.
Anche Lentulo aveva il chiodo fisso del regnum (→ profezia sibillina): lo scopo di ciascuno dei due
era quello di sfruttare il proprio compagno per raggiungere lo scopo prefissato e poi sbarazzarsene.

“Lucio Catilina, di nobil prosapia, d’animo e di corpo fortissimo, ma di malefica e prava indole, fin dai primi
suoi anni le intestine guerre, le rapine, le stragi, e la civil discordia anelando, fra esse cresceva. Digiuni,
veglie, rigor di stagioni, oltre ogni credere sopportava; di audace ingannevole e versatile ingegno; d’ogni
finzione e dissimulazione maestro: cupido dell’altrui; prodigo del suo; nei desiderj bollente; e più eloquente
assai che assennato. Sempre nella vasta sua mente smoderate cose rivolgea, inverisimili, troppo sublimi.
Costui, dopo la tirannide di Silla, invaso da sfrenatissima voglia di soggettarsi la Repubblica, buono stimava
ogni mezzo, purchè procacciasse a se regno. Vieppiù ogni dì inferocivasi quell’animo, da povertà travagliato
e dalla coscienza de’ proprj delitti; figlie in lui l’una e l’altra delle su mentovate dissolutezze. Lo incitavano
inoltre i corrotti costumi di Roma, cui due pessime e contrarie pesti affliggevano; lusso, e avarizia. Ma,
poichè dei costumi ho toccato, opportuno parmi, ripigliando più addietro, brevemente discorrere gli usi con
cui ed in casa e nel campo i maggiori nostri governavano la Repubblica; quanta dopo lor rimanevasi; e come
a poco a poco cangiatasi, di felicissima ed ottima, divenisse pessima e scelleratissima.”
(Sallustio, De Catilinae Coniuratione, V)

26/11/2010

Sallustio, prima di accingersi alle Historiae parte con l’idea di scrivere monografia, trattando di
politica interna, con il De Catilinae coniuratione, e di politica estera con il Bellum Iughurtinum
(occasione in cui per la prima volta il popolo, tramite i comizi, si oppone al Senato).
Il primo argomento viene scelto dallo storiografo per la novitas sceleri atque periculi: è un tentativo
non apertamente rivoluzionario, ma, in nome della tradizionale lotta politica repubblicana, ha in
cuor suo di rovesciare la società repubblicana dall’interno, approfittando anche della collaborazione
con altri personaggi (→ Lentulo). Non c’è infatti pericolo maggiore per un establishment che
cercare di minarlo dall’interno: sono concordi Cicerone, Sallustio, Svetonio e Appiano.
Catilina finisce male perchè la sua congiura è inficiata dalla sopravvalutazione delle proprie qualità
aggrgatrici e dall’ambiguo ruolo di Lentulo.
La congiura fa scoppiare disordini non solo a Roma, ma anche in altre regioni dello stato, sfruttando
il malcontento diffuso, soprattutto in Etruria, dove il centurione sillano Manlio riesce a radunare
20000 uomini tra ex mariani ed ex sillani. I primi erano scontenti perchè gli erano stati requisiti
appezzamenti di terra per concederli ai secondi, mentre i sillani si lamentavano in quanto sono
incapaci di essere contadini. In mancanza di armi canoniche, i membri di questa compagine
impugnano attrezzi agricoli.
Cicerone esagera tremendamente il pericolo, presentando una poco credibile visione apocalittica in
cui l’apice del diabolico piano di Catilina sarebbe stato l’incendio di Roma e una strage sistematica
di optimates.

Nel 64 a.C., Catilina è ancora convinto di poter ottenere il potere per via legale, ma non viene
eletto, benchè appoggiato da Cesare e Crasso.
I nobili sono i primi ad osteggiare Cicerone, che ha scarse chances di riuscita in quanto homo novus
e che Cesare e Crasso vedono di malocchio in quanto sostenitore di Pompeo, ma Sallustio propone
il dato di un cambiamento di idea da parte della nobiltà e Cicerone viene eletto. Quasi per una
scollatura di un plebiscito di voti prevale Antonio Ibrida su Catilina (→ scollatura sul fronte
popolare).

Qualcosa trapela attraverso Fulvia, amante dell’ex senatore Curio, membro della congiura di
Catilina. La comprensione di quanto sia destabilizzante questo piano fa sì che molti inizino a
sussurrare di tali manovre: Cicerone ora sa da che parte viene il pericolo e sa che l’obiettivo
principale è uccidere lui e almeno uno dei due consoli designati per il 62 a.C., il pompeiano Lucio
Licinio Murena e Decimo Giunio Silano.
Se Catilina non diventa console, Lentulo è convinto di diventare il più importante: pertanto, i
lentuliani non vogliono fare il gioco dei Catilinari. Mentre Lentulo resta a Roma, Catilina sarebbe
dovuto andare in Etruria a mettersi alla testa dell’esercito. Cicerone, nel frattempo, compone le
Catilinariae e convoca il Senato, convinto che egli sia già fuori Roma: Catilina, però, si trova
nell’Urbe e si presenta in Senato convinto di poter rintuzzare l’accusa. Lì, tuttavia, i lentuliani si
difendono, poichè le accuse sono circonstanziate alle operazioni dei catilinari: Catilina resta dunque
isolato. Prima di fuggire si reca a parlare con Lentulo ed altri; dall’Etruria, poi aspetterà l’inizio
della rivolta a Roma, mentre nella capitale era viceversa: questo stallo era dovuto al timore di fare
l’uno gli interessi dell’altro.
Il patrono degli Allobrogi è Fabio Sanga, erede di Fabio Massimo Allobrogico, ed egli spalleggia
Cicerone: gli Allobrogi fingono di aderire al complotto dei lentuliani e procurano come prove le
lettere che hanno spedito: i lentuliani vengono processati e condannati.
Decimo Giunio Silano, in qualità di consul designatus per il 62 a.C. si esprime in accordo con
Cicerone sulla pena massima, mentre Cesare era contrario all’illegalità (cioè a non concedere loro la
provocatio ad populum); il parere di Catone, che riteneva necessario eliminare i lentuliani per
impedire ai catilinari il colpo di stato, trova un grande assenso in Senato. Quando nel 46 a.C.
Catone morirà suicida ad Utica, Marco Giunio Bruto rivendicherà i meriti dello zio, come questa
condanna a morte degli eversivi, e lo stesso Cicerone ne tesserà l’elogio.
Catone è un personaggio quanto meno discutibile per la sua mancanza di duttilità: intenta causa a
Murena (difeso da Cicerone) per broglio proprio in un anno delicato come il 63 a.C..
Secondo Sallustio, Cesare è un po’ un imbonitore, che sa come suscitare gli umori del pubblico,
attirando a sè le masse, mentre Catone predica, insulta, stigmatizza, condanna, deplora, rappresenta
la morale in lui incarnata, con un modo di fare che da un lato lascia ammirati, dall’altro dà fastidio
(non per nulla ha subito tre ripulse prima di venire eletto alla pretura).

01/12/2010
(Dagli appunti di Anna)

La tarda repubblica (133-44 a.C.) inizia con le riforme dei Gracchi, che inaugurano un nuovo modo
di fare politica, determinante una scissione tra optimates e populares. Questi sono dei movimenti,
delle tendenze di opinione non molto coese ed omogenee, in cui convivono personalità politiche
molto differenti. In genere tutti gli esponenti appartengono alla classe senatoria, addirittura alla
nobilitas (anche i Gracchi), ma non esiste un’equivalenza tra nobilis e optimatis e homines novi e
populares: essi hanno sì delle linee generalmente comuni ma non siamo di fronte ad una
bipartizione netta. Ad esempio, Gaio Gracco e Druso padre propongono entrambi deduzioni
coloniali, ma con diversi scopi: il primo per favorire il ceto agrario e il secondo per ottenere il
favore popolare spezzando il fronte dei consensi a Gaio.

Perché la lotta politica più dura esplode ora? Non c’è più il metus hostilis, mentre fino al terzo
secolo l’Impero romano controllava solo Sicilia, Sardegna e Corsica e rimangono ancora da
conquistare la Spagna, Grecia, Pergamo, etc.. La classe dirigente non è in grado di far fronte alle
diverse dinamiche politiche, una crisi che risalta con il principato. Queste nuove dinamiche si
riscontrano in ambito:

1. Socio-economico: l’afflusso di beni, terre conquistate (→ ager publicus), materie prime è


enorme; inizialmente ci guadagnano un po’ tutti, ma in seguito sopraggiunge una disparità
di ricchezza tra i cives. C’è inoltre un grande afflusso di manodopera servile, le colture
arboree si specializzano, inizialmente costose, ma poi redditizie, e la forte presenza dei
pubblicani. I senatori ci guadagnano come governatori provinciali e gli equites diventano
un vero e proprio ordo (determinati privilegi e segni di riconoscimento) proprio perché ora
si rafforzano. I piccoli proprietari terrieri entrano in crisi.
2. Socio-politico: iniziano ad incrinarsi i rapporti con gli Italici.
3. Burocratico: esistono problemi burocratici di concreta amministrazione. Anche i problemi
burocratici sorgono da divergenze di interessi ed economici: per tentare di ovviarvi la classe
dirigente si spacca; è una situazione molto differente da quella delle rivalità patrizio-plebee,
che si fermavano sempre senza guerre civili (→ Mario e Silla) e con compromessi.

02/12/2010
(Dagli appunti di Anna)

Ci sono sempre stati dei cambiamenti, ma questa volta sono più determinanti ed estesi; ad esempio,
il passaggio da città-stato a dominio peninsulare (Fabio Pittore in Strabone) nel III sec. a.C. con la
conquista della Sabina aveva causato la conoscenza della ricchezza molto prima del II sec. a.C., ma
la società era ancora grossomodo omogenea, pur iniziando ad evidenziarsi certe differenze. Marco
Attilio Regolo e Manlio Curio Dentato vengono ritratti come uomini frugali: a tale descrizione
contribuisce certamente un’idealizzazione, ma è innegabile il potervi rintracciare anche una parte di
verità, perché fino al III sec. a.C. le differenze economiche non erano spropositate. Le popolazioni
con cui si era venuti a contatto erano le più disparate e la classe dirigente era ancora capace di
gestire tali cambiamenti.

La risposta dei populares alla crisi è quella di curare potestas, libertas e commoda populi,
intendendo con il termine popolo gli strati minori esclusi dalla proprietà. I commoda (economici) si
difendono tramite una più equa distribuzione della ricchezza derivata dalle conquiste militari
tramite leges agrariae e frumentationes, di cui potevano usufruire la plebe (urbana e rurale) e, dal
103 a.C. (Saturnino), anche i veterani che si erano proletarizzati ed arruolati come volontari con
Mario. Lucio Valerio Flacco, che si affianca come console a Cinna dopo la morte di Mario,
promulga una legge a favore dei debitori, come faranno poi anche Catilina e Cesare (proposte che
nascono dopo gli anni Ottanta del I sec. a.C., ossia dopo la guerra sociale e civile).
I populares sostengono anche i socii come categoria che non gode dei primi diritti: si inizia a
proporre la cittadinanza con Fulvio Flacco (125 a.C.), prima romana per tutti i socii, poi
ridimensionata nella concessione della provocatio ad populum e infine ritirata per i malumori che
aveva sollevato. Gaio Gracco riprende questa idea, proponendo di concedere la cittadinanza romana
ai Latini e lo ius Latii agli altri socii. Anche la parte più progressista e avveduta degli optimates
(Marco Livio Druso figlio) propone la cittadinanza per tutti gli Italici, ma il tribuno viene ucciso.
I populares si esprimevano a favore dell’allargamento della base sociale e della distribuzione dei
novi cives in tutte le tribù.
Gli optimates erano contrari sia a frumentationes sia a leges de modo agrorum; la posizione degli
ottimati è perfettamente esemplificata da Cicerone: moltitudini studium et commodum populi
discrepant ab utilitate rei publicae.
Per sostenere la potestas populi, i comizi tentano di rendere elettive anche le cariche sacerdotali
principali, prima elette dal collegio sacerdotale. Nel 104 a.C. la Lex Domitia prevede l’estensione
delle competenze elettorali in ambito sacerdotale, pur potendo solo scegliere tra i candidati di una
lista espressa dal collegio sacerdotale. I populares desiderano che il popolo in assemblea abbia
maggior potere rispetto ai magistrati (ad es.: destituzione di Ottavio), mentre per gli ottimati era
scandaloso che i comizi, ai quali era pur riconosciuta l’autorità elettorale sui magistrati, votassero
per cariche conservatrici come quelle sacerdotali. Per Cicerone il magistrato era colui qui consulat
populi utilitate magis quam voluptate.
Era importante estendere il potere magistratuale del tribuno per aumentare la potestas populi: i
comizi non si potevano autoconvocare, né discutere in modo indipendente; il tribunato diveniva la
magistratura per eccellenza, tanto che molti preferivano non proseguire nel cursus honorum, ma
reiterare questa magistratura popolare.
Come si poteva estendere la potestas in campo legislativo? Non potevano attribuirsi potere di
emendamento, ma cercano di fare dei comizi un luogo privilegiato per le deliberazioni (→ agere
per populum, non per senatum), sottoponendo al popolo più questioni possibili, anche quelle che
prima erano prerogativa dei senatusconsulta (→ Pergamo) e limitando i vincoli di attività
legislativa dell’assemblea (vedi ostruzionismo religioso dei dies infausti). Per accrescere il valore
delle leges, ossia le deliberazioni votate dai comizi, Saturnino impone a magistrati e senatori di
giurare di attenersi alla legge che lui andava proponendo.
Cicerone, nel De re publica, presenta una laudatio temporis acti, in cui il popolo prendeva
pochissime decisioni e il Senato agisce tramite l’abrogazione di leggi approvate dai comizi (→
Saturnino); su questa linea si muove Silla, che fa soggiacere il potere dei tribuni all’approvazione
preventiva del Senato.
Da metà II sec. a.C. vigevano i processi popolari (iudicia populi) in cui un magistrato accusava un
cittadino e lo portava davanti al popolo, che agiva come corte giurisdicente. Questo tipo di tribunali
non era però sostenuto nemmeno dai populares, che favorivano gli iudicia publica, tribunali
permanenti (quaestiones perpetuae) nati a metà II sec. a.C. in cui un tribunale ristretto era
presieduto da un magistrato (soprattutto il pretore), coordinato da giudici scelti appositamente
(spesso corrotti). L’obiettivo dei populares era quello di portare dalla propria parte gli equites, cui
sarebbero state assegnati i compiti giuridici nelle quaestiones de repetundis (in linea con il
programma di Gaio Gracco).
La libertas populi, alla cui salvaguardia miravano i populares, consisteva nelle garanzie civiche del
singolo, come la provocatio ad populum per contrastare gli abusi dei magistrati, e nella libertà di
espressione nelle assemblee: il diritto di voto libero veniva garantito da leges tabellariae, in cui era
previsto il voto su schede segrete (→ Mario da tribuno fa stringere delle passerelle su cui i votanti
passavano per deporre il voto, per evitare possibilità di corruzione). La provocatio era riconosciuta
anche dagli ottimati, ma potevano venire sospese in caso di senatusconsultum ultimum (ad es,: la
condanna dei catilinari). Un attacco contro i senatusconsulta ultima avviene nel 58 a.C., quando
Clodio fa condannare retroattivamente chi ha condannato senza dare la possibilità di provocatio ad
populum. I magistrati sono sanzionabili? Dipende: nel 105 a.C., dopo la disfatta di Arausio, i
populares ottengono l’abrogazione dell’imperium del proconsole a capo dell’esercito in quella
battaglia.

03/12/2010
(Dagli appunti di Anna)
Lo scioglimento della lotta politica in lotta istituzionale non era una novità della tarda repubblica
(cfr.: lotte patrizio-plebee): l’equilibrio dei tre organi repubblicani non è definito da vincoli
giuridici, ma dal consenso, e la sua mancanza scaturisce inevitabilmente in un conflitto: nell’ultimo
periodo repubblicano la lotta tra Senato e comizi si era accentuata e aveva raggiunto un carattere di
maggior conflittualità con esiti differenti, come il dilagare di violenze, assassinii, etc.. Per tentare di
dare maggior potere ai comizi emergono delle magistrature con ruolo personalistico (→ princeps).
A Roma non esisteva la teoria dell’opposizione politica e gli oppositori venivano più
semplicemente considerati hostes publici (dal punto di vista degli optimates, i populares erano
portatori di seditiones.

Le lotte patrizio-plebee raggiungevano soltanto un certo limite e si evolvevano attraverso forme


istituzionali (→ secessiones, lex Hortensia, decemvirato, etc.); gli scontri erano poi divenuti sempre
più lievi per solidarietà di classe, poiché la classe senatoria aveva acquisito consensi generalizzati
anche omogeneizzando la proprietà, a seguito soprattutto di guerre, che consentivano la deduzione
di colonie e distribuzioni viritane.
Nel periodo che va dal 367 al 133 a.C. la situazione non era esplosa perché la classe dirigente aveva
consensi: la società era omogenea e gli equilibri reggevano. La ridistribuzione delle proprietà è
correlata al tasso di conflittualità sociale: maggiore è l’omogeneità, minore la conflittualità. Negli
anni degli attriti tra patrizi e plebei, la situazione non aveva raggiunto un punto di crisi grazie a vari
fattori: il senso dell’auctoritas era ancora molto sentito, c’erano dei valori comuni condivisi, la
sacrosanctitas era riconosciuta anche dai patrizi ed episodi come la messa in discussione del
predominio dei patrizi sugli auspicia non intaccavano comunque l’essenza degli auspicia stessi. Per
di più la ricchezza era distribuita più omogeneamente.
Durante la tarda repubblica, invece, queste istanze vengono a cadere a causa di interessi divergenti,
di profonde differenze nelle proprietà, dell’assenza di elementi coesivi come il metus hostilis e
valori comuni (→ diffusione del pensiero ellenistico: De divinatione) e dalle differenze nella
società: i novi cives italici non sono più legati da rapporti clientelari e dunque c’è maggior
corruzione.

I Gracchi avevano presentato un programma riformista, per il quale erano stati uccisi. Tiberio era
stato assassinato durante i tumulti da Nasica (pontifex maximus, ossia non un magistrato) per
tutelare la libertas e la salus rei publicae siccome Tiberio voleva reiterare il tribunato, mentre Gaio
era stato colpito da un senatusconsultum ultimum.
Glaucia e Saturnino avevano proposto un programma di riforme non dissimile da quello graccano:
Saturnino, nel 103 a.C., aveva varato una lex agraria per distribuire le terre della provincia d’Africa
ai veterani di Mario; quando un tribuno manovrato oppone il veto Saturnino lo fa lapidare. Un
questore ottimato è contrario alla legge frumentaria, distrugge le passerelle e rovescia le urne,
mentre nel 100 a.C., in occasione della lex agraria, gli optimates aggrediscono i seguaci di
Saturnino, che reagiscono: la violenza non è solo finale, ma anche durante l’approvazione delle
leggi, da ambo le parti. Con i senatusconsulta la violenza viene legalizzata.
Druso, optimatis moderato, propone delle riforme e viene ucciso.
Nell’88 a.C., il tribuno Rufo cerca di far affidare il comando della guerra mitridatica a Mario, ma
Silla marcia su Roma: le legioni sono sfruttate per la lotta politica (a seguito della riforma mariana).
Allo sbarco di Silla a Brindisi vengono compilate delle liste di proscrizione, forse per evitare troppi
scombussolamenti interni, ma comunque rimangono un problema. Per ricreare le condizioni adatte
ad un governo collegiale senatorio vengono varate riforme giudiziarie e magistratuali, ma è
contraddittorio perché a farlo è un dictator, ossia una magistratura desueta che fa emergere
prepotentemente un potere personale. Nel 79 a.C. comunque Silla abdica e la dialettica politica
continua su contenuti simili fino agli anni 50 a.C., ma emergono delle grandi personalità.
Questi grandi perseguono una politica autonoma, per cui è difficile ascriverli a optimates o
populares; sono indipendenti dalla classe senatoria, ma si appoggiano agli Italici, alle legioni, etc.
ad esempio, Lepido (console nel 78 a.C.) aveva promosso riforme antisillane ed era a capo di una
rivoluzione in Etruria, dove esisteva malcontento verso Silla e le sue espropriazioni (l’Etruria era
precedentemente mariana), che viene però sedata. Anche Sertorio era un mariano la cui ribellione
era stata sedata, ma poi anche le riforme di Silla vengono abrogate.
Per far fronte agli urgenti problemi emergono nomines militari, che detengono poteri inusitati: tra
essi ascriviamo Pompeo, che non era mai stato pretore, ma aveva ottenuto l’imperium da propretore
e proconsolare e nel 70 a.C. aveva rivestito il consolato. Gli imperia attribuitigli erano straordinari
quanto a tempo, entità e facoltà: la lex Gabinia gli aveva concesso un imperium triennale su tutto il
Mediterraneo fino a cinquanta miglia dalla costa (dominio dei governatori) e la facoltà di agere per
legatos. Dal conflitto Senato-comizi emerge il singolo, che viene dotato di poteri inauditi.
Nel 60 a.C. il cosiddetto primo triumvirato emerge dall’insoddisfazione di grandi personalità: gli
acta Pompei non erano stati rettificati dal Senato, ai suoi generali non erano state concesse le terre;
Crasso aveva bisogno di un rilancio e di appoggiare e favorire i suoi sodali cavalieri; Cesare aveva
bisogno di un novum bellum per raggiungere la sua ambizione di ottenere un prestigio militare
simile a quello di Pompeo. C’erano già state alleanze politiche, ma questa conferisce il predominio
sull’Impero (cfr. consolato Cesare-Bibulo nel 59 a.C.): i “triumviri” ottenevano qualsiasi cosa
volessero tramite Cesare console. Questo accordo viene rinnovato a Lucca nel 56 a.C., ma iniziano
già ad esserci delle prime incrinature: nel 57 a.C. Pompeo si lega a Cicerone, nel 54 a.C. era morta
Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo, nel 53 a.C. Crasso muore a Carre e, infine, nel 52 a.C.
scoppia la crisi tra Pompeo e Cesare, nonché scorrerie dei sostenitori di Clodio. Pompeo viene
nominato consul sine collega (sbilanciamento dei poteri), ma Cesare prevale e dà una forma nuova
al proprio potere.
Cesare mantiene le strutture repubblicane, ma accentra il potere; porta a 900 i senatori, cui sono
attribuite minori competenze e sottoposti al controllo di Cesare, che sceglie anche i magistrati;
l’influenza dei comizi viene drasticamente ridotta. Cesare dal 49 al 44 a.C. viene sempre eletto
console, nel 47 a.C. ottiene la dittatura annuale, nel 46 a.C. quella decennale e nel 44 a.C. quella a
vita, da sommarsi alla sacrosanctitas e al diritto di veto. Questo enorme potere è però di breve
durata, per cui non riusciamo a ravvisarne completamente gli scopi, ma è l’estremizzazione del
suddetto processo. Egli verrà poi ucciso in nome della libertas, ma non esisterà una proposta
alternativa. Dalla crisi emergerà Ottaviano.

16/12/2010

I primi due secoli possono essere nominati Impero civile, in cui i valori civici trattengono una certa
importanza, il dominio del princeps poggia su una formale base istituzionale fondata su un
riconoscimento ufficiale del primato da parte del Senato.
Segue, dai Severi in poi, l’Impero militare, in cui la vera forza di un imperatore è costituita
dall’esercito; Settimio, difatti, è portato in auge dalle legioni danubiane e poi accettato da quelle
renane.
Il passaggio da primo a secondo è esasperato dalla crisi del III secolo, dove, in cinquant’anni di
anarchia militare (235-284), si susseguono imperatori effimeri, usurpatori, etc..
Segue il periodo del dominato, in cui i Romani riconoscono un dominus. L’Impero passa al
vincitore dell’utlima guerra civile (contro Caro, Carino e Numeriano), divenendo un monarca ul
modello orientale. Dopo un’effimera rinascita nel IV secolo, l’Impero d’Occidente conosce le
invasioni barbariche e nel 476 Odoacre depone Romolo Augustolo, chiedendo all’imperatore
d’Oriente il riconoscimento come re d’Italia.

Alto Impero (= civile) → transitio → basso o tardo Impero (IV-V secolo)

Il primo secolo è dominato dal principio dinastico: dopo la parentesi della guerra civile del 69,
succeduta alla dinastia Giulio-Claudia, incontriamo la dinastia Flavia. Nel secondo secolo, invece, a
partire dalla morte di Domiziano (96), abbiamo imperatori d’adozione, da Nerva a Marco Aurelio,
che nominerà suo successore il figlio Commodo, tornando al principio dinastico. Seguono, dunque,
la guerra civile del 193, da cui emerge la dinastia militare dei Severi, il periodo dell’anarchia
militare, il dominato (princeps → dominus). Durante il dominato il popolo non ha più nemmeno
una parvenza di libertas. A Diocleziano dobbiamo la fondazione del sistema tetrarchico e a
Costantino di aver gettato le basi del potere Cristiano dell’Impero, che culminerà, a fine IV secolo
con Teodosio.

Il titolo di Augusto viene conferito ad Ottaviano dal Senato su proposta di Munazio Planco con
decreto ufficiale. L’adozione è probabilmente avvenuta nell’autunno 45 a.C., quando Cesare, di
ritorno da Munda, compila un altro testamento (prima il successore designato era Pompeo), segreto
e custodito dalla Vestale Massima; l’adozione è una mossa che privilegia l’aspetto familiare.
Antonio era nominato curatore degli interessi di Ottaviano e i secundi heredes sono i cugini Lucio
Pinario e Quinto Pedio.

Si dice che che Cesare avesse la volontà di essere nominalmente rex Romae, in una città permeata
dall’odius regum; altri dicono che intendeva farsi confermare dictator dei Romani e re dei popoli
vinti, mentre un’altra voce racconta di come egli, nell’ultimo trimestre di vita, abbia rifiutato
l’appellativo di re (anche durante le feste religiose): secondo Appiano questo avveniva perchè a
Roma c’è già una famiglia di Marci Reges, mentre altre fonti gli attribuiscono la frase “Io sono
Cesare e non re”, ritenendo che voglia ribadire il suo essere un civis romanus; probabilmente, però,
questa non è una professione di modestia, ma forse egli ritiene che qualsiasi altro titolo non sia
adeguato a lui. Chi insiste sulla sua volontà di essere re, come Nicola di Damasco, sostiene che egli
bramasse tale titolo perchè ingenuo: in realtà, Cesare sa perfettamente che a Roma il titolo di re è
indigesto.
La sua scelta di mantenere la successione di un comando supremo in famiglia deriva da
quell’imperativo morale del civis a non dilapidare il patrimonio e la posizione sociale della
famiglia.
Secondo Cassio Dione, a Cesare è sufficiente la dittatura a vita per mantenere quell’equilibrio
dicotomico tra primato totale e volontà di farsi equiparare ad un re. Tuttavia, dopo Munda, ha
comportamenti da monarca: associato a Gracco per il consolato del 45 a.C., per l’ultimo semestre
depone il consolato e fa eleggere un nuovo console, che muore l’ultimo giorno dell’anno: suffectus
per un giorno è Caninio Rebilo. Svilisce, perciò, oltre a controllare de facto, le magistrature
repubblicane.
Nel dicembre 45 a.C. o nel gennaio 44 a.C., il Senato in una solenne ambasceria (per Nicola guidata
da Antonio, per Plutarco dai consoli) gli notifica gli ultimi onori decretatigli, ed egli non si alza
neppure in piedi.

Ottaviano si accontenta del termine princeps e si comporta con più moderazione nei confronti del
Senato, occultando il proprio strapotere dietro alla facciata propagandistica della res publica
restituta. Egli preferisce farsi accorsare poteri che gli consentano un primato istituzionale, come la
tribunicia potestas e l’imperium proconsulare maius et infinitum; suddivide le province in
imperiali, quelle più problematiche o di più recente acquisizione, e senatorie (ufficialmente del
popolo romano). Quasi metà delle province sono sotto la responsabilità di Augusto. L’esercito viene
ridotto da 60 a 28 legioni; il servizio militare, per quanto possibile, diventa volontario e ai
provinciali, al termine del servizio, viene concessa la cittadinanza romana, trasmissibile ai propri
figli. I pretoriani, che proteggono l’imperatore e sadano dissidi in suolo italico, durano in servizio
sedicii anni, mentre i legionari venti. La pax romana diviene pax Augusta. Nelle province di
confine sono stanziate truppe legionarie ausiliarie comandate dal governatore, mentre in quelle più
sicure non è presente l’esercito. Il rapporto tra Augusto e i governatori è regolato dall’imperium
proconsulare, pari a quello dei consoli a Roma e che gli permette di intervenire anche nelle
province senatorie.

17/12/2010
(Dagli appunti di Anna)

Augusto, con il proprio carisma, riesce a porre fine alle guerre civili. La dinastia Giulio-Claudia è
scelta tra consanguinei. Dall’era romana passiamo a quella augusta. un valore che induce i Romani
a rinunciare alla propria libertas in favore dell’ordine garantito dal princeps e dai suoi eredi (benchè
formalmente la repubblica continui ad esistere).
Ci sono problemi per la successione, in quanto Augusto non ha figli maschi, ma già osservando le
politiche matrimoniali che ha intrattenuso, si capisce che ha ambizioni dinastiche: la figlia, Giulia
Maggiore, sposa il cugino Marcello (→ sangue puro), ma nel 23 a.C. Marcello muore e Giulia sposa
Vipsanio Agrippa, costretto a divorziare dalla moglie Marcella (sorella di Marcello); Agrippa è di
rango equestre e tale matrimonio lo eleva, ma essendo un cavaliere non può aspirare al regno,
almeno secondo la tradizione romana. Agrippa muore nel 12 a.C. lasciando vivi due figli maschi,
Gaio e Lucio Cesare (adottati dal nonno Augusto per legittimarli come suoi eredi) e due femmine,
Giulia Minore e Agrippina Maggiore (futura nonna di Nerone), nonchè il neonato Agrippa
Postumo. I primi due, però, principes iuventutis, muoiono rispettivamente nel 4 e nel 2.
Augusto aveva sposato in prime nozze Scribonia, sorella del suocero di Sesto Pompeo, in modo da
porti in contrapposizione a Marco Antonio, ma alla morte di questi la ripudia e prende in moglie
Livia Drusilla, di cui si era invaghito, sottraendola al primo marito Claudio Nerone. Livia aveva già
il figlio Tiberio e alle nozze era già incinta di Druso (paternità incerta), che figurano ufficialmente
come Claudi, ma ella ambisce a dar loro un posto di rilievo: Druso sposa Antonia Minore, figlia di
Ottavia (sorella di Augusto) e di Marco Antonio.
Giulia, rimasta vedova, prende come terzo marito Tiberio, quasi una sorta di tutore dei figli, ancora
piccoli, ma le nozze sono infelici perchè Tiberio è costretto a ripudiare l’amata molgie Vipsania
Agrippina. I due hanno comunque un figlio, che però muore presto. Tiberio, in seguito, stanco degli
intrighi politici, lascia Roma e si ritira in esilio volontario (si dice che Augusto volesse eliminarlo).
Un grave problema è che tutti gli eredi diretti sono morti (a parte Agrippa Postumo, che è troppo
piccolo e ritardato). Un’ulteriore questione sorge per gli adulteri e i complotti di Giulia Maggiore,
per i quali questa viene esiliata e Iullo Antonio, suo presunto complice e amante, viene costretto al
suicidio. Egli era ex marito di Marcella e figlio di Marco Antonio e di Fulvia; dal padre aveva
probabilmente tratto il gusto per il culto personale di stampo orientale, gusto ereditato forse anche
da Antonia Maggiore, figlia di Marco Antonio e Ottavia e moglie di Druso Maggiore, che
avevasposato dopo Claudio Marcello.
Giulia viene esiliata nel 2 perchè le sue tresche amorose hanno anche un significato politico, in
quanto mal sopporta il comportamento di Tiberio e brama più spazio d’azione e lusso (progetto
condiviso da Iullo).
Nel 4 Augusto adotta Tiberio, attribuendogli la tribunicia potestas e facendogli adottare Germanico,
il figlio di Druso Maggiore ed Antonia Minore (che ha, dunque, sangue augusteo), pur avendo lui
un figlio, Druso Minore. A Germanico viene fatta sposare Agrippina, figlia di Giulia Maggiore ed
Agrippa (→ coppia di sangue augusteo). Nello stesso anno (4) Augusto adotta anche Agrippa
Postumo, che ha un pessimo carattere, ma è comunque figlio di Giulia (→ rafforzare la discendenza
familiare). Per Tiberio è una situazione complessa: è sì erede, ma in mezzo ad intrighi familiari.
Druso Minore è sposato con Livilla, figlia di Druso Maggiore e Antonia Minore: Livilla aveva mire
sul potere e per questo aveva sposato il figlio dell’erede, ma i suoi piani si erano infranti contro
l’adozione di Germanico; inoltre, essendo prima stata fidanzata di Gaio Cesare, aveva avuto il titolo
di principessa in pectore: le sue aspirazioni falliscono due volte. Druso Minore non si cura troppo
del proprio declassamento, forse perchè era un fanfaronespensierato, forse perchè affezionato al
cugino Germanico o ai nipoti, figli di Agrippina Maggiore e Germanico.
Il matrimonio tra questi ultimi due era felice e pacifico: avevano avuto nove figli, di cui solo tre
erano morti in tenera età; erano tre maschi, Nerone Cesare, Druso III e Gaio, e tre femmine,
Agrippina Minore, Drusilla e Livilla II. Tra i figli di Druso Maggiore e Antonia, solo Claudio viene
lasciato al di fuori della dinastia, perchè considerato troppo stupido.
Alla morte di Augusto, nel 14, gli succede Tiberio, che segue nel suo comando la linea augusta,
mantenendo un profilo basso e il rispetto per le istituzioni, ma ha minor carisma e a corte aleggia un
clima di maggior sospetto (non è visto bene come Augusto). Germanico era a capo di legioni in
Germania che erano contrarie a Tiberio a causa del servizio militare prolungato e della mancanza di
fondi per l’honesta missio: esse, perciò, offrono il potere a Germanico, che però lo rifiuta. Tiberio è
sospettoso e preoccupato per un popssibile futuro dissenso; anche a corte, entrambe le Giulie erano
a favore di Germanico e anticlaudiane. Germanico riprende il progetto paterno di estendere il
confine oltre l’Elba, anche per avere quella fama militare che è ancora considerata importante per il
princeps. Tiberio, dunque, teme che egli possa scalzarlo in futuro e ritiene sia meglio ritirarlo
(concedendogli, però, il trionfo nel 17), richiamandolo con la scusa di una promozione a console e
massimo magistrato in Oriente, a quel tempo un po’ in subbuglio.
Pisone, il governatore della Siria, era in conflitto con Germanico; per di più la moglie del
governatore è molto amica di Livia, che vuole far emergere i suoi figli. Nasce anche uno screzio tra
Tiberio e Germanico, che era entrato nella provincia imperiale dell’Egitto senza chiedere il
permesso, non per ribellarsi, ma perchè pensava gli fosse concesso in quanto erede in pectore, ma
l’imperatore lo interpreta come un atto sovversivo e fomenta l’ostilità di Pisone. Molto
probabilmente Germanico muore a causa dello sbalzo climatico (dalla Germania alla Siria), ma lui
si ritiene avvelenato e lo confida alla moglie Agrippina, credendo che il mandante sarebbe stato
Pisone spinto da Tiberio. Agrippina allora inculca nei propri figli odio contro Tiberio, creando così
una spaccatura tra i Giulio-Claudi.
Livilla, figlia di Antonia e Druso Maggiore e moglie di Druso Minore, ha una tresca con il prefetto
del pretorio Elio Seiano e si oopone alla vedova di Germanico, che spinge sempre più per dare
potere ai propri figli. Assistiamo ad una doppia congiura: Agrippina Maggiore e i figli contro
Tiberio e Seiano e Livilla contro Druso Minore, che proteggeva i figli di Germanico; sarebbe poi
seguita una persecuzione contro Agrippina e i figli, lei che peraltro continua a manifestare il proprio
odio nei confronti di Tiberio, come i figli Nerone e Druso, che hanno in mente di attentare alla vita
dell’imperatore.
Livia è a favore dei Claudi, ossia Tiberio, Druso Maggiore e Druso Minore, mentre Giulia si schiera
con i Giuli, ossia Germanico, Nerone e Druso III.
Agrippina e Nerone sono mandati in esilio e Druso Minore viene fatto morire di stenti: sopravvive
solo Gaio Cesare, detto Caligola.
Nel 27 Tiberio si ritira a Capri e Roma rimane in mano di Seiano, che inizia a sterminare la
famiglia, ma nel 31 questi cade in disgrazia: Antonia (che non sa che il prefetto del pretorio ha
tramato assieme a sua figlia Livilla) allerta Tiberio che Seiano ha intenzione di scavalcarlo. Tiberio
agisce per mezzo del prefetto dei vigili Macrone e di alcuni senatori, che assassinano Seiano in
Senato dopo averlo attirato con il pretesto di assegnargli la prefettura dell’Egitto. La vediva
ripudiata di Seiano si sente in pericolo e confessa le tresche del marito a Tiberio, che incarica
Antonia di prendere provvedimenti contro la figlia Livilla, che viene fatta morire d’inedia.
Era ancora vivo Tiberio Gemello, figlio di Druso Minore, nato nel 23, che ha un pari diritto di
successione rispetto a Caligola: il problema è che Tiberio non si cura di scegliere.
Alla sua morte nasce una situazione di caos, ma Caligola è sostenuto dal popolo ed ha una sorta di
precedenza per anzianità. Caligola, salito al potere, adotta Tiberio Gemello, che diviene erede in
pectore, ma si nota come questa sia stata solo una mossa strategica di facciata quando viene fatto
assassinare, insieme al prefetto del pretorio Macrone, dall’imperatore.
Caligola si comporta da tiranno, con un brusco cambiamento del suo temperamento, forse dovuto
all’ebbrezza del potere e alla paura di perderlo, oppure ad un passato drammatico; una delle
possibilità è che egli sia stato molto colpito dalla morte di Drusilla, la sorella prediletta, avvenuta
nel 38. Le altre sorelle rimaste sono Livilla e Agrippina Minore, che dal matrimonio con Domizio
Enobarbo aveva avuto Nerone; per il figlio però lei non vedeva grandi possibilità di scalata politica
perché il fratello era giovane e prolifico. Nel 39 le sorelle di Caligola complottano insieme con
Emilio Lepido, vedovo di Drusilla e amante di Agrippina Minore, e con il generale delle truppe
germaniche Getulico, ma la congiura viene bloccata, i due uomini uccisi e le sorelle esiliate. Nel 40
un’altra congiura fallisce, ma la terza, nel 41, capeggiata da Cassio Cherea, tribuno dei pretoriani,
va in porto: nemmeno la moglie dell’imperatore, Milonia Cesonia, e la piccola figlia Drusilla
vengono risparmiate.
Claudio era l’unico che non rientrava nella gens Iulia, ma anche l’unico discendente diretto di
Augusto, in quanto figlio di Antonio Minore (nipote di Augusto) e di Druso Maggiore, nonché
fratello di Germanico. Erano condizioni sufficienti a renderlo imperatore e dopo la strage della
famiglia di Caligola viene eletto imperatore.
Claudio sposa in terze nozze Messalina, di sangue augusteo perché pronipote di Ottavia (→
Marcella → Messalla → Messalina). Ella sa di avere un marito incapace e tenta di eliminarlo per
ottenere potere personale attraverso un nuovo matrimonio e trasmetterlo al figlio Britannico.
Nonostante Claudio sia all’estero, per condurre delle campagne in Britannia, Messalina si sposa
sfarzosamente con Gaio Silio, ma i liberti di Claudio, che gli devono tutto, intervengono ed
uccidono i due. Claudio sposa dunque Agrippina Minore, che era stata fatta tornare dall’esilio per
intercessione di Messalina, e questa gli fa adottare Nerone, cui viene data in moglie la figlia di
Claudio, Ottavia in modo da scavalcare Britannico.

12/01/2011
(Dagli appunti di Anna)

Perché Augusto sceglie si seguire la linea della successione diretta anche se molti suoi discendenti
muoiono? In realtà si attiene semplicemente alla mentalità romana: per una famiglia è vergognoso
perdere posizioni, ma bisogna sempre continuare a progredire. I Romani sono perfettamente consci
che la pax Augusta ha come prezzo una sorta di regnum, ma preferiscono una falsa res publica
restituta alle guerre civili, tanto più che Augusto si comporta con moderazione, benché de facto
abbia in mano tutto il potere (no all’idea mommseniana della diarchia).

Sorge però naturale la domanda su come faccia l’Impero a reggere nonostante l’incapacità dei
principes. Prima di tutto dobbiamo chiederci se i ritratti che di loro ci sono pervenuti siano
realmente obiettivi: per Svetonio tutti sono incapaci, mentre Tacito bolla come pessimi imperatori
Tiberio e Claudio (ma abbiamo perduto le parti riguardanti Caligola e Nerone). Ma sono realmente
attendibili? Tacito è un senatore tradizionalista, nostalgico repubblicano, ma sapendo che la
restaurazione della res publica è impossibile, desidererebbe un principato elettivo su criteri
meritocratici. Svetonio, invece, è un cortigiano di età adrianea, molto pettegolo, che ricerca i
dettagli minori senza troppo preoccuparsi dei grandi atti e delle fonti storiche (pur consultando
preziosissimi archivi): è perciò attendibile per alcune cose, meno per altre.

Tiberio viene presentato come falso, ingannatore, ambiguo, contorto per qui si creano
incomprensioni e liti con il Senato, da sommare agli intrighi familiari: constatiamo una
preponderanza di critiche dirette alla persona piuttosto che al programma politico, in quanto egli si è
mantenuto fedele alla linea augustea e un buon amministratore, fino al momento in cui non lascia il
potere a Seiano e deve intervenire poi con crude repressioni.

Caligola certamente non era pazzo: a Roma non sarebbe stato accettato un imperatore non sano di
mente, come poteva avvenire in Oriente. Egli è semplicemente inesperto (Tiberio non gli ha
permesso di avere un consono apprendistato) e desidera ardentemente vendicare la propria famiglia,
sterminata da Tiberio e Seiano; vuole inoltre gettare la maschera della res publica restituta, essendo
il primo a pretendere onori paradivini (non la divinizzazione, che veniva assegnata post mortem →
Mario). Ha gravi problemi: soffre di crisi epilettiche, conduce una vita stressante, tra il dolore per la
famiglia uccisa e l’ansia di governare, è inebriato dal potere (vuole giacere con la sorella, quasi
come nella monarchia egiziana), ma è inesperto; per questo resiste solo quattro anni.

Claudio viene considerato un deficiente secondo il principio di mens sana in corpore sano, ma
nonostante gli handicap fisici è molto studioso; comunque viene sempre tenuto in disparte (a
differenza del fratello Germanico e della sorella Livilla) e si consola con donne e vino, due suoi veri
difetti. Egli davvero concede ampio spazio ai liberti, ma è una scelta lucida, perché i cavalieri che
gestivano la segreteria di corte erano troppo legati ai governatori provinciali e, di conseguenza,
disonesti ed inaffidabili, che pensano troppo a sé: non potendo sfruttare dei senatori, si affida
dunque ai liberti, che di fatto acquistano un grande potere personale, maggiore di quello dei
senatori. Vedendola a posteriori la scelta è sbagliata, ma essi si dimostrano fedeli, perché difendono
il principato, seppur egoisti. Con l’età i suoi difetti fisici peggiorano e la sua longevità ci fa
ricordare soprattutto gli ultimi anni del suo impero, in cui anche i difetti caratteriali si acuiscono.
Egli è vittima delle proprie mogli.

Nerone è un imperatore insperato, perché il padre è morto, la madre ha trascorso un periodo in


esilio e lui viene allevato da inetti, il che lo rende molto inesperto; a ciò si aggiunge il fatto che sale
al trono a giovanissima età e pertanto desidera coltivare i propri passatempi preferiti e governare a
modo suo. Agrippina Minore vorrebbe gestire il potere, ma non ci riesce perché soppiantata da
Seneca e dal prefetto del pretorio Afranio Burro, che lei stessa ha scelto; Nerone dovrebbe essere
presente sulla scena politica, ma a lui non interessa e la madre, che vorrebbe dal figlio un
comportamento consono (mentre Nerone si dedica al canto, al teatro e all’amore, pur tollerando le
ingerenze di Burro e Seneca, minaccia di appoggiare Britannico, che di certo i fedeli di Claudio
avrebbero acclamato. Britannico viene avvelenato e nel 59 anche la madre viene fatta assassinare
(Seneca cerca di coprire lo scandalo). I due tutori non sanno come gestire la situazione, anche
perché non ci sono eredi e dunque non possono ucciderlo. Nel 62 muore Burro (forse con un aiuto
da parte di Nerone) e Seneca si ritira a vita privata. L’espediente per eliminarlo si ha nel 65 con la
congiura pisoniana, su influenza di Tigellino, nuovo prefetto del pretorio (assieme a Fenio Rufo):
vengono assassinati tutti i presunti congiurati, tra cui anche Fenio Rufo stesso, sostituito da Ninfidio
Sabino.

13/01/2011

L’esistenza di guerra civile dimostra la necessità per Roma di dotarsi di un princeps che le permetta
di superarle; una tesi simile è stata proposta da Cicerone, ma come l’utopia di un conciliatore tra le
varie fazioni (→ optimates e populares), di un arbiter nelle vertenze sociali. In realtà la tesi
ciceroniana è inattuabile: lo stesso Augusto, benché abbia poi tentato di riportarsi nell’ambito della
civilista, ha ottenuto il suo potere mediante la supremazia militare.
Già alla morte di Caligola i senatori si radunano per deciderne il successore: non si discute più di un
possibile ritorno alla repubblica, in quanto il comando unico è ritenuto indispensabile per evitare
guerre civili; in tale occasione i pretoriani nominano imperatore Claudio, che anche tramite i suoi
contatti (→ Agrippa di Giudea) riesce ad ottenere l’avvallo del Senato, impotente davanti ai
militari, ma ancora ritenuto importante all’interno della società.

Alla morte di Nerone (ultimo dei Giulio-Claudi), ucciso in una congiura nel 68, si scatena subito la
guerra civile, cui l’unico antidoto è considerato il potere unitario di un princeps.
Giulio Vindice, governatore della Gallia Lugdunese, fa sollevare le Gallie, non tanto per progetti
secessionisti di indipendenza celtica, quanto per protesta e disapprovazione morale contro Nerone
(= non contro Roma): Nerone aveva condotto la sua tournée in Grecia, in seguito alla quale aveva
proclamato la libertà d’essa (→ v. 196 a.C. Tito Quinzio Flaminino), ma la mancanza dei tributi
greci era stata sopperita con un aumento della pressione fiscale nelle Gallie. Nerone in un primo
tempo si rallegra di questa sollevazione, che potrebbe costituire il pretesto per rimpinguare le casse
statali con le espropriazioni di territori e beni dei Galli.
Essendo la Lugdunese una provincia inerme (i.e. non dotata di legioni stabili), Vindice chiede aiuto
alle truppe della Spagna Tarraconense guidate da Servio Sulpicio Galba (che non accoglie la
richiesta, ma nemmeno lo denuncia a Roma) e alle legioni stanziate sul Reno (Germania inferior),
comandate da Virginio Rufo. Virginio agisce in modo ambiguo, marciando su Vindice, ma
intavolando poi subito trattative; tuttavia, per iniziativa indipendente delle truppe ausiliarie delle
legioni, tutto l’esercito viene trascinato contro i vindiciani, che nel maggio vengono sbaragliati a
Vesonzio (Besançon), evento in seguito a cui Vindice si suicida. Virginio, però, non accetta la
proclamazione ad imperator da parte delle sue truppe e rimette il potere nelle mani del Senato e del
popolo romano.
Il Senato si schiera con Galba, prestigioso senatore della gens Sulpicia, mentre il pretorio, sollevato
dal prefetto Ninfidio Sabino, che ha capito come ormai per Nerone, poco affidabile e che si
vociferava volesse fuggire in Oriente, sia giunta la fine e promette ai pretoriani un donativo enorme
da parte di Galba; il Senato dichiara, dunque, Nerone hostis publicus e questi si suicida: Galba
diviene il successivo imperatore.
Galba adotta il nobile Calpurnio Pisone Frugi, detto Liciniano, privo di ascendente sulla romanità,
scontentando gli uomini d’arme che formavano il suo entourage. Fin da principio si dimostra un
sovrano rigido e ottuso, sconfessando il donativo ai pretoriani (e assassinando Ninfidio Sabino),
sguarnendo Roma della legio VII “Galbiana”, dove militavano i suoi fedelissimi, inviandola sul
fronte danubiano, escludendo i senatori, che desideravano un rapporto paritetico (soprattutto per
decidere chi gli sarebbe succeduto) dal governo e delegando le scelte al nuovo prefetto del pretorio
Cornelio Lacone e al proprio liberto Icelo.
Salvio Otone, governatore della Lusitania, approfitta dell’impopolarità di Galba per sollevare i
pretoriano: l’imperatore e Calpurnio Pisone vengono assassinati a metà gennaio 69.
Nel frattempo, l’1 o 2 gennaio, l’esercito della Germania, che non si era rassegnato al rifiuto di
Virginio Rufo, nomina imperatore il comandante Aulo Vitellio (inviato in Germania perché passava
per fannullone e crapulone). I generali delle legioni germaniche, Cecina e Valente, dividono
l’esercito e calano in Italia; Otone è in inferiorità numerica, ma ha l’appoggio delle truppe
danubiane (tra cui la VII “Galbiana”), per le quali l’odio nei confronti dei vitelliani supera il
risentimento per l’uccisione di Galba. Otone e i comandanti delle legiones germaniche si affrontano
nel’aprile del 69 a Bedriaco (Cremona): i vitelliani vincono, ma Otone, che sta per essere raggiunto
dai danubiani ha un soprassalto di magnanimità e si suicida sentendosi causa di guerra civile: Aulo
Vitellio diviene imperatore.
Vitellio proclama come successore il figlio (→ principato connesso con la successione dinastica). Il
primo luglio 69 si rivoltano le legioni orientali: l’esempio di Vitellio ha fatto capire che “posse
principem alibi quam Romae fieri”. Ad Alessandria d’Egitto si erano radunati il governatore
Tiberio Giulio Alessandro, il governatore della Siria Licinio Muciano e il generale delle legioni in
Giudea Tito Flavio Vespasiano, lì inviato da Nerone nel 66-67: per la nomina ad imperator viene
scelto Vespasiano. Le truppe del Danubio si schierano per Vespasiano, guidate dal comandane in
capo della VII “Galbiana” Antonio Primo: queste ultime giungono prima in Italia, mentre
Vespasiano si attesta in Egitto per bloccare i rifornimenti di grano a Roma; quando al situazione si è
abbastanza chiarita, giunge nell’Urbe anche Muciano, braccio destro di Vespasiano ed eminenza
grigia del periodo. Si ha un nuovo scontro a Bedriaco in cui vincono i flaviani, scontro macchiato
da sacco di Cremona; Tacito riporta due fonti: Valerio Messalla afferma che i soldati furono incitati
dal comandante Ormo, mentre Plinio il Vecchio ne attribuisce la responsabilità ad Antonio Primo.
Con Vespasiano viene a cadere la facciata augustea: con la lex de imperio elimina la finzione di un
principato e di una res publica che non esistono, dichiarando l’impero comando monarchico di uno
solo ed ereditario.
Commodo, figlio di Marco Aurelio, viene ucciso in una congiura di palazzo il 31 dicembre 192,
determinando una seconda guerra civile per la disparità di interessi dei Romani della capitale, dei
pretoriani e degli eserciti provinciali. Mentre nella prima guerra civile le contese iniziarono
internamente all’Urbe e gli eserciti provinciali erano riluttanti ad entrare nel conflitto, ora la guerra
civile coinvolge tutto l’Impero. Il Senato nominato nomina imperatore Publio Elvio Pertinace, che
ha un comportamento troppo brusco e rigido e viene eliminato da una congiura di senatori e
pretoriani dopo pochi mesi. Il comando viene dunque quasi messo all’asta: il senatore Didio
Giuliano (di Mediolanum) e il suocero di Pertinace offrono grandi compensi per l’assegnazione del
potere: siamo di fronte ad un estremo degrado civico della romanità mette in allarme gli eserciti
principali. Vengono nominati imperator dalle proprie legiones Pescennio Nigro, comandante delle
legioni orientali, Clodio Albino dalle legioni stanziate su Reno, Gallia e Britannia e Settimio
Severo, comandante delle danubiane. Quest’ultimo brucia gli altri sul tempo, ottenendo dapprima
un’intesa con Clodio Albino, promettendogli l’adozione e il diritto alla successione (Albino
probabilmente desiderava temporeggiare).
Settimio elimina dunque Didio Giuliano e viene riconosciuto dal Senato, vincendo poi Pescennio
Nigro; quando in seguito ritorna a Roma nomina come successori i propri figli: Clodio reagisce
portando guerra e venendo schiacciato.

Una vacanza subitanea del potere implica prima una reazione dei pretoriani e poi via via degli
elementi provinciali. Seneca, De clementia: “E’ più opportuno servire un principe indegno piuttosto
che lasciare un vuoto di potere”.

Per Tacito (→ ideologia del principato) vede un passaggio dal principato dinastico, denigrato come
male dell’Impero, a quello adottivo (elettivo solo in senso etimologico), dopo la dinastia Giulio-
Claudia e quella dei Flavii, con Nerva, Traiano e Adriano. Il primo imperatore che cerca di
instaurare l’adozione (in modo storicamente più probabile, per necessità) è Galba, visto, pertanto, in
ottica positiva (“dignus eram a quo res publica inciperet”): nelle sue Historiae (69 → 96) gli
attribuisce un discorso sull’importanza del criterio di elezione adottiva (“optimum quemque adoptio
inveniet”).

14/01/2011

Si va avanti con gli imperatori adottivi fino a quando incontriamo un imperatore con figli (→
Marco Aurelio). Domiziano è morto in una congiura di palazzo ordita dalla moglie Domizia
Longina, pochi ufficiali del pretorio e senatori; Cocceio Nerva viene eletto dal Senato: egli
manifesta la volontà di giustiziare gli ufficiali coinvolti nell’assassinio del precedente imperatore,
alienandosi le simpatie senatorie, ma i pretoriani minacciano di assassinarlo se non avesse concesso
l’amnistia ai congiurati. Nerva, memore dell’assassinio di Galba e Pisone Liciniano, preferisce non
coinvolgere la sua lunga parentela (benché non avesse figli) nel problema, comprendendo che solo
un conduttore di eserciti è in grado di fronteggiare la situazione: adotta quindi Marco Ulpio Traiano,
cittadino romano della Spagna Betica, comandante delle legioni della Germania Superiore; il
Senato, privo di esercito, è costretto ad avallare ciò che gli viene imposto. Traiano diventa il garante
dell’incolumità fisica di Nerva, che muore nel 98 lasciandogli l’Impero.
Il fatto che Traiano non avesse figli costituisce un problema per la successione. Alla sua morte le
donne di casa dicono che in extremis avesse adottato Publio Elio Adriano, marito della figlia di
Vibio Sabino, che ha sposato Matidia, figlia di Marciana, la sorella di Traiano, che va accordo con
la cognata Plotina, ma forse questa è stata una decisione presa da queste; ne traspare comunque
l’importanza della famiglia, anche perché il padre di Adriano, Publio Elio Afer, era cugino di
Traiano.
Secondo Garzetti si può dire che la politica di Traiano è bellicistica, mentre quella di Adriano è
pacifistica, volta al consolidamento dei confini (→ linea britannica e orientale), con l’eccezione che
questa volontà difensiva si esplica con un’azione diretta sul terreno; inoltre Adriano ha affrontato
numerosi viaggi per comprendere meglio le esigenze delle truppe e delle popolazioni locali. La sua
politica urta i grandi generali di Traiano, che si ribellano, criticano apertamente l’imperatore,
sembra (per la carenza e la poca attendibilità delle fonti storiche a disposizione) ordiscano una
congiura, ma Adriano li fa uccidere, ma questo atto gli aliena la simpatia del Senato perché i
comandanti provenivano dal rango senatorio.

Quanto alle fonti storiche abbiamo luci (I e IV secolo) e ombre (II e III secolo). Per la dinastia
Giulio-Claudia e quella Flavia abbiamo l’opera di Tacito, le cui lacune (Caligola e Claudio) sono
supplite dalle “Vite dei Cesari” di Svetonio, mentre per il quarto secolo l’opera di Ammiano
Marcellino (cui mancano i primi tredici libri, corrispondenti al II e III secolo).
Nell’“Agricola” (De vita et moribus Iulii Agricolae) emerge l’ideale tacitiano del civis romanus
disposto a collaborare anche con un cattivo sovrano nel supremo interesse dello stato (v. campagne
militari in Britannia): questa figura costituisce uno specimen importante se messo a confronto con il
libro XVI degli Annales dedicato alle purghe neroniane, dove l’autore fa trasparire la sua
disapprovazione per l’eroismo fine a se stesso di Trasea Peto.
Nel De origine et situ Germanorum lo storico appare convinto della teoria della translatio imperii,
secondo la quale gli imperi sovranazionali (che hanno raggiunto dimensioni tali da influenzare la
vita altrui) per cicli naturali devono succedersi da Oriente a Occidente: Assiro-Babilonese →
Persiano → Greco-Macedone → Romano. Incerto sull’idea dell’eternità dell’Impero romano,
riflette che la Germania potrebbe essere in grado di competere con Roma, divenendo il prossimo
impero sovranazionale, contrapponendo all’infiacchimento dell’Urbe la propria vitalità. L’opera
costituisce un monito a ritornare al pristino costume, perchè “Maneat, quaeso, duretque gentibus, si
non amor nostri, at certe odium sui, quando urgentibus imperii fatis nihil iam praestare fortuna
maius potest quam hostium discordiam”. Tale riflessione scaturisce sia dal ricordo della
Teutoburgensis clades, sia dall’esempio della conquista dell’impero medo da parte di Ciro.
Il Dialogus de oratoribus è di dubbia origine tacitiana a causa dello stile tipicamente
classicheggiante-ciceroniano, ma spesso lo stile era adeguato al tipo di argomento e inoltre il
pensiero è molto vicino a quello delle Historiae.
Quest’ultima opera tratta la storia moderna (al tempo di Tacito) per periodi, con un titolo che
designava formalmente l’annalistica di un breve periodo recente, in questo caso dal 69 al 96. “Sed
incorruptam fidem professis neque amore quisquam et sine odio dicendus est”. Dei dodici libri che
la componevano si sono conservati i primi quattro libri e i primi 24-25 capitoli del quinto. Annuncia
il programma di comporre in vecchiaia opere sulla più tranquilla età di Nerva e di Traiano, ma non
lo fa, dedicandosi alle vicende della dinastia Giulio-Claudia.
Gli Annales hanno tale titolo perché combinano l’impianto annalistico con l’antichità
dell’argomento, affrontando l’analisi storica del periodo che va da Tiberio a Nerone (14-68). Il libro
XVI, l’ultimo giuntoci, termina al primo semestre del 68 e la cosiddetta teoria esadica (→ di tipo
empirico: primi sei per Tiberio, seconda esade per Caligola e Claudio, terza esade per Nerone,
mentre nelle Historiae i primi sei libri riguardano Vespasiano, mentre i secondi sei Tito e
Domiziano) porta a concludere che mancano i due libri finali, che permetterebbero di raggiungere il
totale di trenta libri che san Gerolamo attribuisce con sicurezza all’analisi storiografica tacitiana.

L’Historia Augusta è un’opera da prendere con le molle, una raccolta biografica (non abbiamo
opere storiografiche) da Adriano a Carino (138-284 → II e III secolo), il cui titolo è stato proposto
da Isaac Casaubon (1559-1614); probabilmente è incompiuta, perché mancante di un proemio e ci
aspetteremmo che inizi da Nerva, collegandosi all’opera di Svetonio. E’ stata composta da sei
scrittori diversi (scriptores Historiae Augustae) del tutto ignoti e dai nomi sospetti, di cui almeno
due sembrano frutto di un lavoro a tavolino (→ Trebellio Pollione, dai nomi dei consoli nel 47 a.C.,
e Giulio Capitolino, che scrive le vite in cui gli imperatori romani hanno più a che fare con Roma). I
contenuti dell’opera sono strani: più si va avanti e meno le notizie sono attendibili ed aumentano gli
elementi antistorici, ad esempio l’istituzione di ordinamenti posteriori attribuiti a imperatori di II e
III secolo; probabilmente, dunque, si tratta di un falso storico, scritto da un autore di età tarda,
verosimilmente fine IV secolo (395/6-399), un pagano filosenatorio che in età teodosiana o post-
teodosiana, dopo la definitiva sconfitta del paganesimo, per sfogare le proprie tendenze frustrate e
che utilizza degli pseudonimi per depistare lettori pericolosi. Forse siamo di fronte a due autori, o
membri dell’aristocrazia senatoria pagana o un letterato al loro servizio, che per retrodatare il suo
lavoro finge la dedica a Diocleziano (284-305) e Costantino (312-337). Theodor Mommsen si è
chiesto a chi possa giovare la compilazione di un simile scritto: probabilmente, come ha suggerito
Sir Ronald Syme, è nato come un divertimento in ambito colto che mira a dilettare il lettore e
mandare messaggi per noi indecifrabili sulla sua ideologia. Arnaldo Momigliano lo ha definito “un
caso irrisolto di falsificazione storica”.

Per le fonti cristiane non dobbiamo rivolgerci ai padri della Chiesa, ma agli apologeti, da
Tertulliano (fine II secolo) a Lattanzio (età costantiniana). Le due tendenze che possiamo
riscontrare sono quella compromissoria, che si avvale della retorica pagana (→ Arnobio), e quella
apologetica, che condanna le devianze dei pagani e il comportamento ingiusto di alcuni Cristiani.
La realtà storica è purtroppo spesso falsificata, come nel De mortibus persecutorum di Lattanzio,
fonte tuttavia importante per le prime fasi della persecuzione sotto Diocleziano.

19/01/2011

Nell’Historia Augusta, fino alla vita di Elagabalo, la storia è accettabile in vari punti; è probabile,
dunque, che si sia informata da una raccolta biografica precedente, un’opera ormai perduta di un
certo Mario Massimo, che dalla vita di Nerva arrivava fino a quella di Caracalla o Elagabalo, da cui
ha ricavato del materiale accettabile.

La “Storia imperiale di Enmann” (Enmannsche Kaisergeschichte) è un’opera perduta il cui


postulato è fondamentale per la problematica tardo-imperiale: essa spiega come mai certi elementi
biografici compaiano in un’opera storica come il Breviario di Eutropio; in realtà rappresenta una
fonte comune a varie opere.
Eutropio è l’autore del Breviario ab Urbe condita, in 10 libri, compilato su richiesta dell’imperatore
valente, caratterizzato da monotonia espositiva e compilato per un pubblico poco erudito.
[Si dice breviario un’opera in cui l’autore esprime in breve i fatti essenziali con parole sue, mentre
un’epitome è il riassunto di una precisa opera precedente; nonostante questa distinzione essi spesso
collimano in uno stesso lavoro, che risulta un misto di entrambi i generi]
Dal breviario eutropiano, ritenuto troppo lungo e arido dall’imperatore, scaturisce quello di Publio
Rufo, che ha l’arguzia di inserirvi numerosi elementi geo-etnografici, utili per Valente.

Cassio Dione scrive una storia dalle origini ai suoi tempi (Caracalla) in 80 libri, in molte parti
epitomato dai Bizantini (Giovanni Xifilino, Giovanni Zonara).
Gli escerti sono degli estratti operati per fare raccolte nominali (ad es. le sentenze di personaggi
illustri) Giovanni Tzetze compila un breve escertorio su Dione.

Importante è anche la raccolta del Corpus tripartitum dello pseudo Aurelio Vittore; diciamo pseudo
perché tutta l’opera è a lui attribuita, , ma di essa solo la terza parte, i Caesares (da Augusto a fine
IV secolo, molto moralistica e riflessiva, che si muove in ambito geografico) è davvero sua. Le
prime due opere sono una storia dell’Italia pre-romana con andamento storico, l’Origo gentis
Romanae, mentre la seconda tratta di biografie di re e grandi personaggi della repubblica, l’anonimo
De viris illustribus urbis Romae. Queste prime due opere sono posteriori alla terza e non
riconducibili a Nepote o Giulio Igino, ma hanno un andamento bizzarro, sembrano la
manipolazione di opere storiche tra cui Floro ed Eutropio.
Arnaldo Momigliano sostiene che probabilmente Origo gentis Romanae è il titolo di tutta l’opera
(non solo del primo scritto). La prima parte del corpus è un lavoro in prosa svolto come uno di tipo
storico e c’è un costante rimando a testi di autori precedenti: quest’ultimo fatto ha fatto supporre al
Pulcioni che forse è un falso medievale, ma Momigliano sostiene che sia stato scritto da qualcuno
che voleva fare sfoggio d’erudizione. Per il Mariotti è uno dei commentatori di Virgilio, fioriti a
iosa nel IV secolo (Donato, Serbio), che mirava a fare sfoggio di dottrina.
Abbiamo anche un’Epitome de Caesaribus, in parte un rifacimento dei Caesares di Vittore, che in
parte lo ricalca e in parte inserisce nuovi elementi.

20/01/2011

Settimio Severo, comandante dell’esercito danubiano, nel 193 proclama che lui regnerà, e dopo di
lui i suoi figli, Caracalla e Geta, non si sa se fratelli o fratellastri; infatti Giulia Domna, moglie
siriaca di Settimio, forse era solo la matrigna di Caracalla. Settimio muore nel 211 in Britannia, a
York (dove morirà anche Costanzo Cloro), contro tribù autoctone ribelli.
Caracalla e Geta vogliono entrambi diventare l’unico depositario del potere paterno. Qualcuno
aveva proposto una partizione dell’Impero tra i due come compromesso, ma Giulia Domna si era
opposta per timore di perdere la propria influenza. Ad un appuntamento convocato dalla madre per
riconciliare i figli Geta si presenta disarmato, come Giulia aveva richiesto, mentre Caracalla arriva
armato ed uccide il fratello, tacitando poi i cortigiani di Geta con un lauto donativo. La monarchia è
effettivamente militare, perché è prerogativa di chi possiede la forza delle armi.

Un importante provvedimento di Caracalla è l’estensione della cittadinanza romana a tutti i


provinciali; in realtà non fa così perché ha recepito la profonda osmosi che ormai c’è tra provinciali
e Romani, ma in realtà ha bisogno di rimpinguare le casse imperiali: tramite questa cosiddetta
Constitutio Antoniniana (212), i provinciali, oltre al tributo delle province, ora sono costretti anche
a versare il tributum dovuto come cives Romani. Questo provvedimento escludeva i dediticii, ma
non si può affermare che siano i nemici arresi (dediti) e messisi nelle mani dei Romani;
probabilmente erano gli ultimi arrivati, ossia nuclei barbarici insediati in territorio imperiale. messi
a coltivare zone malsane per riabilitarle, e prigionieri di guerra liberati, ma costretti a lavorare il
suolo romano.
Nel 217 Caracalla, non si sa se per mano nemica o amica, cade durante una campagna militare.
L’esercito che opera in Oriente proclama imperatore un ufficiale di corte, Opellio (→ fonti storiche)
o Opillio (→ fonti epigrafiche) Macrino, il quale regna un anno scarso perché la famiglia dei Severi
mal si adatta alla perdita del potere. Essendosi la famiglia diretta estinta (→ morti Geta e Caracalla,
suicidata dopo l’assassinio di Geta Giulia Domna), la sorella di Domna, Iulia Mesa ha due figlie che
già hanno figli maschi: Giulia Soemia, madre di Elagabalo, e Giulia Mamea, madre di Severo
Alessandro.
Siccome una rivendicazione femminile non avrebbe avuto molto effetto a Roma, Mesa presenta il
nipote Elagabalo come figlio di Caracalla ed ottiene la sollevazione delle truppe orientali contro
Macrino, che giurano fedeltà al successore della gens Severa.
Elagabalo è un pessimo imperatore, che vuole difendere il culto del Sole, di cui è sacerdote tramite
riti di tipo orientale tra il cruento e il fantasmagorico, trasformando Roma in un tempio del dio,
anche con azioni empie, come il matrimonio con una vestale per procreare prole divina.
Giulia Mesa è preoccupata dalla situazione e riesce a convincere il nipote ad associare al trono il
cugino. Elagabalo è d’accordo, finchè qualcuno non gli mette la pulce nell’orecchio che la nonna
abbia intenzione di eliminarlo; quest’ultima subodora però il pericolo di una ritorsione
dell’imperatore su Severo Alessandro e interviene tramite membri del pretorio, che eliminano
Elagabalo e Giulia Soemia.
Sale dunque al potere Alessandro, che si avvale dei consigli di mamma e nonna, passando per un
rammollito agli occhi dei soldati. Egli però governa bene e affronta nel limite del possibile i
problemi militari, ma le molte falle nell’Impero lo costringono a dividersi tra azione militare e
diplomatica con i nemici, quest’ultima percepita come ignominiosa: viene pertanto eliminato nel
235. Il suo ricordo storico è comunque positivo, sia da parte degli apologeti Cristiani, per la sua
grande apertura verso i membri del nuovo culto, cui appartennero molti suoi consiglieri, per la
positività che egli, pur pagano, vedeva nel messaggio cristiano (→ il praeceptum aureum “Quod
tibi fieri non vis, alii ne feceris” era stato scritto in caratteri d’oro sulla facciata del palazzo
imperiale), sia da parte di un’opera pagana come l’Historia Augusta, che ne apprezza la sua
capacità di collaborare proficuamente con il Senato.
Abbiamo ora quasi cinquant’anni (235 → 284) in cui la monarchia militare si trasforma in anarchia:
l’ultima parola è sempre in mano agli eserciti.

Secondo E. Gibbon la caduta dell’Impero Romano d’Occidente è stata determinata da due fattori: le
invasioni barbariche e il Cristianesimo. Questo punto di vista, seppur eccessivo, non è
completamente sbagliato. (Sallustio: “Omnia horta crescunt, et aucta senescunt”). Tacito, negli
Annales (XV, 44) analizza il fenomeno della persecuzione dei Cristiani da parte di Nerone.

La persecuzione contro i Cristiani


Tacito, Annales, XV, 44

(44, 1) Et haec quidem humanis consiliis providebantur. Mox petita [a] dis piacula aditique Sibyllae libri, ex
quibus supplicatum Volcano et Cereri Proserpinaeque, ac propitiata Iuno per matronas, primum in Capitolio,
deinde apud proximum mare, unde hausta aqua templum et simulacrum deae perspersum est; et sellisternia
ac pervigilia celebravere feminae, quibus mariti erant.
(2) Sed non ope humana, non largitionibus principis aut deum placamentis decedebat infamia, quin iussum
incendium crederetur. Ergo abolendo rumori Nero subdidit reos et quaesitissimis poenis adfecit, quos per
flagitia invisos vulgus Chrestianos appellabat. (3) Auctor nominis eius Christus Tibero imperitante per
procuratorem Pontium Pilatum supplicio adfectus erat; repressaque in praesens exitiabilis superstitio rursum
erumpebat, non modo per Iudaeam, originem eius mali, sed per urbem etiam, quo cuncta undique atrocia aut
pudenda confluunt celebranturque. (4) Igitur primum correpti qui fatebantur, deinde indicio eorum multitudo
ingens haud proinde in crimine incendii quam odio humani generis convicti sunt. Et pereuntibus addita
ludibria, ut ferarum tergis contecti laniatu canum interirent aut crucibus adfixi atque flemmati, ubi defecisset
dies, in usu[m] nocturni luminis urerentur. (5) Hortos suos ei spectaculo Nero obtulerat, et circense ludicrum
edebat, habitu aurigae permixtus plebi vel curriculo insistens. Unde quamquam adversus sontes et novissima
exempla meritos miseratio oriebatur, tamquam non utilitate publica, sed in saevitiam unius absumerentur.

Traduzione

(1) E proprio queste (misure) erano adottate dalle decisioni umane. Poi (vennero) cercati riti espiatori per gli
dei e (furono) consultati i libri della Sibilla, in base ai quali si supplicò (sott. est) a Vulcano, a Cerere e a
Proserpina, e (fu) propiziata Giunone tramite le matrone, prima sul Campidoglio, poi presso la spiaggia più
vicina al mare, da dove, attinta dell’acqua, vennero aspersi il tempio e il simulacro della dea; e le donne che
avevano mariti celebrarono banchetti e veglie sacre.
(2) Ma non per aiuto umano, non per le elargizioni del princeps o per le cerimonie degli dei si placava
l’accusa, che si credeva l’incendio (fosse stato) comandato. Perciò, per placare la calunnia, Nerone spacciò
per colpevoli e condannò con pene raffinatissime quelli che, odiati per i loro delitti, il popolo chiamava
Cristiani. (3) Cristo, l’origine di quel nome, era stato condannato al supplizio (della crocifissione) dal
procuratore Ponzio Pilato, sotto il principato di Tiberio; e, repressa sul momento, la dannosa superstizione
erompeva di nuovo, non solo nella Giudea, (il punto di) partenza di quel male, ma anche nell’Urbe, dove da
ogni parte tutti (i riti) atroci e vergognosi confluiscono e si diffondono (lett. “vengono celebrati”). (4)
Dunque, dapprima (furono) arrestati quelli che confessavano, poi, su loro denuncia, una grande quantità
venne accusata non tanto del crimine dell’incendio quanto di odio del genere umano. E ai morenti (vennero)
aggiunti gli scherni di morire per lo sbranamento dei cani coperti di pelli di fiere o di bruciare come una
fiaccola notturna, quando fosse venuta meno la luce del giorno, inchiodati alle croci e dati alle fiamme. (5)
Nerone aveva messo a disposizione per quello spettacolo i suoi giardini ed organizzava ludi circensi,
mescolandosi alla plebe con abito da auriga o ritto su un cocchio. Perciò sorgeva compassione, benché nei
confronti di colpevoli e meritevoli dei più duri castighi, come se (le vittime) fossero sacrificate non per
pubblica utilità, ma per la crudeltà di un singolo.

Il Cristianesimo viene definito religio illicita o superstitio (esitiabilis). Secondo una teoria di Marta
Sordi, che si fonda sull’interpretazione di un passo di Tertulliano, sembra di poter capire che il
Cristianesimo avrebbe potuto divenire una delle tante religioni praticate nell’Impero, tramite
riconoscimento ufficiale o interpretatio. Tiberio ebbe intenzione di applicare queste norme di
comportamento al culto, ma, avendo privato il Senato di molte prerogative (come il conio dell’oro e
dell’argento), gli aveva comunque lasciato l’ultima parola in tutto in tema di religione: quando
propose il riconoscimento del Cristianesimo, il Senato, per ripicca, non concesse la liceità.
Nella forma mentis del popolo solo un Dio malvagio poteva non ottenere il riconoscimento da un
Senato tanto permissivo nei confronti degli altri culti, mentre a livello dell’autorità romana erano
considerati pericolosi i sommovimenti e i disordini sociali che intercorrevano tra Ebrei e convertiti.
Obiettivo primario di Roma era mantenere l’ordine pubblico.

[Quando i Romani si prefiggevano tale fine, otteneva risultati più con la potenza delle armi che con
l’utilizzo delle armi stesse: quando interviene si serve di una potenza d’urto tale da dissuadere ogni
possibile secondo tentativo con il panico diffuso. Quando Papillio Renate, ambasciatore romano, si
recò in Siria per intimare ad Antioco IV Epifane di scegliere se attaccare battaglia o sottomettersi
pacificamente, alle tergiversazioni del re egli gli tracciò intorno un cerchio, costringendolo a
deliberare immediatamente: gesto che sarebbe da pagare con la vita, ma non da parte del nunzio di
un sì potente impero]

Scoppiano i primi disordini in ambito giudaico, che si riflettono a Roma, già ai tempi di Claudio, e
siamo informati che viene cacciata quelli che tumultuavano in pulsore Cresto (→ Cristo), fornendo
un buon esempio alla comunità ribelle perché altri non si ribellino. Pari caratteri esemplari
avrebbero avuto le persecuzioni neroniane del 64 a.C..
In quell’anno ci fu un grande incendio, perché Roma era mal costruita, suscettibile di incendi,
quest’ultimo favorito dal vento e propagatosi per una settimana. Nerone fa l’errore di comprare dei
terreni nei pressi della Domus aurea che riedifica per sé stesso e viene tacciato di aver ordinato di
propagato (peraltro un metodo comunemente usato da Crasso per investire a basso costo). I
Cristiani divengono quindi il capro espiatorio dell’imperatore, accusati genericamente di odio nei
confronti del genere umano. Nella prima persecuzione neroniana quanti possono essere stati i
martiri? Il laico H. Gregoir propone ce ne siano state poche centinaia, ma i dati ecclesiastici
indicano la presenza di decine di migliaia di “testimoni”.
Dobbiamo distinguere tra episodi persecutori e persecuzioni vere e proprie (solo tre: Decio,
Valeriano, Diocleziano), queste ultime solo quando vengono bandite dall’imperatore contro i
Cristiani in quanto tali, con applicazione universale e chiara motivazione (→ accusa di
Cristianesimo): quella di Nerone non può essere considerata persecuzione perché i Cristiani non
sono accusati in quanto tali, ma come incendiari, e fuori Roma gli aderenti al culto non vengono
nemmeno toccati.
Gli apologeti Cristiani, Lattanzio (De mortibus persecutorum), Sulpicio Severo (Canone delle
persecuzioni) e Paolo Orosio (anche lui Canone delle persecuzioni), non sono d’accordo sul numero
dei martiri e c’è anche una disparità di nome e di numeri riguardo le persecuzioni (fino a 10,
numero creato a tavolino per far rivivere l’idea delle dieci piaghe d’Egitto). Sotto Marco Aurelio,
Traiano e Adriano si parla di martiri, ma non furono persecuzioni indette dalla corte per colpire il
reato di Cristianesimo. Ci furono persecuzioni anche solo a livello provinciale, per sfogare il
malcontento del popolo su un capro espiatorio, o della corte, come quella indetta da Domiziano per
colpire il cugino Flavio Clemente e sua moglie Flavia Domitilla.
21/01/2011

Riguardo al problema del fondamento giuridico delle persecuzioni anticristiane viene dato molto
peso all’interpretazione di un passo di Tertulliano, che definisce un certo institutum Neronianum:
potrebbe forse essere un editto ufficiale contro i Cristiani, che definisce una linea di condotta poi
seguita dai successori. Questa posizione tuttavia è ormai stata ufficialmente abbandonata, poiché
institutum probabilmente indica un’iniziativa (quindi non legale) e perché alla caduta di Nerone il
Senato ne decreta la damnatio memoriae, che implica anche la cancellazione di qualsiasi
provvedimento.

Indicativa è una lettera di Plinio il Giovane, al tempo in cui era legato imperiale in Bitinia, a
Traiano in cui prende atto che ci sono molti Cristiani nella sua provincia e questo aveva provocato
dei dissapori con i pagani, chi li avevano denunciati. Plinio (che afferma interfuit numquam
processi contra Christianos, il che ci dà l’idea che al tempo a Roma non ci dovessero essere molti
processi del genere, tanto meno l’institutum come editto), dice di averli sottoposti ad un
interrogatorio chiedendo loro se davvero appartengono a quella fede e rispondono tutti in modo
differente: chi sì, chi no, chi dice di esserlo stato e poi aver fatto ritorno al Cristianesimo. Inquietato
dall’elevato numero di Cristiani autentici, che si dichiarano disposti a subirne le conseguenze,
chiede loro se siano davvero colpevoli ed egli li punisce. Sono in crisi i tradizionali rapporti legali:
Traiano risponde con una serie di principi (che Tertulliano considera politicamente validi, ma non
giuridicamente), affermando Christiani persequendi non sunt, ma se vengono denunciati, il legato li
ha puniti a buon diritto tramite il proprio ius coercitionis. Non è chiaro se occorra perseguitare il
nomen christianum o i crimina coerentia nomini. Si può pertanto obiettare alla tesi di Marta Sordi
che il comportamento di Traiano forse può non implicare l’illiceità della religione, oppure si attiene
al principio di far tornare i Cristiani sulla retta via.

Adriano, alla cui epoca si ascrivono movimenti persecutori, in un rescritto al governatore della
provincia d’Asia, vietando però l’azione in caso di denunce anonime.

[Dei due famosi rescritti di Traiano e di Adriano sui cristiani va anzitutto ricordato che, in quanto
rescritti imperiali, non sono vere e proprie leges generali che introducono nuove ipotesi di reato
valevoli per tutto il territorio dell'impero, ma disposizioni ai governatori di una provincia sulla
procedura da seguire nella repressione di un crimine. Nè Traiano né Adriano hanno voluto fissare
una norma generale o un crimen particolare. Ma entrambi hanno voluto fornire ai governatori
provinciali indicazioni più precise sulla procedura da seguire nei processi contro i cristiani. Qual è
dunque il senso e la portata dei due rescritti?

Adriano: "Ho ricevuto una lettera scrittami dal vir clarissimus Graniano, al quale tu sei succeduto. E
non mi sembra opportuno lasciare il caso senza esame, perché gli uomini non siano turbati e ai
delatori non sia dato agio di agire malvagiamente. Se dunque i provinciali sono in grado di
sostenere apertamente questa richiesta contro i cristiani, sì da risponderne anche pro tribunali, si
rivolgano a questo soltanto e non si servano di petizioni e di semplici acclamazioni. è molto meglio,
infatti, se qualcuno vuole fare un'accusa, che ne conosca tu stesso. Se dunque qualcuno li accusa e
dimostra che essi hanno fatto qualcosa contro le leggi, decidi secondo la gravità della colpa. Ma, per
ercole, se qualcuno presenta questa denuncia a scopo di calunnia, esprimiti su questa condotta
vergognosa e preoccupati di punirla."

Non è il caso in questa sede di valutare analiticamente il contenuto dei due rescritti, e in particolare
di quello di Adriano. Gli apologisti, già da Giustino, che ne riporta il testo nella sua prima
Apologia, ne hanno dato un'interpretazione favorevole, vedendo nella richiesta di Adriano di
dimostrare che i Cristiani fanno qualcosa contro le leggi.

I due rescritti non dimostrano alcuna particolare durezza nei confronti del cristianesimo. Anzi,
ispirati come chiaramente sono dalla preoccupazione di mantenere l'ostilità popolare verso la nuova
religione nell'ambito stretto della legalità e di fissare quindi regole precise ai processi contro i
cristiani, essi, per quanto possano apparire contraddittori sul piano giuridico, finiscono col mettere
al riparo i cristiani da forme ben più gravi di persecuzione. I cristiani, afferma infatti Traiano, non
devono essere ricercati (conquirendi non sunt) e per Adriano, se l'accusa di crimine si rivela
infondata, il delatore deve essere condannato.

Quindi, ricapitolando: c'è una forte ostilità pubblica verso il cristianesimo, ed un forte clima di
delazione. Per necessità di ordine pubblico, gli imperatori reagiscono con delle norme provinciali
atte a punire il crimen eventualmente commesso, non il nomen cristiano.

Ora per comodità prendiamo come definizione di "persecuzione" quella del contemporaneo diritto
internazionale, ovvero quando all'interno di tutto lo stato viene attuata una repressione contro un
gruppo o una collettività dotati di propria identità, ispirata da ragioni di ordine politico, razziale,
nazionale, etnico, culturale, religioso o di genere sessuale.

Sul piano del diritto, quanto fatto da Traiano non è persecuzione, perché non è fatto sulla base
testimoniabile del nomen ma di presunti flagitia, cioè per un crimen. E’ una misura di polizia e di
ordine pubblico, non repressione del cristianesimo, spinta dai provinciali, non da Plinio.

Solo nel II secolo, con Decio e Valeriano, si ha qualcosa di simile ad una persecuzione. Ne viene
che nell'impero romano pre-costantiniano non esiste una persecutio in quanto sistematica ricerca e
repressione del Cristianesimo che sia costante nelle legislazioni imperiali. E quando avvengono dei
presunti episodi di massa (dei quali, parliamoci chiaro, non può essere testimone l'agiografia
cristiana, perché vien da sé che non è oggettiva, cosi come ad oggi non vengono considerati
oggettivi Tacito e Svetonio in quanto esponenti di una classe senatoria fortemente ostile a Nerone)
questi sono frutto di una azione di ordine pubblico, non religiosa.

Differentemente avviene sul piano legislativo con Teodosio, che fa approvare un Editto imperiale
con un Senatoconsulto, lo estende a tutto il territorio dell'impero intimando la repressione di tutti i
culti non cristiani.

"Il Cristianesimo antico, dalle origini al consiglio di Nicea", G. Jossa, Carocci, Roma 2006]

Settimio Severo aveva proposto di ufficializzare il culto unificando il tutto nell’adorazione del Sole,
anche perché la moglie Giulia Domna era siriaca di Emesa, dov’era il tempio della divinità solare
El-Gabal, ma soprattutto per attuare una conciliazione religiosa: di fronte al rifiuto dei Cristiani
procede a qualche eliminazione.

Decio (imperatore dal 249 al 251) nel suo editto non nomina apertamente i Cristiani, ma ordina che
tutti i sudditi debbano presentarsi presso i magistrati e compiere un rito di culto verso gli dei di
Roma, in seguita al quale sarebbe stato loro consegnato un libellus come conferma. Non ci sono
però grandi conseguenze, in quanto in parecchie province si è lasciato correre (ad es. Cipriano,
vescovo di Cartagine, per sfuggire a questa persecuzione si ritira semplicemente nella sua villa in
campagna). Ne emergono però diverse categorie di Cristiani: i duri e puri che affrontano le
conseguenze del loro culto, i lapsi, che compirono atti di adorazione verso le divinità pagane, tra cui
distinguiamo i sacrificati (che hanno commesso sacrificio) e i purificati (che hanno bruciato in
onore delle divinità tradizionali romane).
Ne consegue pertanto una resa dei conti: i Cristiani che non si sono sottomessi alla persecuzione si
dividono in oltranzisti, che non vorrebbero permettere agli altri di tornare a far parte del culto, e i
moderati, che avrebbero riammesso gli altri in seguito ad atti di penitenza.

Valeriano (253-260) emanò due editti, nel 257 e nel 258, che prevedevano la confisca dei terreni
religiosi e la condanna dei seguaci del Cristianesimo; a differenza dei suoi predecessori diresse il
proprio attacco alla gerarchia ecclesiastica piuttosto che ai semplici fedeli. Tra le vittime di questa
persecuzione vi furono infatti papa Stefano I, papa Sisto II, il vescovo di Cartagine Cipriano,
Dionisio di Alessandria, san Lorenzo martire. Eliminare i Cristiani però è quasi impossibile. C’è il
dibattito sulla liceità del servizio militare per i Cristiani: Tertulliano è contrario, ma questa
defezione è pericolosa nell’ambito dell’Impero e Origene dice all’imperatore che i Cristiani non
combatteranno, ma pregheranno per lui.

Diocleziano influenza riguardo la persecuzione dei Cristiani anche il suo Cesare Galerio e l’altro
Augusto Massimiano. Resta tuttavia una falla nella tetrarchia: le persecuzioni non vengono
applicate da Costanzo Cloro, Cesare di Massimiano e pagano più tiepido. Questo risvolto politico
emerge poi anche nel conflitto tra Costantino (filocristiano) e Massenzio.
Quando Costantino emana l’editto di Milano nel 312, rendendo religio licita anche il Cristianesimo,
Licinio, il suo ultimo collega nell’Impero, inizialmente si associa a tale decisione. Politicamente
mirano all’unificazione dell’Impero in opposizione a Massimino Daia, succeduto a Galerio nel 311
e pagano persecutore dei Cristiani, ma quando quest’ultimo viene eliminato e Licinio controlla
l’Oriente, il collega di Costantino, venuto ai ferri corti con lui, attacca i Cristiani a sua volta. In
campo militare, dopo il 312 i Cristiani iniziano a predicare la liceità del servizio militare anche per
se stessi; Sant’Agostino, ad esempio, invoca l’intervento manu militari dell’imperatore contro le
devianze, nello specifico contro il donatismo. Costantino ha portato l’Impero ad interferire negli
affari ecclesiastici tramite concessioni di privilegi, l’equiparazione dei ministri della chiesa ai propri
alti funzionari, la donazione di terreni e beni alla Chiesa (mentre la cosiddetta donazione di
Costantino è stata provata falsa da Lorenzo Valla). Inoltre l’imperatore ha intenzione di guidare la
Chiesa, convocando nel 325 il concilio di Nicea per la riorganizzazione della Chiesa.

Con l’editto di Teodosio (→ editto di Tessalonica: 380) la situazione si capovolge: è il paganesimo


a diventare religione illecita e il Cristianesimo la religione ufficiale dell’Impero. Abbiamo la
profonda influenza di Ambrogio, vescovo di Milano che condiziona le azioni dell’imperatore.

Marco Aurelio Caro aveva nominato come suoi successori i figli Carino e Numeriano e, lasciato il
primo a governare in Occidente, si era recato con il secondo in Oriente per affrontare la Persia, ma
muore durante la spedizione. Sulla via del ritorno in Occidente Numeriano viene trovato morto
nella sua lettiga: l’esercito nomina imperatore Diocleziano (284), comandante delle guardie
imperiali ( il che genera dei sospetti sulle prime due morti), il quale si scontra con Carino, che viene
ucciso da un rivale in amore durante la battaglia, lasciando campo libero per Diocleziano.
Il nuovo imperatore adotta un sistema estremamente pragmatico, non per nulla è un uomo d’armi
che ha conosciuto i meccanismi e la debolezza imperiale nei tempi dell’anarchia, basandosi sulla
constatazione di due fattori di crisi:

1. Un singolo imperatore non è in grado di governare l’Impero nella sua totalità;


2. A ogni morte dell’imperatore segue una guerra civile per determinarne il successore.

Egli dunque escogita inizialmente un sistema diarchico, associandosi nel 285 o nel 286 Massimiano
come cesare, ma questi nel giro di nemmeno un anno pretende di essere nominato augusto e viene
accontentato; Massimiano è più impegnato in Occidente, mentre Diocleziano in Oriente, ma non
sussiste una precisa linea di confine tra le zone di influenza dei due. Per porre una soluzione a (2),
Diocleziano stabilisce di nominare in anticipo due successori: nel 293 egli sceglie come cesare
Galerio, mentre Massimiano Costanzo Cloro; a suggello dell’intesa i due cesari entrano nella casa
del padre adottivo: Galerio sposa Valeria (figlia di Diocleziano) e Costanzo Cloro ripudia la moglie
Elena per sposare Teodora.
Vengono contemplati come cesari in pectore i figli maschi che già esistono in famiglia, ossia quello
di Costanzo Cloro, Costantino, e Massenzio, figlio di Massimiano. Diocleziano, allora, per non
sbilanciare troppo la tetrarchia verso Occidente, riconosce come nipote un tale Candidiano, che
Galerio aveva avuto da una relazione extraconiugale (→ passaggio dalla meritocrazia alla dinastia).

26/01/2011

La riforma di Diocleziano forse è anche provocata da un certo disinteresse verso il potere, ma la


divisione è de facto (non de iure). Il fatto che i due Augusti depongano il potere nel 305
(Massimiano, che con Cloro si era preoccupato di rafforzare la propria posizione in Occidente, era
stato convinto solo dopo due anni) in occasione dei Vicennalia può forse indicare che la riforma
preveda un potere ventennale. L’idea di obbligare anche l’altro Augusto ad abbandonare la scena
politica forse è scaturita dalla paura di lasciare troppo tempo all’Occidente per rafforzarsi in una
prospettiva dinastica.
Galerio adotta come Cesare il nipote Massimino Daia e Cloro, che formalmente sarebbe più
importante in qualità di Augustus senior, è obbligato ad adottare un tale Severo, dopo esser rimasto
isolato quando il figlio Costantino era stato chiamato in Oriente con il pretesto di fargli fare
tirocinio; Cloro ne ottiene il rilascio solo affermando di averne bisogno per far fronte all’ennesima
campagna contro Pitti e Caledoni. A Eburacum (York) muore Cloro e l’esercito proclama
imperatore Costantino. Galerio tenta di correre ai ripari offrendogli di diventare Cesare
d’Occidente, perché di fatto aveva scavalcato Severo.
Massenzio, il grande escluso, approfitta del malcontento dilagante a Roma e si fa proclamare
Augusto da pretoriani e Senato: Massimiano lo appoggia e fa disertare il grosso dell’esercito di
Severo, che si era diretto contro Massenzio partendo da Milano e capitola dopo esser stato assediato
a Ravenna.
Nel 308 Diocleziano convoca un incontro a Carnuntum, in cui Costantino viene confermato Cesare,
scavalcato da Liciniano Licinio, proclamato Augusto d’Occidente, mentre in Oriente la situazione
resta inalterata. Come braccio armato, Costantino sconfigge nel 312 Massenzio al ponte Milvio.
Alla morte di Galerio, nel 311, l’editto di Serdica dichiara cessata la persecuzione contro i Cristiani.
Massimino non si cura di nominare un successore.

27/01/2011

Costantino e Licinio insieme proclamano l’editto di Milano. In seguito Licinio si reca in Oriente per
affrontare Massimino Daia, cui segue una strage sistematica di tutti i parenti di Diocleziano. Sia
Costantino sia Licinio ambiscono alla creazione di un impero unitario dominato dalla propria
dinastia: Licinio nomina Cesare il proprio figlio, mentre Costantino i due figli Costanzo e Crispo.
La guerra tra i due viene inizialmente scongiurata da Costanza, sorella di Costantino e moglie di
Licinio, ma dopo pochi anni il conflitto esplode: Licinio accusa Costantino di sconfinamento, anche
se questo era avvenuto in occasione di una battaglia contro barbari invasori sulla linea di confine.
Costantino, dopo aver sconfitto il collega, nel 324 fa uccidere Fausta e Crispo, accusati di adulterio.
Dopo la sua morte l’Impero viene lasciato ai tre figli e ai due nipoti (Magnenzio e Decenzio):
iniziano i conflitti tra i Costantinidi. Costantino II muore per l’alleanza degli altri due e Costanzo II
riunifica l’Impero dopo aver vinto Costante, ma non riesce a governarlo da solo e decide di
affiancarsi un aiutante, facendo ricadere la scelta in ambito familiare: nomina come suo Cesare
Gallo, che però si dimostra immeritevole di fiducia ed eccessivamente tirannico, ragion per cui
viene presto fatto eliminare dall’imperatore. Giuliano viene allora nominato Cesare e si rivela leale,
perché aveva rifiutato l’acclamazione ad Augusto in seguito alla vittoria contro dei popoli
germanici invasori; Costanzo II però ci ravvede un’inesistente trama di Giuliano e marcia in Gallia,
dove viene sconfitto e ucciso.
Giuliano viene definito l’Apostata per l’abbandono della fede cristiana a favore della reintroduzione
del paganesimo; questo perchè l’insegnamento che aveva ricevuto era stato da pagani, che
l’avevano imbevuto di principii di filosofia greca, e soprattutto era stato testimone della crudeltà
che poteva scatenare la fede cristiana dall’esempio diretto della propria famiglia (dimenticandosi
delle brutalità di Licinio). Non è però esatto parlare di persecuzione vera e propria, ma si rifà
all’idea di Valeriano, che aveva mirato a colpire il clero per tentare di scardinare la Chiesa. Egli
muore però presto, combattendo contro i Germani.
E’ nominato imperatore Gioviano, eliminato nel giro di un anno perché colpevole di aver stabilito
una pace indegna con i Persiani. Segue Valentiniano I, che per affrontare le difficoltà di governo si
associa il fratello Valente e i due, cristiano il primo e ariano il secondo, regnano di comune accordo
rispettivamente sulla parte occidentale e su quella orientale. Valente, tuttavia, non ha figli maschi e
teme che quelli di Valentiniano possano scalzarlo. Nel 378 ad Adrianopoli non aspetta i rinforzi del
nipote Graziano, che si stava avvicinando a marce forzate dall’Occidente, per cui viene sconfitto e
cade in battaglia.

Teodosio viene lasciato in Oriente come imperatore, definito filobarbaro dai detrattori e filantropo
dai fautori. Il generale Arbogaste fomenta la ribellione e si autoproclama campione del paganesimo,
nominando imperatore un certo Eugenio. La rivolta sfocia nella battaglia del Frigido, da cui
Teodosio esce vittorioso e proclama il Cristianesimo religione di stato, rendendo il paganesimo
illecito (che non viene però perseguitato).
Alla sua morte l’Impero è diviso tra Onorio (Occidente) e Arcadio (Oriente); la prima pars si affida
solo a generali barbari, che nominano gli imperatori a loro graditi, mentre la seconda è più
compatta.

Sono improbabili le teorie recenti che attribuiscono la caduta dell’Impero ad un avvelenamento


collettivo da piombo (saturnismo) e la tesi del Gibbon che il primo scossone nella solidità delle
famiglie romane è stato causato dalla frattura religiosa (Cristianesimo), poi divenuta sociale, deve
essere sì presa in considerazione, ma come uno dei vari aspetti determinanti la caduta
dell’Occidente, tra cui troviamo anche le invasioni barbariche.