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Dal medioevo

all’età moderna

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L’EUROPA PRIMA DEL MILLE

Il sistema curtense: un’economia dipendente dalla terra


Negli ultimi secoli dell’alto Medioevo, cioè nei decenni attorno al Mille, l’Europa
era caratterizzata, dal punto di vista economico, dal sistema curtense e dal punto di
vista politico dal sistema feudale.
L’economia era essenzialmente agricola e la produzione di ogni ricchezza derivava
dalla terra. Questa era divisa in grandi proprietà, laiche o ecclesiastiche, lasciate per
lo più allo stato selvaggio: le zone coltivate erano una minoranza e generalmente
facevano capo a unità più piccole dette ville o curtes, da cui il nome di "economia
curtense". Tutta la terra apparteneva al signore, il quale gestiva direttamente,
attraverso i suoi amministratori, la parte migliore e dava in gestione la rimanente
alle famiglie contadine che vi abitavano. Sia che fossero servi, uomini del signore,
totalmente soggetti a lui e legati alla terra, sia che fossero giuridicamente liberi, i
contadini vivevano in una condizione economica di estrema miseria ed erano
soggetti a servizi obbligatori per il signore (le corvée) e al pagamento di pesanti
tributi.
L’agricoltura tecnicamente molto arretrata e lo scarsissimo rendimento della terra
erano alla base di un’economia di sussistenza in cui i contadini riuscivano a
produrre appena quanto bastava alla propria sopravvivenza e non vi era alcuna
accumulazione di sovrappiù (surplus). Gli scambi commerciali erano quasi nulli e
tutto il necessario alla vita della comunità veniva prodotto all’interno della curtis,
caratterizzata dunque, dal punto di vista economico, dalla chiusura e
dall’autosufficienza (autarchia).

Dal vincolo personale a un nuovo modello politico: il feudalesimo


L’economia curtense che abbiamo descritto è propria di quel tipo di organizzazione
politica e sociale che va sotto il nome di feudalesimo. Esso si costruì in Europa fra
il IX e l’XI secolo e si basò su un antico principio presente presso i franchi, le
popolazioni che si erano installate in quella parte dell’Impero romano che
corrisponde più o meno all’odierna Francia. Si trattava del vincolo reciproco che si
instaurava fra il sovrano e un uomo libero il quale gli giurava fedeltà e si dichiarava
suo uomo (vassallo) in cambio della protezione da parte del sovrano e di una terra
(feudo) che gli veniva data in usufrutto.
Carlo Magno fu il primo che, sul finire dell’VIII secolo, pensò di utilizzare questo
antico vincolo personale come un legame capace di tenere politicamente unito

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l’immenso territorio da lui
conquistato (Francia, Germania,
Italia settentrionale e area alpina),
che costituì il Sacro Romano
Impero. I suoi vassalli ebbero
così i feudi e il controllo
amministrativo di intere regioni
(contee, marche) e inoltre il
potere di “infeudare” altri uomini
liberi (valvassori), che a loro
volta fecero lo stesso con altri
(valvassini). In questo modo si
creò una catena, o piramide, di
legami di dipendenza personale
che andavano dal sovrano ai
grandi conti, ai duchi, alla piccola
nobiltà.
Quando però, con la morte di
Carlo Magno (814), l’autorità
centrale venne meno, si verificò
una sempre maggiore
frantumazione del potere (particolarismo feudale) dovuta al fatto che i feudatari più
potenti manifestarono la tendenza a comportarsi nei loro territori come sovrani
autonomi. Dopo lunghe lotte, i feudatari strapparono all’imperatore il diritto di
tramandare ai figli per via ereditaria il feudo, che così divenne loro proprietà e
non più una concessione in usufrutto che poteva anche venir meno. Essi vi
esercitarono funzioni politiche, riscuotendo le tasse anche dagli uomini liberi (non
solo le rendite dai loro servi) e amministrando la giustizia. Il rapporto di dipendenza
personale, che in origine era un patto privato fra due persone, divenne potere
pubblico. Questa fusione fra proprietà della terra ed esercizio del potere pubblico è
la caratteristica fondamentale del feudalesimo.
Il Particolarismo feudale fu l’ostacolo contro il quale per secoli combatterono re e
imperatori nel tentativo di affermare la propria autorità e di unificare i loro territori
sotto la stessa legge. L’esito dello scontro fu diverso nelle varie parti d’Europa:
mentre infatti in Francia e in Inghilterra l'autorità del re, con vicende diverse, alla
line si affermò e inizio a formarsi un potere centrale, lo Stato nazionale, in Germania
e in Italia il tramonto del feudalesimo avverrà molto più tardi e la frantumazione
politica inciderà per molti secoli ancora.

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Bisanzio e l’islam: i padroni del Mediterraneo
Il sistema feudale dominava nell’Europa occidentale: in Francia, in Inghilterra, nel
Sacro Romano Impero germanico. Ma bisogna ricordare altri due importanti
protagonisti del mondo medievale intorno al Mille: l’Impero romano d’Oriente e
l’Impero islamico.
Il primo aveva mantenuto
intatta la propria unità politica,
grazie a un forte potere
centrale e a un’economia
ancora florida.
Il secondo comprendeva tutta
la parte meridionale del bacino
del Mediterraneo e la Spagna,
cioè i vastissimi territori
conquistati dagli arabi dopo la
morte del profeta Maometto
(632), il fondatore dell’Islam.
L’Impero islamico era il vero
padrone del Mediterraneo e
aveva il monopolio assoluto
dei traffici con l’Estremo
Oriente: solo l’Adriatico e i mari greci erano lasciati alle navi bizantine. Al potere
sui mari si aggiungeva l’eccezionale forza di un Impero che, pur diviso in stati
spesso in conflitto fra loro, i califfati, godeva di una grande unità economica e
culturale e
rappresentava un
immenso spazio aperto
allo scambio di uomini,
merci, idee,
conoscenze.
Grande è il debito che
la nostra cultura ha
nei confronti della
civiltà araba. Gli
intellettuali islamici
portarono infatti in
Occidente i classici del
pensiero greco tradotti nella loro lingua e introdussero importanti innovazioni in
molti campi del sapere: dalla matematica alla geografia, dall’astronomia alla
medicina, all’agronomia. La civiltà islamica si rivelò per alcuni secoli assai più
raffinata e avanzata di quella europea.

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La Chiesa diventa un'importante punto di riferimento
Per completare infine il quadro della società dell’alto Medioevo e necessario
soffermarsi sul ruolo fondamentale che vi ebbero la religione cristiana e la Chiesa
cattolica. Rimasta il solo punto di riferimento unitario nel mondo occidentale dopo
il crollo dell’Impero romano, la Chiesa accrebbe sempre più la propria importanza
fino a divenire, nel corso dell’alto Medioevo, una grande potenza politica,
economica e culturale.
Un ruolo centrale in questo processo spettò al Monachesimo. I luoghi concreti in
cui si realizzò la funzione sociale e culturale della Chiesa furono infatti i monasteri BOX: Beneficio
che, dopo la fondazione da parte di Benedetto da Norcia, intorno al 525, dell’ordine ecclesiastico
benedettino, si diffusero a macchia d’olio in tutta Europa, sorgendo anche in zone libro di testo p. 164
come la Britannia e l’Irlanda, in cui il cristianesimo non si era ancora affacciato.
Inizialmente poveri, i conventi divennero ben presto, grazie alle donazioni dei fedeli
ricchi, grandi signorie fondiarie, ben condotte e produttive.
Ma i conventi soprattutto furono grandi centri di cultura nei quali i monaci
conservarono e tramandarono l’immenso patrimonio della civiltà antica, ricopiando
i testi greci e latini. L’unica cultura disponibile fu per tutto l’alto Medioevo quella
preservata nei conventi; a saper leggere e scrivere in quell'epoca erano
esclusivamente i cosiddetti chierici, che costituirono il ristretto ceto di intellettuali.
Essi composero anche opere originali, per lo più di contenuto religioso, utilizzando
il cosiddetto latino medievale la lingua universale della Chiesa, unificatrice del
pensiero e della cultura di tutta Europa e prodotta dall’evoluzione e dalla
semplificazione del latino classico.

La crisi dell’autorità centrale e il conflitto tra papato e Impero


Potenza economica sempre più forte, la Chiesa si andò però via via allontanando
dalla purezza spirituale fino a cadere, verso la fine del primo millennio, in una grave
crisi: i papi avevano perso autorità morale e il clero, per lo più corrotto, badava
molto più agli affari materiali che ai compiti spirituali.
Inoltre si era acceso un aperto conflitto fra il papa e l’imperatore poiché entrambi
tendevano a presentare il proprio potere come derivante da Dio e a concepirlo come
universale. Ciascuna delle due autorità affermava il diritto di controllare l’altra: nel
periodo di decadenza della Chiesa l’imperatore giunse persino a pretendere di poter
accettare o respingere la nomina del papa.
Ma nel X e nell’XI secolo si sviluppò in seno alla Chiesa un grande movimento di
riforma. La diffusione del nuovo ordine monastico, il cluniacense, rigoroso e colto,
e l'opera energica di Gregorio VII, papa tra il 1073 e il 1085, restituirono alla Chiesa
parte del prestigio perduto, cercando di riaffermare l’autorità pontificia nei
confronti dell’imperatore.
La lotta che si scatenò fu assai aspra e si svolse soprattutto sul territorio delle
investiture dei vescovi-conti, che entrambe le autorità pretendevano di nominare e
controllare. Solo nel 1122 si giunse a un compromesso (Concordato di Worms). Ma

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ormai nuovi attori entravano in scena - i mercanti, le città, i re - e l’universalismo
politico della società medievale si avviava al suo declino.

Dizionario
Feudalesimo: Il termine feudalesimo ha almeno tre significati diversi. Esso infatti indica:
a) il sistema politico-militare basato sul vassallaggio, cioè sul rapporto di dipendenza
personale fra un signore e coloro a cui egli affidava un feudo;
b) il sistema socio-economico, detto anche “modo di produzione feudale” basato sul lavoro
servile (cioè di contadini non mantenuti direttamente dal padrone, come gli schiavi nell’antichità,
ma privi di libertà e costretti a prestare gratuitamente dei servizi al padrone stesso);
c) un momento storico caratterizzato dalla frammentazione del potere politico che non viene
esercitato dalle istituzioni dello Stato, deboli o assenti, ma dai singoli feudatari.
Quando si utilizza questo termine è quindi necessario chiarire il significato che si intende attribuirgli.

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LA RINASCITA DOPO IL MILLE

Crescita demografica e aumento produttivo


Fu nell'XI secolo che la realtà sociale ed economica dell'Occidente feudale
incominciò a mutare profondamente volto. Innanzitutto, si verificò un forte aumento
demografico che in tre secoli portò la popolazione europea a raddoppiarsi. Inoltre, si
registrò un notevole aumento della produzione agricola dovuto sia al diboscamento
e quindi alla messa a coltura di nuove terre, sia alle innovazioni tecnologiche
introdotte nella coltivazione dei campi (diffusione degli attrezzi di ferro, uso
dell'aratro pesante, bardatura del cavallo che ne permise l'utilizzo nei lavori agricoli,
rotazione triennale delle colture). I due fenomeni furono strettamente intrecciati e si
influenzarono reciprocamente: da una parte la crescita della popolazione spinse a
cercare nuove fonti di sostentamento e mise braccia più numerose a disposizione
dell'agricoltura, dall'altra il miglioramento delle condizioni di vita e
dell'alimentazione contribuì all'aumento demografico.
Ma la trasformazione decisiva, quella che caratterizzò una nuova fase della civiltà
medievale, fu la rinascita delle città che per tutto l'alto Medioevo in Occidente, erano
sopravvissute a stento come centri di residenza vescovile, spopolandosi. Ora, con lo T2: Il Mediterraneo:
sviluppo dell'agricoltura, esse cominciarono ad assumere una nuova funzione spazio di commercio e
economica. Nelle campagne, infatti, si resero disponibili una serie di prodotti che incontro
potevano essere venduti e le città divennero il luogo dove smerciarli. Inoltre vi libro di testo p. 37
venivano fabbricati quei beni e strumenti nuovi che la curtis non era più in grado di
produrre.

La città diventa il centro di traffici e mercati


Le città vennero quindi assumendo un ruolo crescente di centro artigianale e di
mercato. All'economia chiusa della curtis si sostituì un'economia sempre più aperta,
basata sulla divisione
del lavoro fra città e
campagna. I centri
urbani non furono solo
il mercato del contado,
la regione agricola
circostante: essi
divennero anche il polo
di scambi a media e
lunga distanza che
avvenivano sia con
l'Estremo Oriente sia
all'interno dell'Europa
occidentale. Nei
maggiori centri
cittadini si svolgevano

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delle fiere periodiche che richiamavano mercanti da tutta Europa e che divennero ben
presto i momenti centrali della vita economica. La ricomparsa del mercato e dello
scambio portò inoltre con sé una ripresa della circolazione monetaria, lo sviluppo di
forme di pagamento moderne - cambiali, lettere di credito - e la diffusione del credito,
cioè del prestito contro interesse.
Queste novità incisero profondamente sul modo di pensare, sulla mentalità collettiva:
il mercante, fino ad allora disprezzato dalla cultura dominante, divenne gradualmente
una figura di primo piano; una nuova classe sociale - la borghesia - e i suoi valori
incominciarono a far breccia nel mondo feudale.

La nascita e l‘affermazione del Comuni


Ma non fu solo in campo economico che la rinascita delle città mise
progressivamente in crisi il sistema feudale. Essa portò anche alla costruzione di
nuove strutture politiche, autonome dal potere del feudatario e talora anche del re o BOX: Libertà
dell'imperatore. A queste strutture si dà il nome generale di Comune, raccogliendovi libro di testo p. 50
esperienze anche molto diverse. Esso era, all'origine, una associazione privata, una
coniuratio (giuramento comune) tra i rappresentanti delle famiglie più influenti della
città, che aveva come obiettivo la difesa di interessi privati e la conquista di
autonomie rispetto al feudatario (per esempio, non sottostare a un determinato
tributo).
Ben presto però i Comuni iniziarono a esercitare il potere politico all'interno delle
città, creando organi di governo: un consiglio, l'assemblea dei cittadini che eleggeva
i magistrati (i consoli) che rimanevano in carica un anno. Fu questa la forma del
Comune consolare che in seguito, nel corso del XIII secolo, verrà sostituito dal
Comune podestarile, retto cioè da un podestà chiamato da fuori per tenere a freno le
lotte che si scatenarono fra i diversi gruppi sociali della città.
I fondatori dei Comuni francesi e tedeschi furono i rappresentanti della borghesia,
artigiani, commercianti, banchieri, medici, notai ecc.; in Italia fu invece la piccola e
media nobiltà che, trasferitasi dalla campagna in città, costruì le prime associazioni
e offrì al Comune i suoi primi nuclei dirigenti.
Attraverso lunghe e sanguinose lotte contro il potere imperiale (come quella condotta
contro Federico Barbarossa, sconfitto a Legnano dai Comuni della Lega lombarda
nel 1176) i Comuni affermarono la loro autonomia e consolidarono il loro controllo
prima sulle città e, in un secondo tempo, sul contado.

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LA VITA POLITICA NEL DUECENTO

Le lotte all’interno dei comuni


Il XIII secolo è caratterizzato dall’evoluzione politica dei Comuni, dalla crisi dei
grandi poteri universalistici (impero e papato) e dalla nascita degli stati nazionali.
Nel corso del Duecento lotte fra gruppi
sociali diversi insanguinarono le città e
portarono alla costituzione del Comune
podestarile. Queste lotte, che avevano
come obiettivo la conquista del potere e il
controllo degli organi di governo
comunali, si scatenarono fra le diverse
famiglie nobiliari inurbate e soprattutto
fra la borghesia cittadina, il popolo, e le
famiglie aristocratiche, i magnati. Con lo
sviluppo dell'economia urbana, infatti, gli
“uomini nuovi” (commercianti,
banchieri, artigiani, professionisti) erano
divenuti potenti e premevano per avere
l'accesso al governo della città. Nel corso
del XIII secolo in quasi tutti i Comuni
italiani essi ottennero il potere accanto
alle antiche famiglie nobiliari.
Lo strumento fondamentale dell'ascesa
della borghesia furono le corporazioni,
che svolgevano anche il ruolo di regolare
la vita economica del Comune attraverso
il controllo delle esportazioni, delle
importazioni e della produzione delle
merci. Grazie a questa fondamentale
funzione economica, esse vennero ben
presto ad avere un forte potere politico.
Per esempio a Firenze, nel l293, l'alta
borghesia, o “popolo grasso”, si assicurò il potere stabilendo, con gli Ordinamenti di
giustizia elaborati da Giano Della Bella, che gli incarichi pubblici potevano essere
BOX: Le corporazioni
assegnati ai soli membri delle corporazioni maggiori o mediane. Furono così esclusi
libro di testo p. 26
dal governo sia l’aristocrazia (le famiglie nobiliari più influenti furono addirittura
scacciate dalla città) sia i ceti sociali inferiori, il “popolo minuto", costituito dai
salariati.
BOX: Il “popolo” nei
Intorno alla metà del Duecento i Comuni consolidarono la loro autonomia e comuni italiani
accrebbero la loro forza anche in seguito al fallimento del progetto, concepito libro di testo p. 73
dall'imperatore Federico II, di fondare in Italia uno Stato forte e accentrato,
abbattendo ogni potere -feudale, ecclesiastico, comunale- che si dichiarasse
autonomo. Tuttavia lo scontro tra il papa e l’imperatore portò a nuove divisioni

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interne e a nuovi conflitti fra i Comuni. Si erano infatti create due fazioni: i guelfi,
alleati del papa, e i ghibellini, paladini dell’imperatore, distinzione che perse ben BOX: I guelfi e i
presto il suo significato ideologico e servì a esprimere conflitti interni fra le classi ghibellini in Italia
cittadine e interessi contrastanti fra Comuni concorrenti. libro di testo p. 87

Il ruolo della Chiesa e le Crociate


Di fronte al progressivo affermarsi della nuova cultura e della nuova mentalità
cittadine, la Chiesa fu nuovamente costretta a mettersi in discussione e a rinnovarsi.
Il papa Innocenzo III volle ristabilire la piena autorità del pontefice sia all’esterno sia
all’interno della Chiesa. Contro l'imperatore Federico II riaffermò il principio che
ogni potere veniva da Dio e che quindi ogni sovrano doveva sottomettersi al papa,
rappresentante di Dio in terra. All'interno, servendosi del tribunale dell'Inquisizione
(fondato nel 1232), represse duramente i movimenti ereticali che si erano sviluppati
tra i ceti popolari delle città e che contestavano la corruzione e la ricchezza della
Chiesa, ne mettevano in discussione l’autorità e predicavano il ritorno alla purezza
evangelica.
Alle nuove aspirazioni spirituali la Chiesa reagì anche esprimendo al suo interno
nuove forze, in primo luogo gli ordini mendicanti: l’ordine domenicano, fondato nel
1216 da Domenico di Guzmán, e l'ordine francescano, la cui regola fu dettata da
Francesco d’Assisi e venne riconosciuta dal papa nel 1223. Francescani e
domenicani, pur con percorsi diversi, si posero il comune obiettivo di sconfiggere
l’eresia attraverso la predicazione e l’esempio della povertà, svolgendo un ruolo di
grande importanza nella vita cittadina e riportando nel seno della Chiesa le esigenze
di rinnovamento spirituale.
La straordinaria presenza e influenza della Chiesa nel mondo medievale è
testimoniata anche dalle crociate, le spedizioni armate promosse per strappare agli
arabi il controllo della Terrasanta e liberare il Santo Sepolcro dalle mani degli
“infedeli”. Le prime tre crociate, che si svolsero fra il 1095 e il 1192, videro
l'entusiastica adesione della cristianità, le successive spedizioni persero quasi del
tutto il loro significato religioso. La valutazione che gli storici danno del fenomeno
delle crociate è complessa. Se esse infatti non raggiunsero lo scopo di scacciare gli
arabi dalla Palestina, tuttavia ebbero una grande importanza dal punto di vista
economico-sociale e culturale, poiché diedero impulso ai contatti e agli scambi
commerciali fra Europa e Asia e contribuirono a diffondere in Occidente la cultura
araba, più avanzata di quella europea.

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LA CRISI DEL TRECENTO

Diminuisce la produzione agricola


Nel corso del Trecento gli equilibri sui quali si era retta la società medievale andarono
in crisi ed essa parve raggiungere i propri limiti. La crisi fu innanzitutto di carattere
economico e investì prevalentemente le campagne. Qui si era rotto quel rapporto
favorevole tra popolazione e risorse che era stato alla base della rinascita dopo il
Mille, quando i due fattori costituiti dall’aumento della popolazione e dall'incremento
della produzione agricola si erano influenzati reciprocamente in modo positivo.
Ormai le nuove terre messe a coltura erano povere e poco redditizie, mentre, d'altra
parte, le tecniche agricole non avevano subito alcuna innovazione rispetto a quelle di
due secoli prima. Le risorse alimentari, dunque, scarseggiavano e bastò qualche
annata di cattivo raccolto per creare vere e proprie crisi di carestia. La denutrizione
indebolì la resistenza fisica della popolazione diminuendone le difese di fronte alle
spaventose epidemie di peste che per ben tre volte nel secolo mieterono centinaia di
migliaia di vittime.

Carestie e crisi demografica provocano tensioni e rivolte


Un distruttivo ciclo di carestie-epidemie fece sì che alla fine del Trecento la
popolazione europea fosse dimezzata, molte terre e villaggi abbandonati, la crescita
delle città interrotta. Questa situazione provocò forti tensioni nelle campagne, dove
il numero dei contadini era diminuito, non solo per effetto di carestie ed epidemie,
ma anche per la tendenza ad abbandonare i villaggi per trasferirsi in città, dov'era più
facile trovare da sfamarsi.
Da una parte i lavoratori rimasti chiedevano salari più alti, dall'altra i proprietari
terrieri, di fronte alla diminuzione delle rendite, tendevano a sfruttare maggiormente
i contadini. Ne nacquero sanguinose rivolte tra le quali una delle più violente fu
quella scoppiata in Francia nel 1358, detta jacquerie dall'appellativo di Jacques le
Bonhomme “Giacomo buonuomo”, come in modo sprezzante i nobili usavano
indicare i contadini. Le rivolte nelle campagne furono represse nel sangue, ma resero
difficile alla nobiltà feudale di gran parte dell'Europa l'aumento dei canoni d’affitto.
Le rendite dei proprietari terrieri diminuirono così sensibilmente e molti nobili, non
più in grado di fronteggiare la crisi, trasferirono alla borghesia cittadina parte dei loro
possedimenti fondiari.

Le tensioni sociali si estendono alle città


Anche se con dieci-venti anni di ritardo rispetto alle campagne, la crisi colpì pure la
società commerciale e artigianale urbana. La diminuzione delle rendite dei
proprietari terrieri e l’impoverimento dei contadini provocarono una forte
contrazione dei consumi, di merci di lusso e di prodotti artigianali. I profitti di
mercanti e artigiani si restrinsero, i prezzi divennero molto instabili e frequenti le

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svalutazioni monetarie (diminuzione del contenuto di oro e di argento nelle monete)
operate dai sovrani.
Anche all'interno delle città la crisi economica provocò un inasprimento dei conflitti,
come quello che nel 1378 a Firenze, vide il “popolo minuto” (gli appartenenti alle
Arti minori e i salariati) schierato contro la borghesia o “popolo grasso”. Fu una vera
e propria rivolta che, dal nome degli operai cardatori di lana, prese il nome di rivolta
dei Ciompi e che portò, anche se per poco tempo, i rappresentanti popolari per la
prima volta al governo della città.

La crisi dei poteri universalistici


Dopo la metà del Duecento, successivamente al fallimento del progetto di Federico
II di ricostruire il dominio imperiale in Italia, si aprì per l’impero una fase di grande
debolezza: l’autorità dell’imperatore era ormai quasi solo nominale e non riusciva
più a imporsi né sui grandi feudatari né sulle città. L'evoluzione dell'impero nel corso
del XIV secolo lo portò di fatto a rinunciare alle pretese di dominio universale e ad
allentare il suo legame con l'Italia e con il papato, avviandosi a costituire un
organismo politico essenzialmente tedesco che, pur sempre fragile e frantumato,
divenne tuttavia più compatto che in precedenza.
Anche l’altro grande potere universalistico, il papato, attraversò un periodo di crisi
profonda. Vi fu il tentativo da parte di papa Bonifacio VIII di riaffermare il primato
del pontefice su ogni altra autorità temporale, ma esso si scontrò con la dura
opposizione del re di Francia Filippo il Bello, che giunse a fare imprigionare il
pontefice. Alla morte di Bonifacio (1303) fu eletto papa un cardinale francese e la
sede pontificia fu trasferita in Provenza, ad Avignone, dove rimase quasi settant'anni,
sotto il controllo dei sovrani francesi, attraversata da gravi fenomeni di corruzione e
perdita di spiritualità. Questo periodo controverso della storia del papato fu chiamato
“Cattività avignonese”.

Si rompe l’unità della Chiesa


Forti esigenze di rinnovamento spirituale e di riforma della Chiesa si diffusero allora
in tutta Europa, preparando gli sviluppi futuri del protestantesimo e della riforma
cattolica. Ma la Chiesa cadde in una crisi ancora più grave con il Grande scisma
d’occidente, che divise la cristianità tra il 1378 e il 1417 e che portò all'elezione di
due papi, uno a Roma, l'altro eletto dal clero francese.
Quando, durante il Concilio di Pisa del 1409 si tentò di restaurare l’unità della chiesa
e si decise di deporre i due pontefici eleggendone un terzo, si arrivò ad una situazione
paradossale: i primi due rifiutarono di dimettersi e vi furono per alcuni anni
addirittura tre papi. Solo alla metà del Quattrocento la Chiesa ritroverà la sua stabile
unità, ma le esigenze di rinnovamento rimaste insoddisfatte apriranno nel mondo
cristiano nuove lacerazioni, insieme a nuove strade.

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L’AFFERMAZIONE DELLO STATO MODERNO
L'accentramento territoriale del potere
Tra il XIV e il XVII secolo si venne consolidando in Europa quella forma di
organizzazione politica che va sotto il nome di Stato moderno. Questo tipo di Stato
è una forma storicamente determinata di organizzazione del potere caratterizzata da
alcune fondamentali particolarità, che indichiamo di seguito. Nel mondo feudale il
potere era decentrato e frammentato: il signore comandava, a seconda del proprio
rango nella gerarchia feudale, all'interno del feudo; il re esercitava totalmente il suo
potere solo sui territori appartenenti alla corona e faticava a imporre la sua autorità
al di fuori di essi.
Caratteristica essenziale dello Stato moderno è, viceversa, la capacità di imporre
un'unica volontà e il rispetto della legge nei confronti di tutti i cittadini e sull'intero
territorio nazionale. Questo tipo di Stato non ammette dunque l'esistenza di altri
poteri superiori o alternativi al proprio (e infatti, storicamente esso si è affermato
conducendo una lunga lotta contro il potere ecclesiastico e contro le grandi signorie
feudali)
L'apparato burocratico e amministrativo
Se il potere si accentra, si rendono necessari funzionari, uffici, istituzioni capaci di
gestirlo: gli amministratori, i giudici, gli esattori delle imposte, le autorità locali.
Quanto più aumenta la complessità delle funzioni che spettano allo Stato, tanto più
cresce in volume e importanza il corpo di funzionari preposti a svolgerle: la
burocrazia. Questo termine ha assunto oggi, nel linguaggio comune, un significato
negativo: è sinonimo di lentezza, sprechi, inefficienze. Ma non bisogna dimenticare
che la burocrazia ha svolto una funzione decisiva nell'evoluzione della struttura
politica statale. Anche nella monarchia feudale vi erano sovrintendenti o ufficiali del
re, ma nello Stato moderno avviene che, lentamente, al rapporto personale con il
sovrano si sostituisce il rapporto impersonale con il potere pubblico: i funzionari non
eseguono la volontà del re in quanto persona, ma del re in quanto espressione della
sovranità dello Stato. È il primo passo sulla via che porterà a separare la funzione
pubblica dalla persona che la esercita: oggi, nelle organizzazioni politiche evolute, lo
Stato non si identifica con il suo capo (sia esso un re o un presidente), né il governo
con il presidente del Consiglio.
L'esercito permanente
Nel mondo feudale la guerra era un affare riservato alle classi superiori e il re BOX: Come cambia il
chiamava a raccolta i suoi cavalieri in caso di necessità: con l'età moderna le cose modo di fare la guerra
mutano: lo sviluppo degli armamenti e delle tecniche (armi da fuoco, artiglierie) e
libro di testo p. 119
anche le dimensioni e la durata dei conflitti richiedono agli stati di attrezzarsi in modo
nuovo. Se in gran parte le guerre vengono condotte assoldando di volta in volta
truppe di soldati mercenari, si avvia contemporaneamente la tendenza a costituire i
primi nuclei stabili di un esercito nazionale permanente. L'esercito diviene un
elemento essenziale della forza dello Stato: solo l'esercito permette infatti al sovrano BOX: Condottieri e
di imporre la sua volontà all'interno e di sostenere l'urto con le altre potenze compagnie di ventura
all'esterno. libro di testo p. 157

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Il sistema fiscale
Mantenere una struttura burocratica e militare richiede evidentemente delle risorse
ed è quindi necessaria l'organizzazione di un sistema di prelievo fiscale. Nelle epoche
precedenti, il monarca feudale sosteneva tutte le spese per l'esercizio del potere
utilizzando il suo patrimonio personale; le fonti alle quali attingeva erano le rendite
signorili e le imposte indirette (dazi, tasse sui consumi), le uniche che venivano
considerate normali. Le imposte dirette cioè i prelievi sul reddito avevano infatti
carattere straordinario, eccezionale: erano un “aiuto” che, nel quadro degli obblighi
inerenti al rapporto di dipendenza personale, i vassalli dovevano al loro signore. La
storia dello Stato moderno coincide in gran parte con la lotta per imporre un sistema
di tassazione indiretta e diretta esteso e regolare. Un sistema di tassazione di questo
tipo, infatti, permette allo Stato di esercitare la propria autorità, dal momento che essa
è strettamente vincolata alla sua capacità di spesa.
La formazione degli stati nazionali in Europa BOX: Il Parlamento

Nel corso del XIV e XV secolo si vengono consolidando i grandi stati nazionali libro di testo p. 51
europei: la Francia, l’Inghilterra, la Spagna e il Portogallo. In Francia e in Inghilterra
la nascita dello Stato nazionale
avvenne attraverso l’accentramento
del potere nelle mani di un sovrano,
che poco per volta riuscì ad assumere
il controllo di tutto il territorio,
sottraendolo ai vecchi signori feudali.
Naturalmente questo processo non fu
pacifico e, sia in Francia sia in
Inghilterra, provocò sanguinosi
conflitti tra le famiglie più potenti che
ambivano ad assumere il comando
dello Stato.

In Spagna e in Portogallo si
presentano situazione diverse. Dopo la
definitiva cacciata degli arabi (1212),
il Portogallo completò rapidamente la
propria unificazione e diresse la sua
attenzione verso le coste atlantiche
dell’Africa.
In Spagna emersero i due regni di
Castiglia e di Aragona, entrambi
scossi da profonde lotte sociali, che ne
minarono l’unità fino al XV secolo. Fu
solo nel 1469, con il matrimonio di
Ferdinando d’Aragona e Isabella di
Castiglia, che furono gettate le basi per
l’unificazione del paese. Nel giro di
14
pochi anni la Spagna iniziò la propria espansione nel mondo nuovo e si avvia a
diventare la massima potenza europea.

La situazione italiana: gli stati regionali


L’Italia, in cui si erano consolidati 5 stati
simili a quelli europei, ma con base territoriale
molto più ristretta (il ducato di Milano, le
repubbliche di Venezia e Firenze, lo Stato
della Chiesa, il Regno di Napoli), nella prima
metà del Quattrocento fu travagliata da
profondi conflitti, dovuti soprattutto ai
tentativi delle due repubbliche e del Ducato di
Milano di espandere i propri confini. Solo
nella seconda metà del secolo, sotto la
pressione del pericolo rappresentato
dall’espansionismo turco, che minacciava i
mari italiani, si avvia una politica di equilibrio
dei confini, gestita con abile regia da Lorenzo
de’ Medici, la cui famiglia si era nel frattempo
imposta alla guida di Firenze.
Ma una politica di compromesso, per quanto
abile, non poteva risolvere le contraddizioni di
fondo della situazione italiana. Gli stati
regionali erano da un lato esempi straordinari
di sviluppo economico e culturale: la
produzione artigianale, dopo la crisi del XIV
secolo, era ripresa a pieno ritmo; i banchieri
italiani dominavano in campo finanziario;
all’interno delle corti principesche fioriva la
splendida cultura rinascimentale.
Dall’altro lato, proprio la ristretta dimensione
territoriale e l’effetto disgregante dei conflitti
politici condannavano l’Italia degli stati regionali a un incolmabile ritardo storico
rispetto alle grandi monarchie nazionali d’oltralpe e alle loro potenti strutture
politiche e militari.
Alla morte di Lorenzo de' Medici, avvenuta nel 1492, il precario equilibrio da lui
costruito crollò: approfittando del contrasto esploso tra il duca di Milano Ludovico
Sforza, detto il Moro, e il re di Napoli Ferdinando d’Aragona, il giovane re di Francia
BOX: Il cannone
Carlo VIII scese in Italia, nel 1494, per riconquistare il regno di Napoli che era
appartenuto agli Angioini fino al 1442. Carlo VIII non incontro, in un primo tempo, libro di testo p. 227
alcuna resistenza e solo l’anno successivo una lega di principi italiani lo sconfisse a
Fornovo, costringendolo a ritornare precipitosamente in Francia.

15
Ma quattro anni dopo il nuovo sovrano francese Luigi XII si impadronì del Ducato
di Milano, aprendo una nuova fase di conflitti. Il segnale era ormai chiaro: l’Italia si
presentava come una terra di conquista per le potenti monarchie nazionali.

Il tentativo di restaurazione imperiale di Carlo V


In una situazione in rapido sviluppo come quella descritta si colloca il grandioso
tentativo di Carlo V d’Asburgo di rifondare un impero universale di stampo
medievale. Per ragioni in parte fortuite, legate alla politica matrimoniale della Casa
d’Asburgo, il giovane Carlo V si trovò a ereditare nel 1516 la corona di Spagna e
successivamente riuscì a farsi eleggere imperatore. Egli divenne così padrone di un
territorio immenso, che comprendeva la Spagna e le colonie spagnole in America, i
Paesi Bassi, l’Austria, la Germania, l’Ungheria, la Boemia, il ducato di Milano, il
Regno di Napoli, la Sicilia e la Sardegna.
Pur trovandosi in possesso di un impero così grande, Carlo V era però in difficoltà: i
territori del suo impero erano infatti molto diversi fra loro, presentavano problemi
differenti, tali da mettere in
pericolo l’unità dello Stato. In
particolare, la riforma
protestante, di cui si parlerà in
seguito, offriva ai principi
tedeschi l’occasione per
ribellarsi all’autorità
dell’imperatore che mal
tolleravano.
La Francia, d’altro canto, era
letteralmente circondata dai
territori dell’imperatore e,
sotto la guida del suo re
Francesco I, intraprese una
serie di guerre per limitare la
potenza di Carlo V.
Il progetto di Carlo V si rivelò
quindi immancabilmente
destinato al fallimento. Nel 1555, l'imperatore fu costretto ad abdicare e a dividere i
suoi immensi domini fra il figlio Filippo II, a cui andarono la Spagna con le sue
colonie, i Paesi Bassi, il Regno di Napoli e il ducato di Milano, e il fratello
Ferdinando I, a cui rimasero la corona imperiale e tutti gli altri territori.

16
DALL'UMANESIMO AL RINASCIMENTO

Una nuova concezione dell’uomo e del mondo


Con il termine Rinascimento gli storici moderni sono soliti designare un periodo
compreso tra l'inizio del XV secolo e la metà del XVI secolo contraddistinto
dall’affermarsi di un nuovo ideale di vita e di una straordinaria fioritura degli studi e
delle arti. Si tratta di un complesso fenomeno storico, culturale ed economico che
marca il passaggio dal Medioevo all'età moderna e che, in campo politico, vede BOX: Umanesimo e
l’ascesa della borghesia e il consolidarsi delle signorie in Italia e del sistema Rinascimento
assolutistico degli stati nazionali in Europa. Il Rinascimento affonda le sue radici libro di testo p. 224
negli ultimi decenni del XIV secolo. In questa prima fase, convenzionalmente
denominata Umanesimo, ha inizio quel processo di recupero delle culture greca e
latina che caratterizzerà anche il secolo successivo, e che si nutre della febbrile
ricerca di antichi codici e manoscritti nelle biblioteche dei monasteri medievali.
Autori del periodo classico come Aristotele, Socrate, Platone, Cicerone, Tacito,
Seneca tornano a essere studiati, e le loro opere alimentano una feconda linfa di
pensiero che preparerà il superamento della cultura medievale, insegnando agli
intellettuali il gusto per la ricerca incentrata sul valore assoluto della sapienza umana.
Sviluppatosi principalmente in Italia, l'Umanesimo (che ebbe due eccezionali
precursori in Petrarca e Boccaccio) realizzò un netto superamento della mentalità
medievale, criticandone sia il principio di autorità sia l'idea che i dati della ragione
debbano per forza sottostare ai principi della religione. L'interesse per il mondo
antico fece sì che gli umanisti si mettessero alla ricerca di codici da tempo dimenticati BOX: La “prospettiva”
e, una volta riportate alla luce le opere, le sottoponessero a indagine scientifica. rinascimentale
Nacque una nuova disciplina, la filologia, che divenne strumento per fondare la
libro di testo p. 219
conoscenza storica su presupposti razionali. Non a caso fu un filologo, il romano
Lorenzo Valla, a provare la falsità di uno dei più celebri documenti dell'antichità, la
cosiddetta Donazione di Costantino, un testo apocrifo, opera probabilmente di un
monaco medievale, secondo il quale l'imperatore romano Costantino avrebbe
concesso alla chiesa l'Italia meridionale e l'intera Europa. L'importanza della scoperta
fu pari solo alla rilevanza storica del documento; esso infatti era servito per
legittimare il potere temporale dei pontefici e, negandone l'autenticità, si minavano
alle fondamenta le pretese politiche della chiesa.
L'attenzione per il passato classico si volse anche alle antichità greche: il pensiero di
Platone trovò nuova popolarità grazie alla rilettura che di esso fece il filosofo toscano
Marsilio Ficino, autore anche di preziose traduzioni da Omero, Orfeo ed Esiodo.
L'opera di Ficino ebbe un ruolo fondamentale nella storia della cultura; per vari secoli
i dotti europei conobbero infatti Platone e il neoplatonismo quasi solo attraverso le
traduzioni e i commenti ficiniani. Ma quei testi ebbero anche un'importanza più
ristretta: da essi trasse i suoi stimoli più vivi l'ambiente raffinato della Firenze
medicea dove la filosofia di Ficino si incarnò idealmente in dipinti come la
Primavera di Botticelli e in opere letterarie come le Stanze di Poliziano.
Nel contesto della cultura umanistica germogliarono istanze di rinnovamento
religioso che trovarono il massimo esponente in Erasmo da Rotterdam: i suoi raffinati
17
studi sulla cultura antica si legarono intrinsecamente con la proposta di riformare i
costumi della chiesa, al fine di ricreare un cristianesimo depurato dalla mediazione
teologica e riportato a un nucleo di purezza evangelica.
L'Umanesimo infine pose le premesse per la fondazione della scienza moderna, che
doveva prendere come metro di misura l'uomo e la sua capacità di costruire con le
sole forze razionali una verità libera da ipoteche religiose o teologiche. Ne derivò
una concezione antropocentrica dell'universo, che si trasmise al mondo degli artisti
preparando la stagione del grande Rinascimento italiano, caratterizzato in campo
pittorico e architettonico da personaggi quali Leonardo, Piero della Francesca,
Giorgione, Tiziano, Raffaello, Botticelli, Brunelleschi, Donatello, Michelangelo, in
campo letterario da nomi come Ludovico Ariosto, Torquato Tasso e Niccolò
Machiavelli. La passione per le arti figurative e per l'architettura si trasmise a principi
e papi, i quali, fattisi generosi mecenati, finanziarono grandiosi progetti di
ristrutturazione edile e architettonica. Tra le diverse città che dalla seconda metà del
Quattrocento cambiarono volto vi furono Urbino e Pienza: gli interventi sulla prima
iniziarono sotto il duca Federico di Montefeltro, nel 1465, ed ebbero come punto
saliente il rifacimento del palazzo Ducale, trasformato dall'architetto Luciano
Laurana in uno dei gioielli dell'arte rinascimentale. A Pienza invece Bernardo
Rossellino, al servizio di Enea Silvio Piccolomini, il futuro papa Pio Il, progettò una
radicale ristrutturazione del preesistente borgo medievale sulla base delle idee
espresse da Leon Battista Alberti nel suo trattato in dieci libri De re aedificatoria.

I nuovi rapporti tra scienza e tecnica


Nel Rinascimento si instaurarono fecondi scambi tra scienza e tecnica, nel senso che
la ricerca scientifica si impegnò per la soluzione di problemi pratici e portò
all'invenzione di strumenti e macchinari che contribuirono all'evoluzione della
società del tempo. La studio del corpo umano condusse per esempio alla nascita di
una nuova scienza, l'anatomia, che aprì la strada a fondamentali scoperte, come
quella sulla circolazione del sangue, e favorì lo sviluppo della medicina. Fu grazie ad
Andrea Vesalio (1514-1564), nome italianizzato del fiammingo André van Wesele,
che si diffuse la pratica di sezionare i cadaveri per avere una più precisa cognizione
dell'anatomia umana.
Dall’osservazione del cielo effettuata con strumenti ottici più potenti e con rinnovato
spirito critico l'astronomia subì un profondo rivolgimento: Nicola Copernico, uno
studioso polacco che si era formato in Italia, propose di sostituire al sistema
geocentrico di Tolomeo quello eliocentrico: egli cioè intuì sulla base di calcoli
matematici che era la Terra a ruotare attorno al Sole e non viceversa, come si era
creduto per tutto il Medioevo. Le teorie copernicane ebbero un impatto straordinario
sul mondo cinquecentesco e costituirono la base delle successive ricerche condotte
dallo scienziato pisano Galileo Galilei (1564-1642), che nel XVII secolo riuscì a
dimostrare la fondatezza del sistema eliocentrico attraverso l'uso di un potente
cannocchiale che lui stesso aveva messo a punto.

18
Un prodotto della cultura urbana
Gli ideali dell'Umanesimo e del Rinascimento trovarono larga accoglienza nelle corti
delle Signorie e dei Principati, microcosmo e specchio della società, dove fornirono
l'impronta ai consumi e allo stile di vita delle aristocrazie. Il Rinascimento italiano
fu essenzialmente un prodotto della cultura urbana, in particolare di quelle città, come
Firenze, Mantova, Milano, Ferrara, Venezia, Urbino, Modena, Parma, che assursero
a capitali politiche dei principati. Il fatto che i mercanti presenti in questi centri
avessero intensi traffici finanziari e commerciali con tutta Europa aiuta a
comprendere la straordinaria irradiazione del nostro Rinascimento. Infatti, tra il XVI
e il XVII secolo, la cultura italiana si diffuse in tutto il continente, propiziando un
generale rinnovamento dell'identità europea. Affermandosi a Parigi e nei centri
principali della Francia, così come nelle libere città della Germania meridionale, nella
ricca Borgogna e nelle severe università inglesi, gli ideali rinascimentali
contribuirono a cementare un comune contesto religioso e politico: sotto il segno di
una grande cultura laica, Umanesimo e Rinascimento diedero un'impronta di alta
civiltà all'Europa che stava uscendo dal Medioevo e le fornirono un modello di
creatività culturale e di serietà scientifica destinato a protrarsi molto a lungo nel
tempo.

19
LA CONQUISTA DEL NUOVO MONDO

I viaggi di esplorazione
Il 2 ottobre 1492 il genovese Cristoforo Colombo, partito due mesi prima da Palos
con tre caravelle equipaggiate dalla regina Isabella di Spagna e con l’obiettivo di
raggiungere l'Asia da oriente,
approdò nelle Bahamas stabilendo
il primo contatto con il continente
americano (le Indie occidentali).
Lo stesso Colombo in altri
successivi viaggi, Amerigo
Vespucci nel 1499, Giovanni e
Sebastiano Caboto nel 1497-98,
accertarono l'esistenza di un
continente "nuovo" (non l'Asia,
come si era creduto in un primo
momento) che stendeva le sue
coste da nord a sud per oltre 15 000
chilometri. L'avvenimento della
"scoperta" dell'America da parte di
Cristoforo Colombo è stato
considerato a tal punto
caratteristico del mondo moderno
e significativo per la sua storia da
venire usato per fissare la data
d'inizio dell'età moderna. È
indubbio che il fenomeno
complessivo di cui Colombo fu
protagonista e simbolo (la scoperta-conquista del mondo da parte dell'Europa) si
rivelò decisivo per la storia dei secoli successivi. Esso modificò completamente le
dimensioni entro le quali viveva l'uomo medievale; creò le condizioni per
l'unificazione del mondo sotto il
segno della potenza economica e
militare del capitalismo europeo;
impresse al corso della storia quel
carattere “planetario”, mondiale, che è
oggi uno dei dati fondamentali della
realtà in cui viviamo.

Quali ragioni diedero l'impulso


decisivo a questa impresa e quali
condizioni la resero possibile?
Ragioni commerciali, innanzitutto: si
trattava di aprire una nuova via di
20
traffici con l'Oriente (una via che doveva essere necessariamente marittima, dato il
costo e la lentezza delle vie terrestri già percorse da Marco Polo due secoli prima)
superando l'impedimento rappresentato dall'espansione dell'Impero ottomano e
sottraendo ai veneziani il monopolio dell'importazione dei prodotti orientali (sete,
gemme e metalli preziosi, avorio, legni pregiati, materie coloranti e, soprattutto,
spezie, ricercatissime per l'alimentazione, la preparazione dei farmaci e la
conservazione dei cibi). Si poteva pensare di raggiungere questo obiettivo
circumnavigando l'Africa, nell'ipotesi che l'oceano Indiano non fosse un mare chiuso
e questa fu la via metodicamente cercata dai portoghesi per tutto il XV secolo;
oppure, audacemente, si poteva pensare di navigare verso occidente in base
all'ipotesi, ormai largamente accettata dagli scienziati, della sfericità della Terra per
raggiungere il Giappone (il favoloso Cipango descritto da Marco Polo nel Milione)
e di qui l'oceano Indiano: e fu questa la via di Colombo.

Si afferma una nuova cultura


Ma queste esigenze commerciali non sarebbero state soddisfatte senza l'intervento di
altri fattori, che dobbiamo brevemente ricordare. Sul piano della cultura e della
mentalità, in primo luogo, l'affermarsi dei nuovi ideali di vita umanistici e
rinascimentali (la curiosità verso il mondo terreno, la fiducia nelle possibilità e
capacità dell'uomo, l'esaltazione dell'esperienza e della scoperta) spinse gli europei
ad affrontare le profondità dell'oceano e dell'ignoto, da sempre oggetto di attrazione
e insieme di terrore.
A ciò si legavano strettamente nuove acquisizioni tecnico-scientifiche: la migliore
conoscenza delle caratteristiche del globo, i progressi della cartografia,
l'avanzamento nelle tecniche di navigazione (bussola magnetica, sfruttamento del
regime dei venti, perfezionamento nella costruzione delle navi).
Vi è, infine, l'aspetto delle condizioni politiche: in prima fila, nella gara delle
scoperte, troviamo Genova che le conquiste ottomane e il monopolio veneziano
avevano emarginato dal Mediterraneo orientale, spingendola a ricercare nuove vie e,
soprattutto, i due regni di Portogallo e Spagna. La presenza delle monarchie nazionali
iberiche non è casuale e non soltanto per ragioni di collocazione geografica: solo
grandi stati unitari erano infatti in grado di finanziare una politica di esplorazioni che
aveva costi molto alti e, nel breve periodo, non compensati dai profitti; era inoltre
forte, per queste unità politiche di recente formazione, la spinta a ricercare fonti di
ricchezza, in primo luogo oro e metalli preziosi, capaci di sostenere le crescenti spese
che lo Stato centralizzato, con la sua burocrazia, il suo esercito e le sue guerre,
richiedeva. La scoperta del "nuovo mondo" fu quindi, sin inizio, una questione
politica: e la conquista europea del pianeta (che raggiungerà il suo punto massimo
alla fine dell'Ottocento) vedrà sempre indissolubilmente intrecciati gli interessi
economici dei privati (la borghesia capitalistica mercantile e industriale) con quelli
politici delle grandi potenze coloniali.

21
La feroce guerra di conquista degli europei

Gli spagnoli effettuarono una vera e propria conquista dei territori scoperti, a partire
dalle isole dell'America centrale, dove era sbarcato Colombo. Nel 1519 Ferdinando
Cortez iniziò la conquista del regno degli Aztechi, nel Messico, e tra il 1532 e il 1536
Francisco Pizarro colonizzò il regno degli Incas, nella parte nord-occidentale
dell'America Latina.

Le tre maggiori civiltà precolombiane i Maya, stanziati nell'attuale Yucatan e


Guatemala e dal XIII secolo soggetti agli aztechi, e gli Incas avevano in comune
alcuni tratti caratteristici, che formavano un singolare intreccio di sviluppo e
arretratezza: civiltà essenzialmente agricole, disponevano di un’agricoltura non
evoluta, che non conosceva l'aratro, ma era tuttavia capace di valorizzare i rendimenti
di alcune coltivazioni fondamentali sconosciute in Europa (in primo luogo il mais e Imparare dalle fonti:
Due diversi modi di
la patata) e di assicurare la sopravvivenza alimentare delle popolazioni. Assai
considerare gli indios
arretrate dal punto di vista tecnologico (non conoscevano la ruota), queste civiltà
erano però in grado di costruire monumentali città ad alta quota (per esempio le libro di testo p. 269
capitali Tenochtitlan e Cuzco) e di lavorare con grande raffinatezza i metalli preziosi.
Non possedevano un sistema di scrittura, ma avevano elaborato complesse forme di
misurazione del tempo (famoso è il calendario maya) basate su avanzate conoscenze
astronomiche. Dal punto di vista sociale, a una struttura di vere e proprie caste
privilegiate (imperatore, sacerdoti, nobili guerrieri), al cui mantenimento
provvedevano i contadini, si affiancava la proprietà comune della terra, che
apparteneva alle comunità rurali e di villaggio.
La gestione del potere era fortemente accentrata e autoritaria, ma le strutture dello
Laboratorio
Stato erano in realtà deboli, frazionate in una molteplicità di famiglie e tribù spesso
storiografico:
in lotta fra loro e con il sovrano. Queste contraddizioni spiegano probabilmente,
almeno in parte, come i conquistadores, inizialmente poche centinaia di uomini, Il vaiolo e la conquista
del nuovo mondo
poterono avere ragione con relativa facilità di società complesse e popolate
(l'America centrale contava parecchie decine di milioni di abitanti, con densità di libro di testo p. 284
popolazione talora anche molto elevate). La violenza dei conquistadores e la
superiorità tecnica assicurata loro dalle armi da fuoco si assommarono alla debolezza
politica e militare (ma probabilmente anche psicologica e culturale) delle civiltà
indigene, determinandone il rapido crollo.
Direttamente uccisi nella conquista (che ebbe carattere di brutalità inaudita), resi
schiavi e obbligati a lavori a cui non erano abituati, decimati dalle malattie importate
dall'Europa, gli indios subirono un vero e proprio genocidio (si stima che il loro
numero alla fine del Cinquecento fosse sceso a quattro milioni) e la loro civiltà
scomparve.

22
LA RIFORMA PROTESTANTE E LE SUE CONSEGUENZE

La crisi della Chiesa medievale

II 31 ottobre 1517 il monaco agostiniano Martin Lutero (1483-1546) affisse alla porta
della cattedrale di Wittenberg le "95 tesi" con cui dava il via all'ondata della Riforma
protestante. Nel suo documento Lutero esprimeva esigenze e fermenti da lungo
tempo esistenti nel corpo della cristianità.
Quali furono, in sintesi, le cause e le condizioni che portarono alla Riforma? In primo
luogo, certamente, la crisi della Chiesa medievale: crisi politica (nel rap-porto tra il
pontefice e i nuovi stati nazionali), culturale (per l'emergere della cultura umanistica,
tendenzialmente laica) e soprattutto spirituale, a causa del distacco tra la "testa" della
cristianità (il papa e la corte pontificia) e il corpo dei fedeli, che si era approfondito
nel corso del XV secolo. In effetti, la Chiesa romana quattrocentesca aveva assunto
le caratteristiche dello "Stato" moderno - come le monarchie nazionali d'oltralpe o i
principati - rivolgendosi sempre più intensamente alle faccende italiane e
disinteressandosi progressivamente delle chiese europee.
Il papato si "mondanizzava” e non poteva più rispondere alle esigenze di
rinnovamento che provenivano dal corpo stesso della cristianità. Con le sue tesi
Lutero intendeva, in primo luogo protestare contro la corruzione della Chiesa e in
particolare contro la cosiddetta vendita delle indulgenze. Quella delle indulgenze –
le remissioni parziali o totali delle pene da scontare in purgatorio - era una pratica
consolidata nella Chiesa cattolica: esse venivano concesse a fronte di donazioni o
altre opere meritorie compiute dai fedeli. Nel 1517 il papa Leone X promosse una
grande indulgenza, al fine di sostenere le spese per la costruzione della basilica di
San Pietro e concesse al vescovo di Magdeburgo e Halberstadt, Alberto di
Hohenzollern, che si era indebitato con i banchieri Fugger per acquisire anche il
vescovado di Magonza, di trattenere il 50 per cento degli introiti derivanti dalle
indulgenze "vendute" sui suoi territori. Contro questa speculazione, che portava il
denaro dei fedeli nelle casse dei banchieri, insorse Lutero, contestando la pratica delle
indulgenze e anche il potere del papa di rimettere le pene del Purgatorio.

Ma Lutero non si fermò qui; nel conflitto, prima cauto e poi aspro, che lo oppose alla
Chiesa di Roma, il monaco agostiniano elaborò una vera e propria dottrina alternativa
a quella cattolica: “altri hanno attaccato la vita [della chiesa cattolica], io attacco la
dottrina” affermò. Intendeva che non si scagliava solo contro gli errori della Chiesa,
ma contro l’intera dottrina del Cattolicesimo.

Una particolare visione del rapporto fra l’uomo e Dio

Secondo il pensiero di Lutero, Dio è maestra suprema, l’uomo peccato: una distanza
infinita li separa. Il Cattolicesimo tenta di avvicinare l’uomo a Dio, ma in questo
modo esalta troppo il primo mi avvilisce il secondo. Da questa idea centrale derivano
23
conseguenze decisive: la prima è che, per la salvezza dell’uomo, conta solo la fede,
che è dono di Dio. Le opere, le buone azioni - che nella visione cattolica sono BOX: Un giodizio di Karl
fondamentali per la salvezza - non servono a guadagnare la vita eterna. Il destino di Marx su Martin Luthero
ciascun uomo - salvezza o dannazione - è già deciso dall’infinita potenza di Dio:
libro di testo p. 248
l’uomo è predestinato. La svalutazione delle opere conduce Lutero a ridurre
drasticamente l’importanza e il ruolo della Chiesa e dei suoi ministri i sacerdoti: se
l'uomo trova la salvezza nell'interiorità della sua anima, non vi è bisogno di sacerdoti
che facciano da intermediari fra l'umano e il divino. Tutti i fedeli sono sacerdoti di
BOX: Stampa, riforma e
se stessi (dottrina ·del sacerdozio universale), tutti sono in grado di accedere
alfabetizzazione
direttamente all'unica fonte di verità, le Sacre scritture, e di interpretarle (dottrina del
libero esame). Solo la Bibbia e il Vangelo, in quanto parola di Dio, sono infallibili: libro di testo p. 249
il cristiano non deve accettare nessun'altra parola, nemmeno quella del papa.
I sacerdoti - per Lutero - non sono dunque figure "speciali", caratterizzate da una
particolare investitura divina, ma individui ai quali la comunità dei fedeli ha delegato
particolari compiti: guidare alla lettura della parola divina e organizzare la vita
religiosa. Essi dovranno lavorare, sposarsi, avere dei figli, assolvere come ogni altro
uomo ai propri doveri.

Anche i sacramenti - che nella visione cattolica rappresentano un anello di


congiunzione tra il divino e l'umano - sono da Lutero ridotti di importanza e numero:
solo il battesimo e l'eucaristia sono ammessi in quanto simboli spirituali della grazia.
È da sottolineare la compresenza di due diversi elementi: da un lato il profondo
pessimismo riguardo l'uomo e la sua capacità di salvarsi, con un'accentuazione della
grandezza incommensurabile di Dio che ci riporta in piena atmosfera medievale e
antiumanistica; dall'altro, dottrine come il sacerdozio universale e il libero esame e
una visione della religione come fatto interiore, spirituale, non rituale, che appaiono
invece di grande modernità.

L’affermazione della riforma

Per quale ragione le tesi del monaco tedesco, invece di passare inosservate o di
procurare al loro autore una condanna per eresia, diedero inizio a un movimento
irreversibile che aprì in Europa un secolo di laceranti conflitti religiosi? Ciò accadde
anche perché molti prìncipi tedeschi appoggiarono Lutero, insoddisfatti della potenza
economica della Chiesa tedesca (i domini dei vescovadi e delle abbazie coprivano in
Germania oltre un terzo dei territori) e del continuo drenaggio di ricchezze tedesche
verso Roma da parte della corte pontificia. Inoltre, la lotta di Lutero contro il
cattolicesimo e il papa rappresentava una buona occasione per contestare l'autorità
dell'imperatore, che era di osservanza cattolica.

Carlo V, impegnato nella guerra contro i francesi e contro i turchi, tentò,


alternativamente, di riconciliare cattolici e luterani e di sconfiggere questi ultimi. La
vera e propria guerra di religione che ebbe luogo tra l'imperatore e i prìncipi e le città
protestanti si concluse con la pacificazione di Augusta (1555), con la quale si
24
ammetteva che i principi potessero scegliere quale religione professare, cattolica o
luterana, mentre i sudditi erano sempre tenuti a seguire la confessione religiosa del
loro sovrano. La pacificazione di Augusta, contemporanea alle abdicazioni di Carlo
V, segnalava dunque anche sul piano interno il fallimento del progetto universalistico
imperiale.

Nei decenni seguenti la Riforma dilagò in altre regioni d'Europa (in Francia, in
Olanda, in Inghilterra). Nelle sue diverse forme (luteranesimo, calvinismo,
anglicanesimo ecc.) essa sancì la definitiva rottura dell’unità del mondo cristiano che
aveva caratterizzato la civiltà medievale.

La Controriforma cattolica

Nella parte Meridionale dell'Europa, dove la Riforma non si diffuse, si aprì l'epoca
della cosiddetta Controriforma. All'interno della Chiesa cattolica prevalse la linea
che tendeva a rispondere allo scisma luterano serrando le fila in difesa dell'ortodossia
e combattendo senza cedimenti il protestantesimo. Furono questi, in sostanza, i
risultati del Concilio di Trento che si tenne, con varie interruzioni, tra il 1545 e il
1563. La linea dei riformatori venne sconfitta e le speranze di rinnovamento andarono
in gran parte deluse.

Il Concilio respinse - dal punto di vista della dottrina - le affermazioni luterane del
libero esame e del primato della fede sulle opere; riaffermò il valore della tradizione, BOX: L’Indice dei libri
la validità di tutti i sacramenti, il carattere sacramentale del sacerdozio, proibiti
l'insostituibilità dell'insegnamento della Chiesa nell'interpretazione delle Sacre libro di testo p. 339
scritture. Nello stesso tempo, fissò importanti principi di moralizzazione della vita
del clero (divieto di cumulare le cariche, miglioramento nell'istruzione dei sacerdoti)
nonché l'obbligo del celibato ecclesiastico (che sempre più spesso veniva disatteso).

Se da un lato la Chiesa uscì dal Concilio di Trento come un organismo saldo e


compatto, in grado di fronteggiare la nuova situazione creata dall'affermazione degli
stati moderni e dalla Riforma, dall'altro sviluppò un irrigidimento dogmatico, un
rifiuto delle nuove correnti culturali, scientifiche e filosofiche (ricordiamo il processo
per eresia a Galileo Galilei): perciò si usa in genere, per indicare il cattolicesimo
postridentino, il termine controriforma, divenuto sinonimo di un atteggiamento e di
un clima culturale chiusi e intolleranti.

Tra gli strumenti che la Chiesa cattolica si diede per attuare la sua politica ne vanno BOX: Ghetto
ricordati almeno tre: i primi due hanno carattere nettamente repressivo, e cioè
libro di testo p. 350
l'istituzione del Santo Uffizio dell'inquisizione generale romana (1542) - un
organismo che accentrava a Roma l'opera di controllo dogmatico e di repressione
delle eresie - e l'Indice dei libri proibiti (1557), che raccoglieva le opere la cui lettura
veniva vietata.

25
Più complesso è il discorso sulla Compagnia di Gesù, il nuovo ordine religioso
fondato nel 1534 dallo spagnolo Ignazio di Loyola (1491-1556). Caratteristiche
fondamentali del nuovo ordine erano il principio dell’obbedienza assoluta (sia al
papa che ai gradi superiori della gerarchia dell'ordine, capeggiata dal generale); la
grande preparazione culturale, che metteva i gesuiti in condizione di confrontarsi con
i vertici della cultura europea e di svolgere un'incessante opera educativa, anche
all'interno delle corti principesche e reali; infine, la concezione del cristianesimo
come milizia, come impegno da attuarsi nel mondo in difesa della fede. Sulla base di
questi principi organizzativi e religiosi i gesuiti divennero la "punta di diamante" del
cattolicesimo moderno, non solo in senso difensivo, ma facendo nuovi proseliti e
suscitando nuove energie.

Le guerre di religione

L’affermazione della Riforma provocò in tutta Europa un'ondata di sanguinosissime


guerre di religione, in cui naturalmente le motivazioni religiose convivevano con
altre più schiettamente politiche.

In Spagna, il re Filippo II si propose come campione della Controriforma e decise di BOX: L’espulsione degli
espellere dallo Stato tutti coloro che professassero religioni diverse da quella ebrei dalla penisola
cattolica. Già nel 1492 Isabella di Castiglia aveva costretto alla fuga o alla iberica
conversione tutti gli ebrei spagnoli; Filippo II si comportò allo stesso modo nei libro di testo p. 191
confronti dei moriscos, cioè dei discendenti degli arabi che per secoli avevano
controllato la penisola iberica. Il suo impegno si esplicò anche in politica estera:
Filippo II contribuì in maniera decisiva alla lotta contro l'espansionismo turco, che
culminò nella famosa battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571) in cui la flotta turca fu
distrutta da una flotta di navi spagnole e veneziane; tentò con minor successo di
imporre il suo assolutismo sui Paesi Bassi, che tradizionalmente godevano di larga
autonomia e dove si era diffuso il calvinismo. Il suo intervento provocò una ribellione
e una lunga guerra, che condusse alla nascita di due stati: il Belgio, cattolico, a sud,
e le Province unite olandesi, protestanti, a nord.

In Inghilterra il conflitto fra cattolici e protestanti si concluse solo con l'avvento al


trono di Elisabetta I Tudor (1558), salita al trono dopo la morte di Maria Tudor, detta
la Sanguinaria per il suo tentativo di imporre il cattolicesimo con la forza. Elisabetta
dovette poi anche fronteggiare l'ostilità di Filippo II, che vedeva messa in pericolo la
propria supremazia dal crescente sviluppo della marina inglese. L’occasione dello
scontro fu la decisione di Elisabetta di giustiziare la cugina Maria Stuart, regina di
Scozia, cattolica, che tramava ai suoi danni con Filippo II. Nel 1588 l'Invincibile
armata spagnola fu sconfitta nelle acque della Manica dalle navi inglesi comandate
da Francis Drake: incominciava così la decadenza della Spagna e l'ascesa economica
dell'Inghilterra.

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In Francia le guerre di religione furono favorite dalla momentanea debolezza della
monarchia e furono alimentate dagli intrighi della Spagna e dell'Inghilterra che
tentavano di acquisire il controllo del paese. Questi conflitti si conclusero solo
quando Enrico di Borbone, ugonotto, si convertì al cattolicesimo e riuscì in tal modo
a farsi riconoscere legittimo re di Francia. La "conversione" di Enrico IV destò
scandalo, ma le sue ragioni sono bene riassunte nella frase famosa che gli venne
attribuita: «Parigi val bene una messa!» Infatti la posta in gioco nel conflitto non era
tanto di ordine religioso, quanto politico: la sopravvivenza stessa della monarchia e
dell'unità politica francese. Enrico IV riuscì a presentare il potere del monarca - e
quindi dello Stato - come il solo capace di far cessare la guerra civile e di pacificare
il paese. Così, nel 1598, il sovrano emise il fondamentale Editto di Nantes, che
garantiva agli ugonotti libertà di culto in tutta la Francia eccetto Parigi, sanciva la
parità di diritti civili fra cattolici e ugonotti concedeva a questi ultimi il controllo di
un centinaio di città fortificate autonome (la più importante delle quali era La
Rochelle). Con l'editto di Nantes Si ammetteva per la prima volta che confessioni
religiose diverse potevano convivere all'interno del medesimo Stato.

Una lunga fase di conflitti

I conflitti che segnarono tutta la seconda metà del Cinquecento culminarono nella
guerra dei Trent'anni (1618-1648) che al tempo stesso chiuse il periodo delle guerre
di religione e aprì quello dello scontro fra le grandi potenze. Da un lato l’Impero e la
Spagna, dall’altro i principi tedeschi protestanti, la Danimarca, l'Olanda e la Svezia
(alle quali si aggiunse dal 1635 la Francia, interessata a contrastare la potenza della
Spagna e degli Asburgo) si affrontarono in un conflitto di vaste proporzioni,
combattuto ormai con i metodi della guerra moderna, che costò alle popolazioni
europee devastazioni e massacri senza precedenti.

La pace di Vestfalia, che nel 1648 pose termine alla guerra, sancì risultati di grande
importanza storica. Venne infatti definitivamente sconfitto il progetto di restaurare
l'unità politica tedesca sotto la corona imperiale, mentre la Francia si avviava ad
assumere un ruolo da grande potenza. La Spagna, che nel secolo precedente aveva
raggiunto il vertice del suo splendore, entrava in una fase di irreversibile declino. Il
risultato più significativo fu però soprattutto che il problema religioso europeo
trovava finalmente una sistemazione a livello politico, con l’accettazione, di fatto,
della compresenza di diverse fedi.

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