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Le guerre sannitiche (343-290 a.C.


  Guerre sannitiche, Repubblica, Roma, Roma antica, Sanniti
«La città di Capua, con le sue terre e i suoi Santuari, si consegna in completa dedizione ai Romani e
domanda loro amicizia perpetua e soccorso immediato!» Così dissero gli ambasciatori del popolo di
Capua. Era l’anno 343 avanti Cristo: la città di Capua si sentiva minacciata dai Sanniti (un popolo che
abitava il Sannio, territorio corrispondente all’attuale Molise, parte dell’Abruzzo e della Campania), i
quali miravano alla conquista della Campania.
La supplica degli ambasciatori di Capua non poteva giungere a Roma più opportuna: da due anni, e cioè
dopo la vittoriosa guerra combattuta contro i Volsci, i Romani andavano meditando di ampliare le loro
conquiste lungo il litorale tirrenico. I Senatori romani non esitarono quindi a promettere il loro aiuto alla
città di Capua. I Sanniti non rimasero però indifferenti di fronte all’alleanza tra Roma e Capua, e
s’affrettarono a dichiarare guerra ai Romani. Il conflitto, iniziato nel 343 a.C., durò oltre cinquant’anni
(fino al 290 a.C.) e passò alla storia col nome di “guerre sannitiche”.

Primavera del 342 avanti


Cristo. L’esercito romano e quello sannitico si trovano impegnati in due grandi battaglie: una presso il
monte Gauro, a nord-ovest di Napoli, l’altra nei pressi della città di Caudio. L’esercito romano che
combatte presso il monte Gauro è al comando del console Valerio Corvino.
Da più giorni i legionari del console Valerio vanno tentando di sconfiggere gli avversari impegnandoli
in accaniti combattimenti. I Sanniti non solo non recedono, ma infliggono ai Romani gravissime perdite.
Deciso a non darsi per vinto, il console Valerio si pone egli stesso in prima linea e, con la spada in
pugno, ordina ai suoi soldati di seguirlo. Spronati dall’esempio del coraggioso console, i legionari
romani assalgono con tale impeto gli avversari che, dopo alcune ore di furioso combattimento, li
costringono a darsi alla fuga. La battaglia del monte Gauro è finalmente vinta.
Nello stesso tempo, nei pressi di Caudio, il console Cornelio Cosso, spintosi tra i monti con tutto
l’esercito, è rimasto accerchiato dai Sanniti in una stretta valle. La sconfitta dei Romani appare ormai
irreparabile. Ma a Decio Mure, un semplice tribuno militare, non pare che la situazione sia tanto
disperata. Accortosi che nella valle sorge un erto colle, egli pensa che, se una parte dell’esercito
riuscisse ad occupare quell’altura, potrebbe minacciare di lassù il campo dei Sanniti. Saputo il piano di
Decio Mure, il console affida immediatamente al tribuno il comando della difficile impresa.
In piena notte, marciando nel sottobosco, Decio Mure e alcune migliaia di legionari riescono ad
occupare l’altura senza farsi notare dai nemici. Il valoroso tribuno decide allora di agire prima che
giunga l’alba: ordina ai suoi soldati di assalire di sorpresa il vicino campo nemico. Quando le sentinelle
sannite danno l’allarme è ormai troppo tardi: i soldati di Decio Mure hanno già posto piede nel campo
avversario e l’esercito del dà console Cornelio Cosso si accinge a sferrare l’offensiva. Assaliti su due
fronti, i Sanniti si danno a precipitosa fuga. Non essendo più in grado di continuare la guerra, essi sono
costretti a chiedere la pace e a riconoscere ai Romani il dominio su Capua.

Tanto i Romani che i Sanniti non avevano


però abbandonato il proposito di conquistare la Campania. I primi ad agire sono i Romani: nel 327 a. C.,
essi occupano la zona dell’odierna Napoli. La reazione dei Sanniti è però immediata: affidato il
comando dell’esercito a un grande condottiero, Caio Ponzio, lo inviano in Campania contro le truppe
romane.
I primi cinque anni di guerra sono favorevoli ai Romani: essi riescono persino ad occupare buona parte
del Sannio. Vista l’impossibilità di sconfiggere i Romani in battaglia, Caio Ponzio tenta allora di
vincerli con l’astuzia. Nel 321 a. C., fatte ritirare le sue truppe sui monti, presso Caudio, egli fa spargere
la notizia che si è portato ad assediare Lucera (nell’Apulia), una città alleata di Roma. Non sospettando
l’inganno, i Romani accorrono in aiuto della città minacciata e, per giungere più presto, decidono di
prendere la strada più breve che passa per Caudio e che, proprio vicino alla città, entra in una valle
stretta e profonda, chiusa fra due gole strettissime, dette Forche Caudine.
Tra quei monti e all’uscita della valle, Caio Ponzio aveva nascosto i suoi soldati. Attraversata la prima
gola e percorsa la valle, i soldati romani trovano l’uscita bloccata da macigni e decidono di retrocedere,
per tentare di ripassare da dove sono entrati. Inutilmente: i Sanniti hanno occupato nel frattempo anche
quella gola. Circondati da ogni parte, i soldati romani tentano con disperato valore di aprirsi un varco,
ma sono costretti a resa. Un gran numero di Romani (ben 40 000) cadono prigionieri nelle mani dei
Sanniti!

Dopo la grande vittoria sui


Romani, Caio Ponzio scrive al padre, famoso per la sua grande saggezza, per chiedergli come avrebbe
dovuto trattare i nemici caduti in suo potere.
Il saggio vecchio risponde: «O ucciderli tutti o rimandarli tutti salvi a Roma. Nel primo
caso, prima che i nemici abbiano ricostruito un esercito così numeroso ci vorrà del
tempo, e ci lasceranno perciò in pace; nel secondo caso avremo per sempre la loro
gratitudine».  Ponzio decide allora di rimandarli tutti salvi e Roma, ma vuole prima che si
sottopongano a una grande umiliazione: li costringe a passare curvi e disarmati sotto il «giogo», ossia
sotto una lancia legata trasversalmente ad altre due piantate nel terreno. Il Senato Romano vuole riparare
immediatamente a una sconfitta così indegna e invia subito un nuovo esercito contro i Sanniti. La lotta è
ripresa con accanimento ma solo nel 304 i Romani ottengono presso la città di Bovianum (oggi in
Molise) una grande vittoria. Nella pace che ne segue i Sanniti devono riconoscere ai Romani il possesso
della Campania.
Ma anche i Sanniti non sono un popolo da arrendersi tanto facilmente. Eccoli infatti prepararsi
immediatamente alla riscossa. Quando, nel 298 a.C., Etruschi, Umbri e Galli, desiderosi di abbattere la
potenza romana, si riuniscono in una lega per combattere contro Roma, i Sanniti si affrettano ad allearsi
con loro. Con l’aiuto questi popoli, essi sperano di piegare per sempre i loro grandi rivali. I Romani non
si perdono d’animo: a così grande pericolo, rispondono con fulminea rapidità. Formati tre eserciti, ne
mandano uno in Etruria contro gli Etruschi; il più numeroso in Umbria, dove è concentrato il maggior
numero di nemici lasciando il terzo a difendere di Roma.
Tale strategia si mostra subito indovinatissima: gli Etruschi abbandonano gli alleati e accorrono a
difendere la loro terra. Lo scontro decisivo, detta battaglia delle nazioni, che vede impegnati 35
000 Romani contro 50 000 alleati, ha luogo a Sentinum (oggi nelle Marche). La battaglia infuria per tre
giorni consecutivi: alla fine i Sanniti vengono pienamente sconfitti.

Impressionati dalla schiacciante vittoria


romana, Etruschi, Umbri e Galli depongono le armi e trattano la pace con Roma. La battaglia
di Aquilonia vinta dai Romani nel 293 a.C. è considerata la fine delle guerre sannitiche, sebbene gli
scontri non cessarono del tutto: la sconfitta impedì tuttavia ai Sanniti di risollevarsi militarmente in
maniera significativa ed essi cessarono quindi di essere un pericolo per la supremazia di Roma sulla
penisola. Dopo mezzo secolo di durissime lotte, il valoroso popolo sannita è costretto a sottomettersi
alla potenza di Roma. Anche i popoli dell’Italia centrale, che si sono schierati dalla parte dei Sanniti,
devono seguire la medesima sorte. Così, al termine delle guerre sannitiche (290 a. C.), il dominio di
Roma si estende su parte dell’Etruria, dell’Umbria, della Sabina, del Sannio e della Campania.
La prima delle tre guerre sannitiche fu breve e si concluse con la rinuncia dei
Sanniti alla Campania.

La seconda guerra sannitica


326-304 a.C., la seconda guerra sannitica – Nel 328 a.C. i Romani fondarono
la colonia di Fregelle, presso l’odierna Ceprano, nella valle del Liri, in una
posizione strategica molto importante; nel 326 occuparono Napoli sbarrando
quindi ai Sanniti qualsiasi espansione verso la costa. I Sanniti reagirono riaprendo
le ostilità.

La seconda delle tre guerre sannitiche fu estenuante e sanguinosa, dall’esito a


lungo incerto. I Sanniti, infatti, erano militarmente preparati, muniti di armature
leggere per non intralciare la velocità di movimento e schierati in formazioni
flessibili, seppero sfruttare la conoscenza e l’abilità di combattimento sul loro
territorio montuoso (gli Appennini).

Proprio in seguito a uno di questi difficili scontri avvenne l’episodio delle Forche


Caudine(321 a.C). I Romani, accerchiati dai Sanniti nella gola di Caudio, presso
l’odierna Benevento, dovettero arrendersi e i soldati, gli ufficiali e anche i consoli
dovettero passare disarmati sotto un giogo formato da lance sannite. Per Roma si
trattò di una scottante e umiliante sconfitta.

Seguirono alcuni anni di tregua, che Roma sfruttò al meglio:

 riorganizzò il suo esercito. Le legioni infatti passarono da due a quattro; la tradizionale


struttura oplitica, cioè la fanteria pesante adatta a scontri frontali in campo aperto, fu
sostituita da un’organizzazione più agile, basata su trenta manipoli di due centurie ognuno;
 perseguì una strategia di accerchiamento dei Sanniti, attraverso l’alleanza militare con
popolazioni confinanti (Apuli, Marsi, Peligni) e la fondazione di colonie ai confini del
territorio nemico;
 costruì la prima grande via militare di Roma, la via Appia, che poteva convogliare
rapidamente rifornimenti e truppe da Roma a Capua.

Le ostilità si riaprirono nel 316 a.C. Dopo alterne vittorie e sconfitte, i Sanniti
chiesero la pace nel 304 a.C., ponendo fine alla seconda delle tre guerre
sannitiche.

La terza guerra sannitica


298-290 a.C., la terza guerra sannitica – La guerra riprese nel 298 a.C. e su
scala più ampia, dato che i Sanniti strinsero un’alleanza con Etruschi, Galli Senoni
e Umbri.
Roma, però, impedì che gli avversari congiungessero le loro forze; infatti le due
vittorie romane fondamentali avvennero una al nord e una a sud: la prima
a Sentino (295 a.C.), nelle odierne Marche; la seconda ad Aquilonia (293 a.C.),
nel Sannio.

Nel 290 a.C. i Sanniti si arresero e stipularono una pace che li rendeva alleati di
Roma.

Con la vittoria sui Sanniti, i Romani conquistarono una posizione egemonica in


tutto il centro-sud.

PRESTO LA POLITICA ESPANSIONISTICA DI ROMA L’AVREBBE PORTATA A


SCONTRARSI PRIMA CON PIRRO (PER UN APPROFONDIMENTO LEGGI ROMA IN
GUERRA CONTRO PIRRO CLICCA QUI) E POI CON CARTAGINE (PER UN
APPROFONDIMENTO LEGGI SUL SITO STUDIA RAPIDO LA PRIMA GUERRA
PUNICA, LA SECONDA GUERRA PUNICA, LA TERZA GUERRA PUNICA).

LE GUERRE PUNICHE (264 - 146 A.C.)


Le guerre puniche furono una serie di tre guerre combattute fra
Roma e Cartagine tra il III e II secolo a.C. che si risolsero con la
totale supremazia di Roma sul mar Mediterraneo, supremazia
diretta nella parte occidentale e controllo per mezzo di regni
a sovranità limitata nell'Egeo e nel mar Nero.
Sono conosciute come puniche in quanto i romani
chiamavano punici i Cartaginesi. A sua volta il termine punico è una
corruzione di fenicio, come Cartagine è una corruzione del
fenicio Qart Hadash (città nuova).
I rapporti tra Roma e Cartagine furono cordiali finché Roma non fu
una potenza navale e commerciale e finché quindi i suoi interessi
furono limitati all'Italia continentale. Sia o no autentico il trattato che
Polibio ci dice stretto fra le due città il primo anno della repubblica
romana (509 a. C.) e si debba quindi riportare a tale data o piuttosto
al 348 a. C., secondo vuole invece la tradizione di Diodoro, il primo
accordo giuridico fra esse, è certo che una solida base per la loro
amicizia stava da un lato nella comune rivalità con gli Etruschi,
dall'altro nella convenienza per i Romani che in Sicilia e quindi
indirettamente nell'Italia meridionale la forza degli stati greci fosse
controbilanciata da quella punica. La solidarietà si era fatta
naturalmente più stretta con l'intervento di Pirro in Italia, minaccioso
per i Cartaginesi come per i Romani, e perciò l'apparizione di una
flotta cartaginese a Ostia nel 279 a.C. venuta a promettere nel
modo più significativo l'aiuto di Cartagine (sancito in un nuovo
trattato del medesimo anno) ebbe parte decisiva nel persuadere i
Romani alla prosecuzione nella guerra dopo le sconfitte di Eraclea
e di Ausculo. Ma doveva essere appunto conseguenza logica,
sebbene apparentemente paradossale della lotta contro Pirro, che,
condotta a fondo in nome della solidarietà punico-romana, dovesse
creare la condizione di fatto per quella rivalità, che non finì se non
con la distruzione di una delle contendenti.
La sconfitta di Pirro a Maleventum sancì il definitivo ingresso di
Roma, che arrivò così a controllare saldamente l'Italia centro-
meridionale nel novero delle grandi potenze del Mediterraneo.
Roma si venne a trovare pressoché a contatto diretto con il territorio
cartaginese in Sicilia, ciò che non poté mancare d'insinuare
irrequietezza nelle relazioni tra i due stati. Inoltre, sempre in
conseguenza della conquista, la sfera degl'interessi che toccava a
Roma di tutelare si era enormemente allargata. È difficile dire
quanto direttamente in Roma si sentissero allora gl'interessi
commerciali, sebbene sia evidente che le prospettive economiche
nuove né erano trascurate né di conseguenza potevano mancare di
farsi sentire nella politica. Ma poi spettava ora a Roma tutelare la
floridità delle città commerciali e marinare del Mezzogiorno
nell'interesse della stessa floridità di Roma. Infine l'impeto di
conquista che fino allora aveva portato avanti Roma, non si poteva
fermarsi davanti allo stretto di Messina. Il tacito accordo per cui
Cartagine aveva lasciato indisturbata Roma nell'espansione in
Italia, mentre Roma lasciava indisturbata Cartagine nella sua
espansione in Africa, in Sicilia, Sardegna, Corsica e nella Spagna
meridionale, si spezzava nel momento in cui i campi d'azione dei
due imperialismi venivano a interferire.
 
Prima guerra punica (264 - 241 a.C)

La prima guerra punica fu principalmente una guerra


navale. L'interferenza fu quasi materialmente provocata da un invito
a Roma dei mercenarî campani (Mamertini), che tenevano Messina
dal 289 a.C. e dopo aver chiesto aiuto ai Cartaginesi per salvarsi da
Gerone di Siracusa, pensarono di potersi liberare dal presidio
cartaginese rivolgendosi ai Romani.
Roma era impegnata nella pacificazione del territorio sannita e
nell'inizio di espansione nella Pianura Padana per cui era riluttante
a impegnarsi in Sicilia. Cartagine invece inviò subito una squadra
navale. La conquista di Messina gettava segnali favorevoli nella
secolare lotta con Siracusa, Cartagine poneva finalmente piede
anche nel settore orientale dell'isola. Probabilmente vedere
Cartagine a poche miglia dalle coste del Bruttium appena
conquistato dovette creare qualche apprensione nel Senato romano
che acconsentì a inviare soccorsi a Messina. Questo andava contro
il trattato del 300 a.C. che vietava gli interventi di Roma in Sicilia.
Cartagine dichiarò guerra. Visto il pericolo, si alleò con la sua
nemica storica, Siracusa, contro Roma ed i Mamertini.
I Romani, riusciti a sbarcare in Sicilia vi riportarono abbastanza
rapidamente successi che spinsero Gerone, già alleatosi con i
Cartaginesi a passare dalla parte loro. La guerra per altro, benché
una delle più importanti città sottomesse ai Cartaginesi (Agrigento)
fosse stata occupata con l'aiuto di Gerone nel 262 a.C. minacciava
di prolungarsi infruttuosa perché i Cartaginesi padroni del mare
potevano continuamente inviare quei rinforzi di mercenarî
dell'Africa, che le loro grandissime disponibilità economiche
permettevano di raccogliere. Si presentava insomma a Roma la
necessità di trasformarsi di colpo in potenza navale, ciò che del
resto poteva accadere meno difficilmente di quanto agli antichi
stessi non paresse, perché gli stati greci dell'Italia meridionale
potevano fornire il modello per le navi e ciurme adatte. Il merito di
Roma sta comunque nell'avere inteso a fondo la necessità e dopo
la grande vittoria presso Mile (Milazzo) nel 260 a.C. che dimostrò la
perfetta attrezzatura della nuova flotta al comando del console Gaio
Duilio, di averne tratto la logica conseguenza e di aver deciso di
colpire al cuore Cartagine, portando come era ormai possibile la
guerra in Africa.
Nel programma era la ripresa del tentativo dell'ultimo grande
difensore dell'ellenismo in Sicilia contro i Cartaginesi, Agatocle.
Roma (pure essendone scarsamente consapevole) per il fatto
stesso di essersi posta contro Cartagine, veniva ad assumere in
Sicilia come nell'Italia meridionale contro Sanniti, Iapigi, ecc. la
difesa delle città greche ridotte dalle contese intestine e dal
logoramento di una lotta secolare contro le stirpi avverse, a non
bastare più a sé stesse. Anche in Sicilia le sorti della civiltà greca
erano nelle mani di Roma nel senso che sarebbe dipeso dalla
guerra se essa sarebbe confluita nella civiltà punica o nella romana.

La maggior parte della prima guerra


punica, comprese le battaglie più decisive, fu combattuta in mare,
uno spazio ben noto alle flotte cartaginesi. Però entrambi i
contendenti dovettero investire pesantemente nell'allestimento delle
flotte e questo diede fondo alle finanze pubbliche di Cartagine.
All'inizio della guerra Roma non aveva nessuna esperienza di
guerra navale. Le sue legioni erano vittoriose da secoli nelle terre
italiche ma non esisteva una Marina (la prima grande flotta fu
costruita dopo la battaglia di Agrigentum del 261 a.C.). Roma del
resto mancava della tecnologia navale e quindi dovette allestire una
flotta basandosi sulle triremi e quinqueremi (navi che avevano
ordini di due o tre remi e ciascun remo era manovrato da più
rematori) cartaginesi catturate. Per compensare la mancanza di
esperienza in battaglie con le navi, Roma equipaggiò le sue con
uno speciale congegno d'abbordaggio (il corvo), esso agganciava la
nave nemica e permetteva alla fanteria trasportata, di combattere
come sapeva fare. In almeno tre occasioni: 255 a.C., 253 a.C. e
249 a.C., intere flotte furono distrutte dal maltempo. Non è certo
che il peso dei corvi sulle prore delle navi sia stato il maggior
responsabile dei disastri.
Tre battaglie terrestri di larga scala furono combattute durante
questa guerra. Nel 262 a.C. Roma assediò Agrigento in
un'operazione che coinvolse entrambi gli eserciti consolari (quattro
legioni). Giunsero rinforzi cartaginesi guidati da Annone. Dopo
alcune schermaglie si venne a una vera battaglia che fu vinta dai
Romani. Agrigento cadde. La seconda operazione terrestre fu
quella di Marco Attilio Regolo, quando, fra il 256 a.C. e il 255 a.C.
Roma portò la guerra in Africa. Cartagine venne sconfitta nella
Battaglia di Capo Ecnomo da una grande flotta romana
appositamente approntata che consentì alle legioni di Attilio Regolo
di sbarcare in Africa. All'inizio Regolo vinse la battaglia di Adys.
Cartagine chiese la pace. I negoziati tuttavia fallirono e Cartagine,
assunto il mercenario spartano Santippo, riuscì a fermare
l'avanzate romana nella battaglia di Tunisi. La guerra fu decisa nella
battaglia delle Isole Egadi  il 10 marzo 241 a.C. vinta dalla flotta
romana sotto la guida del console Quinto Lutazio Catulo. Parte del
relitto di una nave punica affondata in questa guerra è conservata
nel Museo archeologico Baglio Anselmi di Marsala.
Il console Attilio Regolo, apertosi la strada dell'Africa nel 256 a.C.
con la battaglia dell'Ecnomo, riuscì dapprima a sollevare le
popolazioni indigene contro Cartagine, spingendo quest'ultima a
chiedere la pace. Rifiutate peraltro le condizioni poste da Regolo,
Cartagine poté con un nuovo sforzo militare in cui si procurò l'aiuto
dell'esperienza tecnica di un generale greco, distruggere l'esercito
romano e prendere prigioniero lo stesso Regolo. Il trasferimento
della lotta in Africa era per allora fallito, e il centro della guerra fu
riportato in Sicilia. La superiorità navale già conquistata da Duilio
venne nuovamente perduta dai Romani anche per la eccezionale
serie di naufragi che li colpì, sicché per quattordici anni i presidî
cartaginesi, asserragliati nella parte occidentale dell'isola e
sostenuti per mare, poterono resistere. Solo nel 242 a.C. la
battaglia delle isole Egadi vinta da Lutazio Catulo ridava ai Romani
quel dominio del mare che era condizione di vittoria e di pace.
Respinto dal popolo in Roma il primo accordo stabilito fra i generali
dei due eserciti, la pace fu definitivamente pattuita nel 241 a.C. con
la cessione della Sicilia (territorio cartaginese) e isole minori e il
pagamento di 3200 talenti.
 
Rivolta dei mercenari (241 - 218 a.C.)
Nell'intervallo di tempo fra la prima e la seconda guerra punica,
Cartagine dovette subire e reprimere una rivolta delle truppe
mercenarie che aveva impiegato. La rivolta era dovuta
all'impossibilità dei punici di pagare le truppe stesse alla fine del
conflitto. Dopo tre anni di battaglie i mercenari furono sgominati e
Cartagine poté riprendere il suo percorso per riconquistare il vigore
economico precedente.
Durante la ribellione di mercenarî che metteva in pericolo
l'esistenza stessa di Cartagine, i Romani non ne approfittavano ma
quando Cartagine, superata forse contro le loro aspettativi la crisi,
si accinse a recuperare il controllo sulla Sardegna e sulla Corsica
che aveva perduto, essi decisero d'impedirlo e dichiarata
nuovamente guerra, costrinsero la rivale a cedere le due isole e
pagare altri 1200 talenti (238 a. C.).
Dopo acerrime lotte politiche fra le due principali fazioni cittadine,
Amilcare Barca, padre di Annibale e capostipite dei cosiddetti
Barcidi, partì per la Spagna con un piccolo esercito di mercenari e
cittadini punici. I Fenici infatti, dopo aver perso le isole cercavano
una riscossa nel Mediterraneo ed una fonte di ricchezza per pagare
le forti indennità di guerra dovute a Roma. Non essendo aiutato
dalla città, Amilcare dovette marciare per tutta la costa del
Nordafrica e buona parte della costa spagnola. Sottomise molte
popolazioni iberiche e alla sua morte fu sostituito dal genero
Asdrubale che consolidò le conquiste fatte, fondò la città di
Chartago Nova (oggi Cartagena) e stipulò un trattato con Roma. Il
trattato poneva i limiti di espansione punica in Iberia a sud del fiume
Ebro. Quando anche Asdrubale fu ucciso l'esercito scelse come
capo Annibale, ancora ventisettenne. Cartagine accettò la
designazione.
 
Per Roma conseguenza essenziale della vittoria, in seguito a cui il
bacino del Tirreno diventava interamente romano, era d'iniziare un
periodo nuovo del suo imperialismo. Mentre prima esso consisteva
in un predominio su stati confederati, ora in Sicilia (eccettuato il
regno di Gerone che rimaneva indipendente) e poi nelle altre isole,
prendeva la forma del diretto dominio.
Sebbene Roma procedesse assai cautamente e con molta
esitazione per questa via, essa non poteva che portare a un
rinnnovarsi e accentuarsi della rivalità con Cartagine. La quale
stava compensando le perdite con una sistematica penetrazione in
Spagna diretta da Amilcare Barca e poi da Asdrubale suo genero.
Se questa penetrazione fosse dai suoi iniziatori considerata come
un primo passo per la ripresa contro Roma non sappiamo ed è in
fondo superfluo saperlo. Che anche operando in territorî lontani i
due imperialismi si sentissero rivali (tanto più che Roma proteggeva
Marsiglia e che aveva interessi in Spagna) indica il cosiddetto
trattato dell'Ebro del 226 a.C.
Roma, in un momento in cui era particolarmente minacciata dai
Galli nell'Italia settentrionale, si accordava con Cartagine
riconoscendole il diritto di espandersi a mezzogiorno dell'Ebro in
Spagna, purché i Cartaginesi non varcassero quel fiume. E che i
Cartaginesi sapessero di potersi servire della Spagna contro Roma
dimostra l'attività stessa di Annibale, succeduto nel 221 al padre
Asdrubale che gli aveva fatto giurare sin da fanciullo odio eterno a
Roma.
Sembra che Roma, conservando l'alleanza con Sagunto sita a
mezzogiorno dell'Ebro anche dopo il trattato, si valesse di un suo
diritto formale, ma ledesse però l'implicita promessa contenuta nel
trattato di non contendere a Cartagine il territorio a mezzogiorno del
fiume. A sua volta Annibale, assalendo Sagunto, si valeva di un suo
diritto, perché la città era in territorio di sua spettanza, ma
provocava consapevolmente Roma in difesa della sua alleata, 219
a.C., comunque stiano i particolari, assai discussi dai critici
moderni, è ovvio che Sagunto fu l'occasione della seconda guerra
punica, come i Mamertini di Messina lo furono della prima. La lotta
era sempre fra due imperialismi ma la vastità e novità del suo
svolgimento fu il prodotto della personalità eccezionale di due
condottieri: Annibale nella prima fase e Publio Scipione nell'ultima.
 
Seconda guerra punica (218 - 202 a.C)

La seconda guerra punica (218 a.C. - 202 a.C.) consistette


essenzialmente in una serie di battaglie terrestri. Spiccano le figure
di Annibale e Publio Cornelio Scipione detto successivamente per
le vittorie avute in Africa "l'Africano". Il casus belli scelto da
Annibale fu la sfortunata Sagunto. Alleata di Roma ma posta a sud
dell'Ebro, cioè entro i "confini" punici, la città fu assalita, assediata e
distrutta (la città di Sagunto aveva chiesto l'intervento di Roma ma il
Senato era diviso sul da farsi, tanto che è rimasta celebre la frase
"Mentre a Roma si discute, Sagunto cade" dal latino Dum Romae
consulitur, Saguntum expugnatur). Roma chiese a Cartagine di
sconfessare Annibale. Cartagine rifiutò e accettò la dichiarazione di
guerra.
Annibale volle la guerra, perché seppe che l'avrebbe comandata.
Egli poteva anzitutto contare su quella sua genialità di generale che
poi ebbe piena conferma e sul fascino che la sua indomita natura
esercitava sui soldati. La tattica da lui adoperata in tutte le battaglie
combattute in Italia darà infatti la misura della sua superiorità
militare: egli, servendosi del sistema ellenistico di combinare
opportunamente la cavalleria e la fanteria, lo perfezionerà fino a
renderlo capace di aggirare i nemici e così distruggerli.
Aggiramento e conseguente annichilimento saranno i principî
fondamentali della sua arte della guerra, ma evidentemente egli
attribuiva valore, ancora più che a questo sistema militare, alla
novità del suo piano politico: portare la guerra in Italia e provocare
con la sua presenza la dissoluzione della federazione stretta intorno
a Roma.
In questo audacissimo piano sta la grandezza ma anche il limite
della grandezza di Annibale, egli, abituato al sistema cartaginese
della oppressione dei sudditi non si accorse né allora né parecchi
anni poi che la federazione italica aveva per la sua struttura una
solidità tutta particolare. La fedeltà a Roma era ormai radicata nelle
convinzioni e negl'interessi della maggioranza e infatti, anche nei
momenti peggiori non venne meno. Annibale perciò, arrivato in
Italia, ebbe dapprima quel vantaggio che gli veniva dalla sorpresa e
dalla sua superiorità di stratega, ma allorché i Romani impararono a
evitare le sconfitte in campo aperto, la loro compattezza e il dominio
del mare che essi seppero mantenere non permettendo quindi ad
Annibale quel rinnovo di forze, che era invece loro possibile,
crearono le condizioni per arrivare alla vittoria finale.
Essa sopravverrà quando un generale romano (Scipione) non solo
s'impadronirà e migliorerà la tattica del Cartaginese, ma ne emulerà
anche l'audacia spostando il campo principale della lotta, pur
rimanendo l'Italia invasa, prima in Spagna e poi in Africa.

Annibale partì dalla Spagna con un


esercito di circa 50.000 uomini, 6.000 cavalieri e 37 elefanti.
Attraversate le Alpi presumibilmente al passo del Moncenisio o del
Monginevro, Annibale giunse nella Pianura padana con più o meno
metà delle forze. Nell'ottica di portare dalla sua parte le tribù
galliche in lotta con Roma, combatté e sconfisse i Taurini, avversari
degli Insubri che gli si allearono assieme ai Boi. Con magistrale uso
della cavalleria sconfisse le forze romane in due importanti battaglie
sul Ticino e sulla Trebbia.
L'anno successivo attraversò l'Appennino e batté le legioni del
Console Gaio Flaminio nella battaglia del lago Trasimeno. Essa è
una battaglia di particolare importanza nella storia della tattica
militare perché è la prima vinta per superiorità di manovra, ossia un
esercito ottiene una posizione sul terreno tale da impedire
all'avversario qualunque difesa e costringendolo quindi alla resa,
cosa che i Romani non fecero preferendo farsi massacrare.
Sapendo di non poter assediare Roma prima di aver raccolto
attorno a sé le popolazioni dell'Italia centrale e meridionale si
diresse verso la Puglia dove a Canne, inferse una tremenda
sconfitta all'esercito romano. Ancora una volta non osò attaccare
Roma che già si aspettava l'assedio e si limitò a operare nelle
regioni del sud Italia.
Roma lentamente si riprese e adottando nuovamente la tattica del
dittatore Quinto Fabio Massimo che poi prenderà il soprannome di
"cunctator" (temporeggiatore) per anni e con alterne fortune,
combatté il generale cartaginese restringendo sempre di più il
territorio della sua azione riconquistando man mano le città che
Annibale conquistava, non appena le condizioni militari o sociali lo
consentivano. Così Capua e Taranto per citare le più importanti,
passarono di mano da Roma ad Annibale e di nuovo a Roma.
Con le elezioni consolari del 216 a.C. vennero eletti Emilio Paolo e
Terenzio Varrone, riprese così vigore il programma offensivo che
portò all'ultimo e maggior disastro: presso Canne forse quattro
(Polibio dice otto) legioni romane con una manovra di
attanagliamento diventata classica vengono distrutte e uno dei
consoli, Emilio Paolo ucciso.
I Romani avevano dato la possibilità ad Annibale di svolgere tutto il
suo piano: schiacciare in campo aperto a uno a uno gli eserciti
romani e valersi del terrore che le vittoria e i saccheggi conseguenti
suscitavano per chiamare a ribellione gli abitanti dell'Italia. Nell'Italia
settentrionale erano già ribelli anche prima dell'arrivo di Annibale, i
Galli Insubri e Boi che ora aiutati da Annibale, scacciarono i Romani
da tutta la regione, le colonie di Cremona e di Piacenza eccettuate.
Nell'Italia meridionale la prima ribelle fu Arpi in Puglia; la seguirono
la maggioranza dei Sanniti, dei Bruzî e i Lucani, finché si diede ad
Annibale Capua, nel 215 a.C. aprirono le porte Cosenza, Locri,
Caulonia, Crotone, ecc. Poco dopo Canne, Annibale stringeva
anche un'alleanza con Filippo V di Macedonia.
Tuttavia la situazione non divenne disperata perché la maggioranza
dei confederati rimase fedele a Roma. Tutta l'Italia centrale a
cominciare dai Latini e dagli Etruschi non si mosse, nell'Italia
meridionale centri come Napoli, Nola, Reggio, a tacere delle colonie
di Benevento, Venosa, Luceria, ecc., furono altrettanto fedeli, ciò
permise di riprendere la strategia del logoramento già iniziata nel
217 a.C. da Fabio Massimo che ora divenne il più influente
consigliere militare del senato.
Dalla Macedonia del resto, per la corta vista di Filippo, che preferì
combattere i Romani in Illiria, non vennero ad Annibale aiuti, e
pochi anni dopo nel 212 a.C. i Romani seppero immobilizzare
Filippo suscitandogli con l'aiuto degli Etoli del regno di Pergamo e
stati minori, una guerra in Grecia. Pure in Sicilia benché parecchie
città si ribellassero e Siracusa stesse contro Roma, la situazione
ridiventava lentamente favorevole ai Romani, sinché nel 212 a.C.
Siracusa era presa d'assedio e nel 210 a.C. era ricuperata
Agrigento.
Le truppe romane in Spagna infine impedivano che di là potessero
giungere rilevanti soccorsi ad Annibale e dimostravano con la
vittoria d'Ibera di aver appreso la lezione di Canne e di sapere
evitare la manovra a tenaglia, mentre dall'Africa non potevano
nemmeno pervenire rinforzi, essendosi posto contro Cartagine il re
dei Numidi Masesili Siface. Nel frattempo Roma aveva superato in
Italia il momento critico. Né importa che poi la ribellione di Siface
fosse presto domata, almeno provvisoriamente e che in Spagna nel
211 a.C. i Romani toccassero dure rotte, Annibale era ormai
costretto alla difensiva dalla nuova strategia romana che
capovolgeva tutti i suoi piani e le sue previsioni.
Nel 213 a.C. Arpi era ripresa dai Romani e nel 212 a.C. cadeva
nuovamente in mano di Annibale insieme a Taranto, nel 211 a.C.
era rioccupata Capua. Durante l'assedio di Capua, Annibale fece
un'improvvisa apparizione davanti a Roma, così impressionante
come, in definitiva, senza conseguenze.
Gli anni decisivi furono il 209 a.C. e il 208 a.C.. Nel 210 a.C. era
stato inviato in Spagna a restaurarvi le fortune romane Publio
Cornelio Scipione con un comando eccezionale (egli era soltanto
edile) che corrispondeva alla natura eccezionale dell'uomo, in cui
fede mistica nel proprio compito e aristocratica finezza di spirito si
univano a solide qualità di organizzatore e di generale. Scipione
scorgeva la possibilità di fare della Spagna un centro di rifornimento
per Roma mentre lo era stato finora per Cartagine, e occupava di
sorpresa nel 209 a.C. il principale arsenale nemico, Cartagine
nuova (Cartagena).
Con la conquista della Spagna, che procederà sistematica da
allora, si veniva quindi innanzitutto ad apportare un essenziale
miglioramento alla condizione economica dello stato romano
stremato dalla permanenza di Annibale sul proprio suolo. Questi
intanto aveva dovuto chiamare a soccorso in Italia nel 208 a.C. il
fratello Asdrubale con un'armata dalla Spagna, e sebbene Scipione
non potesse impedirgli il passo pur infliggendogli gravi perdite nella
battaglia di Becula, Asdrubale venne poi sconfitto e ucciso in Italia
sul Metauro prima che si potesse congiungere col fratello.
L'abilità manovriera dei due consoli Claudio Nerone e Livio
Salinatore riunitisi prima che Asdrubale se ne avvedesse e capaci
poi di arrestarne la marcia e di costringerlo a battaglia, diede ai
Romani la prima grande vittoria in campo aperto in Italia. Il
peggioramento della situazione in Italia e in Spagna procederà
d'allora parallelo per i Cartaginesi.
Infine nel 205 a.C. un altro fratello di Annibale, Magone, trasportava
l'ultimo esercito cartaginese di Spagna nell'Italia settentrionale per
rianimare la ribellione dei Galli.
In maniera non determinante fu coinvolto anche il re Filippo V di
Macedonia che si alleò con Annibale e provò a combattere i romani
i quali si stavano espandendo nell'Illiria e quindi si avvicinavano ai
suoi territori. Roma mosse la sua diplomazia e le sue legioni
riuscendo a fermare i Macedoni senza grandi sforzi e aiutata dal re
di Pergamo.
Altre figure importanti della seconda guerra punica sono i re numidi
Massinissa e Siface. Massinissa entrò in guerra come alleato di
Annibale e la terminò come alleato di Scipione. Specularmente,
Siface era alleato di Roma e finì la guerra come alleato di
Cartagine.
Padroni della Spagna e di quelle riserve che vi erano lasciate dai
Cartaginesi, sicuri alle spalle di un attacco da quella parte come
dall'Illiria, i Romani erano ora nelle condizioni, pur dovendo ancora
combattere a nord e a sud in Italia, di trasferire la guerra in Africa,
la sola mossa risolutiva contro uno stato, che era rimasto indenne
sul proprio suolo durante la guerra e aveva potuto anche
mantenere in molta parte le sue relazioni commerciali.
Senza rifornimenti e rinforzi da Cartagine e senza riuscire a far
sollevare le popolazioni del centro Italia contro Roma, Annibale si
ritrovò praticamente assediato sui monti della Calabria dove, in
seguito gli giunse l'ordine di Cartagine di tornare in Africa per
portare aiuto contro Publio Cornelio Scipione (Africano).
Contrastando il volere del Senato, guidato da Quinto Fabio
Massimo che riteneva prioritario estromettere Annibale dalla
Penisola, Scipione in qualità di proconsole della Sicilia e aiutato
dalle città italiche, partì per l'Africa attaccando direttamente
Cartagine. La città punica si vide costretta a richiamare Annibale
che rientrò in patria dopo 34 anni di assenza. Nel 202 a.C. a
Naraggara, nei pressi di Zama, Scipione volse contro Annibale la
sua stessa strategia e lo sconfisse, determinando la fine della
seconda guerra punica.
Quando però i Cartaginesi si trovarono accanto Annibale ritornato
dall'Italia con l'esercito invitto e il prestigio non scosso, pensarono
di poter tentare la sorte di un'ulteriore lotta piuttosto che cedere la
Spagna e riaprirono le ostilità. Lo scontro fra le truppe di Annibale e
di Scipione avvenuto in posizione incerta (di solito la battaglia è
detta di Zama, ma anche dai critici moderni di Naraggara) diede
vittoria completa ai Romani (202 a. C.). La pace fu naturalmente
ora ben più dura. Rinuncia non solo alla Spagna, ma ai dominî
extra-punici in Africa, ceduti a Massinissa, diecimila talenti
d'indennità, la consegna di tutta la flotta eccetto dieci triremi, divieto
di fare guerre fuori dell'Africa e di farla in Africa senza il consenso
dei Romani (201 a. C.). Era la pace più dura che i Romani avessero
mai imposta, ma non poteva essere attesa diversamente da un
popolo che aveva lottato per vent'anni con disperata energia,
mettendo in campo fino a venticinque legioni, vedendosi
ripetutamente saccheggiata quasi ogni parte del suo territorio.
 
Dal 202 al 149 a.C.
Dopo l'avventura di Annibale, Cartagine aveva dovuto cedere
anche le redditizie conquiste in Spagna, stava inoltre pagando
puntualmente le nuove indennità per la seconda sconfitta (200
talenti d'argento annui per 50 anni). Addirittura prestò aiuto militare
alle forze di Roma nelle guerre contro Antioco III, Filippo V e
Perseo. La relativa decadenza dello stato era mitigata da un
riprendersi del commercio e un nuovo impulso dato all'agricoltura e
in particolare alle coltivazioni di ulivo e vite.
Roma però, non poteva dimenticare il pesante carico di costi
economici, umani e psicologici causati dalla precedente guerra. Lo
sforzo bellico fu grandioso in termini di risorse umane. Si può
calcolare che con le forze degli alleati, Roma dovesse mantenere
oltre 200.000 uomini a combattere cui bisogna aggiungere le forze
navali. Ogni combattente era sottratto alle campagne e
all'agricoltura. Si può quindi comprendere perché Roma fosse ben
attenta a far sì che Cartagine non rialzasse la testa. E a far
ricordare i romani pensava Catone il Censore. Nondimeno, la
situazione poteva mantenersi in uno stato di precario equilibrio se
non fosse intervenuto Massinissa.
Questi approfittò degli accordi di pace del 201 a.C. che vietavano a
Cartagine persino l'autodifesa senza il consenso di Roma, per
sottrarre territori di confine anche con la forza.
Nel 193 a.C. Massinissa occupò Emporia e il Senato romano inviò
a Cartagine una delegazione, nel 174 a.C. occupò Tisca e Roma
inviò Catone alla guida di un'altra commissione, ancora il re numida
occupò Oroscopa.
Nel 150 a.C. l'esasperata Cartagine, rompendo i patti, apprestò un
esercito di 50.000 uomini cercando di riconquistare Oroscopa ma fu
sconfitta. Il rischio per Roma era che Cartagine, troppo indebolita,
cadesse preda della Numidia. Si sarebbe formato uno stato ricco,
esteso dall'Atlantico all'Egitto e militarmente forte. La rottura dei
patti fornì Roma di un pretesto perfetto per poter intervenire e
dichiarò guerra all'eterna rivale.
 
Terza guerra punica (149 - 146 a.C.)

Roma aveva un motivo legalmente ineccepibile di muovere guerra


e la mosse. L'esercito romano sbarcò vicino a Utica. Non appena si
seppe che i romani erano forti di un esercito di 80.000 uomini e
4.000 cavalieri, Cartagine capitolò, inviando 300 ostaggi scelti fra gli
adolescenti della nobiltà punica. I Cartaginesi, che compresero di
non poter resistere, cedettero a tutte le richieste romane, anche a
quella di consegnare le armi, ma sebbene già disarmati, si
ribellarono alla ulteriore intimazione di abbandonare la loro città
(che avrebbe dovuto essere distrutta) e fondarne una nuova a dieci
miglia dal mare. Si riarmarono quanto poterono e si prepararono a
subire l'assedio, furono uccisi tutti gli italici presenti in città, furono
liberati gli schiavi per avere aiuttao nella difesa, furono richiamati
Asdrubale e altri esuli, fu chiesta una moratoria di 30 giorni per
inviare una delegazione a Roma. In questi 30 giorni, si ebbe una
frenetica corsa al riarmo. I cartaginesi riuscirono a produrre ogni
giorno 300 spade, 500 lance, 150 scudi e 1.000 proiettili per le
ricostruite catapulte. Le donne offrirono i loro capelli per fabbricare
corde per gli archi. Quando i romani arrivarono alle mura di
Cartagine trovarono un intero popolo stretto a difesa della sua città.
Cartagine era estremamente ben difesa. La sosta aveva dato ad
Asdrubale, posto a capo dell'esercito, la possibilità di raccogliere
circa 50.000 uomini ben armati e l'assedio si protrasse. Nel 148
a.C. i nuovi consoli furono inviati in Africa ma si rivelarono ancora
più incapaci dei predecessori. Gli insuccessi romani resero audaci i
cartaginesi, Asdrubale prese il potere con un colpo di Stato e ordinò
di esporre sulle mura i prigionieri orrendamente mutilati. I romani,
inaspriti non avrebbero concesso mercé.
Pur abbandonati da Utica resistettero eroicamente per tre anni dal
149 a.C. al 146 a.C., finché Scipione Emiliano, figlio di Emilio Paolo
e figlio adottivo di un figlio di Scipione l'Africano, nominato console
anzi tempo nel 147 a.C. affrettò la conclusione della guerra, prima
tagliando le comunicazioni con il retroterra, poi prendendo d'assalto
la città all'inizio del 146 a.C..

Nel 147 a.C. Publio Cornelio


Scipione Emiliano venne nominato console, avendo come collega
Caio Livio Druso. Asdrubale, che difendeva il porto con 7.000
uomini, fu attaccato di notte e costretto a riparare a Birsa. Scipione
bloccò il porto da cui arrivavano i rifornimenti per gli assediati;
questi scavarono un tunnel-canale e riuscirono a costruire
cinquanta navi, ma Scipione distrusse la flotta e il tunnel-canale fu
chiuso. Nel frattempo Nefari fu attaccata da truppe romane e
cadde; questo portò la resa delle altre città. I romani si poterono
concentrare su Cartagine.
A determinarne l'estrema sorte, cooperò il timore che avevano
destato da ultimo i suoi approcci con la Macedonia insieme con
l'ansia che, durante l'assedio non avessero potuto sorgere altrove
complicazioni, soprattutto nella Spagna ribelle. La città fu distrutta e
fu giurato che non avrebbe mai più potuto essere ricostruita, i
cittadini furono uccisi o resi schiavi. Il territorio, salvo qualche
piccola concessione ai figli di Massinissa morto nel frattempo, fu
trasformato nella provincia romana di Africa governata da un
pretore con sede in Utica.
L'agonia della città si protrasse per tutto l'inverno, senza viveri e
attaccata da una pestilenza. Scipione non forzò l'attacco, che venne
lanciato solo nel 146 a.C. Per quindici giorni i sopravvissuti
impegnarono i Romani in una disperata battaglia per le strade della
città, ma l'esito era scontato. Gli ultimi soldati si rinchiusero nel
tempio di Eshmun altri otto giorni. Scipione abbandonò la città al
saccheggio dei suoi soldati, Cartagine fu rasa al suolo, bruciata, le
mura abbattute, il porto distrutto e fu anche gettato del sale sulla
terra per evitare la coltivazione dei campi e renderli ancora più aridi.
Si disse che Scipione pianse nel vedere la città bruciare, perché gli
sembrava di aver intravisto Roma in mezzo alle fiamme.