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4 - Espansione in Italia

Il documento tratta dell'espansione di Roma in Italia, evidenziando le guerre contro i Sanniti e l'interazione con altri popoli italici. Attraverso tre guerre sannitiche e il conflitto con Pirro, Roma consolida il suo potere, affrontando e superando significative sfide militari. Alla fine, Roma riesce a dominare gran parte dell'Italia meridionale, stabilendo la sua influenza nella regione.

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4 - Espansione in Italia

Il documento tratta dell'espansione di Roma in Italia, evidenziando le guerre contro i Sanniti e l'interazione con altri popoli italici. Attraverso tre guerre sannitiche e il conflitto con Pirro, Roma consolida il suo potere, affrontando e superando significative sfide militari. Alla fine, Roma riesce a dominare gran parte dell'Italia meridionale, stabilendo la sua influenza nella regione.

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4 - Espansione in Italia

Dopo l’invasione gallica, Roma si trova nella situazione, a metà del VI secolo., di gestire nuove ribellioni.
Soppresse queste, però, la situazione rimane instabile, specialmente a Causa dei Sanniti che si erano spinti
con la loro forza espansiva verso i territori di Roma, entrando inevitabilmente in urto. Il conflitto è dunque
ovvio, e si articolò in tre guerre nel corso di un cinquantennio.

1 - I prodromi

Lo scontro di Roma con i popoli presenti nella penisola italica si


sviluppa dal V secolo, guidato dal governo della nascente nobilitas.
Come già detto, l’invasione gallica aveva sporto il fianco di Roma a
città e popolazioni avverse, tant’è che solo a metà IV Roma risolse,
quantomeno temporaneamente, tali situazioni. Sempre in questi anni
stipulò quindi anche un trattato con i Sanniti: un foedus che sanciva
una amicizia tra i due popoli. Ma chi erano i sanniti? Si trattava di una
popolazione di stirpe osco-sabellica che erano giunti verso sud, spinti
dalle pressioni di Etruschi e Galli. Essi sarebbero infine entrati in
ostilità con Roma in tre articolate guerre (Da notare come i romani li
rinomineranno “i coraggiosi” in segno di rispetto).

2 – La prima guerra Sannitica e la Grande guerra Latina

Siamo a cavallo tra il IV e il III secolo a.C: Roma si espansa nel Lazio ed è una potenza in fase di grande
espansione, nonostante lo scivolone gallico. Allo stesso modo anche i sanniti sono una grande potenza,
dominando molise e resto della campagna. Siccome entrambi i popoli non volevano fermare l’espansione,
si entra inevitabilmente in conflitto.

Prima di partire con i fatti storici, occorre fare una premessa di carattere militare, ossia la conformazione
dei due eserciti.

 Inizialmente l’esercito Romano è un esercito che risente della cultura militare greca: è dunque
organizzato in una falange oplitica, con equipaggiamento consistente in scudo rotondo e spada a
una mano. E’ una struttura abbastanza rudimentale
 L’esercito sannita invece è suddiviso in manipoli, cioè in unità indipendenti, dotate di un
equipaggiamento diverso: scudi ellittici e pericolosissimi giavellotti. Roma successivamente
assorbirà dal nemico lo stile di combattimento e l’equipaggiamento, giungendo alla conformazione
della “legione polibiana” ( manipoli indipendenti con equipaggiamento sannita diviso in tre file:
hastati, ossia i giovani; principes, ossia i maturi; triari, ossia i soldati più esperti).

I sannitici decidono di assediare la città di Capua, che chiede aiuto disperatamente a Roma, decidendo di
regalare la città in caso di intervento di Roma. Roma manda quindi degli ambasciatori chiedendo di
fermarsi, ma i sanniti rifiutano in maniera molto arrogante e viene dichiarata guerra.

L’esercito viene affidato ai consoli Valerio Corvo e Cornelio Arvina, che muovono verso i sanniti. Si arriva
dunque allo scontro sanguinoso e duro del monte Gauro ( Tant’è che vengono narrate geste eroiche da
parte del console Valerio Corvo), vinto dai romani. Nel frattempo, la parte dell’esercito comandata da
Arvina affronta i sanniti nella battaglia di Suessula, dove Roma cade in una imboscata. Roma riesce
comunque a vincere grazie a qualche (dubbio) sacrificio. Dopo queste vittorie, nel 331 a.C, il Console Lucio
Emilio Privernate inizia a devastare le campagne dei sanniti ottenendo un forzatissimo trattato di pace.
3 – La seconda guerra sannitica

Questa è la guerra più grande e importante. Lo scoppio avviene con la stessa modalità. Roma attacca la
città di Napoli, che chiede aiuto ai Sanniti, che mandano 4000 soldati contro Roma. La guerra riprende. I
romani iniziano ad avere una serie di vittorie e di conquiste di città (compresa Napoli). Ma poi, Roma subì
una pesantissima sconfitta ( circa nella zona di Arienza- Arpaia): si tratta delle famosissime forche gaudine,
battaglia in cui Roma, accerchiata e annientata, si arrende e tutti i generali e soldati romani sono costretti
dai sanniti, guidati da Gavio Ponto, a passare muti sotto il gioco, umiliati.

Roma poi riprende i combattimenti, conquistando varie città, per poi perdere di nuovo pesantemente nella
battaglia di Lautule ( le fonti sminuiscono, ma si tratterebbe di una seconda forca gaudina) e poi
ricomicniare a mangiare i territori sanniti. Contemporaneamente i Romani riprenderanno la guerra contro
gli etruschi, che però si arrenderanno quasi subito.

L’episodio decisivo consiste nella battaglia di Boviano, su cui abbiamo poche informazioni, ma sappiamo fu
una battaglia sanguinosa, vinta dai romani e che costringerà nuovamente i sanniti a chiedere la pace.

Livio parla di un certo Papirio Cursore, che nel 309 a.C vince e trionfa sui sanniti:

Il trionfo è una particolare onorificenza che viene concessa dal senato ai generali particolarmente vittoriosi
(anche in alcuni casi in forma moderata, come venne concesso a Cicerone contro i pirati. In questo caso si
tratta di una “oratio”). Il trionfo consisteva in una marcia trionfale che il generale compiva con i suoi uomini
a Roma (l’unico caso in cui si poteva entrare nel pomerium in armi). Era dunque un grande momento di
festa e visibilità, in cui l’esercito era seguito da schiavi e prigionieri di guerra, che conferiva un enorme
carisma a chi lo celebrava.

Il testo presente un ritratto, chiaramente in chiave di esaltazione (anche perché Livio scrive con l’obbiettivo
di presentare dei grandi modelli di virtù – in special modo la clementia - del passato, utilizzando anche
aneddoti ed esempi) di un certo Papirio Cursore, console e grande uomo. Aldilà dello stile colorato dello
storico, troviamo degli elementi che possono permetterci di affiancare questo testo agli epitaffi degli
Scipioni, come la ripetizione del binomio forza-sapienza, come se andassero di pari passo.

La radice inoltre è comune: le gesta di Papirio sono state tramandate fino a Livio grazie alle laudatio
funebris, che si confermano il motivo principale di tramandamento di storie e gesta.

4 – La terza guerra sannitica

La dinamica è sempre la stessa: i sanniti attaccano i Lucani, che chiedono aiuto a Roma, che interviene. E’la
resa dei conti. I sanniti però stavolta chiedono aiuto agli Apuli. Roma non permetterà che le due potenze si
uniscano: a Maleventum Roma distrugge l’esercito degli Apuli, impedendo quindi l’unione.

I sanniti però non demordono e creano la più grande alleanza anti-romana mai esistita fino a quel punto:
Sanniti, Etruschi, Umbri e Galli creano una gigantesca coalizione con l’obbiettivo di annientare Roma, che ha
come soli alleati i Piceni: Arriva dunque la battaglia più grande della storia antica fin’ora: la battaglia del
Sentino, del 295 a.C.

I due eserciti si sono accampati relativamente vicini, e si tiene un consiglio di guerra che stabilisce che
ciascun popolo italico avrà un compito: galli e sanniti attaccheranno direttamente, mentre etruschi e umbri
dovranno accerchiare l’esercito nemico. Roma viene a sapere di questa strategia grazie a dei traditori italici.
Roma quindi giocherà di strategia: distrarrà etruschi e umbri attaccando Chiusi, mentre i consoli Decio
Mure e Fabio Rulliano affrontano galli e sanniti. Lo scontro è feroce, ma inizialmente la cavalleria di Roma
sembra prevalere sulla cavalleria gallica. Ma i galli tirano fuori l’asso nella manica: ci sono improvvisamente
circa 500 carri trainati da cavalli, che vengono scaraventati contro la cavalleria romana, che subisce gravi
danni (e fa ritirare i fanti in preda allo sconforto). Parrebbe che a questo punto Decio Mure si sia sacrificato
per animare i Romani e permettere di sfondare la parte gallica dell’esercito nemico e vincere la battaglia. Di
fatti egli la leggenda narra che si sia recato dal pontefice Marco Livio e abbia annunciato di voler compiere il
rito della devotio: si sarebbe quindi lanciato contro i nemici, sacrificando la sua vita agli dei di modo tale
che egli donassero protezione al suo esercito. Dopo questo sacrifico, i romani, rianimati, riescono dapprima
a respingere e poi a sopraffare l’avanzata nemica. Roma ha vinto, i romani sono i più forti di tutti.

Si arriva così al 290 a.C., anno in cui Roma sopprime anche le ultime resistenze sannitiche ed espandono
terribilmente il loro imperium, romanizzando e governando un territorio molto più vasto.

5 – La guerra tarantina

Con la vittoria del 290 a.C. sui Sanniti, i Romani si trovavano ormai in possesso del Lazio, di gran parte della
Toscana, di quasi tutta l’Umbria, delle Marche e della Campania.
L’espansione di Roma nell’Italia meridionale non era però tollerata da Taranto, la più ricca e potente città
della Magna Grecia. D’altra parte i Romani, padroni ormai di più di mezza Italia, pensavano di occupare
l’intera Penisola per poter contendere alle città greche il possesso del Mediterraneo. Nell’anno 282 a.C. la
città di Turi, una colonia greca situata vicino a Sibari, chiese aiuto ai Romani per difendersi dai Lucani che
cercavano di occuparla. I Romani considerarono la cosa come un’ottima occasione per giungere col proprio
esercito a poca distanza da Taranto. Liberata Turi, essi lasciarono sul posto alcune legioni. Questo fatto
indispettì i Tarantini, i quali, per dimostrare quanto non fosse gradita la presenza dei Romani in quel
territorio, catturarono e distrussero alcune navi romane che erano penetrate nel golfo di Taranto. Il Senato
romano considerò tale fatto come una gravissima provocazione e dichiarò la guerra. I Tarantini, non
sentendosi abbastanza forti per far fronte all’esercito romano, chiesero aiuto al re Pirro.

Pirro era considerato uno dei più grandi condottieri del tempo. Nato nell’anno 318 a.C. e appartenente alla
famiglia reale degli Eacidi, aveva avuto un’infanzia e una adolescenza movimentate: infatti a due anni aveva
dovuto seguire il padre in esilio e, tornato una prima volta, era stato di nuovo scacciato da una rivoluzione;
era salito al trono dell’Epiro (l’attuale Albania) nel 288 a.C.. Egli aveva un programma ben preciso: aspirava
cioè a conquistarsi un impero greco-occidentale e a ingrandire quindi il suo regno occupando l’Italia
meridionale, la Sicilia e l’Africa settentrionale. L’invito dei Tarantini gli dava perciò l’occasione propizia, e
forse anche insperata, per iniziare il suo piano di conquiste. Nell’anno 280 a.C., Pirro sbarcò in Italia con un
esercito composto da ventimila fanti, tremila cavalieri, duemila arcieri e circa venti elefanti, animali allora
sconosciuti in Italia. Gli elefanti impressionarono molto i soldati romani, i quali, avendoli visti la prima volta
in Lucania, li chiamarono « buoi lucani».

Presso Eraclea (a circa 70 Km da Taranto) ha inizio la grande battaglia tra l’esercito romano e quello del re
Pirro. Il console Valerio Levino ha l’ordine di ricacciare in mare il nemico ad ogni costo; Pirro sa che da
quella battaglia può dipendere la realizzazione del suo programma e lancia subito all’attacco i suoi cavalieri,
cercando di colpire ai fianchi le legioni romane. I fanti e i cavalieri romani fanno fronte all’attacco nemico,
ma quando vedono avanzare gli elefanti, sono presi dal terrore e fuggono. Pirro ha vinto la battaglia, risale
col suo esercito la Penisola e si accampa presso Roma. Tuttavia, non osa attaccare la città. Decide allora di
ricondurre l’esercito nell’Italia meridionale per prepararsi al nuovo scontro con l’esercito romano. È la
primavera del 279 a.C.: lo scontro avviene presso Ascoli Satriano, in Puglia. Ormai i Romani non temono gli
elefanti: sperano soltanto di resistere al loro impeto e di difendersi dalle frecce che i nemici lanciano
dall’alto di quei pachidermi.
La sanguinosa battaglia dura tutta la giornata, ma alla fine i Romani sono costretti a ritirarsi: gli elefanti
hanno deciso ancora una volta le sorti del combattimento. Ma questa vittoria costa a Pirro un numero
enorme di soldati; si narra infatti che egli abbia esclamato: «Un’altra vittoria come questa e me ne ritorno
in Epiro senza soldati!».

Pirro, che era venuto in Italia credendo di condurre una guerra velocissima, poiché dopo un anno non aveva
ancora conseguito veri successi, decise di avanzare proposte di pace. Narra la leggenda che, mentre il
Senato romano discuteva le sue proposte, il senatore Appio Claudio, novantenne e cieco, abbia esclamato:
«Vorrei essere sordo oltre che cieco, per non udire i Romani discutere le proposte del nemico. Esca prima
Pirro dall’Italia e poi discuteremo la pace!». Egli voleva far intendere quanto fosse indegno trattare la pace
dopo la sconfitta, mentre il nemico era ancora sul suolo della patria. Richiamati alla dignità da Appio
Claudio, i Romani respinsero le proposte di Pirro. È la primavera del 275 a.C. e presso Malevento (detta,
d’allora, Benevento) si svolge la battaglia campale. Pirro spera ancora nei suoi elefanti, ma ormai i Romani
hanno trovato il modo di difendersi da quei pachidermi. Alcuni arcieri scagliano frecce sulla cui punta v’è
della stoppa accesa. Atterriti dal fuoco, gli elefanti indietreggiano e, voltandosi per fuggire, travolgono gli
stessi soldati epiroti. Allora Pirro abbandona l’Italia e ritorna in Epiro: il suo grande programma è fallito.
Nell’anno 272 Taranto si arrende ai Romani e nel 264 a.C. tutta l’Italia meridionale è finalmente sotto il
potente dominio di Roma.

6 – I galli

Roma era dunjnque riuscita a conquistare tutta l’Italia Meridionale, ma il Settentrione era ancora autonomo
e anzi piuttosto ostile, in quanto ospitava principalmente le popolazioni galliche (che ricordiamo che si
erano alleati contro i romani durante la Battaglia del Sempione).

A seguito di una proposta, nel 232 a.C, di Gaio Flaminio, il quale proponeva una legge sull’ager gallicus e
picenus, intenzionato a fermare l’avanzata dei galli, le popolazioni galliche entrarono in ostilità con Roma
(ad eccezioni di galli cenomani e veneti). I galli Boi e Insubri furono sconfitti non senza gravi perdite, tant’è
che successivamente la pericolosità celtica convinse i consoli a portare la guerra in Cisalpina. Qui, ottennero
un grande successo contro gli insubri lungo il fiume Chiesa.
L’anno seguente i consoli porteranno a compimento la guerra, occupando ufficialmente e definitivamente
la zona.

La guerra riprese soltanto nel II secolo, quando i galli attaccarono le colonie di Placentia e Cremona: furono
sbaragliati e il loro territorio annesso.

Si ricordano anche le campagne liguri: nel II secolo Roma fu occupata contro le insorgenti tribù liguri
( Apuani, Ingauni e Statielli). Nel 173 Roma riuscì a sconfiggere quueste tribù e conquistare il territorio, a
prezzo però di ingenti perdite e qualche sconfitta.

Infine gli Istri. L’area istriaca infatti era andata perduta durante la guerra annibalica. Roma per irprendere il
controllo fonda la colonia di Aquileia ma gli Istri, irritati, si muovono contro Roma con scorrerie. Roma li
sconfisse.

7 – Municipalizzazione, colonizzazione e confederazione

Come gestisce Roma tutti i territori conquistati? Li annette All’impero? In realtà no, infatti si viene a creare
una nuova fase in cui Roma fonda, forzatamente, una nuova Lega di cui è a capo. Le altre città infatti si
legano a Roma con rapporti di Municipalizzazione, colonizzazione e confederazione.
Dal 338 a.C inizia dunque questo processo di “romanizzazione”, anche se il termine è oggetto di accusa
ideologica, poiché ricostruirebbe un’immagine unilaterale e semplicistica dei fenomeno socio-politici che si
andrebbero a formare: le dinamiche che si vanno a creare ifatti sono molteplici e diverse tra loro
(assimilazione, omologazione, integrazione etc..). Tenendo presente questo, tracciamo le modalità con le
quali Roma organizza il suo impero.

MUNICIPIUM

 Cittadini con diritto di cittadinanza ma senza diritti politici


 Roma non imponeva i propri modelli organizzativi, dunque le città mantenevano i propri magistrati.
 Esempio: Tusculum

COLONIE

 Il territorio veniva letteralmente venduto e abitato da cives romani, che trasferendosi acquisivano il
diritto latino, rinunciando però alla cittadinanza romana. Si trattava quindi di veri e propri
avamposti romani con funzione tattico-strategica.
 Le comunità interne al territorio poteva subire differenti sorti: o venivano distrutte completamente
o venivano, in buona sostanza, schiavizzate.
 Diversamente dai municipia, le colonie, dal punto di vista amministrativo, avevabno magistrati
definiti sullo schema romano: si parla infatti di duoviri.
 Esempio: Ostia.

CONFEDERAZIONE ( Cum foedus = con trattato)

 Il foedus legava Roma indissolubilmente alle singole civiltà con i foedus, che spesso erano
sbilanciati dalla parte di Roma.
 Le civiltà si mantenevano comunque totalmente indipendenti dal punto di vista giuridico e
amministrativo.
PRAESIDIA (presidi militari)

 Ulteriore modo con cui occupava il territorio. Tramite questi Roma imponeva la sua
potestas anche sulle comunità vicine con cui non aveva avuto rapporti precedenti.

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