Sei sulla pagina 1di 17

LE GUERRE SANNITICHE

La prima guerra sannitica 343-341 a.C.


I Sanniti erano una popolazione italica che abitava in origine gli Appennini meridionali. Nel V secolo a.C. una parte di
essi scese verso le coste della Campania e dovettero confrontarsi con i Romani, con i quali stipularono un patto di
amicizia nel 354 a.C. Ma nel 343 a.C., i Sanniti occuparono la città di Capua, che chiese aiuto a Roma. Roma scese in
campo perché tanto i Romani quanto i Sanniti erano interessati al controllo della Campania, regione fertile e ricca. La
prima delle tre guerre sannitiche fu breve e si concluse con la rinuncia dei Sanniti alla Campania.
La seconda guerra sannitica 326-304 a.C.
Nel 328 a.C. i Romani fondarono la colonia di Fregelle, una posizione strategica molto importante; nel 326 occuparono
Napoli sbarrando quindi ai Sanniti qualsiasi espansione verso la costa. I Sanniti reagirono riaprendo le ostilità.
La seconda delle tre guerre sannitiche fu estenuante e sanguinosa, dall’esito a lungo incerto. I Sanniti seppero sfruttare
la conoscenza e l’abilità di combattimento sul loro territorio montuoso. Proprio in seguito a uno di questi difficili scontri
avvenne l’episodio delle Forche Caudine (321 a.C).
Seguirono alcuni anni di tregua, che Roma sfruttò al meglio:
 riorganizzò il suo esercito con un’organizzazione più agile, basata su trenta manipoli di due centurie
ognuno (Hastati, Princeps, Triarri e Velites);
 perseguì una strategia di accerchiamento dei Sanniti, attraverso l’alleanza militare con popolazioni
confinanti e la fondazione di colonie ai confini del territorio nemico;
 costruì la prima grande via militare di Roma, la via Appia, che poteva convogliare rapidamente rifornimenti
e truppe da Roma a Capua.
Le ostilità si riaprirono nel 316 a.C. ed i Sanniti chiesero la pace nel 304 a.C., ponendo fine alla seconda delle tre guerre
sannitiche.
La terza guerra sannitica 298-290 a.C.
La guerra riprese nel 298 a.C. e su scala più ampia, dato che i Sanniti strinsero un’alleanza con Etruschi, Galli Senoni e
Umbri. Roma, però, vinse a Sentino e ad Aquilonia. Nel 290 a.C. i Sanniti si arresero e stipularono una pace che li
rendeva alleati di Roma. Con la vittoria sui Sanniti, i Romani conquistarono una posizione egemonica in tutto il centro-
sud.
ROMA IN GUERRA CONTRO PIRRO 280-275 a.C.
Le vicende delle guerre sannitiche delineavano un nuovo problema, il dilagare della potenza romana verso sud, che
Taranto seguiva preoccupata. Perciò, nel 302 a.C., Taranto aveva stipulato un trattato in base al quale Roma si
impegnava a non intromettersi nella zona di influenza tarantina e a non entrare con le proprie navi nel golfo della città.
Ma terminate le guerre sannitiche, nel 282 a.C. Roma non solo mandò aiuti militari a Turi, in Calabria, compresa nella
zona di influenza tarantina, in crescente difficoltà nel fronteggiare la pressione delle popolazioni italiche (Sanniti, Lucani
e Buzi), ma inviò anche una flotta di navi davanti al porto di Taranto. I Tarantini reagirono attaccando e affondando le
navi. L’episodio, gravissimo, fu l’inizio di una guerra. Taranto chiese allora l’aiuto di Pirro, re dell’Epiro, una regione
montuosa della Grecia settentrionale. Pirro, sbarcò in Italia nel 280 a.C. con 25.000 uomini e 20 elefanti e ottenne
subito due grandi successi, a Eraclea ad Ascoli Satriano, ma gli provocarono perdite ingenti. Pertanto, Pirro propose a
Roma trattative di pace, ma non se ne fece nulla perchè i Romani potevano contare sulla lealtà di molte  popolazioni
italiche e sicuramente potevano mettere in campo molti più uomini di Pirro e assorbire meglio le perdite. Il re decise
allora di passare in Sicilia per portare aiuto alle colonie greche, minacciate dai Cartaginesi. La spedizione non fu però
fortunata perchè dovette ritirarsi, sia per la tenace resistenza dei Cartaginesi, sia per lo scontento che si diffuse tra i
Greci di fronte alle gravose richieste per sostenere le spese militari. Abbandonò allora le sue ambizioni in Sicilia e
rientrò nella penisola. Qui  i Romani e i loro alleati lo sconfissero nel 275 a.C. presso Malevento (ribattezzata Benevento
in ricordo della vittoria). Taranto capitolò nel 272 a.C.: Roma ora aveva sottomesso l’intera Magna Grecia.
LA PRIMA GUERRA PUNICA (264-241 A.C.)
Nel 288 a.C. i Mamertini, un gruppo di mercenari campani, s’impadronirono della città di Messina. Nel  269 a.C. Ierone,
il tiranno di Siracusa, intervenne contro i Mamertini. Questi chiesero aiuto ai Cartaginesi, che inviarono una flotta. Ma
non appena i Siracusani si ritirarono, i Mamertini si ritrovarono a convivere con la opprimente presenza cartaginese.
Avanzarono una nuova richiesta d’aiuto, questa volta a Roma, che l’accettò.
Il Senato di Roma era perfettamente consapevole che un intervento a Messina avrebbe violato il trattato di
amicizia stipulato con Cartagine nel 280 a.C. e sarebbe stato come una dichiarazione di guerra, ma la posta in gioco, il
controllo di un’area vitale del Mediterraneo, fece propendere per l’intervento.
Roma occupò Messina e i Cartaginesi si ritirarono dalla zona dello stretto; poi Siracusa, che si era alleata con Cartagine,
venne costretta alla resa; seguirono le conquiste di Agrigento (262 a.C.) e la Sicilia occidentale cartaginese.
Si venne successivamente a creare una situazione di stallo e fu chiaro che sarebbe stato impossibile cacciare i
Cartaginesi dall’isola fino a quando essi avessero mantenuto il predominio sul mare. A questo punto  Roma allestì una
potente flotta da guerra e dotò le proprie navi da guerra di un “corvo” (passerella). Una flotta di 120 navi al comando
del console Caio Duilio ottenne nel 260 a.C. un’importante vittoria nei pressi dell’attuale Milazzo. Nel 256 a.C. dopo un

1
altro successo, un corpo di spedizione guidato dal console Attilio Regolo sbarcò sulle coste africane, ma venne
annientato dai Cartaginesi.
La prima guerra punica continuò per altri 13 anni (nel 249 a.C. Cartagine inviò in Sicilia il generale Amilcare Barca, padre
di Annibale) in un succedersi di scontri non risolutivi, fino alla vittoria della flotta romana ottenuta da Catulo presso le
isole Egadi, il 10 marzo del 241 a.C.
I Cartaginesi dovettero accettare dure condizioni di pace:
 la restituzione di tutti i prigionieri;
 il pagamento di una pesante indennità di guerra;
 la rinuncia totale alla Sicilia.
La Sicilia divenne la prima provincia romana, cioè il primo territorio conquistato fuori della penisola italica e governato
da un magistrato romano.
SECONDA GUERRA PUNICA (218-202 A.C.)
Dopo la sconfitta subita, Cartagine venne fortemente penalizzata dalla perdita dei domini siciliani, dalla fine del
monopolio dei commerci marittimi e dalle indennità di guerra imposte da Roma. L’oligarchia dei mercanti e degli
armatori, capeggiata dalla potente famiglia dei Barca intraprese allora una politica di espansione in Spagna. I successi
del generale Amilcare Barca suscitarono forti preoccupazioni a Roma. Fu così stipulato tra romani e cartaginesi il
cosiddetto «trattato dell’Ebro» (226 a.C.), che fissava come limite all’espansione punica il fiume Ebro, nella parte nord-
orientale della penisola. A sud del fiume, e quindi in piena sfera d’influenza punica, si trovava tuttavia la città iberica
di Sagunto, con la quale i romani avevano stretto rapporti di amicizia. Nel 219 a.C. Annibale, figlio di Amilcare, come
azione certamente provocatoria, assediò e conquistò Sagunto.
L’anno successivo, 218 a.C. (anno d’inizio della seconda guerra punica), Annibale, sfuggito a un esercito romano inviato
a bloccarlo in Gallia, raggiunse a tappe forzate le Alpi e le valicò, con circa 70 mila uomini e diversi elefanti.
La marcia fu massacrante e costò gravi perdite di uomini e animali. Giunto nella Pianura Padana, Annibale ottenne però
l’appoggio dei Galli e sconfisse gli eserciti romani in due battaglie, prima presso il Ticino, poi presso il Trebbia. Avanzò
quindi verso sud e l’anno seguente inflisse ai Romani una terza, grave sconfitta, presso il lago Trasimeno (217 a.C.).
Per fronteggiare la gravissima situazione, a Roma venne eletto dittatore Quinto Fabio Massimo. Egli decise di evitare
altre battaglie in campo aperto e di puntare invece su una tattica di logoramento del nemico, con azioni di guerriglia che
ne disturbassero la marcia e i rifornimenti. Ma era un modo di combattere estraneo alla tradizione romana, che suscitò
forti resistenze e valse al dittatore il soprannome spregiativo di Temporeggiatore.
Così, scaduto il semestre della dittatura, ripresero il sopravvento i sostenitori dello scontro aperto con Annibale, ma
nel 216 a.C. l’esercito romano subì una tremenda sconfitta a Canne, in Puglia. Dopo Canne, l’esercito cartaginese, pur
reduce da quattro vittorie, era stanco e logorato, e non trovò tra gli italici un supporto sufficiente. Annibale si era infatti
presentato alle popolazioni e alle città italiche come liberatore dal dominio di Roma e numerose città italiche, tra
cui Capua, passarono in effetti dalla sua parte; la maggior parte della federazione romana rimase però compatta e
fedele a Roma.
Annibale pose il suo quartier generale a Capua, in attesa di aiuti da Cartagine. Però la presenza romana in Spagna
limitava le possibilità di fargli giungere forze via terra, mentre la flotta romana intercettava buona parte degli aiuti
inviati da Cartagine.
Intanto nel 212 a.C. Siracusa, che Annibale aveva tirato dalla propria parte, fu assediata e conquistata dai Romani.
Anche re Filippo V di Macedonia si schierò con Annibale e dichiarò guerra a Roma, e Roma strinse alleanze con i nemici
della Macedonia in Grecia e nel Mediterraneo orientale.
Nel 211 a.C. Capua venne rasa al suolo dai Romani e Annibale fu costretto a ritirarsi più a sud. L’anno seguente venne
affidato al giovane Publio Cornelio Scipione il comando dell’esercito di Spagna: nel 206 a.C. Scipione espulse
completamente i Cartaginesi dalla regione. Rientrato in Italia, Scipione convinse il senato a portare la guerra in  Africa;
nel 203 a.C. sbarcò non lontano da Cartagine e, con l’appoggio di Massinissa, re della Numidia ottenne una serie di
vittorie che costrinsero i Cartaginesi a richiamare Annibale in patria. La vittoria definitiva su Annibale ebbe luogo il 18
ottobre del 202 a.C. a Zama. Le condizioni di pace per Cartagine furono durissime:
 la cessione a Roma della Spagna e la rinuncia a ogni possedimento fuori dall’Africa;
 la consegna della flotta da guerra e il pagamento di un’enorme indennità;
 la subordinazione al consenso di Roma su qualunque iniziativa di politica estera.
Cartagine non fu distrutta ma la sua potenza sì. Roma era padrona del Mediterraneo occidentale.
TERZA GUERRA PUNICA E DISTRUZIONE DI CARTAGINE
La Terza guerra punica ebbe inizio nel 149 a.C. con l’assedio di Cartagine; terminò tre anni dopo, nel 146 a.C., con la
totale distruzione della città.
Cartagine, viveva da decenni in una prosperosa tranquillità, interrotta ogni tanto dai contrasti con l’irrequieto  regno di
Numidia. I danni di guerra erano stati quasi del tutto pagati e l’economia era completamente riassestata. A Roma,
allora, si diffuse il timore che la città potesse riarmarsi e attaccarla. Di questo diffuso stato d’animo si fece portavoce
Catone detto il Censore. Così quando Cartagine dichiarò guerra contro Massinissa, re della Numidia, a causa dei suoi

2
continui soprusi, Roma a sua volta dichiarò guerra a Cartagine, poiché il trattato di pace stipulato impediva a Cartagine
di dichiarare guerra senza il consenso di Roma: è la Terza guerra punica, 149 a.C.
La Terza guerra punica consistette nell’assedio di Cartagine, guidato da Scipione Emiliano. L’assedio di Cartagine durò
dal 149 a.C. al 146 a.C. Nel corso del lungo assedio la città punica soffrì la fame e la pestilenza; infine Cartagine fu rasa al
suolo e il territorio di Cartagine fu incorporato nello stato romano come provincia d’Africa.
GUERRE MACEDONICHE, 215-148 A.C.
La prima guerra macedonica, 215-205 a.C.
Scoppiò in relazione alle vicende della seconda guerra punica. Subito dopo la battaglia di Canne, infatti, sembrandogli
la Repubblica romana sull’orlo del tracollo, Filippo V di Macedonia strinse un’alleanza con Annibale.
Roma reagì chiamando a raccolta i vari nemici che Filippo aveva sia in Grecia (primi fra tutti la Lega etolica) sia in Asia
Minore, come il regno di Pergamo; i Romani non poterono intervenire con forze rilevanti perché duramente impegnati
da Annibale in Italia. La prima delle tre guerre macedoniche si concluse con la pace di Fenice (205 a.C.).
La seconda guerra macedonica, 200-197 a.C.
Pochi anni dopo, Filippo V di Macedonia avviò una politica di espansione in Asia Minore. Aggredì infatti il regno di
Pergamo, alleato di Roma, e penetrò in Grecia, tentando la conquista di Atene (200 a.C.). Ebbe così inizio la seconda
guerra macedonica. La guerra culminò nella battaglia in Tessaglia: il sovrano macedone perse tutti i territori esterni alla
Macedonia, consegnò la flotta e pagò una forte indennità.
La terza guerra macedonica, 171-168 a.C.
Filippo V di Macedonia morì nel 179 a.C.; gli successe il figlio Perseo. Questi nel 171 a.C. iniziò una nuova guerra contro
Roma, la terza delle tre guerre macedoniche. Per qualche anno, i Macedoni riuscirono a resistere, ma i macedoni furono
sbaragliati nella battaglia di Pidna. Le città greche colpevoli di aver appoggiato il re macedone subirono delle riduzioni
territoriali e i cittadini ridotti in schiavitù. inizialmente la Macedonia fu divisa in 4 provincie che non potevano avere
alcun contatto tra di loro, ma dopo la repressione di una ribellione, la Macedonia divenne provincia romana (148 a.C.).
Con essa, l’intera Grecia entrò a far parte stabilmente dei domini romani.
GUERRA SIRIACA, 192-189
Roma esercita ora il dominio diretto dell'intera area greco-macedone, ridotta a provincia romana, e il controllo indiretto
di buona parte della penisola anatolica, sottratta ai Seleucidi e assegnata al Regno alleato di Pergamo. Alla morte
dell'ultimo re di Pergamo, quest'area entrò a far parte dei domini diretti di Roma come provincia d'Asia.
La guerra siriaca vede contrapposti i Romani contro l’impero seleucide di Antioco III e la Lega etolica, tra il 192 e il 188
a.C.
Nel 192 a.C., contro la continua ingerenza romana nella politica delle città greche, al termine della seconda guerra
macedonica, la Lega etolica chiede l’intervento del re di Siria Antioco III (242-187 a.C.). Questi, a sua volta, è
preoccupato dell’espandersi di Roma verso Oriente. Certo di poter contare sull’aiuto dei Greci e su quello dei Macedoni,
nel 191 a.C. sbarca in Grecia. Ma solo la Lega etolica lo aiuta.
Il re siriaco è sconfitto dai romani alle Termopili e a Magnesia. Antioco III è costretto ad accettare la pace a condizioni
durissime: cessione della Tracia e della parte occidentale della penisola anatolica al Regno alleato di Pergamo. Alla
morte dell’ultimo re di Pergamo quest’area entrerà a far parte dei domini diretti di Roma come provincia d’Asia.
Antioco III morirà durante una spedizione in Oriente nel 187 a.C. lasciando il trono al figlio Seleuco IV già associato al
potere nel 188 a.C.
SILLA
Lucio Cornelio Silla nacque a Roma nel 138 a.C. circa. La sua era un’antica e illustre famiglia aristocratica.
Nell’88 a.C. fu eletto console.
Nell’88 a.C., Mitridate invase la provincia romana d’Asia sconfiggendo le truppe romane; ordinò di uccidere tutti i
cittadini romani e italici presenti nella provincia. Passò quindi in Macedonia e in Grecia, dove lo accolsero come un
liberatore. I suoi piani prevedevano lo scatenamento di una grande rivolta dei territori asiatici e greci sottomessi al
dominio romano. Il senato affidò il comando di questa guerra al console Lucio Cornelio Silla.
Silla era a Nola, pronto a salpare per l’Oriente, quando gli fu comunicato il contrordine. L’assemblea della plebe, istigata
da Gaio Mario e dai suoi seguaci, aveva infatti deciso di assegnare allo stesso Mario il comando della spedizione contro
Mitridate. Silla rifiutò il contrordine ed entrò quindi a Roma alla testa di sei legioni scatenate contro gli avversari politici.
Molti appartenenti alla fazione dei popolari furono condannati a morte; altri, tra cui Mario, si salvarono con la fuga.
Con quest’azione Silla svelò una verità molto semplice: la repubblica era nelle mani di qualsiasi generale potesse
contare su truppe fedeli e pronte a tutto pur di ottenere dal loro capo ricompense e vantaggi materiali.
Ristabilito il potere del senato e degli ottimati, Lucio Cornelio Silla partì per l’Oriente. Qui rimase quattro anni (87-84
a.C.) combattendo vittoriosamente contro Mitridate.
A Roma, intanto, i popolari ritornarono al potere, perseguitarono gli avversari politici e richiamarono in patria Gaio
Mario, eletto ancora una volta console. Mario morì però nell’86 a.C., poco dopo l’elezione, lasciando i popolari senza
una guida autorevole.
L’avvicinarsi del ritorno di Silla riaccese lo scontro tra le opposte fazioni. Quando Silla sbarcò in Italia nell’83 a.C., forte
dei successi ottenuti, delle ricchezze accumulate in Oriente e con un esercito di fedelissimi, si aprì la guerra civile.
3
Con Lucio Cornelio Silla si schierarono le truppe guidate da due giovani ma abili comandanti, Marco Licinio Crasso e
Gneo Pompeo; i popolari si allearono invece con i Sanniti, irriducibili avversari di Silla dai tempi della guerra sociale.
La guerra civile si concluse con la vittoria dei sillani nella battaglia di Porta Collina (82 a.C.). Pompeo inseguì i sostenitori
di Gaio Mario in Sicilia e in Africa, sbaragliandoli.
Silla usò il suo immenso potere per rafforzare il predominio dell’oligarchia. Nell’82 a.C. assunse la carica di dittatore a
tempo indeterminato con potere di legiferare. Era una carica inedita: la dittatura era infatti una magistratura
straordinaria, che durava solo sei mesi e alla quale si faceva ricorso soltanto in momenti di grave pericolo per lo Stato.
L’ultimo dittatore, Quinto Fabio Massimo, era stato nominato circa un secolo e mezzo prima, durante la Seconda guerra
punica (dopo di Silla, Giulio Cesare sarà l’ultimo a vestire gli abiti da dittatore).
L’opposizione fu messa a tacere con le cosiddette liste di proscrizione, elenchi pubblici di cittadini dichiarati traditori
dello stato, che chiunque era autorizzato a uccidere impunemente. I beni dei proscritti erano confiscati; i loro figli
privati della cittadinanza. Si aprì una feroce caccia all’uomo. Fu anche l’occasione per vendette personali e per
arricchimenti ottenuti con l’assassinio. Un quarto dei senatori e 1600 cavalieri furono infatti uccisi senza processo, i loro
beni confiscati e distribuiti tra i sostenitori di Silla.
Alla repressione seguì un’opera di riorganizzazione delle istituzioni, finalizzata a rafforzare il senato e a indebolire il
tribunato della plebe.
Il numero dei senatori fu portato da 300 a 600, con la nomina di personaggi che avevano mostrato particolare fedeltà
nei suoi confronti.
I tribunali furono sottratti ai cavalieri e affidati unicamente ai senatori: era così cancellata la legge giudiziaria di Gaio
Gracco. I poteri del tribunato della plebe furono drasticamente ridimensionati, quasi vanificati; le decisioni
dell’assemblea della plebe erano sottoposte all’approvazione del senato. Con la lex Cornelia de Magistratibus elevò l’età
minima per l’accesso alla carica di questore (30 anni), di pretore (40), di console (43).
Con Silla ebbe inoltre luogo la prima grande distribuzione di terre ai veterani: 120 mila ex legionari furono dislocati in
undici nuove colonie, soprattutto in Etruria e in Campania (regioni ostili a Silla).
Convinto di aver agito per il bene della repubblica, nel 79 a.C. Silla lasciò inaspettatamente la dittatura e la vita politica;
si ritirò in una sua tenuta in Campania, dove morì nel 78 a.C.
Le riforme di Silla furono prima rimaneggiate, poi abolite nel 70 a.C. da Pompeo e Crasso. In particolare, essi
restituirono pieni poteri ai tribuni della plebe; ampliarono le frumentazioni a favore del popolo; consentirono
nuovamente ai cavalieri di accedere ai tribunali per i reati di corruzione.
GNEO POMPEO MAGNO
Nobile, ricco, ambizioso, si era fatto strada, giovanissimo, con Silla. Si era guadagnato il titolo di Magno combattendo i
seguaci di Gaio Mario in Sicilia e in Africa; poi aveva domato (77 a.C.) in Etruria la ribellione del  console Marco Emilio
Lepido, che intendeva sfruttare a fini di potere personale un’insurrezione dei proprietari delle terre confiscate da Silla
per i suoi veterani.
Nel 76 a.C. Gneo Pompeo Magno riuscì a reprimere in Spagna la rivolta di Quinto Sertorio, ex ufficiale di Gaio Mario che
aveva creato nella penisola iberica un governo autonomo.
Nel 71 a.C. Pompeo represse, insieme a Marco Licinio Crasso, la rivolta di Spartaco. Contrapposti da una vecchia rivalità,
ambedue potevano contare su eserciti fedeli. Preferirono l’accordo allo scontro armato, e si fecero eleggere insieme al
consolato del 70 a.C.
Per guadagnarsi il consenso della plebe e dei nobili moderati, essi abrogarono le riforme di Silla. In particolare:
restituirono pieni poteri ai tribuni della plebe; ampliarono le frumentazioni a favore del popolo; consentirono
nuovamente ai cavalieri di accedere ai tribunali per i reati di corruzione.
Nel 67 a.C. riuscì a debellare i pirati che sconvolgevano le coste ed i commerci nel Mediterraneo.
Sull’onda di questo successo, nel 66 a.C. Gneo Pompeo Magno ottenne pieni poteri nella guerra contro Mitridate, che
nel frattempo aveva occupato la Bitinia e la Cappadocia, due regioni dell’Asia Minore sotto il controllo di Roma. Nel giro
di pochi anni Gneo Pompeo sconfisse Mitridate e ridusse a provincia la Siria, una parte della Giudea e una parte del
Ponto che fu annessa alla Bitinia; nei vari regni collocati ai confini, impose sovrani a lui fedeli. La sistemazione dei
domini orientali, dunque, accrebbe enormemente il suo potere personale. Nel 62 a.C. rientrò dall’Oriente, carico di
bottino e di gloria. Ci si poteva attendere (e il senato lo temeva) un atto di forza contro le istituzioni, ma Pompeo,
sbarcato a Brindisi, sciolse l’esercito, limitandosi a chiedere la ratifica dei provvedimenti presi in Oriente e la
concessione di terre ai suoi veterani.
Il senato, preoccupato dal prestigio di Pompe, si oppose alle sue richieste. Pompeo quindi rinnovò l’alleanza con il
ricchissimo Crasso, anch’egli ostile al senato, ma cercò anche l’appoggio di Gaio Giulio Cesare.
Dall’intesa tra Crasso, Pompeo e Cesare nacque, nel 60 a.C., il cosiddetto Primo triumvirato, un accordo segreto di
carattere privato che garantiva ai tre contraenti aiuto reciproco contro il senato per ottenere consistenti vantaggi
politici.
Cesare, eletto console per l’anno 59 a.C., propose immediatamente una legge per la concessione di terre ai veterani di
Pompeo. Quando i nobili fecero ancora una volta ricorso all’ostruzionismo, egli fece intervenire i soldati, che ridussero
l’opposizione al silenzio. Il console fece anche ratificare la sistemazione data da Pompeo all’Oriente.
4
Gneo Pompeo Magno, console con Crasso nel 55 a.C., ottenne il proconsolato della Spagna.
Nel 53 a. C. Crasso si recò in Oriente per combattere contro i Parti, che lo sconfissero e uccisero nella battaglia di Carre,
in Mesopotamia.
Mentre Crasso andava incontro alla rovina e Cesare conquistava le Gallie, Pompeo non si allontanò da Roma, per
controllare la situazione nella capitale. A Roma ormai l’anarchia imperava: nessuna istituzione offriva più garanzie di
stabilità e la città era preda di scontri sanguinosi tra le bande dei cesariani e gli oppositori di Cesare.
Nell’anno 52 a.C. il senato, che ormai considerava Cesare il suo più pericoloso nemico, assegnò a Pompeo un incarico
senza precedenti, quello di console senza collega, vale a dire di console unico. Formalmente la decisione era giustificata
dall’esigenza di riportare l’ordine, ma in realtà il senato pensava di utilizzare la forza di Pompeo contro Cesare. Pompeo
peraltro era convinto della necessità di riavvicinarsi al senato per guadagnarsi appoggi preziosi in vista del prevedibile
scontro con Cesare ora che, dopo la morte di Crasso, il triumvirato, ridotto a due soli protagonisti, era finito.
La situazione precipitò nel 49 a.C. quando Cesare, allo scadere del mandato in Gallia, chiese di tornare a Roma non
come privato cittadino ma dopo essere stato nominato console, poiché temeva di trovarsi esposto alle vendette del
senato e di Pompeo.
Il senato gli intimò invece di sciogliere le legioni e di presentarsi a Roma da privato. Cesare si dichiarò disposto a
congedare le legioni se anche Pompeo avesse congedato le sue. Il tentativo fallì e il senato, su pressione di Pompeo,
dichiarò Cesare nemico pubblico. Non restava che la via delle armi e nel 49 a.C. Cesare superò con le sue legioni
il Rubicone, violando così il pomerio (confine sacro) di Roma. Aveva inizio una nuova guerra civile.
Pompeo era ben consapevole che l’esercito di Cesare era una perfetta macchina da guerra, composta da soldati legati al
loro capo da una cieca dedizione. Pertanto Pompeo con 200 senatori si rifugiò in Grecia. Qui organizzò un nuovo
esercito, grazie agli appoggi di cui godeva in Oriente.
Cesare non lo inseguì subito: prima si recò in Spagna, dove in pochi mesi sbaragliò le legioni fedeli a Pompeo; poi, nel  48
a.C., raggiunse la Grecia e sconfisse il rivale nella battaglia di Farsalo, in Tessaglia. Pompeo fuggì in Egitto, dove contava
sull’aiuto del re Tolomeo XIII, fratello della regina Cleopoatra. Tolomeo XIII invece, per ingraziarsi Cesare, lo fece
uccidere.
GIULIO CESARE
Gaio Giulio Cesare nacque a Roma nel 100 a.C. dalla nobilissima gens Iulia, una famiglia patrizia che vantava una mitica
discendenza da Iulo, figlio dell’eroe troiano Enea, e perciò da Venere.
Cesare, nipote di Gaio Mario, sposò, giovanissimo, Cornelia, figlia di Lucio Cornelio Cinna uno dei leader del partito
mariano. Questo suo legame con una famiglia notoriamente schierata con i popolari, oltre alla parentela con Gaio
Mario, gli attirò l’avversione di Silla. Dovette quindi allontanarsi da Roma, ma vi rientrò dopo la morte di Silla (78 a.C.) e
incominciò la carriera forense e politica percorrendo le diverse tappe del cursus honorum: fu questore in Spagna, edile,
pontefice massimo, pretore, propretore.
Nel 60 a.C. Giulio Cesare stipulò con Pompeo e Crasso l’accordo segreto cosiddetto del Primo Triumvirato, in vista della
spartizione del potere.
Divenuto console nel 59 a.C. in seguito a questo patto, Giulio Cesare fece approvare, oltre a due leggi agrarie in favore
dei veterani di Pompeo, anche un’altra legge che ne riconosceva l’operato in Asia (in aperto contrasto con il Senato).
Nel 58 a.C., a sua volta, appoggiato da Pompeo e Crasso, Giulio Cesare ottenne per la durata di cinque anni il
proconsolato della Gallia Cisalpina, dell’Illirico e della Gallia Narbonese.
Giulio Cesare compì dal 58 al 52 a.C. la mirabile opera di conquista di tutta la Gallia. Sottomise il popolo celtico
presentando questa sua azione come un’operazione soprattutto difensiva e preventiva. Prese infatti a pretesto alcuni
sconfinamenti degli Elvezi e di altre tribù germaniche e impegnò le sue truppe in una guerra che durò ben sette anni e
che portò nelle mani di Roma un territorio molto vasto, ricco di materie prime e schiavi.
Cesare rivelò in questa guerra le sue eccezionali doti militari e seppe fare della conquista della Gallia la base del suo
potere politico a Roma, procurandosi un forte e devoto esercito e una gloria superiore a quella di Pompeo.
Pompeo comprese che il nuovo prestigio di Cesare rappresentava per lui un pericolo: per questa ragione si schierò con i
senatori. Così, appigliandosi a cavilli giuridici, Pompeo e il Senato negarono a Cesare il consolato e mentre Cesare si
apprestava a tornare a Roma per reclamare la carica, gli intimarono di sciogliere il suo esercito.
Cesare, per tutta risposta, nel 49 a.C. attraversò la linea sacra del pomerio, che Silla aveva tracciato presso il fiume
Rubicone (vicino a Rimini).
Nell’agosto del 48 Giulio Cesare sconfisse a Farsalo, in Tessaglia, l’esercito senatorio guidato da Pompeo;
successivamente soffocò altri focolai di resistenza pompeiana in Africa e in Spagna.
Console e dittatore durante gli anni della guerra civile, dittatore a vita dal 45 a.C., Cesare assunse le massime cariche
dello Stato. Contemporaneamente limitò il potere del Senato e vi immise molti membri di ogni ceto; frenò le ingerenze
e le speculazioni dei cavalieri; aiutò il popolo con sovvenzioni, i bisognosi e gli inabili al lavoro, anche con possibilità di
occupazione e di sistemazione in colonie.
Si preoccupò di assicurare la giustizia amministrativa nelle province e ne migliorò la condizione giuridico-politica,
concedendo la cittadinanza latina (come agli abitanti della Sicilia) o romana (come ai Galli Cisalpini).
Ma il suo programma di equilibrio e di giustizia sociale aveva imposto rinunce alle varie classi e leso interessi disparati.
5
Così il 15 marzo del 44 a.C., poco dopo la sua proclamazione a dittatore a vita, Cesare venne assassinato da un gruppo
di aristocratici di salda fede repubblicana, preoccupati per le tendenze autocratiche e le inclinazioni alla regalità che
andava dimostrando, tra cui Decimo Giunio Bruto (legato di Cesare in Gallia), Marco Giunio Bruto (figlio di Cesare) e
Gaio Cassio Longino (ufficialei di Pompeo).
AUGUSTO
Augusto è stato uno dei personaggi più importanti della storia. Ha fondato l’impero romano che ha dominato su tutti i
paesi che si affacciano sul mar Mediterraneo, estendendosi con il tempo a nord fino alla Germania e alla Gran Bretagna
e ad est fino alle rive del Mar Caspio. Un impero che ha lasciato un’impronta culturale.
Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto nasce a Roma nel 63 a.C. con il nome di Gaio Ottavio. Il piccolo Gaio Ottavio
rimane orfano di padre a quattro anni e cresce educato dal prozio Giulio Cesare che si occupa della sua formazione
culturale e militare. Da ragazzo Giulio Cesare lo invia ad Apollonia a studiare. Proprio ad Apollonia viene a conoscenza
della morte di Giulio Cesare, dittatore a vita che divideva il consolato con il suo fidato amico Marco Antonio.
Nel 44 a.C., a soli 19 anni, quando il testamento di Giulio Cesare viene letto pubblicamente, Augusto scopre di essere
stato designato come suo successore. La decisione non è vista di buon occhio dagli altri aspiranti al potere, ma dopo
qualche mese di scontri si arriva ad un accordo tra Augusto, Marco Antonio e Marco Emilio Lepido che, dividendosi i
territori, governano insieme.
Questo accordo è sancito dal senato nel 43 a.C. attraverso la creazione della magistratura del triumvirato, che durerà
circa dieci anni. L’anno successivo, la battaglia di Filippi decreta la sconfitta definitiva di Bruto, Cassio e Sesto Pompeo
che avevano organizzato la congiura contro Giulio Cesare e adesso erano fieri avversari del suo erede Augusto e dei suoi
alleati.
Nel 40 a.C. vengono firmati gli accordi di Brindisi che spartiscono il controllo dei territori tra i triumviri. Ad Antonio
spetta l’Oriente, a Lepido l’Africa, mentre Ottaviano Augusto governa in Occidente.
Lepido reclama per la sé la Sicilia, appena sottratta a Sesto Pompeo, così Augusto, sconfiggendo Pompeo, rimane l’unico
a comandare nella parte occidentale dei territori romani, mentre Antonio controlla quella orientale.
La pace tra i due, però, non è destinata a durare a lungo e la competizione militare e politica si conclude nel 31 a.C. con
la battaglia navale di Azio, durante la quale la flotta di Augusto, comandata da Agrippa, sconfigge le navi di Antonio e di
sua moglie Cleopatra, potente regina d’Egitto.
Augusto, ormai solo al potere, deve mostrare come intende governare. Il popolo vuole che sia lui a guidare lo Stato, il
senato gli offre la dittatura, ma Augusto, certo che una pace basata sulla sua autorità e non sul consenso di tutti sarebbe
stata insicura, rinuncia alle cariche speciali che gli erano state conferite durante la guerra contro Antonio. Il Popolo e il
Senato di Roma non sono pronti a perdere la loro identità culturale repubblicana, così Augusto restituisce nelle mani
della repubblica il potere. In realtà è un atto formale e lo stesso Augusto si assicura, attraverso l’assunzione di una serie
di cariche incrociate, che il potere rimanga ben stretto nelle sue mani.
Augusto riforma ogni settore dello stato: l’esercito, la giustizia, la religione:
 crea corpi militari specializzati per la gestione dell’ordine cittadino e la guardia pretoriana per la protezione
personale dell’imperatore;
 introduce leggi a difesa della famiglia e politiche sociali a sostegno della popolazione più povera;
 garantisce ai militari congedati un vitalizio e costruisce grandi opere pubbliche, terme e acquedotti. T
 trasforma Roma in una città monumentale
 organizza il sistema monetario e facilita gli scambi commerciali.
La sua carriera è sapientemente gestita in modo graduale e tutti i poteri e le onorificenze gli vengono assegnati dal
senato e non per sua scelta personale. Già prima della battaglia di Azio aveva ricevuto il titolo di Imperator, riservato ai
generali vittoriosi, mentre quello di Augustus gli viene conferito dopo la vittoria.
Dal 31, il senato lo elegge console ogni anno e gli conferisce l’imperium proconsulare (potere militare ed esecutivo sulle
province), infine nel 23 a.C. Augusto riceve la carica che segna indiscutibilmente l’inizio del potere imperiale: la
tribunicia potestas a vita. Adesso Augusto può intervenire in ogni questione amministrativa, ha diritto di veto sulle
decisioni non gradite, a lui riportano tutte le province, quelle imperiali, già sotto il suo controllo e quelle senatorie, fino
ad allora governate da consoli.
Augusto regala all’impero 40 anni di pace, che passerà alla storia con il nome di Pax Romana, anche se sulle frontiere è
impegnato militarmente al nord in Europa, ad est in Asia e al sud in Africa per mantenere i confini delle terre
conquistate in epoca repubblicana.
Augusto è sempre dovuto stare attento alla sua vita e sventare congiure, alla più importante delle quali sembra abbia
partecipato anche la sua unica figlia Giulia. Augusto le risparmierà la vita, ma da quel momento vivrà in esilio.
Se Augusto riesce a difendere la propria vita, non è abbastanza bravo a difendere i suoi eredi. Ha una sola figlia
naturale, Giulia, la cui madre è Scribonia da cui Augusto divorzia il giorno stesso della nascita della figlia per sposare
dopo poco Livia Drusilla che rimarrà al suo fianco fino alla morte.
Giulia, in quanto donna, non può aspirare al trono; il prescelto è Marcello, figlio di Ottavia, la sorella di Augusto.
Marcello sposa Giulia ma muore solo due anni più tardi. In seconde nozze Giulia sposa Marco Agrippa, amico fraterno
del padre, dal quale ha due figli Lucio e Caio, ma anche loro muoiono giovani.
6
Ad assicurare la discendenza ci pensa allora Livia, moglie di Augusto, che appoggia Tiberio, nato dal suo precedente
matrimonio, che diventerà effettivamente il secondo Imperatore romano.
Augusto muore nel suo letto nella casa di Nola, nel 14 d.C.
TIBERIO
Tiberio non proveniva da una famiglia di ordine equestre, ma da una Gens patrizia.
Nel 14 d.C. fu proclamato imperatore dell'Impero romano, ma si trovò davanti a una grande scelta: come affrontare la
sua futura vita politica: egli, infatti, non sapeva se sarebbe stato meglio ripristinare la repubblica (e quindi riportare il
caos e le guerre civili) o accettare il potere supremo.
Alla fine scelse il trono, ma non si fece mai chiamare né imperator, né pater patriae . Tiberio fu sempre molto attento e
moderato.
Per quanto riguarda la politica estera, Tiberio fece diventare province Cilicia e Cappadocia e fortificò le difese ai confini
dei territori romani in modo che il suo impero potesse vivere in una siotuazione di pace e sicurezza. Nel 27 d.C. egli si
volle ritirarsi nella sua grande villa a Capri, poiché stanco e preoccupato dal fatto che la corte imperiale stesse
diventando un luogo di trame, lotte per la successione e congiure di palazzo. Nonostante ciò egli continuò a tutelare
l’impero fino al momento in cui apprese che Seiano spadroneggiava a Roma e tramava contro il Cesare.
Data la situazione, l’imperatore torno presso la Capitale e fece uccidere Seiano; gli ultimi anni del suo governo furono
caratterizzati dal terrore e dal sospetto che molto spesso causarono vittime innocenti. Egli morì nel 37 d.C.
CALIGOLA
A Tiberio successe l'imperatore romano Gaio Cesare Caligola. Già nel 37 d.C. , appena salito al potere, Caligola pose fine
alla politica moderata di Tiberio. Egli assunse il titolo di pater patriae, impose il culto dell’imperatore vivente e iniziò a
governare come un despota. Una grave malattia compromise la sua sanità mentale: nel periodo del suo Impero molte
persone morirono senza giustificazione, vennero dilapidate le finanze pubbliche e il Senato venne umiliato in
continuazione. I pretoriani senza scrupoli pagarono dei sicari per la sua uccisione e per porre fine alla pazzia che aveva
imposto a tutto il suo impero per ben 5 anni. Caligola morì nel 41 d.C.
CLAUDIO
Dopo l’assassinio di Caligola, i pretoriani proclamarono suo zio, Claudio, imperatore romano.
Claudio, eletto nel 41 d.C. era un considerato ottuso e stravagante, poiché molto studioso e poco socievole. Diventato
imperatore egli si rivelò degno di un ruolo così importante e molto pronto ad assumersi le proprie responsabilità. In
questo periodo al governo ebbero grande importanza i liberti imperiali: egli, infatti, diede loro da svolgere i compiti e le
funzioni più importanti emarginando cosi il lavoro dei cavalieri e del Senato di cui diffidava. Claudio non aveva paura di
cambiare sistema poiché era fermamente convinto che il segreto della grandezza di Roma consistesse nella sua capacità
di resistere a trasformazioni e di riuscire sempre e comunque a mantenere la sua identità. La sua reputazione fu
parzialmente rovinata dal comportamento negativo delle mogli Messalina (licenziosa e infedele, congiurò contro il
marito) e Agrippina (che lo avvelenò per far salire al trono il figlio Nerone)
Claudio nella sua vita ampliò notevolmente le terre di proprietà romana facendo diventare province la Mauritania, la
Tracia e la Britannia. Egli morì nel 54 d.C.
NERONE
Nerone, figlio di Agrippina, salì al trono non ancora diciassettenne. Nei suoi primi anni di governo egli si fece fortemente
influenzare dal suo maestro Seneca. Quest’ultimo era un senatore che intendeva ripristinare la repubblica e riportare
l’equilibrata divisione dei poteri. Ma ad un certo punto a corte esplose il grande contrasto tra il filosofo e la madre
Agrippina la quale voleva esercitare un ruolo dominante al governo anche contro la fazione del figlio.
La situazione degenerò nel 59 d.C. quando Agrippina prese le parti di Ottavia (moglie dell’imperatore) contro Poppea
(amante dell’imperatore); Nerone, consapevole che il filosofo l’avrebbe appoggiato, ordinò l’uccisione della madre.
Dopo questo avvenimento egli cercò di emarginare sempre di più Seneca fino a al punto di esortarlo al suicidio.
Intraprese così una politica autonoma, dispotica e crudele, dilapidò le finanze pubbliche per organizzare i Neronia
(giochi e spettacoli) e si esibì molte volte in pubblico divenendo l’idolo delle folle. Sempre nello stesso periodo fece
uccidere Ottavia per poter finalmente sposare la sua amante Poppea. Nel 65 d.C. fu scoperta la congiura dei Pisoni per
uccidere Nerone il quale iniziò a sterminare la classe dirigente. Nel 64 d.C. Roma fu assalita da un enorme incendio che
la rase al suolo e Nerone ne diede colpa ai Cristiani che, specialmente durante il suo governo, furono molto
perseguitati.
Si dice che probabilmente fosse stato Nerone stesso ad appiccare l’incendio, poiché mirava a costruire la Domus Aurea.
Comunque dopo l’incendio egli stabilì norme edili che prevedevano l’uso di materiali non infuocabili, criteri di
costruzione e la distanza di sicurezza tra gli edifici. Attuò anche una riforma monetaria che migliorò notevolmente il
potere d’acquisto e riorganizzò il sistema di approvvigionamento di Roma. In merito alla politica estera, egli non compì
grandi azioni, ma fece riconoscere al re dei Parti, popolo con il quale si erano riaccesi i contrasti, il dominio romano
sull’Armenia.
Nel 67 d.C. Nerone intraprese un viaggio in Grecia per imparare ancora il teatro e la poesia, ma al suo ritorno a Roma si
ritrovò solo e indifeso: la sua città aveva complottato contro di lui. Si suicidò pur di non consegnarsi nel 68 d.C.,
ponendo fine alla dinastia Giulio-Claudia.
7
GALBA
Servio Sulpicio Galba era un anziano senatore che giunse al soglio imperiale a settantatre anni, mentre era governatore
della Spagna Tarraconense. I suoi soldati lo avevano proclamato principe, eppure in questa occasione Galba non accettò
il titolo ritenendo che essi non avessero alcun diritto a conferirlo. Successivamente si adoperò per ottenere sia
l’appoggio dei pretoriani che il sostegno di altri oppositori di Nerone e fu riconosciuto imperatore da una delegazione di
senatori. Questa scelta non trovò tutti concordi: le legioni della Germania Superiore furono riluttanti all’inizio a prestare
giuramento di fedeltà a Galba. Anche a Roma il clima era ostile a Galba: il principe nominato dal Senato non fu capace
di riscuotere popolarità e gli appoggi necessari. In aggiunta a questo, Galba perse credibilità nei confronti della plebe e
dei soldati con i tagli alle spese che reputò necessari per sanare la crisi finanziaria iniziata con Nerone, inasprendo
ulteriormente la sua posizione con una politica di feroce persecuzione dei suoi oppositori, veri o presunti che fossero.
Galba adottò Lucio Calpurnio Pisone, un giovane esponente dell’ordine senatorio indicandolo come successore. Questa
disposizione fu sgradita a soldati e pretoriani e suscitò il rancore di Marco Salvio Otone, deluso dal mancato
riconoscimento da parte dell’Imperatore per averlo aiutato nella sua ascesa al potere. Otone riuscì alla fine ad ottenere
il titolo di imperatore per acclamazione, con il conseguente massacro di Galba, Pisone e i loro seguaci.
OTONE
Marco Salvio Otone, amico di infanzia di Nerone e primo marito di Poppea, riscosse il primo consenso soprattutto fra i
pretoriani e l’ordine equestre, ma dopo il linciaggio di Galba ottenne anche il riconoscimento del senato. L’avanzata
delle armate germaniche verso l’Italia era iniziata come dissenso verso Galba e proseguì con la successione di Otone. Il
popolo iniziò a chiamarlo con il soprannome “Nerone”, in virtù dell’antica amicizia con il vecchio imperatore; Otone
cercò di creare nuovi posti di lavoro e di ingraziarsi la plebe, favorevole a Nerone, che era messa in agitazione dalla
scarsità delle riserve di grano. Agendo così, però, Otone si rese ostile al Senato, che si era chiaramente opposto a
Nerone e presso il quale la sua posizione era invisa, data la violenta presa del potere. Otone si suicidò.
VITELLIO
Aulo Vitellio era un senatore di rango consolare, divenne unico imperatore mentre si trovava ancora in Gallia, con il
difficile compito di gestire i soldati di Otone e di mantenere la disciplina dei propri, che si diedero a saccheggi e
devastazioni. Molti membri della guardia pretoriana furono congedati per essere rimpiazzati con soldati provenienti
dalle legioni renane.
Non fu mai accettato come imperatore dall’intero mondo romano, anche se a Roma il senato lo accettò e gli attribuì i
consueti onori imperiali. Egli entrò in Italia alla testa di soldati licenziosi e rozzi, e Roma divenne lo scenario di rivolte e
massacri, spettacoli di gladiatori e fasti stravaganti. Appena si sparse la voce che gli eserciti danubiani di Pannonia e
Mesia, avevano acclamato Vespasiano, Vitellio, abbandonato da molti dei suoi sostenitori, avrebbe voluto rinunciare al
titolo di imperatore ma fu ucciso.
FLAVIO VESPASIANO
Discendeva da una modesta famiglia del ceto equestre italico. Si era fatto da sé, salendo per i suoi meriti i gradi
dell’esercito.
Nel 69 d.C., con la Lex De Imperio Vespasiani (l’unico esempio esistente di un documento ufficiale che conferisce i
poteri ad un imperatore), si fece assegnare in blocco tutti i poteri di cui i suoi predecessori avevano goduto:
• concludere trattati con chiunque voglia;
• convocare e presiedere il senato, far votare i senatoconsulti;
• ampliare ed estendere i confini del pomerio;
• diritto e potere di compiere e realizzare qualunque cosa riterrà utile alla repubblica.
Non sappiamo se la promulgazione di questa legge diverrà in seguito una consuetudine per i successivi imperatori
oppure se rimarrà un unicum, come del resto non conosciamo precisamente l’iter della sua approvazione.
Con gli oppositori interni, in particolare i sostenitori di Vitellio, è tutto sommato magnanimo, risultando invece spietato
con chi ritiene possa mettere in pericolo la stabilità e la pace dell’Impero.
Nel corso del suo principato viene proclamato console per nove volte, pontefice massimo, pater patriae e censore.
Rimette poi in ordine i conti dello stato con un’amministrazione oculata e frutto di morigeratezza e austerità.
Inoltre è soprattutto grazie alle numerose tasse introdotte che riesce a rimettere in sesto le finanze pubbliche: da
ricordare il Fiscus Iudaicus, imposto agli ebrei sconfitti durante la guerra giudaica, una tassa destinata al tempio di Giove
Capitolino a Roma.
Infine adotta alcune misure anche nel campo del diritto innanzitutto per ridurre il numero delle liti e delle cause
pendenti accumulatesi esponenzialmente negli anni.
Tra le opere pubbliche: rifacimento del Campidoglio, costruzione dell’Anfiteatro Flavio (Colosseo) che verrà però
inaugurato dal figlio Tito, lavori di potenziamento e manutenzione delle strade consolari in territorio italico, costruzione
o il rafforzamento di diversi castra posti lungo i confini imperiali.
Al termine della guerra giudaica, la Giudea viene annessa alla Siria divenendo una provincia. Nel 69 seda la ribellione dei
Batavi, una popolazione germanica stanziata nell’attuale Olanda,
In ambito militare, ripristina l’antica disciplina e il duro addestramento necessario soprattutto per le truppe stanziate su
confini poco turbolenti e quindi inattive per lunghi periodi; ricostituisce il corpo dei pretoriani e riorganizza le legioni.
8
Vespasiano è il primo a morire di morte naturale dai tempi di Augusto. Dopo la sua morte viene immediatamente
divinizzato dal figlio e successore Tito.
TITO
A Vespasiano succedette il figlio Tito, già famoso durante il regno del padre per aver represso violentemente una rivolta
giudaica che aveva sconvolto la Palestina e in particolare Gerusalemme. Egli venne ricordato anche per essere stato uno
dei soccorritori più valorosi nel corso dell'eruzione del Vesuvio che nel 79 d.C. aveva raso al suolo le città di Pompei ed
Ercolano. Fu definito “delizia del genere umano” grazie alla sua intelligenza, ai suoi modi accattivanti e al suo fascino. Il
suo fu però un regno breve, poiché morì nell'81 d.C, solo dopo due anni che era al potere, a causa di un male
improvviso.
DOMIZIANO
Salito al potere nell' 81 d.C. , a differenza del fratello molto estroverso e aperto, egli era di carattere autoritario e molto
riservato. Aspirava al rafforzamento del potere imperiale, amava farsi chiamare Dominus et Deus (signore e dio) e
governò con il pugno di ferro. Egli portò avanti il risanamento delle finanze pubbliche iniziato dal padre, emanò leggi a
favore dell’agricoltura e aumentò il salario dei soldati. Guadagnò la fiducia della popolazione italica, degli eserciti e dei
pretoriani; il Senato invece non gradiva affatto il suo carattere dispotico e poco disposto a collaborare. Il contrasto con il
governo degenerò e allora Domiziano temendo di essere prossimo a delle congiure scatenò il terrore tra la classe
dirigente. Nel 96 d.C. una congiura pose fine all’ultimo erede della dinastia Flavia. Nei registri il Senato volle ricordare
ingiustamente Domiziano e, infatti, questo venne paragonato a Nerone.
NERVA
Eliminato dalla scena politica Domiziano, i congiurati scelsero come successivo imperatore romano Nerva, un vecchio
settantenne senza figli e tradizionalista.
Appena eletto fece cessare le persecuzioni contro i cristiani, consentì agli esiliati di rientrare a Roma, abolì i processi di
lesa maestà, reintegrò il senato nelle sue prerogative, abolì il fiscus iudaicus (la tassa pagata dagli ebrei assoggettati
all’impero romano dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme per opera di Tito, dietro ordine del padre
Vespasiano, in favore del Tempio di Giove Capitolino in Roma) e la vicesima hereditatum (l’imposta successoria pari al
5% del patrimonio ereditario). Ma il merito principale del suo brevissimo regno (96-98 d.C.) fu l’introduzione
del principato adottivo. Anzi, si può dire che la decisione più felice di Nerva sia stata quella di adottare quale proprio
successore Marco Ulpio Traiano, sotto il quale l’impero avrebbe raggiunto il suo apogeo. Con il principio dell’adozione, il
principe in carica adottava il suo successore, con l’approvazione del senato, scegliendolo  in base alle qualità e ai meriti. I
romani avevano infine accettato che, se un principe doveva esserci, almeno fosse l’optimus princeps, il principe migliore
possibile.
MARCO ULPIO TRAIANO
Traiano salì al potere nel 98 d.C. ed era un uomo autorevole. Fu il primo imperatore romano di origini non italica
(proveniva dalla Spagna). Durante i venti anni del suo governo egli fu apprezzato da tutti, i senatori erano soliti
chiamarlo Ottimo; era un uomo tollerante, collaborava con il Senato , distribuì denaro alla popolazione, fu un ottimo
condottiero e fu molto gradito ai provinciali che per la prima volta si sentirono parte integrante del governo romano.
Per quanto riguarda la politica estera fu il primo dopo Nerone a intraprendere delle vere campagne, mise in atto una
politica aggressiva con la quale tra il 101 e il 102 d.C. fece diventare uno Stato vassallo la Dacia e tra il 105 e il 106 d.C.
tramutò lo Stato vassallo in provincia; per l’impresa fece erigere la Colonna traiana. Nel 106 d.C. conquistò l’Arabia.
In quegli anni i romani si ritrovarono in contrasto con la popolazione dei Parti, ma Traiano sia per la fama che per la
volontà di trafficare con l’Asia direttamente, cercò lo scontro con questi. La campagna contro i Parti inizialmente portò
dei clamorosi successi come quelli in Armenia e in Mesopotamia (ridotte a province). Fu espugnata la capitale nemica e
la vittoria sembrava imminente, quando in Mesopotamia il popolo romani iniziò a ribellarsi al dominio troppo duro e
oppressivo.
Allo stesso tempo all’interno dell’impero, in alcune regioni, si diede il via alle rivolte degli ebrei che furono tutte
soffocate nel sangue. Traiano fu costretto a rinunciare alla politica estera e il confine dell’impero romano tornò ad
essere segnato dall’Eufrate; Traiano morì nel 117 d.C. in Cilicia.
ADRIANO
Traiano fu il suo tutore, e sebbene non lo avesse designato successore, l’esercito, così tanto devoto a Traiano lo aveva
apertamente acclamato Adriano. Ovviamente non tutti furono contenti della nomina, tanto che Adriano sarà vittima di
più di una congiura, cui reagì con durezza.
Adriano ebbe sicuramente un cursus honorum notevole e veloce: ricoprì la carica di questore, tribuno della plebe,
console, membro del collegio dei septemviri epulones nonché, infine, Legatus Augusti pro praetore in Siria ovvero
divenne governatore imperiale della provincia siriana, con un potere decisionale pressocché illimitato. Adriano è
ricordato come un uomo meditativo e riflessivo, pronto a trovare un compromesso prima di lanciarsi in guerre o assalti.
Adriano fu eletto arconte eponimo di Atene ovvero una delle cariche più prestigiose per la storica città greca, di cui
divenne a tutti gli effetti cittadino.
Sebbene Adriano sia passato alla storia come una persona mite, incline quasi alla non violenza, amante del modo greco,
alla ricerca della pax piuttosto che della guerra, volle plasmare Gerusalemme come una vera città romana, senza
9
assecondare il tentativo, da parte degli Ebrei, di preservare il carattere sacro della loro terra. Si sviluppò una guerra,
vinta da Roma.
Adriano cercò di perpetrare una politica di tolleranza e di pax: rapporti tra patrizi o plebei, leggi che potessero un
appianare le distanze sociali ed economiche tra le due classi, tentando di garantire un livello di dignità e stile di vita
accettabile anche per i più disagiati.
Adriano compì lunghi viaggi, toccando numerose terre diverse tra loro: Nord Africa, Grecia, Britannia, Oriente.
I limes per Adriano erano il punto di partenza della sua intera politica: il famoso Vallo di Adriano (una
imponente fortificazione in pietra, fatta costruire come confine con le tribù dei Pitti, che segnava il confine tra
la provincia romana occupata della Britannia e la Caledonia) fu costruito dopo la visita dell’imperatore in quelle zone dal
cui nord erano frequenti le incursioni di tribù.
Di Adriano possiamo sicuramente dire che impostò il suo regno sulla tolleranza, sulla ricerca della pace e della difesa dei
confini e su una rinnovata rinascita dell’arte e della cultura. Sicuramente fu un uomo raffinato, colto, ma anche
qualcuno che usava quella che noi oggi consideriamo pura crudeltà per rimanere al potere, distruggendo i suoi nemici o
coloro che considerava tali (come gli Ebrei).
Proprio sotto il regno adrianeo, avvenne la ricostruzione del celeberrimo Pantheon.
Adriano morì colpito da febbri (probabilmente causate da edema polmonare).
ANTONINO PIO
Designato da Adriano a succedergli, a sua volta adottò, per volere dell'imperatore, Commodo e Marco Aurelio.
Morto Adriano, Antonino portò a Roma le ceneri e chiese che gli venisse tributata l'apoteosi; ma il Senato si oppose.
Antonino però riuscì a vincere l'opposizione del Senato; in cambio però dovette abrogare l'organo di governo formato
dai quattro giudici circoscrizionali.
Gli fu dato il titolo di Pio per il buon carattere, dette sempre prova di grande clemenza.
Curò molto la giustizia, assistito anche lui dai più illustri giureconsulti:
• Abolì i quattro giudici circoscrizionali istituiti da Adriano.
• Restituì ai Senatori i vecchi privilegi.
• Aumentò le elargizioni alla plebe di Roma.
• Migliorò la condizione della donna decretando che il marito potesse punire l'infedeltà solo se lui stesso fosse stato
fedele.
• Migliorò la condizione degli schiavi punendo i padroni che li uccidevano.
• Distribuì denaro al popolo e ai soldati.
• Spese considerevoli somme in feste e spettacoli, e ridusse le imposte.
• Fu generosissimo negli aiuti a Rodi e in Asia Minore, devastate da un terremoto e con le città di Narbona, Antiochia
e Cartagine, danneggiate da incendi.
• Spese molto denaro per Roma, inondata dal Tevere e afflitta per giunta da una grave carestia.
• Costruì strade in Africa, nella Gallia, in Italia e nella Pannonia.
Antonino pur andando incontro a molte spese lasciò un bilancio statale floridissimo.
Non mancarono le rivolte che lo costrinsero alla guerra, anche perchè l'aristocrazia forzava per l'antico mito
dell'egemonia romana. Così la Scizia e la Parzia furono ufficialmente considerate province romane.
Le rivolte si ebbero in Egitto e sul suolo ebraico, e combattè contro Germani, Alani, Baci, Mauntam e Britanni. Questi
ultimi furono i più pericolosi. Venne ritenuto uno dei "Cinque buoni Imperatori" del II secolo, insieme a Traiano, Adriano
e Marco Aurelio.
MARCO AURELIO
Fin dall'infanzia fu introverso, riservato e molto riflessivo. Appena eletto imperatore Marco Aurelio associò al comando
il fratello adottivo Commodo. Per la prima volta ci furono due Augusti.
L'Oriente, la Germania e la Britannia si ribellarono costringendo Marco Aurelio, amante della pace, a fare la guerra.
Vinse in Germania e Bitinia voltre che in Armenia che fu trasformata in protettorato.
Marco Aurelio fu saggio e rispettoso delle istituzioni repubblicane e del Senato innanzi tutto.
• Perseguitò i calunniatori.
• Tentò nuove vie commerciali, anche presso l'Imperatore Cinese.
• In tempo di carestia distribuì fra le città italiche il frumento destinato a Roma e organizzò i rifornimenti.
• Fece arruolare i gladiatori nell'esercito per toglierli dalla schiavitù.
• Istituì l’anagrafe.
• Restaurò le vie di Roma e le strade provinciali.
Nel 167 scoppiò una nuova rivolta in Germania ad opera dei Marcomanni. Proprio mentre i due imperatori stavano per
partire per il fronte di battaglia scoppiò a Roma una grave pestilenza. Le vittime furono migliaia.
Infine gli imperatori partirono verso la Germania. Le legioni di confine avevano subito due sconfitte e i barbari avevano
assediato Aquileia. Mentre viaggiavano verso il Nord il fratello Commodo morì improvvisamente di infarto.
La guerra aveva dissanguato l'erario per cui Marco, per non imporre aggravi fiscali, mise generosamente all'asta nel foro
di Traiano preziosi oggetti personali.
10
Marco Aurelio aveva concesso a diverse tribù barbare di stanziarsi all'interno dell'Impero in cambio di terre da coltivare
e con l'obbligo di prestare servizio nell'esercito. Ma il progetto di colonizzazione fu stroncato dalla rivolta di Cassio in
Oriente, che si proclamò imperatore ma la rivolta fu domata.
Morì di peste. Venne invece ritenuto dai romani uno dei "Cinque buoni Imperatori" del II secolo, insieme a Traiano,
Adriano e Antonino Pio.
COMMODO
Alla morte di Marco Aurelio dichiarò di voler tornare a Roma. I generali protestarono perchè la guerra era quasi vinta,
ma non ne volle sapere e stipulò la pace con Marcomanni.
Questi si impegnarono a restituire disertori e prigionieri, e pure a fornire truppe ausiliarie a Roma. Commodo rientrò a
Roma in trionfo come avesse combattuto lui. Nella reggia fiorirono una manica di truffatori che accumulavano cariche e
snaturavano il Senato e l'Ordine Equestre.
Nel 190, una parte di Roma fu distrutta da un incendio, e Commodo la fece ricostruire rinominandola Colonia
Commodiana, cosa che scandalizzò non poco i Romani. Durante il suo regno fece cessare le persecuzioni ai Cristiani.
Commodo fu strangolato e il Senato ne decretò la Damnatio Memoriae. Con lui finì la dinastia Antonina.
Dopo di lui Pertinace e Giuliano.
SEVERO
Settimio Severo entrò a Roma tra l'acclamazione popolare. Punì i seguaci di Giuliano, e giurò che avrebbe ristabilito
l'autorità del Senato. Intanto l'Egitto e l'Asia si erano ribellati; Severo mosse col suo esercito verso l'Oriente ma,
temendo che in sua assenza Clodio Albino tentasse un colpo di mano, affidò il comando a Candido, comandante delle
legioni illiriche. Questi, però perse la battaglia e la vita. Alla fine Severo passò in Asia, sottomettendo Bisanzio
Clodio Albino con l'appoggio di parte del Senato aveva assunto il titolo di Augusto ed era passato in Gallia. Settimio
Severo fece dichiarare nemico pubblico Clodio Albino, lasciò l'Asia e mosse verso il nemico. Suo figlio Caracalla fu
nominato Cesare.
Poichè il generale di Britannia, Clodio Albino, riportò diverse vittorie, il Senato passò dalla sua parte battendo moneta
con l'immagine di Albino. Ma Severo alla fine ebbe la meglio, Clodio Albino si suicidò.
Settimio Severo fece ritorno a Roma.
Intanto i Parti avevano invaso la Mesopotamia. Settimio Severo ricostituì i Pretoriani che gli custodissero il trono,
aggiungendo barbari agli italici. Poi partì e giunse in Mesopotamia, riconquistandola.
Tolse al Senato quasi tutta l'autorità nell'amministrazione dello stato.
• Concentrò in un gruppo di amici dell'imperatore, scelti fra cavalieri, militari e giuristi, l'amministrazione dello stato.
• Ai funzionari, scelti tra i cavalieri, affidò il censo e le cariche riservate prima ai senatori.
• Aumentò la paga ai legionari.
• Ultimò le terme severiane iniziate da Domiziano
• Restaurò il bilancio dello stato, anche adulterando le monete.
• Ammise nel Senato per la prima volta il Prefetto del Pretorio
• Rafforzò il Vallo di Adriano.
Morì a York assillato dalla gotta.
CARACALLA
Settimio Severo aveva due figli: Caracalla (dal nome del mantello militare che distribuì a popolo e soldati) e Geta, ucciso
dal fratello. Le riforme:
• alzò la paga ai legionari;
• fece applicare agli adulteri la pena di morte;
• emanò la Constitutio Antoniniana, per cui diventavano cittadini dell'Impero tutti gli abitanti liberi che lo
popolavano;
• migliorò la situazione degli schiavi;
• regalò molto denaro al popolo e ai cortigiani
Caracalla lasciò Roma e si recò in Gallia, vincendo contro gli Alemanni e Marcomanni e pose in sicurezza i confini.
Quindi si recò in Oriente, fece di Edessa e Armenia una colonia romana.
Caracalla venne assassinato da Marziale, poi inseguito e trucidato dalle guardie dell'imperatore (vi prese parte anche
Macrino).
MACRINO
Macrino si fece proclamare imperatore, il primo che non fosse stato prima membro del Senato.
Scrisse al Senato promettendogli sottomissione e rispetto, cose che il Senato accettò. Annullò le condanne per accusa di
maestà, ridusse le imposte che Caracalla aveva aumentato, tutte manovre tese a conquistare l'appoggio del Senato.
Macrino era un pessimo generale che non riscuoteva il consenso delle truppe, in più esigeva un'esagerata disciplina
senza avere l'animo, come faceva Giulio Cesare, di darne per primo l'esempio.
Mentre Macrino accumulava figuracce in Oriente, la madre di Eliogabalo, Giulia Bassiana, complottò in favore del figlio
ritenuto figlio naturale ed erede di Caracalla. I legionari lo acclamarono imperatore col nome di Marco Aurelio Antonino
e Macrino fu ucciso.
11
ELIOGABALO
Ucciso Macrino Eliogabalo entrò in Antiochia, imponendole un tributo di guerra che distribuì alle truppe; il Senato, che
non era in grado di opporsi alla volontà dell'esercito, ratificò l'elezione del nuovo imperatore.
Si opposero invece all'elezione i governatori di province partigiani di Macrino e alcuni comandanti di legione, forse nella
speranza d'impadronirsi dell'impero che ormai saltava di mano in mano. Ma Eliogabalo, appoggiato dall'esercito, ebbe
la meglio uccidendo tutti i suoi nemici.
Dall'Asia poi tornò a Roma e mostrò interesse solo per il culto di Elios. Per diventare Gran sacerdote, Eliogabalo si fece
circoncidere, costringendo dei collaboratori a fare altrettanto. Eliogabalo passava il tempo in feste, obbligando i
Senatori a presenziare mentre danzava attorno all'altare del dio Sole, compiva sacrifici umani e pratiche orgiastiche
I Senatori erano scandalizzati ma il popolo no, per le frequenti elargizioni dell'imperatore e le feste molto folcloristiche
in onore di Elios. Eliogabalo adottò il cugino Marco Aurelio Alessandro e fu ucciso.
SEVERO ALESSANDRO
A causa della giovanissima età, fu guidato dalla madre, dal giurista Ulpiano, lo storico Cassio Dione, un comitato di
sedici senatori ed un consiglio municipale di quattordici Prefetti urbani che amministravano i distretti di Roma.
• Abolì il culto di Eliogabalo.
• Epurò la corte da favoriti, attori, saltimbanchi e musici, donandoli o vendendoli come schiavi.
• In Senato e nell'esercito fece valere il merito, cacciando i corrotti e gli inetti e proponendo gli uomini più validi.
• Incoraggiò la letteratura, le arti e le scienze.
• Alleggerì le tasse.
• Aumentò l'assegnazione di terre ai soldati.
• Acquistò grano a proprie spese, donandolo al popolo per ben cinque volte.
• Decretò delle tasse per curare le manutenzioni delle opere pubbliche.
• Restaurò il Colosseo, colpito da un fulmine.
Ebbe molto rispetto per ogni tipo di religione e di sacerdoti, fossero pontefici, auguri o i custodi dei Libri sibillini. Restituì
agli ebrei gli antichi privilegi, e tolse la persecuzione ai cristiani.
Compì una campagna in Oriente contro i Parti: raggiunse Antiochia con un'offerta di pace che però fu rifiutata. Il suo
esercito subì una disfatta, i soldati, minati da malattie e la scarsità di provviste, accusarono l'imperatore di aver causato
la distruzione dell'esercito. Alla fine Alessandro ebbe comunque la meglio e divise tutto il bottino tra i soldati.
In seguito, Alessandro, voleva muover guerra contro gli Alemanni, ma questa decisione causò malcontento nell'esercito,
ci furono ammutinamenti e Alessandro fu ucciso.
I soldati decisero di rovesciare Alessandro, considerato troppo debole, e di sostituirlo con Massimino, dotato di
maggiori capacità militari.
MASSIMINO
Tradì l'imperatore che tanto l'aveva valorizzato e premiato. Infatti dopo aver raddoppiato la paga ai soldati, Massimino
organizzò la congiura contro Alessandro. Massimino era un militare rozzo ma pure schietto, per cui odiava il Senato con
i suoi sotterfugi ed intrighi. Fu il primo imperatore barbaro, nonchè il primo ad essere eletto dall'esercito avendo fatto la
gavetta, cioè da soldato semplice a generale.
Era un uomo di guerra e si occupò di guerra, anzitutto contro i Germani e in Mesopotamia Comprendendo che certi
complotti derivavano dal Senato, l'imperatore sostituì molti Senatori con militari.
Intanto il proconsole d'Africa Gordiano, fu proclamato imperator dalle truppe. Con un piccolo esercito Gordiano
conquistò Cartagine ma dovette soccombere poi ai soldati numidi fedeli a Massimino.
La nomina di Gordiano ad imperatore venne accolta dai Senatori che diffusero la notizia della morte di Massimino.
Massimino, valicate le Alpi, entrò in Italia senza resistenze ma anche senza cibo per sfamare i soldati. Giunto ad
Aquileia, da sempre fedele al Senato, chiese asilo in città ma le porte rimasero chiuse. La mancanza di cibo e le perdite
alimentarono il malcontento finchè i legionari penetrarono nella tenda uccidendolo. Il senato lo condannò alla
"Damnatio memoriae".
Dopo Massimiano si successero diversi imperatori, tra cui Valeriano e il figlio Gallieno che si occupò di difendere
l'impero dalle rivolte scoppiate nelle Gallie, Britannia, Germania, Hispania e il Regno di Palmira. Gallieno privilegiò la
concentrazione dei contingenti nel territorio imperiale anzichè dislocare le truppe lungo le linee di confine.
fu poi la volta di Claudio e Aureliano, che completò al vittoria sulle popolazioni barbariche e per sicurezza fece cingere
tutta Roma di mura, sfruttando al massimo i percorsi degli acquedotti e riempiendone gli archi.
DIOCLEZIANO
Dal 275 al 285 d.c. a Roma si succedettero una serie di imperatori che vennero eliminati violentemente uno dopo l'altro.
Le rivolte non venivano dai barbari o dai partici che Roma combatteva ma dagli stessi militari, all'interno di
quell'esercito che era romano solo formalmente, perchè dentro c'era di tutto. I militari chiesero una paga sempre più
alta e l'acclamazione degli imperatori dipendeva dalle loro donazioni in oro. Così i generali romani divennero tra loro
rivali del trono aprendo le guerre civili, finchè non giunse al potere Diocleziano.
Diocleziano si dimostrò magnanimo coi sostenitori di Carino, il suo predecessore.

12
Se però all'interno aveva ottenuto pace, all'esterno c'erano serie minacce: in Egitto, nella Numidia, i Germani, i Franchi, i
pirati sassoni, i Galli.
Diocleziano stabilì allora di dare all'impero una tetrarchia di governo, con due imperatori (Augusti), di cui uno più
anziano e di maggiore autorità, e in sottordine due Cesari. Morto un imperatore, doveva succedergli il suo Cesare il
quale, divenuto Augusto doveva nominarsi, a sua volta, un Cesare.
Diocleziano - Galerio (stanziò a Nicomedia)
Massimiano - Cloro (di stanza a Milano)
I quattro procedettero alla spartizione dell’Impero:
• Diocleziano, in Oriente, aveva i territori asiatici dell’Impero, la Tracia e l’Egitto. Nicomedia, città della Bitinia, era la
capitale e qui Diocleziano risiedeva.
• Massimiano in Occidente, era a capo della prefettura italica (Italia, isole – Sicilia, Sardegna, Corsica - e Africa), con
capitale a Milano.
• Galerio, deteneva il potere sulla prefettura illirica (Grecia, Macedonia e Illiria).
• Costanzo Cloro, reggeva la prefettura delle Gallie (Britannia, Gallia, Spagna, Mauritania).
La tetrarchia grazie a Diocleziano, assicurò la pace sperata, così l'imperatore si occupò di riforme:
• L'ordinamento provinciale venne mutato, dal lato territoriale e dal lato amministrativo, e il potere civile venne diviso
dal potere militare. Ogni provincia aveva un un governatore civile, ed uno o più duces per il comando delle truppe.
• Aumentò il numero delle province, creando gruppi di province, dette diocesi, governate da vicari.
• Lasciò le antiche coorti pretorie, creando però nuove guardie del corpo.
• Rinnovò il catasto e le imposte sui terreni.
• Coniò nuove monete: l' aureus, l' argenteus e il follis di bronzo, ma non potè togliere dalla circolazione i denari di
bassissima lega.
• Nel 301, fissò il massimo dei prezzi "rerum venalium", con la pena di morte per i trasgressori.
Diocleziano modificò anche l’assetto dell’esercito romano. Furono creati reparti militari stanziati nelle città principali
dell’impero, pronti a intervenire rapidamente laddove si presentasse una minaccia. Lungo le frontiere, invece, venne
posto l’esercito di confine, costituito dai limitanei (dal termine latino limes, «confine»). I limitanei spesso erano reclutati
perlopiù fra i germani. Questi ultimi, in breve tempo, contribuirono a indebolire le difese romane di fronte alle
incursioni barbare.
Gli ultimi anni dell' impero di Diocleziano furono insanguinati dalle persecuzioni contro il Cristianesimo, che si era
diffuso in tutto l'impero, e le chiese disponevano di ingenti beni con una potente gerarchia. La religione non era più una
religione con confini precisi come quella romana, ma un potere temporale che gareggiava ed entrava in conflitto col
potere dello stato. Il Cristianesimo divideva i cittadini credenti da quelli che professavano altre fedi, univa il romano al
barbaro, era contrario alla guerra e all'esercito, e non riconosceva la divinità dell'imperatore.
Quando abdicò nel 305 per motivi di salute (costringendo anche l’altro augusto Massimiano a fare lo stesso), il sistema
di successione da lui voluto subì degli intoppi. Come pattuito, i nuovi Augusti nominarono i loro Cesari:
Galerio - Massimino
Costanzo Cloro - Severo
Dopo solo un anno, Costanzo Cloro morì mentre era impegnato in una campagna militare in Britannia, quindi Severo,
venne nominato augusto di Occidente. Contemporaneamente le legioni romane, trasgredendo la legge emanata da
Diocleziano, nominarono augusto d’Occidente Costantino, figlio di Costanzo Cloro. Per evitare la guerra civile,
Costantino accettò di diventare cesare di Severo.
I problemi per l’augusto d’Occidente non finirono qui. I pretoriani e il Senato nominarono Massenzio, figlio di
Massimiano, nuovo augusto di Occidente. Severo decise di dichiarare guerra a Massenzio ma Severo venne fatto
prigioniero e condannato a morte. La successione tetrarchica auspicata da Diocleziano era ufficialmente spezzata.
Nel 308 d. C. Diocleziano e Massimiano cercarono di ripristinare l’ordine: venne nominato quindi Licinio come nuovo
augusto di Occidente, Costantino veniva confermato come cesare. Quest’ultimo, però, insieme a Massimino Daia, si
considerava augusto. Si ebbero quindi quattro augusti e nessun cesare:
Galerio e Massimino Daia in oriente
Licinio e Costantino in occidente.
Inoltre, Massenzio restava come usurpatore al governo di Italia e Africa. Dopo la morte di Galerio nel 311 d. C.,
Massimino Daia ne approfittò per impadronirsi di tutte le province orientali. I tre augusti rimasti decisero poi di
coalizzarsi contro Massenzio, il quale venne sconfitto nella battaglia di Ponte Milvio da Costantino nel 312 d. C.. Un
anno dopo morì anche Massimino Daia, perciò rimasero solo due augusti: Costantino in occidente e Licinio in oriente. La
visione dioclezianea era stata però ormai accantonata da tempo, quindi, per entrambi, c’era spazio solo per uno di loro
al comando dell’Impero Romano. Il conflitto fu inevitabile.
Costantino ebbe la meglio, divenendon l’unico imperatore di Roma. La tetrarchia venne ufficialmente abolita.
COSTANTINO
Figlio di Costanzo Cloro. Secondo le leggi di Diocleziano a Severo spettava il titolo di Augusto, ma prima che Galerio lo
potesse proclamare, le legioni di Britannia nominarono imperatore Costantino per le ottime qualità militari.
13
Per scongiurare la guerra civile, Galerio concesse a Costantino il titolo di Cesare nominando imperatore Severo,
salvando così l'ordinamento di Diocleziano e accontentando i soldati in Britannia.
Da questa successione erano esclusi però i figli degli Augusti, per cui Massenzio, figlio di Massimiano si fece proclamare
imperatore.
La ribellione fu cruenta, allora Severo, che si trovava in Pannonia, marciò su Roma per ristabilire l'ordine. Massenzio,
che non aveva truppe sufficienti per muovergli contro, richiamò dalla Lucania il padre Massimiano che accettò l'invito
tornando a Roma e reindossando la porpora imperiale.
Severo, abbandonato dai soldati, fuggì a Ravenna, ma, assediato si arrese a Massimiano che lo imprigionò.
Ora l'impero romano aveva tre Augusti e due Cesari, ma Galerio voleva che la costituzione dioclezianea fosse rispettata,
e dall'Illirio si diresse a Ravenna per liberare Massimiano e abbattere i due usurpatori. Ma giunto in Italia le legioni gli si
ribellarono, per cui dovette trattare con il vecchio Massimiano. Ma fu Massenzio figlio, che sobillò contro il padre le
guardie e il popolo e fece uccidere Severo.
A questo punto Diocleziano, fece deporre la porpora a Massimiano, successore di Severo e fu scelto Licinio, amico e
compagno di Galerio.
Ma poichè per ottenere la porpora imperiale si doveva essere Cesare, Massimino e Costantino, visti lesi i loro diritti, si
proclamarono non più Cesari, ma anche loro Augusti.
Cosi, al principio del 308, l'impero aveva cinque Augusti: Galerio, Massenzio, Costantino, Licinio e Massimino.
I Franchi intanto invasero la Gallia e Costantino dovette marciare in guerra alla testa di un gruppo di legioni.
Approfittando dell'assenza Massimiano si proclamò imperatore ad Arles. Come seppe però del ritorno di Costantino, si
rifugiò a Marsiglia ma fu messo a morte nel 310.
Sempre nel 311 a Nicomedia, anche a nome di Costantino e di Licinio, pur essendo contrari Massimino e Massenzio,
Galerio emanò un editto con cui concesse ai Cristiani la libertà di culto e la riedificazione delle chiese.
Subito dopo l'editto Galerio morì, lasciando Massimino che avrebbe dovuto essere l'erede legittimo di Galerio, e Licinio.
In Occidente Costantino, pur avendo numerose truppe, non godeva il favore nè del popolo né del Senato. Costantino,
pur rimanendo devoto ad Elios, Dio Sole, rispettava sia i pagani che i cristiani, in più le sue truppe erano disciplinate e
molto devote a colui che li aveva fatti vincere contro i Pitti in Britannia o contro i Franchi e gli Alemanni oltre il Reno.
Costantino nel 312 traversò le Alpi e scese in Italia contro Massenzio vincendolo.
Costantino, imboccata la via Flaminia, mosse contro Roma. Secondo la tradizione, prima di giungere all'Urbe, gli
sarebbe apparsa una croce sfolgorante di luce con il motto e l'imperatore fece mettere sui labari e gli scudi il
monogramma di Cristo.
A Roma intanto Massenzio schierò il suo esercito sul ponte Milvio ma fu sconfitto e morì nel 312.
Nel 313 Licinio, uno degli augusti rimasti, emanò, d'accordo con Costantino "L'editto Di Milano" con cui veniva
riconosciuta anche in Oriente la libertà di culto religioso, ponendo ufficialmente fine alle persecuzioni contro i cristiani.
Costantino entrò a Roma trionfalmente, il Senato lo nominò primo degli Augusti.
L'editto di Milano venne spedito a Massimino che apparentemente aderì ma segretamente preparò la guerra contro
Licinio. Nel 312 vinse Bisanzio, Eraclea e Perinto, quindi marciò verso Adrianopoli. Licinio, con un esercito inferiore,
cercò di trattare ma la battaglia fu inevitabile, e nel 313 dove Licinio vinse, mentre Massimino fuggì in Cappadocia, dove
morì.
Caio Licinio aveva un potente esercito illirico, e per il rifiuto di consegnargli un congiurato scoppiò la guerra e
Costantino invase l'Illirico. Il suo esercito era più piccolo ma con esperti soldati, e in più Costantino era un valentissimo
generale.
Costantino accettò la pace e nominò Cesare suo figlio Crispo e l'altro figlio Flavio Claudio Costantino, mentre Licinio creò
Cesare il figlio Liciniano.
Pareva che la tetrarchia dioclezianea fosse stata restaurata, ma il clero cristiano acquisì molti privilegi, tra cui
l'esenzione delle tasse. Intanto Costantino, pur rimanendo pontefice massimo del paganesimo, comprese che il potere
massimo consisteva nell'unire quello politico con quello religioso.
I Cristiani d'Oriente erano tutti per Costantino, anche perchè finanziava largamente il culto, pur non convertendosi mai
al cristianesimo.
Nel 323, per contrastare i Goti che avevano passato il Danubio, Costantino oltrepassò i territori balcanici e fu guerra.
Licinio con un esercito più numeroso si pose presso Adrianopoli. Costantino ebbe la meglio su Licinio, lo fece uccidere
divenendo così padrone di tutto l'impero romano.
Intanto i cristiani litigavano sui dogmi religiosi: Ario sosteneva il Figlio non era della sua sostanza divina e quindi
mortale. Alessandro, vescovo di Alessandria, l'aveva giudicato eretico e scomunicato nel 321, ma l'Arianesimo in
Oriente si era largamente diffuso.
L'imperatore indisse allora il Concilio dei vescovi a Nicea, che proclamò l'uguaglianza di natura del Padre col Figlio.
Trasferì la capitale a Bisanzio, che festeggiò il passaggio nel 330 col nome di Nuova Roma, chiamata però
Costantinopoli. Come Roma, Costantinopoli, che sorgeva su 7 colli, fu divisa in 14 regioni, ebbe un Campidoglio, un
Palatino, la Curia, il miliare aureo, il Foro, la via Sacra, circhi e teatri, il diritto italico e le distribuzioni gratuite di grano,
vino ed olio che, con le facilitazioni concesse agli immigranti, affollarono la città.
14
Le riforme:
 Alla testa dell'impero era il principe per investitura divina, che i sudditi dovevano adorare.
 Sotto di lui i suoi 7 consiglieri, membri del Concistoro: il praefectus sacri cubìculi, addetto al servizio privato del
principe, il quaestor sacri Palatii che prepara e controfirma le leggi, il magister officiorum, che dirige il personale
della reggia e gli impiegati dell'amministrazione centrale, il comes sacrarum largitionum, ministro delle finanze
dello stato, il comes rerum privatarum, amministratore del patrimonio privato dell' imperatore e i comites
domesticorum equitum et peditum, comandanti della guardia d'onore.
 Sotto al Concistoro i 4 Prefetti del pretorio, col potere civile e giudiziario, ciascuno nella propria prefettura. Quattro
sono le prefetture:
- quella d'Oriente con capoluogo Costantinopoli;
- quella dell' Illirico con capoluogo Sirmio, con Pannonia, Dacia, Macedonia e Grecia:
- quella dell'Italia, con Rezia, isole mediterranee e territori africani, e Milano per capoluogo;
- quella Gallia, con capoluogo Treveri, con Gallia transalpina, Spagna e Britannia.
 Capo supremo dell'esercito è l'imperatore. Sotto di lui 4 magistri militum, col comando militare di una
prefettura e ai suoi ordini un magister equitum e un magister peditum e un certo numero di duces.
 La legione venne ridotta a 1500 uomini.
 L'esercito fu diviso in tre ordini di milizie: milizie palatine che e seguono l'imperatore nelle spedizioni più
importanti e milizie di linea posizionati nei piccoli centri dell'interno e scaglionate lungo le frontiere.
 Cercò di risanare la circolazione monetaria.
 Ricostituì la tetrarchia, dividendo i territori fra i membri della sua famiglia. 
Tra i figli:
- Costantino ottenne le Gallie, la Spagna e la Britannia;
- Costanzo ottenne le province asiatiche e l'Egitto;
- Costante ottenne l'Italia, l'Illirico e l'Africa;
- Dalmazio ottenne la Tracia, la Macedonia e l'Acaia;
Morì nel 337 non molto lontano da Nicomedia mentre preparava una campagna militare contro i Sasanidi.
Durante l'estate del 337 si ebbe un eccidio, per mano dell'esercito, dei membri maschili della dinastia costantiniana e di
altri esponenti di grande rilievo dello stato: solo i tre figli di Costantino e due suoi nipoti bambini (Gallo e Giuliano, figli
del fratellastro Giulio Costanzo) furono risparmiati. Nello stesso anno i tre cesari rimasti furono acclamati imperatori
dall'esercito e si spartirono l'Impero: Costanzo si vide riconosciuta la sovranità sull'Oriente, Costante sull'Illirico e
Costantino II sulla parte più occidentale (Gallie, Hispania e Britannia). La divisione del potere tra i tre fratelli durò poco:
Costantino II morì e Costante fu ucciso: Costanzo divenne unico imperatore.
GIULIANO
Giuliano era uomo schivo e raffinato amante delle lettere. Fu chiamato per questo l'Apostata dai cristiani, che lo
presentarono come un persecutore, ma in realtà fu esattamente il contrario, molto tollerante nei confronti di tutte le
religioni, comprese le diverse dottrine cristiane, anche se cercò di ripristinare il culto di Mitra.
La morte improvvisa di Costantino nel 337 dette modo al figlio Costanzo di esibire un falso testamento che accusava di
avvelenamento i fratellastri, facendo sterminare tutti i discendenti maschi di Costanzo Cloro e Teodora: il padre, il
fratellastro maggiore, uno zio e sei cugini di Giuliano.
Furono risparmiati solo Giuliano e Gallo, perchè troppo piccoli.
I tre figli di Costantino si divisero il regno col titolo di Augusti: Costanzo II ottenne le ricche province orientali; il
primogenito Costantino II quelle occidentali, esclusa l'Italia, che con l'Africa e i Balcani furono assegnate al terzogenito
Costante I. Giuliano in seguito odiò la bramosia di potere di Costantino
Nel 355, Giuliano fu spedito in Gallia, dove mise in fuga gli Alamanni. Quindi passò il Reno devastando il territorio
nemico; quando Giuliano giunse in Gallia si occupò anche dell'amministrazione della giustizia, presiedendo processi con
onestà e giustizia.
Morto Costanzo, Giuliano venne acclamato dal popolo. Le riforme:
• Ridusse allo stretto necessario il personale di corte, allontanò eunuchi, confidenti e spie.
• Le sovvenzioni concesse alle chiese cristiane furono eliminate.
• Vennero restituiti alle autorità cittadine le terre che Stato e Chiesa avevano sottratto.
• I templi pagani vennero riaperti.
• Cercò di abbreviare l'iter giudiziario dei processi.
• Ridusse i prezzi delle merci di prima necessità.
• Fu equanime verso pagani e cristiani.
Giuliano fu uno dei principali autori greci del IV secolo. Riformò la chiesa pagana, con un sistema gerarchico che
somigliava molto a quello cristiano. Il pontefice massimo era l'imperatore, poi i sommi sacerdoti, ognuno per una
provincia, che sceglievano i sacerdoti delle città.
Giuliano riprese l'antico ideale di Alessandro Magno: l'unione dell'Occidente con l'Oriente. Così, nel 363, anzichè
occuparsi dei Goti, lasciò Costantinopoli muovendosi per la Siria contro i Persiani, gli antichi nemici mai vinti dai
15
Romani. Fu accolto festosamente ad Antiochia , ma la sua ostilità agli spettacoli licenziosi e la sua devozione agli Dei
pagani non erano graditi alla maggioranza cristiana. Morì durante la sua ritirata da Samarra.
Fu un comandante straordinario, vincendo nelle situazioni più improbabili, tanto che i suoi nemici lo temevano
credendolo un Dio della guerra. Disprezzava il cristianesimo ma un po' di questo era nel suo credo, per il Dio unico, per
la predestinazione, per la gerarchia ecclesiastica che istituì, e per l'eccessivo rigore morale. Morì, per cause naturali
mentre rientrava con l’esercito dalla spedizione militare contro i Persiani. L’Impero venne di nuovo diviso tra due
augusti: in Occidente Valentiniano I (364-375), che era stato comandante della guardia imperiale di Giuliano; in Oriente
il fratello Valente (364-378).
TEODOSIO
Fu creato augusto nel 379, dopo la morte dell'imperatore Valente nella disastrosa Battaglia di Adrianopoli ad opera dei
Goti, affidandogli l'Oriente con la Mesia e la Dacia.
Teodosio pose il suo quartier generale a Tessalonica ed arruolò al servizio militare molti Goti. Nel 380 però I Goti,
insediati nei Balcani, cominciarono scorrerie e razzie; non potendo far combattere i Goti contro i Goti, Teodosio inviò le
sue nuove reclute in Egitto, rimpiazzandoli con soldati romani, più esperti e più affidabili.
Teodosio entrò a Costantinopoli nel 380, dopo una campagna di ben due anni. Nel 382 fu stipulato con i Goti un trattato
che li autorizzava a stanziarsi lungo il corso del Danubio, nella diocesi di Tracia, godendo ampia autonomia.
All'inizio del suo regno Teodosio, insieme agli altri due augusti, Graziano e Valentiniano II, aveva promulgato nel 380
l'editto di Tessalonica, con cui si dichiarava il cristianesimo religione di stato, con pene e persecuzioni per chi praticasse
culti pagani.
Teodosio perseguitò ferocemente l'arianesimo, espellendo da Costantinopoli il vescovo ariano. Nel 382 si sanciva,
tuttavia, la conservazione degli oggetti pagani che avessero valore artistico.
Nel 383 Graziano morì assassinato prima di battersi contro Magno Massimo, proclamato imperatore dalle legioni di
Britannia. Massimo propose allora a Teodosio un trattato di amicizia che fu accettato. Ma Massimo non era tranquillo e
nel 387 traversò le Alpi minacciando Milano. Teodosio I marciò contro Magno Massimo, sconfiggendolo nella battaglia
della Sava e poi ad Aquileia nel 388. Valentiniano II fu restaurato a Milano e per compiacere Teodosio dovette
sconfessare l'arianesimo aderendo alla fede cattolica di Nicea.
Nel 390 la popolazione di Tessalonica (Salonicco) si ribellò. Teodosio per rappresaglia organizzò una gara di bighe nel
circo della città, fece chiudere le porte e trucidare tutti i presenti, donne e bambini compresi, ben 7000 persone, tutte
uccise a caso. Ambrogio, vescovo cattolico di Milano, scrisse a Teodosio una lettera sdegnata e lo costrinse a mesi di
penitenza e ad una richiesta pubblica di perdono che venne infine concessa nel Natale del 390. Ma le persecuzioni si
moltiplicarono, fu anche incediata la gloriosa Biblioteca di Alessandria.
Dopo il 392, a seguito della morte dell'imperatore Valentiniano II, Teodosio governò come imperatore unico,
sconfiggendo anche grazie all'aiuto del re goto Alarico I.
Nell'inverno del 394 Teodosio si ammalò di idropisia e nel 395 morì, lasciando il generale Stilicone come protettore dei
figli Arcadio e Onorio.
LA FINE DELL'IMPERO ROMANO D'OCCIDENTE
Alla morte di Teodosio nel 395 d.C. l’impero venne diviso in due parti tra i suoi figli: Arcadio la parte orientale e Onorio
la parte occidentale.
I due figli erano giovani, ma una volta cresciuti non furono in grado di governare ed i Goti ne approfittarono con
continue richieste di denaro allo stato che vedeva le sue risorse sempre più ridotte.
Il generale Stilicone aveva servito fedelmente Teodosio fino a diventare comandante dell’esercito e, in punto di morte,
Teodosio gli aveva affidato il figlio Onorio. Egli si trovò ad essere il vero capo dell’Impero Occidentale e a dover
affrontare i Visigoti che erano entrati in Italia sotto la guida del re Alarico ma riuscì a sconfiggerli in Piemonte nel 402
d.C.
Dopo aver sconfitto il re Alarico, lasciò che questi si ritirasse oltre le Alpi, proseguendo la politica di Teodosio che
tendeva ad integrare pacificamente i Goti e trasformarli in guardiani dell’impero.
L’aristocrazia romana non gradì questo atteggiamento sospettando che Stilicone volesse favorire i barbari a discapito
dei loro interessi.
Poco dopo, un’altra popolazione germanica, gli Ostrogoti, riuscirono a penetrare in Italia ma furono sconfitti da Stilicone
nel 406 d.C. a Fiesole.
Ma in tutto questo i confini settentrionali erano rimasti indifesi a ondate di barbari (Svevi, Alamanni E Vandali), che
erano riusciti a penetrare nelle Gallie e in Spagna.
A Ravenna, che nel 404 d.C. era diventata la capitale dell’impero, si decise la condanna a morte di Stilicone al quale
venivano attribuite le responsabilità dell’invasione.
In questo modo fallì la politica di collaborazione tra barbari integrati e romani, i Goti che combattevano a fianco di
Stilicone abbandonarono l’esercito e Alarico nel 410 d.C. riscese indisturbato in Italia e saccheggiò Roma.
Alla sua morte, il suo successore Ataulfo conquistò la Gallia e fondò il primo regno barbarico nel territorio dell’impero,
con capitale Tolosa.

16
Nel frattempo, nella parte occidentale dell’impero si erano istallate nuove popolazioni germaniche. In particolare, i
Vandali, sotto la guida del re Genserico, riuscirono a penetrare in Africa ed a conquistare Cartagine (429 d.C.).
Fu l’unico popolo ad allestire una flotta e, in breve tempo, divennero padroni del Mediterraneo occidentale. Dopo il 430
d.C. l’Impero d’Occidente fu costituito solo dall’Italia, da alcune parti della Gallia e poche terre nei Balcani.
Gli Unni erano un popolo di origine asiatica che, dalla Cina, si erano spostati verso l’Europa. Al comando di Attila
assalirono prima le regioni orientali devastando le città e, successivamente, la parte occidentale dell’impero romano.
Il comandante dell’esercito romano, Ezio, nobile di origine gallica, per fronteggiare gli Unni fece un’alleanza con i
Visigoti e, insieme a loro, mosse contro Attila che aveva già oltrepassato il Reno e stava devastando la regione.
Nella battaglia ai Campi Catalaunici, nel 451 d.C., in uno scontro sanguinosissimo, Attila fu sconfitto e decise di bruciarsi
vivo qualora il nemico fosse riuscito ad arrivare fino a lui.
Ezio però preferì evitare che gli Unni fossero sconfitti definitivamente e Attila potè ritirarsi. L’anno successivo (452 d.C.)
però tornò dall’Italia, dove non c’erano forze sufficienti per contrastarlo.
Gli Unni devastarono il Veneto e Aquileia e le popolazioni locali si rifugiarono sulle isole della laguna dando vita a quella
che sarebbe diventata Venezia.
Anche il papa Leone I fu mandato da Attila con un’offerta di pace.
Tra gli Unni era scoppiata una pestilenza e l’imperatore d’Oriente, Marciano, decise di attaccarli alle spalle. Allora Attila
decise di concedere una tregua e si ritirò. L’anno dopo morì ed il suo impero si dissolse.
Gli Unni non erano più un problema ma l’impero d’Occidente non aveva più le forze per risollevarsi.
L’imperatore era Valentiniano III, ultimo rappresentante della dinastia di Teodosio ma il potere era nelle mani di Ezio, il
comandante dell’esercito.
Durante una lite, Velentiniano III uccise Ezio e privò l’impero dell’ultimo personaggio in grado di difenderlo.
Nel 455 d.C. anche Valentiniano III fu assassinato e così si estinse la dinastia di Teodosio.
Approfittando del vuoto che si era creato nell’impero, i Vandali nel 455 d.C., assalirono Roma e la saccheggiarono per
14 giorni e 14 notti, spogliandola di tutte le opere d’arte e le ricchezze che si erano accumulate.
Negli anni successivi si susseguirono vari imperatori sotto la tutela del comandante dell’esercito Ricimero.
Quando il potere passò nella mani di Oreste, patrizio romano che era stato segretario di Attila, egli fece acclamare
imperatore il figlio Romolo Augustolo che regnò per pochi mesi e fu l’ultimo imperatore dell’impero Romano
d’Occidente.
Nel 476 d.C. Romolo Augusto fu deposto da Odoacre, il capo delle milizie barbariche al servizio dell’impero. Dopo di lui
nessun altro riuscì ad essere proclamato imperatore.
Odoacre accettò dall’imperatore dell’Impero d’Oriente, Zenone, il titolo di patrizio e l’autorizzazione a governare a
nome suo l’Italia. L’Impero Romano d’Occidente era estinto (476 d.C.).

17

Potrebbero piacerti anche