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Il dibattito sull’imperialismo romano negli autori di epoca repubblicana e imperiale di I sec.

L’aggressività e il successo dell’imperialismo romano furono la chiave di lettura di un impero che ben presto
estese il proprio dominio su tutto il mondo, assoggettando popoli e aumentando la propria influenza.
Diversi storici, non solo di cittadinanza romana, celebrarono la politica di espansionismo dell’Urbe e la
gloria dei suoi combattenti, ma la vera ricchezza, letteraria e umana, delle loro testimonianze sta nell’aver
dato voce ai grandi personaggi sconfitti da Roma, permettendoci di osservare la storia che si compie non
solo dal punto di vista dei vincitori ma anche da quello dei vinti, spesso descritti come uomini astuti e
valorosi.

Giulio Cesare ebbe un ruolo fondamentale nella conquista romana della Gallia e la sua opera principale, il
De Bello Gallico, si presenta come un lavoro storiografico e al tempo stesso come un’autobiografia
celebrativa. Nella sezione dell’opera dedicata alla presa di Alesia, il comandante romano introduce la figura
di Critognato, nobile capo arverno, che incita gli assediati a non concedere la resa al nemico e a riconoscere
come proprio l’antico valore dei loro avi, i quali dovettero sopportare una guerra non paragonabile a quella
attuale. Infatti se i Cimbri, dopo aver razziato la Gallia, si diressero verso altre terre lasciando agli sconfitti le
proprie leggi e la libertà, i Romani invece mirano solo a “ installarsi per invidia sui campi di un popolo
conosciuto per la sua nobiltà e per la potenza militare, imponendogli per sempre il giogo della servitù. Mai
essi hanno combattuto per altro che per questo”. Nel riportare il discorso di Critognato, carico di immagini
di esplicita ferocia da parte dei Galli ( si pensi agli antichi combattenti che per sopravvivere in guerra si
ridussero a mangiare i cadaveri dei loro compagni ), Cesare sottolinea la natura selvaggia dei barbari ma al
contempo accusa chiaramente la spregiudicata sete di conquista di Roma. Sallustio, nella Lettera di
Mitridate (interpretata anche da Pompeo Trogo), riprende l’invettiva contro i Romani e sottolinea l’ormai
vecchio motivo che essi hanno di fare guerra ai popoli: “la smisurata brama di dominio e di ricchezze”. Le
loro armi sono rivolte contro tutti, ma sono più furibonde contro coloro dai quali, una volta sconfitti,
potranno trarre un vantaggio e un bottino di guerra maggiori. Un tempo vagabondi e senza patria, si sono
uniti per essere la peste della terra e non esiste legge umana o divina che possa fermarli dall’annientare
chiunque costituisca una minaccia per il loro potere, perfino gli alleati e gli amici. I Romani hanno
alimentato il loro potere e la loro fama con l’audacia e con l’inganno, intrecciando guerre alle guerre,
distruggendo le alleanze tra i popoli e trasformando gli amici in nemici e viceversa a loro piacimento.

In età imperiale, Tacito riprende la tradizione storiografica greca e romana di far pronunciare ai nemici
dell’impero discorsi di accusa nei confronti della politica espansionistica di Roma, sebbene riconosca che la
Pax romana sia l’unica garanzia di sopravvivenza per tutti. Nell’ Agricola 30-34, Tacito dà la parola ai capi dei
due eserciti nemici, permettendoci di esaminare quasi contemporaneamente la percezione che i due
popoli, diversi per natura e tradizione, hanno l’uno dell’altro. Calgaco, capo dei Britanni, descrive la
situazione di accerchiamento da parte della flotta romana che non lascia altra scelta al popolo barbaro se
non quella di combattere con le armi in pugno, scelta gloriosa dei forti. I Britanni non conoscono la schiavitù
e di certo la sottomissione e l’umiltà non costituiscono una maggiore difesa nei confronti dei Romani,
considerati raptores orbis - come vengono definiti già dal Mitridate sallustiano- predatori del mondo intero,
la cui sete di devastazione non possono saziare né l’oriente né l’occidente. Ubi solitudinem faciunt, pacem
appellant, così Tacito definisce con brevi ed incisive parole la Pax Romana. Eppure, continua Calgaco, il loro
valore in guerra non è pari all’arroganza che mostrano in tempi di pace: infatti gli uomini di varie etnie che
compongono l’esercito romano, una volta liberati dalla paura e dal terrore che li vincolano ai loro
dominatori, ricorderanno la passata libertà e li abbandoneranno, smetteranno di tremare e proveranno
odio. D’altra parte, nell’incitare i Romani a combattere con forza i Britanni, considerati una turba di imbelli
e di codardi, Agricola celebra cinquant’anni di lotte e di conquiste che hanno decretato la fama dell’impero
e soprattutto di un esercito che non combatte per la pace e la stabilità ma per il piacere della battaglia e la
gloria: “ A quando il nemico? A quando il corpo a corpo?” gridano i soldati più coraggiosi, e una morte
gloriosa è l’unica idea di sconfitta che i Romani sono in grado di contemplare. Ma la violenza non è l’unica
arma dei dominatori: infatti quando nel 70 d.C. il generale romano Ceriale tenta di sedare una rivolta in
Gallia e di convincere i ribelli ad accettare il dominio di Roma, si serve di un approccio diplomatico e
demagogico. Secondo la sua ottica, sono stati i Galli stessi a implorare la conquista romana, poiché stremati
dai conflitti interni, e la fine delle tirannidi e delle guerre coincide con l’imposizione della pax di Roma.
Ceriale dà perfino l’impressione che i Galli partecipino al potere dei dominatori nel momento in cui
governano qualche provincia e guidano qualche legione, ma soprattutto sottolinea il fatto che, una volta
cacciati i Romani, torneranno le guerre tra i popoli e i Galli più di tutti devono temere questo scenario,
poiché possidenti di oro e ricchezze, cause primarie di guerra. “Perciò amate e difendete la pace e la città
che noi tutti, vinti e vincitori, accoglie con gli stessi diritti. Vi insegni qualcosa l’esperienza della buona e
della cattiva sorte e non continuate a scegliere una ribellione rovinosa, bensì invece l’obbedienza nella
sicurezza”. ( Historiae IV, 73-74 )

A denunciare i soprusi e le ingiustizie dei Romani interviene Civile, membro della tribù dei Batavi e
comandante di una coorte romana, il quale, come racconta Tacito, “col pretesto di un banchetto, raduna i
capi tribù e i più animosi del popolo in un bosco sacro e lì, quando li vide eccitati dalla notturna allegria,
cominciò a esaltare le glorie del loro popolo, per poi fare una rassegna delle ingiustizie, delle ruberie e degli
altri mali della servitù”. Gli alleati Germani sono infatti considerati alla stregua di schiavi dai prefetti e dai
centurioni romani, il cui unico pensiero è di riempire le proprie borse inventando “nuovi nomi per
giustificare la loro preda” ( torna il concetto tacitiano della Pax Romana ). Cosa succederebbe se i Germani
scuotessero il giogo? “ I Romani domano le province col sangue delle province “, afferma Civile, ma con i
popoli barbari dalla stessa parte e in più la disciplina militare impartita nei campi romani, la rivolta guidata
dal comandante batavo assesterà un duro colpo all’esercito romano. “Assaliamo, dunque, noi sereni e
tranquilli, un nemico preoccupato, noi freschi, un nemico stanco”.

Tacito inizia a porsi il problema del rapporto tra Roma e i popoli conquistati, i quali già a partire dalla guerra
civile del 68-69 d.C. iniziano a diventare elementi attivi e potenzialmente pericolosi all’interno della politica
dell’impero. Tacito comprende che stanno emergendo popoli nuovi che potrebbero prendere il
sopravvento su Roma e che forse hanno dinanzi un futuro più lungo di quello che spetta all’impero. Di
conseguenza questi meritano attenzione da parte degli intellettuali del tempo e Tacito, nell’opuscolo La
Germania, descrive le tradizioni e i modi di un popolo barbaro di cui esalta il coraggio in battaglia, la
semplicità dei costumi, l'alto valore dell'ospitalità e la stretta monogamia, mettendoli in contrasto con
l'immoralità dilagante e la decadenza dei costumi romani.