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Cartagine

Dopo la guerra contro Taranto i romani controllano quasi tutta la penisola, inclusa
ovviamente la Puglia. Inizia una nuova “fase” le guerre contro Cartagine.
814 a.C. La regina Didone fonda Cartagine, una colonia fenicia situata a Nord-Est
dell’Africa (attuale Tunisia). Questa colonia divenne una fiorente città grazie
all’agricoltura ed al commercio. I fenici occuparono la fascia costiera del nord est
africano, le isole Balneari, la parte centrale ed Occidentale della Sicilia, una parte
della Sardegna e le coste spagnole meridionali.
III sec. a.C. grande potenza commerciale sul Mediterraneo
ARISTOCRAZIA MERCANTILE
Organizzazione politica: Senato composto da nobili ed un’assemblea popolare con
ordini minori, hanno un esercito mercenario.

1 Guerra Punica 264-240


Dopo due secoli di pace la situazione cambiò dopo il passaggio della Magna Grecia
sotto il controllo romano. Roma viene coinvolta nella protezione dei greci, da tempo
in lotta con Cartagine. Fu così che i rapporti punici con quelli romani si guastarono e
il campo di battaglia era la Sicilia, che si trovava in mezzo tra due grandi fazioni
(Roma e Cartagine). Ad un certo punto, a Messina, dei mercenari Campani si
impadronirono della città, erano dei Mameritini (seguaci del Dio Marte).
Questi mercenari chiesero aiuto ai Cartaginesi per sconfiggere Siracusa a Roma. Una
nave Cartaginese per errore si incagliò ad Ostia, i romani la trovarono e presero
spunto preparando ben 140 navi per salpare. I romani, con Gaio Duilio, a Milazzo,
nel 260 a.C. sconfissero i Cartaginesi conquistando la prima vittoria via mare.
Con questa vittoria romana alle isole Egadi, Roma costringe ai Cartaginesi ad
accettare duri trattati di pace, dovevano cedere la Sicilia, restituire tutti i prigionieri
ed il pagamento di una pesante indennità di guerra

Quando un generale romano vinceva il Senato gli concedeva il trionfo, poteva


attraversare l’arco (l’arco di trionfo) assieme al suo esercito. Invece il generale
sconfitto veniva portato a Roma e umiliato.
2 Guerra Punica 218 202
Dopo una pesante sconfitta i Cartaginesi erano abbattuti
Scipione non riconosce lo sconfitto Annibale nemmeno come vinto e decide di non
portarlo a Roma.
La seconda guerra punica (218-202 a.C)

Dopo la sconfitta subita nella Prima guerra punica, Cartagine venne fortemente


penalizzata dalla perdita dei domini siciliani, dalla fine del monopolio dei commerci
marittimi e dalle indennità di guerra imposte da Roma.

L’oligarchia dei mercanti e degli armatori, capeggiata dalla


potente famiglia dei Barca, che guidava la politica di Cartagine, intraprese allora
una politica di espansione in Spagna, attratta dalle ricchezze minerarie e dalle
risorse umane, utili nel caso di un nuovo conflitto con Roma.

I successi del generale Amilcare Barca, che conquistò buona parte della penisola
iberica, suscitarono forti preoccupazioni a Roma.
Fu così stipulato tra romani e cartaginesi il cosiddetto «trattato dell’Ebro» (226
a.C.), che fissava come limite all’espansione punica il fiume Ebro, nella parte
nord-orientale della penisola.

A sud del fiume, e quindi in piena sfera d’influenza punica, si trovava tuttavia la
città iberica di Sagunto, con la quale i romani avevano stretto rapporti di
amicizia. Nel 219 a.C. Annibale, il giovane figlio di Amilcare, educato sin da
bambino all’odio implacabile verso Roma (dopo che Cartagine era stata sconfitta
nella Prima guerra punica), come azione certamente provocatoria, assediò e
conquistò Sagunto.

Storia: l'Impero Bizantino


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L’anno successivo, 218 a.C. (anno d’inizio della seconda guerra punica), Annibale,


sfuggito a un esercito romano inviato a bloccarlo in Gallia, raggiunse a tappe
forzate le Alpi e le valicò, con circa 70 mila uomini e diversi elefanti.

La marcia fu massacrante e costò gravi perdite di uomini e animali. Giunto nella


Pianura Padana, Annibale ottenne però l’appoggio dei Galli e sconfisse gli eserciti
romani in due battaglie, prima presso il Ticino, poi presso il Trebbia. Avanzò
quindi verso sud e l’anno seguente inflisse ai Romani una terza, grave sconfitta,
presso il lago Trasimeno (217 a.C.).
Per fronteggiare la gravissima situazione, a Roma venne eletto dittatore Quinto
Fabio Massimo. Egli decise di evitare altre battaglie in campo aperto e di puntare
invece su una tattica di logoramento del nemico, con azioni di guerriglia che ne
disturbassero la marcia e i rifornimenti. Ma era un modo di combattere estraneo
alla tradizione romana, che suscitò forti resistenze e valse al dittatore il
soprannome spregiativo di Temporeggiatore.

Così, scaduto il semestre della dittatura, ripresero il sopravvento i sostenitori


dello scontro aperto con Annibale, ma il 2 agosto del 216 a.C. l’esercito romano,
al comando dei consoli Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo, subì una
tremenda sconfitta a Canne (oggi chiamata Canne della Battaglia), in Puglia.
La Battaglia di Canne rappresentò una delle peggiori disfatte della storia di
Roma, che perse 40 mila uomini tra caduti e prigionieri, tra cui lo
stesso console Lucio Emilio Paolo, morto in battaglia.

Dopo Canne, l’esercito cartaginese, pur reduce da quattro vittorie, era stanco e
logorato, e non trovò tra gli italici un supporto sufficiente. Annibale si era infatti
presentato alle popolazioni e alle città italiche come liberatore dal dominio di Roma
e numerose città italiche, tra cui Capua (la seconda città della penisola),
passarono in effetti dalla sua parte; la maggior parte della federazione romana
rimase però compatta e fedele a Roma.

Annibale pose il suo quartier generale a Capua, in attesa di aiuti da Cartagine.


Però la presenza romana in Spagna limitava le possibilità di fargli giungere forze
via terra, mentre la flotta romana intercettava buona parte degli aiuti inviati da
Cartagine. I cartaginesi finirono per trascorrere a Capua cinque anni, dal 216 al
211 a.C.

Intanto nel 212 a.C. Siracusa, che Annibale aveva tirato dalla propria parte, fu
assediata e conquistata dai Romani; l’assedio della città rimase memorabile anche
per le macchine belliche inventate a sua difesa dal grande
matematico Archimede.
Anche re Filippo V di Macedonia si schierò con Annibale e dichiarò guerra a
Roma, e Roma strinse alleanze con i nemici della Macedonia in Grecia e nel
Mediterraneo orientale. Dunque, sia nella penisola sia fuori dalla penisola, la
strategia di Annibale di allargare il fronte dei nemici di Roma non ottenne i risultati
sperati.

Nel 211 a.C. Capua venne rasa al suolo dai Romani e Annibale fu costretto a


ritirarsi più a sud. L’anno seguente venne affidato al giovane Publio Cornelio
Scipione il comando dell’esercito di Spagna: nel 206 a.C. Scipione espulse
completamente i Cartaginesi dalla regione.
L’anno prima, un contingente punico inviato a sostegno di Annibale e guidato da
suo fratello Asdrubale era stato annientato nella battaglia del Metauro (207
a.C.); Asdrubale stesso perse la vita nella battaglia e la testa fu fatta rotolare
davanti al campo di Annibale.
Rientrato in Italia, Scipione convinse il senato a portare la guerra in Africa;
nel 203 a.C. sbarcò non lontano da Cartagine e, con l’appoggio di Massinissa, re
della Numidia (più o meno nell’odierna Algeria) ottenne una serie di vittorie che
costrinsero i Cartaginesi a richiamare Annibale in patria, come Scipione aveva
previsto e voleva.

La vittoria definitiva su Annibale ebbe luogo il 18 ottobre del 202 a.C. a Zama,


nell’entroterra tunisino. Annibale si rifugiò in Oriente, dove tentò senza fortuna di
suscitare nuove guerre contro Roma, mentre Scipione a Roma celebrò un
grandioso Trionfo e prese il soprannome onorifico di Africano (per un
approfondimento leggi Chi era Publio Cornelio Scipione Africano).

Le condizioni di pace per Cartagine furono durissime:


– la cessione a Roma della Spagna e la rinuncia a ogni possedimento fuori
dall’Africa;
– la consegna della flotta da guerra e il pagamento di un’enorme indennità;
– la subordinazione al consenso di Roma su qualunque iniziativa di politica estera.

Cartagine non fu distrutta ma la sua potenza sì. Roma era padrona del
Mediterraneo occidentale.

3 Guerra Punica 149 146


La Terza guerra punica ebbe inizio nel 149 a.C. con l’assedio di Cartagine e
terminò tre anni dopo, nel 146 a.C., con la sua totale distruzione.

Cartagine, la vecchia nemica di Roma (leggi la Prima guerra punica e


la Seconda guerra punica), viveva da decenni in una prosperosa tranquillità,
interrotta ogni tanto dai contrasti con l’irrequieto regno di Numidia.

I danni di guerra erano stati quasi del tutto pagati e l’economia era
completamente riassestata.

A Roma, allora, si diffuse il timore che la città potesse riarmarsi e attaccarla.

Di questo diffuso stato d’animo si fece portavoce Marco Porcio Catone detto il


Censore. Egli, alla fine di ogni suo intervento in senato, soleva ripetere che
Cartagine doveva essere distrutta (delenda Carthago) prima che fosse troppo
tardi.

Così quando Cartagine dichiarò guerra contro Massinissa, re della Numidia, a


causa dei suoi continui soprusi, Roma a sua volta dichiarò guerra a Cartagine,
poiché il trattato di pace stipulato alla fine della Seconda guerra
punica impediva a Cartagine di dichiarare guerra senza il consenso di Roma: è la
Terza guerra punica, 149 a.C.

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La Terza guerra punica consistette nell’assedio di Cartagine, guidato da Scipione


Emiliano. L’assedio di Cartagine durò dal 149 a.C. al 146 a.C., e fu durissimo
perché i cartaginesi, rifiutato l’ordine di evacuare la città – che secondo i romani
avrebbe dovuto essere abbandonata e ricostruita più lontano dalla costa –
opposero una resistenza disperata.

Nel corso del lungo assedio la città punica soffrì la fame e la pestilenza; infine
Cartagine fu rasa al suolo, bruciata, le mura abbattute, il porto distrutto e 50 mila
uomini e donne cartaginesi furono catturati e ridotti in schiavitù.
Il territorio di Cartagine fu incorporato nello stato romano come provincia
d’Africa.

Secondo la tradizione, sulle rovine di Cartagine venne sparso il sale: un atto


simbolico per rendere sterili i resti e sancire l’impossibilità di ricostruzione.