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il bimestrale di storia della roma grandiosa N°4

CIVILTA
civiltà romana

ROM A NA NERONE
Un imperatore
ancora controverso

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ORIGINALI
LATINI
TARIFFA R.O.C.-POSTE ITALIANE S.P.A. – SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE – MBPA/LO-NO/155/A.P./2017- ART.1 COMMA1- S /NA

IL GRANDE INCENDIO DELL’URBE

ROMA BRUCIA!
Fu davvero Nerone a distruggere la città?
64 d.C.

L’EQUIPAGGIAMENTO TUTTI I MODI


DEL LEGIONARIO PER SPOSARSI
Armi, armatura, elmo Fidanzamento,
e scudo, ma anche riti e usanze,
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l’accampamento e al divorzio
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EDITORIALE

F
orse nessun imperatore, anzi nessun
personaggio di Roma antica gode
di fama peggiore di Nerone. Ego-
centrico, folle, invasato, dissoluto, assas-
sino, matricida. E piromane. Le accuse
contro di lui abbracciano tutte le forme della
malvagità, tanto da farne l’incarnazione della
più bieca tirannia. Eppure, gli studiosi moderni
hanno rivalutato enormemente la sua figura di so-
vrano. Sono in molti a ritenere che Nerone abbia
agito da accorto amministratore della cosa pubbli-
ca, e fanno notare come il suo regno sia stato par-
ticolarmente pacifico e costellato da iniziative lungi-
miranti, come l’inizio dei lavori per il taglio dell’istmo
di Corinto (poi abbandonati), la riforma monetaria e il
completamento dell’enorme Portus Romae.
Certo, Nerone non fu uno stinco di santo: era crudele
e tirannico, come la maggior parte degli imperatori della
sua epoca. Se venne addirittura additato come l’Anticristo fu
per colpa degli scrittori cristiani, che non potevano perdonargli il
fatto di aver avviato le prime persecuzioni contro il loro credo. Tutto
questo cominciò una sera del 64 d.C., quando Roma venne divorata
da un colossale incendio, le cui fiamme non deturparono soltanto il volto
dell’Urbe ma anche il rapporto tra l’Impero e la fede destinata a conquistarlo.

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SOMMARIO
6 Protagonisti
I Gracchi, gioielli di Roma

12 Famiglia
All’altare per la gens e per Roma

18 Roma brucia!
Cover Story

28 La religiosità popolare degli ex voto


Riti

32 Biblioteche, libri e lettori


Editoria

38 L’umiliazione di Canne
Battaglie

44 Lo chiamaremo Caio
Onomastica

48 Militaria
L’equipaggiamento del legionario

54 Monumenti
Un mausoleo per l’imperatore

58 Le spintriae, monete dei bordelli


Numismatica

60 I Severi, l’ultima dinastia


Mostre

64 Letteratura
Il “Satyricon”, una risata contro Nerone

68 Società
Patrizi e plebei

74 Suasa, l’anfiteatro lungo il fiume


Viaggi e luoghi da visitare

76 La Sibilla Cumana
Mito

78 Spettacoli e news
PROSSIMO
81 Libri, mostre, film NUMERO QUESTA CARTA
IN EDICOLA RISPETTA
82 Simboli
Il caduceo
IL
MARZO L’AMBIENTE

CIVILTÀ ROMANA 5
I GRACCHI
GIOIELLI DI ROMA

Passati alla Storia come riformatori, osteggiati dal Senato


e dalle famiglie della ricca aristocrazia romana, Tiberio e Gaio Gracco
furono in realtà politici lungimiranti, che videro in anticipo
le storture che avrebbero condotto nel tempo alla fine della Repubblica

di Edward Foster

6 CIVILTÀ ROMANA
PROTAGONISTI

U
n giorno, una vanesia matrona ro- MEGLIO DELL’ORO gioielli”. Le gioie di Cornelia erano Tiberio
mana si avvicinò a Cornelia, figlia di Cornelia (al centro) e Gaio, destinati a passare alla storia romana
Scipione l’Africano e nipote del con- mostra con orgoglio come scomodi riformatori delle leggi e dei
sole Lucio Emilio Paolo (caduto durante la i figli, Tiberio (a costumi; entrambi uccisi in modo violento, a
battaglia di Canne), esibendo i propri gioielli sinistra) e Gaio (a distanza di dieci anni l’uno dall’altro, a causa
sfarzosi. Senza esitazione, Cornelia, fiera della destra). Assieme del loro operato come tribuni della plebe.
propria virtù, le mostrò i suoi due figli maschi a loro, la sorella La parabola dei due fratelli (il primo, Ti-
e disse: «Haec ornamenta mea», “ecco i miei Sempronia. berio, eletto tribuno della plebe nel 133, ›

CIVILTÀ ROMANA 7
I GRACCHI, GIOIELLI DI ROMA

SEMPRE FEDELE e il secondo, Gaio, nel 123 a.C.) si inseri- antiche colonie greche. Senza contare tutto il
Sotto, in un dipinto sce nel contesto caotico della seconda metà territorio italiano, comprese le isole, in par-
di Laurent de La del II secolo a.C., che segnò un’evoluzione te assoggettato direttamente, in parte ancora
Hyre (1606-1656), straordinaria, ma anche disordinata, governato da popoli alleati e federati,
Cornelia rifiuta i della società romana. ma di fatto in mano a Roma. La
doni nuziali di re Uscita vincitrice dalle Guer- sconfitta dei Galli stanziati
Tolomeo VIII d’E- re puniche, con Cartagine sul Po aveva aperto defini-
gitto. Anche dopo assoggettata e le altre poten- tivamente le porte verso la
essere rimasta ve- ze mediterranee ridotte a Pianura Padana, che si era
dova, restò legata province, Roma era ormai rivelata una terra ricca e
alla memoria del padrona assoluta di gran fertile. Per coltivarla, vi era-
marito, dando ai parte dell’Europa occiden- no stati deportati migliaia
figli un esempio di tale e del Mediterraneo. Non di Sanniti, strappati a terre
fedeltà agli affetti solo la parte più ricca dell’Afri- decisamente meno rigogliose e
e agli ideali. Nel ca era in suo dominio, ma anche trasformati in contadini.
tondo, Gaio la Spagna, il Sud della Francia (la parte Questa espansione relativamente rapida
in un’incisione di Gallia destinata ad assumere il nome di del dominio di Roma aveva portato a no-
cinquecentesca. Provenza, cioè “provincia”), la costa balca- tevoli mutamenti sociali. Fino alle Guerre
nica affacciata sull’Adriatico, la Macedonia, puniche, la Repubblica aveva avuto le sue ra-
la Grecia e l’Asia Minore, dove fiorivano le dici nei piccoli agricoltori, nei contadini che
(come accadeva fin dalle origini) creavano la
ricchezza dello Stato e, in caso di necessità,
erano pronti a trasformarsi in soldati per
difendere la patria. Tutto ciò era cambiato
rapidamente quando il dominio della città
aveva iniziato a estendersi e le guerre a di-
ventare più frequenti e a esigere un maggior
numero di uomini. Quelle contro Cartagi-
ne, prolungatesi per anni e con perdite eleva-
tissime, avevano generato una crisi fra i pic-
coli proprietari terrieri; molti di loro erano
morti, altri erano stati lontani da casa per
lungo tempo. Spesso le famiglie erano state
costrette a vendere le terre per sopravvivere
o per pagare i debiti contratti. I proprietari
più ricchi ne avevano approfittato e si erano
trasformati in latifondisti, inglobando nelle
loro proprietà anche terre demaniali, cioè
appartenenti allo Stato. Inoltre, avevano co-
minciato a utilizzare come manodopera non
più i contadini liberi, pagati in base al loro
lavoro, ma masse di schiavi resi disponibi-
li dall’espansione territoriale romana, molti
dei quali erano prigionieri di guerra.

IL MALCONTENTO DEGLI ALLEATI


Allo stesso tempo, gli alleati di Roma, ossia
le città e i popoli italici e latini, cominciava-
no a mostrare il proprio malcontento per un
trattamento che li penalizzava se confronta-
to con quello riservato ai cittadini dell’Urbe.
Avevano infatti accesso a una parte di botti-

8 CIVILTÀ ROMANA
PROTAGONISTI

no di guerra considerevolmente minore, inol-


tre venivano penalizzati durante le spartizioni
di terre fra i veterani. In pratica, si trovavano
ad avere gli stessi obblighi dei cittadini roma-
ni, ma non gli stessi privilegi, e questo a lungo I DIOSCURI DELLA POLITICA
andare provocò un diffuso malcontento. Così,
mentre il latifondo cominciava a dominare la
scena agricola, i piccoli proprietari che aveva-
no venduto le loro terre, così come una gran-
P lutarco, che li paragona addirittura ai Dioscuri (i gemelli
Castore e Polluce, figli di Zeus e Leda), descrive così i fratelli
Tiberio e Gaio Gracco (sotto, in una scultura ottocentesca
de massa proletaria rimasta senza lavoro dopo di Eugène Guillaume): «Tiberio era tranquillo e composto
l’aumento della manodopera schiavizzata, nell’aspetto, nello sguardo e nel comportamento, mentre Gaio
cominciarono a riversarsi a Roma. Tutto ciò era pieno di brio e impetuoso. Quando discorrevano, il primo
non faceva che aumentare il clientelismo e la non si muoveva dal proprio posto, mentre l’altro fu il primo dei
corruzione all’interno dell’Urbe, perché que- Romani che parlando si mettesse a camminare sulla tribuna.
ste masse risultavano facilmente influenzabili «L’eloquenza di Gaio era veemente, perché lui si faceva trainare
e potevano dare, all’occorrenza, facile suppor- dalla passione; quella di Tiberio più dolce e capace di suscitare
to all’uno o all’altro personaggio che volesse commozione. Per quanto riguarda lo stile, quello di Tiberio era
farsi strada in politica. Per provvedere ai loro puro ed elaborato, e quello di Gaio fatto per persuadere, ricco e
bisogni vennero organizzate distribuzioni di colorito. Molte volte, mentre parlava, si faceva trascinare dall’ira e
grano a bassissimo prezzo; ma si trattava di alzava la voce; perciò, per limitare le esagerazioni, pensò di farsi
misure straordinarie, che non potevano tra- accompagnare da un servo, Licinio, che gli stava alle spalle con
sformarsi in soluzioni permanenti, se non a un flauto e con il suono del suo strumento lo calmava».
discapito dell’intera Repubblica.

SIMILI MA DIVERSI
Fu in questo contesto sociale che i fratelli
Tiberio Sempronio e Gaio Sempronio Grac-
co si trovarono a svolgere il proprio ruolo di
tribuni della plebe. Figli di nobile famiglia,
appassionati della cultura ellenistica, i due
avevano ricevuto un’eccellente educazione
da parte di insegnanti greci.
Nato nel 163 a.C., Tiberio combatté in
Africa sotto il comando di Scipione Emilia-
no, il distruttore di Cartagine, che era suo
cognato, avendone sposato la sorella mag-
giore, Sempronia. Stando alle testimonianze,
come quella di Plutarco (46-125 d.C.), che
ne parla nelle sue Vite parallele, Tiberio diede
prova di eroismo e di ardimento. Anni dopo,
eletto questore, partecipò alla guerra, guida-
ta dal console Gaio Ostilio Mancino, contro
la roccaforte iberica di Numanzia. L’esito fu
drammatico per i Romani, ma Tiberio ebbe
modo di mettere in luce le sue capacità di-
plomatiche, firmando un trattato di pace che
garantì la salvezza a 20 mila legionari ormai
senza scampo. Ottenuta la fiducia del popo-
lo anche grazie a questa meritevole azione,
nel 133 a.C. Tiberio fu eletto tribuno della
plebe. Secondo quanto riferisce Plutarco, du-
rante il suo viaggio di ritorno dalla Spagna, ›

CIVILTÀ ROMANA 9
I GRACCHI, GIOIELLI DI ROMA

il Gracco attraversò l’Etruria, trovandone le


PAROLE DI ROMA
Tribunus
terre spopolate e i lavoratori agricoli ridot-
ti alla fame dai latifondisti, che si servivano
esclusivamente di schiavi per ridurre al mini-
mo le spese di gestione. Fu la desolante im-
pressione destata da questo spettacolo, oltre
Nell’antica Roma, il tribunus (tribuno) era un magistrato, ossia alla conoscenza della situazione in cui versava
un funzionario pubblico, le cui funzioni erano legate alle tribù la Repubblica, a far nascere in lui l’idea di
(originariamente tre: Ramnes, Tities e Luceres) in cui erano sud- una riforma agraria che restaurasse, almeno
divisi i cittadini romani. Tribunus deriva infatti da tribus, “tri- in parte, le antiche virtù romane: quelle doti
bù”, parola di origine incerta che probabilmente indicava un eroiche dei contadini-guerrieri antichi, ora
gruppo di persone che parlavano la stessa lingua e avevano messe a rischio dai grandi proprietari terrieri
i medesimi costumi. Tribunus si forma come aggettivo nella e dai nuovi arricchiti, spesso liberti o appar-
forma magistratus tribunus, “magistrato della tribù”. tenenti all’ordine equestre, che non godevano
I più importanti erano i “tribuni della plebe”, magistrati che i di alcuna rappresentanza politica.
plebei, riuniti in assemblea, eleggevano ogni anno per veder Tiberio si propose di riportare in vigore la
difesi i propri diritti contro gli abusi dei patrizi. Avevano diritto già esistente Lex Licinia-Sestia, in base alla
di veto su leggi e decreti emessi da altri magistrati e il loro po- quale a nessun cittadino era consentito di
tere derivava dal sostegno popolare. Erano inoltre considerati possedere più di 500 iugeri di agro pubblico
inviolabili: chi toccava un tribuno della plebe veniva ritenuto (lo iugero era l’estensione di terreno che si
sacer, cioè “dedicato agli dei”, e poteva essere soggetto alla poteva arare in un giorno e corrispondeva a
pena di morte. Esistevano anche i “tribuni militari”, che erano un quarto di ettaro). La legge era inapplicata
ufficiali superiori della legione romana. da tempo e il tribuno pensò di ripristinarla
e adattarla ai tempi, portando l’estensione

10 CIVILTÀ ROMANA
PROTAGONISTI

consentita a 1.000 iugeri. Il terreno pubblico avesse un ruolo (e non solo la classe senatoria), FAMIGLIA EROICA
eccedente doveva tornare nella disponibilità così come una legge che prevedeva la vendita a Sotto, Publio
dello Stato (salvo indennizzi previsti per lavori bassissimo costo di grano alla plebe. Cornelio Scipione
di miglioria già eseguiti o per eventuali Dopo l’abrogazione della legge che Africano, padre di
edifici costruiti sull’area) e dato in vietava di ricoprire la stessa carica Cornelia e nonno
affitto ai cittadini bisognosi in di tribuno per più anni, Gaio dei Gracchi. Nel
ragione di 30 iugeri a testa. fu rieletto e propose di esten- tondo, un’incisione
Del lavoro di redistribuzio- dere la cittadinanza romana con il profilo di
ne si sarebbe occupato un a tutti i popoli italici. La Tiberio Gracco.
triumvirato, composto da plebe romana, però, non vo- Nella pagina a
Tiberio, dal fratello Gaio e lendo cedere quel privilegio, fronte, la battaglia
da Appio Claudio. gli negò il suo appoggio. Ne di Zama, dipinta da
seguirono scontri, durante i Roviale Spagnolo
MORTE AI TRIBUNI! quali molti seguaci di Gaio ven- (1511-1582): Tiberio
La riforma di Tiberio cercava di nero massacrati. Egli stesso, fuggito vi partecipò, dimo-
limitare gli abusi compiuti sull’agro pubbli- da Roma per evitare la cattura, si fece ucci- strando ardimento.
co, che non si sarebbe più potuto occupare dere da un servo, che poi si tolse la vita.
impunemente, né per metterlo a coltivazione, Il tentativo dei Gracchi di ovviare
né per usarlo come pascolo. Non si trattava ai problemi economici e socia-
di una rivoluzione, perché la legge scritta da li della Repubblica fu un
Tiberio non limitava la proprietà privata, sostanziale insuccesso,
ma solamente l’occupazione illecita di suo- perché il Senato li-
lo demaniale. Tuttavia l’aristocrazia romana, mitò gli effetti della
abituata a spadroneggiare impunemente, la legge di Tiberio.
interpretò come un sopruso ai propri danni e I mali che mina-
il suo promotore fu visto come un sovversivo vano la società
(e in questo, come sempre accade in tali circo- romana restarono
stanze, si inserirono anche lotte di potere tra intatti e sfociaro-
famiglie e gruppi politici rivali). no in alcune guer-
La legge fu approvata, nonostante l’opposi- re servili (rivolte
zione del Senato, che mise contro Tiberio l’al- di schiavi, soprat-
tro tribuno della plebe, Ottavio. Il primo, in tutto in Sicilia) e nella
modo non perfettamente legale, lo fece esau- Guerra sociale, allorché
torare, provocando ulteriori dissidi e tumulti. i popoli italici (Marsi,
Altri ne sorsero quando pensò di ricandidarsi Sanniti, Piceni, Lucani e
alla propria carica, cosa non prevista dalla leg- altri), non ammessi alla cit-
ge: Tiberio fu accusato di aspirare a istituire tadinanza romana, crearono
una tirannide personale, con l’appoggio del la Lega Italica con l’intenzio-
popolo. I senatori, guidati dal pontefice mas- ne di separarsi da Roma.
simo Publio Cornelio Scipione Nasica (che era Solo dopo alcune sconfitte,
cugino di Tiberio per parte di madre, ma ne di- e con l’insurrezione che minac-
sapprovava la politica) scatenarono un’opposi- ciava di estendersi, i Romani
zione violenta: nel corso dei disordini il Gracco avrebbero finalmente pro-
venne ucciso, ma la sua legge non fu abrogata. mulgato la Lex Iulia, che
Dieci anni dopo, nel 123 a.C., il fratello di offriva la cittadinanza
Tiberio, Gaio, venne eletto a sua volta tribuno a chi avesse deposto le
della plebe. Progettò riforme decisamente più armi. Con la successiva
profonde di quelle del suo predecessore, stabi- Lex Plautia Papiria, la
lendo per esempio che i lotti di agro pubblico cittadinanza venne
redistribuiti diventassero di proprietà. Inoltre, estesa a tutti gli abi-
propose una riforma della giustizia che preve- tanti del territorio a
deva tribunali in cui anche il censo dei cavalieri sud del fiume Po.

CIVILTÀ ROMANA 11
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ALL’ALTARE PER LA
Finalizzato a garantire una discendenza alla famiglia e nuova linfa
all’Urbe, il matrimonio dei Romani, nelle sue varie forme,
era spesso combinato quando i futuri sposi erano ancora bambini

di Mario Galloni

12 CIVILTÀ ROMANA
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FAMIGLIA

GENS E PER ROMA


N
on per amore ma per interesse. Per ROMANTICI? al destino dell’Urbe. Quando, nel I secolo
gli antichi Romani il matrimonio Sebbene idealizzato a.C., le autorità registrarono un crollo del-
non era la culla della passione (per da questo quadro la natalità e i divorzi facili si diffusero oltre
quella, ma solo per i maschi, c’erano serve di Alma-Tadema, il consentito, Ottaviano emanò la Lex Iulia
e meretrici), bensì un vincolo finalizzato il corteggiamento de maritandis ordinibus, con la quale intro-
a dare prole e discendenza alla gens di ap- era un rituale ignoto. dusse premi per le famiglie numerose e pene
partenenza, così da assicurare continuità pecuniarie per i celibi e i coniugi senza ›

CIVILTÀ ROMANA 13
ALL’ALTARE PER LA GENS E PER ROMA

prole. Il complesso di norme centrò l’obiet-


tivo di rivitalizzare l’istituto matrimoniale e
le donne nubili tornarono a farsi rare.
Sottoposti alla ferrea volontà del pater
familias, i bambini crescevano ignari di un
futuro che era stato in gran parte già scritto
dalle rispettive famiglie, spinte da ragioni
economiche e di prestigio sociale a scam-
biarsi promesse di matrimonio quando an-
cora gli eredi, soprattutto le femmine, era-
no in tenera età. Del resto, per le bambine
l’infanzia terminava precocemente, di rado
oltre i 12 anni, quando erano ritenute fertili
e quindi pronte a diventare mogli, spesso di
uomini maturi (intorno ai 30 anni) che non
avevano certo potuto scegliersi.

ANELLO DI FIDANZAMENTO
Il matrimonio era preceduto dagli sponsa-
lia, il fidanzamento, una cerimonia solenne
durante la quale, di fronte a parenti, amici
e aruspici chiamati a testimoniare, il pater
familias si impegnava formalmente con il
futuro genero, concedendogli la figlia in
moglie. Presi gli accordi, i promessi sposi si
scambiavano un casto bacio, quindi seguiva
lo scambio dei doni (generalmente arredi e

VIVERE SENZA MOGLIE

S oprattutto nella Roma arcaica, il matrimonio non


godeva sempre di grande favore: a volte era vi-
sto come un fastidio, un semplice dovere sociale
nel cui compimento non trovavano posto né il
sentimento né la passione erotica.
Nelle sue Noctes Atticae, il giurista Aulo
Gellio (125-180 d.C.) riporta alcune frasi
tratte dall’orazione De prole augenda,
pronunciata dal censore Metello Numi-
dico nel 102 a.C.: «Se potessimo, o
Quiriti, vivere senza moglie, noi tutti fa-
remmo a meno di tale fastidio; ma poiché
la natura ha disposto le cose in modo tale che
non si può né vivere abbastanza bene con una
donna, né senza di essa, è da pensare piuttosto al
benessere durevole che non a un breve piacere».
Qui, una famiglia romano-siriaca del II-III secolo.

14 CIVILTÀ ROMANA
FAMIGLIA

vestiti), che costituivano il pegno delle fu- Queste tre prassi, però, non erano con- RITI ARCAICI
ture nozze; infine, il fidanzato regalava alla siderate dal diritto romano forme di co- Sotto, gli sposi
promessa sposa un anello simbolico (anulus struzione del matrimonio (situazione di seduti uno accanto
pronubus), che lei infilava nell’anulare fatto, per cui era sufficiente l’esplicita all’altra su sgabelli
sinistro, dito da cui si credeva e continua volontà dei coniu- coperti di velli di
partisse una vena che arriva- gi), bensì forme di conven- pecora. Le pelli,
va direttamente al cuore. tio in manum, un istituto al pari di altri
Accettando quell’anello, che trasferiva la potestas simboli matrimoniali
la ragazza s’impegnava sulla donna dal pa- (come il pane di
a rispettare il patto di ter familias al marito, farro), richiamavano
fedeltà nei confronti oppure a pater fami- l’antichità romana
del fidanzato, che a sua lias di quest’ultimo. e legavano la
volta vedeva in quella Matrimonio e conventio nuova coppia alle
semplice fede (sarebbe differivano anche per la tradizioni dei padri.
divenuta d’oro solo più peculiarità degli effetti Nel tondo, il pater
avanti) una sorta di catena giuridici prodotti: il primo familias veglia sulle
con cui legare a sé la sposa. poteva essere sciolto senza coin- sue “proprietà”: mo-
Firmato il contratto nuziale, nel volgere la conventio in manum, glie e figlio. Nella
quale erano indicati l’ammontare della dote per revocare la quale occorrevano invece pagina a fronte,
e la data delle nozze, la cerimonia degli spon- delle formalità particolari. Poteva anche ve- due sposi con il
salia era conclusa e si dava inizio a un ban- rificarsi il caso del matrimonio sine manu, tipico abito nuziale
chetto a cui erano invitati tutti i presenti. ossia un’unione fondata sulla maritalis af- color zafferano.
A Roma erano previste tre diverse forme fectio: in tal caso, la donna rimaneva sotto
di matrimonio. Il rito più antico e solenne, la potestà del padre (pur avendo contratto
che la tradizione faceva risalire a Romolo, matrimonio), al fine di ereditarne i beni.
era quello della confarreatio. Praticato all’i- In ogni caso, le nozze rimanevano un rito
nizio solo dai patrizi, divenne poi appan- esclusivamente privato: dipendendo i due ›
naggio esclusivo della classe sacerdotale e
presto cadde in disuso. I promessi sposi si
spartivano una focaccia di farro, da cui la
cerimonia prendeva il nome (cum farreo,
letteralmente “con il farro”) e ne bruciava-
no una parte in onore di Giove. Nei casi
delle famiglie più importanti, tale rito ve-
niva celebrato nella curia del Senato, alla
presenza del pontefice massimo, ovvero la
più alta carica sacerdotale.
La plebe, invece, praticava generalmente il
matrimonio detto coemptio (“con vendita”),
in cui simulava, con una bilancia e dei pesi,
l’acquisto della sposa. Alla presenza di cin-
que testimoni e di un personaggio che reg-
geva la stadera, il libripens, l’aspirante mari-
to gettava sul piatto della bilancia il prezzo
(nummus) della moglie.
Un terzo tipo di unione veniva chiamato
usus: era la consuetudine secondo la quale
un uomo e una donna che avessero convis-
suto per un periodo di almeno un anno po-
tevano essere considerati marito e moglie.
In sostanza, si trattava di una specie di sa-
natoria di una condizione di fatto.

CIVILTÀ ROMANA 15
ALL’ALTARE PER LA GENS E PER ROMA

CONFARREATIO sposi dalla volontà dei rispettivi pater fami- sposa consacrava a una divinità i balocchi
Sotto, rilievo che lias, l’intervento dell’autorità a garanzia del della sua infanzia, quindi cominciava la ve-
rappresenta un ma- nuovo vincolo risultava inutile. L’istituto del stizione: una tunica bianca senza orli, chiusa
trimonio per confar- matrimonio era però civilmente riconosciu- da un nodo speciale (nodus Herculeus) che il
reatio. Gli sposi si to, con particolare attenzione ai suoi effetti marito scioglieva la prima notte di nozze, era
spartiscono una giuridici, e regolato da una serie di leggi sovrastata da un mantello color zaffera-
focaccia di farro ad hoc. Lo ius connubii, ossia la no. Con un paio di calzari dello
mentre la pronuba capacità di contrarre matri- stesso colore ai piedi e i capelli
li avvicina. Nel monio, era destinato ini- raccolti in una reticella ros-
tondo, un fiero pa- zialmente solo a individui sa, la giovane si coricava.
ter familias, la cui della stessa classe sociale. Il gran giorno era giun-
autorità sulla prole Una delle prime norme to, la casa era ornata di
era assoluta. Nella che scardinarono tale fasce colorate e piante
pagina a fronte, il principio fu la Lex Ca- sempreverdi, e nell’atrio
Ratto delle Sabine nuleia de conubio, del venivano stesi tappeti.
del Giambologna 445 a.C., che riconobbe Alla fanciulla restava solo
(1574-1580): validità all’unione fra pa- il tempo di farsi sistemare
secondo il mito fu trizi e plebei. Ma solo sotto la capigliatura in sei trec-
con il rapimento Caracalla (198-211 d.C.) tale ce fermate da bende intorno
che i Romani con- diritto fu esteso a tutto l’Impero. alla fronte, avvolgere il viso con
quistarono le loro un drappo arancione e porre sulla testa
prime mogli. IL GIORNO PIÙ BELLO una corona di verbena e maggiorana (più
Alla vigilia delle nozze, la cui data veniva tardi sarebbe stata di mirto e fiori d’arancio);
stabilita evitando la pletora di giorni infau- quindi, splendida e timorosa, poteva final-
sti di cui era zeppo il calendario romano, la mente accogliere lo sposo e i suoi familiari.

16 CIVILTÀ ROMANA
FAMIGLIA

Il rito nuziale cominciava nell’atrio della casa


della sposa, o in un santuario nelle vicinanze,
con un sacrificio agli dei. Le viscere dell’ani-
male sacrificato erano esaminate dagli aruspici, DIVORZIO E RIPUDIO,
e solo se questi erano favorevoli il matrimonio
poteva proseguire. I due giovani, entrambi con UN “DIRITTO” MASCHILE
la testa velata, si sedevano uno accanto all’al-
tra, su due sgabelli ricoperti da pelle di pecora,
e dividevano una focaccia di farro in onore di
Iuppiter Farreus: consumare insieme il pane
P er il diritto romano, il matrimonio durava fino a quando sus-
sisteva la maritalis affectio (l’amore coniugale): quando ces-
sava, anche il matrimonio finiva e si aveva il divortium, o repu-
simboleggiava la vita coniugale, e l’alimento dium. Questo avveniva pronunciando una serie di formule (certa
condiviso favoriva la concordia della coppia. verba), era annunciato da un intermediario e si compiva tramite
Al sacrificio seguiva la fase più propriamen- gesti simbolici (togliere e rimettere le chiavi, spezzare le tavole
te giuridica della cerimonia, con la sottoscri- nuziali). Le azioni dovevano essere compiute alla presenza di
zione delle tabulae nuptiales, contenenti il sette testimoni scelti tra cittadini romani. Il divorzio era messo in
contratto matrimoniale. A questo punto ir- atto dall’uomo con estrema libertà, anche per cause frivole.
rompeva sulla scena la pronuba, una donna Alle donne, invece, non era consentito abbandonare la casa
anziana rimasta fedele per tutta la vita a un coniugale. Il divorzio poteva avvenire solo se la moglie non era
solo uomo: toccava a lei il compito di unire le più soggetta alla manus, e anche in questo caso per volontà del
mani destre degli sposi (era il rito della dextra- pater familias. Solo in tarda età repubblicana e durante l’Impe-
rum iunctio) e sancire così il culmine della ceri- ro anche le donne ebbero facoltà di chiedere il divorzio. Ciò
monia, il momento solenne in cui i due giovani attirò le critiche di censori e moralisti, che vedevano in questa
diventavano idealmente una persona sola. novità un deterioramento del mos maiorum, il rigido costume
Seguiva l’immancabile banchetto, destina- degli avi, oltre che un segno di corruzione dei tempi.
to a proseguire fino al calar del sole, quando
giungeva il momento della deductio, cioè il
trasferimento della sposa dalla casa avita a
quella del marito, il quale, forse in ricordo
del ratto delle Sabine, fingeva di strappare
dalle braccia materne l’atterrita consorte. consorte (tanto da prenderne anche il nome),
oltre che una dichiarazione di felicità (gaius
VERSO IL TALAMO significa “felice”). Infine, la fanciulla veniva
Illuminato dalle fiaccole e allietato dai sollevata da due amici del marito, che le face-
suonatori di flauto, aveva inizio il corteo nu- vano varcare l’uscio: l’eventuale inciampo del-
ziale, che accompagnava la sposa alla nuova la sposa o il suo ingresso con il piede sinistro
residenza, scortata da tre fanciulli. Le ancelle sarebbero stati considerati di cattivo auspicio.
recavano gli strumenti dell’arte della filatura, Il marito la attendeva all’interno, recan-
un giovane illuminava la sera con le fiamme do un vaso d’acqua purissima e un tizzone,
di una torcia in legno di benaugurante bian- elementi che simboleggiavano la vita coniu-
cospino, mentre lo sposo distribuiva ai fan- gale ed erano legati alla procreazione. Reci-
ciulli manciate di noci, simbolo di fertilità. tate le preghiere alle divinità domestiche, il
Non mancavano le invocazioni alle diverse corteo si scioglieva e la coppia poteva final-
divinità protettrici del matrimonio, e anche mente godersi un po’ d’intimità. Non pri-
qualche canzonetta licenziosa. ma, però, che la pronuba avesse accompa-
Giunta sulla soglia della sua nuova casa, la gnato la sposa nella camera coniugale, dove
sposa allontanava gli spiriti maligni spargendo il talamo, il lectus genialis, era stato adornato
grasso di lupo e di maiale e olio sulla parte su- di porpora e coperto con una toga (come au-
periore della porta, quindi rispondeva alla fati- gurio di figli maschi o forse, semplicemente,
dica domanda del marito: «Qui es?» (Chi sei?), per indicare il dominio maritale). Infine, lo
cui seguiva la risposta di rito: «Ubi tu Gaius sposo scioglieva la cintura virginale che fer-
ego Gaia» (Dove tu sei Gaio, io sarò Gaia). mava la tunica recta della moglie. Sul resto,
Ciò indicava l’unione totale della sposa con il la pudica discrezione era d’obbligo.

CIVILTÀ ROMANA 17
ROMA
BRUCIA!
Nell’estate del 64 d.C., un terribile incendio, divampato in diversi
punti della città, distrusse gran parte della capitale dell’Impero.
Fu quasi sicuramente un atto doloso: chi era stato il colpevole?
di Elena Percivaldi

18 CIVILTÀ ROMANA
COVER STORY

Q
uella del 18 luglio dell’anno 817 era stato divorato da uno spaventoso rogo.
dalla fondazione dell’Urbe (ossia il Narra lo storico Publio Cornelio Tacito (vis- QUANTI MORTI?
64 d.C.) era la classica notte romana suto mezzo secolo dopo l’evento ma comunque L’incendio del 64
d’estate, forse soltanto un po’ più calda del so- bene informato) che, raggiunte le botteghe, le d.C. (qui in un di-
lito. Un debole vento mitigava l’afa ma asciu- fiamme divamparono violente, alimentate dal pinto settecentesco
gava l’aria, aumentando il senso di arsura e vento e spinte attraverso i vicoli stretti e tortuo- del francese Hubert
di fastidio. A un tratto il calore diventò ancora si senza incontrare alcuna resistenza. Le case, Robert) distrusse
più insopportabile, mischiandosi a un odore costruite per buona parte in legno, bruciavano completamente 3
acre che faceva lacrimare gli occhi. Boccheg- come tizzoni ardenti, mentre migliaia di Ro- dei 14 quartieri
giando, gli abitanti delle insulae, i grandi caseg- mani in preda al terrore correvano su e giù per in cui era divisa
giati che sorgevano nei pressi dei colli Celio e le strade come formiche impazzite, nel dispe- Roma; 7 furono
Palatino, si affacciarono sulla strada e rimasero rato tentativo di salvarsi la vita. Alle grida delle danneggiati e solo
di sasso: l’immensa area del Circo Massimo, il donne e al pianto dei bimbi faceva da contral- 4 restarono indenni.
grande monumento voluto da Tarquinio Pri- tare il surreale silenzio dei vecchi, sbigottiti dal Il numero dei morti,
sco e ampliato da Augusto per soddisfare la clamore e restii a lasciare alla mercé del fuoco quantificabile in mol-
grande passione dei Romani per la corsa dei le loro case e i loro pochi averi. Alcuni, persa te migliaia, non è
cavalli, era in preda alle fiamme. ogni speranza, pensavano solo a se stessi; altri, precisabile, mentre
ritrovato un briciolo di umanità, cercavano di sembra accertato
INFERNO DI FUOCO trascinare via i malati e gli infermi. Mano alla che i senzatetto
In un attimo fu il panico. Roma non era di bocca per non soffocare, gli occhi resi semicie- furono circa
certo nuova agli incendi: molte volte erano chi dal fumo, i fuggitivi inciampavano a ogni 200 mila.
bruciati il Foro Boario e quello Olitorio, vi- passo; gli uni salivano sugli altri, brancolando
cino alla sponda del Tevere, e qualcuno degli nel buio. Nell’impossibilità di capire in quale
anziani ricordava ancora bene quando il Ce- direzione andare, parecchi finivano investiti
lio (nel 27 d.C.) e poi l’Aventino (nel 36), e dal fuoco. Altri, invece, solo all’apparenza più
lo stesso Circo, erano arsi per giorni. Anche fortunati, riuscivano a uscire dal caos per poi
i più giovani rammentavano, o ne avevano buttarsi sfiniti nei campi e lì, divenuti con-
sentito parlare dai sopravvissuti, di quando sapevoli della scomparsa dei loro cari e di aver
solo dieci anni prima il Campo di Marte perso tutto, si lasciavano morire disperati. ›

CIVILTÀ ROMANA 19
IL GRANDE INCENDIO DELL’URBE, 64 D.C.

Dieci anni prima, durante il rogo del Campo il popolo, non sortirono per Nerone l’effetto
Marzio, il divo Claudio aveva abbandonato voluto: ad aleggiare su di lui, come vedremo,
l’augusta dimora per seguire di persona era un inquietante e terribile sospetto.
le operazioni di soccorso, portan- L’incendio imperversò per sei lunghissimi
do aiuto e conforto ai sudditi ter- giorni. Il 24 luglio le fiamme furono finalmen-
rorizzati. Stavolta, l’imperatore te domate alle pendici dell’Esquilino; altrove,
non c’era: impegnato ad An- però, il rogo riprese e continuò indisturbato,
zio, Nerone giunse in città solo alimentato da un secondo focolaio accesosi
quando le fiamme ormai lam- all’improvviso nei giardini Emiliani. Corse su-
bivano anche la sua residenza. bito voce che le fiamme non si fossero inne-
scate per via naturale: molti giurarono di aver
ROMA “GROUND ZERO” visto persone sospette appiccare dolosamente i
Secondo Tacito, «nel tentativo fuochi per distrarre l’attenzione e saccheggiare
di prestare soccorso al popolo, che indisturbati le case abbandonate.
vagava senza meta, aprì il Campo Il 27 luglio, ben nove giorni dopo lo scop-
di Marte, i monumenti di Agrippa pio iniziale, il rogo fu finalmente estinto. Lo
e i suoi giardini, e vi fece sorgere ba- scenario che si presentò ai sopravvissuti era
racche provvisorie per dare ospitalità a apocalittico. Delle 14 regiones (quartieri) in cui
questa massa di gente bisognosa di era suddivisa la citta, 3 erano state completa-
tutto». Da Ostia e dai comu- mente distrutte e altre 7 avevano subìto danni
ni vicini fece giungere beni pesantissimi. Solo 4 erano rimaste intatte. Le
di prima necessità e il prezzo strade erano invase di macerie fumanti e tra-
del grano fu abbassato fino a boccavano di cadaveri. Migliaia di abitazioni
tre sesterzi per moggio, così da ga- civili e molti edifici pubblici, alcuni dei quali
rantire cibo a tutti. Ma tali provvedi- antichissimi e di grande valore simbolico, era-
menti, per quanto tesi a conquistare no stati inghiottiti dalle fiamme: tra questi il

NERONE E I CRISTIANI:
COLPEVOLI O INNOCENTI?

I primi a sostenere che Nerone fosse l’artefice dell’incen-


dio furono gli storici romani, da Tacito e Svetonio a Cas-
sio Dione e Paolo Orosio. Antineroniani di ferro, costoro
volevano (tranne Tacito, più obiettivo e senza pregiudizi)
tramandare ai posteri un’immagine negativa dell’impera-
tore, tratteggiato come un tiranno crudele e folle.
La storiografia moderna ha provato a riequilibrare il giu-
dizio sul suo conto, sia in assoluto sia per quanto concerne
l’episodio del rogo, sottolineando l’efficacia dei provvedi-
menti adottati nel disastro e scagionandolo in parte dalle
accuse di aver causato l’incendio per soddisfare la sua bra-
ma di passare alla Storia come il nuovo fondatore di Roma.
Altri storici hanno ripreso la tesi del complotto cristiano (a
destra, l’apostolo Pietro intento a predicare), senza attribu-
ire la colpa del terribile rogo all’intera comunità dei fedeli,
ma solo a elementi deviati, appartenenti a sette estremiste.

20 CIVILTÀ ROMANA
COVER STORY

Tempio della Luna, consacrato a Selene da


Servio Tullio, e quello, ancora più vetusto, de-
dicato da Romolo in persona a Giove Statore.
Era andata distrutta anche l’Ara massima di Er-
cole invitto, eretta agli albori della città dall’ar-
cade Evandro, e ancora, il grande santuario di
Vesta, con i Penati del popolo romano, e la
grande reggia di Numa Pompilio. Vaporizzate
anche le ricchezze accumulate dai Romani nel
corso delle loro vittorie, incalcolabili le perdite
subite dal patrimonio artistico e culturale, dai
capolavori greci esposti negli spazi pubblici e
nelle ricche domus ai testi antichi e originali
dei grandi della letteratura, custoditi negli ar-
chivi e nelle biblioteche. Ai danni materiali
e morali si aggiungeva l’incredibile numero
di vittime: in una città che contava oltre un
milione di abitanti, i morti nell’immane tra-
gedia erano stati decine di migliaia.

UN NOVELLO ROMOLO tore, colui che doveva vigilare su Roma e ga- IL PIROMANE?
A qualcuno non sfuggì una sinistra coinci- rantirle prosperità e benessere, ne aveva causato Sopra, Nerone,
denza. Il rogo era scoppiato lo stesso giorno in la rovina. Per soddisfare il suo egocentrismo e la ritratto dal po-
cui, nel lontano 390 a.C., i Galli Senoni ave- proverbiale megalomania, Nerone aveva piani- lacco Jan Styka
vano sconfitto le legioni sulle rive del fiume ficato con diabolica lucidità la distruzione della (1858-1925) sullo
Allia e poi, esaltati dalla vittoria, si erano di- città per costruirne un’altra a sua immagine e sfondo del Vesuvio.
retti indisturbati verso la città, saccheggiandola somiglianza: una nuova Roma grandiosa, tutta Quando scoppiò
e dandola alle fiamme. Il tremendo rovescio, rivestita di marmo, che cancellasse dallo sguar- l’incendio, si trovava
che coincise con il primo grosso trauma subìto do e dalla memoria quelle “vie strette” e quelle ad Anzio, ma tornò
dall’ancora giovane Repubblica, era divenuto “orribili costruzioni” (sono parole dello storico nell’Urbe tempesti-
subito sinonimo di sciagura e il 18 luglio era Svetonio) che ne palesavano le umili origini di vamente. Al centro,
passato agli annali come il “giorno infau- semplice villaggio di pastori. un sesterzio con il
sto” per antonomasia, a ricordo di Le dicerie sul conto di Nerone era- volto dell’impera-
un’onta destinata a turbare per no alimentate anche dalle caren- tore. Nella pagina
secoli la memoria dei Romani. ze nei soccorsi, assenti se non a fronte, un busto
Ma se quella volta l’Urbe era controproducenti durante di Nerone Claudio
stata presa e semidistrutta le fasi cruciali dell’incen- Cesare Augusto
dai barbari, stavolta c’era dio. Nessuno, dice Taci- Germanico (questo
il sospetto che a metterla to, aveva osato spegnere era il suo nome
in ginocchio fosse sta- le fiamme «a causa delle completo).
to un “fuoco amico”. Il minacce ricevute»: for-
nome del presunto colpe- se proprio dagli sgherri
vole era eccellente: Nerone. dell’imperatore, inviati sul
Non era forse vero, notavano posto per portare a compi-
le malelingue, che non appena mento un disegno perverso.
giunto da Anzio si era precipita- Molti, si diceva, giuravano di aver
to sul tetto del palazzo per contemplare visto uomini appiccare il fuoco con le loro
dall’alto l’Urbe in fiamme? Rapito dall’entu- mani. Alcuni erano sciacalli, certo, ma altri gri-
siasmo poetico, non si era messo a cantare, ac- davano di aver ricevuto da qualcuno l’ordine di
compagnato dalla lira e rivestito dei suoi abiti farlo: e da chi, se non dal viscido e crudele Ti-
di scena, i versi che declamavano la distruzione gellino, che pur di assecondare le follie del suo
di Troia? In molti ne erano convinti: l’impera- imperatore non aveva esitato (a questo punto ›

CIVILTÀ ROMANA 21
IL GRANDE INCENDIO DELL’URBE, 64 D.C.

MORTE A PAOLO! sembrava chiaro) a dare alle fiamme i giardini Romani, lungi dal distrarsi, continuavano a
Nel tondo, l’apo- Emiliani, che erano di sua proprietà? mostrarsi irritati dal comportamento dell’im-
stolo Paolo viene A corte la preoccupazione era altissima. peratore, e le fila di quanti erano convinti
condotto al martirio Per porre fine alle dicerie occorreva della sua colpevolezza si ingrossava-
in un quadro di trovare al più presto un diversivo. no ogni giorno di più.
Giovanni Bartolo- A nulla, infatti, sembravano
meo Caradonna, servire i riti espiatori celebrati SONO STATI I CRISTIANI
del 1680. Secondo consultando gli antichi Libri Fu allora che Nerone, o
la tradizione, Paolo sibillini. Così come a nulla qualcuno dei suoi consiglie-
e Pietro trovarono portarono le pubbliche pre- ri, partorì l’idea di trovare
la morte durante le ghiere indirizzate a Vulcano, un capro espiatorio cui at-
persecuzioni contro Cerere e Proserpina, o le ceri- tribuire la responsabilità del
i cristiani scatenate- monie per propiziarsi Giunone disastro. La ricerca fu breve.
si a Roma dopo il compiute dalle matrone in Cam- Esisteva una nuova setta originaria
terribile incendio. pidoglio e in riva al mare, da dove sce- dell’Oriente che non godeva delle sim-
nograficamente si attinse l’acqua per aspergere patie del volgo. Erano i “cristiani”, come si fa-
il tempio e la statua della dea. A nulla, infine, cevano chiamare, e seguivano gli insegnamenti
sortirono i banchetti rituali e le veglie sacre: i Continua a pag. 26

L’URBE IN FIAMME
64 d.C. VIGILI DEL FUOCO
A proteggere Roma
dal fuoco badavano
Piana del 7 coorti di vigiles
Vaticano
urbani. Ciascuna di
III esse doveva badare
a una porzione della
Campo
di Marte città (come indicato
Quirinale
I nello schema a
sinistra) e aveva sede
Via
Tibu
r tin
in una caserma (se-
pio a
Cis
gnata con il pallino
- pio
pi o
am li
C dog
Op rosso). I vigili erano
Esquilino
II circa 7.000, per la
Isola VI
Tibu
rtin
a
Via Prene
stina maggior parte liberti.
Trastevere Palatino
La fiamma grande
mostra il luogo
M
da cui si propagò
ur Celio
cia
VII V l’incendio, quelle
Aventino
piccole l’estensione
po
ri um
del rogo, durato
Em
IV ben 9 giorni.
ROMA
Scala
N
1: 10.000
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Via Campana

0 500 1.000 m
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Via Ostiense

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22 CIVILTÀ ROMANA
COVER STORY

LO STORICO
IL GRANDE INCENDIO DI ROMA Il grande storico
Publio Cornelio
NEGLI “ANNALI DI TACITO”, LIBRO XV, CAP. 38-44 Tacito (55-117 d.C.)
in una statua posta
XXXVIII. Sequitur clades, forte an dolo principis 38. Si verificò poi un disastro, non si sa se davanti al Parla-
incertum (nam utrumque auctores prodidere), sed accidentale o per dolo dell’imperatore (gli storici mento di Vienna.
omnibus, quae huic urbi per violentiam ignium infatti tramandano le due versioni), comunque il più Alla sua penna,
acciderunt, gravior atque atrocior. Initium in grave e spaventoso toccato alla città a causa di oltre agli Annales
ea parte circi ortum, quae Palatino Caelioque un incendio. Iniziò nella parte del Circo contigua dedicati ai quattro
montibus contigua est, ubi per tabernas, ai colli Palatino e Celio, dove il fuoco, scoppiato imperatori succeduti
quibus id mercimonium inerat, quo flamma nelle botteghe piene di merci infiammabili, subito ad Augusto, si deve
alitur, simul coeptus ignis et statim validus ac divampò violento, alimentato dal vento, e avvolse il libretto Germania,
vento citus longitudinem circi conripuit. Neque il Circo in tutta la sua lunghezza. Non c’erano ricco di informa-
enim domus munimentis saeptae vel templa palazzi con recinti e protezioni o templi circondati zioni sui popoli bar-
muris cincta aut quid aliud morae interiacebat. da muri o altro che facesse da ostacolo. L’incendio barici del Nord.
Impetu pervagatum incendium plana primum, invase, nella sua furia, dapprima il piano, poi
deinde in edita adsurgens et rursus inferiora risalì sulle alture per scendere ancora verso il
populando anteiit remedia velocitate mali et basso, superando, nella devastazione, qualsiasi
obnoxia urbe artis itineribus hucque et illuc flexis soccorso: sia per la fulmineità del flagello, sia
atque enormibus vicis, qualis vetus Roma fuit. perché vi si prestavano la città e i vicoli stretti e
Ad hoc lamenta paventium feminarum, fessa tortuosi e l’esistenza di enormi isolati, di cui era
aetate aut rudis pueritiae [aetas], quique sibi fatta la vecchia Roma. Si aggiungano le grida di
quique aliis consulebat, dum trahunt invalidos donne atterrite, i vecchi smarriti e i bambini,
aut opperiuntur, pars mora, pars festinans, e chi badava a sé e chi pensava agli altri
cuncta impediebant. Et saepe, dum in tergum e trascinava gli invalidi o li aspettava;
respectant, lateribus aut fronte circumveniebantur, chi si precipitava e chi indugiava,
vel si in proxima evaserant, illis quoque igni nel caos generale. Spesso, mentre si
correptis, etiam quae longinqua crediderant in guardavano alle spalle, erano investiti
eodem casu reperiebant. Postremo, quid vitarent dal fuoco sui fianchi e di fronte, o,
quid peterent ambigui, complere vias, sterni se qualcuno riusciva a scampare in
per agros; quidam amissis omnibus fortunis, luoghi vicini, li trovava anch’essi in
diurni quoque victus, alii caritate suorum, quos preda alle fiamme, e anche i posti
eripere nequiverant, quamvis patente effugio che credevano lontani e sicuri
interiere. Nec quisquam defendere audebat, risultavano immersi nella stessa
crebris multorum minis restinguere prohibentium, rovina. Nell’impossibilità, infine, di
et quia alii palam faces iaciebant atque esse sapere da cosa fuggire e
sibi auctorem vociferabantur, sive ut raptus dove andare, si riversano
licentius exercerent seu iussu. per le vie e si buttavano
sfiniti nei campi.
XXXIX. Eo in tempore Nero Antii agens non Alcuni preferirono
ante in urbem regressus est, quam domui morire perché avevano
eius, qua Palantium et Maecenatis hortos perso tutti i beni e non
continuaverat, ignis propinquaret. Neque avevano più nulla per
tamen sisti potuit, quin et Palatium et domus campare neanche
et cuncta circum haurirentur. Sed solacium un giorno; altri, per
populo exturbato ac profugo campum Martis ac amore dei loro
monumenta Agrippae, hortos quin etiam suos cari rimasti
patefecit et subitaria aedificia exstruxit, quae intrappolati
multitudinem inopem acciperent; subvectaque nel fuoco,
utensilia ab Ostia et propinquis municipiis, pur potendo salvarsi,
pretiumque frumenti minutum usque ad ternos preferirono morire. Nessuno osava

CIVILTÀ ROMANA 23
IL GRANDE INCENDIO DELL’URBE, 64 D.C.

L’IMPERATORE nummos. Quae quamquam popularia in inritum lottare contro le fiamme per le ripetute minacce
Nerone incorona- cadebant, quia pervaserat rumor ipso tempore di molti che impedivano di spegnerle, e
to d’alloro dalla flagrantis urbis inisse eum domesticam scaenam perché altri appiccavano apertamente il fuoco,
madre Agrippina et cecinisse Troianum excidium, praesentia mala gridando che questo era l’ordine ricevuto (forse
Minore, figlia del vetustis cladibus adsimulantem. per poter razziare con maggiore libertà, o forse
condottiero Ger- perché quell’ordine era proprio vero).
manico, nipote di XXXX. Sexto demum die apud imas Esquilias
Marco Antonio e di finis incendio factus, prorutis per immensum 39. Nerone, allora ad Anzio, rientrò a Roma
Augusto, oltre che aedificiis, ut continuae violentiae campus et velut solo quando il fuoco si stava avvicinando alla
sorella di Caligola vacuum caelum occurreret. Necdum pos[i]t[us] residenza che aveva edificato per congiungere il
(che quindi era lo metus aut redierat [p]lebi s[pes]: rursum grassatus Palazzo con i giardini di Mecenate. Non si poté
zio di Nerone). ignis, patulis magis urbis locis; eoque strages tuttavia impedire che fossero inghiottiti dal fuoco
hominum minor: delubra deum et porticus il Palazzo, la residenza e quanto la circondava.
amoenitati dicatae latius procidere. Plusque Per prestare soccorso al popolo, che vagava
infamiae id incendium habuit, quia praediis sconvolto senza dimora, aprì il Campo di Marte,
Tigellini Aemilianis proruperat videbaturque i monumenti di Agrippa e i suoi stessi giardini, e
Nero condendae urbis novae et fece sorgere baracche provvisorie, per dare ricetto
cognomento suo appellandae a questa massa di gente bisognosa di tutto. Da
gloriam quaerere. Ostia e dalle località vicine affluirono beni di prima
Quippe in regiones necessità e il prezzo del frumento fu abbassato fino
quattuordecim a tre sesterzi per moggio. Provvedimenti che, per
Romam quanto intesi a conquistare il popolo, non ebbero
l’effetto voluto, perché era circolata la voce che,
nel momento in cui Roma era in preda alle fiamme,
Nerone fosse salito sul palcoscenico del Palazzo
a cantare la caduta di Troia, raffigurando in
quell’antica sciagura il disastro attuale.

40. Al sesto giorno, finalmente l’incendio fu


domato alle pendici dell’Esquilino, dopo che furono
abbattuti, su una grande estensione, tutti gli edifici
per opporre all’ininterrotta violenza devastatrice
uno spazio sgombro e, per così dire, nient’altro
che aria. Non era ancora cessato lo spavento
né rinata una debole speranza che di nuovo il
fuoco divampò in luoghi della città più aperti;
ciò determinò un numero di vittime inferiore, ma
più vasto fu il crollo di templi e portici destinati
agli svaghi. Questo secondo incendio provocò
commenti ancora più aspri, perché era scoppiato
nei giardini Emiliani, proprietà di Tigellino, e si
aveva la sensazione che Nerone cercasse la gloria
di fondare una nuova città e di darle il suo nome.
Infatti, dei quattordici quartieri in cui è ancora
divisa Roma ne rimanevano intatti quattro; tre erano
stati rasi al suolo e degli altri sette restavano pochi
relitti di case, mezzo diroccate e semiarse.

42. Nerone sfruttò la rovina della patria per


costruirsi un palazzo, in cui destassero meraviglia
non tanto lo sfoggio di pietre preziose e oro, di
normale impiego anche prima, quanto prati e

24 CIVILTÀ ROMANA
COVER STORY

dividitur, quarum quattuor integrae manebant, laghetti e, a imitazione della natura selvaggia,
tres solo tenus deiectae, septem reliquis pauca da una parte boschi e dall’altra distese aperte e
tectorum vestigia supererant, lacera et semusta. vedute panoramiche; il tutto opera di due architetti,
Severo e Celere, che avevano avuto l’audacia
XXXXII. Ceterum Nero usus est patriae ruinis intellettuale di creare con l’artificio ciò che la natura
exstruxitque domum, in qua haud proinde aveva negato, sperperando le risorse del principe.
gemmae et aurum miraculo essent, solita
pridem et luxu vulgata, quam arva et stagna et 43. Sulle aree della città che, dopo la
in modum solitudinum hinc silvae, inde aperta costruzione della reggia, restavano libere, non
spatia et prospectus, magistris et machinatoribus si costruì, come dopo l’incendio dei Galli, senza
Severo et Celere, quibus ingenium et audacia un piano e nel disordine, bensì calcolando
erat etiam, quae natura denegavisset, per artem l’allineamento dei caseggiati e la carreggiata
temptare et viribus principis inludere. ampia delle strade; si posero limiti di altezza
agli edifici, con vasti cortili e con l’aggiunta di
XXXXIII. Ceterum urbis quae domui portici, per proteggere le facciate degli isolati.
supererant non, ut post Gallica incendia, Tuttavia, secondo alcuni, il vecchio assetto
nulla distinctione nec passim erecta, sed della città garantiva maggiori vantaggi alla
dimensis vicorum ordinibus et latis viarum salute, perché i vicoli stretti e le costruzioni alte
spatiis cohibitaque aedificiorum altitudine ac non erano penetrate così facilmente dai raggi
patefactis areis additisque porticibus, quae del sole: in tal modo, invece, dicevano, gli ampi
frontem insularum protegerent. spazi, non protetti da ombra di sorta, erano
Erant tamen qui crederent veterem illam esposti a una calura più insopportabile.
formam salubritati magis conduxisse, quoniam
angustiae itinerum et altitudo tectorum non 44. Ma né il lavoro della gente, né i
perinde solis vapore perrumperentur: at nunc contributi del principe, né le pratiche religiose
patulam latitudinem et nulla umbra defensam di propiziazione potevano far tacere le voci sui
graviore aestu ardescere. tremendi sospetti che qualcuno avesse voluto
l’incendio. Allora, per soffocare ogni diceria,
XXXXIV. Sed non ope humana, non Nerone spacciò per colpevoli e condannò a
largitionibus principis aut deum placamentis pene di crudeltà particolarmente raffinata quelli
decedebat infamia, quin iussum incendium che il volgo, detestandoli per le loro infamie,
crederetur. Ergo abolendo rumori Nero subdidit chiamava cristiani. Derivavano il loro nome da
reos et quaesitissimis poenis adfecit, quos per Cristo, condannato al supplizio, sotto l’imperatore
flagitia invisos vulgus Chrestianos appellabat. Tiberio, dal procuratore Ponzio Pilato.
Auctor nominis eius Christus Tiberio Furono dunque dapprima arrestati quanti si
imperitante per procuratorem Pontium Pilatum professavano cristiani; poi, su loro denuncia,
supplicio adfectus erat. venne condannata una quantità enorme di altri,
Igitur primum correpti qui fatebantur, non tanto per l’incendio, quanto per il loro odio
deinde indicio eorum multitudo ingens haud contro il genere umano. Quanti andavano a
proinde in crimine incendii quam odio morire subivano anche oltraggi, come venire
humani generis convicti sunt. Et pereuntibus coperti di pelli di animali selvatici ed essere
addita ludibria, ut ferarum tergis contecti sbranati dai cani, oppure crocefissi e arsi vivi
laniatu canum interirent aut crucibus adfixi come torce, per servire, al calar della sera,
[aut flammandi atque], ubi defecisset da illuminazione notturna. Per tali spettacoli
dies, in usu[m] nocturni luminis urerentur. Nerone aveva aperto i suoi giardini e offriva
Hortos suos ei spectaculo Nero obtulerat, giochi nel Circo, mescolandosi alla plebe in
et circense ludicrum edebat, habitu aurigae veste d’auriga o mostrandosi ritto su un cocchio.
permixtus plebi vel curriculo insistens. Unde Per cui, benché si trattasse di colpevoli, che
quamquam adversus sontes et novissima avevano meritato punizioni così particolari,
exempla meritos miseratio oriebatur, nasceva nei loro confronti anche la pietà, in
tamquam non utilitate publica, sed in quanto parevano vittime sacrificate non al bene
saevitiam unius absumerentur. pubblico, bensì alla crudeltà di un solo uomo.

CIVILTÀ ROMANA 25
IL GRANDE INCENDIO DELL’URBE, 64 D.C.

LA PERSECUZIONE
Questo quadro del
pittore tedesco
Karl Theodor von
Piloty (1826-1886)
riassume il dramma
dell’incendio di
Roma secondo la
versione tradizio-
nale. Si notano la
sostanziale indiffe-
renza di Nerone tra
le rovine, i devasta-
tori con le fiaccole
in mano e, in primo
piano a sinistra, il
capro espiatorio: i
cristiani condotti a
un feroce martirio.

di un sovversivo che, all’epoca di Tiberio, era


stato condannato alla pena capitale in Giudea
dal procuratore Ponzio Pilato. Dopo uno sban-
damento seguito alla morte del loro capo, i cri-
I VIGILI, SENTINELLE DELLA CITTÀ stiani erano riusciti a guadagnarsi un cospicuo
numero di adepti, prima nella stessa Giudea e

R esponsabili dello spegnimento degli incendi, così come della


sicurezza notturna di Roma, erano i vigiles urbani, un corpo
paramilitare istituito da Augusto nel 6 d.C. Inizialmente era for-
poi anche a Roma. Si diceva, conferma Taci-
to, che praticassero «le brutture più tremende»:
rifiuto della religione di Stato, settarismo, em-
mato da 600 uomini, presto portati a 7.000, per lo più liberti pietà, persino infanticidio. Odiati e temuti dal-
(ovvero ex schiavi liberati). Il loro comandante era il praefectus la maggioranza dei Romani, rappresentavano
vigilum, affiancato da un tribuno e da 7 centurioni per ciascuna un bersaglio ideale. Perché non accusare loro
delle 7 coorti. Dopo la ripartizione della città in 14 regiones, di aver provocato l’incendio (con la complicità
voluta da Augusto, ogni coorte di vigili se ne vide assegnare di alcuni ambienti senatori ostili a Nerone) allo
due: in una regio era collocata la caserma (statio), nell’altra un scopo di sovvertire l’ordine pubblico e rovescia-
distaccamento o una postazione di guardia (excubitorium). re l’Impero, magari per sostituirlo con quello di
Per svolgere il loro compito, i vigiles quel Cristo che, a loro dire, sarebbe tornato di
disponevano di attrezzi speci- lì a poco per governare fino alla fine dei tempi?
fici, tra cui i siphones, sor- Iniziò così la prima persecuzione contro i cri-
ta di idranti con tubature stiani. Dopo l’arresto, furono accusati di aver
in cuoio che permette- bruciato la città e condannati, sostiene Tacito,
vano d’indirizzare «non tanto per l’incendio in sé, quanto per il
l’acqua, prelevata loro odio contro il genere umano». Prima del
dall’acquedotto, supplizio, molti furono torturati e sottoposti al
direttamente verso pubblico dileggio: coperti di pelli di animali sel-
le fiamme, placan- vatici, venivano sbranati dai cani, oppure croce-
do così l’incendio. fissi e arsi vivi, in una sorta di tragico contrap-
passo. Per tali spettacoli, si dice, Nerone non
avrebbe esitato ad aprire i suoi giardini, offren-
do giochi nel circo e mescolandosi alla plebe,

26 CIVILTÀ ROMANA
COVER STORY

in veste di auriga o ergendosi sopra un cocchio.


Trovato il colpevole, restava una città da ri-
costruire e un tetto da ridare a centinaia di mi-
gliaia di sfollati. L’imperatore spese una fortuna
per far edificare, su parte dei terreni liberati dai DOMUS AUREA,
crolli, la sua nuova splendida reggia (la Domus
Aurea), ma diede anche ordine di riprogettare IMPRESA EFFIMERA E INCOMPIUTA
Roma con grande cura, in base a un progetto
preciso. Strade e vie furono tracciate seguendo
reticoli ordinati e con carreggiate ampie. N erone assoldò due architetti, Severo e Celere, perché co-
struissero per lui, sui resti dell’incendio, una reggia mai vista
prima. Avrebbe dovuto ostentare una profusione di oro e marmi
UN PIANO REGOLATORE preziosi, oltre a prati, laghetti, boschi e radure, creati artificialmen-
Furono posti limiti di altezza agli edifici, ag- te in un luogo dove la natura non li aveva previsti. I due avevano
giungendo cortili e portici per proteggere le promesso, narra Tacito, di scavare un canale navigabile dal lago
facciate degli isolati. Nerone promise di erigere Averno fino alle foci del Tevere, passando attraverso acquitrini
i portici a sue spese e di restituire ai proprietari e spiagge, e superando persino l’ostacolo naturale dei monti:
le aree fabbricabili dopo averle sgomberate dal- un’impresa folle, che però istigò la vanagloria dell’imperatore e lo
le macerie, smaltite nelle paludi di Ostia. Die- convinse a sperperare enormi quantità di denaro.
de poi ordine di usare per gli edifici non travi La Domus Aurea (nella foto, il particolare di una stanza), estesa
di legno, infiammabili, ma pietre di Gabi o di dal Palatino all’Esquilino, non fu mai portata a termine. Dopo la
Albano, refrattarie al fuoco; ogni casa, inoltre, morte di Nerone, il terreno su cui sorgeva venne restituito al po-
doveva essere indipendente, senza muri in co- polo e gli edifici furono smantellati dagli imperatori successivi per
mune. Infine, dispose controlli sull’uso dell’ac- costruirne di nuovi. Nel 104, ciò che ne restava bruciò definitiva-
qua pubblica, spesso deviata abusivamente mente. Il sito cadde nell’oblio fino alla sua casuale riscoperta, im-
dai privati, così che fosse sempre disponibile, portante per la storia dell’arte, avvenuta nel corso del XV secolo.
e ordinò che ogni proprietario tenesse in un
luogo accessibile il necessario per spegnere gli
incendi. Queste misure si dimostrarono lungi-
miranti, perché in caso di nuove emergenze la
folla avrebbe potuto defluire con più rapidità,
e gli stessi soccorsi sarebbero stati più veloci ed
efficaci. Quanto all’incendio infuriato all’E-
squilino, era stato bloccato solo perché Nerone
aveva ordinato di abbattere tutti gli edifici sul
colle: le macerie avevano formato una barriera
all’avanzata del fuoco e creato un vuoto dove le
fiamme non poterono propagarsi.
In ogni modo, fosse stato lui oppure no la
“mente” del disastro, la vittima più illustre
dell’incendio del 64 fu proprio Nerone. La
terribile immagine dell’imperatore che canta
mentre contempla il rogo della città è infatti
diventata un luogo comune, fissata definitiva-
mente nell’immaginario grazie al celebre film
Quo vadis? (1951). Per tutti, Nerone non è che
il folle incarnato da Peter Ustinov, l’uomo che
strimpella sulla lira, con gli occhi spiritati, i suoi
improbabili versi: «Oh, vedo avanzar / oh, di
fiamme un mar, / o onnivore forze, ave!». Pochi
secoli dopo, con la sua barba rossa, sarebbe di-
ventato, nel cristianissimo Medioevo, il simbolo
del demonio e l’emblema stesso del Male.

CIVILTÀ ROMANA 27
PER LA SALUTE
Asclepio, dio della
medicina (istruito dal
centauro Chirone) e
sua figlia Igea, dea
della salute. Nella
pagina a fonte, un ex
voto a forma di testa.

28 CIVILTÀ ROMANA
RITI

LA RELIGIOSITÀ
POPOLARE DEGLI
EX VOTO
La tradizione degli ex voto non è esclusiva della ritualità
cristiana: fin dai tempi più remoti, i pagani offrivano
doni agli dei come ringraziamento per i favori ricevuti
di Elisa Filomena Croce

«A
d Asclepio, dio sommo, sal- formula votum solvit (molto più rara la dicitura
vatore e benefattore. Salvato ex voto), insieme al nome e, qualche volta, al
con le tue mani da un tumore motivo per cui si voleva ringraziare la divinità.
alla milza, della quale ecco il modello d’ar-
gento, in segno di riconoscenza. Neocha- PER GRAZIA RICEVUTA
res Julianus, liberto imperiale.» Assieme ad armi, oggetti di vario
Se sostituissimo al nome di Ascle- genere e raffigurazioni di parti del
pio quello di un santo cristiano, corpo (verosimilmente, proprio
potremmo trovare le stesse pa- quelle guarite dal dio), che ve-
role su uno dei tanti ex voto nivano prodotte in serie e ven-
raccolti nelle nostre chiese, a dute fuori dal tempio, anche il
testimonianza di miracoli com- santuario stesso poteva costi-
piuti e di preghiere ascoltate. tuire l’offerta votiva di qualche
Invece, questa iscrizione “per uomo ricco e molto devoto.
grazia ricevuta” risale al II secolo Gli ex voto erano principal-
a.C., ed era affissa in un santua- mente di due tipi: “propiziato-
rio di Esculapio, dio romano del- ri”, se dedicati nel momento in
la medicina, conosciuto dai Greci cui il voto veniva formulato, o
con il nome di Asclepio. “gratulatori”, se testimoniavano
L’uso di ricompensare gli dei l’avvenuto miracolo. Nelle epi-
per i voti esauditi, così come quello di grafi in latino, i due tipi sono facilmente
propiziarseli con offerte votive, non solo è co- riconoscibili grazie alle diverse formule uti-
mune a molte tradizioni religiose, ma ha un’o- lizzate: votum fecit libens animo, nel caso in
rigine antichissima. I santuari di tutto l’Impero cui l’offerta fosse fatta quando il voto veniva
Romano traboccavano di statuette con incisa la pronunciato, oppure, molto più comune- ›

CIVILTÀ ROMANA 29
LA RELIGIOSITÀ POPOLARE DEGLI EX VOTO

PAROLE DI ROMA
Votum
Per riconoscere antichi ex voto nelle epigrafi ancora incassate
nelle pareti di vecchie chiese, nei musei o nei siti archeologi-
ci, bisogna fare attenzione alla formula rituale “VSL M”. Si trat-
ta dell’abbreviazione di votum solvit libens merito, vale a dire
«Ho adempiuto al mio voto, di buon grado e debitamente».
La parola votum indica sia la promessa solenne fatta agli dei
che l’offerta votiva vera e propria. Durante il regno di Augusto
compare su alcune monete la dicitura vota, al plurale, che
indicava i voti fatti per la salute dell’imperatore.
Per la sua valenza sacra, questo termine viene utilizzato an-
mente, votum solvit libens merito, in seguito
che per regolare particolari impegni presi tra gli uomini, come
al soddisfacimento della preghiera espressa.
i vota nuptalia, che stanno a significare le nozze. Ma votum
Il voto si inserisce perfettamente nel mecca-
indica anche un desiderio, un augurio, qualcosa di sperato
nismo religioso arcaico, conosciuto come do ut
ma di non facile realizzazione. Tuttavia, i centinaia di ex voto
des, o do quia dedisti, basato sulla relazione di re-
giunti fino a noi dimostrano che, forse molto più spesso di
ciprocità tra il fedele e la divinità, che garantisce
quanto pensiamo, i vota venivano esauditi.
l’adempimento degli impegni presi e il compi-
mento dei doveri dell’una e dell’altra parte. Un
celebre esempio di voto pronunciato e poi as-
solto è quello di vendetta espresso da Ottavia-
no, nel 42 a.C., prima della battaglia di Filippi
contro i cesaricidi, e onorato magnificamente,
dopo la vittoria, con l’erezione del tempio di
Marte Ultore nel Foro di Roma.
Che fossero da parte dell’imperatore o a ope-
ra di singoli cittadini, questi doni degli uomini
agli dei avevano anche la funzione di conservare
le relazioni pacifiche che intercorrevano fra le
due parti, quella pax deorum su cui si fondava
la religione romana e che non era appannaggio
esclusivo dei ceti elevati, bensì di tutto il popolo.
Quando si decideva di offrire un dono alla
divinità? In seguito a un miracolo, natural-
mente, oppure per propiziare una vendetta, o
quando si temeva una
disgrazia imminente
(per esempio, du-
rante un naufragio o
prima di una traversata);
ma anche in occasione di
un lieto evento, come
un matrimonio, una
nascita, una gravi-
danza che tardava ad
arrivare, un successo
personale (come l’a-
vanzata nel cursus hono-

30 CIVILTÀ ROMANA
RITI

rum). Secondo l’occasione, ci si rivolgeva a una


divinità specifica, a cui si decideva di affidare il
proprio voto. La sfera militare non era immune
da questo fenomeno: esistono opere architetto-
niche dedicate da generali o imperatori in oc-
casione di vittorie importanti, così come armi
consacrate al dio da semplici soldati, grati di
aver avuto salva la vita.
Anche i gladiatori usavano offrire armi o al-
tri oggetti a Nemesi e a Ercole la sera prima
del munus, il combattimento in cui offrivano
la propria vita. Gli ex voto dedicati dalle don-
ne parlano di fertilità, matrimonio, guarigio-
ne, preoccupazione per la salute della prole,
ma testimoniano anche riti di passaggio: ad
Atene, le future spose dedicavano alla dea ver-
gine Artemide gli oggetti appartenuti alla loro
fanciullezza, come una spazzola o la bambola
con cui giocavano da bambine.

RELIGIOSITÀ POPOLARE
Lo studio degli ex voto consente di cono-
scere meglio la religiosità popolare e ci rivela
quali divinità fossero le più venerate e quali
santuari fossero particolarmente famosi per
i “miracoli” che vi si compivano. A volte ce salvato e aver conservato i piedi, ha dedicato IL CORPO INTERO
ne fa addirittura scoprire di nuovi, come il l’immagine del suo piede alla beata Iside». In Sopra, ex voto
tempio dedicato a Minerva Medica in Val questo particolare caso, il voto fatto a Iside, di piedi. Agli dei
Trebbia (provincia di Piacenza), la cui esi- divinità che nell’Egitto romano abbracciava si dedicavano
stenza è stata svelata proprio dalla pre- ogni ambito della vita, deve risalire al imitazioni di queste
senza di epigrafi votive; come quella momento stesso dell’incidente, parti del corpo
di Coelia Iuliana, che attesta di quando Isidoro temeva di per- per chiedere la
essere stata «liberata da una grave dere la vita o di rimanere inva- risoluzione di fratture,
malattia, grazie alla bontà delle lido; ma dopo essersi salvato, contusioni e altre
sue medicine», o quella di Tul- egli desidera fare molto di più lesioni. Al centro, ex
lia Superiana, che testimonia che una semplice offerta votiva. voto raffigurante un
la guarigione dalla calvizie. Ciò dimostra come diversi tipi utero, evidentemente
Gli ex voto sono anche fon- di ex voto possano intrecciarsi donato da una don-
ti preziose per ricostruire la tra loro: un’epigrafe, la raffigu- na. Nella pagina
vita quotidiana degli abitanti razione del piede “miracolato” e a fronte: in basso a
dell’Impero, dalla Britannia alla un tempietto che renda il tutto sinistra, il Tempio di
Siria. Nei pressi di Ras el-So- ancora più imponente. Asclepio ad Epidau-
da, non lontano da Alessandria Esistevano dunque svariati modi ro; a destra, due ex
d’Egitto, sorge un tempietto con per ricompensare la divinità dopo voto appartenenti
un’imponente scalinata. Le colonne una grazia ricevuta: da una piccola alla sfera sessuale,
proteggono il naos, la stanza più sa- statuetta fino a un santuario, innalza- l’uno raffigurante una
cra: al centro, nel posto d’onore, si erge to nella più grande magnificenza, natural- mammella (in alto),
un pilastro di marmo, su cui campeggia un mente a seconda dell’importanza del miracolo l’altro un pene.
piede scolpito, assieme all’iscrizione pronta e delle possibilità economiche del dedicante.
a rivelarci la sua storia: «Scaraventato fuori Gli ex voto restano testimoni di tante picco-
dal carro per colpa dei suoi cavalli, qui, Isi- le storie, memorie spesso commoventi di come
doro, come ringraziamento per essere stato si viveva la religiosità al tempo dei Romani.

CIVILTÀ ROMANA 31
32 CIVILTÀ ROMANA
EDITORIA

BIBLIOTECHE
LIBRI
E LETTORI
Pragmatici e volitivi, i Romani cominciarono ad apprezzare i libri
quando entrarono in contatto con la cultura ellenistica, che determinò
il sorgere di un gran numero di biblioteche, pubbliche e private
di Francesca Garello

T
ra le tante conseguenze della morte di Ce- LETTERE D’AMORE Roma, in effetti, si affacciò tardi sulla scena
sare, una è poco nota: Roma vide sfumare Nella pagina della cultura: quando Tito Andronico compo-
l’opportunità di avere la sua prima biblio- a fronte, una giova- se il primo dramma teatrale in latino, nel 240
teca pubblica, che era uno dei tanti progetti del ne romana strappa a.C., la lingua greca poteva già vantare cinque
lungimirante statista. Fortunatamente, l’idea la lettera dell’aman- secoli di memorabile produzione letteraria.
non fu dimenticata e venne ripresa pochi anni te. Le missive erano
dopo dal suo amico Asinio Pollione. Questi, nel vergate su tavolette LA RICCHEZZA NEI LIBRI
39 a.C., costruì una biblioteca pubblica pro- lignee o sottili fogli La prima biblioteca pubblica del mondo
prio come Cesare l’aveva immaginata, con una di corteccia, ma era greco di cui abbiamo notizia è quella fondata
sezione per le opere greche e una per quelle lati- in uso anche ad Atene da Pisistrato, nel VI secolo a.C. In
ne. Un’istituzione che avrebbe fatto da modello il costoso papiro. epoca repubblicana, tuttavia, molti intellettuali
per tutte le successive biblioteche romane. romani erano in possesso di ricche collezioni ›

CIVILTÀ ROMANA 33
BIBLIOTECHE, LIBRI E LETTORI

private. La biblioteca di Cicerone era così am-

Volumen, codex, liber


PAROLE DI ROMA pia da aver bisogno di un’apposita squadra che
la gestisse: schiavi greci specializzati, che fun-
gevano non solo da bibliotecari, ma anche da
restauratori per riparare i libri rovinati, e scribi,
per produrre copie in casa.
Il rotolo come supporto scrittorio nasce in Egitto, patria del papiro, L’amore per i libri si accompagnava anche
e si diffonde prima in Grecia e poi a Roma, dove viene chiamato in alla virtù guerriera. Lucio Emilio Paolo, il con-
due modi: volumen e rotulus. Il primo deriva da un verbo che signi- dottiero che sconfisse i Macedoni a Pidna, nel
fica “avvolgere” e indica il rotolo che si svolge orizzontalmente, da 168 a.C., cedette la sua parte di bottino alle
sinistra a destra. Il rotulus (da rotula, “piccola ruota” o “disco”) viene casse statali per portarsi a casa la biblioteca del
invece svolto verticalmente, dall’alto verso il basso. re Perseo e la regalò ai figli. Silla, nell’86 a.C.,
Il termine codex deriva da caudex, “tronco d’albero”, e fa rife- conquistò Atene e si impadronì dei libri ap-
rimento all’uso romano di collegare le tavolette cerate per mezzo partenuti secoli prima ad Aristotele, che per
di anelli di metallo o legacci di cuoio, fatti passare attraverso fori strane vicende di eredità erano giunti nelle
praticati nella cornice di legno delle stesse. La parola moderna “li- mani di un collezionista. Anche Lucullo aveva
bro” deriva invece da liber, “corteccia”, che ricorda l’uso antico di acquisito diverse collezioni con le sue campa-
scrivere su sottili fogli di legno. Lo testimonia bene Plauto, che nella gne militari in Asia Minore. Quando, nel 66
commedia Pseudolus scrive: «Quasi in libro cum scribuntur calamo a.C., si ritirò a vita privata, vantava un’enorme
litterae», cioè «come sul legno, con la penna si scrivono le lettere». biblioteca sparsa nelle sue numerose ville, ge-
nerosamente a disposizione degli amici.
Se i Romani erano arretrati rispetto ai
Greci nella produzione di opere letterarie,
su una cosa dettarono regole arrivate fino
a noi: l’allestimento delle biblioteche. In
Grecia, queste erano poco più che sempli-
ci magazzini per conservare i libri, anche
se collocati in edifici solenni. Si attribuiva
poca importanza alle esigenze di coloro che
desideravano consultarli, i quali, di solito,
si dovevano accontentare di leggere stando
in piedi, all’aperto, nel portico antistante la
stanza in cui erano conservati i volumi.

BIBLIOTECHE MOLTO MODERNE


Le biblioteche romane, invece, erano co-
stituite da una stanza illuminata da grandi
finestre, con al centro ampi tavoli per la con-
sultazione. Porte più o meno monumentali
isolavano la biblioteca dall’esterno, renden-
dola confortevole. Nei muri perimetrali si
aprivano delle nicche, suddivise a loro volta
in scaffali e chiuse da sportelli, gli armaria.
Come nelle biblioteche moderne, gli armadi
erano numerati, per facilitare il reperimento
dei testi. Sugli scaffali, i rotoli erano disposti
orizzontalmente in più file sovrapposte. All’e-
stremità del rotolo, rivolto verso l’esterno, era
legato un cartellino con il titolo e il nome
dell’autore, in modo che aprendo gli sportelli
tutti i cartellini fossero chiaramente identifi-
cabili. Accanto agli armaria erano infine posi-

34 CIVILTÀ ROMANA
EDITORIA

zionati alcuni secchielli, usati per trasportare i gine al libro moderno. L’usanza di collegare ROTOLI E CODICI
volumi fino al tavolo di consultazione. sul lato lungo due o più tavolette per formare Sopra, rotoli avvolti
I libri raccolti nelle biblioteche, almeno una specie di quaderno ispirò l’idea di fissa- attorno a un bastone
fino al II secolo d.C., erano in forma di ro- re allo stesso modo i fogli ottenuti da pelli (umbilicus), conservati
tolo. I fogli contenenti lo scritto, in carta di animali, più adatti del papiro a sopportare la dentro una custodia
papiro, non erano tenuti insieme da cuciture cucitura, ottenendo così il codex. di cuoio, la cosiddet-
su uno dei lati, come nei libri di oggi, Le metamorfosi di Ovidio sono la ta capsa (nome da
ma incollati l’uno all’altro in prima opera di cui conosciamo cui deriva la parola
una lunghissima striscia, che la “pubblicazione” su codice: “cassa”). Nel tondo,
poi veniva avvolta attorno Marziale, alla fine del I se- un giovane (forse
a un bastone di legno o colo, ce ne descrive un’edi- un poeta, data la
di avorio (umbilicus) per zione su membranae (pel- corona di lauro che
formare un unico rotolo: li) ripiegate più volte, cioè gli cinge la fronte)
il volumen. Il foglio non su vari fogli di pergame- con un rotolo tra le
veniva sfruttato al massi- na piegati a metà, come mani. Nella pagina
mo, poiché si scriveva su le pagine dei nostri libri. a fronte, una donna
una facciata sola, e i testi più Stando alle parole di Mar- legge un codex,
estesi potevano occupare mol- ziale, sembrerebbe che il codice formato dall’unione
ti rotoli. Ci volevano entrambe le pergamenaceo, molto più costoso di più tavole o fogli,
mani per svolgere un rotolo e durante del rotolo di papiro, fosse un’innovazione proprio come nei
la lettura non si potevano prendere appunti recente e venisse usato soprattutto per edizio- libri moderni.
(appena lo si lasciava andare, infatti, questo si ni di lusso. La diffusione del codice sarebbe
riavvolgeva). Plinio il Vecchio risolveva l’in- stata poi favorita dalla maggiore capacità e
conveniente facendo leggere il rotolo a uno dalla comodità di utilizzo: l’Eneide occupava
schiavo, ad alta voce, mentre lui scriveva le un solo codice, a fronte di quattro rotoli, e
proprie note su tavolette cerate. per accedere a vari passaggi del testo bastava
Furono proprio queste tavolette a dare ori- semplicemente trovare le pagine corrispon- ›

CIVILTÀ ROMANA 35
BIBLIOTECHE, LIBRI E LETTORI

LO STUDIO denti, invece di svolgere e riavvolgere il rotolo. muri perimetrali erano divisi in due gallerie
Sotto, studenti La biblioteca pubblica creata da Asinio Pol- sovrapposte, sorrette da colonne di marmo,
nell’aula di una lione non rimase sola a lungo. Augusto ne fece alle quali si accedeva mediante scale sul retro
biblioteca pubblica inserire una nel progetto del Tempio di Apol- dell’edificio. Ogni galleria accoglieva due li-
romana. I volumi lo, che fece erigere sul Palatino nel 28 a.C., velli di scaffali di legno, costruiti in modo da
sono ordinati in non lontano dalla sua residenza privata. Pochi non appoggiarsi alle murature, per una mi-
scaffali lungo le anni dopo, ne fece aprire un’altra nel Portico gliore conservazione dei libri. Si calcola che
pareti e al centro si di Ottavia, costruito in onore della ogni aula potesse accogliere 10 mila
trovano tavoli per sorella e dedicato al defunto fi- rotoli: una collezione magnifica,
la consultazione, glio di lei, Marcello. ospitata in un edificio ugual-
come nelle bibliote- mente grandioso, decorato
che moderne. Nel EDITORI E LIBRERIE con materiali preziosi.
tondo, un ama- Regalare una biblioteca Da Traiano in poi si
nuense all’opera in ai cittadini divenne una diffuse la moda d’inserire
uno scriptorium. pratica comune: Tiberio biblioteche nei comples-
ne costruì due, Vespasia- si termali, dove i cittadini
no una; quella di Traiano passavano diverse ore tra
ci ha aiutato a comprendere svago e affari. Data la gran-
il modello costruttivo di tutte le dezza di tali edifici, non sempre
biblioteche romane, grazie ai vasti re- le due sezioni, greca e romana, erano
sti identificabili nel grandioso progetto del collocate in maniera ottimale: nelle Terme di
Foro, che l’imperatore costruì nel 112-113. Traiano, per esempio, distavano tra loro circa
Collocate ai lati della Colonna Traiana, le due 260 m e in quelle di Caracalla 300 m, costrin-
aule (la greca e la latina) erano monumenta- gendo chi volesse consultare testi sia greci che
li: 27 m sui lati lunghi e 20 m sui lati corti, latini a un faticoso avanti e indietro.
con ingresso verso la Colonna. All’interno, i Una simile abbondanza di testi presuppo-

36 CIVILTÀ ROMANA
EDITORIA

LE GRANDI BIBLIOTECHE
DELL’IMPERO

L’ antichità romana era più alfabetizzata di quanto non si


creda, come testimoniano i versi di Tibullo, Properzio e
Ovidio scribacchiati sui muri di Pompei. Non stupisce quin-
di che le biblioteche fossero presenti anche in piccoli centri
come Como (dono di Plinio il Giovane, che vi era nato), Tibur
(l’odierna Tivoli, che conservava numerosi testi di Aristotele) e
Pompei. Le biblioteche più grandiose sorgevano in Oriente.
Quella di Alessandria (a destra) entrò in ambito romano in se-
guito alla conquista dell’Egitto nel 30 a.C. e, seppur danneggia-
ta da vari incendi, conservava quasi mezzo milione di volumi.
Alcuni provenivano da quella di Pergamo (odierna Turchia), da
cui Antonio prelevò 200 mila libri come dono per Cleopatra.
Atene vantava due biblioteche, di cui una donata da Adria-
no. Quella di Patrasso custodiva varie rarità, tra cui una copia
dell’Odissea tradotta in latino da Tito Andronico, ricordo dell’e-
poca in cui i Romani non conoscevano il greco. Persino Carta-
gine, ricostruita da Augusto, fu dotata di una nuova biblioteca.

ne una produzione libraria ben organizzata. privi di errori, perché gli scribi sono ignoran- CESTE PER VOLUMI
In epoca repubblicana, le collezioni private si ti e nessuno fa quella che oggi chiameremmo Nel tondo, uno dei
componevano di pochi pezzi, che i proprieta- “correzione di bozze”. La grande domanda im- secchielli in uso nelle
ri si procuravano facendo copiare dagli scribi poneva ritmi di lavoro serratissimi, soprattut- biblioteche pubbli-
i testi prestati dagli amici. All’uscita di una to per produrre le opere di maggior successo. che, per portare i
nuova opera, gli stessi autori facevano pre- Successo che, però, arricchiva soltanto il ven- rotoli dagli scaffali
parare copie da distribuire ad amici, ditore: non esistendo il concetto di fino ai banchi di
colleghi, patroni e collezionisti. diritto d’autore, chiunque aveva consultazione.
Per le opere antiche e i classici la possibilità di copiare l’ope-
greci, come Iliade e Odissea, ra di uno scrittore, una vol-
le copie venivano ottenute ta resa pubblica, metten-
dalle biblioteche, soprat- dola in vendita a proprio
tutto quelle dell’Oriente el- esclusivo vantaggio.
lenistico, come la celebre La fine dell’Impero non
Biblioteca di Alessandria. determinò la scomparsa del-
In età imperiale, la diffu- le biblioteche, che però mu-
sione delle biblioteche pub- tarono aspetto, affollandosi di
bliche fece aumentare la doman- nuovi libri in forma di codice,
da di testi e nacque un’imprenditoria molto apprezzati dai cristiani per la
specializzata. Nei dintorni del Foro, presso il facilità con cui consentivano la consultazione
Vicus Sandalarius, si trovavano diverse taber- delle Sacre Scritture. Le opere si concentrarono
nae librariae, botteghe che fungevano da scrip- su nuovi temi: commentari e interpretazioni
torium (produzione di copie in proprio), ma della Bibbia, discussioni sulla natura divina,
anche da librerie, vendendo i volumi realizzati. orazioni. Lentamente la Storia andò avanti,
Non tutte erano affidabili: Cicerone si lamen- portando fino a noi l’eredità romana del libro
ta che a Roma è impossibile procurarsi libri rilegato e della biblioteca di consultazione.

CIVILTÀ ROMANA 37
L’UMILIAZIONE
DI CANNE

38 CIVILTÀ ROMANA
BATTAGLIE

Mentre Annibale spadroneggiava in Italia, il Senato di Roma cercava


invano di tenerlo a bada. Dopo le sconfitte rimediate su Trebbia
e Trasimeno, tentò di fermarlo a Canne, andando incontro alla disfatta
di Nicola Zotti

I
l 18 dicembre del 218 a.C., Annibale, MORTE IN CAMPO nome di “Temporeggiatore”, il compito di
affacciatosi sulla Pianura Padana dopo la La fine di Lucio contenere per quanto possibile i movimenti
sua avventurosa marcia attraverso le Alpi, Emilio Paolo, uno dell’armata cartaginese, evitando il confron-
aveva sconfitto lungo il fiume Trebbia le for- dei due consoli che to diretto: il tempo guadagnato sarebbe ser-
ze romane, superiori per numero, che tenta- guidavano le legioni vito a Roma per riunire nuove truppe.
vano di sbarrargli l’ingresso in Italia. L’anno a Canne, in un dipin- Era evidente, tuttavia, che occorreva impe-
successivo, il 24 giugno, con un’altra schiac- to di John Trumbull gnarsi in uno sforzo straordinario: Roma at-
ciante vittoria sul lago Trasimeno, il coman- (1773). Morì da tinse generosamente al suo serbatoio umano,
dante cartaginese si era guadagnato completa eroe, rifiutando reclutando un eccezionale numero di nuove
libertà di movimento nella penisola. il cavallo che gli truppe, per affidarle ai due consoli di fresca no-
Stordito dalle devastanti sconfitte, il Se- era stato portato mina, Gaio Terenzio Varrone e Lucio Emilio
nato di Roma aveva affidato a Quinto Fabio per la fuga. Paolo. Il loro incarico era quello di affrontare
Massimo, passato alla Storia con il sopran- finalmente Annibale e vincerlo in battaglia. ›

CIVILTÀ ROMANA 39
L’UMILIAZIONE DI CANNE

All’inizio dell’estate del 216 a.C., il cartagi- a 5.000 uomini invece degli usuali 4.200.
nese era acquartierato a Geronio (l’attuale Ca- Fedeli all’incarico ricevuto, una volta giunti
sacalenda, in provincia di Campobasso), dove a Geronio, i consoli Varrone ed Emilio inse-
aveva trascorso inverno e primavera, sorveglia- guirono senza indugi l’esercito cartaginese.
to a breve distanza dai due consoli dell’anno Le fonti antiche ce li hanno tramandati come
precedente, Marco Minucio Rufo e comandanti in conflitto fra loro, de-
Gneo Servilio Gemino. Ben infor- scrivendo Varrone come uno scon-
mato, grazie a un sapiente lavoro siderato alla ricerca dello scontro
di “spionaggio”, delle decisioni ed Emilio come un seguace del
e delle iniziative romane, verso “Temporeggiatore”, dotato di
la fine di luglio Annibale ab- maggiore esperienza militare,
bandonò Geronio dirigendosi più cauto e saggio del collega.
verso Canne, una cittadella In realtà le loro decisioni, prese
utilizzata come deposito forti- a giorni alterni come voleva la
ficato, tra le attuali Barletta e legge romana, appaiono coerenti
Canosa. Sapeva che proprio lì e concordi, frutto di accorti ra-
erano conservati grandi quan- gionamenti comuni. D’altra parte,
titativi di derrate alimentari una simile massa di uomini e anima-
(delle quali aveva stringente ne- li richiedeva quotidianamente circa 150
cessità); inoltre, la posizione strategica tonnellate di derrate alimentari: un incubo lo-
del luogo gli avrebbe consentito di gistico che non poteva essere sostenuto a lungo
interrompere il flusso di grano che da e spingeva verso una rapida decisione militare.
quella regione arrivava fino a Roma.
Il suo movimento verso il fertile gra- SI PREPARA LO SCONTRO
naio pugliese riaccendeva il conflit- Il campo di battaglia di Canne è una pianu-
to e rendeva urgente la decisione ra che si sviluppa per una larghezza di poco
del Senato di cercare lo scontro. più di 3 km, delimitata a nordovest dal fiume
Non si trattò di una battaglia Ofanto e a sudest da alcune alture. Annibale
qualsiasi: per vincerla, il genio spostò il proprio accampamento dalla roc-
di Annibale diede il massi- ca di Canne a un’altura sul lato sinistro del
mo, facendolo passare alla fiume, per impedire che i Romani potessero
Storia come il più gran- aggirarlo raggiungendo il terreno collinoso,
de tattico di ogni tempo. dove la sua cavalleria si sarebbe trovata a disa-
Stavano infatti per rag- gio. Quindi mostrò la volontà di combattere
giungere la zona di guerra nella pianura a destra del fiume.
nuove legioni e nuovi rin- La mattina del 2 agosto, i Cartaginesi assi-
forzi romani, tali da por- stettero alla processione di 14 legioni (due ri-
tare contro Annibale una masero di guarnigione agli accampamenti), che
massa totale di 80 mila fanti marciavano riunendosi sul lato destro dell’O-
e 6.000 cavalieri. Mai Roma fanto per dare battaglia. Una vista che, da sola,
aveva riunito in un solo luogo avrebbe atterrito chiunque, ma il carisma di
e sotto un unico comando un Annibale infondeva nei suoi uomini una fidu-
numero tanto elevato di uomini: cia incrollabile nella vittoria. Quella romana
alle due armate dei consoli de- era un’armata di 70 mila fanti (dei quali 55
caduti (ciascuna formata da mila pesanti e 15 mila leggeri) e 6.000 cavalie-
due legioni romane e due ri: un esercito enorme, che però, proprio per
alleate) si aggiunsero le questo, creava non pochi problemi tattici.
nuove armate dei consoli Livio ci fa sapere che Varrone, il console al
in carica. Come se non comando quel giorno, per riuscire a far entra-
bastasse, gli effettivi di re tutti i suoi uomini nei 3 kmq di pianura,
fanteria di ciascuna delle dispose le fanterie schierando i manipoli in
16 legioni furono portati modo più fitto del solito e su un maggior nu-

40 CIVILTÀ ROMANA
VITA MILITARE

SENZA ELEFANTI
A sinistra, Annibale
invade l’Italia con
gli elefanti, in un
affresco di Jacopo
Ripanda (1510). I
pachidermi appar-
tenevano a una
specie oggi estinta,
più piccola degli at-
tuali elefanti africani;
all’epoca di Canne,
Annibale li aveva
già perduti tutti. Nel-
la pagina a fronte,
il condottiero punico
conta gli anelli d’oro
mero di linee. Polibio lo conferma, afferman- Per Annibale, al contrario, il campo di bat- strappati ai Romani
do che i manipoli erano «più fitti dell’usuale» taglia non era affatto limitato: ai fianchi degli morti sul campo:
e «assai più profondi che larghi». schieramenti di fanteria punica, più ridotti pare ammontassero
Probabilmente Varrone decise di dimezzare il rispetto a quelli romani, si aprivano due ampi a circa 10 kg. Al
fronte di tutti i manipoli (raddoppiandone la e comodi corridoi nei quali la sua cavalleria centro, uno scudo di
profondità e schierandoli senza i caratteristici avrebbe potuto muoversi agilmente. E lui Enrico II di Francia
varchi tra l’uno e l’altro) per ridurre quello della aveva già capito come approfittarne. (XVI secolo), raffigu-
formazione romana a proporzioni più control- Le fanterie leggere cartaginesi, con le loro rante scene della
labili. Forse il console pensava che ciò avrebbe armi da tiro (in particolare le fionde degli Iberi- battaglia di Canne.
fornito a quell’imponente massa di uomini una ci), diedero inizio allo scontro, per dare tempo
forza tale da schiacciare l’avversario sotto il alle truppe di completare il loro schieramento.
solo peso della sua marcia. Invece, tutta quel- Sul fianco appoggiato al fiume, i 2.400 uo-
la densità finì per rivelarsi dannosa, ostacolan- mini della cavalleria romana fronteggiavano
do gravemente le manovre dei Romani. 6.000 cavalieri pesanti cartaginesi; segui- ›

LE RAGIONI DI UNA BATTAGLIA

Q uinto Fabio Massimo, detto il “Temporeggiatore” (a destra) per la sua strate-


gia attendista, era convinto che fosse inutilmente pericoloso sfidare il genio
militare di Annibale in campo aperto. Aveva invece individuato il punto debole dei
Cartaginesi nella lontananza dalla madrepatria e dalla loro base in Spagna. In
queste condizioni, ben difficilmente Annibale avrebbe potuto ricevere sostanziali
rinforzi (se non quelli che trovava in Italia); proprio per questa ragione, secondo
Quinto Fabio Massimo, sottoponendo le forze puniche a un costante logoramento
sarebbe stato possibile indebolirle fino a renderle inoffensive.
Tuttavia, per quanti danni potesse infliggere all’esercito cartaginese con la sua
opera di disturbo, il Temporeggiatore non era in grado d’incidere sul corso della
guerra in tempi appropriati, mentre la riluttanza allo scontro incrinava la fiducia
dei Romani nei suoi confronti, e comprometteva la loro credibilità nei confronti
degli alleati. Il prestigio dell’Urbe richiedeva il ritorno a una strategia più aggres-
siva, che sradicasse la minaccia punica dal suolo italico una volta per tutte.

CIVILTÀ ROMANA 41
L’UMILIAZIONE DI CANNE

TRAPPOLA LETALE vano, al centro, le legioni, nella loro forma- superiore di cavalieri leggeri della Numidia.
Nei due schemi zione serrata e profonda. Di fronte a loro, gli Le truppe iniziarono a muovere l’una contro
sotto, l’andamento avversari presentavano uno spettacolo sin- l’altra: i Romani (e i loro alleati, Italici e Galli
della battaglia, che golare: gruppi di Iberici, nelle loro tuniche Cenomani) come un monolitico rullo com-
condusse i Romani bianche bordate di rosso, erano intercalati a pressore, i Cartaginesi secondo quanto prevede-
nella trappola ordita compagnie di guerrieri gallici, molti dei qua- va la prima fase dell’astuto piano di Annibale.
dai Cartaginesi. li combattevano completamente nudi.
Nella pagina a Alle estremità di questa pittoresca linea, L’ASTUZIA DI ANNIBALE
fronte, in basso, più arretrati e forse nascosti dalla fanteria La fanteria del centro cartaginese non avan-
Annibale in trionfo leggera, trovavano posto i veterani dell’Afri- zò nella sua interezza, bensì a scaglioni, con
sul campo, mentre i ca, divisi in due formazioni di 4.000 uomini le unità centrali più avanzate e le altre a sca-
suoi uomini procedo- ciascuna. Sull’ala che fiancheggiava le colli- lare verso destra e verso sinistra, venendo a
no alla spogliazione ne, lo schieramento romano contava 3.600 formare un semicerchio (destinato a capovol-
dei nemici uccisi. uomini della cavalleria alleata, che se la sareb- gersi durante lo scontro) che aveva il suo arco
bero dovuta vedere con un numero di poco rivolto verso i legionari romani.
I combattimenti iniziali scoppiarono tra
le cavallerie sulle ali: sull’Ofanto, Romani e
Cartaginesi si avvinghiarono subito in uno
TRAGEDIA IN DUE ATTI spietato corpo a corpo, mentre sul fianco
opposto la cavalleria alleata dei Romani non
Prima fase - Attacco iniziale romano e sconfitta della sua cavalleria riusciva a entrare in contatto con gli evasivi
Numidi: sui loro piccoli e agili cavalli, costo-
Fanteria romana ro sfuggivano al combattimento, tormentan-
do gli avversari con il lancio di giavellotti.
Cavalleria Cavalleria Il meccanismo ideato da Annibale funzio-
romana distrutta alleata
(T. Varrone)
nava alla perfezione. Ogni unità sul campo di
(Emilio Paolo)
battaglia era un ingranaggio che svolgeva di-
ligentemente il proprio compito: la cavalleria
pesante punica sconfisse i cavalieri romani e,
Fanteria leggera Cavalleria mentre una parte li inseguiva per cacciarli dal
Cavalleria cartaginese numida
ibero-gallica (Annibale) (Annone) campo, il grosso si raggruppò e attraversò tutto
(Asdrubale) il fronte per aggredire, sull’ala opposta, la caval-
Fanteria pesante africana
leria degli alleati di Roma, mettendola in fuga e
lasciando ai Numidi il compito di finirla.
Nel frattempo, la “mezzaluna” formata dai
Seconda fase - Distruzione dell’esercito romano
fanti iberici e galli agì come un ammortizzatore.
Cavalleria
Quando i fanti di Annibale indietreggiarono sot-
ibero-gallica to il peso dei Romani, questi ultimi si inoltraro-
Fanteria (Asdrubale) no in profondità nello schieramento nemico ed
pesante entrarono in contatto con le unità degli scaglioni
africana
arretrati, aumentando il fronte dei combattimen-
ti e la resistenza complessiva cartaginese. I tempi
Fanteria della battaglia si allungarono, dando modo alle
pesante cavallerie puniche di riordinarsi e prepararsi a
africana
Cavalleria completare l’accerchiamento delle legioni, pren-
numida dendole alle spalle. Proprio quando Iberici e Gal-
(Annone)
li stavano per cedere all’enorme pressione roma-
na, le due formazioni di fanteria pesante africana,
rimaste finora fuori dal combattimento, avanza-
Fanteria leggera carteginese e gallica rono sulle ali e colpirono violentemente i fianchi
(Annibale) inermi delle legioni, che si trovarono chiuse in
una specie di sacca, formata dall’avanguardia

42 CIVILTÀ ROMANA
BATTAGLIE

ASSEDIARE ROMA?

D opo la battaglia di Canne, Maarbale, comandante della caval-


leria numida (a sinistra, mentre mette in rotta i cavalieri romani),
propose ad Annibale di sfruttare il successo con una forsennata corsa
di 5 giorni verso Roma, convinto che il semplice presentarsi davanti
all’Urbe l’avrebbe costretta alla resa. Il cartaginese rifiutò, guada-
gnandosi una risposta entrata nella Storia: «Annibale, tu sai ottenere
una vittoria, ma non sai come usarla». Usando la sola cavalleria,
l’impresa avrebbe anche potuto funzionare, ma non è possibile sa-
pere quale impatto psicologico avrebbe avuto sui Romani l’arrivo di
qualche migliaio di cavalieri nemici alle porte della città.
Roma era troppo grande per essere assediata, soprattutto consi-
derando l’impossibilità pratica di interrompere l’afflusso di rinforzi e
rifornimenti attraverso il Tevere. I Cartaginesi, inoltre, non possede-
vano macchine d’assedio e la fanteria, affaticata dai combattimenti,
avrebbe impiegato almeno tre settimane per coprire il percorso di
oltre 400 km, consentendo all’Urbe di prepararsi allo scontro. In
definitiva, dunque, la decisione di Annibale sembra ben motivata.

arretrata e dalle ali avanzanti dell’esercito di


Annibale. Fu il segnale anche per la cavalleria
pesante cartaginese di assestare il colpo finale,
caricando alle spalle gli indifesi Romani. La
trappola si era chiusa. Ogni elemento dell’eser-
cito cartaginese fornì un contributo essenziale
alla riuscita dell’impresa. Nel corso degli scon-
tri, anche il console Lucio Emilio Paolo, colpi-
to da un fromboliere già all’inizio degli scontri,
perse la vita. Il console Varrone, invece, si salvò
e si ritirò a Venosa per radunare i superstiti.
Se quanto accadde sia stato effettivamente
pianificato da Annibale è difficile dirlo; secon-
do alcuni storici, giocò a suo favore anche una
certa fortuna, che egli fu abile a sfruttare.
Furono almeno 40 mila (su un totale di circa
50 mila) i Romani che si lasciarono uccidere
nella “tonnara” formata dall’accerchiamento.
Erano esausti psicologicamente più che fisi-
camente. Si disse che 150 mila litri di sangue
romano avessero trasformato quella piana in
un acquitrino. Secondo lo storico americano
Robert Cowley, in ogni minuto di battaglia
caddero circa 600 legionari; alcuni si tolsero
la vita. Il numero delle vittime, certamente
elevato, resta comunque arduo da calcolare e
spesso viene ridimensionato. Lo studioso Pie-
ro Cantalupi, per esempio, calcola i morti tra i
Romani in non più di 16 mila.

CIVILTÀ ROMANA 43
COGNOMEN
Un gruppo virile
sull’ara di Domizio
Enobarbo. Quest’ul-
timo appellativo,
che significa “dalla
barba fulva”, diven-
ne cognomen. Nel-
la pagina a fronte,
Caligola, conosciu-
to universalmente
con il soprannome
datogli in gioventù
dai soldati al servi-
zio del padre.

44 CIVILTÀ ROMANA
ONOMASTICA

LO CHIAMEREMO

CAIO Nella Roma arcaica, bastava un nome per distinguere


una persona. Con il passare del tempo, ne furono
necessari due, tre e in qualche caso addirittura quattro
di Marco Davide Pattono

R
omolo? Non aveva alcun cognome. Ai nomi gentilizi sono pochi e tradizionalmen-
tempi del primo re di Roma, ogni per- te, all’interno della stessa gens, si usa scegliere i
sona (perlomeno se maschio) aveva solo nomi di battesimo a partire da un elenco assai
il “nome di battesimo”. Gli esperti di ono- ristretto. Le omonimie, di conseguenza, sono
mastica definiscono questo sistema “unino- all’ordine del giorno. Nel 46 a.C., in oc-
minale” . I successivi re di Roma casione del censimento della popo-
di nomi ne hanno invece due: lazione, la Lex Iulia municipalis
Numa Pompilio, Tullo Osti- rende obbligatorio il sistema
lio e così via. Che cos’era dei “tria nomina”.
successo? I Romani ave- Nel sistema dei tre nomi,
vano importato dai Sa- ogni persona è identifica-
bini il sistema binomiale, ta attraverso tre elementi:
composto da un nome praenomen, nomen e cogno-
proprio e da quello del- men. Il praenomen (anco-
la gens di appartenenza, ra oggi il francese prénom
chiamato in gergo tecni- indica il nome di batte-
co “nome gentilizio”. simo) è personale, viene
attribuito ai soli maschi 9
SCELTA NECESSARIA giorni dopo la nascita e viene
Nella successiva storia dell’Ur- ufficializzato con la maggiore età.
be i nomi delle personalità più Spesso padre e figlio condividono
eminenti acquisiscono un terzo il medesimo praenomen.
e, a volte, addirittura un quarto Il nomen è acquisito per eredi-
elemento, come nel caso di Caio tà da uomini e donne, e designa
Giulio Cesare o di Publio Cornelio la gens di appartenenza (nomen gen-
Scipione “Africano”. Man mano che tilicium). La gens è un insieme di famiglie
Roma cresce, le cose si fanno più difficili. I o, per meglio dire, di stirpi. Per differen- ›

CIVILTÀ ROMANA 45
LO CHIAMEREMO CAIO

ziarle, al nomen viene aggiunto un cognomen,


che accomuna tutti i membri appartenenti a
un ramo di quella gens. Nella gens Giulia, una
stirpe adottò, ben prima della nascita di Caio
Giulio, il cognomen “Cesare”.
Come nasce il cognomen? Spesso si tratta
del soprannome della persona a cui era sta-
to originariamente attribuito, per esempio
Agricola (contadino), Ahenobarbus (dalla
barba fulva), Balbus (balbuziente). Un an-
tenato di Marco Tullio doveva avere un’e-
screscenza sul viso simile a un cecio, e venne
per questo chiamato Cicero, cognomen che
caratterizzò i suoi discendenti. Il cognomen,
infatti, viene conservato anche dagli eredi
di colui al quale era stato originariamente
attribuito. Un altro esempio lo offre la gens
Cornelia, articolata in molte famiglie plebee
(Cornelii Dolabellae, Cornelii Lentuli, Corne-
lii Cethegi, Cornelii Cinnae) e nobili (Cornelii
Rufini, Cornelii Scipiones, Cornelii Sullae).
Ai tria nomina si può aggiungere un super-
nomen, talvolta acquisito ex virtute, ossia sulla
base delle imprese compiute. L’esempio classi-
co è Publio Scipione, della gens Cornelia. Suo
padre si chiamava esattamente come lui, Publio
Cornelio Scipione. Dopo la vittoria su Anni-

IL CASO LIMITE DELL’IMPERATORE

A ugusto: tutto qui. Nulla di più semplice per chi impara la storia
romana. In realtà, il primo imperatore dell’Urbe cambiò il proprio
nome diverse volte nel corso della sua vita e della sua carriera.
Alla nascita, oltre al cognomen della sua gens (Ottavio), portava il nome
del padre, Caio. Presto il figlio venne chiamato Caio Ottavio Turino, in ricor-
do di un’azione vittoriosa del padre a Thuri, nell’odierna Calabria. Forse il
Senato avrebbe approvato Turino come cognomen, forse no. Tuttavia, non ci
fu tempo per discuterne, perché a 21 anni, nel 44 a.C., Caio Ottavio venne
adottato da Caio Giulio Cesare e si chiamò quindi Caio Giulio Cesare,
come il padre adottivo (che peraltro era anche il prozio, essendo
fratello della nonna, Giulia Minore). Il novello Caio Giulio Cesare
non usò mai, come avrebbe potuto, l’agnomen Ottavianus (“degli
Ottavii”), che venne usato però dai suoi avversari, probabilmente in
segno di spregio per la scarsa fama di quella gens.
Il titolo di Augusto, cioè “degno di venerazione e di onore”, gli
fu attribuito dal Senato nel 27 a.C., quando aveva 36 anni. Nel
frattempo, il padre adottivo era stato divinizzato come “divo Cesare”.
Il titolo del primo imperatore romano divenne quindi Imperator, Caesar
Divi filius, Augustus: Imperatore Augusto, figlio del divino Cesare.

46 CIVILTÀ ROMANA
ONOMASTICA

bale, nel 202 a.C., il figlio venne ribattezzato


Publio Cornelio Scipione “Africano”. Questo
UNO, DUE, TRE, QUATTRO NOMI
cognomen non fu ereditato: il figlio dell’eroe si Prenomen scelto alla nascita dai genitori es. Publio
chiamò solo Publio Cornelio Scipione, come il Nomen nome della gens, ereditato es. Cornelio
nonno. In qualche caso, però (soprattutto se si
Cognomen ereditato come nome della stirpe
trattava di gens di recente nobilitazione), il su- es. Scipione
all’interno di una gens
pernomen poteva essere tramandato come un
Supernomen può essere acquisito ex virtute es. Africano
cognomen, su apposito decreto del Senato; come
accadde a Nerone Claudio Druso, che ereditò il o attribuito da amici e parenti es. Caligola
supernomen Germanico, assegnato ex virtute al Agnomen in caso di adozione, l’adottato
padre per le sue vittorie contro i Germani. aggiunge al nome completo del
Un caso particolare di supernomen è quello padre un aggettivo derivato dalla

di Marco Porcio Catone Uticense, detto anche es. Ottaviano
gens di provenienza
Minore per distinguerlo dall’avo Marco Porcio
Catone. Il supernomen con cui entrò nella Storia
gli derivò da Utica, luogo dove trovò la morte
per non essersi arreso alle truppe di Cesare. Pulchra non era Claudia “la bella”, come po- SENZA NOME
Non erano invece ereditari i supernomen at- trebbe sembrare, ma semplicemente la figlia di Al centro, il ritratto
tribuiti in vita, come “Caligola”. Con tale ap- Appio Claudio Pulchro. Questo perché, nella di una matrona di
pellativo i soldati di Giulio Cesare Germani- tarda Repubblica, le donne, oltre al loro nome epoca imperiale.
co (figlio di Nerone Claudio Druso, adottato gentilizio, adottarono anche il cognomen del A differenza dei
dalla gens Giulia) si riferivano al piccolo Caio padre o, dopo il matrimonio, del marito, decli- maschi, le femmine
Giulio Cesare Germanico, per la sua abitudi- nato al genitivo: un “genitivo di appartenenza”, romane non aveva-
ne di usare i calzari dei legionari, le calighe. come direbbero i grammatici. Del resto, anco- no un nome proprio,
ra oggi, nelle buone famiglie francesi, il ma si distinguevano
NIENTE NOMI PER LE FEMMINE signor Dupont e la signora Leroy solo per quello della
Ma che cosa succedeva in si firmano M et Mme Dupont. famiglia di appar-
caso di adozione? L’adotta- A dire il vero, un po’ di tenenza. Nella
to assumeva i tria nomina personalizzazione c’era: la pagina a fronte, un
dell’adottante insieme a forma femminile del co- graffito elettorale
un supernomen, detto gnomen paterno poteva in cui si leggono i
agnomen, costruito sulla essere modificata dai di- nomi di due candi-
base del suo nome gen- minutivi: Domitilla era dati a una carica
tilizio originario segui- la figlia di Domitius, pubblica: Helvium e
to dal suffisso “-anus”: Livia Drusilla quella di il suo contendente,
è il caso di Gaius Iulius Livius Drusus. un certo Albucium.
Caesar Ottavianus per Il sistema dei tria no-
Augusto, appartenente mina mutò a partire dal
alla gens Ottavia e adot- III secolo d.C., comin-
tato da Giulio Cesare. ciando dai ceti più bassi;
Il discorso era molto di- prima con la perdita del
verso per le femmine, che non praenomen e poi del nomen,
avevano un nome proprio. Cor- fino ad arrivare, attorno al V
nelia (la famosa madre dei Gracchi) secolo, con l’affermarsi del cristia-
o Claudia Pulchra (la celebre Lesbia, a nesimo, al nomen unicum: il “nome
cui sono dedicate molte delle poesie d’amore di di battesimo”, che solo nel caso dei nobili era
Catullo) suonano come nomi propri (e in un anteposto a un cognome. Più frequentemente,
certo modo, in seguito, lo sono anche diventa- il nome dei popolani era associato a un patro-
ti), ma erano in realtà nomen gentilizi declinati nimico o al luogo di provenienza. Con la ripre-
al femminile. Cornelia era semplicemente una sa dell’urbanizzazione tornò il problema delle
donna nata nella gens Cornelia (era figlia di omonimie e con esso l’obbligo di dotarsi di un
Publio Cornelio Scipione “Africano”). Claudia cognome. Proprio come nella Roma antica.

CIVILTÀ ROMANA 47
L’EQUIPAGGIAMENTO DEL
LEGIONARIO
Il segreto della superiorità del soldato romano non risiedeva soltanto
nel suo micidiale armamento, ma anche in un equipaggiamento
leggero ma articolato, in grado di rispondere a qualsiasi necessità
di Giuseppe Cascarino

48 CIVILTÀ ROMANA
MILITARIA

I
l capo di vestiario più comune del mon- ARMI E BAGAGLI Sulla tunica potevano essere cucite, tessute
do antico, indossato anche dal legionario Sopra, l’attrezzatura o dipinte delle strisce verticali larghe da 1 a
romano, era la tunica. Quella più diffusa del soldato, che non 4 cm, dette clavi. In epoca augustea, i tri-
era lunga fino al ginocchio e senza maniche, era costituita solo buni militari sfoggiavano clavi di porpora,
o con le maniche molto corte. Fino al III da armi (come il più larghi per i tribuni di classe senatoriale
secolo i modelli lunghi o a maniche lunghe gladio o lo scudo) o (laticlavi) e più stretti per quelli di classe
erano considerati effeminati e indecorosi, insegne (come il ves- equestre (angusticlavi).
pertanto inadatti a un vero romano. La tu- sillo), ma anche da Secondo la consuetudine militare, la tu-
nica tradizionale era chiamata recta, perché attrezzi da campo: nica veniva stretta in vita con una fascia
veniva confezionata stando in piedi davanti la scure, il falcetto, (zona) o una cintura (cinctum), e indossata
al telaio, ed era tessuta dal basso verso l’al- il martello e l’ascia, in modo da lasciare le ginocchia scoperte
to; era formata da due ampi rettangoli di necessari a prepara- (tunica cincta). La tunica portata senza cin-
stoffa di lana (il lino era più costoso e adat- re strutture difensive, tura era detta discincta e veniva evitata dai
to ai climi caldi), che venivano cuciti sui accampamenti e soldati, perché considerata simbolo della
bordi laterali fino alle ascelle e, in alto, in strumenti d’assedio. privazione della condizione di miles. Lo spa-
modo da lasciare un’apertura in cui infilare zio attorno al collo era molto ampio e per-
la testa. Era generalmente senza maniche. metteva di infilarvi il braccio per scoprire ›

CIVILTÀ ROMANA 49
L’EQUIPAGGIAMENTO DEL LEGIONARIO

CALZARI E ABITI la spalla e muoversi con maggiore libertà. e comandanti, bensì impiegando tinture a
Sotto, la caliga, il La stoffa eccedente, raccolta e legata die- base di essenze vegetali, come la robbia.
tipico sandalo del tro il collo mediante un cordino, creava un La calzatura caratteristica del legionario
legionario. Nella caratteristico rigonfiamento, detto “nodo”. romano, usata anche dai centurioni, era la
pagina a fronte, un caliga. Era formata da un foglio unico di
rievocatore con il BUON SOLDATO, BUONI CALZARI cuoio, nel quale venivano ricavate, trami-
sagum, caratteristi- Nell’antichità non esisteva il concetto di te intaglio, una serie di strisce più o meno
co mantello milita- uniforme; la tunica era considerata poco sottili che si allacciavano con una strin-
re drappeggiato più che un indumento intimo, di conse- ga in corrispondenza del collo del piede.
sulla spalla. guenza il suo colore, anche per i soldati, di- La tomaia veniva applicata alla suola per
pendeva solo dai gusti personali e dal costo mezzo di una robusta cucitura, mentre al-
dei procedimenti di tintura. Benché siano tre suole, interne ed esterne, rendevano la
poche le tracce di colore rintracciabili sul- calzatura più solida e pesante. Le robuste
le evidenze iconografiche, molti elementi strisce di cuoio avvolgevano il piede sia
fanno pensare che il rosso fosse molto attorno al collo che attorno alla caviglia,
comune e ricercato in ambito militare, in modo tale da agevolare la respirazione
perché caratteristico della guerra e sacro cutanea, consentire una rapida asciugatura
al dio Marte. Il poeta Marziale affer- e limitare il più possibile la formazione di
ma che il rosso (rufus) è il co- vesciche durante le marce.
lore «preferito dai ragazzi e Le suole delle calighe venivano chiodate,
dai soldati». Questa non soltanto per renderle più resistenti e
tinta non veniva migliorarne l’aderenza al terreno, ma an-
ottenuta parten- che per poter usare la scarpa come arma da
do dalla costo- botta in caso di necessità. I chiodi avevano
sa porpora, testa conica o piramidale e venivano dispo-
riservata sti secondo schemi variabili, a volte studiati
a generali per agevolare le eventuali torsioni del pie-

GLI OGGETTI PERSONALI

V ari e articolati erano gli elementi che appesantivano il bagaglio


personale (vasa) del soldato. Erano contenuti nella sua sarcina,
che potremmo paragonare allo zaino moderno.
C’erano, in primo luogo, indumenti di ricambio (in genere tuniche)
e articoli per l’igiene personale, come un rasoio o una spugna.
Inoltre, non mancavano: una pentola per cucinare (olla o patera)
(1); fasce e panni di lana o lino per usi vari (2); una borraccia per
l’acqua (laguncula) in terracotta o in pelle (3); un bicchiere (poculum)
di legno o di terracotta (4); un coltello (culter) per usi vari (5); un con-
tenitore per la posca, la bevanda a base di vino leggermente acido
molto popolare tra i legionari e usata anche come disinfettante (6);
un piatto di legno o di terracotta (patella) (7); un cucchiaio (cochlea
o lingula) (8); una lucerna per l’illuminazione (9), accompagnata
spesso da un piccolo contenitore per l’olio di alimentazione della
fiamma; un acciarino (focile o ignarius) in ferro, con una pietra di
selce (10), insieme a un certo quantitativo di esca (fomes) sottoforma
di lino carbonizzato o di funghi secchi, usati per accendere il fuoco.

50 CIVILTÀ ROMANA
MILITARIA

de durante i movimenti, a volte seguendo Solitamente la paenula lasciava un


schemi semplicemente decorativi, oppure ampio spazio attorno al collo, che era
secondo disegni creati per identificare facil- necessario proteggere mediante una
mente il proprietario della calzatura. sciarpa, detta focale.
Fin dai tempi più antichi i panta-
MANTELLI E CAPPUCCI loni, o bracae, erano considerati dai
Per proteggersi dal freddo, il legionario im- Romani indumenti tipica-
piegava il sagum, un mantello militare che co- mente barbarici; la prote-
stituiva il simbolo stesso dello stato di guerra. zione delle gambe, quin-
Aveva forma generalmente rettangolare ed di, in caso di necessità,
era costituito da un grossolano e pesante tes- era affidata a fasce di
suto di lana che si assicurava con una fibbia lana, che venivano
(fibula) sulla spalla destra, lasciando scoper- chiamate femina-
to quel fianco per garantire ampia libertà di lia quando erano
movimento e, soprattutto, l’uso della spada. avvolte attorno ai
La parte sinistra del sagum veniva di solito ri- femori e tibialia
piegata sulla spalla, lasciando un drappeggio se coprivano i pol-
sulla parte destra del petto. In epoca imperia- pacci. In realtà, l’uso
le iniziò a diffondersi in ambito militare un delle bracae (termine
altro tipo di mantello, la paenula, più ampio di probabile origine
e dotato di un caratteristico cappuccio, usato germanica) era assai
dai viaggiatori e dai viandanti per protegger- comune fra tutte le po-
si dal freddo e dalla pioggia. Copriva l’intera polazioni estranee all’a-
persona e poteva essere circolare, semicir- rea d’influenza romana,
colare o ellittico. Il cappuccio (cucullus) era sia in Oriente, presso i
formato da due pezzi di stoffa rettangolari e Parti e i Persiani, sia in
veniva cucito attorno al bordo del colletto. Occidente, presso Cel-
ti e Germani. Con l’e-
spansione romana nelle
Gallie e le accresciute
esigenze di proteggere
le gambe dagli effetti di
climi sempre più rigidi,
l’uso dei pantaloni si dif-
fuse rapidamente, dappri-
ma tra le guarnigioni del Nord,
poi anche nel resto dell’Impe-
Gian Paolo Grosselli, foto di Giuseppe Cascarino

ro. Mentre le bracae indossate


dai civili potevano arrivare fino
alla caviglia, generalmente quelle
adottate dai soldati erano lun-
ghe fino al polpaccio e spesso
erano di cuoio (utili soprat-
tutto ai cavalieri per evi-
tare il contatto diretto con
la sella e con l’animale).

IL BAGAGLIO INDIVIDUALE
Per contenere monete e piccoli oggetti per-
sonali, il soldato poteva allacciare alla cintura
una crumena, cioè un sacchetto di cuoio ri-
cavato da un piccolo ritaglio di pelle rettan- ›

CIVILTÀ ROMANA 51
L’EQUIPAGGIAMENTO DEL LEGIONARIO

golare o circolare e percorso da un laccio at-


torno ai bordi, così da realizzare una chiusura
semplice ma efficace. Per trasportare oggetti
più ingombranti oppure documenti, come
tavolette di legno o cerate, si usava una bisac-
cia (pera) o un marsupium, cioè una borsa
formata da due pezzi di cuoio uniti su tre
lati da una robusta cucitura; entrambe
si portavano appese al collo tramite
una cinghia.
Durante gli spostamenti, ogni
legionario doveva trasportare
da sé il bagaglio individuale,
detto sarcina, comprensivo di
effetti personali, cibo ed equi-
paggiamento. Nel corso di una
campagna militare, il peso della
sarcina dipendeva non solo dagli
oggetti trasportati, ma anche dalla
quantità di viveri al seguito: in casi
particolari, questi dovevano bastare
anche per 20 o 30 giorni, ma di solito
ciascun legionario portava cibo suffi-
di Giuseppe Cascari no

ciente per almeno tre giorni.

ATTREZZI E BAGAGLIO COMUNE


La sarcina era costituita da una
struttura di sostegno in legno a for-
ma di croce o di “T”, la furca, a cui veni-
Gia n Paolo Grossel li, foto

vano appesi il bagaglio e vari altri oggetti.


Scolpiti sulla Colonna Traiana si distin-
guono chiaramente: una pera (o loculus)
per contenere gli effetti personali; una rete
(reticulum) per raccogliere oggetti di diffi-
cile sistemazione; una sacca di cuoio (saccus
scorteus) per proteggere capi di vestiario; una
padella (patera) di bronzo o una pentola (olla
o aula) per cucinare e contenere l’acqua.
Il peso complessivo della sarcina doveva
aggirarsi mediamente sui 15 kg, così distri-
1 2 buiti: vestiario ed effetti personali (vesti-
menta), 4 kg; oggetti personali (vasa), 3 kg;
razioni per tre giorni (cibus), 3 kg; attrez-
zi (instrumenta), 5 kg. A tale peso andava
aggiunto quello dell’armamento completo,
pari, in media, a 20 kg. I carichi andavano
distribuiti in modo bilanciato: la furca era
appoggiata sulla spalla destra assieme all’el-
mo, lasciando il fianco sinistro libero per il
trasporto dell’ingombrante scudo.
3 Attrezzi e utensili da costruzione erano
fondamentali nella dotazione del legionario

52 CIVILTÀ ROMANA
MILITARIA

IL COLTELLO MULTIUSO DEI NOSTRI ANTENATI

I l famoso coltellino sviz-


zero multiuso ha un
predecessore illustre, ro-
mano. L’esemplare nell’im-
magine risale a un periodo
compreso tra il II e il III secolo,
ed è attualmente esposto al Fitzwil-
liam Museum di Cambridge. Lungo circa 15 cm, è
costituito, oltre che da una lama robusta, da una forchetta (che
si riteneva non venisse usata in epoca romana), un cucchiaio, una
spatola, una sorta di stuzzicadenti e un piccolo artiglio.
Tutti gli elementi sono pieghevoli e a scomparsa. La lama è in ferro, mentre
gli altri utensili sono in argento. Considerata la pregevole fattura e il valore
dell’oggetto, non sappiamo se appartenesse a un legionario o a un ricco viaggiatore,
ma è sorprendente la capacità degli artigiani romani di creare utensili che si credevano
esclusiva dalla moderna tecnologia. Un altro esemplare simile, rinvenuto agli inizi del se-
colo scorso in una tomba romana di Ventimiglia, aveva generato dubbi di autenticità, ma
evidentemente doveva trattarsi di un oggetto più diffuso di quanto si ritenesse.

e venivano trasportati insieme alle armi e Il tutto veniva caricato sulla soma (stramen- TRASPORTI
agli oggetti personali. La capacità di tra- tum) di uno o più asini o muli, gestiti da un Sotto, la dolabra,
sformare un disciplinato soldato in un abile inserviente (calo, o mulio). strumento usato
sterratore o carpentiere era uno dei motivi La mola in pietra (mola manuaria), che come scure ma an-
di successo della macchina da guerra roma- pesava circa 20 kg, poteva macinare fino a che come piccone.
na, e costituiva un’esclusiva per l’epoca. 4 kg di grano all’ora ed era fondamentale Nella pagina a fron-
L’attrezzo più caratteristico e diffuso era per produrre il pane, alimento base della te, l’allestimento della
la dolabra, via di mezzo tra la scure e il pic- dieta quotidiana del legionario. Quando, sarcina, il bagaglio
cone. Il suo nome deriva dalle parole duo durante gli spostamenti, non era possibile o del soldato, sorretto
labra, “doppio taglio”, ed era un utensile consigliabile accendere fuochi per la cottu- dalla furca. In basso:
indispensabile per i lavori di costruzione e ra della farina, veniva preparata in anticipo pera (1); marsupium
demolizione. Doveva essere tanto diffuso da una specie di galletta, il bucellatum, il cui (2) e crumena (3).
costituire quasi un simbolo del legionario: valore calorico era lo stesso del pane, ma
secondo Corbulone, generale di Claudio e con un peso sensibilmente inferiore.
di Nerone, le guerre si vincevano più con la
dolabra che con il gladio. Spesso facevano
parte della dotazione anche una scure (secu-
ris) e una sega (serra), utilizzate dal soldato
per tagliare e sagomare il legname.
Il bagaglio collettivo di un contubernium
(la squadra di otto uomini che costitui-
va l’unità più piccola della legione) com-
prendeva la tenda in pelle che ospitava il
gruppo, una mola manuale per macinare il
grano, pali di legno da impiegare nelle for-
tificazioni mobili e altri oggetti, per un peso
complessivo variabile tra i 100 e i 300 kg.

CIVILTÀ ROMANA 53
UN MAUSOLEO PER
L’IMPERATORE
Dopo la vittoria trionfale contro i Daci, Traiano fece innalzare
una colonna al centro del Foro che celebrasse la sua impresa.
Pochi anni dopo, quel colossale pilastro divenne il suo cenotafio
di Stefano Bandera

54 CIVILTÀ ROMANA
MONUMENTI

U
n colossale pilastro cavo, alto 100 GUERRA E PACE costringendo l’imperatore Domiziano a
piedi romani (poco meno di 30 m) Dignitari daci una pace non molto onorevole. Poco dopo,
e con un diametro di quasi 4 m. È (sulla sinistra) Traiano intraprese contro di loro una lunga
la Colonna Traiana, eretta al principio del e funzionari romani campagna militare che finalmente, nel 106,
II secolo e inaugurata nel 113, per celebrare a parlamento prima portò alla resa dei Daci e al suicidio del loro
la vittoria dell’imperatore Traiano (Marco dello scoppio delle re, Decebalo. La capitale dacia fu rasa al
Ulpio Nerva Traiano, 53-117 d.C.) contro ostilità. Il realismo suolo dalle 13 legioni impegnate da Traiano,
il popolo dei Daci, che aveva portato all’as- della scena è che durante il conflitto utilizzò anche armi
soggettamento del loro territorio, corrispon- evidenziato dalle innovative per l’epoca, come la carro-bali-
dente, grossomodo, all’attuale Romania. mura sullo sfondo. sta, una sorta di artiglieria trasportabile,
Orgogliosi e combattivi, i Daci aveva- realizzata sulla base di macchine d’assedio
no dato a lungo filo da torcere ai Romani, che lanciavano frecce e proiettili metallici. ›

CIVILTÀ ROMANA 55
UN MAUSOLEO PER L’IMPERATORE

Per onorare l’imperatore, fu scolpita ed eretta scolpiti e scavati separatamente (particolare che
questa colossale colonna, proprio nel punto in dimostra il perfetto coordinamento fra le varie
cui una collina era stata sbancata e appianata maestranze che lavoravano all’opera), e quindi
per consentire la costruzione del Foro Traiano. assemblati per consentire la realizzazione del-
La sua altezza non era casuale: 100 piedi, come lo spettacolare pilastro. Misurato assieme alla
indicato da un’iscrizione, corrispondenti all’al- base (dove in seguito furono poste le ceneri di
tezza del piccolo rilievo ormai scomparso. Per la Traiano) e al coronamento finale, con la statua
precisione, si innalzava in un cortile dietro la co- dell’imperatore, la colonna misura più di 40 m.
siddetta Basilica Ulpia (che all’epoca era la più La fascia scolpita, che si svolge senza soluzio-
grande di Roma ed era dedicata proprio ne di continuità fino alla cima, racconta
alla famiglia di Traiano) e fra due circa 150 episodi bellici e misura,
biblioteche, i cui loggiati serviva- in totale, più di 200 m, arro-
no probabilmente da terrazze, tolandosi attorno al fusto per
da cui godere al meglio i ri- 23 volte. L’altezza del fregio,
lievi istoriati della colonna, per consentirne una “lettu-
lungo tutta la sua altezza. ra” migliore, aumenta man
mano che si allontana da
TRIONFO EPOCALE terra e varia da 90 cm a 1,25
L’opera risulta innovativa m. Le figure che vi compaiono
già nella sua impostazione. sono state calcolate in 2.500 fra
Si tratta della prima “colonna soldati, ufficiali, dignitari, funzio-
coclide” mai realizzata, cioè iso- nari e sovrani, sia romani che daci. Vi
lata e istoriata da un fregio continuo che si si trovano rappresentati sia episodi della Prima
arrotola attorno al fusto, dalla base fino alla guerra dacica, combattuta tra il 101 e il 102, sia
cima; all’interno si trova una scala a chioc- della Seconda, (105-106), che segnò la conclu-
ciola, la coclea, che dà nome a questo tipo sione della campagna con il trionfo di Roma.
di opera, inventato proprio dai Romani, che Tuttavia, pur avendo un intento trionfale,
dopo quella dedicata a Traiano ne realizzaro- l’opera non rappresenta solo gli aspetti bellici
no un’altra, in onore di Marco Aurelio. della guerra o gli episodi militarmente più sa-
Il fregio che avvolge la Colonna Traiana narra lienti. Si tratta piuttosto di una cronaca pun-
le vicende della guerra contro i Daci. Il fusto tuale, che illustra episodi di diverso genere, an-
è composto da 33 “tamburi” di marmo pario, che quelli in apparenza più banali e quotidiani.

56 CIVILTÀ ROMANA
MONUMENTI

La Prima guerra dacica è illustrata a partire ri barbarici, che preferiscono darsi la morte LA MORTE DEL RE
dal movimento delle legioni lungo il Danubio, piuttosto che arrendersi. Viene inoltre mo- Sopra, il suicidio di
sullo sfondo dei villaggi daci, e prosegue con il strato l’inseguimento di Decebalo, capo su- Decebalo, re dei
consiglio di guerra tenuto dall’imperatore, la premo dei nemici, che sceglie a sua volta di Daci sconfitti. Nel
preparazione del campo e i primi scontri vit- togliersi la vita: la sua testa viene portata in tondo, un particolare
toriosi dei suoi soldati. Sono poi illustrate le trionfo, le città incendiate. Alla fine, come della Colonna Traia-
devastazioni portate dalla guerra e la se la vittoria romana fosse un viatico na colorato come do-
resa dei capi daci e dei loro sud- per la futura pace e prosperità, gli veva essere all’epoca
diti, raccolti davanti a Traiano, armenti tornano a pascolare nei della sua realizzazio-
che li osserva assiso in trono, campi ubertosi della Dacia. ne (i modelli in scala
come si addice a un impera- Sempre molto espressivi, delle armi dei soldati,
tore, circondato dalle inse- i rilievi che costituiscono realizzati in bronzo,
gne militari di Roma. questa straordinaria narra- sono scomparsi, ma
zione scultorea non sono si vedono ancora
DOCUMENTO DI VITA mai ripetitivi e dimostrano i fori di aggancio).
La fine della prima fase di la bravura e la fantasia illustra- Nella pagina a fron-
guerra è segnata, come un pun- tiva dei maestri che vi lavoraro- te, la colonna nella
to fermo, da un’immagine della no. Testimoniano anche la buona policromia originale
Vittoria. La seconda campagna bellica è conoscenza dei luoghi descritti (probabil- e in un dettaglio del
illustrata a partire dallo sbarco di Traiano mente gli scultori si basarono su cronache fregio, con lo sbando
sul litorale illirico (dopo la partenza da An- e racconti diretti) e il desiderio di narrare dei guerrieri daci.
cona) e prosegue con l’episodio della costru- la vera vita degli uomini impegnati nel con- Nel tondo, una
zione di un colossale ponte sul Danubio, la flitto; come quando mostrano i legionari in moneta che riprodu-
cui mole (era lungo 1.135 m, in un pun- marcia, non solo con il fardello delle armi, ce il pilastro.
to in cui il fiume era largo 800 m) atterrì ma anche oberati dal bagaglio quotidiano,
i Daci. Ci sono poi diversi episodi bellici, tra cui appaiono anche prosaiche padelle e
fino al drammatico suicidio dei condottie- numerosi oggetti di uso domestico.

CIVILTÀ ROMANA 57
LE SPINTRIAE
GETTONI DEI BORDELLI
Simili a monete, ma con una particolarità: su una faccia recavano
un numero e sull’altra la rappresentazione di un atto sessuale. Nonostante
le varie ipotesi, non è ancora chiaro a che cosa servissero davvero
di Eugenio Anchisi

T
ra le curiosità della numismatica e del- POCA FANTASIA ancora del tutto chiaro. Esistono svariate serie
la medaglistica romana, un caso parti- Le scene erotiche di questi gettoni, accomunate da una caratte-
colare è quello delle spintriae. Simili a delle spintriae sono ristica: quella di presentare su una faccia un
monete, con un diametro di circa 20 mm, simili a quelle degli numero da I a XVI e, su quella
venivano coniate in vari tipi di metallo, so- affreschi pompeiani opposta, una figura. A volte si
prattutto oricalco (una lega di rame e zinco, (qui sotto e a fronte): tratta di un profilo imperia-
simile all’ottone), ma monete non erano. Si le pose mostrano le o virile, non riferibile a
trattava piuttosto di gettoni, il cui uso, seb- scarsa varietà. un personag-
bene siano state avanzate molte ipotesi, non è gio specifico,

58 CIVILTÀ ROMANA
NUMISMATICA

altre di una corona


d’alloro. Nel caso più
curioso, vengono mo-
strate posizioni eroti-
che (16 in tutto) ana-
loghe a quelle ritrovate
in molti affreschi pompe-
iani, soprattutto nei lupanari.
La varietà delle posizioni non è
ampia quanto sembra, perché si trat-
ta di semplici varianti di poche figure
base. Si va dalle più banali, con l’uomo
sopra la donna, a quelle in cui è invece la
donna a guidare il gioco erotico, passando
per masturbazione e fellatio.

CATALOGO EROTICO O GIOCO DI SOCIETÀ?


Qualcuno ha avanzato l’ipotesi che le spin-
triae (il termine spintria deriva dal greco ed era
usato a Roma per indicare i giovinetti che si
lasciavano coinvolgere passivamente in giochi
omosessuali) venissero utilizzate per pagare le
prostitute nei bordelli. A ogni numero ripor-
tato su una delle loro facce corrisponderebbe
un valore monetario, espresso in assi. Tuttavia,
non si sa se la cosa implicasse prestazioni per potevano costituire un catalogo delle “specia- SESSO E DENARO
un valore progressivo da 1 a 16 assi, oppure se le lità” della casa: una sorta di menù. Si poteva Nella pagina a
spintriae potessero essere cumulate fino a rag- ordinare una “III” o una “XVI”, sapendo a che fronte e in basso,
giungere il valore desiderato. Sappiamo, da al- cosa corrispondevano osservando l’immagine spintriae a soggetto
cuni listini prezzi ritrovati nei lupanari pompe- sul gettone corrispondente. In tal modo, an- erotico. In alto, un
iani, che la prestazione di una meretrice costava che non conoscendo la lingua, non si rischiava gettone con un
1 sesterzio (cioè 4 assi): appare quindi impro- di fare l’ordinazione sbagliata. numero su una fac-
babile che esistessero monete per pagare pre- Inoltre, l’esistenza di spintriae prive di chia- cia e un volto virile
stazioni da 1 asse; erano invece ri risvolti sessuali ha fatto ipotizzare che non coronato di lauro
plausibili super prestazioni da fossero state create per i bordelli, ma che sull’altra: sicuramen-
16 assi, cioè 4 sesterzi. avessero tutt’altro utilizzo. Si è pensato che te doveva avere un
Un’altra ipotesi, sugge- potessero essere le tessere di un gioco, le uso diverso, che
stiva in termini sociologici, cui regole sono andate perdute (come però non è ancora
immagina che i gettoni non accaduto per altri passatempi dell’anti- stato chiarito.
venissero usati per pagare chità) e che prevedeva l’uso di
le prestazioni sessuali, ma un tabellone e di una serie di
per ordinarle. Nella Roma im- pedine o gettoni. La cosa
periale, la cui influenza si estendeva a non è improbabile. Così
quasi tutto il mondo occidentale e a gran com’è lecito ipotizzare che
parte di quello conosciuto, la circolazio- questi gettoni non fos-
ne di individui di varia origine e lingua sero impiegati per pagare
(commercianti, artigiani, soldati e semplici le prestazioni nei bordelli,
viaggiatori) aveva raggiunto livelli considere- bensì per garantirsi l’accesso ai
voli. Alcune di queste persone avevano diffi- lupanari, come se fossero biglietti d’ingresso.
coltà con la lingua dell’Urbe e lo stesso poteva Oggetti molto simili, ma con immagini non
accadere con le prostitute, la cui provenienza erotiche, erano infatti utilizzati per l’accesso
poteva essere molto varia. Le spintriae, quindi, ai ludi gladiatori e ad altri spettacoli.

CIVILTÀ ROMANA 59
IL’ULTIMA
SEVERIDINASTIA
Una mostra prestigiosa per celebrare l’ultima grande famiglia imperiale:
dozzine di reperti straordinari e una panoramica sulla vita dell’Urbe
di Elena Percivaldi

L
o splendido tondo conservato nell’An-
tikensammlung di Berlino, una delle
rare testimonianze superstiti di pittura
su tavola dell’antichità, può essere con-
siderato un tipico “ritratto di famiglia
felice”. L’uomo sulla destra indossa
una veste ricca, regge lo scettro e ha
il capo coronato: è Settimio Severo,
nato a Leptis Magna, nell’attua-
le Libia, e imperatore romano dal
193 al 211 d.C. A sinistra c’è la sua
sposa, Giulia Domna, di origine
siriana e nominata con lui “Augu-
sta”. Donna di grande personalità,
restò sempre accanto al marito,
influenzandone le decisioni. Anche
in questo ritratto sembra pari a Se-
vero, se non per un particolare: è leg-
germente dietro di lui, fedele al ruolo
della matrona che, nel pieno rispetto
degli antichi costumi, non può rivestire
incarichi ufficiali né offuscare il consorte.
Davanti alla coppia, due fanciulli, anch’essi
coronati e muniti di scettro: sono i figli Lu-
cio Settimio Bassiano (detto “Caracalla”, per
il tipico mantello che amava indossare) e Pu-
blio Settimio Geta. Nel 198, Caracalla, il più
grande, aveva ricevuto il titolo di “Augusto” a

60 CIVILTÀ ROMANA
MOSTRE

soli 10 anni, e Geta quello di “Cesare”. Quale Quella dei Severi fu l’ultima importan-
immagine migliore, per Roma? Un’intera fa- te dinastia dell’Impero, protagonista della
miglia che governa in piena armonia, esten- mostra Roma universalis. L’impero e la dina-
dendo allo Stato benessere e prosperità. stia venuta dall’Africa, aperta a Roma nella
triplice sede del Colosseo, del
FRATELLI COLTELLI Foro e del Palatino. Cu-
Quanto questa patina di concordia fosse rata da Clementina Pa-
in realtà sottile e frutto di pura propaganda nella con Rossella Rea
politica divenne evidente alla morte di Set- e Alessandro D’Ales-
timio Severo, avvenuta nel 211 a Eboracum sio, l’esposizione è cor-
(l’odierna York) mentre l’imperatore era occu- redata da un importante
pato in Britannia contro i Caledoni. In base catalogo edito da Electa. Si
al principio dinastico di successione, da lui parte con Settimio Severo,
stesso appena ristabilito, i due uomo di polso e di ferro, ricor-
figli ereditarono insieme il dato per le riforme che
potere, ma la reciproca operò nell’eserci-
antipatia che li di- to, aumentando
vorava impedì loro il numero delle
di esercitarlo. legioni per con-
La tensione tenere la pressio-
si risolse nel san- ne dei barbari. Il suo governo ri- EROI E PRINCIPI
gue: il 1° febbraio sultò decisivo per aver introdotto Sopra, un ritratto
212 Geta morì tra le la nozione di dominatus a scapito di Settimio Severo
braccia della madre, del principatus: con lui, l’impera- risalente al 210 d.C.
pugnalato a morte da un tore non fu più solo un privato ca., ritrovato a Roma
gruppo di soldati per ordi- che gestiva lo Stato per presso il Tempio
ne di Caracalla. Non appena conto del Senato, ma della Pace. Al centro,
ebbe chiuso nella tomba il ca- un vero padrone, busto dell’impe-
davere del fratello, costui, rima- un dominus, ratore Caracalla,
sto unico imperatore, decretò la la cui for- datato al II secolo e
damnatio memoriae ai danni di za si basava conservato al Museo
Geta, ordinando che la sua sull’investitura archeologico di Na-
immagine e il suo nome fos- militare da parte poli. Nella pagina
sero rimossi da monumenti e delle legioni. a fronte, il tondo
ritratti ufficiali. Fu così che La svolta in senso dell’Antikensammlung
il suo volto, dipinto nel autoritario, che com- di Berlino, con il
tondo di Berlino, venne portò anche l’adozione ritratto della famiglia
abraso, i busti distrutti e del titolo di dominus ac di Settimio Severo: il
il nome espunto a colpi deus (signore e dio) al posto volto abraso è quello
di scalpello dall’arco che di quello di princeps, pose le di Geta, colpito dal-
il Senato aveva fatto eri- basi per un culto della figura la damnatio memo-
gere nel Foro in onore di imperiale di stampo ellenistico, riae per ordine del
Settimio e dei figli per ce- con conseguenze decisive per il fratello Caracalla.
lebrarne il trionfo sui Parti. futuro di Roma e per l’immagine
La violenza avrebbe carat- stessa del sovrano, destinata a pas-
terizzato l’intera storia della sare, attraverso la mediazione di
famiglia, costellata tanto di Costantino, fino al Medioevo.
importanti interventi po- Il primogenito di Settimio,
litico-istituzionali Caracalla, fece molto
quanto di epu- per accrescere il patri-
razioni, soprusi monio monumentale
e assassinii. › dell’Urbe (si pen- ›

CIVILTÀ ROMANA 61
I SEVERI, L’ULTIMA DINASTIA

si alle gigantesche terme che portano il suo


nome, rimaste in funzione fino al VI secolo),
ma è ricordato soprattutto per la Constitutio
antoniniana, da lui emanata nel 212, con cui
concedeva la cittadinanza romana a tutti gli
uomini liberi dell’Impero. Caracalla portò a
compimento un secolare processo di esten-
sione dei diritti civili e realizzò i principi di
universalismo introdotti due secoli prima
da Augusto. Figura controversa e dispotica,
cadde assassinato da una congiura.

LUCI E OMBRE DI UNA FAMIGLIA


Morto anche il successore di Caracalla (Ma-
crino, estraneo alla dinastia), il potere passò
a un nipote acquisito di Settimio, il giovane
Elagabalo (o Eliogabalo), così soprannomina-
to perché seguace della divinità solare orienta-
le El-Gabal, assimilata al Sol Invictus. Eccen-
trico, dedito al lusso e ai piaceri, Elagabalo si
scontrò con gli ambienti conservatori e cadde
a sua volta assassinato dalla guardia pretoria-
na, all’età di soli 18 anni. Gli succedette, de-
cretandone la damnatio memoriae, il cugino
Alessandro Severo, che morì nel 235, truci-
dato dai legionari a Magonza, mentre trattava
con i Germani che premevano lungo i confini.
Nella mostra, luci e ombre di una dinastia
importantissima si rinnovano attraverso un

LA GRANDE MOSTRA

R oma universalis. L’impero e la dinastia


venuta dall’Africa è aperta a Roma fino
al 25 agosto 2019 in tre sedi (Colosseo,
Foro Romano e Palatino). Curata da Alessan-
dro D’Alessio, Clementina Panella e Rossella
Rea, è organizzata e promossa da Electa che
ne pubblica anche il catalogo.
L’esposizione è visitabile nei seguenti orari:
fino al 15 febbraio, ore 8,30-16,30; dal 16
febbraio al 15 marzo, ore 8,30-17; dal 16
marzo al 30 marzo, ore 8,30-17,30; dal 31
marzo al 25 agosto, ore 8,30-19,15.

Ingresso 12,00 (ridotto 7,50 ),


comprensivo della visita all’area archeologica
Foro Romano - Palatino - Colosseo.
Info: www.colosseo.beniculturali.it

62 CIVILTÀ ROMANA
MOSTRE

FORMA URBIS
A sinistra, plastico
dell’Arco di Settimio
Severo al Foro
Romano, realizzato
in gesso alabastrino
patinato e già espo-
sto nel 1937-1938
alla Mostra augustea
della Romanità.
Al centro, busto
femminile con tunica
e mantello, proba-
bile ritratto di Giulia
Mamea, nipote di
Settimio Severo. Nel-
la pagina a fronte, il
giovanissimo (e stra-
vagante) imperatore
Elagabalo.

centinaio tra reperti archeologici e opere, sud- Nei loro quarant’anni di potere, i Seve-
divisi in quattro sezioni: agli immancabili ri- ri lasciarono un’impronta indelebile, non
tratti scultorei si accompagnano i fram- solo nelle istituzioni e nell’economia
menti della Forma Urbis, la grande (importanti le riforme moneta-
pianta cittadina in marmo voluta rie e la ripresa dei commerci),
da Settimio Severo, ancora oggi ma anche nel panorama cul-
fondamentale per lo studio dell’an- turale. Fu l’epoca del trion-
tica topografia di Roma. Ci sono fo del cosmopolitismo, che si
poi vetri, ceramiche e suppellettili concretò nell’ascesa al Senato
d’argento. Al Palatino si ammirano e nell’ordine equestre di uomi-
le inedite vestigia delle Terme di ni provenienti da ogni angolo
Elagabalo, che sorgevano alle pen- dell’Impero. E fu anche l’inizio
dici del colle lambito dalla Via della riscossa della “provincia”
Sacra. Nel Foro Romano sull’Urbe. Si diffusero lin-
viene aperto per la prima gue diverse dal greco e
volta un tratto del vicus ad dal latino, come il si-
Carinas, che collegava il riaco, e nuove religioni,
quartiere sul colle Esquili- rappresentate dai culti
no al Foro; si può ammira- orientali e dal cristianesimo.
re il mosaico pavimentale del Conobbero infine grande suc-
Tempio della Pace, distrutto da cesso nuove tendenze artistiche
un incendio nel 192 e quindi rico- di marca plebea e provinciale
struito da Settimio che, per enfatizzarne che, innestandosi su ciò che restava
il ruolo, espose in una sala proprio la Forma Ur- dell’ellenismo, caratterizzeranno l’estetica de-
bis, la cui traccia resta ancora oggi visibile sulla gli ultimi secoli dell’Impero, giungendo a in-
facciata della basilica dei SS. Cosma e Damiano. fluenzare anche l’arte del primo Medioevo.

CIVILTÀ ROMANA 63
64 CIVILTÀ ROMANA
LETTERATURA

IL SATYRICON
UNA RISATA
CONTRO NERONE
Legato all’epoca in cui fu scritto, ma capace di rappresentare
i vizi umani di ogni tempo, il romanzo di Petronio
è anche un salace sberleffo all’indirizzo dell’imperatore
di Stefano Bandera

C
hi sono i protagonisti del Satyricon? Per RICCO E VOLGARE avventure sconclusionate da personaggi bizzar-
descriverli, la cosa più semplice è pren- Nella pagina a ri e sopra le righe. Encolpio ha un amante gio-
dere in prestito le parole del romanzie- fronte, la cena di vinetto, Gitone, e Ascilto, anche lui invaghito
re francese di fine Ottocento Joris-Karl Huys- Trimalcione in un del ragazzo, cerca in ogni modo di strappar-
mans, che nel suo Controcorrente così ne parla: affresco di Pompei. glielo. Il romanzo, composto da parti in prosa
«Marioli impuri in cerca di fortuna; vecchi Con la toga e il e altre in poesia, è un susseguirsi di vicende in
incubi dalle vesti rialzate; sedicenni riccioluti; capo cinto di lauro, cui i tre protagonisti si lasciano, si ritrovano e
femmine in preda all’isterismo; cacciatori d’e- il riccone si atteggia si perdono, di volta in volta irretiti da ulteriori
redità che offrono figlie e figli alla lussuria dei a imperatore. Non figure e da situazioni davvero insolite.
testatori». Ed è solamente un piccolo campio- è improbabile La vicenda ha inizio in un circolo di retorica,
nario delle figure che si affacciano in questo che nella figura di dove Encolpio ascolta un maestro della “vecchia
straordinario romanzo, scritto in epoca nero- quest’uomo volgare, scuola” criticare i discorsi dei giovani oratori:
niana (a metà del I secolo) e capace di traman- con la mania tutti basati su formule vuote, ma efficaci e ca-
darci un ritratto vivido e realistico della prima di recitare poesie, paci di far presa sul pubblico, create solo per
Roma imperiale, con i suoi (molti) vizi, le sue Petronio abbia voluto accaparrarsi consenso (più o meno come accade
(poche) virtù e una sorprendente, inquietante ritrarre Nerone. oggi). La narrazione si sposta poi nelle caotiche
somiglianza con l’epoca attuale. strade della città e in un lupanare, dove Encol-
pio e Ascilto finiscono loro malgrado. Quan-
TRE UOMINI E UNA STORIA do riescono a uscirne, tornano nel loro lurido
I personaggi principali del libro, che ci è per- albergo, dove ritrovano Gitone. Qui vengono
venuto solo in minima parte (attraverso codici raggiunti da una sacerdotessa di Priapo, che li
e manoscritti custoditi per secoli in varie abba- accusa di aver interrotto impunemente un rito
zie), sono due uomini colti ma senza un soldo, dedicato al dio dall’enorme membro. Per espia-
Encolpio e Ascilto, che vengono coinvolti in re le proprie colpe nei confronti del nume e ›

CIVILTÀ ROMANA 65
IL SATYRICON, UNA RISATA CONTRO NERONE

della sacerdotessa, chiamata Quartilia, i tre av-


venturieri sono coinvolti in un’orgia, durante la
quale Gitone è obbligato a sposarsi e a consu-
mare le nozze con la giovanissima Pannichide.

A CENA DA UN RICCONE
Dopo l’incontro con Quartilia, inizia l’epi-
sodio più famoso del libro: la celebre cena di
Trimalcione, in cui vengono messe in scena
eccentricità, dissolutezze e amenità della vita
in epoca imperiale, almeno per i più facolto-
si. Trimalcione è un liberto (uno schiavo af-
francato), arricchitosi con i commerci e il cui
patrimonio è talmente grande che nemmeno
lui ne conosce l’entità. Grasso, pelato e ormai
avanti con gli anni, si presenta vestito con
abiti imperiali e tutto ingioiellato. Sebbene
sia sposato, si concede il piacere dei ragazzini
o di un amante di una bruttezza particolare.
Ma è lo spettacolo della sua cena, sfarzosa, di-
spendiosa e carica di sprechi, a meravigliare i
presenti. In successione vengono serviti piatti
di ogni genere, tra cui uova di pavone, una
pietanza che riproduce i dodici segni zodiacali
(che il saccente padrone di casa non manca di
descrivere uno per uno), un cinghiale portato
in tavola con un berretto frigio sulla testa e un
maiale dalla cui pancia, una volta aperta, esce
ogni ben di dio. Il tutto servito su mense do-

LA MORTE DI PETRONIO
NELLE PAROLE DI TACITO

«N on volle [Petronio] rinunciare alla vita in maniera


precipitosa; si tagliò le vene e poi le fasciò, come
il capriccio gli suggeriva, aprendole nuovamente e intratte-
nendo gli amici con discorsi leggeri. A loro volta, essi non
parlavano dell’immortalità dell’anima e non recitavano mas-
sime di filosofi, ma poesie leggere e versi d’amore.
«Andò a pranzo e si addormentò, perché voleva che la
sua morte avesse l’apparenza di un fortuito trapasso. Al te-
stamento non aggiunse codicilli adulatori per Nerone, Tigel-
lino o altri potenti; fece invece una minuziosa narrazione
delle scandalose nefandezze dell’imperatore, citando i nomi
dei suoi amanti, delle sue prostitute e la singolarità delle sue
perversioni. Poi, dopo averlo sigillato, lo spedì a Nerone».

Tacito, Annali, XVI, 19

66 CIVILTÀ ROMANA
LETTERATURA

rate e preziose. Ma non basta, perché durante


tutto il corso della cena Trimalcione ci tiene a
fare sfoggio del proprio sapere (in realtà raffaz-
zonato, studiato su manualetti dozzinali) e a
recitare, storpiandoli, i versi di Omero.
Come colpo di teatro, alla fine della cena il
riccone mette in scena un falso funerale, con
tanto di testamento e lasciti a servi e paren-
ti. Uno spettacolo che desta l’ilarità di tutti,
perché le elargizioni sono un miscuglio di atti
benevoli e gesti crudeli. Trimalcione è la per-
fetta rappresentazione dell’arricchito o del po-
tente di età neroniana che, non diversamente
dai suoi omologhi di oggi, fatica a nascondere
l’innata volgarità e la totale assenza di buon
gusto dietro i paraventi del lusso. Per questo, il
personaggio ha affascinato anche i romanzieri
moderni, al punto che lo scrittore americano
Francis Scott Fitzgerald (1896-1940) lo usò
come modello per il suo Gatsby.
Le avventure di Encolpio e Ascilto, sempre
in lotta per le grazie di Gitone, proseguono
con un comico viaggio in mare, in cui cercano, cerchia di Nerone e consigliere dell’imperatore AL CINEMA
tagliandosi i capelli come gli schiavi, di non (arbitro di eleganza, per la precisione). Ricoprì Una scena della ver-
farsi riconoscere dal crudele Lica, con cui ave- forse il ruolo di proconsole in Bitinia, nell’Asia sione cinematogra-
vano avuto a che fare in un episodio che non Minore, ma, da ozioso qual era, preferiva passa- fica del capolavoro
non ci è pervenuto. La vicenda termina con un re le giornate dormendo e la notte divertendosi. petroniano, realizza-
naufragio e l’arrivo a Crotone dove, fingendosi Caduto in disgrazia, forse a causa dell’invidia ta da Federico Fellini
ricchissimi ma con il patrimonio rimasto al- di Tigellino (altissimo funzionario neroniano), nel 1969. L’atmosfera
trove, i tre (si è aggiunto il poeta Eumolpo) si preferì togliersi la vita nel 66 d.C. piuttosto che grottesca del roman-
fanno mantenere da avidi cacciatori di eredità, restare in balia degli umori dell’imperatore. È zo ben si accordava
disposti a concedere loro anche i propri figli. anche possibile che il Satyricon non sia altro che alla fantasia onirica
un lungo sberleffo nei confronti di Nerone, ce- del regista riminese,
IL MISTERO DELL’AUTORE lato dietro la maschera di Trimalcione, e della che seppe fare
Geniale satira della società dell’epoca, il Sa- sua vita fatta di vizi e dissolutezze. della società romana
tyricon tocca argomenti universali in maniera Come la biografia di Petronio, anche il titolo antica uno specchio
così sapiente da diventare il ritratto di ogni del suo romanzo racchiude un piccolo dilem- di quella del suo
epoca corrotta, in cui la ricchezza assume un ma. Se il Satyricon ci fa subito venire il mente la tempo. Nella pagina
valore assoluto, diventando l’unico elemento moderna parola “satira”, resta ancora il dubbio a fronte, il dio Priapo
per giudicare le persone. In un mondo simile, se sia da accostare al termine latino satura, che in un affresco pom-
gli intellettuali Encolpio e Ascilto non posso- indica una mescolanza di cose (l’opera è una peiano: la sua ira
no che trovarsi a mal partito, non avendo gli miscuglio di poesia e prosa, parti filosofiche e rende impotente
strumenti per competere con individui furbi, parti comiche, racconti salaci e digressioni col- il povero Encolpio,
astuti, disinvolti e spregiudicatissimi. Per so- te), o sia piuttosto da riferire ai satiri, rappre- reo di aver disturbato
pravvivere sono quindi costretti a sotterfugi, sentati spesso come esseri lascivi compagni di un rito celebrato
menzogne e piccole ruberie. Bacco, il dio del vino, e dotati di una vistosa in onore del nume
Dell’autore di questo capolavoro, citato nei erezione, simile a quella di Priapo. dal grande fallo.
manoscritti e nei codici come Petronius Arbiter Una curiosità: nel libro di Petronio sono
(Petronio Arbitro), non sappiamo nulla. Non intercalati anche brevi racconti; uno di essi,
ci sono state tramandate notizie biografiche, a esposto da un ospite durante la cena di Tri-
parte un capitoletto degli Annali di Tacito, che malcione, rappresenta probabilmente la prima
pare riferirsi a lui. Sarebbe stato un politico della narrazione di licantropia che si conosca.

CIVILTÀ ROMANA 67
PATRIZI
Perché due diversi popoli, riuniti in un solo Stato, combatterono
una lotta secolare per contendersi il potere dell’Urbe.
E come, alla fine, i più poveri e deboli presero il sopravvento

di Valerio Sofia

68 CIVILTÀ ROMANA
SOCIETÀ

E PLEBEI
P
atrizi e plebei: chi non conosce queste
due “classi” dell’antica società romana?
Meno noto il fatto che la distinzione
non era necessariamente di stampo economi-
co (come spesso si crede) e neanche sociale.
CENSO E POTERE
Non tutti i patrizi
erano ricchi (come
nel dipinto di John
W. Godward,
per cercare di spiegare la natura di queste due
categorie, facendo parallelismi con altre real-
tà antiche, per esempio le caste indiane, ma
per capire le dinamiche che separavano i pa-
trizi dai plebei conviene restare nell’ambito
Non si trattava di una contrapposizione fra del 1898), né tutti romano, già abbastanza intricato.
ricchi e poveri, tra chi comanda e chi obbe- i plebei erano poveri. Anche se la divisione fra patrizi e plebei è la
disce. Gli studiosi hanno fatto molti esempi più nota, i cittadini dell’Urbe erano ordina- ›

CIVILTÀ ROMANA 69
PATRIZI E PLEBEI

ti anche secondo altre categorie: gentes, tribù,


curie, famiglie, oltre che in base alle clientele,
agli incarichi ricoperti, al servizio militare. Tutti
gruppi che, intrecciandosi, giocavano un ruolo
I TRIBUNI DELLA PLEBE importante nel definire l’identità di ciascun cit-
tadino e la sua partecipazione alle istituzioni e

L la secessione effettuata dai plebei sull’Aventino, nel


a carica di tribuno della plebe venne istituita durante alla vita sociale e politica. Dire patrizio voleva
dire molto, ma dire plebeo non voleva dire tutto.
494 a.C. All’inizio i tribuni erano due e venivano eletti La distinzione tra le due categorie è antica
annualmente. I plebei, riuniti nei concilia plebis, giurarono e appartiene al periodo della monarchia. Non
di sostenerne il potere: avevano dato loro l’autorità di tutti sono d’accordo sul fatto che si tratti di una
invalidare atti o sentenze dei magistrati ordinari, che erano suddivisione originaria: per alcuni deriva da
tutti patrizi. I tribuni divennero a loro volta veri e propri una stratificazione sociale delineatasi nel tempo
magistrati con la Lex Ortensia del 287 a.C. e più articolata. C’è chi ipotizza che i patrizi fos-
Ai tribuni della plebe spettavano diritti fondamentali: la sero i discendenti dei capifamiglia che avevano
sacrosanctitas, cioè l’inviolabilità personale; lo ius agendi partecipato alla fondazione di Roma; altri riten-
cum plebe, vale a dire il potere di convocare l’assemblea gono che in età etrusca, e dopo la caduta dei re,
della plebe e di sottoporre le proprie proposte; lo ius sia avvenuta una “serrata” patrizia, ossia che co-
auxilii, ovvero il diritto di portare aiuto a un membro della loro che detenevano il potere lo abbiano difeso,
plebe; l’intercessio, che sarebbe il diritto di veto. chiudendo l’accesso a chi, in quel momento, si
Il numero dei tribuni crebbe nei secoli fino a dieci, così come trovava fuori dalla cerchia dei maggiorenti.
la loro importanza, che fu enorme in epoca repubblicana Fatto sta che, tra la fine della monarchia e
(oltre a poter contare sulla forza della plebe, essi potevano il primo periodo della Repubblica, si assiste al
porre il veto su qualunque decisione). Anche Augusto ritenne momento di maggiore importanza del patrizia-
che, se non avesse assunto egli stesso l’incarico di tribuno to, che deteneva in esclusiva la proprietà terrie-
della plebe, i suoi poteri sarebbero stati incompleti. ra, gli incarichi politici, i comandi militari e il
potere religioso. La plebe era invece esclusa dai
poteri pubblici, ma ciò non significa che si trat-
tasse di proletari nullatenenti o di gente di bas-
so rango economico. Molti plebei erano infatti
ricchi commercianti e imprenditori di successo.

LA PLEBE ALZA LA TESTA


Fu proprio in corrispondenza del periodo di
massimo fulgore del patriziato che la plebe prese
consapevolezza della propria importanza all’in-
terno della città. La riforma militare della legio-
ne assegnò un ruolo determinante ai cittadini
ricchi che potevano permettersi l’armamento
della fanteria pesante, e tra questi c’erano mol-
ti facoltosi plebei, ai quali si chiedeva di morire
per la patria pur rimanendo esclusi dalla vita
politica della città. Proprio a causa di quest’in-
congruenza si manifestarono i primi scontri fra
i patrizi, che guidavano l’Urbe, e i plebei, che
volevano contare di più. Nel 494 a.C. avvenne
la prima “secessione” della plebe, che rifiutò di
prestare servizio militare. Fu in tale circostan-
za che, attraverso le Leges sacratae, essa creò un
proprio ordinamento politico parallelo e alter-
nativo alle istituzioni, monopolizzate dai patrizi.
I concili della plebe deliberavano i “plebisciti”,

70 CIVILTÀ ROMANA
SOCIETÀ

leggi valide solo all’interno della plebe stessa. to ciò acquistò un’importanza particolare nella PLEBEI TUTTOFARE
Le assemblee erano guidate da figure nuove, i contrapposizione con i patrizi, che erano tali in Sopra, un censore,
“tribuni della plebe”, cui spettava anche il com- virtù delle prerogative religiose ereditarie. magistrato addetto
pito di prestare aiuto al singolo cittadino plebeo, al censimento dei
proteggendolo da soprusi o ingiustizie attraverso IL POTERE DELLA RELIGIONE cittadini. Istituita nel
il veto (intercessio). La forza che i tribuni della Solo i patrizi, infatti, potevano trarre gli 433 a.C., fu una
plebe erano in grado di esercitare nei confron- auspici (le divinazioni eseguite prima di ogni delle ultime magi-
ti dei patrizi e delle istituzioni romane importante atto civile o militare), e strature a vedere
dipendeva dall’importanza della solo loro potevano ricoprire i ruo- l’ingresso dei plebei,
plebe stessa, e si rivelò spesso li sacerdotali: un’esclusiva che che avvenne solo nel
determinante. Queste prime mantennero sempre, anche 339 a.C., con la Lex
istituzioni plebee nacque- se in forma limitata. Ai soli Publilia Voleronis. Al
ro in stretto rapporto con patrizi era inoltre riservato centro, un macellaio:
l’ambito sacrale. Le leggi il matrimonio più sacro, sicuramente un ple-
che tutelavano i magistrati la confarreatio, e rimase- beo, perché i patrizi,
plebei erano sacratae leges, ro sempre di loro appan- anche se spiantati,
e chi le infrangeva subiva la naggio le maggiori cariche non si dedicavano a
consecratio capitis (consacra- religiose: il rex sacrorum, i lavori tanto umili.
zione della testa): in altre pa- tre maggiori flamini e salii, gli
role, veniva dichiarato sacer (sacro, interreges, il princeps senatus e, per
nel senso di “consegnato al giudizio degli lungo tempo, il ruolo di pontifex.
dei”) e precipitato dalla rupe Tarpea. I tribuni Nell’antica Roma, le cariche religiose aveva-
erano sacrosanti e intangibili, e le multe inflitte no grande peso, influenzando anche la politica.
a chi danneggiava un plebeo finivano nel tem- Proprio per questa ragione le rivendicazioni
pio delle divinità plebee, i cui custodi, gli “edili”, economiche e politiche dei plebei passarono
costituirono, dopo il tribuno della plebe, l’altra anche attraverso rivendicazioni religiose. Una
carica plebea istituita fin dai tempi antichi. Tut- legge che ben sintetizzava il regime di separa- ›

CIVILTÀ ROMANA 71
PATRIZI E PLEBEI

POVERO NOBILE zione della prima Roma repubblicana (e che vedimenti più importanti della storia romana,
Nel tondo, Giulio riunisce i temi del tabù religioso e della difesa le leggi Licinie Sestie del 367 a.C., si occupò di
Cesare, tipico di classe) è il divieto delle nozze tra patrizi e mitigare le condizioni dei debiti e dei debitori,
esempio di patrizio plebei. Una norma tanto invisa da essere og- mentre solo nel 326 a.C. venne abolita la schia-
con scarsi mezzi. getto di scontri, e che venne abolita nel 445 vitù per debiti. Ancora alla fine del II secolo a.C.,
Sebbene di fami- a.C. dalla Legge Canuleia. i Gracchi, paladini degli interessi plebei, avevano
glia nobile (la gens Quali che fossero le origini del- tra i temi principali quello economico,
Iulia risaliva, per le differenze religiose, sociali dal debito eccessivo alla divisione
tradizione, addirittu- ed economiche tra patrizi e delle terre. Il problema non si
ra a Iulo, il figlio di plebei, la storia dei primi risolse mai in via definitiva,
Enea), Cesare era secoli della Repubblica ma certo le conquiste ter-
nato nel quartiere romana è caratterizzata ritoriali dell’esercito e le
popolare della proprio dal conflitto colonie furono molto
Suburra. Pompeo, tra i due gruppi, con utili a dare sfogo alla
suo alleato nel i plebei che cercavano fame di terreni agricoli.
triumvirato e molto di annullare le disugua- Alla fine del IV se-
più ricco di lui, era glianze che li divideva- colo a.C., un provvedi-
invece un equestre, no dai patrizi. Una lotta mento decisivo cambiò la
ossia un plebeo. che ci è stata tramandata natura dell’élite romana: il
come una cronica rivolta dei censo dei cittadini non venne
poveri contro gli oppressori, ma più calcolato solo in base ai terre-
che in realtà è stata qualcosa di diver- ni e al bestiame posseduti (fondamen-
so e il cui esito finale fu totalmente favorevole ai to della ricchezza patrizia), ma anche in base al
plebei. Certo, tra loro c’erano anche i cittadini capitale mobile. Nacque così la nobiltà patri-
impoveriti, soprattutto piccoli contadini, che zio-plebea, che era quella che contava davvero.
spesso dovevano allontanarsi dai campi per an-
dare a combattere, e al ritorno si ritrovavano in- PATRIZI SPIANTATI
debitati fino al collo, tanto da rischiare di perdere A testimonianza del fatto che quella tra patrizi
la libertà. Questo tipo di lotta politico-sociale fu e plebei non fu solo una lotta di classe in termini
una costante dell’epoca, tanto che uno dei prov- strettamente socio-economici, vi furono riven-

MEMBRA DI UN UNICO CORPO

A
grippa Menenio Lanato (morto nel 493 a.C.),
console e generale cui venne decretato il trionfo,
era un patrizio moderato che fece da mediatore nella
crisi della secessione plebea del 494 a.C.
Proprio in quell’occasione pronunciò il famoso
“apologo del ventre e delle membra”, che avrebbe
contribuito a renderlo celebre per sempre. Con
esso spiegava ai plebei l’ordinamento sociale
romano paragonandolo al corpo umano, in cui ogni
parte risulta connessa: se le braccia (il popolo) si
rifiutassero di lavorare, allora lo stomaco (il Senato)
non riceverebbe cibo; ma qualora lo stomaco non
ricevesse cibo, non potrebbe redistribuirlo in piccole
frazioni a tutto il resto dell’organismo, cosicché
l’intero corpo, braccia comprese, deperirebbe
irrimediabilmente per mancanza di nutrimento.

72 CIVILTÀ ROMANA
SOCIETÀ

dicazioni di altra natura, che però riguardavano Roma, che fino al successo conseguito dal suo SPONSALI E AGI
solo una piccola parte, assai benestante, dei non più illustre esponente, Cesare, rivestì solo ruoli Sopra, l’immagine
nobili. Con le Leges Liciniae Sextiae, i plebei ot- marginali in politica. Dalle fonti si registrano idealizzata di un
tennero l’accesso al consolato, la massima magi- circa 130 famiglie patrizie in totale, ma alla fine matrimonio patrizio.
stratura romana. Anzi, divenne obbligatorio che della Repubblica ne erano rimaste solo 14. Alcuni riti particola-
uno dei due consoli fosse plebeo, e in seguito L’ultimo fronte a essere espugnato dai ple- ri, risalenti alla più
fu più comune avere plebei piuttosto bei fu quello religioso. Il passaggio remota tradizione
che patrizi alla guida dell’Urbe. determinante fu il plebiscito romana, erano
Negli anni successivi si apri- Ogulnio del 300 a.C., che riservati esclusiva-
rono le porte anche delle aumentò i pontefici da mente ai nobili: tra
altre magistrature, men- 4 a 8, stabilendo che la questi, il matrimonio
tre ai patrizi rimase sem- metà fosse plebea, men- per confarreatio, qui
pre precluso l’accesso tre gli auguri passaro- illustrato. Al centro,
alle cariche plebee. no da 4 a 9, dei quali 5 le terme, dove le
Infine, nel 286 a.C., dovevano essere plebei. differenze fra le due
i plebisciti furono pa- Come da tradizione, classi sparivano.
rificati a leggi dello Sta- solo i patrizi poteva-
to valide per tutti, anche no trarre gli auspici, ma
per i patrizi. Ovviamente intanto i plebei avevano
le famiglie più importanti addirittura occupato la mag-
rimanevano fondamentali per gioranza dei seggi sacerdotali.
la gestione del potere, e non a caso Insomma, essere patrizio a Roma
i nomi dei supremi magistrati si ripetono negli assicurava certamente dei vantaggi, e i plebei
elenchi giunti fino a noi; ma ormai il giro dei dovettero condurre una lunga ed estenuante
potenti comprendeva sia patrizi che plebei. Fu- lotta per vedere riconosciuti i propri diritti. Ma
rono anzi i nobili a subire una lenta e costante alla fine si può dire che vinsero loro e che, a par-
decadenza, e non era raro trovarne di impo- tire dalla tarda Repubblica, essere plebeo non
veriti, malridotti o comunque poco influenti. era poi tanto male. A patto, ovviamente, di far
Si pensi alla gens Iulia, una delle più nobili di parte delle famiglie che contavano davvero.

CIVILTÀ ROMANA 73
SUASA
L’ANFITEATRO LUNGO IL FIUME
Posta lungo la via che conduce dal mare verso gli Appennini, Suasa
fu una ricca e florida cittadina dell’entroterra marchigiano,
da poco riscoperta per la bellezza dei suoi edifici di età romana
di Stefano Bandera

C
itata da Plinio nel terzo libro della TUTTI AL CIRCO di chilometri dalla costa, lungo il corso del
sua Naturalis historia, Suasa è una Sotto, l’anfiteatro fiume Cesano, che oggi segna il confine tra la
cittadina fondata dai Romani nell’A- di Suasa, uno dei più provincia di Pesaro-Urbino e quella di Anco-
ger Gallicus, parte di territorio marchigiano grandi delle Marche, na. Per Suasa passava la strada che portava da
strappata ai Galli Senoni dopo la battaglia in grado di ospitare Senigallia verso gli Appennini, congiungen-
del Sentino, nel 295 a.C. Una località minu- circa 6.000 persone. dosi alla Via Flaminia. Altra strada importan-
scola ma importante, edificata a una trentina te che lambiva l’abitato era quella che, in di-

74 CIVILTÀ ROMANA
VIAGGI E LUOGHI DA VISITARE

rezione nord-sud, portava da Fossombrone


(Forum Sempronii) a Jesi (Aesis).
L’importanza di Suasa doveva essere sia
militare che commerciale, trovandosi al
centro di un territorio popolato e fertile.
Ingranditasi pian piano, nel I secolo d.C.
venne dotata di un anfiteatro piuttosto im-
ponente (98 m di lunghezza per 77 m di
larghezza), capace di accogliere diverse mi-
gliaia di persone: basterebbe questo dato ad
attestare l’importanza della località. Accan-
to a questo primo edificio pubblico ne sor-
gevano altri, tra cui un teatro (rivelato dal-
le fotografie aeree della zona) e un grande
foro commerciale, la cui architettura è stata
messa in evidenza dagli scavi archeologici,
che per ora hanno rivelato circa metà della
struttura. Si trattava di una grande piazza
quadrata, contornata su tre lati (lunghi cir- INFO
ca 100 m ciascuno) da ampi portici, sotto co
cui trovavano posto botteghe e laboratori Parco archeologi
a di Suasa
artigianali. Tutti questi edifici si sviluppa- della città roman
.it
vano uno in fila all’altro, dando all’abitato www.progettosuasa
un assetto topografico stretto e lungo.
ziosuasa. com 
email: info@consor
LA GRANDE CASA DEI COIEDII tel: 071-966524
Altrettanto ricchi e importanti erano gli
(ridotto 4 €)
edifici privati, fra cui spiccano un’abitazione Biglietti: intero 5 €
di epoca repubblicana, con numerosi locali gratis sotto i 6 anni
(alcuni di questi dovevano essere dedicati
ad attività artigianali o commerciali) orga-
nizzati attorno a corridoi. A un certo pun- e il V secolo d.C. Costruita in posizione LUNGA E STRETTA
to la struttura venne abbandonata e la zona centrale tra il foro e l’anfiteatro e modifica- La fotografia aerea
non più edificata. Molto più ricca la ta più volte, visse probabilmente il suo mostra, da sinistra a
cosiddetta Casa dei Coiedii, vera massimo splendore nel II secolo, destra: l’anfiteatro,
e propria domus dagli am- che dovette coincidere con il il teatro (ancora
bienti spaziosi e riccamen- momento più fortunato interrato) e l’area del
te decorati da mosaici e della famiglia dei Coie- foro, parzialmente
affreschi. Si tratta di un dii. A questo periodo coperta e in cui sono
edificio di dimensioni risalgono mosaici che in corso lavori di
considerevoli (105 x 34 raffigurano Leda e il scavo. L’abitato
m), sontuoso e dotato cigno, Eros e Pan, i tri- era stretto e lungo,
di un ampio cortile, toni e le nereidi. a pianta rettango-
impreziosito da portici. Decaduta in tarda epo- lare. Nel tondo, il
L’attribuzione alla fami- ca imperiale, Suasa fu ab- mosaico con tritoni
glia Coiedii, di rango sena- bandonata nel VI secolo, e nereidi della
torio, è stata possibile grazie a durante la Guerra gotico-bi- Casa dei Coiedii.
un’iscrizione rinvenuta sul posto e zantina, quando i suoi abitanti
oggi conservata presso il Museo archeolo- si spostarono sui colli, dando vita a Ca-
gico di Castelleone di Suasa. stelleone di Suasa, Corinaldo e altri paesi. Il
La domus fu abitata per un lungo arco di vecchio centro divenne così una cava di ma-
tempo, presumibilmente tra il II secolo a.C. teriali per la costruzione dei nuovi abitati.

CIVILTÀ ROMANA 75
LA SIBILLA
CUMANA Quello di Cuma era il più prestigioso tempio oracolare
dell’Italia antica. Fondato dai Greci, fu per secoli
il luogo da cui la veggente più venerata
dell’Urbe declamava i suoi enigmatici responsi
di Eugenio Anchisi

A
Cuma, antica città greca fonda- consultati da un collegio apposito di sacerdoti
ta nell’VIII secolo a.C. sul litorale ogni volta che bisognava prendere una decisio-
campano, proprio di fronte all’isola ne cruciale per la vita dell’Urbe.
d’Ischia, sorgeva il più importante oracolo di
Roma antica, quello della Sibilla. Virgilio (70- SACERDOTESSA DI ECATE
19 a.C.) ne descrive il celebre antro con un mi- Sibilla è il nome generico della veggente
sto di venerazione e paura. Come scrive nel VI di Cuma, forse derivato dal nome proprio di
canto dell’Eneide, sulle colline sopra un’antichissima profetessa. A ispi-
la spiaggia di Cuma si trovavano rarla erano il dio Apollo (come
«i recessi profondi dell’antica accadeva a Delfi, in Grecia)
Sibilla, antro selvaggio, cui ed Ecate, arcaica e miste-
cento larghi anditi guida- riosa divinità che regnava
no, cento gran porte; di là sui morti, gli spiriti mal-
cento voci precipitano». vagi, la notte e la magia
L’antro, infatti, è tutto nera. Era probabilmente
un susseguirsi di aper- il legame con questa dea,
ture, che trasformano la più che quello con il dio
voce della profetessa in un solare Apollo, a rendere la
rombo cupo e spaventoso: Sibilla Cumana così terribi-
il suono si propaga all’esterno le agli occhi di chi la consulta-
in maniera confusa, incutendo va. Il suo antro, del resto, si trova-
terrore e soggezione in chi lo ascolta. I va nei pressi del lago Averno, vicino al
responsi, spesso enigmatici (l’aggettivo “sibilli- quale, secondo gli antichi, si trovava l’accesso al
no”, per indicare qualcosa di ambiguo, deriva regno dei morti. Ciò lascia sospettare che le vir-
proprio dal nome Sibilla), erano sempre rispet- tù profetiche della veggente derivassero dalla sua
tati e, nella Roma antica, volumi con le parole capacità di entrare in contatto con gli spiriti dei
della Sibilla (i cosiddetti Libri sibillini) erano defunti, ritenuti capaci di conoscere il passato e

76 CIVILTÀ ROMANA
MITO

IL BAMBINO DI PRENESTE

S ebbene meno antico di quello di Cuma, esisteva nell’Italia


arcaica un altro importante luogo di veggenti. Si trattava del
Tempio di Preneste (oggi Palestrina), dedicato alla dea Fortuna. Era
stato fondato, a quanto si tramanda, da un certo Numerio Suffustio
che, seguendo le indicazioni di un sogno, aveva fatto spezzare
un grosso macigno, al cui interno aveva poi rinvenuto dei pezzi di
legno di quercia, sopra i quali erano incisi antichi simboli. Estratte a
caso dalla mano di un fanciullo, queste tessere venivano usate per
predire il futuro. Si trattava di un metodo antico, più simile al gioco
d’azzardo (come scrive Cicerone nel suo Della divinazione) che a
una vera consultazione. Un metodo, precisa il famoso retore, a cui
mancano il calcolo e il ragionamento e che «ha per fondamento
l’imbroglio e mira al guadagno sfruttando la superstizione».
L’oracolo di Preneste era perlopiù frequentato dal popolino fa-
cilmente suggestionabile, e non ebbe mai un ruolo ufficiale negli
affari di Stato, come accadde invece alla Sibilla Cumana.

il futuro, più che dall’ispirazione del dio Apollo. in bello», che si può leggere sia come “Andrai, DONNA E DIO
La grotta stessa in cui la Sibilla profetava, una ritornerai, non morirai in guerra”, sia come “An- Nel tondo, Apollo
lunga galleria scavata nel tufo, è percorsa da in- drai, non ritornerai, morirai in guerra”. e la Sibilla Cumana
filtrazioni d’acqua che creano sul fondo un ru- Rappresentata come una vecchia, la prima Si- in un quadro di
scelletto, associato allo Stige, il fiume infernale. billa Cumana doveva essere in realtà una giova- Gian Domenico
ne vergine (la verginità era caratteristica di molti Cerrini (1609-1681).
ETERNA AMANTE DI APOLLO sacerdotesse), amata dal bellissimo Apollo. Si Sopra, l’antro della
Sia che parlasse spontaneamente, sia dice che il dio fosse disposto a esaudire veggente, a Cuma,
che rispondesse a domande precise qualunque suo desiderio, purché con la sua lunga e
(la Sibilla veniva consultata per accettasse di diventare una sua labirintica serie di
questioni pubbliche e pri- sacerdotessa. La donna chie- porte. Nella pagina
vate), la veggente forniva i se l’immortalità, ma scordò a fronte, la Sibilla ri-
suoi oracoli in lingua gre- di chiedere anche la gio- tratta dal Domenichi-
ca (solo nel II secolo a.C. vinezza. Perciò fu desti- no (1581-1641); nel
il latino divenne lingua nata a un’interminabile tondo, la sacerdo-
ufficiale di Cuma), dan- vecchiaia, segnata da un tessa con i fogli dei
do alle sue parole un’aura corpo che si rinsecchiva suoi responsi tra le
di mistero. Inoltre, si espri- sempre più. Fino a ridursi mani, in un affresco
meva in versi, che venivano a quello di una cicala e poi della chiesa di San
trascritti su foglie di palma, a una vocina, che continuava, Giovanni Battista, a
poi posate a terra e rimescolate nel buio dell’antro, a emanare Gemona del Friuli.
dal vento che spirava di continuo nel- responsi. Trimalcione, il protagoni-
la grotta. L’ordine in cui i versi venivano letti era sta del Satyricon di Petronio, racconta di aver
perciò casuale, e ciò rendeva il vaticinio ancora visto la Sibilla, ormai minuscola, racchiusa in
più ambiguo. A un soldato che chiedeva come un’ampolla. Ad alcuni ragazzi che, per deriderla,
sarebbe andata la sua missione di guerra, la Si- le chiedevano che cosa desiderasse, lei rispose,
billa avrebbe risposto: «Ibis redibis non morieris in greco: «ἀποθανεῖν θέλω» (voglio morire).

CIVILTÀ ROMANA 77
CINEMA

ALLE ORIGINI
DI ROMA
Un film su Romolo e Remo, tutto in latino

D
imenticate Il trono di Spade, Il signore
degli anelli e tutta la fantasmagoria fan-
tasy che ha occupato cinema e tv negli
ultimi anni. Arriva sul grande schermo qualco-
sa di nuovo e di diverso: la saga dell’Urbe.
Com’è nata Roma, quando e perché? A que-
ste domande, a cui gli storici non hanno anco-
ra saputo dare una risposta definitiva, ci avvi-
cina il nuovo film di Matteo Rovere (regista del
fortunato Veloce come il vento, con Stefano
Accorsi): Il primo re. Il primo re, ovviamente,
è Romolo, ma dietro la sua figura campeg-
gia in maniera altrettanto importante (o forse
di più?) quella di Remo, suo fratello, nel cui
sangue si bagnano le fondamenta della città,
destinata, nel volgere dei secoli, a dominare
il mondo. Gli sceneggiatori, Filippo Gravino
e Francesca Manieri, hanno studiato le fonti
storiche principali, da Tito Livio a Plutarco, e
affrontato poi la storiografia più recente, con-
taminandola con elementi epici e leggendari,
fino ad arrivare alla storia di due fratelli, soli,
che in un mondo antico e ostile sfidano il vo-
lere implacabile degli dei.
Dalla loro forza, che si arricchisce recipro-
camente, e dal loro sangue (perché il sangue
dell’uno è anche il sangue dell’altro, essendo
i due non solo fratelli, ma gemelli) nascerà
Roma. Girato dopo due anni di preparazio-
ne, e interpretato da Alessio Lapice nei panni
di Romolo e da Alessandro Borghi in quelli di
Remo, il film è stato girato interamente in latino
arcaico (nelle sale verrà proiettato con i sotto-
titoli), grazie alla consulenza di un team di se-
miologi dell’Università La Sapienza di Roma.
Girato in alcune oasi naturalistiche del Lazio,
come quella di Farfa e Manziana, Il primo re
è previsto in uscita il 31 gennaio 2019.

78 CIVILTÀ ROMANA
NEWS

S.P.Q.R. NEWS
LE ULTIME NOTIZIE DAL MONDO ROMANO

AQUILA
E SOL PONZIO PILATO
AL DITO DI
LEVANTE Incredibile novità dalla Palestina
Monete romane in
un castello giapponese

L a notizia non è recentissima, ma


merita di essere ripresa: quattro
monete romane in rame, raffiguranti
Costantino I (quindi risalenti al IV seco-
lo) sono state ritrovate sotto le rovine del
castello di Kasturen, nella prefettura di
Okinawa. «Non potevo crederci» ha det-
to l’archeologo Hiroyuki Miyagi, dell’U-
niversità di Okinawa. «All’inizio ho
pensato che si trattasse di falsi, lasciati
sul posto da qualche turista buontempo-

L
ne». Si tratta di un ritrovamento unico. È a notizia è di quelle che potreb- ebraica, e anche gli altri reperti ri-
infatti la prima volta che reperti risalenti bero dar vita a un thriller storico salgono a quel periodo, l’ipotesi che
all’ Impero Romano vengono riportati con risvolti misticheggianti o il proprietario del piccolo gioiello
alla luce in Giappone. Le monete hanno apertamente religiosi, un po’ come Il co- fosse proprio il Ponzio Pilato delle
un diametro che va da 1,6 a 2 cm. Le inci- dice da Vinci. In Israele, infatti, è stato re- Scritture appare probabile, anche per-
sioni su entrambe le facce sono rovinate, centemente decifrato un piccolo anello ché, come ha dichiarato il professor
ma il volto di Costantino sembra compa- di bronzo ritrovato diversi anni fa assie- Danny Schwartz: «Quel nome era raro
rire in maniera piuttosto chiara. me ad altri reperti (soprattutto suppel- nell’Israele di quei tempi. Non cono-
Per il Dipartimento di cultura della lettili di uso quotidiano) che, secondo sco nessun altro Pilato di quel periodo
città di Uruma, la scoperta proverebbe quanto affermato dagli studiosi che se e l’anello mostra che era una persona
i contatti tra Okinawa e il mondo occi- ne sono occupati, potrebbe essere ap- di alto rango e benestante». L’anello,
dentale. Ma gli archeologi sono più cau- partenuto addirittura a Ponzio Pilato, non particolarmente prezioso, doveva
ti. Il castello di Katsuren, che conobbe il prefetto della Giudea reso immorta- essere usato quotidianamente, e non
il suo massimo slendore le dai Vangeli e direttamente coinvolto solo in occasioni speciali, forse anche
tra 1100 e 1400, aveva nella condanna a morte di Gesù (anche come sigillo. Se veramente apparten-
stretti rapporti con se cercò di lavarsene le mani). ne a Pilato (di cui non si conoscono né
l’Impero Cinese. È Analizzato grazie a una speciale la data di nascita né quella di morte,
probabile quindi che macchina, l’anello ha rivelato un’i- ma che secondo alcuni morì suicida
le monete provenis- scrizione che corrisponde proprio al durante il primo anno del principato
sero dalla Cina, come nome Pilato. Poiché il luogo del ri- di Caligola, cioè nel 41 d.C.), il procu-
oggetto di scambio trovamento è un giardino costruito ratore avrebbe potuto averlo al dito
o da collezione. verso il 70 d.C., epoca della rivolta anche durante il processo al Messia.

CIVILTÀ ROMANA 79
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LIBRI MOSTRE FILM

MOSTRE | OVIDIO. AMORI, MITI E ALTRE STORIE

Ultimi giorni (fino al 20 gennaio 2019) per questa affascinante mostra allestita alle
Scuderie del Quirinale. Tra gli autori latini, Ovidio è uno dei più amati. I suoi versi ci
restituiscono l’immagine di un mondo sempre vivo. La mostra si propone di raccontare
l’importanza del poeta nella storia occidentale attraverso altre arti e altri artisti. Oltre
200 opere, tra affreschi e sculture antiche, manoscritti medievali e dipinti moderni,
accompagnano il racconto della sua vita e dei temi a lui cari: l’amore, la seduzione, il
mito. Curato da Francesca Ghedini, l’allestimento è anche l’occasione per presentare la
società romana della prima età imperiale, ricostruita attraverso il filtro dei versi ovidiani.
All’interno delle sale espositive delle Scuderie si snodano diversi percorsi di visita, tra
opere, parole ed esperienze di laboratorio. Contemporaneamente, nel resto della città,
un ricco programma di incontri, letture e approfondimenti permetterà di scoprire
(soprattutto per i più giovani) o riscoprire la complessità dell’universo di Ovidio.

Orari: da domenica a giovedì, 10-20; venerdì e sabato, 10-22,30


Biglietto: intero € 15, ridotto € 13, gratuito fino a 6 anni

LIBRI | GLI EROI BEVONO VINO

Il greco pinein, così come il latino bibere, non significano semplicemente “bere”,
ma più propriamente “bere vino”. Attorno a questa bevanda ruota gran parte dell’i-
dentità culturale di Greci e Romani: miti, regole di galateo, codici di comporta-
mento, visioni etiche e filosofiche (pensiamo al Simposio di Platone), religione (il
vino è al centro del culto di Bacco e di altri rituali) e molto altro ancora. Con il
vino gli eroi di Omero pregano, danno ospitalità e stipulano accordi. Nella Grecia
classica esso è l’imprescindibile fulcro del convivio, la “bevuta collettiva” che, come
in altre tradizioni antiche, serve a rafforzare i vincoli di amicizia, ma anche a intrec-
ciare discorsi e a corteggiare ragazzi e cortigiane. A Roma la prima coppa di questa
bevanda è l’emblema del rito di passaggio verso l’età adulta. Il vino è il dono di un
dio: bisogna saperlo bere. Mescolato con acqua, miele e formaggio. È bene condi-
viderlo con gli altri, centellinarlo e non tracannarlo, sapendo che è uno strumento
con cui misurare il proprio autocontrollo. Come dice la storica dell’antichità Eva
Cantarella, questo è «un libro che diverte e che insegna molte cose».

Laura Pepe, Gli eroi bevono vino, Editori Laterza, pp. 256, € 16

FILM | ANNIBALE

Film epico-storico girato da Carlo Ludovico Bragaglia nel 1959. Annibale ha il


volto di Victor Mature, già popolarissimo tra gli appassionati del genere mitologico
per aver interpretato l’eroico Sansone nel Sansone e Dalila di Cecil B. DeMille. La
storia, codiretta dall’austriaco naturalizzato americano Edgar G. Ulmer, affronta le
vicende della Seconda guerra punica dal punto di vista dei Cartaginesi, mostrando
un Annibale dalle molte sfaccettature: forte, determinato, grande stratega ma anche
innamorato malinconico e romantico. La vicenda inizia con il suo atraversamento
delle Alpi, con tanto di elefanti al seguito, e prosegue lungo una scia di vittorie
inarrestabili, interrotte dalla morte di Asdrubale, il fratello da cui aspettava di
ricevere rinforzi. Una storia d’amore del tutto inventata disturba poco la corretta
adesione alle fonti storiche. Il ritmo stringente e l’inanellarsi delle vicende rende la
pellicola piacevole, anche a sessant’anni dalla sua uscita.

CIVILTÀ ROMANA 81
SIMBOLI
LO SPIONAGGIO NELL’ANTICA ROMA PROSSIMAMENTE
IL PROSSIMO NUMERO È IN

IL CADUCEO EDICOLA IL 15 MARZO

ALLE ORIGINI
DAI MESSAGGERI AI MEDICI DEL MITO

U
n bastone con due serpi che si avvolgono a spi-
La nascita dell’Urbe
rale attorno a esso e due ali all’estremità supe- nelle parole di Tito Livio.
riore (a volte, al loro posto, un elmetto alato):
è il caduceo, un simbolo antichissimo di cui si trovano
tracce già nelle culture babilonese e assira. Venne associa- MARIO E SILLA
to da Greci e Romani a Hermes-Ermete, o Mercurio, il Il crudele duello che cambiò
messo degli dei. Secondo il mito, sarebbe stato Apollo la Repubblica per sempre.
a donargli il bastone, da usare come emblema del suo
ruolo di messaggero; nelle antiche assemblee, per evi-
tare che le voci si sovrapponessero, solo chi aveva di- LA CAVALLERIA
ritto di parola riceveva un bastone, detto “testimone”.
Durante un viaggio in Arcadia, Ermete si trovò
L’altro volto dei legionari:
davanti due serpi in lotta: gettò fra di loro il proprio rapidi, coraggiosi e spietati.
bastone e subito quelle si rappacificarono. Ecco perché
il caduceo (il cui nome latino, caduceus, deriva forse dal
greco karykaion, messaggero) rappresenta un simbolo di pace POPPEA
ed era impugnato dagli ambasciatori. Essendo lo strumento di Bella, ambiziosa e senza
un dio, il caduceo rappresentava un salvacondotto: i messaggeri scrupoli, amata da Nerone
eano inviolabili, in quanto operavano sotto la protezione di Ermete.
A Roma, dove il caduceo era raffigurato anche come un bastone e detestata da Agrippina.
d’ulivo ornato di ghirlande, esisteva la parola caduceator, che indi-
cava il messaggero di pace. Il caduceo aveva la virtù di obnubilare i
mortali e richiamare i morti dagli Inferi. In alcune leggende, inoltre,
IL SACCO
mutava in oro gli oggetti toccati, come una bacchetta magica. DI ALARICO
Anche Asclepio, dio della medicina, portava un bastone molto si- Anno 410 d.C.: l’inizio
mile, con un serpe attorcigliato, che con il tempo venne confuso
con quello di Ermete: ecco perché oggi il caduceo è diven- della fine per l’Impero
tato l’emblema dei medici e dei farmacisti. Romano d’Occidente.

CIVILTA
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