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Da Costantino alla fine dell'Impero carolingio


(sintesi da Giardina e da Montanari)

Diocleziano (285-305), al termine di un lungo periodo di lotte civili seguite al regno di Gallieno (che
aveva ripreso le persecuzioni contro i cristiani) diede avvio a una serie di riforme dell’Impero.
L’Impero fu diviso in 12 grandi unità regionali, le Diocesi, che servivano da base per il prelievo
fiscale. Rafforzò il potere centrale, raddoppiando il numero delle Province (una fu la sola penisola
italiana). Tolse ai governatori provinciali il comando delle legioni, separando così il potere civile
da quello militare (caratteristica che rimarrà propria dell’Impero, diversamente dalle gentes
“barbare”). Ordinò ai vescovi di consegnare i libri sacri: quelli che ottemperarono furono chiamati
“traditores”. Per meglio governare un così vasto territorio, e per cercare di porre fine alle congiure
per il trono che avevano caratterizzato la storia della Roma imperiale, ideò la “tetrarchia”, dividendo
il governo supremo tra due “Augusti” coadiuvati da due “Cesari”, uno per la parte di Occidente,
l’altro per la parte d’Oriente.
Costantino (306-337). Dopo l’abdicazione di Diocleziano, ripresero però le lotte civili che
culminarono nella battaglia di Ponte Milvio del 312 tra Massenzio e Costantino (figlio di Costanzo
Cloro), con la vittoria di quest’ultimo sotto un segno semi-cristiano. Nel 313 Costantino, affiancato
da Licinio, emise l’Editto di Milano, col quale garantì libertà di culto ai cristiani. Promosse per
sanare le dispute teologico-dottrinali (che avevano pure un importante aspetto politico-sociale, data
la crescente autorità dei vescovi) il Concilio di Nicea (325: raduno delle maggiori autorità
ecclesiastiche) che, tra l’altro, condannò l’arianesimo e proclamò il “simbolo niceno” o “credo”.
Altro importante Concilio fu quello di Calcedonia del 451. In questi Concili – o “Sinodi” – si cercava
di stabilire quale fosse l’“ortodossia” cristiana, cioè quali fossero le formulazioni dogmatiche – e in
quanto tali da accettare per sola fede, e non da spiegare razionalmente – su cui doveva fondarsi la
“corretta” versione della religione cristiana, e in cui i “fedeli” dovevano credere, in forza dell’autorità
della Chiesa, i cui decreti si auto-proclamavano come “ispirati” divinamente. In particolare si
discuteva della uni-trinità divina e della natura divina-umana di Gesù. Costantino garantì inoltre alla
Chiesa cristiana importanti esenzioni fiscali e diritti di esercitare localmente la giurisdizione. Chiamò
alle cariche più alte del governo civile e politico personaggi di fede cristiana. Preoccupato dei
problemi ai confini, e delle trame di potere romane, fondò una nuova capitale, Costantinopoli
(dov’era l’antica Bisanzio, oggi Istanbul, sullo stretto dei Dardanelli, luogo di controllo dei transiti
commerciali verso l’Oriente) tra 324 e 330. Riformò l’esercito, tra l’altro integrando molti elementi
germanici, che giunsero alle più alte posizioni militari romane.
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La situazione economica era questa: grandi latifondi non messi a frutto, coltivati da coloni e schiavi.
Costantino emanò una legge che obbligava anche i coloni a non allontanarsi dal suolo che
coltivavano: iniziano i “servi della gleba”. La pressione fiscale si intensificò. I plebei delle città (1
milione a Roma) vivevano di approvvigionamenti precari. L’economia era soprattutto agricola-
servile e si avvantaggia dei proventi provenienti dalle guerre di conquista e dai commerci.
Alla morte di Costantino gli succedettero i suoi tre figli, a cui fece seguito Giuliano (361-363), di un
ramo cadetto. Educato alla cultura classica in Cappadocia, Giuliano tentò di abolire i culti cristiani
restaurando quelli della classicità ellenistico-romana, per cui fu definito dai cristiani “l’Apostata”.
Dopo il fallimento di una spedizione militare contro i Persiani, la situazione militare dell’Impero
peggiorò notevolmente. L’espansione asiatica degli Unni spinse la popolazione germanica dei
Visigoti verso le frontiere romane. L’imperatore Valente (364-378) dapprima tentò una soluzione
pacifica stabilendo i Visigoti in Tracia (istituto dell’hospitalitas), ma questi, malvisti dai locali, si
allearono con Alani e Ostrogoti e sconfissero e uccisero Valente a Adrianopoli (378; prima volta
nella storia romana), stanziandosi nei Balcani, dove furono cristianizzati dal vescovo ariano Ulfila.
Il nuovo imperatore Teodosio (378-395) concesse ai Goti di insediarsi nell’Illirico in qualità di
“federati” (alleati militari). Nel 380 Teodosio emanò l’Editto di Tessalonica, con cui il cristianesimo
diventava l’unica religione di Stato permessa. Tuttavia dopo l’episodio di Tessalonica (Salonicco)
del 390, il vescovo di Milano Ambrogio scomunicò Teodosio.
Alla sua morte, Teodosio affidò la parte occidentale dell’Impero al figlio Onorio (395-423), e quella
d’Oriente a Arcadio (395-408), affidandone la tutela al generale di origine vandala Stilicone.
Mentre Arcadio e l’Oriente perseguirono però una politica indipendente, Stilicone dovette
ripetutamente difendere l’impero dalle incursioni dei popoli germanici, in particolare dei Visigoti di
Alarico, i quali, dopo che Stilicone fu osteggiato e poi messo a morte dai suoi stessi soldati e da
Onorio, arrivarono a saccheggiare Roma nel 411. Il sacco creò una impressione vastissima
nell’Impero, e creò problemi di giustificazione al cristianesimo (Agostino di Ippona). Intanto, grazie
anche a una politica matrimoniale, i Visigoti si stabilirono in Spagna dando vita al primo Regno
romano barbarico, che durò fino al 711 quando fu abbattuto dalle invasioni islamiche.
“Prime invasioni barbariche” (ca. V sec.). La frammentazione dell’Impero d’Occidente proseguì
negli anni seguenti. Nel 422 la Britannia fu invasa da Angli e Sassoni, nel 438 parte della Spagna fu
occupata dagli Svevi, i Vandali di Genserico si stanziarono in Africa settentrionale, gli Unni di Attila
si mossero verso le Gallie per puntare verso Roma, prima di retrocedere. Dotati di una flotta, i Vandali
scorazzarono nel Mediterraneo e nel 455 saccheggiarono Roma.
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Nel 475 un nobile romano riuscì a insediare sul trono il figlio tredicenne Romolo (detto
“Augustolo”), che fu però subito deposto dal generale romano di stirpe germanica (scira) Odoacre,
che creò nella penisola italiana un suo proprio regno, facendosi proclamare rex (e non imperator).
I motivi della caduta dell’Impero romano d’Occidente sono tutt’oggi discussi. Certamente furono
molteplici e intrecciati. L’amministrazione e il governo di un territorio così vasto era complessa, e al
contempo la sopravvivenza dello Stato romano era affidata a un esercito permanente di lunga ferma.
A tal fine occorrevano risorse finanziare, ma già a partire dal regno di Marco Aurelio (161-180) lo
scompenso tra produzione economica e pressione fiscale si fece sempre più profondo. I latifondi dei
grandi proprietari terrieri divennero sempre più ampi e autonomi. Nella seconda metà del III secolo
le strutture militari che servivano a contenere la pressione delle popolazioni alle frontiere
cominciarono a cedere, e i romani furono ripetutamente sconfitti. Nel IV secolo molti elementi
“barbari” furono integrati nell’esercito anche in cariche di alto prestigio, a popolazioni barbare veniva
concesso di insediarsi entro i confini dell’Impero (hospitalitas e foederatio), mentre si ampliava il
divario tra ricchi e poveri e tra Occidente e Oriente. I ceti produttivi (“cavalieri”), plebei arricchiti col
commercio, furono marginalizzati fin dal I secolo (tempi delle lotte civili romane), e l’economia
dell’Impero aveva cominciato a ristagnare proprio nel momento in cui, finite le guerre di espansione,
venivano meno i proventi delle conquiste. La nuova organizzazione dell’esercito nel IV secolo
raddoppiò i costi, a spese della pressione fiscale e dell’aumento di burocrazia. Era lo Stato (non il
“mercato”) a governare l’economia, bloccando i prezzi e ridistribuendo ricchezze. La diminuzione
e la concentrazione delle ricchezze portarono alla decadenza dei centri urbani minori, mentre
resistettero le città maggiori. La diminuzione delle città portò a processi di “localizzazione” delle
aristocrazie senatoriali. Si sviluppò un sistema in cui i grandi signori locali, grandi proprietari o anche
vescovi, svolgevano una funzione sempre più “autonomizzata” di governo e giurisdizione, o
comunque erano il principale punto di riferimento per la popolazione circostante. Mentre in Occidente
i cittadini più poveri, per evitare le tasse, tendevano a rifugiarsi in campagna dove venivano legati
alla terra dai grandi proprietari, ciò non avvenne in Oriente.
Perché l’Oriente resistette? In Oriente, dove gli insediamenti pre-romani erano antichissimi,
l’estensione delle terre messe a coltura era superiore, e le terre più produttive. L’Occidente era più
povero dell’Oriente, ma le sue aristocrazie erano più ricche, con conseguenti squilibri sociali. In
Oriente la nobiltà di nascita aveva un peso inferiore, e la media e piccola proprietà erano più diffuse.
Questo garantiva un maggior gettito fiscale, che poteva essere investito nell’esercito e nella difesa
dei confini. In Occidente si registrò un regresso demografico, una riduzione delle superfici coltivate,
un aumento della “protezione” dei più poveri da parte dei più ricchi, una commistione di civiltà in cui
i Romani svolgevano compiti nell’amministrazione civile, e i Germani nel monopolio delle armi.
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Inoltre dopo la chiusura della Scuola di Atene (filosofia e cultura greca), decretata da
Giustiniano nel 529, il patrimonio culturale e scientifico trasmigrò verso le regioni orientali, e fu
progressivamente dimenticato in Occidente.
Calo demografico in Europa. Nel terzo secolo in Europa vivono circa 67 milioni di abitanti.
Nell’VII secolo sono ormai scesi a circa 27 milioni (dei quali in Italia circa 4 milioni, mentre ancora
nel I secolo la sola città di Roma contava circa 1 milione di abitanti).
Diffusione del cristianesimo, sedi episcopali e primo monachesimo. Nelle prime comunità
cristiane, già alla fine del I secolo i laici erano distinti dai sacerdoti, strutturati gerarchicamente in
diaconi, preti e vescovi. L’adesione al cristianesimo fu nei primi tempi soprattutto una scelta
aristocratica, in particolare proprio di quella aristocrazia urbana su cui poggiava l’organizzazione
sociale in età imperiale e che viveva di rendita terriera. Tale originario sostrato sociale conferì poi
grande prestigio e autorevolezza ai vescovi nelle città e nei circondari, dove, quando venne meno il
funzionamento delle magistrature statali, i vescovi esercitarono un potere pubblico locale di fatto
nelle loro circoscrizioni territoriali, le diocesi. Dal V secolo partì dalle città una intesa opera di
evangelizzazione delle campagne, e inoltre delle popolazioni “barbare”. I vescovi delle città maggiori
– Roma, Costantinopoli, Antiochia, Alessandria, Ravenna, Aquileia, Milano – ottennero una sorta di
supremazia sui vescovi delle altre diocesi. A lungo, fino all’XI secolo, il primato ideale del vescovo
di Roma (papa) fu contrastato dagli altri vescovi delle città “metropolite”. Nelle aree orientali
dell’Impero, cominciò dal III secolo a svilupparsi il monachesimo: inizialmente era la scelta
individuale di una vita ascetica da eremita (come Antonio in Egitto nel IV sec.), ma fu poi sottoposto
a una rielaborazione dottrinaria che tendeva a condannare l’eccessivo individualismo, dando luogo
alla pratica del cenobitismo, cioè della vita in comune dei monaci: in Oriente con Pacomio (IV sec.),
in Gallia, in Italia con Gerolamo, e soprattutto con la fondazione del Monastero di Montecassino da
parte di Benedetto da Norcia, che elaborò una “regola” della vita in comune (ora et labora). In
Irlanda, che non aveva conosciuto fenomeni di urbanizzazione, il monachesimo attecchì più
dell’episcopato. Invece nel regno anglosassone fu fondata la sede vescovile di Canterbury alla fine
del VI secolo. In questo periodo, e ancora almeno fino all’XI-XII secolo, né la sistemazione
dogmatico-dottrinale, né l’organizzazione interna della Chiesa, né la strutturazione gerarchica,
sono ben definiti. Tuttavia la fede cristiana, pur nelle sue varie declinazioni/interpretazioni,
comincia a diventare l’elemento culturale di fondo (insieme al latino) che accomuna una Europa
oramai frammentata politicamente. Come sempre, solo una ristretta minoranza elitaria delle
popolazioni sa leggere e scrivere, capacità che diventano sempre più appannaggio degli strati
più socialmente “alti” della Chiesa.
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I Regni romano-barbarici. In tutti i territori conquistati, i barbari erano in netta minoranza rispetto
alla popolazione residente, e questo creò sempre il problema della convivenza. Alle istituzioni
giuridiche, politiche e amministrative romane, andavano affiancandosi quelle di tipo germanico. Si
verificò un lento processo di amalgamazione e di reciproca acculturazione che diede origine a entità
politiche differenti da quelle precedenti. Le stesse popolazioni barbare cominciarono a emanare
decreti legislativi sull’esempio di quelli romani, come la Lex Salica di re Clodoveo dei Franchi (510),
che raccoglieva le norme consuetudinarie del suo popolo In Italia, o la Lex romana Visigothorum
promulgata da Alarico II (fine V sec.). Questi documenti testimoniano una incipiente progressiva
integrazione e fusione tra latini e “barbari”.
Odoacre aveva stabilito un suo regno in Italia. Gli imperatori di Oriente non si rassegnarono alla
nuova situazione, e tentarono a più riprese di recuperare l’Italia. Troppo debole militarmente per
intervenire in modo diretto, l’imperatore Zenone si alleò con l’Ostrogoto Teodorico, che riuscì a
scalzare Odoacre. Ma a sua volta Teodorico (493-526) prese a emanciparsi dall’impero d’Oriente,
spostando la capitale del regno a Ravenna, e conducendo una politica autonoma anche avvalendosi
dell’apporto degli ultimi residui intellettuali e senatori romani, come Cassiodoro e Severino Boezio
(ultimo rappresentante della cultura classica senatoriale greco-romana, filosofo neo-platonico, e
traduttore di alcune opere di Aristotele in latino, il quale fu poi condannato a morte nel 526 dallo
stesso Teodorico per sospetto di trame con l’impero d’Oriente). Alla morte di Teodorico (526), la
lotta per la successione diede a Giustiniano il pretesto per intervenire in Italia.
Giustiniano (527-547) regnò quasi 40 anni. Scopo della sua azione politica era il progetto di
riunificare l’impero riconquistandone tutti i territori perduti. Il suo generale Belisario riuscì a
abbattere il Regno dei Vandali in Africa intorno al 533. Contrastò i Visigoti in Spagna e soprattutto
gli Ostrogoti succeduti a Teodorico in Italia, con la “guerra greco-gotica” (535-555), che durò quasi
20 anni, e che inizialmente vide l’aristocrazia senatoria dalla parte dei Goti. L’intera penisola fu alla
fine assoggettata ai Bizantini di Giustiniano, ma 20 anni di campagne militari la lasciarono con un
territorio distrutto, in gran parte spopolato, colpito da una epidemia di peste, lacerato socialmente, e
con una drammatica perdita dell’eredità culturale greco-latina. Nel 553 Giustiniano aveva
riconquistato gran parte dei territori dell’ex impero romano d’Occidente. Ma già nel 568, anno della
sua morte, la penisola italiana fu invasa dai Longobardi, mentre un secolo dopo gli Arabi posero
definitivamente termine al dominio bizantino nel Mediterraneo. Importante il fatto che Giustiniano
commissionò una imponente raccolta del ricco patrimonio giuridico e giurisprudenziale romano in un
unico testo in quattro parti, il Corpus iuris civilis, che conservò alla posterità uno dei fondamentali
traguardi concettuali di Roma, la legislazione.
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Longobardi e Bizantini in Italia. Nel 568 i Longobardi, insieme a guerrieri di altre varie etnie,
irruppero nell’Italia nord-orientale sotto la guida del re Alboino. Come tutte le altri genti
“barbariche”, anche i Longobardi non si caratterizzavano per una identità biologica, bensì culturale;
per rafforzarla, elaborarono un proprio mito di origini, secondo cui sarebbero originari della
Scandinavia. Oggi questa provenienza è molto discussa; sappiamo che dal I sec. erano alle foci
dell’Elba, da cui si spostarono nel V sec. verso la Pannonia (Ungheria), e si inserirono nel contrasto
tra Bizantini e Ostrogoti, dei quali divennero alleati. E come tali fecero il loro ingresso in Italia. La
loro organizzazione era peculiare: suddivisi in “fare”, raggruppamenti familiari con funzioni militari,
erano guidati da una aristocrazia di cavalieri; il re non aveva il carattere sacrale o carismatico tipico
di altre popolazioni germaniche, ma era eletto dall’assemblea del popolo in armi (arimanni), distinti
nettamente dalla categoria dei servi. Funzionari intermediari tra re e liberi erano i duchi (termine di
origine bizantina, da cui i Ducati). I Bizantini, occupati dopo Giustiniano su altri fronti militari
(Persiani e Avari), sottovalutarono l’invasione longobarda nel territorio italiano che avevano
riconquistato nella guerra greco gotica. I Longobardi presero Pavia, che divenne loro capitale, e
istituirono una nuova rete di distretti territoriali, i Ducati, attorno a nuclei cittadini di maggior rilievo
(Cividale, Ivrea, Trento, Torino, Lucca, e, particolarmente importanti, Spoleto e Benevento). La
penisola italiana si trovò dunque suddivisa “a macchie di leopardo” tra Bizantini e Longobardi. I
Bizantini infatti non occuparono l’intera penisola: il Veneto, la Romagna, l’Umbria, il Lazio, Napoli,
Salento, Calabria e Sicilia restarono ai Bizantini. L’imperatore bizantino Maurizio affidò quei territori
a un funzionario, l’esarca, che (contrariamente alla tradizione romana) riuniva in sé le funzioni civili
e militari. L’esarca risiedeva a Ravenna (capitale dell’Esarcato, che comprendeva anzitutto
Romagna e Marche), ma la sua autorità non riuscì a consolidarsi sugli altri Ducati bizantini della
penisola. In particolare il Ducato di Roma, col papa, vedendosi compresso tra Bizantini e Longobardi,
scelse (dopo una alleanza con questi ultimi) di allearsi piuttosto con la emergente dinastia dei Pipinidi
(Franchi). Nel 751, comunque, anche l’Esarcato fu preso dai Longobardi, ai quali fu a loro volta
strappato dai Franchi e ceduto alla chiesa romana. Anche la Sicilia ripresa da Giustiniano fu tolta ai
Bizantini dagli Arabi durante il IX secolo. Dalla Sicilia gli Arabi promossero incursioni nella
penisola (come a Bari). A queste incursioni reagirono i Bizantini, che ripresero Bari (871). La
endemica conflittualità coi Longobardi e le incursioni normanne del secolo XI segnarono poi la
fine della presenza bizantina in Italia, presenza che lasciò comunque una fortissima influenza
culturale nei secoli successivi. Per quanto riguarda i Longobardi, nella prima fase della loro
permanenza in Italia andarono incontro a una forte conflittualità interna tra sovrano e Duchi, specie
dopo la morte di re Alboino (572), avvenuta, secondo la narrazione dello storico Paolo Diacono, per
mano della moglie Rosmunda. In questo periodo i Longobardi, rompendo con la tradizione precedente
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di convivenza, esclusero dai posti di potere gli ultimi esponenti della classe senatoria, e entrarono
spesso in collisione coi vescovi. In una seconda fase, i Longobardi cercarono una pacificazione
interna eleggendo come re Autari: una graduale assimilazione con le popolazioni locali, un
rafforzamento dell’autorità del re (a cui i Duchi cedettero metà dei loro beni), una assunzione del
concetto territoriale di Stato e della simbologia regale. Autari sposò Teodolinda erede di Baviera, la
quale, alla morte del marito, si sposò di nuovo con un sovrano turingio (non longobardo). Con
Teodolinda, cattolica, i Longobardi si riavvicinarono alla chiesa di Roma retta dal papa Gregorio
Magno. Nel 643 il re Rotari emanò la prima raccolta scritta, e in latino, delle usanze-leggi longobarde
(Editto di Rotari), proibendo tra l’altro la faida e sostituendole il guidrigildo. Con re Liutprando
(712-744) i Longobardi ripresero a espandersi sempre in conflitto coi Bizantini della penisola,
spingendosi fino al ducato di Roma dove presero il Castello di Sutri, che però restituirono non ai
Bizantini ma “agli apostoli Pietro e Paolo”, cioè alla Chiesa. Tale gesto mostra che nell’VIII secolo
era già in atto un primo tentativo di espansione territoriale da parte della Chiesa, che tendeva
sempre più a trasformarsi da autorità anzitutto spirituale su tutta la cristianità dei popoli
europei a autorità anche politica. Non a caso alcuni anni più tardi, a metà VIII secolo, fu redatto
dalla chiesa uno dei più noti falsi della storia, la “donazione di Costantino”, dimostrata apocrifa nel
XV secolo dall’umanista filologo Lorenzo Valla. Nel 751 il nuovo re longobardo Astolfo riprese la
politica aggressiva di Liutprando, e conquistò la Ravenna bizantina. Sentendosi assediato (come si è
detto sopra) tra Bizantini e Longobardi, i papi chiamarono in aiuto il decisivo intervento dei Franchi,
prima Pipino e poi Carlo Magno. Quest’ultimo, disceso in Italia prima sposò la figlia del re
Longobardo Desiderio, poi la ripudiò e conquistò Pavia (774), ponendo fine a gran parte della
presenza longobarda in Italia (i possedimenti longobardi furono annessi a quelli franchi del
nascente Impero carolingio), che mantennero solo Benevento, e solo fino all’invasione
normanna dell’XI secolo.
Ascesa dei Franchi fino al Sacro Romano Impero. Al momento delle invasioni del V secolo, i
Franchi erano già stanziati entro territori attorno al Reno (salii presso il basso Reno, ripuari presso
Treviri e Colonia). Sino al termine del V secolo, erano un insieme eterogeneo di tribù sparse; foederati
dei romani dal 430, trovarono una loro coesione interna col re Clodoveo, discendente di un
leggendario Meroveo (da cui Merovingi). Clodoveo espanse il suo territorio verso Ovest, in territori
che furono chiamati Neustria, in contrapposizione ai precedenti Austrasia, a cui si aggiunse poi la
Burgundia. In cerca di legittimazione presso la popolazione locale gallo-romana, si fece battezzare
dal vescovo di Reims. Nel 510 fece redigere la Lex Salica, che raccoglieva le norme consuetudinarie
franche. Dopo la sua morte (511), il regno fu spartito tra i suoi eredi, secondo la concezione
patrimoniale del potere (e senza primogenitura) così diversa da quella romana. Il regno dei Franchi
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fu sempre in realtà un insieme di Regni, che tuttavia si percepivano come una popolazione unitaria.
Tanto che in pochi decenni estesero il loro dominio a quasi tutta la Gallia. L’aristocrazia franca si
appoggiava alle maggiori città e aristocrazie (spesso costituite da vescovi) gallo-romane, con cui
popolazione si integrò. Alla metà del VI secolo si registra una forte conflittualità interna, specie tra
le zone di Neustria e Austrasia; la sconfitta di Brunilde a opera di Clotario II vide l’affermarsi del
ramo legato alla Neustria. In questo contesto emerse la figura del funzionario regio, o “maggiordomo”
d’Austrasia, Pipino il Vecchio, di lignaggio “carolingio”. Gli esponenti di questa famiglia riuscirono
a rendere ereditaria la loro carica, e esautorarono via via i poteri dei merovingi. Decisivo fu il ruolo
di Carlo “Martello”, che nel 732 fermò i musulmani a Poitiers. L’ultimo re merovingio, Childerico
III, fu deposto dal figlio di Carlo Martello, Pipino il Breve, nel 751. Pipino si fece consacrare con
l’olio santo dal vescovo Bonifacio: cerimonia dell’“unzione”, poi ripetuta da papa Stefano II,
interessato all’aiuto dei Franchi contro i Longobardi. Pipino sconfisse due volte i Longobardi e
consegnò al pontefice l’Esarcato e la Pentapoli, i territori ex-bizantini che si estendevano da Romagna
a Marche; avviò poi le prime campagne militari contro i Sassoni, che furono riprese dal figlio Carlo
“Magno”, salito al trono nel 771. Carlo si mosse contro i Sassoni a est del Reno, in Baviera, e si
scontrò a Roncisvalle coi montanari baschi (Rolando, prefetto della marca di Bretagna). Sconfitti i
Longobardi di Desiderio a Pavia nel 774, Carlo integrò nei suoi domìni il regnum Langobardorum,
che comunque mantenne a lungo uno status privilegiato (i Longobardi resteranno padroni della solo
Benevento fino ai Normanni). Quando papa Leone III fu fisicamente in conflitto con i suoi oppositori
nell’aristocrazia romana, Carlo lo ricondusse a Roma sotto scorta militare, e nello stesso anno, l’800,
fu incoronato Imperatore (re di diversi regni) del Sacro Romano Impero (dizione successiva ma che
lo caratterizza bene), con un atto di reciproca legittimazione tra Leone III (nei confronti sia dei suoi
rivali romani, sia del vescovo di Bisanzio, al tempo in cui l’Impero Bizantino – ex-Impero romano
d’Oriente – era governato da una donna, Irene), e Carlo Magno stesso. Dunque il nuovo Impero
carolingio è molto diverso da quello ex-romano per estensione (molto più ridotta), organizzazione,
cultura, economia, popolazione, ideologia. In particolare, comincia (già prima col battesimo di
Clodoveo, l’unzione di Pipino, e poi la consacrazione a Imperatore di Carlo Magno) la reciproca
legittimazione tra imperatori e papi (che in séguito andrà in crisi). Il nuovo impero ha carattere
“sacrale”, e si richiama (con una finzione storica e ideologica) alla tradizione dell’estinto impero
romano d’Occidente: tradizione di potenza militare (utile ai nuovi sovrani medievali) e di potenza
cristiana, almeno dopo Costantino e Teodosio (utile ai vescovi di Roma contro i loro oppositori sia
nelle altre famiglie aristocratiche romane che si contendono il seggio vescovile, sia contro gli altri
vescovi delle più importanti città che contendono a Roma il primato sulla cristianità intera). Il
carattere “sacrale” della sovranità (come fosse “benedetta” da Dio attraverso il vescovo di Roma), e
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il richiamo alla romanità, sono allora strumenti di potere, ideologie funzionali alla legittimazione di
sovrani e papi – dove “legittimazione” significa: farsi riconoscere una propria “superiorità” dagli e
sugli altri potenti signori laici e ecclesiastici. Con ciò però si accentua ulteriormente la commistione
tra poteri “spirituali” e poteri “temporali” che c’era sempre stata, fin da prima della caduta dell’Impero
(i vescovi erano e continueranno a essere gli aristocratici delle città, su cui esercitano poteri di fatto).
Fedele alla concezione patrimoniale del regno, Carlo lo suddivise tra i suoi tre figli, ma alla fine la
guida fu assunta dall’unico sopravvissuto, Ludovico il Pio. Questi accentuò l’ideologia cristiana
dell’Impero, ma emanò pure una Constitutio Romana nell’824, con cui vincolava la consacrazione
papale a un precedente giuramento di fedeltà all’Imperatore. In tal modo si accentuava sempre più la
compenetrazione di poteri pubblici e poteri ecclesiastici. L’Ordinatio Imperii con la quale aveva
spartito il regno tra i suoi tre figli fu modificata per la nascita di un quarto erede. Alla sua morte,
nell’841, si scontrarono gli eserciti di Carlo “il Calvo”, che ormai controllava la Francia occidentale,
ossia la Gallia, di Ludovico “il Germanico”, a capo della Francia orientale a est del Reno, e di Lotario,
sovrano dei territori italiani. Nell’843 a Verdun i tre fratelli si spartirono il regno. Quando Ludovico
II, figlio di Lotario, morì senza eredi nell’875, il regno d’Italia fu conteso dai più potenti lignaggi
locali, mentre i Franchi dovevano difendersi a nord dai Normanni e a sud dai Saraceni (i musulmani).
La guida dell’impero andò a Carlo “il Grosso”, ma quando questi morì nell’887 il processo di
frantumazione dei poteri era già da tempo avviato.
In questo periodo non ci sono più in Europa occidentale dei Regni accentrati e unitari. I poteri
sono in mano a signori e baroni locali, che li esercitano di fatto su porzioni di territori. In mancanza
di un potere centrale, le popolazioni cercano protezione e giurisdizione presso i signori locali, anche
a seguito delle “nuove invasioni” (come quelle ungare) tra X e XI secolo. Si verifica un processo di
“incastellamento”: l’Europa viene costellata di piccoli e grandi “castelli” recintati, di proprietà dei
signori locali, ove si rifugiavano gli abitanti del territorio circostante (controllato di fatto dai quei
signori) in caso di incursioni nemiche. Rimangono ancora dei sovrani e delle dinastie variamente
imparentate con quelle dei discendenti dei protagonisti di Verdun, e rimangono dei titoli regali, ma
questi “re” non hanno di fatto che poteri su piccoli territori, poteri non superiori (tranne che per
prestigio) a quelli delle aristocrazie locali che controllano ciascuna un proprio territorio. Solo molto
lentamente, in Germania, in Inghilterra, in Francia, e in Spagna, alcune dinastie più forti (per
prestigio, per potenza economica, per forza militare, per alleanze strategiche, per politiche
matrimoniali, ecc.) cominceranno (anche col sistema della concessione feudale di “benefici”) a
ricompattare gli Stati frammentati, e a farsi riconoscere come sovrani “superiori” da parte dei signori
e baroni locali. Questo processo durerà molti secoli, e terminerà solo nel 1400, con la “Guerra dei
Cent’anni” (che ridefinisce Francia e Inghilterra) e con la Riconquista spagnola della penisola iberica
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dagli arabi. Inghilterra, Francia e Spagna diverranno le prime tre monarchie “nazionali” (ma l’idea
moderna di Nazione verrà ridefinita nel 1800) a stabilizzarsi. Invece l’Italia non sarà mai uno Stato
unitario fino al 1861, e la Germania continuerà a essere, nonostante il tentativo della dinastia degli
Ottoni (IX sec.), un Impero internamente frammentato, dove resteranno forti e quasi autonomi i poteri
dei sovrani territoriali interni all’Impero, spesso solo formalmente “sottoposti” all’Imperatore. Infine,
anche la chiesa romana cercherà di costituire un proprio Stato territoriale già a partire dall’VIII secolo.
In particolare in Italia del Nord, dopo il IX secolo, i conflitti per il potere tra le famiglie preminenti,
in particolare quelle del Marchese del Friuli Berengario I e quelle del casato di Ivrea e di Spoleto,
spinsero a chiedere l’intervento militare prima del re di Borgogna, poi del re Ugo di Provenza; dopo
complessi conflitti interni, una politica matrimoniale portò il Nord sotto il dominio dell’Imperatore
germanico Ottone I, che sposò Adelaide, vedova di Lotario figlio di Ugo (metà X sec.). Intanto il Sud
finì sotto il dominio dei Normanni, che con l’appoggio della chiesa scacciarono i Saraceni e i
rimanenti Longobardi tra XI e XII sec. In Francia invece, il titolo regio fu a lungo conteso tra i lontani
eredi dei carolingi, e i Conti di Parigi della dinastia dei Robertingi, i quali solo nel 987 con Ugo
Capeto riuscirono a impossessarsi stabilmente del titolo sovrano, e procedettero a una faticosa politica
di ricompattamento del territorio (Ugo Capeto governava solo la zona di Parigi e altre zone limitrofe),
inizialmente molto diviso tra Contea di Bretagna, ducato di Normandia, di Aquitania, di Tolosa, di
Provenza, di Borgogna, eccetera.
Organizzazione amministrativa, culturale, economica dell’Impero carolingio: da studiare dal
libro di testo. (dell’anno precedente, oppure dal nuovo pp. 24,25,26,52,53)
Origine e espansione dell’Islam tra VII e X secolo: da studiare dal libro di testo. (dell’anno
precedente, oppure dal nuovo pp. 8-9)
I primi popoli slavi. Gli Slavi compaiono per la prima volta nel VI sec. tra i protagonisti delle
invasioni, per poi sparire quasi del tutto dalla documentazione e riapparire nel sec. VIII, quando ormai
avevano portato sotto il loro controllo gran parte dei territori dagli Urali fino all’Europa centrale.
Inizialmente gli Slavi erano una popolazione sedentaria tra i fiumi Vistola, Dnestr e Dnepr, dedita
all’agricoltura e all’allevamento, e costretta a migrare a causa della pressione da gruppi come gli
Unni. Non erano organizzati in regni ma in comunità tribali di villaggio, le sklaviniae, prive di
coordinamento centrale. Tra VIII e IX sec., anche come effetto dell’espansione, si delineano tre
gruppi principali: gli Slavi orientali, da cui discesero i Russi e gli Ucraini; gli Slavi occidentali, che
si ramificarono in Polacchi, Sorabi, Cechi, Slovacchi; gli Slavi meridionali, divisi in Serbi, Croati,
Sloveni, che si stanziarono nei Balcani approfittando della debolezza di Bisanzio, e qui
sovrapponendosi ad altre popolazioni come gli Avari o i Bulgari (da bulgha = mescolare), questi
ultimi di etnia turca. Solo dal IX secolo gli Slavi danno vita a regni territoriali, anche scontrandosi
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con Franchi e Bizantini, i quali vi inviarono missionari. Tra questi, i bizantini Cirillo e Metodio, che
tradussero la Bibbia in paleoslavo, elaborando un nuovo alfabeto, il glagolitico (cirillico), che
riproduceva i fonemi dello slavo con caratteri derivati dal greco. I Serbi e i Bulgari, che avevano dato
vita a due regni, furono così più prossimi all’influenza bizantina, così come pure gli Slavi orientali;
mentre i Croati, i Cechi, gli Slovacchi e gli Sloveni furono cristianizzati dai Franchi e stabilirono
maggiori legami con l’Occidente.
In seguito: I Bulgari si fondono con alcune popolazioni slave in Tracia nel 679 dando vita a uno Stato
autonomo (Bulgaria), e con Boris I (IX sec.) si convertono al cristianesimo. La Bulgaria verrà poi
occupata dai Bizantini nel X secolo. Nei Carpazi, la caduta (dovuta ai Franchi di Carlo Magno) del
Regno di Avari e Slavi, favorisce poi il sorgere di Stati autonomi, come il Ducato di Moldavia (che
comprende Slovacchia, Boemia, Ungheria), che a sua volta viene conquistato dagli Ungari (gruppo
ugro-finnico) nel X sec., che dopo la sconfitta per mano dell’impero germanico di Ottone I (955) si
stanziano in Ungheria con re Stefano (successivamente, il regno di Ungheria in seguito a complesse
questioni dinastiche, passò prima ai francesi angioini e poi all’Impero germanico). Il Principato di
Boemia è riconosciuto da Ottone I nel X secolo; all’inizio del 1300, la sua guida fu assunta dal casato
germanico dei Lussemburgo. Con l’imperatore germanico Carlo IV (alla metà del XIV sec.), la
fioritura di Praga era al culmine, ma l’emarginazione dai Boemi da parte dei tedeschi sollevò un forte
sentimento “nazionale” di rivolta. Il regno di Polonia trovò una sua unità solo agli inizi del 1300
grazie all’appoggio della Chiesa romana (avamposto cattolico nella zona di fede cristiano-Ortodossa).
Il Granducato di Lituania sorse invece per esigenze di unione, per far fronte alla pressione dei Russi
di Novgorod; il sovrano Jagellone, dopo la conversione al cristianesimo, si inserì in una crisi dinastica
in Polonia e ne ottenne la corona nel 1386.
La Russia: Nella pianura sarmatica, si assiste all’assimilarsi delle popolazioni slave e di quelle dei
Vareghi (svedesi-normanni-vichinghi; Rus è parola finnica per indicare i Vareghi). Fino al XII sec. il
principale Stato degli slavi orientali furono il Regno di Kiev (un insieme di principati autonomi), e
quello di Novgorod. Nel corso del 1200 Kiev fu conquistata per l’espansione dei Mongoli che
portarono sotto il loro controllo gran parte dell’odierna Russia. Ciò però non impedì ad alcuni
principati slavi, come quelli di Novgorod e di Mosca, di svolgere una politica autonoma e espandersi
territorialmente soprattutto durante il XIV secolo. La preminenza di Mosca, divenuta principale
riferimento degli slavi cristiano-ortodossi, fece sì che, verso la fine del 1400, Novgorod e gran parte
dei principati minori fossero assorbiti da Ivan il Grande (1462-1505), fondatore dello Stato russo.