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La carta didentit dellOccidente: storia del concetto di democrazia

A partire dalla riforma di Clistene, nellAtene del V secolo a.C., che riconosce al popolo il diritto di autogovernarsi, mutando radicalmente il sistema politico greco, la democrazia viene a delinearsi come TOPOS, luogo per eccellenza della politica, parola-chiave che, pi di ogni altra, identifica il nostro mondo, non solo una forma di governo, ma un ideale, un insieme di valori, la vera carta didentit dellOccidente. La tradizione antica inaugura un modello di democrazia diretta e partecipativa, fondato sulla prassi del dibattito deliberativo e sullassenza di burocrazia. NellAtene di Clistene, ad ogni cittadino viene riconosciuta la facolt di parola allinterno dellEkklesia, assemblea generale cui possono partecipare tutti i cittadini che hanno compiuto i diciotto anni di et, le deliberazioni vengono prese a maggioranza, gli esponenti che ricoprono cariche pubbliche vengono scelti per sorteggio e rimangono in carica per una o due annualit non rinnovabili. Tale dinamica permette non solo un continuo rinnovamento della classe politica, ma offre anche la possibilit a tutti i cittadini di poter partecipare direttamente e attivamente al governo della citt. Dallantichit greca fino alle rivoluzioni settecentesche, il concetto di democrazia cade in discredito, cominciando ad essere associato ad una forma di governo soggetta allinstabilit politica e allincostanza della volont popolare. Con Pericle, infatti, la partecipazione diretta dellintera cittadinanza alla gestione della cosa pubblica, porta ad una tendenziale coincidenza tra forma di governo e forma di vita, tra sfera pubblica e sfera privata: lesercizio del diritto alla partecipazione politica attiva per chiunque ne abbia le capacit, offre un quadro di certezze anche per il perseguimento di vantaggi privati. La dinamica democratica viene cos a configurarsi come uninclusione nellarea del privilegio. forse proprio con Pericle che nasce quel concetto di conflitto di interesse che in et contemporanea prende il sopravvento. Ma cosa si intende per conflitto di interesse? Fare linteresse di uno contro linteresse di tutti o, come era inteso da Pericle, si intuisce che chi governa, facendo linteresse di tutti, fa anche il suo, che uno dei tutti? Senofonte vede nelluomo democratico quella logica di vantaggio egoistico che porta inevitabilmente e irreparabilmente allinquinamento della democrazia, vista come quella forma di governo che offre a tutti lopportunit di accedere alle cariche pubbliche e di parlare liberamente; ma, se a chiunque viene offerta la possibilit di esprimersi in libert, questi non potr che farlo in favore dei propri interessi egoistici. Lo stesso Platone si identifica come antidemocratico, in quanto rifiuta uno dei principi teorici fondamentali della cultura democratica: la tesi di una comune gestione della cosa pubblica. Una societ giusta , per Platone, una comunit politica allinterno della quale ciascuno esercita lattivit cui lo destina la propria inclinazione naturale, una societ in cui le classi stanno al loro posto, non vi equiparazione dei ruoli tra governanti e governati, presente una naturale divisione del lavoro, grazie alla quale le classi differenti di cittadini possono trovare unadeguata collocazione, la quale espressione di giustizia e felicit tanto per lindividuo quanto per lintera comunit. Aristotele ritiene che quella libert, sulla quale si fonda la costituzione democratica, sia la causa originaria del conflitto distruttivo tra le classi. La libert consiste infatti nellessere governati e nel governare a turno, che ci che determina leguaglianza politica dei cittadini (tutti possono accedere alle attivit di governo), e nel vivere ciascuno come si vuole, che ci che determina leguaglianza economica degli stessi. Tuttavia, questultima non realistica n realizzabile e porta allintroduzione di un potenziale conflitto tra eguaglianza dei diritti e diseguaglianza delle ricchezze e di conseguenza tra ricchi e poveri. I primi cercheranno di

estendere la diseguaglianza economica anche alla sfera dei diritti, mentre i secondi cercheranno di estendere leguaglianza politica anche alla sfera economica. Aristotele individua una possibile soluzione in un governo misto di democrazia e oligarchia, basato su una distribuzione delleguaglianza secondo il merito. Sar la tradizione medievale ad inaugurare il modello della democrazia rappresentativa: la dottrina della rappresentanza politica rimane infatti estranea alla tradizione antica, la quale escludeva la possibilit di affidare la gestione del governo, anzich allintera cittadinanza, ai suoi rappresentanti eletti. Il concetto di rappresentanza si sviluppa soltanto nel Medioevo come caratteristica propria di governi monarchici o aristocratici, i cui sovrani convocavano le assemblee rappresentative delle diverse classi sociali per discutere di importanti questioni di Stato. La dottrina della rappresentanza attinge al principio romanistico della sovranit popolare, che distingue la titolarit del potere dal suo esercizio. Il popolo, originario depositario della sovranit, lindiscusso titolare del potere, che trasferisce (translatio imperii) o delega (concessio imperii) al monarca, affidandogli il compito di esercitarlo. Nasce cos la democrazia rappresentativa indiretta, unione del principio democratico del governo del popolo con la prassi non democratica della rappresentanza politica. Per Tommaso dAquino sono proprio i rappresentanti delle diverse fazioni, che, affiancando il monarca e facendosi portavoce delle istanze delle classi aristocratiche e dei ceti popolari, riusciranno ad evitare quel conflitto distruttivo tra ricchi e poveri presente in Aristotele. Con la tradizione repubblicana moderna, che attinge dalla tradizione romanistica sia il concetto di sovranit popolare, sia quello di repubblica quale forma di governo alternativa al potere monarchico, non si estingue soltanto loggetto della democrazia greca, ma anche il suo riferimento semantico: essa si afferma sotto altri nomi, come popolo, repubblica, res publica. Mentre la democrazia richiamava la cosa di una parte, la parte pi povera del tutto, il termine Res publica designa un sistema politico aperto a tutti, nellinteresse di tutti, assumendo il profilo di un governo misto, a met strada tra due forme egualmente tiranniche: il governo di uno solo e il governo del popolo. Il progetto di un governo misto, sullesempio di Roma repubblicana con il suo sistema di consoli, Senato e tribunato della plebe, nasce dal riconoscimento del popolo come entit differenziata (al contrario di quanto avveniva nella tradizione precedente, dove il popolo veniva identificato come ente collettivo privo di differenziazioni al suo interno rif. Marsilio da Padova) ed quindi volto ad elaborare un modello costituzionale in grado di mediare tra interessi contrapposti. Lo stesso Machiavelli sottolinea come la repubblica non coincida con la democrazia: lideale repubblicano di una comunit affida alla partecipazione civica, articolata su diversi organi collegiali, il compito di determinare le condizioni necessarie a garantire il benessere attraverso lautogoverno. La compresenza di organi istituzionali diversi permette di rappresentare istanze sociali potenzialmente confliggenti. Grande importanza viene attribuita alle virt civiche dei cittadini: stata la prudentia del popolo, ovvero la capacit di non degenerare in volgo corrotto ad aver reso grande e potente la repubblica romana. E il governo misto repubblicano dunque la forma costituzionale che meglio esprime la struttura di governo da cui possono derivare le virt civiche necessarie a fondare un libero ordinamento che favorisca il perseguimento del bene comune rispetto agli egoismi particolari. Althusius e Pufendorf rappresentano i due modelli opposti di repubblicanesimo e democrazia: Althusius elabora la sua teoria a partire da una concezione di popolo inteso come insieme di parti differenziate. Esso, depositario del diritto di sovranit, non esercita direttamente il potere, ma lo affida ad un Sommo magistrato, il cui compito di amministrare viene controllato dai diversi organi collegiali. Lazione unitaria di governo non si identifica dunque con la volont popolare, ma con la necessit di dare espressione alle varie forme collegiali.

Non perci pensabile che tutti governino: per i cittadini la garanzia di pace sociale non costituita dalla forma democratica di governo, ma dal controllo degli organi collegiali dai quali dipende il potere del Sommo magistrato. Pufendorf elabora, invece, la sua teoria partendo da una concezione di popolo inteso come totalit indivisa. La societ politica, voluta da tutti, agisce come se fosse una sola persona. Il potere viene dunque delegato ad una sola persona o ad un gruppo di governanti che agiscono in nome della totalit del corpo politico. Il XVIII secolo con le sue rivoluzioni, complice lascesa della borghesia, porter alla dissoluzione della societ cetuale tipica del Medioevo con il conseguente spostamento del potere dai castelli feudali ai governi delle citt e ad una piena e concreta realizzazione della dottrina della rappresentanza politica: i cittadini sceglieranno i loro rappresentanti, non in qualit di membri di una determinata corporazione, ma perch individui e cittadini in quanto tali. Ne Il Federalista (1788) si trova lennesima conferma della radicata sfiducia dei repubblicani nei confronti degli istituti democratici (in contrasto con la nascita del movimento repubblicano dei livellatori, fondato sul perseguimento delleguaglianza politica e giuridica degli individui): irrealistico ritenere che tutti i cittadini possiedano strumenti e volont per giungere ad una soluzione razionale dei problemi politici ed impensabile sostenere che uno stato di perfetta eguaglianza relativamente ai diritti politici possa automaticamente livellare propriet, opinioni e passioni. La soluzione di governo pi stabile ed equilibrata rappresentata da uno Stato allinterno del quale la dottrina della rappresentanza non viene concepita nella funzione esecutiva degli interessi dei cittadini, ma come una prassi attraverso la quale i rappresentanti agiscono con un certo margine di autonomia, in qualit di attori delle decisioni politiche. Un sistema rappresentativo nella sua funzione esecutiva non infatti in grado di impedire la formazione di maggioranze oppressive o monopoli di potere. La linea di confine tra una democrazia assembleare e una democrazia rappresentativa propria di una repubblica rappresentata dalle dimensioni di uno Stato: la democrazia assembleare limitata a piccole localit, la democrazia rappresentativa propria di una repubblica pu estendersi a grandi territori. Lestensione del territorio e lampiezza della popolazione offrono allelettorato maggiori possibilit di scegliere candidati meritevoli, una pi ampia frammentazione politica che impedisca la nascita di monopoli di potere e il bilanciamento del potere centrale con i singoli poteri locali. Ma i problemi di un governo misto diventano ben presto evidenti con lascesa della borghesia: si prende atto del fatto che non esista una classe sociale capace di mediare gli interessi della maggioranza con quelli della minoranza. Si apre let della democrazia moderna. Con Locke, alla tradizione moderna del governo rappresentativo del popolo si associa il principio liberale di una legge superiore, la costituzione, che impone limiti al potere. Con Montesquieu, la soluzione al conflitto distruttivo tra interessi confliggenti viene trovata nella separazione istituzionale del potere nelle sue tre articolazioni essenziali: legislativa, esecutiva e giudiziaria. La libert salvaguardata se i tre poteri sono attribuiti ad organi separati: quando nella stessa persona risiedono i tre poteri, non c pi libert. Occorre che ad esercitare ciascuno di essi sia un gruppo sociale diverso. Lequilibrio tra forze sociali con interessi diversi deve realizzarsi solo tra legislativo ed esecutivo, il giudiziario deve restare fuori gioco: esso non deve essere affidato ad un corpo permanente, ma deve essere esercitato da cittadini estratti a sorte per formare un tribunale che resti in carica solo finch la necessit lo richiede, affinch si tema la magistratura e non il magistrato. Unaltra soluzione proposta da Montesquieu quella della Repubblica federativa: una societ di societ in cui

le associazioni si ingrandiscono grazie ai nuovi associati, creando nuove societ, parti di uno Stato pi grande che tutte insieme fondano e capace di mantenere la sua grandezza senza corrompersi al suo interno. Anche Kant sostiene che se allinterno di uno Stato democratico tutti pretendono di formulare le leggi e di esercitare la propria sovranit sugli altri, legislativo ed esecutivo finiscono per coincidere e la democrazia si avvicina pi al dispotismo che non al repubblicanesimo. Il grande scontro moderno quello tra libert e democrazia, dove la libert si fa liberalismo, facendo emergere il profilo di una societ civile che intende difendersi dallestensione generalizzata dello Stato, percepito come minaccia per le libert civili, e la democrazia si fa forma di Stato, non pi solo forma di governo, assumendo il profilo di una teoria che antepone la formazione del popolo, cio dello Stato, alla teoria della forma di governo. Constant in polemica con Rousseau smentisce lideale secondo il quale il cittadino, nella formazione della volont generale (quellio comune assoluto e immutabile, garante della sovranit popolare, che come tale non pu essere rappresentata), dandosi a tutti non si d a nessuno: al contrario, il cittadino si d a coloro che agiscono in nome di tutti e questo non determina una condizione di eguaglianza per tutti, poich i rappresentanti della volont generale diventano minacciosi per la sopravvivenza delle libert civili. Constant trova un punto di incontro tra democrazia e liberalismo introducendo il concetto di libert negativa: esso non si attua tanto nella partecipazione diretta dei cittadini al governo, quanto nella difesa della libert individuale da ogni interferenza statuale. Nel suo testo, intitolato La libert degli antichi paragonata a quella dei moderni del 1819, spiega come, per gli antichi, la libert intesa come partecipazione (esercizio diretto della sovranit popolare) fosse prioritaria al punto tale da subordinare lesistenza privata del cittadino agli interessi della comunit. La libert dei moderni , invece, incentrata sulla libert intesa come rappresentanza e difesa della sfera privata da ogni interferenza da parte dello Stato. Tocqueville, da liberale, antepone la libert dellindividuo alleguaglianza sociale, poich una spinta incontrollata alleguaglianza sociale genera un governo dispotico e lannullamento delle libert. Oggetto di analisi la democrazia realizzata in America, la cui caratteristica fondamentale rappresentata dalleguaglianza delle condizioni, non dei beni, ma dei diritti per ogni singolo individuo. Le condizioni che hanno favorito la democrazia in America sono principalmente tre: la mobilit sociale, favorita dallassenza di differenze ereditarie lautonomia della societ civile dal potere politico, assicurata dallesistenza di associazioni spontanee e della libert di stampa lautonomia amministrativa: il comune diventa strumento fondamentale di autogoverno, argine della tirannia della maggioranza, la quale si fonda sullidea che vi sia pi cultura e pi saggezza nel numero che nella qualit.

Linconciliabilit tra democrazia e liberalismo trova dunque attenuazione nel decentramento amministrativo. Bentham e James Mill attenuano ulteriormente la conflittualit tra liberalismo e democrazia formulando un linguaggio utilitaristico unito alla dottrina della rappresentanza, capace di realizzare una convergenza di interessi tra i governanti e il maggior numero di persone possibile: solo argomentando in termini di utilit (felicit degli individui) si pu individuare un presupposto oggettivo per realizzare una convergenza di interessi a livello politico.

Anche John Stuart Mill vede nella tensione tra democrazia e liberalismo un rapporto conciliabile, laddove le libert di pensiero, di discussione e di azione coincidano con la diseguaglianza sociale. Quella diseguaglianza che giustifica il diritto degli educatori di educare gli ignoranti. La democrazia , infatti, percepita da Mill come un valore in s, quel processo sociale educativo che porta alla formazione di unopinione pubblica informata e dotata di virt civiche, di forti minoranze capaci di controllare la maggioranza e di lite intellettuali in grado di influenzare lopinione pubblica. Nel XIX secolo si apre quello scenario storico e concettuale che non vede pi come protagonista la lotta tra democrazia e liberalismo, bens tra due tipi di democrazia: quella dei liberali, liberaldemocrazia, e quella dei socialisti, socialdemocrazia. La prima pi inerente alla sfera politica, la seconda pi improntata sulla sfera sociale. Per i pensatori liberali, la democrazia quel sistema istituzionale che garantisce libert politica e assicura garanzie costituzionali a tutti i cittadini, i quali esercitano i loro diritti attraverso i propri rappresentanti parlamentari, in un quadro di assoluta tutela del diritto di propriet, condizione prioritaria di ogni libert. Per i pensatori socialisti, invece, la democrazia quel sistema di libert politica che deve consentire al popolo di creare un ordine sociale capace di cancellare privilegi e distinzioni sociali; la propriet viene percepita come legittimazione ideologica della diseguaglianza sociale, presupposto necessario ma insufficiente per una democrazia autentica, per il raggiungimento della quale alleguaglianza politica e giuridica deve essere associata leguaglianza sociale ed economica. Marx il promotore per eccellenza, pi che di una democrazia sociale, della vera e propria dottrina comunista: egli vede lo Stato come una comunit illusoria, estranea di fronte ai concreti individui, che vi partecipano solo nella loro astratta qualit di cittadini. La via per la costruzione di una democrazia sostanziale deve dunque passare attraverso labolizione della rappresentanza, la quale non permette lintroduzione della democrazia nellapparato amministrativo e nei rapporti di produzione e conduce alla divisione del lavoro e alla separazione della societ civile dallo Stato e, conseguentemente, attraverso labolizione della diseguaglianza tra gli uomini con leliminazione della propriet privata, considerata fonte di legittimazione della stessa e della divisione del lavoro. La coincidenza tra Stato rappresentativo e produzione capitalistica deve dissolversi per far posto ad una pi radicale concezione della democrazia, una democrazia comunista, in cui gli uomini governano collettivamente gli affari comuni in una societ priva di classi, allinterno della quale il libero sviluppo di ciascuno compatibile con il libero sviluppo di tutti e quindi una societ nella quale non presente alcuna separazione tra Stato e popolo e tra interessi pubblici e privati. Mentre Bernstein prende le distanze da Marx, promuovendo una democrazia sociale, un liberalismo organizzatore che, recuperando il concetto di democrazia intesa come libert politica e rafforzando gli istituti democratici quali sindacati e commissioni darbitrato industriali (camere del lavoro e altre istituzioni analoghe), d allautogoverno democratico un aspetto concreto, al contrario, Lenin riprende lapologia marxiana della Comune per giustificare la presenza dei Soviet come autentica espressione della democrazia proletaria. I Soviet, con la loro duplice funzione di organismi di lotta politica a livello locale e di alternativa politica alle istituzioni parlamentari, pongono le basi per un nuovo tipo di democrazia: la democrazia dei lavoratori in opposizione alla democrazia dei cittadini. Con lavvento della societ capitalistica, il trasferimento dei centri di potere dallo Stato alla grande impresa aveva provocato uno svuotamento della possibilit dei cittadini di esercitare adeguate forme di controllo sui luoghi stessi della produzione, al punto tale da ridurre il lavoratore a mero oggetto della catena produttiva. Compito dei Soviet dunque quello di preparare il proletariato ad una nuova gestione del potere, che preveda non solo la rottura della macchina statale, ma anche labrogazione della democrazia stessa con il concetto di dittatura del proletariato.

Nel XX secolo la diffusione del suffragio universale maschile permette a milioni di persone di partecipare al processo di formazione e selezione delle classi dirigenti. Non si tratta pi di valutare lopportunit o linopportunit della partecipazione di massa, ma di stabilire forme organizzative pi adatte a disciplinare la volont popolare. Il processo di ampliamento della cittadinanza pone la politica in una diversa condizione: da problema istituzionale essa diventa problema organizzativo. Si assiste alla creazione di enormi macchine burocratiche allinterno delle quali la democrazia viene ad essere pi che un valore in s, un metodo politico per generare e legittimare la leadership delle classi politiche. Lingresso delle masse durante la Prima Guerra mondiale ha prodotto alcuni effetti importanti, quali: 1) il trasferimento delluso della violenza organizzata dallambito militare a quello della lotta sociale e politica 2) lefficacia della propaganda come strumento di mobilitazione delle masse a fini politici 3) lemergere di capi politici in grado di instaurare con le masse un rapporto carismatico. I problemi generati dalla cittadinanza di massa costituiscono il nucleo portante della teoria weberiana della democrazia: Weber analizza proprio come la cittadinanza di massa accresca il ruolo dello Stato nella gestione della vita materiale dei cittadini, portando alla necessaria presenza di una burocrazia assunta contrattualmente in base a specifiche competenze professionali. Viene cos a configurarsi un problema di legittimit, poich tutte quelle forme di diseguaglianza materiale esistenti, di fatto, impediscono la realizzazione di pari opportunit per tutti: adottare procedure di tipo elettivo anche nella selezione dei funzionari, senza assegnare la priorit alle loro specifiche competenze, porta infatti ad un equilibrio instabile tra equit formale ed equit sostanziale. Weber individua poi un secondo problema, inerente alla relazione tra macchina burocratica e detentori del potere: le competenze tecniche acquisite dai funzionari fanno emergere il dilettantismo di chi detiene il potere, ostacolando anche la possibilit di concrete forme di controllo sulloperato dei burocrati stessi. Egli individua nel sistema parlamentare e nella competizione tra partiti un argine possibile agli sconfinamenti del potere burocratico. La teoria weberiana della democrazia mette in evidenza una democrazia non pi classica, ma plebiscitaria, una sorta di dittatura eletta che tende a scoraggiare la partecipazione dei cittadini al processo di formazione della volont democratica e a concedere agli elettori la sola opportunit di destituire legalmente i leader inaffidabili o incompetenti. Solo lintroduzione di elementi carismatici nel potere legale pu impedire che lestensione della democratizzazione travolga i valori dellindividualismo e della libert. Una nuova teoria viene cos poco a poco a delinearsi: la teoria delle lite. Questa espressione teorica indica la volont di depotenziare le spinte egualitarie connesse allinclusione di strati sempre pi ampi della popolazione nellarea della cittadinanza politica. In Mosca la democrazia si configura come una minaccia per il liberalismo: lintroduzione del suffragio universale promuove inevitabilmente una forma di livellamento verso il basso delle qualit intellettuali e politiche dei rappresentanti. Leguaglianza economica indotta dalleguaglianza politica spegne ogni propensione allattivit individuale e al rischio dimpresa in nome di un collettivismo che spiana la strada al tramonto della classe imprenditoriale e dello stato liberale. Ma, considerando che, in ogni societ, il potere politico appartiene ad un nucleo ristretto di persone, allinterno del quale non sono gli elettori che eleggono il deputato, ma il deputato che si fa eleggere dagli elettori, la democrazia deve essere vista unicamente, secondo Mosca, come metodo per la selezione e il rinnovamento

delle classi dirigenti. In una democrazia il potere pu essere del popolo o per il popolo, ma non sar mai da parte del popolo. Pareto elabora la teoria della circolazione delle lite, secondo la quale la storia non altro che un cimitero di aristocrazie, una sequenza di minoranze privilegiate che lottano per conquistare il potere, per poi degenerare, estinguersi e venire rimpiazzate da altre minoranze. Delinea un movimento sociale ciclico, allinterno del quale llite che agisce in nome delle masse destinata ad organizzarsi in macchine burocratiche volte a favorire un vertice di funzionari; tale vertice strumentalizza lapparente protagonismo del popolo per salire al rango di nuova lite dominante. La democrazia dunque soltanto uno schermo, dietro il quale si nascondono i leader dei partiti politici concorrenti, compresi socialisti, sindacati e imprenditori, che obbediscono alle regole della vita democratica per la conquista del potere e di quote crescenti della ricchezza nazionale. La democrazia viene concepita da Michels come competizione tra oligarchie: essa permette, infatti, a partiti concorrenti, ciascuno retto da unoligarchia, di affrontarsi nella competizione elettorale; la necessit di ottenere i voti dellelettorato offre ai cittadini la possibilit di esercitare un certo grado di influenza indiretta sulle oligarchie di partito e quindi di condizionare le scelte della minoranza governante. Accade perci che i fini strumentali si sostituiscono ai fini ultimi: lorganizzazione diviene fine a se stessa e lobiettivo ultimo, ovvero la realizzazione di una societ socialista, passa in secondo piano rispetto alla necessit di persuasione delle masse per ottenere voti. Schumpeter sottolinea come si sia smarrito il significato di governo del popolo, tipico della concezione classica di democrazia. La teoria classica, infatti, attribuisce allelettorato un grado di iniziativa irreale, ignorando il fatto che le collettivit agiscono quasi elusivamente accettando una leadership: il popolo ha unicamente la possibilit di scegliere ed eventualmente di revocare lautorit politica cui ha delegato la rappresentanza dei propri interessi. La democrazia il governo delluomo politico, allinterno del quale gli elettori hanno il dovere di rispettare la divisione del lavoro tra se stessi e i politici che hanno eletto, dal momento che il cittadino medio infantile e primitivo in campo politico. La sua incapacit di formulare giudizi adeguati non dipende daleducazione o dalla cultura, ma dal fatto che la maggior parte delle questioni politiche estranea alla dimensione esistenziale quotidiana della maggior parte dei cittadini. Il sistema democratico costruito analogamente alla concorrenza economica: i leader commerciano voti sul mercato politico, pi efficace la pubblicazione del prodotto politico maggiore il numero dei voti che possibile ottenere raggiungendo strati pi vasti di consumatori. Il popolo ha dunque il solo compito di selezionatore del personale politico. Lingresso delle masse nellarea della cittadinanza politica conduce ad un potenziamento degli apparati amministrativi e burocratici, che a sua volta genera la nascita di Stati che penetrano ulteriormente nella societ civile e nella sfera economica. Una dilatazione che raggiunge il suo apice con i totalitarismi a cavallo tra le due guerre: il rapporto tra i regimi totalitari e la societ di massa tende ad uniformare il corpo sociale, livellando abitudini, aspettative, stili di vita, eliminando concorrenza economica e differenziazione ideologica sul piano politico; i soli protagonisti della vita democratica diventano gli esponenti delle lite politiche e la concorrenza esistente tra di essi. La crisi della democrazia si verifica nel momento stesso in cui sembra trionfare con lirruzione delle masse nella politica. Se per gli ideologi fascisti e nazisti le masse rappresentano uno strumento facilmente manipolabile da piegare a fini antidemocratici, per i liberali disincantati, come Ortega y Gasset, le masse rappresentano il nemico pi pericoloso della civilt. La ribellione delle masse coincide infatti con i movimenti

totalitari. La fonte del progresso sociale non risiede, dunque, nelle masse ma nellazione di lite intellettuali che interpretano le loro esigenze. La teoria orteghiana non antidemocratica, ma rappresenta il tentativo di restituire unimmagine realistica della democrazia. Ancora una volta si fa sentire forte il binomio democrazia liberalismo, allinterno del quale alla prima estranea ogni preoccupazione per la tutela della libert individuale, mentre il secondo pone dei limiti allintervento dello Stato al fine di ridurre al minimo il pericolo della tirannia e garantire la sfera privata del cittadino. Democrazia e liberalismo vanno tenuti distinti, ma non si escludono reciprocamente: la minaccia di una tirannia pu essere, infatti, contrastata reintroducendo nella democrazia il principio della libert individuale come antidoto allo statismo. A questo proposito, Schmitt mette in evidenza limportanza della democrazia: cos come non possibile rinunciare allidentit, poich si avrebbe uno Stato senza popolo, allo stesso modo non possibile rinunciare alla rappresentanza, la quale non pu prescindere dal potere del popolo. Ma, poich il popolo ha unenergia rivoluzionaria, diventa necessaria una figura istituzionale che lo formi e lo governi. Per questo Schmitt parla dellesigenza di una dittatura sovrana, una minoranza che si faccia carico della volont popolare, che sospenda la democrazia per realizzarla. La scuola di Francoforte tiene un atteggiamento di critica nei confronti del liberalismo, nellesigenza di descrivere come venga prodotto socialmente il bisogno di sottomissione allautorit e quindi, nella fattispecie, come si arrivi allaffermarsi dei regimi. Pollock parla di un capitalismo borghese che si converte in capitalismo monopolistico o di Stato, con il quale si assiste ad un superamento della fase liberistica e liberale del sistema capitalistico e ad un passaggio alla fase autoritaria attraverso il coordinamento di tutte le attivit economiche, effettuato secondo un piano di intervento dello Stato e non pi dalle leggi naturali del mercato. Lo Stato autoritario pu cos cancellare il condizionamento esercitato dal parlamentarismo sul conflitto tra le forze sociali e assumere il profilo ingannevole di uno Stato neutrale, indipendente dalle classi sociali e al di sopra degli interessi di parte. Marcuse teorizza unomogeneit tra vecchi e nuovi capitalismi: capitalismo borghese, capitalismo di Stato e fascismo si fondano tutti su presupposti liberali, quali la difesa della propriet e dello sfruttamento, il cui esito logicamente inevitabile lo Stato autoritario. La dittatura e il regime autoritario non sono affatto idee estranee al liberalismo: liberalismo e autoritarismo corrispondono semplicemente a due diverse fasi dello sviluppo capitalistico. Il culto carismatico e autoritario del capo era gi implicito, secondo Marcuse, nella celebrazione del capo dazienda e del suo spirito di iniziativa. Horkheimer identifica il capitalismo borghese (di concorrenza) con il capitalismo di Stato (monopolistico) e lo Stato con il totalitarismo: il regime totalitario lesito inevitabile di quella logica di dominio presente in ogni epoca e in ogni forma produttiva e sembra rappresentare la sola possibilit di offrire una forma di risarcimento alla vita offesa, irretita in una maglia sempre pi stretta di rapporti burocratizzati. La Seconda Guerra mondiale era stata combattuta in nome di due diverse concezioni del mondo: quella comunista dellUnione Sovietica e quella liberaldemocratica degli Stati Uniti. Al termine dei totalitarismi fascista e nazista, in Occidente si assiste alla progressiva affermazione dello Stato liberale, che trasforma il concetto di democrazia in un elemento insostituibile per la legittimazione delle istituzioni pubbliche e per lidentit di ogni movimento politico. Il popolo diventa soggetto di governo: ogni elettore ha lopportunit di agire in modo politicamente efficace, indirizzando, attraverso il voto, le risorse istituzionali disponibili per condizionare le decisioni di politica pubblica. Si instaura unidea di democrazia

intesa come sistema di regole procedurali per la formazione degli organi rappresentativi. Ben presto, per, lo Stato democratico si trover a dover convivere con i limiti e le aporie della democrazia e a dover fronteggiare gli imperativi contraddittori: da un lato, sostenere lo sviluppo economico senza indebolire la fiducia nel mercato come luogo neutrale della distribuzione delle risorse, dallaltro, mascherare il proprio intervento per continuare a conservare il ruolo di arbitro imparziale. Il senso che si attribuisce al concetto di democrazia non sar mai univoco: si vengono, difatti, a configurare due significati del termine: una democrazia formale, intesa come quel dispositivo istituzionale che garantisce le regole procedurali per giungere alla formazione di organi legislativi sulla base della libert di scelta del cittadino, e una democrazia sostanziale, intesa come quella forma di vita che si ispira non solo ad un ideale di eguaglianza giuridica, ma anche sostanziale, cio sociale ed economica, tra gli individui. Kelsen mette in luce una concezione realistica di democrazia: essa, attraverso la fictio della rappresentanza, rappresenta unicamente il metodo di creazione dellordine sociale. Lideale della democrazia diretta risulta, infatti, incompatibile con i problemi di coordinamento prodotti dai sistemi economici moderni; inoltre, lestensione della cittadinanza, paradossalmente, pone il popolo nella condizione di esercitare sempre meno la sua funzione di soggetto di governo, cos che essa si riduce a semplice attivit di controllo del parlamento, unico vero strumento per la formazione della volont statuale. Kelsen parla di fictio della rappresentanza: il parlamento, infatti, non esplica alcuna volont popolare, ma stabilisce in libert un rapporto puramente compromissorio per garantire lordine sociale. La democrazia dello Stato moderno una democrazia indiretta parlamentare, in cui la volont generale formata dalla maggioranza dei titolari di diritti politici. Diventa dunque necessario rafforzare il principio democratico attraverso i partiti politici, che garantiscano ai cittadini la possibilit di incidere sulla gestione degli affari pubblici. La democrazia moderna si fonda interamente sui partiti, lo Stato dei partiti: lorganizzazione della politica in partiti rende, infatti, possibile laffermazione del principio maggioritario (50%+1) nella prassi parlamentare, come principio di compromesso tra due gruppi essenziali, maggioranza e minoranza. La concezione realistica di democrazia non sta soltanto nellintendere la stessa come procedura per la scelta dei capi, ma anche nella creazione e applicazione delle norme generali e individuali dellordinamento sociale. Bobbio non mette in discussione limportanza del principio maggioritario, ma richiama lattenzione sul fatto che solo uno degli elementi necessari per il buon funzionamento di un sistema politico democratico: un procedimento che non sempre funziona (limiti) e quando funziona, non sempre facile farlo funzionare (aporie). I limiti: - limite di validit: quando una decisione collettiva presa a maggioranza equivale alla decisione di abolire il principio di maggioranza - limite di applicazione: riguarda la sfera dei diritti di libert - limite di efficacia: riguarda lambito delle promesse non mantenute. Le aporie riguardano, invece, la dimensione tecnica del principio maggioritario: esistono infatti i votanti, dei quali non si tiene conto della composizione, i non votanti, esistenti in tutte le democrazie, gli astenuti, che si astengono dallesprimere la loro volont e la maggioranza assoluta, difficile da ottenere quando proposte o candidati sono in numero maggiore di due.

Sartori delinea una concezione della democrazia affine a quella di Schumpeter e quindi intesa come quella procedura in base alla quale i leader competono sul piano elettorale per ottenere necessaria investitura popolare alle funzioni di governo. Il quadro realistico di una democrazia funzionante mette in luce come la democrazia abbia funzionato solo quando era unaristocrazia a governare. Essa vorrebbe essere un sistema di autogoverno, ma riesce ad essere unicamente una poliarchia, ovvero un sistema a finzione maggioritaria prodotto e salvaguardato da un reggimento minoritario. Il popolo acquista il ruolo di governante unicamente nelle occasioni elettorali: quando votiamo per eleggere, non decidiamo singole questioni di governo; il vero potere dellelettorato il potere di scegliere chi lo governer. Le elezioni non decidono le questioni, ma decidono chi sar a deciderle. Decade dunque lidea superata e pericolosa di democrazia, quale forma di autogoverno da parte del popolo: lappello alla partecipazione tende a proporre il cittadino che vive per la democrazia, mentre la democrazia esiste per servire il cittadino. Sartori delinea una definizione minima, necessaria e sufficiente di democrazia, intesa come quel meccanismo che genera una poliarchia aperta, allinterno della quale la competizione nel mercato elettorale attribuisce potere al popolo e specificamente impone la responsivit degli eletti nei confronti dei loro elettori, cos che le leadership sono costrette a farsi ricettive della volont popolare. Dahl rovescia la tesi di Tocqueville: il timore di una tirannia della maggioranza non ha fondamento nel momento in cui intendiamo la democrazia come poliarchia, ovvero come governo di molteplici opposizioni di minoranza. Allinterno di una poliarchia ideale, ogni gruppo egualmente informato sulle possibili conseguenze delle decisioni ed dotato di eguali risorse politiche per condizionare gli esiti, ed eguali possibilit di partecipare alla discussione politica stessa. Allinterno di una societ reale non tutte queste distribuzioni paritarie sono rispettate, poich le risorse sono distribuite in modo da permettere ad alcune cerchie sociali di possedere pi influenza di altre, ma la diversit delle risorse non esclude alcun gruppo sociale dal processo democratico: il potenziale di condizionamento delle masse discende, infatti, dalla propria forza elettorale, che costringe i leader a promuovere linee dazione in accordo con le preferenze reali o presunte dellelettorato, cos che quei gruppi che detengono massicce risorse economiche possono essere contrastati da gruppi che godono di un pi ampio sostegno popolare. Nel Secondo dopoguerra la crescente integrazione dello Stato con la societ civile porta alla nascita dello Stato socialdemocratico o Stato sociale, che assume la gestione diretta non solo dellordine sociale, ma anche dellordine economico: esso, lasciando inalterata la struttura proprietaria, opera, infatti, una redistribuzione del reddito attraverso la leva fiscale ed eroga risorse per soddisfare le crescenti esigenze. Hayek, il cui pensiero politico di ispirazione liberista, vede, nellintervento dello Stato nella politica sociale, il pericolo della tirannia: linterferenza dello Stato viola non solo lefficienza dei mercati, ma anche e soprattutto i nostri pi fondamentali diritti di libert. Il solo ruolo legittimo dello Stato il dominio della legge, affinch siano ridotte al minimo le facolt discrezionali lasciate agli organi esecutivi, detentori del potere. Tuttavia, nelle democrazie moderne, il sistema legislativo non si limita a fissare le regoli formali, ma prevede il perseguimento di politiche di tipo redistributivo. Una societ liberale non una societ egualitaria: eguali devono essere unicamente le regole del gioco da cui vengono determinate le posizioni dei singoli individui, in modo che sia equa la procedura piuttosto che i risultati particolari che deriveranno da questo processo per i singoli. Liberalismo e democrazia convergono unicamente nel principio di eguaglianza di fronte alla legge, dal momento che il primo esige che ogni potere sia sottoposto a limiti, mentre la seconda non ha fini specifici, unicamente un sistema di regole funzionale allincremento della partecipazione politica.

Nozick rigetta lipotesi di correggere le diseguaglianze delle condizioni di vita attraverso un regime di tipo redistributivo: riprende il principio kantiano, secondo il quale gli individui sono fini e non semplicemente mezzi, interpretandolo in termini di diritti. Arriva cos ad elaborare una vera e propria teoria dei diritti: i diritti costituiscono il principio di autoappartenenza, secondo il quale se sono padrone di me stesso, sono padrone anche delle mie capacit e delle mie risorse e, se queste mi appartengono, mi appartiene anche tutto ci che con esse riesco ad ottenere. Si evince che le misure fiscali redistributive imposte alle persone pi capaci per rettificare le diseguaglianze violino tale principio di autoappartenenza. La democrazia deve limitarsi a garantire a tutti le condizioni minimali di rispetto della legge, usando la leva fiscale unicamente per tenere in vita le istituzioni necessarie a proteggere il sistema del libero scambio. Lo Stato propugnato da Nozick uno Stato minimo, guardiano notturno della tradizione liberale, lunico che possa superare il test dei diritti. Downs, Olson e Buchanan elaborano poi una teoria economica della democrazia, attraverso la quale vedono questultima come un sistema di scelte economiche, cos che lindividuo, spinto ad agire al fine di massimizzare la propria utilit, agir in base al proprio autointeresse sia nel mercato sia nella politica. Downs parla del processo democratico come di uno scambio di risorse tra gli elettori e il governo: i cittadini si dispongono nello spazio politico in linea col tipo di intervento che lo Stato promuove nella vita economica. Va delineando una teoria razionale della partecipazione elettorale: votare un comportamento scarsamente razionale, poich ha un valore in s e dipende da un senso di responsabilit sociale, ma lutilit attesa dal voto a rendere razionale lo scambiare il proprio voto sul mercato politico. Olson elabora, invece, una teoria razionale della partecipazione democratica, la cui applicazione si riferisce a tutti gli organismi collettivi che erogano beni o servizi pubblici, ovvero quei beni la cui fruizione a disposizione anche di coloro che non hanno partecipato alla loro produzione. Gli egoisti razionali sono coloro che opteranno per un comportamento da free rider: far agire gli altri beneficiando gratuitamente del loro lavoro. Per incentivare la partecipazione sarebbe necessario che i benefici che ne derivano fossero riservati solo ai partecipanti, ma un tale comportamento incompatibile con la vita democratica. Buchanan elabora poi la teoria razionale delle scelte pubbliche in stretta analogia con la teoria razionale delle scelte individuali: dal momento che gli individui perseguono il proprio interesse, la politica come il mercato non eliminano la possibilit che individui o gruppi specifici impongano costi esterni ad altri (si prenda come esempio lutilizzo di automobili: la comunit trae uno scarso beneficio rispetto al beneficio privato del consumatore; nel decidere quanto consumare per massimizzare il proprio beneficio privato, il consumatore tiene conto solo del suo benessere personale e non anche delle esternalit generate, ovvero del costo aggiuntivo che impone alla societ in termini di inquinamento, per esempio). I neomarxisti esprimono la necessit di uno Stato assistenziale per risolvere il conflitto sociale tra capitale e lavoro. Miliband denuncia in particolare uno Stato non emancipato dagli interessi di classe. In polemica con lidea di uno Stato inteso come semplice garante del funzionamento della concorrenza mercantile, afferma che, nella societ occidentale contemporanea, la classe dominante possiede nei principali apparati dello Stato, soprattutto a livello decisionale, rappresentanza sproporzionata: i funzionari pubblici, reclutati prevalentemente nei ceti imprenditoriali o professionali, trasformano le istituzioni dello Stato in uno strumento di difesa della struttura del potere e del privilegio propria del capitalismo.

OConnor, pur denunciando il conflitto di classe e il divario contraddittorio tra interessi capitalistici e forzalavoro, sottolinea il rischio a cui va incontro lo Stato sociale, cio quello di un sovraccarico fiscale, determinato da una crescita sempre maggiore dei bisogni che lo Stato deve soddisfare per assicurarsi la lealt delle masse e conservare la propria legittimit. La nascita del corporativismo mette in luce le trasformazioni cui soggetta la democrazia del secondo dopoguerra. Lo Stato, infatti, concede a gruppi di interesse organizzati un ruolo istituzionale con rilevanti funzioni pubbliche. Le relazioni tra Stato e gruppi organizzati si fondano su relazioni tripartite tra organizzazioni imprenditoriali, organizzazioni sindacali e apparati istituzionali e, riguardano il modo attraverso il quale vengono negoziate e gestite le scelte decisionali tra societ civile e istituzioni politiche. La conseguenza immediata che tale corporativismo porta nel processo democratico la presenza di grandi gruppi, che si comportano come enti quasi sovrani, sistematicamente consultati dai governi prima delladozione di misure politico-economiche. Luhmann sostiene che il corporativismo tenda a privare il parlamento di ogni capacit di decisione politica in favore degli apparati burocratici, trovando una giustificazione di tale esautorazione nella necessit di realizzare politiche di intervento. La crisi dello Stato democratico non deriva da un deficit di rappresentanza, ma da disfunzioni tra i diversi sottoinsiemi: elettorale, legislativo, amministrativo e giudiziario. Quanto pi il procedimento amministrativo diviene autonomo dalle direttive politiche, tanto pi costretto ad assumersi una sorta di responsabilit per i problemi irrisolti, caricandosi di compiti ad esso estranei e scontrandosi con blocchi di potere non controllabili. Lapparato rappresentativo deve dunque assumere unaltra funzione, non di politicismo locale, ma di tutela dei principi costituzionali, per assicurare la legittimazione del sistema politico. Habermas vede un insolubile rapporto di tensione tra capitalismo e democrazia: le diseguaglianze sociali create dal capitalismo spostano il primato dalle libert democratiche allintervento dello Stato sotto forma di prestazioni sociali concesse assistenzialisticamente per la sua stessa legittimazione. Ma la crisi di legittimazione pu essere contenuta solo se lo Stato pu credibilmente presentarsi come Stato sociale, assicurando il funzionamento del sistema economico, coprendo i costi esterni di produzione, rettificando le diseguaglianze sociali pi acute. Acquistano, dunque, ruolo centrale le condizioni di comunicazione pubblica, che potrebbero generare una volont democratica in grado di favorire lorganizzazione razionale di una societ di liberi ed eguali. La democrazia ancora possibile nelle societ complesse solo se pensata in termini di una teoria comunicativa, allinterno della quale la formazione razionale dellopinione e della volont pubblica pu convertirsi in decisioni elettorali e deliberazioni legislative; il potere comunicativo pu cos trasformarsi in potere amministrativamente adoperabile. I processi storici degli anni Ottanta del Novecento hanno modificato in pochi anni la scena mondiale: in particolare, labbattimento del muro di Berlino del 1989 e la dissoluzione dellUnione Sovietica del 1991 hanno segnato la scomparsa del comunismo, permettendo alle conquiste politiche del liberalismo e della socialdemocrazia di affermarsi anche al di fuori dei paesi occidentali. Due sono le concezioni di democrazia che vanno delineandosi: - una democrazia universalistica, pluralista e inclusiva, basata sul principio di eguali libert a tutti i cittadini, senza distinzioni di provenienza culturale, convinzione religiosa e condotta di vita individuale; una democrazia che si configura come lotta contro lesclusione, nella difesa delleguale diritto alla propriet e ai risultati del proprio lavoro e delleguaglianza del reddito come precondizione delleguale trattamento delle persone

- una democrazia particolaristica, basata anchessa sul principio dellinclusione dellaltro, ma nel senso debole e formale del concetto: non come assimilazione o chiusura al diverso, ma come apertura anche a coloro che sono estranei ed estranei e differenti intendono rimanere; la cittadinanza politica si riferisce a comunit particolari e si mantiene fedele a tradizioni e forme di vita, dalle quali trae legittimazione. Entrambe le concezioni risultano insediate da fenomeni di globalizzazione, che portano al passaggio da uno stadio nazionale della democrazia ad uno stadio cosmopolitico e sovranazionale. Rawls parla della democrazia come di un sistema di giustizia volto a trovare un possibile incontro tra democrazia stessa e liberalismo: leguaglianza democratica deve comprendere leguaglianza di opportunit unita al principio di differenza. A giustificazione di uniniziale diseguaglianza di reddito, le aspettative di coloro che sono in una situazione migliore sono giuste se e solo se migliorano le aspettative dei cittadini meno avvantaggiati. Il principio di equit deve essere dunque inteso come una distribuzione degli oneri e dei benefici della cooperazione sociale, ovvero come lesito di un contratto sociale stipulato tra individui e gruppi differenti. Ma affinch si possa giungere ad un accordo unanime tra di essi necessario che le ineguaglianze economiche e sociali siano per il pi grande beneficio dei meno avvantaggiati, collegate con posizioni e cariche aperte a tutti. Dworkin parla della democrazia come sistema dei diritti, secondo il quale ingiusto che la societ rettifichi le diseguaglianze, poich esse sono il frutto di stili di vita liberamente scelti. Allinterno di tale sistema esiste uno schema distributivo ideale, per cui tutte le risorse della societ sono messe in vendita ad unasta cui tutti possono partecipare liberamente, possedendo uneguale quantit di potere dacquisto iniziale per far proprie le offerte e per dotarsi delle risorse pi opportune al perseguimento dei propri progetti di vita. Se lasta funziona, ciascuno sar soddisfatto del risultato: nessuno preferir al proprio paniere quello di qualcun altro. Si parla di eguaglianza ideale quando nessun membro della comunit invidier linsieme totale di risorse sotto il controllo di qualsiasi altro membro. Ma prima di aprire lasta necessario compensare le diseguaglianze per rendere ciascuno egualmente capace di perseguire i propri piani di vita indipendentemente dalle doti, ma in rapporto con la responsabilit per le scelte individuali. Lapplicazione di tale schema demandata al potere giudiziario, quale garante dei diritti individuali. Il trattamento dei singoli come eguali il principio fondamentale dellordine costituzionale, superiore agli stessi diritti di libert. In et contemporanea la democrazia va delineandosi come sistema delle differenze: la statalizzazione della societ induce ad una difesa della sfera domestica, la quale vuole essere tenuta al riparo dallespansione dello Stato e protetta come ambito di privacy, da tutelare contro ogni interferenza politica. La separazione liberale tra sfera pubblica e sfera privata conduce ad una procedura di esclusione che legittima lestraneit delle donne al mondo politico e sociale, sanzionando la loro subordinazione alluniverso maschile, la quale deriva anche dallassenza di considerazioni legate al genere nel trattamento pubblico delle donne i teorici comunitaristi vedono poi nella neutralit dello Stato liberale, incentrata sulla difesa della libert degli individui, lindebolimento del senso condiviso del bene collettivo, necessario affinch i cittadini accettino i vincoli imposti dallo Stato stesso: infatti necessario valutare le preferenze degli individui per la misura in cui si identificano con una politica del bene comune; non il bene comune che deve conciliarsi con le scelte autonome compiute dagli individui, ma il contrario. Mentre il liberalismo si basa sul principio della scelta collettiva dei criteri di giustizia, il cui tentativo di promuovere una societ giusta impedisce, tuttavia, ai cittadini di prendere in eguale considerazione le pretese degli altri nel caso in cui queste sembrino violare i loro diritti, il comunitarismo si basa sul

principio della scoperta o della ricostruzione razionale di criteri condivisi sulla base di politiche consolidate, tradizioni storiche, culturali e linguistiche di una comunit. Solo in questo modo la solidariet sociale pu realizzarsi indipendentemente dalle implicazioni coercitive proprie del liberalismo le politiche del liberalismo e della socialdemocrazia portano allabolizione della discriminazione cui erano soggetti alcuni gruppi, grazie allintroduzione di diritti sociali di ripartizione e diritti politici di partecipazione; il fenomeno della globalizzazione e del conseguente multiculturalismo implica, per, una trasformazione della democrazia: il nuovo obiettivo della democrazia contemporanea diviene quello di bilanciare luniversalizzazione dei diritti individuali con una politica sensibile alle differenze culturali, oltre che sociali i fenomeni della globalizzazione e del multiculturalismo sembrano segnalare la crisi dello Statonazione: in un contesto in cui la sempre maggiore integrazione tra continenti e popoli hanno ridotto le capacit di controllo dei processi decisionali da parte di comunit locali e di cittadini, il federalismo si configura come il tentativo di adattare lidea democratica al nuovo cambiamento di dimensioni. Allinterno del federalismo, i soggetti sono stabilmente uniti per perseguire determinate finalit politiche, ma non del tutto eguali, conservando pertanto riserve di autonomia nei confronti del sistema superiore. Le strutture federali stabiliscono per via costituzionale obiettivi e limiti della subordinazione dei cittadini al potere centrale attraverso organi indipendenti preposti a dirimere eventuali controversie. Il federalismo non semplice riconoscimento della diversit di tradizioni e forme di vita, ma soprattutto partecipazione responsabile nella scelta dei rappresentanti e nel controllo delle loro decisioni.

Una delle massime churchilliane pi citate e politicamente corrette recita: la democrazia il peggiore di tutti i sistemi di governo, con leccezione di tutti gli altri. In momenti drammatici, in cui bisogna prendere in tempi brevissimi decisioni scomode e spesso dolorose, combattere efficacemente una crisi economica e mantenere il favore della maggioranza dei votanti sono, in effetti, due esercizi sostanzialmente incompatibili: di conseguenza, specie quando si avvicina una scadenza elettorale, i governanti tendono a privilegiare i provvedimenti che scontenteranno il minor numero di elettori su quelli potenzialmente pi efficaci. In estrema quanto brutale sintesi, per colpa della democrazia vengono spesso scartate le misure pi semplici e talvolta anche le pi eque, a favore di altre che incontrano meno ostilit da parte di sindacati, partiti, corporazioni e gruppi di interesse vari, cio di chi dispone della maggiore forza di interdizione. Il brutto che il problema senza soluzioni: in assenza di un impossibile demiurgo mondiale, in grado di prendere decisioni sagge che tutti siano tenuti ad accettare, la massima del vecchio Winston mantiene la sua validit.