Sei sulla pagina 1di 4

STORIA ITALIANA – DA CRISPI A GIOLITTI

L'Italia crispina e la svolta liberale


1. La politica di Crispi: tra il 1878 e il 1896 il governo italiano è retto da Crispi
1.1. Il blocco agro industriale: nuovo ceto dirigente, proprietari fondiari del sud e nuovi
industriali e finanzieri;
1.2. Obiettivi politici generali:
1.2.1. stato forte nella difesa del mercato interno dalla concorrenza
1.2.2. nella difesa degli equilibri sociali, repressione come soluzione questione sociale;
1.3. Crispi: autoritario, modello Bismarck, accentramento potere, sostenitore del pugno di
ferro contro ogni forma di rivendicazione operaia e contadina che intaccasse gli equilibri
esistenti:
1.3.1. Rivolta fasci: 1893 1894 stato d'assedio per rivolta fasci, prezzo pane,
scioglimento associazioni e partiti, limiti attività sindacale;
1.4. I cattolici e la vita politica: dopo il non expedit di Pio IX i cattolici riprendono
l'inziativa politico sociale:
1.4.1. Iniziative coordinate dall'Opera dei Congressi determinano la presenza a livello
capillare dei cattolici nella società facendone un importante soggetto in opposizione
alla politica governativa;
1.4.2. Rerum Novarum: il pensiero sociale cattolico più avanzato trova espressione
nella rerum novarum: maggiore giustizia sociale, accettazione del mondo moderno;
1.4.3. Strategia: organizzare le masse sottraendole all'influenza socialista,
recuperandole all'iniziativa cattolica;
1.5. La politica coloniale di Crispi: si muove entro le scelte già tracciate da Depretis
accentuando il carattere espansionistico e aggressivo della politica estera;
1.5.1. Conferma triplice alleanza e intensificazione rapporti Germania Bismarck;
1.5.2. Seconda fase politica coloniale e tentativo di conquista Abissinia: sconfitte
ripetute fino ad Adua, 1896, dimissioni Crispi e fine seconda fase coloniale italiana.
1.5.3. Il problema: si aprì una grave crisi politico istituzionale per la disfatta coloniale,
per i moti di protesta del carovita, per l'incapacità dello stato di far fronte alle
esigenze delle masse, alla crisi di consensi e di rappresentatività delle istituzioni.
2. La crisi di fine secolo (1897 - 1900): il pericolo di una crisi del fragile sistema politico e il
pericolo dell'iniziativa dei nuovi partiti determinano una forte spinta autoritaria da parte dei
gruppi militari, economici e monarchici più conservatori. La crisi di fine secolo fu prodotta
da:
2.1. Ciclo di depressione economica nei primi del novecento (calo produzione,
investimenti, esportazioni, ecc), spirale di depressione;
2.2. Esposizione delle banche: prive di liquidità per investimenti a lungo termine, fallimenti
a catena. Liquidazione del sistema bancario privato, salvataggio operato dallo stato
(immissione nuova liquidità, assorbimento crediti). Riforma sistema bancario: Banca
d'Italia come istituto di emissione, nascita banche miste collettori risparmio privato per
investimento industriale (CI, BCI) e non più finanziarie o istituti di emissione.
2.3. Ripercussioni sociali: inasprimento sistema fiscale, spese coloniali, caro vita colpiscono
la popolazione che reagisce con tumulti. La reazione è di repressione, Bava Beccaris,
arresti socialisti e cattolici;
2.4. Il progetto autoritario: i gruppi conservatori progettano una svolta autoritaria che
preveda la limitazione della libertà di stampa e associazione. Pelloux, primo ministro,
presente un progetto di legge a tale fine, scontro parlamentare, dimissioni Pelloux,
elezioni.
2.5. La sconfitta del progetto autoritario: le forze di opposizione vincono le nuove
elezioni: le sconfitte coloniali, le divisione nel fronte autoritario, la forza dei movimenti
e partiti di massa, la resistenza delle forze liberali più aperte, la presenza di un nuovo
ceto dirigente portato al dialogo ed alle riforme, la congiuntura economica internazionale
favorevole, spiegano questa sconfitta. Umberto I e Vittorio Emanuele III promuovono il
governo della sinistra liberale: Saracco 1900, Zanardelli 1901.
3. L'età giolittiana: nuova strategia di riformismo sociale tesa a risolvere la questione sociale
con l'inserimento dei ceti subalterni nella vita politico istituzionale della nazione:
3.1. Il problema: come affrontare la questione sociale? Rivendicazioni socio economiche
masse e rivendicazioni politiche:
3.1.1. Strategia reazionaria: concezione dello stato come istituzione tesda a tutelare
interessi ceto dominante e dura repressione di tutto ciò che minaccia tali interessi;
3.1.2. Strategia liberale riformista: stato arbitro questione sociale, la sua finalità
trascende gli interessi delle singole parti, riformismo moderato.
3.2. Giolitti: carriera di funzionario, ministro tesoro Crispi, capo sinistra liberale, primo
ministro 1892-1893;
3.2.1. Strategia: conciliare interessi borghesia industriale con quelli del proletariato
urbano e contadino col dialogo con i socialisti riformisti e con la neutralità dello
stato rispetto alla questione sociale;
3.2.2. Legislazione sociale: solite storie, coinvolgimento sindacati e socialisti e
cattolici, obiettivo allargamento consenso al governo ed alle istituzioni;
3.2.3. Massimalisti e riformisti: Giolitti cerca consenso in quell'area costituita
dall'aristocrazia operaia e contadina avente diritto di voto e facendo leva sulla
divisione dei socialiste tra riformisti e massimalisti:
3.2.3.1. Riformisti: guidati da Turati, rappresentano i ceti operai e contadini più
abbienti. Il loro obiettivo è quello minimo, procedere attraverso graduali
riforme al miglioramento del proletariato accentando il gioco democratico;
3.2.3.2. Massimalisti: guidati da Ferri e Labriola, rappresentano la maggioranza del
proletariato ancora estromesso dalla rappresentanza, sono per l'obiettivo
massimo, la rivoluzione e l'abolizione della società di classe e della proprietà
privata. Nel 1904 ottengono la maggioranza nel partito che però perderà le
elezioni.
4. Il decollo industriale: si vengono definendo gli assetti strutturali del sistema produttivo e del
mercato italiano e si attua il take off o decollo, il sistema di produzione diventa capace di
autoalimentarsi e si potenzia:
4.1. Fattori del decollo: concetto di decollo, l'incremento produzione industriale,
l'affermazione di nuovi settori produttivi, il completamento dell'apparato industriale;
4.2. Organizzazione societaria: si afferma la spa come conseguenza dell'interesse verso i
settori più recenti della produzione; come risultato dell'affermazione della grande
fabbrica in cui al padrone capitano d'industria, succede il capitalista imprenditore che
manovre i pacchetti azionarii e si affida ai managers nella conduzione dell'attività;
4.3. Affermazione dei trust e cartelli: anche in Italia l'unità produttiva si allarga e
nascono concentrazioni in ambito siderurgico (siderurgia) e manifatturiero (zucchero);
4.4. Intreccio economia e politica: molte attività industriali si alimentano della domanda
pubblica e non hanno quale riferimento il mercato interno ma la spesa pubblica e la
protezione dello stato (es. cartello zucchero);
4.5. Il mercato: solo le più moderne industrie lavorano per il mercato, affrontano la
concorrenza, ma perché il mercato possa mantenere un apparato produttivo si richiedeva
un aumento della domanda e la produzione di massa e quindi anche il miglioramento
delle condizioni di vita della popolazione, ma la parte più conservatrice del ceto
dirigente è ancora contraria a tale processo.

La crisi dell'egemonia giolittiana


1. questione meridionale e politica coloniale: limiti della strategia politica giolittiana
riformismo e promozione dell'industrializzazione attraverso un compromesso tra ceto
dirigente e parte del mondo operaio senza superare i limiti dello stato liberale e senza
modificare la struttura produttiva, economica e sociale del paese:
1.1. Questione meridionale: arretratezza struttura agraria, protezionismo, calo esportazioni;
1.2. Provvedimenti a favore del sud: non intaccano i rapporti di potere basati sul dominio
delle oligarchie latifondiste, permane la miseria diffusa, l'estraneità rispetto allo stato,
l'emigrazione, l'impossibilità di avviare modernizzazione e industrializzazione,
disoccupazione, fame, analfabetismo, mancanza sovrastrutture e assistenza sociale;
1.3. La differenza tra nord e sud si accentua, i sistemi del governo sono basati su corruzione,
tolleranza della criminalità organizzata, clientelismo, inefficienza.
2. Politica coloniale: la guerra libica:
2.1. Cause: pressioni gerarchie militari e ambiente di corte; gruppi nazionalistici, gruppi
economici e finanziari, soluzione problema migrazione;
2.2. Strategia: svolta politica estera, accordo con Francia e Inghilterra, Libia turca, 1911 -
1912 trattato di Losanna;
2.3. Ripercussioni: effetto destabilizzante nonostante il consenso popolare:
2.3.1. Frattura partito socialista, espulsione riformisti destra favorevoli guerra, partito
controllato massimalisti, riformisti Turati non possono più garantire appoggio a
Giolitti, viene meno strategia politica compromesso che aveva consentito a Giolitti
di governare;
2.3.2. Nazionalismo: si rafforza il nazionalismo, militarista, antidemocratico che si
oppone al debole governo di Giolitti.
3. La crisi del sistema giolittiano: dopo la guerra di Libia si ha il fallimento della politica del
compromesso con i socialisti di Turati e la necessità di impostare diversamente il sistema
delle alleanze politiche da parte di Giolitti:
3.1. La forza dei movimenti di massa socialisti e cattolici rispetto all'élite dirigente liberale
viene rafforzata dall'approvazione del suffragio universale maschile approvato nel 1912
(30 anni o 21 ma alfabeti). Il pericolo di un trionfo dei socialisti che avrebbe portato alla
fine dell'egemonia giolittiana provoca un mutamento nella strategia politica di Giolitti;
3.2. Il patto Gentiloni e l'alleanza con i cattolici: Gentiloni, presidente dell'Unione
elettorale cattolica, sigla un patto con Giolitti, i cattolici avrebbero votato candidati
liberali in funzione antisocialista in cambio della difesa dei valori cattolici;
3.3. IL movimento cattolico: con la Rerum Novarum e il patto Gentiloni l'ingresso dei
cattolici in politica diviene ufficiale:
3.3.1. Cattolicesimo sociale: Murri, democrazia cristiana per organizzare
politicamente i cattolici. Sturzo pone il problema di un partito cattolico laico,
democratico.
3.3.2. Cattolicesimo conservatore: vi si oppone il blocco clericale conservatore
contrario alla democrazia e schieratosi dalla parte di Giolitti e Gentiloni.
3.4. La svolta conservatrice: la politica riformatrice entra i crisi e si ha un'involuzione per il
condizionamento dei gruppi conservatori liberali e cattolici da cui Giolitti è
condizionato. Si impone una politica autoritaria e nazionalista e non riesce a manovrare
le forze che aveva sollevato in funzione antisocialista;
3.5. Il governo Salandra: nel 1914 diviene capo del governo il conservatore Salandra,
Giolitti si ritira contando di reinserirsi appena vi fosse stato bisogno della sua politica
riformista;
3.6. Il progetto di Giolitti fallisce e per l'affermazione di una politica autoritaria e di dura
repressione causata dagli incidenti della settimana rossa e per lo scoppio della prima
guerra mondiale. Giolitti non riuscirà più a riprendere in mano la situazione.

Gianfranco Marini