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L’ETA’ DEGLI IMPERI

OUVERTURE
Il libro si apre con un aneddoto autobiografico: nell’estate 1913 una ragazza appena diplomata a Vienna (futura madre
dell’autore) riceve in regalo un viaggio nel Levante, ospite da uno zio proprietario di una catena di negozi. Lì conosce
un giovane di Londra (futuro padre dell’autore) di origini modeste, figlio di un emigrato polacco in Inghilterra, il quale
si era recato in Egitto a lavorare per l’impero britannico.
L’agosto del 1914 può essere considerato una cesura naturale della storia perché segna la fine del mondo fatto da e
per la borghesia, e la fine del lungo 800.
Moltissimi scritti sono stati pubblicati in merito agli anni che vanno dal 1880 al 1914: discussioni sull’imperialismo,
sullo sviluppo del sindacalismo e del socialismo, sul declino economico della Gran Bretagna, sulla rivoluzione russa,
sulle origini della 1° Guerra Mondiale.
La cultura del quotidiano è dominata tuttora da 3 grandi innovazioni del periodo 1880-1914: industria pubblicitaria;
giornale a diffusione di massa; cinema.
L’Età imperiale fu un’età di contraddizioni:
- fu era di pace nel mondo occidentale, che generò un’era di guerre mondiali;
- sorsero movimenti organizzati della classe di salariati creata dal capitalismo industriale, che favorivano il
rovesciamento del capitalismo;
- le istituzioni politiche e culturali del liberalismo borghese si estesero alle masse lavoratrici, ma al prezzo di
sospingere la borghesia liberale ai margini del potere politico;
- fu era di profonda crisi d’identità e trasformazione per la borghesia che si sgretola sotto il peso della ricchezza.
Il mondo e la società del liberalismo borghese furono colti dalla morte proprio nel momento dell’apogeo, a causa delle
contraddizioni insite in questa sua avanzata.
LA RIVOLUZIONE CENTENARIA
Cosa è cambiato dalla fine del 1700 alla seconda metà del 1800?
Si è conosciuta e cartografata ogni parte del mondo -> le esplorazioni diventano imprese sportive e di competizione
fra nazioni:
- Le distanze si sono ridotte grazie alla ferrovia e alla navigazione a vapore e alla telegrafia elettrica;
- Maggior densità di popolazione.
Nel corso del 1800, aumentò il divario fra i paesi occidentali e il resto del mondo a causa della tecnologia: nazioni
povere e arretrate potevano essere battute e conquistate facilmente a causa dell’inferiorità dei loro armamenti.
Nel 1880 abbiamo a che fare con 2 settori combinati in un sistema globale: dominanti e dipendenti; ricchi e poveri.
Mentre il 1° mondo è unito dalla storia e dal capitalismo, il 2° è unito dai suoi rapporti col 1°. Nel 1880-90 l’Europa era
il nucleo dello sviluppo capitalistico che dominava il mondo, ma anche la componente più importante dell’economia
mondiale e della società borghese. Nonostante i milioni di persone emigrate nei nuovi mondi, la popolazione europea
cresceva rapidamente e la produzione industriale era il doppio di quella americana.
Confronto:
- Secondo mondo ha città più antiche e/o enormi del Primo;
- anche il Primo mondo è in larga misura agricolo; solo in 6 paesi europei l’agricoltura occupava meno della
maggioranza della popolazione;
- l’industria non è limitata al Primo mondo, ma qualche sviluppo di industria si ha anche nel Secondo.
È giusto considerare l’industria come segno di modernità; nel 1880, nessun paese al di fuori del mondo sviluppato
poteva dirsi industriale.
Il Modello ideale per un paese “avanzato”:
- Stato territoriale, intenzionalmente sovrano;
- Grande abbastanza per fornire la base di uno sviluppo economico nazionale;
- Con un corpus unico di istituzioni politiche e giuridiche di tipo liberale e rappresentativo;
- Con un certo grado di autonomia e iniziativa locale;
- Godimento di fondamentali diritti;
- Rapporto diretto dei cittadini col governo.
Nel mondo sviluppato era il denaro o la sua mancanza, a determinare la distribuzione di tutti i privilegi e non più la
nascita o le differenze di libertà o status giuridico.
La distinzione più netta fra i 2 settori del mondo era culturale: nel 1880 il mondo sviluppato consisteva in gran parte
di paesi in cui la maggioranza della popolazione maschile era alfabetizzata. Le città erano molto più istruite delle
campagne. Il grado di istruzione era uno specchio dello sviluppo economico e della divisione sociale del lavoro.
L’analfabetismo di massa non impediva l’esistenza di una cultura di alto livello anche se appannaggio di una minoranza
numericamente esigua.
L’insegna dell’800 era il progresso, evidente nella tecnologia e nella sua conseguenza, la crescita della produzione
materiale e delle comunicazioni. Il carbone era diventato la fonte più importante di energia industriale; le ferrovie
assorbivano più personale di qualsiasi altra impresa industriale, arrivavano nel cuore delle città dove venivano
costruite stazioni gigantesche e trionfali.
Altri prodotti della tecnologia moderna potevano essere: linee telegrafiche; navi a vapore insieme al lento passaggio
dal legno al ferro in campo navale; turbine e motori a combustione interna; telefono; grammofono; lampadina
elettrica; automobile.
Nel 1870-80 i benefici di questa moltiplicazione di ricchezza non avevano raggiunto la maggioranza degli abitanti di
Asia, Africa, America Latina. In quegli anni, la speranza di vita alla nascita era 43 anni. In quello che sarebbe stato
chiamato “Terzo mondo” la carestia rimaneva endemica. Importante innovazione fu il “grande magazzino” delle città
maggiori, apparso prima in Francia, USA, Inghilterra. Gli USA pensavano già in questo periodo a un mercato di massa
di merci standardizzate di media qualità.
Le novità turbavano usanze antiche e talvolta erano fonte di disturbo: la Chiesa cattolica avversava tutto ciò che il
1800 rappresentava. Nei paesi poco avanzati, il progresso non era un fatto né ovvio né un’ipotesi plausibile, più che
altro era una sfida e un pericolo stranieri.
Gli “évolués” erano gli “evoluti”, cioè coloro che si erano estraniati dal proprio passato e dal proprio popolo, ai fini di
godere dei benefici della cittadinanza francese; ma erano ancora pochi i luoghi in cui la gente di campagna o i poveri
delle città erano disposti a seguirne l’esempio; il mondo era pertanto diviso in:
- una parte più piccola, in cui il progresso era un fatto indigeno;
- una parte più vasta, in cui il progresso giungeva come un conquistatore straniero.
Gli abitanti del Primo mondo vedevano ampie fasce di popolazione come biologicamente incapaci di realizzare ciò di
cui una minoranza di esseri umani di pelle bianca si era dimostrata capace.
Nell’America Latina, ideologi e politici ritenevano che il progresso dipendesse dall’arianizzazione, cioè dal progressivo
imbiancamento della popolazione mediante matrimoni misti e grazie all’importazione di europei bianchi.
Secondo Mill, il dispotismo è una forma legittima di governo quando si ha a che fare con barbari, al fine di migliorarli.
L’ECONOMIA CAMBIA MARCIA
L’economia mondiale dal 1973 è contrassegnata da una crisi commerciale che coinvolge tutte le nazioni. Nonostante
questa crisi duri fino al 1895, la produzione mondiale crebbe impetuosamente: sono gli anni in cui le economie
industriali tedesca e americana fecero passi da gigante e la rivoluzione industriale si diffuse a nuovi paesi.
Economisti e affaristi sono preoccupati della prolungata depressione dei prezzi, degli interessi e dei profitti.
Dopo il crollo degli anni 1870, ciò che è in gioco non è la produzione, ma la sua redditività.
La crisi più vistosa fu nell’agricoltura: la produzione agricola estremamente cresciuta negli anni precedenti, inondava
i mercati mondiali, finora protetti dalla concorrenza grazie agli alti costi di trasporto. Di conseguenza il prezzo del
grano scese con vantaggio degli acquirenti, ma rappresentò un disastro per i produttori.
Gli agricoltori reagirono in vari modi:
- Agitazioni elettorali e rivolte;
- Molti morivano di fame, come in Russia;
- In alcuni Paesi le classi contadine erano scomparse e l’agricoltura venne lasciata atrofizzare;
- In paesi come la Danimarca invece l’agricoltura fu modernizzata;
Ma le 2 reazioni più comuni furono:
- emigrazione massiccia -> attuata da gente povera o senza terra; evitò l’esplosione rivoluzionaria;
- cooperazione -> attuata da contadini con possedimenti potenzialmente redditizi; fornì finanziamenti ai
piccoli proprietari; si moltiplicavano le cooperative per l’acquisto di provviste, di vendita e di lavorazione.
Il periodo 1873-96 fu fortemente deflazionistico. La deflazione riduceva il tasso di profitto: un’espansione del mercato
avrebbe potuto controbilanciare questo inconveniente, ma il mercato non cresceva abbastanza in fretta perché:
- la nuova tecnologia industriale rendeva necessari enormi incrementi di produzione;
- cresceva il numero dei produttori concorrenti;
- un mercato di massa dei beni di consumo stentava a svilupparsi;
- i salari non erano ridotti in proporzione;
- le aziende avevano macchinari obsoleti o nuovi e costosi che, dati i bassi prezzi, faticavano ad ammortizzare.
Il prezzo dell’argento e del suo tasso di cambio con l’oro calavano. Un sistema basato sull’oro e sull’argento, disponibile
in quantità accresciute, avrebbe fatto salire i prezzi grazie all’inflazione. Le banche e i governi non avevano intenzione
di abbandonare la parità aurea fissa, piuttosto erano inclini a proteggere il produttore nazionale dalla concorrenza
delle merci d’importazione.
La Grande Depressione mette fine alla lunga era liberistica. Cominciano Italia e Germania con l’introduzione di tariffe
protezionistiche nel settore tessile, verso il 1880. Solo l’Inghilterra rimase fedele al liberismo puro.
L’Inghilterra è la massima esportatrice di prodotti industriali, ma anche di capitali e di servizi; è anche il massimo
sbocco delle esportazioni primarie mondiali e domina il mercato mondiale di zucchero di canna, tè e frumento. La sua
propensione a importare si accentua durante la depressione quando lascia declinare la propria produzione alimentare.
Per alcuni paesi non era vantaggioso incoraggiare le manifatture nazionali, ma conveniva essere pianeti economici del
sistema solare britannico, poiché il solo equilibrio riconosciuto dalla teoria liberistica era un equilibrio planetario in cui
le economie degli Stati dipendevano dal nucleo sviluppato; oppure non erano interessate a scelte di sviluppo
alternative perché a loro conveniva specializzarsi nella produzione di beni primari per un mercato mondiale.
Ma il mondo sviluppato non era solo un aggregato di economie nazionali: l’industrializzazione e la Depressione
facevano di esse un gruppo di economie rivali, in cui i progressi dell’una sembravano minacciare la posizione delle
altre.
L’eccesso di protezionismo è dannoso per la crescita economica mondiale. Il protezionismo agricolo funzionò in
Francia, ma non in Italia. Il protezionismo industriale giovò ad allargare la base industriale mondiale, incoraggiando le
industrie nazionali.
Adam Smith, ne “La ricchezza delle nazioni” proponeva la teoria del capitalismo liberale, cioè massimizzare i guadagni
e minimizzare le perdite.
Le possibili vie d’uscita dalla depressione erano:
- Protezionismo -> istintiva reazione politica alla depressione, ma non fu la risposta economica;
- Concentrazione -> cioè il trust. La concentrazione economica non va confusa con il monopolio. In America,
vennero emanate leggi antimonopolistiche, gli Anti-Trust Act. Una tendenza verso il monopolio o l’oligopolio
è innegabile nelle industrie pesanti, nelle industrie dipendenti da ordinazioni governative, nelle industrie
produttrici e distributrici di energia, nei trasporti, in alcune industrie di beni di consumo di massa;
- Organizzazione scientifica -> inventata da Taylor, giunse in Europa negli anni ‘90. Nasce dal bisogno di un
modo più razionale o scientifico di controllare le grandi aziende, massimizzandone il rendimento, ricavando
più lavoro dai lavoratori, essenzialmente in 3 modi:
- isolando ogni operaio dal gruppo di lavoro e trasferendo il controllo del processo lavorativo alla direzione;
- suddivisione dei processi in frazioni;
- vari sistemi di rimunerazione salariale per incentivare gli operai a produrre di più.
Tutto questo comportò trasformazioni strutturali nelle grandi imprese: ingegneri, dirigenti, ragionieri, subentrarono
ai gestori-proprietari; la società sostituì l’individuo.
IMPERIALISMO
La Depressione portò in molti paesi alla mobilitazione di lavoratori industriali e al sorgere di movimenti di massa
socialisti e sindacali. Infatti, il calo di prezzi portò alla diminuzione del costo della vita per i salariati e un miglioramento
delle loro condizioni di vita.
Dalla metà anni 1890 alla Grande Guerra, si ha un periodo di prosperità.
Gli economisti hanno concentrato la loro attenzione su 2 aspetti di questo periodo:
- Sulla ridistribuzione della potenza e dell’iniziativa economica, cioè sul declino della Gran Bretagna e sul
progresso di USA e Germania, che avevano una popolazione in crescita che superò presto la Gran Bretagna.
Le esportazioni manifatturiere tedesche hanno un successo clamoroso e battono quelle inglesi;
- Sul problema delle fluttuazioni di lungo e breve periodo, cioè sull’”onda lunga”, con le sue fasi discendente e
ascendente che formano un’onda di circa mezzo secolo.
Il settore industriale cresceva grazie a una rivoluzione continua dei processi produttivi, mentre il settore agricolo
cresceva grazie alla saltuaria apertura di nuove aree di produzione. Nel 1910 il grano disponibile per il consumo nel
mondo occidentale era circa il doppio che nel 1870, ma il grosso di questo incremento proveniva da pochi paesi. Dopo
l’iniziale balzo in avanti nella crescita della popolazione agricola mondiale, questa rallentò. In seguito le ragioni di
scambio si sarebbero tendenzialmente spostate a favore dell’agricoltura, contro l’industria. Questo mutamento gravò
sui costi di produzione dell’industria e sulla redditività.
L’economia era strutturata in modo da scaricare sui lavoratori le tensioni: la crescita dei salari rallentò e le tensioni
sociali si acuirono negli anni prima del 1914.
Che cosa rendeva tanto dinamica l’economia mondiale? La chiave del problema va cercata nei paesi industriali,
motori della crescita globale sia come produttori che come mercati.
Grazie al calo dei prezzi, i clienti disponevano di più denaro da spendere, anche tenendo conto dalla flessione dei salari.
L’industria pubblicitaria si rivolgeva proprio a questi nuovi clienti. La popolazione mondiale aumentò durante il 1800
con un ritmo dal 7% al 14% annuo. I paesi sviluppati formavano il grosso dell’economia mondiale, determinando lo
sviluppo del resto del mondo. Alcune delle economie satelliti andavano meglio di altre, portando beneficio alle
economie centrali in termini di sbocchi per merci e capitali.
Riassumendo, i tratti dell’economia mondiale dell’Età Imperiale:
- Base geografica più ampia; ampliamento del settore industriale, crescita del mercato internazionale e
aumento delle aree di produzione.
- Fu età di rivalità statali, non più monocentrica, ma pluralista -> economie neo industrializzate, comprando dal
mondo sottosviluppato una maggiore quantità di prodotti primari, cumulavano un deficit nello scambio con.
- Rivoluzione tecnologica -> compaiono telefono, telegrafia senza fili, fonografo, cinema, auto, aereo,
aspirapolvere, aspirina, bicicletta, acciaio, turbine.
- Trasformazione della struttura e del modus operandi dell’impresa capitalistica: concentrazione, retrocessione
del libero mercato, tentativo di razionalizzare produzione e condotta delle imprese con metodi scientifici.
- Trasformazione del mercato di beni di consumo -> mercato di massa, nuovi beni come fornelli a gas, bicicletta,
cinema, banana; creazione mass media; vendita del tè in pacchetti standard; crescita settore terziario nel
pubblico e privato, burocrazia.
- Avanzata del collettivismo a spese dell’individualismo.
L’ETA’ IMPERIALE
L’età che va dal 1875 al 1914 può essere chiamata Età Imperiale perché:
- diede vita a un imperialismo di tipo nuovo;
- fu il periodo in cui furono più numerosi gli Imperatori.
Fra 1880 e 1914 la maggior parte del mondo extraeuropeo fu spartito in territori soggetti al governo esplicito o
all’implicito dominio politico di uno Stato. Vittime di questo processo furono gli antichi, preindustriali imperi superstiti
di Spagna e Portogallo. Alcuni stati rimasero indipendenti perché facevano da cuscinetti o perché avevano un territorio
vastissimo e le potenze imperiali erano incapaci di spartirseli. L’unico stato che resistette alla conquista coloniale fu
l’Etiopia, che tenne a bada l’Italia.
Le Americhe rimasero una raccolta unica di repubbliche sovrane e il loro status politico non era considerato da nessuno
se non dagli USA, che però non cercarono mai di conquistarle e amministrarle, ma si limitarono ad annettere Portorico
e una striscia lungo il Canale di Panama. In America Latina, la dominazione economica fu esercitata senza conquista
formale.
Il termine imperialismo entrò nel lessico politico negli anni 1890, nel corso di dibattiti sulla conquista coloniale come
un termine nuovo per indicare un nuovo fenomeno. Nel 1914, gli uomini politici erano fieri di chiamarsi imperialisti,
ma nel corso del 1900 scompaiono di scena.
Analisi leniniana -> il nuovo imperialismo aveva radici economiche in una nuova fase specifica del capitalismo, la quale
aveva portato alla divisione territoriale del mondo fra le grandi potenze capitalistiche in una serie di sfere d’influenza.
Analisi non marxista -> tesi opposta a quella leninista, sostiene negazione di un nesso tra imperialismo e capitalismo,
ritiene che l’imperialismo non ha portato a rivalità insuperabili fra le potenze e che non ha influito sulle cause della
Prima Guerra Mondiale; si concentra su spiegazioni psicologiche, ideologiche, culturali, politiche.
Il dato principale del 1900 è la creazione di un’unica economia globale estesa a tutti gli angoli del mondo e la rete di
operazioni economiche, comunicazioni, merci, denaro, persone che collegava i paesi sviluppati tra loro e con il mondo
sottosviluppato. La rete di trasporti sempre attirò anche le zone arretrate e marginali dell’economia mondiale, che
poterono diventare estensioni del mondo sviluppato.
La civiltà avanzata aveva bisogno di prodotti esotici e di materie prime, che per ragioni di clima si trovavano solo in
luoghi remoti. Prodotti tipicamente coloniali venivano venduti nelle drogherie del mondo sviluppato: zucchero, tè,
caffè, cacao; grazie ai trasporti rapidi e alle nuove tecniche di conservazione, diventavano disponibili frutti tropicali.
Ad eccezione degli USA, le colonie a insediamento bianco non riuscirono a industrializzarsi in quanto ingabbiate nella
specializzazione internazionale.
Nell’età imperiale, a un europeo che volesse emigrare conveniva andare in Australia, Nuova Zelanda, Argentina,
Uruguay; che avevano partiti e governi laburisti e radical-democratici, ambiziosi sistemi di assistenza e previdenza
pubblica. La funzione delle colonie era integrare e non fare concorrenza alle economie metropolitane.
I territori dipendenti che non facevano parte del “capitalismo d’insediamento” se la passavano peggio: il loro interesse
economico stava nella combinazione delle risorse con una manodopera di indigeni a basso costo. Ne trassero beneficio
le oligarchie di latifondisti e di grandi agenti commerciali intermediari.
Motivazioni della spinta imperialistica furono:
- ricerca di investimenti più proficui;
- ricerca di nuovi mercati, che esprimeva la volontà di trovare potenziali clienti negli “spazi vuoti” della mappa
del commercio mondiale;
- speranza di ritagliare fette di territorio, che dessero agli imprenditori una posizione di monopolio o di
vantaggio. In quest’ottica, il nuovo imperialismo fu il prodotto di un’economia internazionale basata sulla
rivalità delle economie concorrenti;
- la colonia era vista come un futuro Eldorado;
- colonie situate in zone strategiche per il controllo dell’accesso a varie zone terrestri e marittime erano
considerate vitali per gli interessi commerciali inglesi;
- acquisto di status di superpotenza, che si ottiene con il possesso di colonie a prescindere dal loro valore;
- allentare le tensioni sociali, che portò allo sviluppo dell’imperialismo sociale: con l’avvento di movimenti
operai e della democrazia politica, si sentì la necessità di placarli mediante miglioramenti economici e riforme;
- gloria per la nazione, che diffuse tendenza ad offrire agli imprenditori la gloria nella conquista di terre esotiche;
- conquista come simbolo di predominio mondiale con un’idea della superiorità su un mondo remoto di pelli
scure e del dominio sulle stesse. Il senso di superiorità univa i bianchi ricchi e poveri, in quanto godevano dei
privilegi dei dominatori;
- L’impegno missionario per una cristianizzazione svolta dai bianchi per i nativi, moltiplicava i credenti
indigeni, ma il clero rimaneva in maggioranza bianco.
L’impatto delle metropoli sulle dipendenze era drammatico.
Per tutto il 1800 circa, l’80% del commercio europeo avvenne con altri paesi sviluppati; altrettanto vale per gli
investimenti esteri. Quando gli investimenti erano diretti oltremare, erano destinati a poche economie, popolate
prevalentemente da abitanti di origine europea, potevano cosi conservare l’accesso privilegiato al mondo
extraeuropeo.
I ricchissimi giacimenti di oro e diamanti del Sudafrica, generarono una schiera di milionari istantanei. La Guerra
Sudafricana del 1899-1902 eliminò la resistenza di due piccole repubbliche locali di coloni contadini bianchi.
La Grande Depressione portò a una grave crisi debitoria internazionale, rischiosa per le banche metropolitane. Il
massimo che poté fare il governo inglese fu salvare dalla crisi la casa bancaria Barino durante la “crisi Barino” del
1890, dopo che la banca si era avventurata nella finanza argentina.
L’obiettivo britannico era la difesa contro l’invasione di territori dominati dal territorio e dal capitale britannici. Per
nessun altro paese, un rapporto speciale con il mondo non industriale era economicamente di importanza cruciale.
Il nuovo colonialismo sarebbe il derivato di un’era di rivalità politico-economica fra economie concorrenti, rivalità
accentuata dal protezionismo, ma fu anche un fenomeno culturale: nei paesi dipendenti toccò quasi esclusivamente
le élites indigene; in alcune regioni fu l’imperialismo a creare la possibilità di nuove élites sociali basate su
un’educazione occidentale.
Ciò che l’imperialismo portò alle élites del mondo dipendente, fu l’occidentalizzazione. I governi dei paesi posti di
fronte alla dipendenza, avevano capito che dovevano occidentalizzarsi. Le ideologie che ispiravano queste élites,
risalivano al positivismo di Comte.
Il Mahatma Gandhi era un avvocato educato in occidente, scelta diffusa intorno al 1880 fra i giovani ambiziosi del suo
paese. Gandhi, non si considerava né assimilatore né avversario delle cose inglesi. Imparò a mobilitare con la
resistenza passiva, masse tradizionaliste per scopi non tradizionalistici. Fece esperienza politica in Sudafrica; tornò in
India nel 1914 e diventò figura centrale del Movimento Nazionale Indiano. L’età imperiale creò le condizioni che
formarono i capi della lotta antimperialista, ma anche le condizioni per dare risonanza alla loro voce. L’era dei grandi
movimenti anti-imperiali comincia con la Prima Guerra Mondiale e la Rivoluzione Russa. L’eredità culturale
dell’imperialismo fu pertanto l’educazione occidentale di minoranze di vario genere.
Quali sono gli effetti del mondo dipendente sul dominante?
- Esotismo;
- Nel caso fossero paesi civili, servivano a illustrare le deficienze istituzionali dell’occidente;
- La loro naturalezza e semplicità faceva emergere la corruzione della società dominante;
- I non Europei furono visti sempre come inferiori e indesiderabili, soggetti da conquistare e civilizzare.
NB -> i soli non Europei visti con favore erano i guerrieri.
Negli imperi coloniali regnava l’autocrazia basata su una combinazione di coercizione materiale e sottomissione
passiva a una superiorità tanto grande da sembrare inattaccabile e quindi legittima.
L’imperialismo suscitava incertezze perché:
- contrapponeva una minoranza di bianchi alle masse dei neri;
- gli imperi mondiali conquistati facilmente non potevano essere governati facilmente con la devozione di pochi
e la passività di molti.
LA POLITICA DELLA DEMOCRAZIA
Comune di Parigi (1871) -> dopo la repressione, seguirono massacri di Parigini: è il terrore della società evoluta che si
scatena su un problema politico fondamentale della società borghese, la sua democratizzazione.
Il dilemma fondamentale del liberalismo sono le “classi”: il liberalismo fece di tutto per eludere il dilemma con l’essere
non-democratico, cioè con l’escludere dal diritto di voto ed eleggibilità la maggioranza dei cittadini maschi.
Dopo il 1870 divenne chiaro che la democratizzazione della vita politica era inevitabile: le masse si sarebbero
affacciate alla ribalta, i sistemi elettorali basati su un largo diritto di voto esistevano già in Francia, Germania, Svizzera,
Danimarca. Il suffragio femminile era stato introdotto negli anni 1890 nei territori americani a insediamento bianco,
in Nuova Zelanda, in Australia, Finlandia e Norvegia. I politici, in alcuni casi si rassegnavano a un allargamento del voto
allo scopo di mantenere il controllo ed evitare l’influenza di estremisti di sinistra.
Le agitazioni socialiste del 1890 accelerarono la democratizzazione, comunque fra 1890 e 1914 tutti gli stati dovettero
adeguarsi. Il problema era come manipolare questa democratizzazione:
- si poteva limitare il ruolo politico delle assemblee elette a suffragio universale;
- mantenere elementi di suffragio per censo, come i requisiti di istruzione;
- manipolazione dei collegi elettorali -> In Italia, portò al trasformismo;
- L’età minima per votare era elastica: dai 20 ai 30 anni;
- meccanismi di sabotaggio -> complicare il processo di iscrizione ai registri elettorali.
Il mondo occidentale, inclusa la Russia dopo il 1905, andava verso sistemi politici basati su un elettorato sempre più
ampio dominato dalle masse popolari.
Mobilitazione delle masse per e mediante le elezioni -> organizzazione partiti, propaganda mass media.
I politici parlano alle masse, ma la vera discussione politica avviene fra intellettuali; quando gli uomini di governo
volevano dire ciò che realmente pensavano, dovevano farlo clandestinamente. L’età della democratizzazione diventò
età dell’ipocrisia o della duplicità della politica pubblica e quindi anche della satira politica.
Le masse che si mobilitavano per l’azione politica erano le classi sempre state al di fuori del sistema politico:
- Operai -> che venivano mobilitandosi in partiti e movimenti a base classista;
- Ceti medi -> malcontenti, incerti su chi temere di più fra ricchi e proletariato; il loro era un mondo di “piccola
gente”, nazionalista e antisemita, individuavano gli ebrei con il capitalismo, ma anche con i socialisti atei e con
gli intellettuali.
- Contadini -> categoria numerosa, ma si mobilitarono sotto bandiere non agricole.
Le mobilitazioni avvenivano anche su base confessionale o nazionale. L’avvento di movimenti di massa politico-
confessionali fu ostacolato dall’ultra conservatorismo dell’entità religiosa, che era in grado di mobilitare e organizzare
i fedeli, cioè la Chiesa Cattolica.
La Chiesa rifiutò di appoggiare partiti politici cattolici, pur riconoscendo l’opportunità di distogliere le classi lavoratrici
dal socialismo rivoluzionario e ateo. La Chiesa appoggiava partiti conservatori e reazionari o manteneva buoni
rapporti con i movimenti nazionalisti non contagiati dal laicismo. Veri partiti e movimenti cattolici di massa si
trovavano solo in Germania, sorti in opposizione alle campagne anticlericali di Bismarck. Più rari ancora erano i partiti
religiosi protestanti.
I nuovi movimenti sindacali e socialisti erano costituiti in un complesso di organizzazioni o sezioni locali. I nuovi
movimenti di massa erano ideologici, più che semplici raggruppamenti. In paesi di tradizione rivoluzionaria, l’ideologia
delle rivoluzioni passate consentì alle nuove élites di addomesticare, almeno parzialmente, la nuova mobilitazione di
massa.
La nuova politica di massa era incompatibile con il vecchio particolarismo politico, basato su uomini di potere e
influenza locali. Le vecchie élites, che si trasformavano per adeguarsi alla democrazia, potevano elaborare varie
combinazioni fra la politica del clientelismo, dell’influenza locale e democratica. La democrazia subentrata alla politica
dei notabili, non si sostituì al clientelismo e all’influenza il popolo, ma all’organizzazione.
I movimenti di massa non erano repubbliche di eguali, ma la loro combinazione di organizzazione e sostegno di massa
dava loro possibilità enormi e insospettate.
La democratizzazione cominciava a trasformare la vita politica, ma suscitava dei problemi:
- mantenere l’unità della compagine statale;
- come assicurare la continuità di indirizzi politici;
- la democrazia avrebbe potuto interferire con il capitalismo;
- avrebbe minacciato il libero scambio, la buona finanza, la parità aurea ecc.
Questi problemi sembravano più gravi a causa dell’inefficienza dei parlamentari dilaniati da conflitti di parte.
Negli stati democratici con divisione dei poteri, il governo era indipendente dal parlamento. Invece, nel governo
rappresentativo di modello europeo, i governi dipendevano da assemblee elettive, spesso i governi andavano e
venivano velocemente con il succedersi di effimere maggioranze parlamentari, che danno vita a scambio di voti in
cambio di favori.
Il pessimismo che pervade la cultura borghese dal 1880, rispecchia i sentimenti di leader abbandonati dai seguaci di
un tempo, di élites le cui difese contro le masse stavano crollando, della minoranza colta invasa da gente appena uscita
dall’analfabetismo.
Il sorgere di movimenti socialisti e sindacali negli anni 1880-1890 parve mettere molti governi e classi dirigenti in
crisi. Il predominio politico della borghesia si infranse per i postumi della Grande Depressione e non fu più ristabilito.
Il movimento sindacale e socialista era bersaglio delle classi dirigenti; tuttavia, era più facile venirne a patti rispetto ai
movimenti nazionalistici. I cattolici erano invece più facili da integrare in quanto conservatori.
I datori di lavoro, di fronte agli scioperi e ai sindacati, usarono la mano forte: in Germania, il padronato si rassegnò ai
sindacati solo nel 1914. I nuovi partiti operai rifiutavano ogni compromesso con lo Stato e con il sistema borghese,
come tendevano a fare i partiti aderenti all’Internazionale del 1889 dominata dai marxisti.
Rousseau, nel 1899 auspicò un governo d’unione repubblicana contro gli avversari della repubblica, intesa a portare
almeno i rappresentanti moderati dei lavoratori nello schieramento. In Italia, Zanardelli nel 1903 formò un ministero
con l’appoggio dell’estrema sinistra. In Inghilterra, i liberali nel 1903 strinsero un patto elettorale con i laburisti.
La ragione di queste aperture del centro verso la sinistra estrema non era il bisogno dell’appoggio socialista perché i
partiti socialisti più grandi erano comunque in minoranza.
I governi tedeschi, con la Sammlungspolitik (politica di concentrazione) compattarono maggioranze con conservatori,
cattolici e liberali, di indirizzo antisocialista. Fu la strategia “dell’abbraccio morbido”, che nel complesso funzionò in
quanto riuscì a spaccare i grandi movimenti operai, isolando quella radicale.
La nuova strategia comportava la disponibilità a imbarcarsi in programma di riforma e assistenza sociale, che
contraddicevano la vocazione liberale di metà secolo. Bismarck negli anni ’80, avviò un programma di previdenza
sociale, seguito dall’Austria e dai governi liberali britannici, poi Francia. La Scandinavia fu più lenta mentre gli USA non
ci arrivarono mai.
La convinzione diffusa è che l’imperialismo potesse surrogare le riforme sociali e che fosse popolare. La prospettiva
della guerra vittoriosa dimostrò di avere un potenziale demagogico intrinseco anche maggiore. La borghesia liberale
aveva trionfato scegliendo il mercato contro i rapporti umani; le masse, una volta entrate nella scena politica, furono
ostili a tutto ciò che il liberalismo borghese rappresentava.
Fu il momento in cui si scoprì l’importanza politica dell’irrazionalità; la vita politica si andò ritualizzando con simboli
e richiami pubblicitari; si provvide con l’inventare una tradizione usando simboli emotivi, come la corona e la gloria
militare, e stimoli nuovi come l’impero e la conquista coloniale.
Gli stati venivano riempiti di monumenti progettati dalle autorità per coprire gli spazi vuoti, l’industria pubblicitaria
esplose, nacque il manifesto moderno, la psicologia sociale, gli inni nazionali, le bandiere. La scuola pubblica era
controllata, così come musica, marce militari e campionati di calcio.
Le società politiche e le classi dirigenti riescono a gestire queste mobilitazioni di massa fino al 1914. I grandi movimenti
socialisti annunciavano la rivoluzione, ma allo scoppio della guerra si schierarono in un’unione patriottica con i propri
governi, ma lo fecero senza entusiasmo e per paura di essere abbandonati da coloro che andavano volontari alle armi.
Un movimento di massa contro la guerra cominciò seriamente solo molto più tardi.
SORGETE, AFFAMATI
Il proletariato era classe più numerosa e in aumento in tutti i paesi lambiti dal capitalismo occidentale. I proletari
formavano classi in maniera più forte nei paesi di vecchia industrializzazione e si moltiplicavano nei paesi entrati nella
fase della Rivoluzione industriale.
I salariati aumentavano grazie al travaso dai due grandi serbatoi di manodopera preindustriale: artigianato e campagna
agricola. La modernizzata agricoltura Occidentale aveva bisogno di meno braccia, ma faceva uso di manodopera
stagionale proveniente da lontano.
L’agricoltura non modernizzata non era più in grado di fornire terra sufficiente agli aspiranti contadini che si stavano
moltiplicando nei villaggi, questi migravano nella speranza di fare fortuna, tornare in patria e comprare terra, casa,
rispetto; in realtà solo pochi tornavano, la maggior parte rimaneva a lavorare nelle fabbriche, mogli e figlie lavoravano
come domestiche. La produzione meccanica e di fabbrica toglieva spazio a gente che fino a fine 800 aveva prodotto
beni di consumo urbani come vestiario, calzature, mobili con metodi artigianali, determinandone un calo non così
drastico. Questo tipo di produzione era fornita anche da stabilimenti abbastanza grandi anziché dalle piccole botteghe.
Nella misura in cui l’industria cresceva legata all’abilità manuale o non aveva cambiato ancora i suoi metodi, richiedeva
persone esperte nei vecchi metodi artigiani. La meccanizzazione mirava a sostituire l’abilità manuale, con sequenze di
lavorazioni meccaniche specializzate accudite da una manovalanza poco qualificata, inesperta e poco costosa e
inerme, quindi in aumento.
Questa massa di operai si organizzò politicamente come classe: nascono grandi partiti su base operaia ispirati
dall’ideologia socialista rivoluzionaria. Nel 1880, l’unico di questi esistente era il Partito socialdemocratico tedesco.
I partiti socialisti crescevano quasi ovunque a un ritmo impressionante. Il proletariato era destinato a diventare la
maggioranza della popolazione e vi aderiva attratto dal richiamo politico:
- Lotte contro capitalisti e loro Stati;
- Obiettivo -> creazione di società nuova con lavoratori emancipati per azione propria;
Presupposti:
- Una classe lavoratrice omogenea e numerosa, che si riconosca come “proletariato”;
- La convinzione dei propri compiti -> formare partiti proletari e impegnarsi nell’azione politica.
C’erano però delle divisioni e rivalità tra gruppi all’interno delle masse tra proletariato delle fabbriche e delle piccole
officine o botteghe. Queste rivalità erano esasperate dalle trasformazioni tecnologiche, dall’origine sociale e
geografica, dalla nazionalità e dalla lingua. Fortunatamente, il richiamo dell’internazionalismo era efficace e tali
differenze non rendevano impossibile la formazione di una coscienza di classe unitaria, soprattutto quando non c’era
concorrenza fra gruppi etnici.
Fra 1867 e 1875, le Trade Unions avevano ottenuto uno status giuridico e privilegi.
I Minatori mostravano una predisposizione particolare per impegnarsi in lotte collettive: erano uomini robusti, che
lavoravano nell’oscurità e vivevano con le famiglie in comunità ostiche.
Nel pubblico impiego, ai dipendenti era vietato associarsi sindacalmente e questo ritardò la sindacalizzazione delle
ferrovie. Ogni sciopero del settore dei trasporti marittimi tendeva a diventare uno sciopero generale dei trasporti che
portava a uno sciopero generale che avrebbe rischiato di paralizzare le economie.
Operai specializzati delle industrie metalmeccaniche si scontrano con la grande fabbrica moderna, che tese a ridurli in
operai semi qualificati. La situazione fu favorevole alle aziende, ma dopo lo scoppio della guerra, la radicalizzazione
operaia si trova nelle grandi fabbriche di armi.
I socialisti si avvicinavano per primi ai gruppi più diversi di lavoratori e portavano il messaggio di un’unica identità,
quella del proletario.
Tutti gli operai avevano buoni motivi per essere convinti dell’ingiustizia dell’ordine sociale, ma il nodo della loro
esperienza era il rapporto con il padronato e il malcontento del luogo di lavoro.
La lotta per l’estensione dei diritti politici assumeva, per i lavoratori, una tinta di classe perché la questione
fondamentale era il diritto di voto del cittadino nullatenente e i requisiti di censo escludevano gran parte dei
lavoratori.
In Inghilterra, le Trade Unions e il movimento laburista si divisero nel 1880-90 sulla questione dell’introduzione per
legge della giornata lavorativa di 8 ore e l’agitazione generò la celebrazione del 1° maggio inaugurata nel 1890.
La formazione delle classi lavoratrici del 1870-1914 come gruppi sociali organizzati, non avveniva ancora in quella parte
d’umanità che aveva la pelle di una sfumatura di colore diversa, anche se lo sviluppo industriale era già avviato.
Il primo balzo in avanti si ebbe intorno al 1890, anno della 2° Internazionale Operaia in cui i socialisti entrano per la
prima volta in gran numero nei parlamenti di vari paesi europei. Il secondo, avvenne fra la Rivoluzione russa del 1905
e il 1914, con l’avanzata elettorale dei partiti operai e socialisti favorita dalla democratizzazione diffusa del suffragio.
Il mondo operaio era cosciente di appartenere a una classe a prescindere dal partito politico: si sviluppano forme di
attività sociale comuni, modi di vestire tipici; comune era anche la diffidenza verso chi non si sporcava le mani
lavorando e si diffuse così l’operaismo. Il movimento comprendeva il sindacato, sebbene in forme diverse e con forza
varia. Comprendeva le cooperative, per lo più sotto forma di negozi per operai.
Poteva includere praticamente ogni associazione a cui partecipavano i lavoratori, tutte subordinate o collegate al
partito politico, quasi sempre chiamato “socialdemocratico”, “socialista”, “del lavoro” o “operaio”.
Questi partiti operai, prima del 1914 non volevano avere a che fare con la politica delle classi dirigenti e con il governo,
fino al giorno in cui avrebbero essi stessi formato il loro governo. I capi del movimento operaio, tentati di venire a patti
con partiti e governi borghesi, furono estromessi. Gli ideologi ed oratori di questi partiti, davano per scontato che i
socialisti volessero una rivoluzione sociale. La sinistra radicale contava su un’azione proletaria diretta e culminante in
uno sciopero generale, per cui si parla di sindacalismo rivoluzionario.
Fra 1905 e 1914, il tipico rivoluzionario era un sindacalista rivoluzionario che rifiutava il marxismo in quanto ideologia
di partiti che se ne servivano come scusa per non fare la rivoluzione. Le loro idee erano indistinguibili da quelle della
sinistra operaia radicale. Tutti credevano:
- nella lotta della ragione contro ignoranza e superstizione;
- nella lotta del progresso contro le tenebre del passato;
- nella scienza, nell’istruzione, nella democrazia;
- nella libertà, uguaglianza, fraternità.
In Europa c’era una vasta fascia di povertà e irrequietezza, in cui la rivoluzione era all’ordine del giorno e in parte di
questa fascia essa scoppiò effettivamente. Il marxismo conservava i suoi tratti originari all’Est, per tornare in Occidente
dopo la Rivoluzione Russa.
Il dibattito sulla questione agraria era cominciato fra i marxisti intorno al 1895 poiché il ceto contadino destinato a
sparire. Le rivendicazioni del proletariato. lasciavano indifferenti gli altri strati sociali o ne suscitavano ostilità con
l’implicita minaccia di espropriazioni. Eppure, il richiamo di questi partiti andava al di là della classe operaia e
mobilitava l’appoggio di altri strati sociali, tra cui le vaste zone di campagna, i piccoli artigiani e gli esercenti.
In quanto partiti della gente meno privilegiata, era naturale che essi fossero visti come alfieri di una lunga lotta contro
l’ineguaglianza e il privilegio; tanto più che molti dei suoi alfieri di un tempo, come la borghesia liberale, si erano uniti
alle forze del privilegio.
Chi era povero e si sentiva sfruttato, anche se non era proletario, poteva trovare congeniali questi partiti. I partiti
socialisti erano devoti al progresso, per un futuro migliore; il progresso era l’aspirazione di chi non aveva nulla.
Il fatto di essere al di fuori del sistema e dei suoi oppositori permanenti, dava ai socialisti un vantaggio:
- traevano un appoggio maggiore di quello prevedibile dalle minoranze dall’anomala posizione nella società;
- non contaminati dalle classi dominanti, potevano attirare le nazionalità oppresse negli imperi plurinazionali.
Entrare nel sistema dei governi borghesi voleva dire abbandonare il rango di rivoluzionari e anche di oppositori. Il
primo socialista che entrò in un governo borghese fu Alexandre Millerand, espulso dal movimento nazionale e
internazionale.
Un gran numero di poveri non si comportavano o si consideravano proletari e non si riconoscevano nelle apposite
organizzazioni: si vedevano poveri, reietti, infelici e marginali; se erano immigrati da campagna a città, vivevano in
ghetti, slum operaie o in strada. Ciò che contava erano la famiglia e i protettori in grado di procurare un posto di lavoro,
per il resto, stavano alla larga dalle pubbliche autorità.
BANDIERE AL VENTO: IL NAZIONALISMO
Oltre alla nascita dei partiti operai, una conseguenza della democratizzazione è la nascita del nazionalismo come
movimento politico. Il termine appare a fine 800, per indicare gruppi di ideologi di destra francesi e italiani che
amavano impugnare la bandiera nazionale contro gli stranieri, i liberali e i socialisti, a favore dell’espansione aggressiva
del proprio Stato. All’inizio indicava solo una versione di destra del fenomeno, poi venne usato anche per tutti i
movimenti che mettevano al primo posto la causa nazionale, ovvero chi reclamava il diritto di autodeterminazione.
La base del nazionalismo era la volontà delle popolazioni di identificarsi con la propria nazione e di mobilitarsi in
quanto italiani, tedeschi ecc. Quando la mobilitazione la facevano gli stati, veniva chiamata patriottismo.
I nuovi movimenti operai, appena diventati movimenti di massa, si interessarono alla questione nazionale.
Avvenne una trasformazione profonda in seno al nazionalismo, di cui ricordiamo 4 aspetti:
- l’emergere del nazionalismo e del patriottismo come ideologia assunta in proprio dalla destra;
- l’autodeterminazione vale per qualsiasi gruppo che si proclamasse “nazione”;
- la tendenza a ritenere l’autodeterminazione nazionale soddisfatta solo dalla piena indipendenza statale;
- la tendenza a definire la nazione in termini etnici.
Le numerose nazionalità presenti all’interno di Stati già esistenti non costituivano un grande problema politico; c’erano
i polacchi, divisi fra Russia, Germania, Austria che aspiravano alla restaurazione di una Polonia indipendente; c’erano
gli irlandesi nel Regno Unito, l’Alsazia-Lorena ecc.
All’interno di Stati nazionali di vecchia data, le popolazioni regionali cominciarono a mobilitarsi come nazioni: nel
Galles fu nacque il movimento Giovane Galles, che esprimeva un nazionalismo essenzialmente territoriale.
L’esempio estremo è fornito dal sionismo, che chiedeva agli ebrei di acquistare un territorio e una lingua che essi non
parlavano da millenni.
L’identificazione della nazione con un territorio esclusivo, creava problemi in alcune aree del mondo: nell’impero
asburgico e nella diaspora ebraica, la nazionalità era vista come insita nelle popolazioni stesse che si consideravano
appartenenti a una determinata nazionalità dovunque si trovassero a vivere. La nazione fu la nuova religione civica
degli stati, era il cemento che legava tutti i cittadini al loro stato.
Ciò che rendeva il nazionalismo indispensabile era il fatto che l’economia e la sua amministrazione richiedevano
un’istruzione elementare; l’800 fu il secolo in cui la comunicazione orale venne meno perché la distanza tra potere e
sudditi aumentava e le migrazioni interponevano mesi di viaggio. Per lo Stato, la scuola aveva un ulteriore vantaggio:
insegnava ai bambini a essere buoni sudditi e cittadini. Fino al trionfo della TV, non ci fu mezzo di propaganda laico
paragonabile all’aula scolastica.
Il numero di maestri elementari aumentò, ma un sistema scolastico nazionale sovrinteso dallo Stato esigeva una lingua
nazionale d’insegnamento. Il regno d’Italia fece del suo meglio con vario successo per “fare gli italiani” con la scuola e
il servizio militare, dopo aver “fatto l’Italia”.
Per gran parte dell’800, l’assimilazione nella nazione ufficiale era una cosa a cui miravano ampie schiere, ma a molti
non era consentito; il caso limite è quello delle élites indigene delle colonie europee, educate nella lingua e cultura dei
loro padroni perché potessero governare i coloniali per conto degli europei, ma non trattate da eguali. Lo scoppio di
un conflitto era prevedibile tanto più che l’educazione occidentale forniva il linguaggio per formulare rivendicazioni.
Dato il razzismo che permeava la società borghese, nessuna dose di assimilazione avrebbe mutato uomini con la pelle
scura in veri inglesi, belgi o olandesi anche se avevano denaro e sangue nobile. La contraddizione era drammatica per
quanti avessero creduto di poter essere assimilati, cioè i colti e borghesi ebrei occidentalizzati. Il Caso Dreyfus fu la
persecuzione di un ufficiale francese ebreo che produsse una reazione di orrore e portò al sionismo, un nazionalismo
statale e territoriale ebraico.
I 50 anni prima del 1914 sono anni di xenofobia e di tensione sociale. La xenofobia non viene solo dal basso, le sue
manifestazioni più estreme vengono dalle classi medie ben affermate.
1890 -> Lega Pangermanica ultranazionalista.
1893 -> viene fondata a Boston una Lega per limitare l’immigrazione.
Politicamente, la xenofobia delle classi medie era più efficace di quella delle classi lavoratrici, che rispecchiava attriti
culturali e il timore di concorrenti a basso salario. C’è però da dire che erano le pressioni operaie a escludere gli
stranieri dal mercato del lavoro perché gli imprenditori aveva l’incentivo a importare manodopera a basso costo.
Le schiere di immigrati in terra straniera scoprivano il sentimento nazionale, scontrandosi con la xenofobia locale: gli
stati in cui giungevano imponevano qualche definizione nuova, catalogando come “italiani” all’arrivo negli USA,
individui che si erano considerati siciliani, napoletani, veneti. Si davano questa “definizione” di italiani perché avevano
bisogno di aiuto reciproco da parte della propria comunità. Questo avveniva anche fra migranti regionali all’interno
di uno stesso paese. L’unica a poter dare loro forma come comunità fu la Chiesa con i suoi preti, che provenivano dagli
stessi paesi degli immigrati.
La solidarietà degli emigrati poté contribuire alla crescita del nazionalismo nei rispettivi paesi, ma non è sufficiente a
spiegarla. L’elemento tradizionalista è evidente nell’appoggio della Chiesa cattolica a movimenti come il nazionalismo
basco e fiammingo e a molti nazionalismi di piccoli popoli rifiutati dal nazionalismo liberale. Anche gli ideologi di destra
tendevano a simpatizzare per il regionalismo culturale radicato nella tradizione.
Per i nazionalisti tradizionalisti era frustrante che i contadini mostrassero poco interesse per il nazionalismo. L’avanzata
del nazionalismo in questo periodo è dovuta agli strati medi della società, sicché aveva buoni motivi per essere definito
piccolo-borghese.
Per la piccola borghesia emergente da uno sfondo popolare, carriera e lingua materna erano legate indissolubilmente.
Visto che la società poggiava sull’alfabetismo di massa, una lingua parlata doveva essere ufficiale per non sprofondare
nella sola comunicazione orale. Cruciale fu l’istruzione di massa, possibile solo in una lingua che la maggior parte della
popolazione potesse capire. L’istruzione era possibile per una minoranza scelta che poteva permettersi il dispendio di
tempo, soldi, energia per acquisirla.
Quando la lingua non ufficiale aveva ottenuto rango ufficiale, si creava automaticamente un seguito politico fra quanti
erano in essa educati. Nelle società plurilingui, la gente educata nella lingua natale si sentiva inferiore, infatti, era
avvantaggiata nel competere per lavori di second’ordine, però era svantaggiata nei lavori di prim’ordine. Chi era di
madrelingua diversa da quella ufficiale avrebbe continuato a essere escluso dalle alte sfere della cultura e degli affari
pubblici e privati se non parlava la lingua ufficiale. Il nazionalismo linguistico aveva pertanto un’insita tendenza alla
secessione.
La xenofobia aveva facile presa su commercianti, artigiani autonomi, parte degli agricoltori minacciati dal progresso
dell’economia industriale, specie negli anni di più forte Depressione. Lo straniero simboleggiava la disgregazione delle
vecchie consuetudini e il sistema capitalistico che le disgregava.
L’antisemitismo aveva come bersaglio i banchieri, gli imprenditori e altri che venivano identificati con gli sconquassi
prodotti dal capitalismo fra la piccola gente. Nelle vignette satiriche, il capitalista tipico era grasso, con cappello a
cilindro e sigaro, con naso ebraico perché i settori in cui gli ebrei emergevano erano quelli che facevano concorrenza
al piccolo commercio. L’antisemitismo veniva associato con il nazionalismo di destra e ciò fu dovuto: all’ascesa di
movimenti socialisti che combattevano la xenofobia e ad uno spostamento verso destra dell’ideologia nazionalista.
È questo il momento in cui la bandiera del patriottismo diventa a un bene di proprietà della destra, tanto che la sinistra
si trovò imbarazzata a impugnarla. Il patriottismo si era spostato a destra perché il liberalismo borghese era in crisi e
perché era mutata la situazione internazionale che aveva reso compatibili liberalismo e nazionalismo.
Man mano che un conflitto generale tornava a essere visto come possibilità concreta, guadagnava terreno il tipo di
nazionalismo che considerava schiettamente le altre nazioni come nemiche pericolose.
Gli uomini che per primi si diedero il nome di “nazionalisti” furono spinti all’azione politica dall’esperienza della
sconfitta militare del loro paese. I movimenti da loro fondati furono creati come reazione alla democrazia imperante,
contro la politica parlamentare.
Dopo la Prima Guerra Mondiale, i nazionalisti si fusero con il fascismo. Il nazionalismo si prestava a esprimere i
malumori collettivi di gente che non sapeva spiegare i motivi del proprio malcontento, ma che in generale additava
agli stranieri.
Tutti sentivano il richiamo dello sciovinismo; i più esaltati si trovavano nello spazio intermedio fra le classi altolocate,
contadine e proletarie. A questi, il nazionalismo dava l’identità di difensori della nazione, l’identità che non riuscivano
a darsi come classe.
A quei tempi, non era obbligatorio il servizio militare, ma l’arruolamento volontario di soldati aumentò tra i giovani
della borghesia e impiegati.
In questo periodo governi e partiti o movimenti in grado di far leva sul sentimento nazionale godevano di un vantaggio,
mentre quelli che non potevano o non volevano agire in questo senso erano svantaggiati.
I movimenti organizzati su base panstatale combatterono e persero una battaglia contro la disgregazione in movimenti
separati basati sui lavoratori delle singole nazionalità.
Il programma del nazionalismo era espellere, sconfiggere e soggiogare lo straniero. Ciò attirava militanti appassionati
tra i ceti medi in cerca di autolegittimazione, tra gruppi che potevano attribuire le loro angustie agli stranieri.
Per la maggior parte della gente, il nazionalismo non bastava. I movimenti che ottennero più consensi furono quelli
che univano al richiamo della nazionalità e della lingua qualche altro interesse o forza mobilitante come la religione.
Nel corso della guerra, l’ostilità alla stessa e il malcontento si sovrapposero al patriottismo degli eserciti di massa: chi
era andato in guerra volontariamente era mosso dall’idea di patriottismo, sentiva vivo il senso di ciò che spettava di
diritto ai cittadini. La propaganda interna di tutti i belligeranti dimostra che il punto da mettere in risalto era il fatto
che si era vittime dell’aggressione di chi rappresentava una minaccia ai valori di libertà e civiltà.
Le masse che marciarono in guerra lo fecero come cittadini e civili, pensavano che la causa dello Stato fosse la loro
causa. Successivamente, 3 anni di massacri e l’esempio della Rivoluzione russa fecero capire di essersi sbagliati.
LE INCERTEZZE DELLA BORGHESIA
L’800 è il secolo del trionfo della borghesia, classe media sicura della propria civiltà, fiduciosa, esente da difficoltà
finanziarie e in grado di procurarsi ciò che riteneva adatto a persone del suo rango e inadatto al rango inferiore.
Stile di vita borghese:
- cuisine bourgeoise, stuolo di domestici;
- casa suburbana con giardino creato da architetti.
La casa ideale fu vista come casa di campagna urbanizzata entro un parco o giardino in miniatura. Si distinguevano la
villa, progettata in vista delle esigenze della vita privata e non del prestigio; sorge isolata dal resto della società e il
cottage, sontuosa dimora capitalistica intesa a dimostrare il potere e le risorse di un membro dell’élite.
La vita privata nelle case era inseparabile dalla vita pubblica e aveva funzioni di carattere diplomatico e politico. La vita
privata non poteva essere separata dalle pubbliche esibizioni di status. La prosperità economica di metà secolo mise
queste tentazioni alla portata dei borghesi che avevano fatto fortuna.
In questo momento di trionfo, 4 fatti favorirono la formazione di uno stile di vita più privato:
- democratizzazione della vita politica, che ridusse l’influenza pubblica e politica dei borghesi. In alcuni casi la
borghesia fu costretta a ritirarsi dalla vita politica dominata dai movimenti di massa;
- allentamento dei legami fra borghesia e valori puritani, nei quali la classe si era identificata distanziandosi
dai dissoluti aristocratici e dai lavoratori pigri; spesso i soldi erano ereditati o distribuiti ai figli che non
lavoravano;
- allentamento delle strutture famigliari borghesi, emancipazione femminile, indipendenza dei giovani;
- incremento degli appartenenti alla borghesia; idea di uno stile di vita essenzialmente domestico.
È in aumento il numero di coloro che rivendicano il rango borghese: il denaro era un criterio di nobiltà. I confini fra
borghesia e aristocrazia erano incerti, come i confini tra borghesia e ceti inferiori.
La parola “piccolo” rappresentava, per il partito radicale francese, la borghesia i cui nemici erano “les gros”: il grande
capitale, la grande industria, la grande finanza, i grandi mercati. La loro piccolezza e le loro occupazioni li escludevano
da un rango superiore, a meno che l’entità della loro ricchezza cancellasse il ricordo della loro origine.
La difficoltà sorse con l’espansione del settore terziario, cioè il lavoro subalterno e remunerato a salario, non manuale
ma basato sull’istruzione. Questi rifiutavano di considerarsi parte della classe lavoratrice e aspiravano a uno stile di
vita di rispettabilità borghese.
Determinare cosa costituisse la borghesia è diventato più arduo: i membri di questa classe dovevano possedere un
capitale o una rendita e/o operare come imprenditori autonomi con personale sottoposto o come membri di una
libera professione. I ceti medi avevano in comune la mobilità sociale; consistevano essenzialmente di famiglie in via
di ascesa sociale e di coloro che erano arrivati al vertice.
Chi aspirava a far parte della borghesia doveva rispettare due condizioni: la distinzione dalle classi lavoratrici,
contadini, lavoratori manuali e la fornitura di una gerarchia esclusivistica senza precludere la possibilità di ascesa. I
criteri erano: stile di vita e cultura; attività del tempo libero e grado di istruzione.
Era importante dimostrare che gli adolescenti erano in grado di rinviare il momento di guadagnarsi da vivere; il
contenuto dell’educazione era secondario. Il costo per l’educazione dei figli era già in sé un simbolo di distinzione
sociale. L’istruzione era irrilevante, l’importante era che il titolo dava accesso alle zone medie e superiori della società.
La grande borghesia non aveva difficoltà a organizzarsi come élite, in quanto poteva usare metodi molto simili a quelli
usati dalle aristocrazie. Mirò a coronare il successo economico con l’entrata nella classe nobiliare almeno tramite i figli
oppure con uno stile di vita aristocratico.
La funzione socializzatrice di scuole e università interessava soprattutto chi stava ascendendo nella scala sociale. I
genitori meno “rispettabili” nutrivano ambizioni almeno per i figli. Le università triplicarono gli iscritti.
L’alta borghesia aveva un problema, non poteva separarsi formalmente dai suoi inferiori perché la sua struttura era
aperta a nuovi adepti e perché aveva bisogno di accattivarsi anche i ceti di piccola e media borghesia contro l’avanzata
delle classi operaie. Di fatto non vedevano di buoni occhio i ceti inferiori, anche se in colletto e cravatta.
Le borghesie di tardo ‘800 erano un misto di società educativamente aperte e chiuse: aperte perché era possibile
accedere all’istruzione superiore grazie al denaro o a borse di studio, chiuse perché alcuni circoli erano più “uguali” di
altri.
Tra i meccanismi di socializzazione figurano le attività sportive, ma anche le associazioni di ex studenti. Attraverso la
scuola, i membri degli strati medi più modesti salivano in alto; tra gli strati bassi pochi figli andavano con gli studi oltre
i gradini più bassi.
Crebbe la classe media di amministratori, dirigenti, tecnici stipendiati dal capitalismo delle grandi aziende e dell’alta
tecnologia. Accanto alla piccola borghesia di artigiani ed esercenti, crebbe la nuova borghesia degli uffici e
dell’amministrazione subalterna. Queste nuove classi erano numerose e insignificanti, il loro ambiente sociale era
troppo poco strutturato e anonimo. Sempre più le classi medie si identificavano con segni di riconoscimento collettivi:
luogo di abitazione, educazione ricevuta, stile di vita e consuetudini.
Obiettivo della nuova piccola borghesia era distinguersi il più possibile dalle classi lavoratrici, obiettivo che le faceva
propendere politicamente verso l’estrema destra, come forma di snobismo.
Lo sport era un segno distintivo, fu formalizzato in Inghilterra, ma si espanse ovunque, inizialmente tra la classe nobile
si diffusero l’equitazione, la caccia, la scherma ma anche gare tra auto. Nessun dilettante poteva eccellere in uno sport
se non gli dedicava tempo, cosa che le classi lavoratrici non potevano fare. Gli sport caratteristici delle classi medie,
come tennis, rugby, football rifiutavano il professionismo. L’ideale del dilettantismo che aveva il vantaggio di unire
borghesia e nobiltà, fu consacrato dai Giochi Olimpici nel 1896.
Il numero di coloro che rivendicavano l’appartenenza a questa classe cresceva tra gli addetti a impieghi non manuali;
la demarcazione fra imprenditori, liberi professionisti, dirigenti e alti funzionari stipendiati diventava incerta.
La nuova piccola borghesia aveva poco in termini materiali, perché il suo reddito non era tanto superiore a quello di
un operaio specializzato, tuttavia il suo rango sociale la poneva al di sopra delle masse lavoratrici.
La classe si dava a consumi di ostentazione per affermare il proprio status e ricchezza. Il tempo libero assumeva la
forma di attività senza fini di lucro svolte da mogli, madri, figlie. Si proposero campagne per la pace e contro
l’alcolismo, servizio sociale per i poveri; fu l’età delle missioni di attivisti borghesi negli slum.
Ville e appartamenti venivano arredati secondo il movimento morrisiano della Arts and Crafts, che adottava i metodi
dell’artigianato medievale a uso di chi era in grado di pagare.
La borghesia aveva creduto nell’individualismo, nella rispettabilità e nella proprietà, nel progresso, nelle riforme e in
un moderato liberalismo. Nella perpetua lotta politica fra il partito del movimento o del progresso e il partito
dell’ordine, le classi medie erano state indiscutibilmente dalla parte del movimento pur non essendo indifferenti
all’ordine.
L’espansione imperiale si poteva conciliare con il liberalismo borghese, ma non agevolmente; d’altro canto la borghesia
liberale non era contraria al nazionalismo o alla guerra; era scettica verso le rivendicazioni di indipendenza nazionale
di popoli che considerava troppo piccoli e incapaci di dar luogo a organismi statali vitali.
L’Europa borghese si avviava in un crescente benessere verso la catastrofe, giovani e intellettuali si tuffano entusiasti
nell’abisso della guerra. Diventava moda rifiutare pace, ragione, progresso per un ideale di violenza e scatenamento
di istinti.
Tuttavia, la parte femminile delle classi superiori e medie d’Europa, conservava una salda fiducia nel futuro progresso,
basata sul miglioramento della propria situazione.
LA DONNA NUOVA
In questo periodo, fu inaugurata l’emancipazione femminile, che produsse una schiera senza precedenti di donne
attive in campi prima riservati a uomini: è la donna nuova.
I cambiamenti nelle condizioni delle donne appartenenti alle classi lavoratrici furono ben pochi. L’unico fu che dal 1875
le donne cominciarono ad avere meno figli, il che poteva dipendere dal ritardo dei matrimoni, dal numero di donne
nubile e dalle forme di controllo delle nascite.
La natalità nei paesi sviluppati fu più bassa che nel Terzo mondo. Molte coppie decisero di spontanea volontà di fare
meno figli per mantenere le risorse familiari e salvaguardare la trasmissione di terra, evitando di frammentare i
possedimenti familiari; un desiderio di un più alto tenore di vita e perché la prole era sempre più onerosa per i genitori.
Molti figli in soprannumero venivano mandati in America come emigranti. Se si desiderava una sorte migliore della
propria per i figli, ci volevano più cure, tempo, risorse il che era più facile in una famiglia piccola.
La vita delle donne era caratterizzata da mansioni domestiche e lavoro, ma l’industrializzazione ebbe effetti anche su
di loro:
- proto-industrializzazione -> lo sviluppo di un’industria a domicilio per conto di mercanti, ma non cambiò la
condizione delle donne perché continuò a svolgersi nello stesso ambiente in cui vivevano. Le differenze fra
lavoro maschile e femminile si eliminarono e avvenne la trasformazione della struttura familiare. Perse il
carattere di manifattura familiare via via che la sua forza lavoro fu composta sempre più da donne e che la
scolarizzazione la privò del lavoro infantile. L’industria domestica divenne lavoro femminile sottopagato;
- separazione casa/luogo di lavoro -> l’uomo usciva per recarsi in fabbrica, mentre per la donna il ruolo di
casalinga diventò la sua funzione primaria, pertanto non reddito. Il reddito dell’uomo doveva essere sufficiente
a mantenere tutti i membri della famiglia, mentre il reddito degli altri membri era complementare e questo
rafforzava l’idea che il lavoro femminile fosse inferiore.
Per la donna, la dipendenza diventò la strategia economica ottimale; la speranza era di unirsi a un uomo che poteva
mantenerla. A parte la prostituzione d’alto bordo, la carriera più promettente per la donna era il matrimonio.
Il fatto di non mandare la donna a lavorare, era la prova visibile per la società che la famiglia non era in miseria. Le
donne di solito andavano a lavorare prima del matrimonio o se rimanevano vedove o abbandonate dal marito. La
donna poteva lavorare retribuita, ma il reddito non veniva registrato.
L’industrializzazione tendeva a estromettere le donne e produrre una certa mascolinizzazione di ciò che l’economia
riconosceva come lavoro e anche della vita politica.
Per le donne borghesi, la situazione cominciò a cambiare per ragioni economiche: trasformazioni strutturali e
tecnologiche aumentarono le possibilità di impiego salariato delle donne, causando un declino del servizio domestico
e l’incremento di occupazioni tipiche femminili.
In Francia, le donne furono arruolate per la prima volta nell’esercito, dove insegnavano agli alunni maschi: di solito,
erano figlie di contadini o operai a farlo, ma soprattutto le figlie di borghesi, attratte dalla rispettabilità sociale di questi
e dal guadagno di qualche soldo per le piccole spese.
In paesi avanzati come l’Inghilterra o gli USA, le suffragette rivendicavano il voto alle donne, ma realizzarono gli
obiettivi solo dopo la Prima Guerra Mondiale. Il voto alle donne era appoggiato dai nuovi partiti operai e socialisti.
Dopo il 1870-80, le trasformazioni della borghesia diedero più spazio alle donne, in particolare alle figlie che crearono
una classe agiata di donne economicamente autonome. Le differenze di sesso erano destinate ad attenuarsi. Del resto
l’emancipazione femminile era necessaria ai padri borghesi perché non tutte le famiglie borghesi avevano i mezzi per
mantenere figlie non sposate e non lavoratrici.
La donna nuova emerse grazie all’industria pubblicitaria perché era la donna che decideva cosa comprare per la
famiglia. La gamma degli oggetti utili per la casa si allargò, ma consumi superflui erano ancora limitati alle classi medie.
Si espanse l’istruzione secondaria femminile: nel 1913-14 il numero di ragazze che studiavano oltre ai 16 anni era
maggiore di quello dei maschi, ma in Italia il numero di donne che studiavano era ancora irrilevante.
Le donne acquistarono maggiore libertà di movimento sociale; si diffuse il ballo in luoghi pubblici, balli ritmici,
provocanti, di origine esotica. Scompaiono i bustini in favore di vestiti sciolti e fluenti. Nel 1910 nasce il reggiseno.
L’adulterio era visto come forma di sogno di liberazione da una vita angusta e la liberà di mariti e mogli borghesi di
avere un’amante doveva preservare il decoro convenzionale. L’adulterio era diffuso in ambienti aristocratici eleganti
e nelle grandi città, dove era più facile salvare le apparenze.
Fu rivolta maggiore attenzione alle donne in quanto gruppo con particolari interessi e aspirazioni: nacquero periodici
femminili, mostre di ricamo e lavori artigianali ecc.
I movimenti femminili erano di piccole dimensioni, le aderenti venivano tra la classe media e si identificavano con il
liberalismo borghese. Rivendicavano il voto alle donne, l’accesso all’istruzione superiore, lottavano per la parità di
diritti giuridici.
La vera scelta politica per le donne non era fra femminismo e movimenti politici misti, ma fra Chiese e socialismo. Il
personale ecclesiastico si andava femminilizzando, basti guardare che i santi cattolici più noti da metà 800 in poi erano
donne e che era promosso il culto della Vergine Maria. La chiesa difendeva le donne, ma le condannava ad accettare
la loro condizione subalterna.
La fase iniziale dell’emancipazione femminile produsse una schiera di donne eminenti, ma alcune fra queste non
vedevano il motivo nell’impegnarsi per la causa di uno solo dei 2 sessi. Le donne si organizzavano sotto forma di gruppi
di pressione per varie cause, dalla campagna contro la tratta delle bianche, alla pace; dall’antialcolismo, al diritto di
voto.
Un altro filone femminile insisteva sulla liberazione sessuale: il mondo aristocratico accettava lesbiche e donne libere
sessualmente, purché si salvassero le apparenze. I rivoluzionari sociali erano favorevoli alla libertà sessuale delle
donne. Le libere unioni senza matrimonio erano ammesse, addirittura obbligatorie dove l’anticlericalismo era fervido.
Numerose donne di ceto borghese emancipate che optavano per una carriera nel mondo maschile, sceglievano di non
fare figli e non sposarsi. Questa scelta era un riflesso dell’ostilità verso gli uomini, ma anche un’eccedenza numerica
delle donne rispetto gli uomini. Il matrimonio era ancora una scelta desiderata da molte donne lavoratrici che dopo le
nozze abbandonavano il lavoro senza esserne costrette.
Meno di 10 anni dopo il 1914, le donne erano per la prima volta in grado di votare in Olanda, Austria, Cecoslovacchia,
Danimarca, Germania, Irlanda, Norvegia, Polonia, Russia, Svezia, Regno Unito e USA.
Dopo la Prima Guerra Mondiale dilagarono mode femminili nei settori emancipati dell’occidente: cosmetici, la cui
funzione era di piacere agli uomini; mettere in mostra parti del corpo come le gambe; minimizzare le caratteristiche
sessuali secondarie che distinguevano donne e uomini. Fu questo il periodo di trionfo del tailleur di Coco Chanel
LE ARTI TRASFORMATE
Il periodo 1870-1914: fu l’età in cui l’arte e il pubblico persero entrambi la bussola: l’arte reagì con una fuga in avanti
verso l’innovazione e lo sperimentalismo; il pubblico o si convertì alla moda o si ritira nella sfera delle opere classiche.
L’alta cultura fu aggredita dalle arti destinate alle masse popolari, rivoluzionate da tecnologia e mercato di massa.
Ebbe grande fioritura il teatro d’opera, la musica classica leggera, la commedia musicale. Divennero famosi Thomas
Mann e Marcel Proust.
La rivoluzione nelle arti visive avvena con impressionisti e post-impressionisti. Iniziarono a circolare riproduzioni a
buon mercato di grandi maestri della pittura; in compenso, le opere autentiche aumentavano vertiginosamente in
quanto simboli di opulenza. Le persone meno colte facevano ritrarre sé stessi o le mogli e si facevano disegnare la casa
da famosi architetti.
In questo periodo, le attività culturali trovarono simboli concreti come il pianoforte, che entra nel salotto degli
impiegati e operai meglio retribuiti.
Aumentano le persone che cercano di guadagnarsi da vivere con la creazione artistica: le varie ribellioni sono dovute
al sovraffollamento della professione, dominata dagli artisti più anziani e affermati. Vivere di arte è più facile grazie
allo sviluppo della stampa quotidiana e periodica illustrata e all’avvento dell’industria pubblicitaria, del manifesto, ma
anche di feuilletons. La creazione artistica durante questo periodo fiorì e si internazionalizzò; subì l’influenza
dell’esotico; ebbero successo opere simboliste.
Tra gli artisti più famosi: Oscar Wilde, Henry James, Ricasso, Gris, Modigliani, Brancusi, Chagall.
La cosa interessante è la fioritura artistica di paesi piccoli o marginali. Ciò è evidente in mode internazionali come l’Art
Nouveau, detta anche Liberty. Secondo questo stile, furono decorati palazzi pubblici, grandi stazioni ferroviarie e molti
altri edfici; la gente subì il fascino di grattacieli americani e Tour Eiffel.
Il tardo 800 non evoca idee di trionfalismo e fiduciosa sicurezza culturale, bensì il termine fin de siècle è associato al
decadentismo. L’arte è a disagio nella società. La democratizzazione della cultura dovuta all’istruzione pubblica alla
crescita dei ceti medi e piccolo-borghesi, era sufficiente a far sì che le élites cercassero segnali di rango più esclusivi,
ma il nodo centrale della crisi dell’arte stava nella divergenza fra ciò che era contemporaneo e ciò che era moderno.
Verismo -> realismo social-popolare sia nelle opere letterarie che teatrali.
Arts and Crafts -> movimento di rinnovazione artistica che mirava a ripristinare il distrutto legame tra arte e lavoratore,
e a trasformare l’ambiente della vita quotidiana. La sua azione andava al di là della cerchia ristretta di artisti e critici e
interessava chi voleva cambiare la vita umana. Produceva arti applicate: oggetti usati nella vita di ogni giorno.
Art Nouveau -> culmine dell’unione fra arti artigiane, architettura e riforma. Dilagò in Europa verso il 1900, era uno
rivoluzionario antistoricista, antiaccademico; combinava la tecnologia moderna con l’unione di caratteri pratici ed
ornamentali propria dell’artigianato.
Le tensioni fra l’elitismo e le aspirazioni populiste della cultura, erano momentaneamente attenuate. Attorno al 1895,
quando fu chiaro che il socialismo non portava alla rivoluzione, ma a movimenti di ordinaria amministrazione, artisti
ed esteti ne trassero minore ispirazione.
Il rinnovamento sociale dell’arte non aveva più posto per la macchina. L’Art nouveau fu il culmine di questo tentativo
di dire il nuovo in una versione linguistica del vecchio. Sentimentalismo e lirismo non erano per forza incompatibili con
l’uomo moderno dell’età della macchina. Gli architetti andavano verso la nuova utopia del funzionalismo, del ritorno
alla purezza di linee, forme e materiali senza travestimenti ornamentali, e adattati alla tecnologia.
Gli architetti erano impegnati in edifici da una struttura era lontana dalla tradizione e in cui la decorazione era un
abbellimento sovrapposto.
Dilemma del modernismo -> qual era il linguaggio in cui esprimere il nuovo mondo in quanto il suo unico aspetto
riconoscibile era la disintegrazione del vecchio? Quel che guidava gli artisti d’avanguardia non era una visione del
futuro, ma una visione rovesciata del passato.
Per i pittori era difficile smettere di dipingere “qualcosa”, optarono perciò alla supremazia del colore e della forma
rispetto al contenuto, o per un contenuto non rappresentativo sotto forma di emozione -> espressionismo.
Cubismo -> smonta gli elementi convenzionali della realtà rappresentativa e rimontarli in disordine vario.
La crisi dell’arte riflette la crisi di una società.
Un ampio fossato si apre fra gran parte del gusto colto e le piccole minoranze che affermavano il loro rango di ribelli
antiborghesi manifestando ammirazione verso stili artistici inaccessibili e scandalosi; il fossato è varcato da 3 ponti: il
mecenatismo; l’alta società elegante entusiasta di stili mutevoli ma di indole non borghese, meglio se esotici e
scandalosi e il mondo degli affari.
La migrazione di massa in grandi città generò un mercato proficuo per spettacoli e intrattenimenti popolari; forme
di arte popolare: cabaret, teatri, manifesti, litografie, music-hall, Charlie Chaplin. A un livello ancor più modesto di
trattenimento popolare: osterie, sale da ballo, bordelli, balli pubblici, canzone napoletana, flamenco, tango, musica
nera nordamericana.
La trasmissione meccanica del suono e i giornali erano ancora poco importanti: il primo per l’alto costo, il secondo
perché basato sull’antiquata parola stampata, quindi riservato a chi sapeva ben leggere. Prendono piede le vignette,
gli opuscoli e i volantini popolari.
Una grande innovazione fu il cinema: per la prima volta, la presentazione visiva del movimento era emancipata dalla
recitazione fisicamente immediata. I francesi furono i pionieri. Con il cinema nasce lo star-system. Inizialmente il
cinema è muto, l’unico rumore è la musica dell’accompagnamento che non ammette ostacoli di lingua.
Hollywood si basò sulla combinazione fra populismo e temi drammatici e sentimentali culturalmente più appaganti
per la massa del pubblico di classe media; l’attenzione era fissata solo sull’incasso.
CERTEZZE IN CRISI: LA SCIENZA
Ci fu una trasformazione di 2 tipi:
- intellettuale -> fine di una concezione dell’universo secondo l’immagine dell’architetto o dell’ingegnere,
venne a cadere il modello di un edificio incompiuto costruito secondo gli strumenti della ragione e del metodo
scientifico, che sarebbe stato terminato con l’evoluzione;
- il mondo borghese aveva eliminato le forze della religione dall’analisi di un universo in cui il soprannaturale
e il miracoloso non poteva aver posto e lasciava poco spazio all’analisi delle emozioni. La nuova strutturazione
dell’universo si vedeva costretta a gettare a mare l’intuizione e il senso comune, ammettendo il divorzio fra
scienza e intuizione.
Crisi della matematica -> i suoi fondamenti furono riformulati escludendo ogni appello all’intuizione. C’era però una
scuola di intuizionisti che rifiutava il formalismo, una battaglia e crisi intellettuale e psicologica prodotta dal venir
meno dei vecchi nessi fra matematica e percezione del mondo.
L’universo fisico galileiano o newtoniano venne sostituito dall’universo einsteiniano della relatività. Gli ideologi di
sinistra avrebbero respinto la relatività come incompatibile con l’idea della scienza, e quelli di destra la condannavano
in quanto ebraica.
Problema dell’etere luminifero -> si riteneva che l’etere riempisse l’universo, ma la tesi non era suffragata da prove;
però doveva esistere per forza, perché il moto ondulatorio assumeva importanza fondamentale nella visione del
mondo. I fisici operavano con 2 modelli: fisica delle particelle discontinue; fisica dei campi, cioè di mezzi continui.
La soluzione più semplice sembrava quella di supporre che l’etere fosse immobile. L’etere sembrava non avere
caratteristiche fisiche di nessun genere; l’alternativa era di abbandonare l’immagine scientifica tradizionale
dell’universo. Einstein era disposto ad abbandonare le vecchie convinzioni. Non c’era nessun moto assoluto, nessun
etere. Il vecchio ordine della fisica era condannato.
Si possono trarre 2 conclusioni: i fatti sono più forti delle teorie; la visione dell’universo fisico che si dissolse nel 1895-
1905 non era basata su fatti ma su presupposti.
Si sviluppò l’elettromagnetismo, si scoprirono nuovi tipi di radiazioni.
L’impulso allo sviluppo della batteriologia e dell’immunologia fu in parte funzione dell’imperialismo, che dava impulso
alla lotta contro malattie tropicali ostacolanti l’attività dei bianchi.
I rapporti fra scienza e impieghi pratici erano tutt’altro che stretti, se non si contano chimica e medicina. Università,
politecnici, industrie, governi non coordinavano i loro interessi e sforzi. Cominciano a nascere istituti di ricerca
sponsorizzati dal governo. Alcune trasformazioni in campo medico e chimico non sarebbero state possibili senza certi
sviluppi tecnici dell’economia industriale come quelli che permisero l’utilizzo di energia elettrica.
In questo periodo si parla del concetto di evoluzione in rapporto al nome di Darwin. La biologia era indispensabile per
un’ideologia borghese teoricamente egualitaria, perché trasferiva la colpa delle visibili disuguaglianze umane dalla
società alla natura. La biologia era quindi una scienza “di destra”, dove la selezione naturale venne intesa a produrre
una nuova razza di superuomini destinati a dominare gli esseri inferiori (= Nietzsche). I nessi biologia-ideologia sono
evidenti nell’interazione fra eugenia e nuova scienza genetica.
Eugenetica -> disciplina intesa a applicare alla vita umana tecniche selettive usate in agricoltura e in zootecnia; è
essenzialmente un movimento politico ristretto al ceto borghese, che spronava i governi a attuare programmi per
migliorare la condizione genetica del genere umano. Gli eugenisti estremi erano convinti che la condizione di uomini
e società fosse migliorabile mediante il miglioramento della razza umana, favorendo le stirpi più pregevoli ed
eliminando le stirpi indesiderabili. L’eugenica finì per diventare una pseudo-scienza fascista e razzista che con Hitler
giunse al genocidio.
Alla svolta del secolo viene rilevata una crisi del darwinismo, che produce varie concezioni alternative: vitalismo,
neolamarckismo e altre.
Mentre in Europa si vedeva nel darwinismo una conferma delle tesi di Marx, che nella natura e nella società i processi
evolutivi avvengono indipendentemente dalla volontà e dalla coscienza umana; in America il darwinismo sociale
esaltava la libera concorrenza come legge fondamentale di natura, e la vittoria dei più idonei sui non idonei.
Nietzsche professa una catastrofe incombente non ben definita, esprimendo la crisi delle aspettative; il suo stesso
modo di esposizione letteraria, con una successione di poetici e profetici aforismi, sembrava in contraddizione con il
discorso razionalistico e sistematico della filosofia che affermava di praticare.
La sola ideologia che restava fedele alla fede 800esca nella scienza, nella ragione, nel progresso era il marxismo. Il
senso di crisi intellettuale era fenomeno minoritario.
RAGIONE E SOCIETA’
Un altro modo di affrontare la crisi intellettuale era di rifiutare del tutto la ragione e la scienza.
Nella cultura occidentale entrano in voga la negromanzia, l’occultismo, la magia, la parapsicologia, varie versioni del
misticismo e della religiosità orientale. Un tempo queste cose erano in voga fra gli autodidatti di sinistra, ora tende a
spostarsi più a destra. Queste forme di oscurantismo diedero qualche contributo all’arte, ma trascurabile apporto alle
scienze naturali.
Il grande fenomeno culturale degli anni 1875-1914, fu lo sviluppo massiccio dell’istruzione popolare e del pubblico
popolare dei lettori. Il numero di insegnanti elementari e superiori aumentava.
La prova dell’avanzata della scienza e della religione era l’arretramento della religione tradizionale, almeno nei paesi
europei che costituivano il cuore della società borghese. La maggioranza della gente restava legata alla fede nei culti
locali; la religione tradizionale perdeva terreno fra le masse. Questo fenomeno era in qualche modo conseguenza
dell’urbanizzazione, dato che in genere le città erano meno propizie delle campagne alla devozione.
La lotta conto la chiesa era divenuta questione chiave della vita politica per effetto della combinazione di ideali di
emancipazione e di calcoli politici.
L’anticlericalismo diventò motivo centrale della vita politica dei paesi cattolici per 2 motivi: perché la Chiesa romana
aveva optato per il rifiuto totale dell’ideologia della ragione e del progresso e quindi veniva identificata con la destra;
perché la lotta contro la superstizione e l’oscurantismo univa la borghesia liberale e la classe operaia.
Questa lotta, nel 1905 portò in Francia alla separazione fra Chiesa e Stato. Una delle conseguenze di questa lotta fu
un’accelerazione del processo di scristianizzazione.
Il marxismo fu l’ultimo trionfo della sicurezza scientifica del positivismo; era materialista, determinista, evoluzionista,
e identificava le leggi storiche con le leggi scientifiche.
L’economia diventò l’unica scienza sociale non turbata dal problema dei comportamenti irrazionali.
Behaviorismo -> teoria russo-americana detta anche comportamentismo, psicologia sperimentale, misurazione
dell’intelligenza. Nasce la psicologia di laboratorio e i test psicometrici
Freud studia le correnti dell’inconscio -> la psicanalisi si stacca dal resto della psicologia; le sue pretese al rango di
scienza e il suo valore terapeutico sono stati considerati con diffidenza negli ambienti scientifici tradizionali.
Nasce la sessuologia; la maggioranza dei sessuologi sono riformatori che mirano alla pubblica tolleranza per varie
inclinazioni sessuali anticonvenzionali e a liberare dal senso di colpa coloro che appartenevano a minoranze sessuali.
VERSO LA RIVOLUZIONE
Economicamente, le nubi della Grande Depressione si erano diradate dando luogo alla fioritura di inizio 1900. Per gran
parte della Terra, è infondata l’idea che senza la catastrofe del 1914 la stabilità, prosperità e progresso liberale
sarebbero continuati.
Il secolo borghese destabilizzò le sue aree periferiche in 2 modi: scavando la terra sotto i piedi alle vecchie strutture
economiche e agli equilibri sociali; rendendo inagibili i loro regimi politici e le istituzioni tradizionali.
La zona politicamente sismica del globo consisteva, nel 1900-1914, nella fascia geografica degli antichi imperi. Queste
arcaiche strutture politiche erano traballanti agli occhi degli Stati nazionali; fu il loro crollo e disfacimento a preparare
la scena alle rivoluzioni del 1900-1914.
Cina -> pur passata attraverso periodi di disgregazione e invasioni, per 2 millenni era stata un grande impero. Il segno
della fine dell’impero cinese era l’abolizione degli esami di ammissione alla burocrazia annuale, tradizione millenaria.
Persia -> l’impero era sopravvissuto ai suoi antagonisti; si ridimensionò a fine 1600, ma rimase un formidabile territorio
tri-continentale.
Russia e Asburgo, 2 grandi e traballanti imperi multinazionali in procinto di crollare; entrambi derivavano da cesare il
titolo imperiale; entrambi erano recenti, situati al confine tra la zona arretrata e sviluppata, quindi parzialmente
integrati nel mondo economicamente avanzato. Il problema degli obsoleti imperi europei era che essi si trovavano
simultaneamente nei 2 campi: forti e deboli, arretrati e sviluppati.
Gli antichi stati imperiali cercarono di imparare la lezione dell’Occidente, ma ci riuscì solo il Giappone.
Senza la pressione imperialistica, probabilmente non ci sarebbe stata rivoluzione nell’antico impero persiano e nel
Marocco.
Persia -> subisce la duplice pressione di Russia e Inghilterra. In Persia esistevano 3 forze: classe intellettuale
emancipata e occidentalizzata, mercanti dei bazar, clero musulmano. La guerra russo-giapponese del 1904 e la Prima
Rivoluzione Russa eliminarono uno degli aguzzini della Persia e incoraggiarono i rivoluzionari persiani. L’accordo del
1907 fra Russia e Inghilterra per spartirsi pacificamente la Persia, lasciò poco spazio alla politica persiana. Il primo
periodo rivoluzionario terminò nel 1911 e la Persia fu retta in base a qualcosa di simile alla costituzione del 1906 fino
alla rivoluzione del 1979.
Marocco -> preda per Francia, Inghilterra, Germania, Spagna; Spagna e Francia si divisero il Marocco e si provvide con
l’istituzione del porto franco di Tangeri per interessi internazionali.
Impero cinese -> scosso da gravi crisi sociali. La Russia avanzò in Manciuria; l’Inghilterra aveva assorbito il Tibet e
ingrandito la colonia di Hong Kong. Italia, Inghilterra, Francia, Russia, Germania, USA e Giappone si unirono per
occupare e saccheggiare Pechino nel 1900 col pretesto di reprimere la rivolta dei Boxer. Gli alti apparati cinesi si resero
conto che solo una modernizzazione sul modello occidentale poteva salvare la Cina. Nel 1870-80 fu messa in ginocchio
da una carestia e dal crollo di dighe sul fiume giallo.
La rivolta dei Boxer fu un movimento di massa xenofobo e antimoderno, ostile agli stranieri, al cristianesimo, alle
macchine; i Boxer fornirono le forze per una rivoluzione cinese, però senza un programma né una prospettiva.
Nacquero movimenti rivoluzionari repubblicani; Sun Yat Sen era il principale ispiratore della prima fase di rivoluzione
che si sviluppava secondo i suoi 3 principi: nazionalismo, repubblica, socialismo.
Nel 1911, l’impero cadde in seguito a una rivolta in cui si combinavano elementi di ribellione militare, di insurrezione
repubblicana, di crisi del lealismo della piccola nobiltà e di rivolta popolare. Tuttavia l’impero non fu sostituito da un
nuovo regime, ma da un insieme di strutture di potere regionali instabili e mutevoli sotto il controllo dei militari. Il
nuovo regime sarebbe sorto alla vittoria del Partito Comunista nel 1949.
Impero Ottomano -> fatiscente, ma con forza militare sufficiente. Da fine 1600, le sue frontiere settentrionali erano
arretrate sotto la spinta degli imperi asburgico e russo. Nel 1914, la Turchia era quasi interamente scomparsa
dall’Europa, totalmente dall’Africa, conservava solo un debole impero nel Medio Oriente. La Turchia disponeva di una
popolazione numerosa musulmana, etnicamente e linguisticamente turca in Asia Minore.
Il movimento dei Giovani Turchi formò il Comitato per l’Unione e il progresso, che prese il potere nel 1908 mirando
a stabilire un patriottismo civile pan-ottomano superante le divisioni etniche, linguistiche, religiose. La rivoluzione
turca del 1908 fallì, accelerando il crollo di quel che restava dell’impero turco. Ai Giovani Turchi, furono fatali i legami
con la Germania, che portarono la Turchia coi perdenti nella Prima Guerra Mondiale.
La modernizzazione turca passò da un quadro parlamentare liberale e uno dittatoriale militare. La Turchia, dopo il
1915, optò per una nazione etnicamente omogenea che implicava l’assimilazione forzata di greci, armeni, curdi e altri
che non furono espulsi o massacrati. Fra i Giovani Turchi la bilancia si spostò verso i modernizzatori occidentalizzanti
ma fortemente etnici o addirittura razzisti. La vera rivoluzione turca, cominciata con l’abolizione dell’impero, ebbe
luogo sotto questi auspici dopo il 1918. In assenza di una borghesia rivoluzionaria, intellettuali e militari erano destinati
a prendere il potere. Il loro capo, Kemal Ataturk proclama la repubblica, abolisce l’Islam come religione di Stato,
sostituisce l’alfabeto arabo con quello latino.
Messico -> rivoluzione messicana del 1910 è diversa dalle altre 114 rivoluzioni dei paesi dell’America Latina, perché
nacque dalle contraddizioni interne del mondo imperiale e perché fu la prima delle grandi rivoluzioni del mondo
coloniale e dipendente in cui le masse lavoratrici furono protagoniste. Nei paesi colonizzati cominciavano a svilupparsi
movimenti anticoloniali, senza raggiungere l’alleanza fra minoranza colta e occidentalizzante, e difensori xenofobi
delle antiche tradizioni. Le 2 componenti diffidavano l’una dall’altra, a vantaggio della potenza coloniale.
Grandi potenze coloniali:
Inghilterra -> si era rassegnata alla indipendenza delle colonie a insediamento bianco. Nel Sud Africa si era avuto un
avvicinamento con i boeri, dopo averli sconfitti, grazie a una generosa sistemazione e al fronte comune dei bianchi
inglesi e boeri contro la maggioranza dei non bianchi. In Irlanda erano rimasti vari problemi, anche se dopo il 1890 le
agitazioni si placarono a causa dei contrasti interni e al misto di repressione e riforme fatte dall’Inghilterra. La base
ribelle rimase comunque incerta e ristretta; un pugno di ribelli armati tentarono un colpo di stato nel 1916. Un
movimento di liberazione si stava sviluppando in Egitto, che non si era mai rassegnato all’occupazione britannica, ma
l’impopolarità del dominio inglese era tale che dopo la guerra si passò, nel 1922, a una forma di gestione più indiretta
che portò all’egizianizzazione dell’amministrazione. L’India era sempre più insofferente al dominio britannico e le classi
istruite avevano cominciato a organizzarsi con Gandhi.
L’imperialismo era vulnerabile, soprattutto nei paesi in cui il dominio si esercitava di fatto anziché ufficialmente, cioè
la zona del neocolonialismo di cui facevano parte vari paesi dell’America Latina, che non accettavano l’imperialismo
economico, ma volevano progredire autonomamente ed essere rispettati dall’occidente. La modernizzazione
messicana si concentrò sul profitto, sulla scienza, sul progresso con il gruppo degli centificos di Porfirio Diaz. Diaz,
divenuto presidente, non riesce a reprimere una rivoluzione armata popolare dovuta allo sviluppo economico che egli
stesso aveva presieduto. Emiliano Zapata intervenne a capo della rivoluzione agraria.
L’America Nord è un’altra area di agitazioni: dopo il 1885 viene trasformata da frontiera indiana in regione di confine
economicamente dinamica in simbiosi con gli USA, ma piena di malcontenti tra gruppi interni. La banale lotta politica
divenne rivoluzione.
Russia -> impero zarista era esteso, ma economicamente inefficiente e arretrato. Nel 1861 abolisce il servaggio. Vaste
aree del paese vengono messe a coltura, facendo del paese il massimo esportatore di cereali, ma ciò creò il
malcontento dei contadini, dato anche da povertà, fame e tasse alte, per cui i populisti propugnano una rivoluzione
per una trasformazione socialista della Russia evitando il capitalismo e riponendo fiducia negli operai. Progetto di
modernizzazione -> costruita ferrovia, produzione carbone, ferro, acciaio, crescita del proletariato e del movimento
operaio; grande sviluppo di zone periferiche come Polonia, Ucraina ecc. Il terrorismo indebolì lo zarismo.
I bolscevichi diventarono partito nel 1912. Lo zarismo incoraggiò l’antisemitismo, quindi gli ebrei perseguitati erano
portati ad andare con i rivoluzionari. Nel 1905 inizia la rivoluzione, poco prima della fine della guerra russo-giapponese.
La rivoluzione del 1905 fu una rivoluzione borghese, realizzata con mezzi proletari; gli operai si costituirono
spontaneamente in consigli. La prospettiva di Lenin si basava sulla crescita della classe operaia sull’ipotesi che i
contadini rimanessero forza rivoluzionari. Nel 1912 le agitazioni proletarie tornarono a sollevarsi, provocando il
massacro di scioperanti nei giacimenti auriferi siberiani.
1914 -> scossi tutti gli antichi imperi del globo; le agitazioni cominciavano a corrodere i nuovi imperi dell’imperialismo.
La rivoluzione russa scatenò le rivoluzioni persiana e turca, accelerò quella cinese e agitò la vita dell’impero asburgico.
PACE E GUERRA
Dal 1815 non c’erano state più guerre che avessero coinvolto tutte le potenze europee. La paura della guerra diede
origine ai Congressi Mondiali della Pace.
Dopo la dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia, i capi del socialismo internazionale si riunirono, turbati ma
convinti che una guerra generale era impossibile e che si poteva trovare una soluzione pacifica.
La coscrizione nel 1914 era obbligatoria in tutte le potenze di rilievo: l’esercito era il più potente strumento a
disposizione dello Stato per forzare il comportamento civico e mutare l’abitante del villaggio in cittadino della nazione.
Scuola e esercito insegnarono agli italiani a capire l’italiano.
I maggiori stati si preparavano alla guerra, per esempio, l’Inghilterra si preparava a una partecipazione modesta a
operazioni terrestri; solo alcuni capivano il carattere catastrofico di una guerra futura e facevano a gara per procurarsi
gli armamenti, motivo per cui la tecnologia dell’uccidere progredì nel 1880-1890. La corsa agli armamenti cominciò in
sordina nel 1885-90 e si accelerò nel nuovo secolo. Anche la spesa navale tedesca aumentò. Spese enormi per la guerra
richiedevano tasse più alte o indebitamento. I governi erano costretti a garantire l’esistenza di potenti industrie
nazionali degli armamenti, o producevano le armi con industrie statali oppure appaltando a industrie private.
Si aprì un dibattito sulle cause della prima guerra, riaperto con la Seconda Guerra Mondiale. La questione di chi sia la
colpa poco importa: le potenze non erano pacifiche né pacifiste; si preparavano a una guerra europea anche se i
ministri degli Esteri facevano di tutto per evitare la catastrofe. L’Austria sapeva che con l’ultimatum alla Serbia rischiava
la guerra e la Germania, dandole appoggio, la rese praticamente certa.
Ma lo schieramento era tutto imprevisto; era facile individuare alleati e nemici potenziali:
- Germania e Francia sarebbero state nemiche perché la Germania aveva annesso l’Alsazia-Lorena nel 1871;
- Germania e Austria-Ungheria sarebbero state alleate, a seguito dell’alleanza del 1866;
- La Triplice Alleanza del 1882 era alleanza tedesco-austriaca, dato che l’Italia se ne allontanò presto;
- Austria e Russia sarebbero state nemiche perché entrambe avevano mire sulla Bosnia-Erzegovina.
3 cose mutarono il sistema delle alleanze:
- una situazione internazionale destabilizzata da nuovi problemi e ambizioni delle potenze;
- la logica dei piani militari congiunti, che irrigidì i blocchi contrapposti;
- l’adesione a al blocco antitedesco dell’Inghilterra, fra 1903 e 1907. Non aveva mai avuto in passato problemi
con la Prussia e sembrava non averne con la Germania; era stata invece antagonista della Francia in campo
coloniale e della Russia nei Balcani.
C’erano anche due giocatori nuovi: USA e Giappone.
L’avvento di una economia capitalistica mondiale spingeva il mondo in una direzione di rivalità statali; il passaggio da
monopolio a concorrenza fu il fattore più importante che diede tono all’impresa industriale e commerciale europea.
Il blocco anglo-franco-russo cominciò con l’intesa cordiale anglo-francese nel 1904, un patto imperialista per il quale
Francia rinunciò alle pretese in Egitto in cambio dell’appoggio britannico in Marocco, sul quale puntava la Germania.
Ciò che rese la situazione più pericolosa, fu la tacita equazione fra illimitata crescita economica e potenza politica, cioè
più potente era l’economia di un paese, più numerosa la sua popolazione, maggiore doveva essere la posizione
internazionale dello stato. La Germania, si proponeva di prendere il posto dell’Inghilterra come potenza globale e
per questo si accinse a costruire nel 1897 una grande flotta da guerra. La Germania era militarmente e industrialmente
predominante in Europa. Fu questo lo sfondo della Triplice Intesa anglo-franco-russa.
I 2 blocchi si irrigidirono e si andò verso lo scontro armato con una serie di crisi internazionali, che dopo il 1905 furono
risolte con una politica di rischio calcolato, cioè con la minaccia di una guerra.
La rivoluzione russa del 1905 paralizzò la Russia, incoraggiando la Germania ad affermare le sue pretese sul Marocco
e a far voce grossa con la Francia. Con la conferenza di Algeciras, la Germania fu tenuta a bada da Francia e Inghilterra.
L’Austria approfittò della crisi russa per annettere la Bosnia-Erzegovina provocando una crisi con la Russia, risolta
con la minaccia di un appoggio militare tedesco all’Austria. La Germania mandò una cannoniera per impadronirsi del
porto di Agadir come compenso per la protezione francese sul Marocco, ma fu costretta a ritirarsi per la minaccia
inglese di scendere in campo a fianco della Francia. La crisi di Agadir dimostrò che ogni confronto fra 2 grandi potenze
portava sull’orlo della guerra.
Il disfacimento dell’impero ottomano continuò con l’occupazione italiana della Libia nel 1911 e la guerra di Serbia,
Bulgaria e Grecia per cacciare la Turchia dalla penisola balcanica nel 1912. La Turchia venne così cacciata dall’Europa,
e con una guerra nel 1913 fra gli staterelli, si spartirono la penisola balcanica.
C’era una potenza che non poteva far altro che puntare la sua esistenza nel gioco d’azzardo militare, cioè l’Austria-
Ungheria, lacerata da problemi nazionali fra cui quelli degli slavi meridionali turbolenti, che appartenevano sia al
governo di Vienna che a quello di Budapest, il che complicava i rapporti fra le due metà dell’impero.
Il 28 giugno 1914, l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austriaco, visitò Sarajevo e fu assassinato da
Gavrilo Princip, il quale non credeva che il suo gesto incendiasse il mondo, ma fu la goccia che fece traboccare il vaso.
La Germania aveva deciso di dare pieno appoggio all’Austria, scegliendo di non disinnescare la situazione. Il resto
venne da sé, in quanto ogni confronto fra blocchi in cui l’uno o l’altro dovesse battere in ritirata, li portava sull’orlo
della guerra.
L’Inghilterra aveva un esercito modesto, quindi puntava solo sui volontari, che smettevano di lavorare per fare la
guerra.
I movimenti operai e socialisti erano contrari alla guerra e l’Internazionale socialista si era impegnata nel 1907 a uno
sciopero generale internazionale contro la guerra. Ma la dissidenza alla guerra non si dimostrò molto forte e in breve,
la chiamata alle armi incontrò poca resistenza. Anzi, l’ondata di entusiasmo patriottico fu forte, nonostante ci fosse
comunque una percentuale di disertori. La guerra dissipava come una tempesta l’atmosfera greve dell’attesa e
purificava l’aria; significava la fine delle superficialità e frivolezze della società borghese.
EPILOGO
Prima del 1914, i membri usavano la parola “catastrofe” solo in relazione a eventi quali l’affondamento del Titanic,
mentre le classi umili la usavano in relazione a carestie, terremoti. Dopo il 1914, la parola indicava calamità maggiori.
Prima del 1914 le sole quantità misurate in milioni, oltre alle stelle, erano le popolazioni dei vari paesi e i dati della
produzione di finanza e commercio; dal 1914 si misurano in milioni il numero delle vittime, anche localizzate e degli
emigrati.
Dopo il 1914 catastrofi e metodi barbari sono diventati parte integrante del mondo civile, al punto da dissimulare i
progressi tecnologici e la capacità umana di produrre.

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