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“POTERE E TEORIA POLITICA”

Mario Stoppino

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Potere [cap. 1]
Il potere sociale come rapporto tra uomini
La parola “potere” designa la capacità o possibilità di operare e produrre effetti; può essere riferita a individui o
gruppi umani e oggetti o fenomeni naturali.
In senso sociale, il potere consiste nella capacità dell’uomo di determinare la condotta dell’uomo (potere
dell’uomo sull’uomo): non vi è potere, però, se accanto a chi lo esercita non c’è un individuo che è indotto a
comportarsi nel modo desiderato dal primo.
Come fenomeno sociale, il potere è una relazione causale tra azioni o disposizioni ad agire di attori sociali
diversi, in cui l’azione o la disposizione ad agire del soggetto B (azione di conformità) corrisponde all’intenzione
o all’interesse che accompagna l’azione o la disposizione ad agire del soggetto A (azione potestativa).
Si tratta, perciò, di una relazione triadica, cioè composta da tre elementi: condotta di A (attore attivo), condotta
di B (attore passivo) e sfera d’azione in cui il potere si esprime.
Il potere si trasforma in esercizio del potere quando la capacità di determinare la condotta altrui viene messa in
atto. Si distinguono potere attuale (potere effettivamente esercitato) e potere potenziale (potere come
possibilità).
Il potere attuale
Il potere attuale è una relazione tra comportamenti e consiste:
- nel comportamento di A diretto a modificare la condotta di B o tale da modificare la condotta di B
nell’interesse di A.
- nel comportamento di B, in cui si concreta la modificazione della condotta voluta da A o corrispondente
all’interesse di A.
- nel nesso che intercorre tra questi due comportamenti.
Dunque, si ha potere quando A provoca intenzionalmente un comportamento di B, o più genericamente quando
un comportamento ne provoca un altro anche se non in modo intenzionale. Qualora si generassero
comportamenti indesiderati da parte di B quali reazioni al comportamento iniziale di A, il rapporto tra questi
viene definito come tentativo fallito di esercitare potere.
Si può allargare la nozione di potere al concetto d’interesse, inteso come stato della mente soggettivo di chi
esercita il potere; ciò senza qualificare come potere qualsiasi tipo di causazione sociale non intenzionale.
Perciò il comportamento di A, che esercita potere, può essere associato all’interesse che A nutre per il
comportamento determinato in B, oggetto del potere.
Il comportamento di B, che subisce potere, è dotato di volontarietà, ma non sempre B è consapevole di agire nel
modo voluto da o nell’interesse di A. Tale comportamento, dunque, è volontario, ma non necessariamente
libero: questo accade, per esempio, quando B tiene il comportamento voluto da A per evitare un male
minacciato; ciò permette di distinguere tra l’esercizio del potere coercitivo e l’uso della violenza.
Si ricorre alla violenza quando non si riesce a esercitare potere e costituisce uno strumento importante nelle
relazioni di potere.
Un altro caso in cui B tiene un comportamento involontario è quello dell’ipnosi (le azioni dell’ipnotizzato sono
volute dall’ipnotizzatore); diversamente accade quando il comportamento oggetto di potere è abituale o
automatico (ad esempio, il saluto militare).
Inoltre, la volontarietà del comportamento oggetto di potere non richiede necessariamente che chi lo tiene
intenda comportarsi nel modo desiderato da chi esercita potere su di lui.
A può provocare un determinato comportamento di B senza richiederlo esplicitamente e anzi nascondendo a B
che egli desidera quel comportamento e senza che B si renda conto di tenere un comportamento voluto da A:
questo tipo di rapporto di potere è detto manipolazione.
Infine, perché si abbia potere, occorre che il primo comportamento determini il secondo: A, dunque, è causa del
comportamento di B, dove per causa s’intende causa probabilistica (il comportamento di A è causa del
comportamento di B in questo caso determinato, non secondo leggi generali o universali).
Il rapporto di potere è un tipo di causazione sociale. Il nesso causale tra i comportamenti va interpretato nel
senso che il comportamento di A è …
 condizione necessaria (𝑏 si verifica solo se si verifica 𝑎)
 condizione sufficiente (se si verifica 𝑎, si verifica 𝑏)
 condizione necessaria e sufficiente (𝑏 si verifica quando, e solo quando, si verifica 𝑎)
… del comportamento di B.
La condizione sufficiente è maggiormente conforme alla prospettiva probabilistica: quando un
comportamento 𝑎 (causa determinante) è condizione sufficiente di un comportamento 𝑏, si qualifica tale
rapporto come esercizio di potere, anche se 𝑎 non è condizione necessaria di 𝑏.
Il rapporto di potere è asimmetrico: se il comportamento 𝑎 causa il comportamento 𝑏, allora il
comportamento 𝑏 non è causa del comportamento 𝑎.

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Il potere potenziale
Il potere potenziale è la capacità di determinare i comportamenti altrui ed è un rapporto tra attitudini ad agire:
A ha la possibilità di tenere un comportamento mirante a modificare la condotta di B o idoneo a modificare la
condotta di B nell’interesse di A; se questo accade, è probabile che B tenga il comportamento in cui si concreta
la modificazione della condotta corrispondente alla volontà o all’interesse di A.
Il potere sociale, dunque, è la capacità della determinazione intenzionale o interessata dei comportamenti
altrui.
Affinché tale capacità sussista, A deve avere a sua disposizione delle risorse che possono essere impiegate per
esercitare potere (ad esempio: ricchezza, conoscenza, forza, popolarità, amicizia, ...).
Inoltre, la suddetta capacità di A dipende anche dalla sua propensione a usare le risorse per esercitare potere,
anziché per altri scopi, e dall’abilità con la quale è in grado di convertire in potere le risorse che ha a
disposizione (abilità che può riguardare l’impiego anche di una combinazione di risorse).
A non ha potere su B in rapporto a una certa condotta, se B non è disposto in nessun modo a tenere quella
condotta, a prescindere dal compenso. Per questo motivo, un grado massimo di sproporzione tra gli strumenti
della violenza di A e di B non basta per fondare un potere potenziale di A su B rispetto a un dato
comportamento, se B scegliere di affrontare la “punizione” piuttosto che tenere quel comportamento.
Il potere potenziale, quindi, è un rapporto tra uomini che si spezza se alle risorse di A e alla sua abilità
nell’impiegarle non corrisponde l’attitudine di B a lasciarsi influenzare. La probabilità che B tenga il
comportamento voluto da A dipende dalla scala di valori di B (ci sarà un’attitudine più o meno generalizzata
rispetto a determinate sfere di attività).
Il potere è stabilizzato quando a un’alta probabilità che B compia con continuità i comportamenti
corrispondenti alla volontà o all’interesse di A, fa riscontro un’alta probabilità che A compia con continuità
azioni dirette a modificare la condotta di B o idonee a modificare tale condotta nell’interesse di A; quando è di
tipo intenzionale, il potere stabilizzato si traduce in una relazione di comando e obbedienza.
Quando la relazione di potere stabilizzato si articola in una pluralità di ruoli definiti e coordinati tra loro e dura
nel tempo, si parla di potere istituzionalizzato.
Il ruolo delle percezioni sociali e delle aspettative
Il potere deriva anche dall’esistenza di determinati atteggiamenti dei soggetti implicati nel rapporto; tra questi
vanno posti le percezioni e le aspettative che riguardano il potere.
Le percezioni (o immagini sociali del potere) esercitano un’influenza sui fenomeni del potere reale. L’immagine
che un individuo o un gruppo si fa della distribuzione del potere contribuisce a determinare il suo
comportamento; in questo senso, la reputazione del potere costituisce una possibile risorsa di potere effettivo.
Le aspettative, invece, sono le previsioni dell’attore relative alle azioni future degli altri attori e all’evoluzione
della situazione nel suo complesso. Esse hanno un ruolo importante nei rapporti di potere che operano
attraverso il meccanismo delle reazioni previste: B modifica la sua condotta, conformemente all’interesse di A,
senza un intervento diretto di A, ma perché B prevede che A adotterebbe reazioni per lui spiacevoli se egli non
modificasse la propria condotta. Perché si abbia potere, la previsione di B deve fondarsi su una precedente
condotta di A, dalla quale B desume l’interesse di A per un certo tipo di comportamento e la sua attitudine a
reagire in conseguenza. Il meccanismo delle reazioni previste costituisce un potente fattore di conservazione,
ma allo stesso tempo rende ambigue molte situazioni di potere: tale ambiguità è legata al fatto che la situazione
di potere si mantenga in uno stato di equilibrio (se intervengono dei conflitti tra gli attori, è possibile accertare
l’orientamento dei loro interessi e della loro volontà e, di conseguenza, determinare la direzione prevalente
nella quale opera il potere).
Modi di esercizio
I modi specifici in cui le risorse possono essere usate per esercitare potere, cioè i modi di esercizio del potere,
sono molteplici: persuasione, manipolazione, minaccia, ricompensa, meccanismo delle reazioni previste, ecc.
(non è detto che si tratti di un rapporto coercitivo, però).
La coercizione può essere definita come la minaccia di privazioni fisiche, ossia d’interventi violenti, o
allettamenti oppure come un alto grado di costrizione. Essa implica che le alternative di comportamento cui si
trova di fronte B siano alterate dalla minaccia di sanzioni di A in modo così grave che il comportamento che
quest’ultimo desidera finisce per apparire a B come l’alternativa meno penosa.
Conflittualità del potere
Ai modi specifici attraverso i quali è possibile alterare la condotta altrui va riportato il problema della
conflittualità del potere: il carattere antagonistico del rapporto di potere è inteso come conflitto di volontà
tra i soggetti del rapporto.
La conflittualità o non conflittualità dipende dal modo di esercizio del potere. B attribuisce minor valore al
comportamento che tiene dopo l’intervento di A che al comportamento che avrebbe tenuto in assenza di tale
intervento: di conseguenza, in questo rapporto di potere c’è un conflitto di volontà tra A e B.

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Ad esempio, nel rapporto di manipolazione c’è di regola un conflitto potenziale, che diventa attuale qualora B si
renda conto che la sua condotta è stata manipolata da A; questo conflitto può derivare dal semplice fatto della
manipolazione, dal giudizio negativo e dal risentimento di B nei confronti dell’operazione manipolatoria di A.
Tale risentimento può nascere dalla disuguaglianza delle risorse ed è la seconda matrice della conflittualità del
potere. La disuguaglianza di risorse costituisce una causa solo potenziale di conflitto e può essere: non
percepita dai sottoposti al potere, accettata come legittima sulla base di dottrine politiche o sociali, percepita
come ingiusta ma attribuita a entità diverse dai detentori del potere, oppure può accadere che il risentimento
non sfoci in un conflitto aperto.
Misurazione del potere
Un modo di misurare il potere è quello di determinare le diverse dimensioni che può avere la condotta che ne è
oggetto.
1. Questa dimensione riguarda il solo potere potenziale ed è costituita dalla probabilità che il
comportamento di B si verifichi: quanto è più probabile che B risponda positivamente alla condotta di
A, tanto maggiore è il potere di A su B.
2. Campo del potere (numero degli uomini sottoposti al potere)
3. Sfera del potere (settore di attività a cui il potere si riferisce)
4. Peso del potere (grado di modificazione della condotta di B che A può provocare entro una certa sfera
di attività)
5. Efficacia del potere (grado di corrispondenza tra il comportamento di B e l’intenzione o l’interesse di A)
6. Grado in cui il potere di A restringe le alternative di comportamento che B ha a disposizione
Per misurare il potere in modo adeguato, occorre tener conto anche dei suoi costi (quelli in cui incorre A per
tentare di esercitare potere su B), nonché della sua forza (i costi nei quali incorrerebbe B se rifiutasse di tenere
il comportamento voluto da A).
*Le definizioni di campo, sfera e peso del potere sono state così nominate da Lasswell

Il potere nello studio della politica


Il potere è uno dei fenomeni più generali della vita sociale: non esiste rapporto sociale nel quale non sia
presente l’influenza di un individuo sulla condotta di un altro individuo. Il campo in cui il potere ha il ruolo più
cruciale è quello della politica.
Max Weber sostiene che le relazioni di comando e di obbedienza più o meno continuative nel tempo si basano
su un fondamento di legittimità. Egli distingue tale potere legittimo, designato col termine di autorità, in tre
tipi puri:
 Il potere legale: tipico della società moderna, si fonda sulla credenza nella legittimità di ordinamenti
statuiti che definiscono il ruolo del detentore del potere. La fonte del potere è la legge, cui sottostanno
coloro che prestano obbedienza e colui che comanda; l’apparato amministrativo del potere è quello
della burocrazia.
 Il potere tradizionale: si fonda sulla credenza nel carattere sacro del potere della tradizione e
l’apparato amministrativo del potere è di tipo patriarcale.
 Il potere carismatico: si fonda sulla dedizione affettiva alla persona del capo e al carattere sacro,
eroico e spirituale che lo contraddistinguono. Chi comanda è il duce e coloro che prestano obbedienza
sono i discepoli. L’apparato amministrativo è scelto sulla base del carisma e della dedizione personale.
Lasswell analizzò il potere come fenomeno osservabile empiricamente e vide in esso l’elemento distintivo
dell’aspetto politico della società. Egli costruì uno schema concettuale per lo studio dei fenomeni di potere
nell’ambito della vita sociale ed esaminò i rapporti intercorrenti tra potere e personalità: individuò la
personalità politica in quella orientata prevalentemente verso la ricerca del potere.
Parsons individuò nel conseguimento dei fini collettivi la funzione propria del sistema politico e, nell’ambito
del funzionamento complessivo della società, definì il potere politico come la capacità generalizzata di
assicurare l’adempimento delle obbligazioni vincolanti in un sistema di organizzazione collettiva; in questa
prospettiva, il potere diventa una proprietà del sistema.
Metodi di ricerca empirica
Si utilizzano tre tecniche principali:
 Metodo posizionale: consiste nell’identificare le persone più potenti in chi ha una posizione di vertice
nelle gerarchie pubbliche e private più importanti della comunità. È una tecnica molto semplice: basta
accertare chi occupa formalmente certe posizioni per stabilire chi detiene il maggior potere; tuttavia ha
il difetto di essere un indicatore insufficiente (non è detto che il potere effettivo corrisponda alla
posizione occupata formalmente).
 Metodo reputazionale: si fonda sul giudizio di alcuni membri della comunità studiata che, per le
funzioni o mansioni che svolgono, sono considerati buoni conoscitori della vita politica della comunità
stessa. Il metodo è facile ed economico, ma non accerta il potere effettivo, bensì quello reputato.

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 Metodo decisionale: si basa sull’osservazione sulla ricostruzione dei comportamenti effettivi che si
manifestano nel processo decisionale pubblico. Per determinare quali siano le persone potenti, alcuni
ricercatori si limitano a considerare la partecipazione attiva al processo di decisione (più spesso si
procede all’accertamento degli individui che prevalgono nel processo decisionale). Tuttavia può essere
utilizzato solo su pochi settori decisionali, essendo una tecnica complessa, non è in grado di rilevare
tutto il potere e non può accertare da solo la distribuzione generale del potere.
Ciò indica che per studiare empiricamente il potere è necessario affidarsi a un ventaglio di tecniche di ricerca.

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Potere, intenzione, interesse [cap. 2]
Causazione sociale, potere e intenzione
Il potere sociale è un rapporto di causazione sociale (tra gli uomini, in questo caso).
Il nesso causale, poiché è potere tanto l’avvenuta determinazione di comportamenti altrui quanto la capacità di
determinarli, può essere:
 Attuale: c’è un nesso causale tra due comportamenti compiuti di A e di B.
 Potenziale: c’è un nesso causale potenziale tra un comportamento di A, possibile o probabile, e un
comportamento probabile di B.
Che il potere sia un rapporto di causazione sociale è generalmente accettato, ma nonostante questo sorgono
due problemi. Il primo riguarda le difficoltà inerenti al concetto di causa e al modo stesso di interpretare il
nesso causale tra due comportamenti: come condizione sufficiente, necessaria o necessaria e sufficiente (è da
considerare la prima).
Il secondo problema riguarda l’estensione della nozione di potere rispetto a quella di causazione sociale
quest’ultima è una definizione che designa tutte le relazioni sociali causali, mentre con la parola potere s’indica
la sottocategoria di tali relazioni.
È necessario tracciare distinzioni significative tra le relazioni sociali causali sulla base degli stati della mente
degli individui implicati nei rapporti e, quindi, sulla base del senso che essi attribuiscono ai comportamenti
relativi.
Con intenzione s’intende causazione sociale intenzionale: A esercita potere su B se il comportamento 𝑎 causa il
comportamento 𝑏, e se il comportamento 𝑏 corrisponde all’intento di 𝑎.
L’intenzione non è una modalità dell’azione di chi esercita potere, ma è uno stato mentale, che è descritto come
finalizzazione dell’azione: per A il senso della propria azione 𝑎 è dato dallo scopo di causare il comportamento 𝑏
di B. perciò l’azione di A è deliberata, nel senso che A deve avere un minimo di consapevolezza dello scopo che
vuole conseguire e della connessione tra tale scopo e la propria azione 𝑎.
Perché vi sia potere, occorre che il comportamento 𝑏 di B corrisponda al proposito deliberato che accompagna
e orienta il comportamento 𝑎 di A. L’esercizio di potere ha efficacia se c’è corrispondenza tra il comportamento
di B e l’intento di A. Può anche avvenire che A alteri la condotta di B in una direzione opposta a quella voluta.
Dunque: la causazione intenzionale di un comportamento altrui è potere, la causazione di un comportamento
altrui contrario all’intenzione o al desiderio di chi lo causa non è potere.
Insufficienza del criterio dell’intenzione
White sostiene che il requisito dell’intenzione è troppo restrittivo per il potere, per cui indica come esercizio di
potere tutte quelle volte in cui la persona che provoca una condotta altrui ha un atteggiamento favorevole
verso gli effetti rilevanti del rapporto: esso può consistere in un’intenzione, ma anche in un desiderio, un voto o
una speranza. White aggiunge che non è necessario che chi esercita potere sia consapevole di tale suo
atteggiamento; basta che vi sia qualcosa che possa essere definito come atteggiamento favorevole.
Stoppino sostiene tale argomentazione, ma allo stesso tempo afferma che per la maggior parte dei rapporti
rilevanti per lo studio della politica, un atteggiamento favorevole sia un requisito insufficiente per identificare il
potere.
L’imitazione (o contagio del comportamento) consiste nella riproduzione o imitazione spontanea da parte di
altri del comportamento iniziato da un membro del gruppo quando questi non ha mostrato nessuna intenzione
di ottenere che gli altri facciano ciò che fa lui: ciò si distingue dall’influenza diretta, che si verifica quando si
tiene un comportamento con il proposito manifesto di influenzare il comportamento di un altro membro del
gruppo.
In alcuni casi l’imitazione sostiene o rafforza un interesse della persona o del gruppo che è preso a modello
(solo in questo caso si può parlare di potere); in altri casi, l’imitazione contrasta con un interesse dell’agente
preso a modello (semplice relazione causale).
Interesse
Si distinguono interessi oggettivi (o reali, per i quali è necessario essere in possesso di una scala di valori
universalmente valida) e interessi soggettivi (quelli rilevanti per il discorso in corso).
Ci sono due definizioni d’interesse:
 Un interesse è un modello di domande e di aspettative che sostengono tali domande (Lasswell)
 Interesse significa sia una distribuzione di attenzione sia un’aspettative di ricompensa (Deutsch)
Combinando il loro aspetto comune (aspettativa) e l’elemento diversificato (domanda e distribuzione di
attenzione), si ottiene una definizione triadica, secondo la quale l’interesse verso un certo oggetto comporta
l’aspettativa di una ricompensa o gratificazione, la domanda e l’applicazione selettiva dell’attenzione, rispetto a
quell’oggetto.

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Dimensione cognitiva. L’interesse verso un certo oggetto comporta l’aspettativa di una gratificazione, che è
una previsione di accadimenti che rientra nei giudizi di fatto. Si distingue sia dal mero impulso, perché nasce
dall’esperienza ed è una funzione di processi istintivi, sia dai bisogni generali della personalità, perché
spingono verso un tipo generale di condotta anziché verso un oggetto particolare.
Dimensione direttiva. L’interesse non è solo aspettativa, ma anche una disposizione ad agire in vista
dell’oggetto dell’interesse stesso. Si distingue sia dalla preferenza, che è solo una disposizione a ricevere
qualcosa (passiva), sia dall’atteggiamento favorevole, che è solo una disposizione a reagire in presenza di un
certo oggetto (meno passiva della preferenza). L’interesse attivo, invece, spinge a cercare qualcosa.
L’interesse comporta una disposizione ad agire per ottenere un dato evento, mentre l’atteggiamento favorevole
comporta soltanto una disposizione a reagire positivamente al verificarsi di un evento.
È l’interesse, dunque, a fornire un nuovo orientamento per l’analisi del potere: l’interesse di A può esprimersi
in un’azione che provoca intenzionalmente il comportamento 𝑏 di B oppure può accompagnare un’azione di A
che provoca in modo non intenzionale il comportamento 𝑏 di B (oppure potere operante attraverso le reazioni
previste).

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Violenza [cap. 3]
Violenza
Per violenza s’intende quell’intervento fisico di un individuo o gruppo contro un altro individuo o gruppo, o
anche contro se stesso; tale intervento ha lo scopo di distruggere, offendere o coartare ed è esercitato contro la
volontà di chi lo subisce.
La violenza può essere diretta (quando colpisce in modo immediato il corpo di chi la subisce) o indiretta
(quando opera attraverso un’alterazione dell’ambiente fisico in cui la vittima si trova, o attraverso la
distruzione, il danneggiamento o la sottrazione di risorse materiali).
Violenza e potere
Esercitare potere significa ottenere un’azione o un’omissione altrui dotata di almeno un minimo di volontarietà
e ciò avviene attraverso diversi modi di pressione: persuasione, minaccia di una punizione, promessa di
ricompensa, esempio, ecc.; essi servono a determinare comportamenti volontari (condotta interna o esterna) e
non alterano la situazione fisica. Dunque, il potere cambia la volontà dell’altro; con la violenza, invece, si agisce
sul corpo dell’altro ottenendo un’omissione.
La distinzione tra violenza e potere coinvolge il potere coercitivo, che è basato su sanzioni fisiche, e comporta la
distinzione tra violenza in atto e minaccia della violenza. Nei rapporti di potere coercitivo la violenza interviene
sotto forma di punizione e sanziona il fallimento del potere.
La violenza talvolta subentra anche in caso di manipolazione, che è una relazione di potere caratterizzata dal
fatto che chi esercita il potere lo fa di nascosto dall’altro e chi lo subisce non si rende conto che il suo
comportamento è determinato dall’esterno e crede di scegliere in piena libertà.
La manipolazione ha rilievo nel campo del potere sugli atteggiamenti e sulle credenze: il soggetto è indotto a
tenere una condotta che probabilmente non terrebbe se avesse libertà di scelta, sia e soprattutto per la tecnica
cui si ricorre per indurvelo.
Quelle di coercizione, di costrizione e di manipolazione sono relazioni nelle quali chi esercita potere forza
l’altro, apertamente o di nascosto, a tenere una condotta sgradita e perciò fa violenza alla sua volontà.
L’efficacia di una minaccia dipende dal grado di penosità dell’intervento fisico minacciato e dalla sua
credibilità; quest’ultima dipende a sua volta dal riconoscimento del minacciato che è chi avanza la minaccia
possiede i mezzi per porla in effetto ed è realmente determinato nel farlo. Talvolta il minacciatore ricorre a
dimostrazioni di forza; questo tipo di violenza può essere usato in anticipo per rendere seria e perciò credibile
una data minaccia. A volte essa ha solo lo scopo generale di instaurare, consolidare o allargare il controllo
coercitivo di una data situazione e la violenza ha la funzione di un avvertimento generale che tende a rafforzare
le possibili minacce future oltre a quella già formulata.
Violenza e potere politico
Il ricorso alla violenza è un tratto caratteristico del potere politico o potere di governo.
Weber, nella definizione di potere politico, punta sul monopolio della violenza legittima; quest’importanza
della violenza per il potere politico deriva dall’efficacia generale delle sanzioni fisiche e dall’importanza del
mantenimento delle condizioni esterne che salvaguardano la coesistenza pacifica (deterrente della violenza).
Si parla di monopolio della violenza solo in rapporto alle cosiddette comunità politiche pienamente sviluppate,
cioè negli stati moderni e contemporanei di matrice europea. In tali stati il governo usa tipicamente, con
continuità e in modo tendenzialmente esclusivo la violenza, attraverso un apparato o più apparati specializzati.
Agli usi illegittimi della violenza il governo oppone la sua violenza legittima.
Dire che il potere politico ha il monopolio della violenza è affermare che la violenza è un suo mezzo specifico e
tendenzialmente esclusivo; ma non è affermare che la violenza è il fondamento esclusivo né principale del
potere politico. La violenza di cui il governo detiene il monopolio si definisce legittima, se esercitata secondo
date modalità e dati limiti, quando ottiene il consenso dei governati, che lo prestano sulla base di credenze in
determinati valori, di atteggiamenti affettivi o per interesse personale.
Vi sono alcuni regimi politici, però, in cui la violenza è utilizzata per seminare il terrore tra la popolazione, che
teme questo tipo di violenza incontrollata che punisce comportamenti non prefissati (è il caso dei totalitarismi)
anche all’esterno della società.
Sulle cause della violenza politica
Per determinare le cause della violenza ribelle o rivoluzionaria, si ricorre al concetto di privazione relativa: la
violenza ha la sua matrice nella percezione da parte di aggregati sociali o individui del divario tra aspettative
(ciò che un soggetto crede di aver diritto a ottenere) e la situazione reale (ciò che crede di poter effettivamente
ottenere). Tanto più si percepisce tale privazione, quanto più c’è scontento che sfocia in violenza collettiva
(talvolta però questo non costituisce una condizione sufficiente dell’insorgenza collettiva).

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Una seconda ipotesi riconduce le cause della violenza politica alla prassi generale della lotta per il potere: tra i
gruppi in lotta, vi è una parte che ha la capacità di accedere al e influire sul governo e un’altra che, non essendo
parte del regime politico, forza le barriere del regime per avervi accesso.
Funzioni politiche della violenza
Le conseguenze o funzioni politiche della violenza, che diventano scopi politici quando sono cercati in modo
intenzionale, si possono distinguere a seconda che riguardino:
 I gruppi che ne sono oggetto: La violenza può essere usata per distruggere gli avversari o, molto più
comunemente, per piegarne la resistenza e la volontà (cioè per esercitare potere) mettendoli
nell’impossibilità fisica di agire con efficacia.
 I gruppi che ne sono spettatori: le funzioni sono le seguenti
o Attivazione dell’attenzione: un primo notevole effetto nei riguardi dell’ambiente sociale consiste
nell’attivazione dell’attenzione (niente richiama l’attenzione come la violenza, che permette
perciò di rendere visibile la rivendicazione o il risentimento).
o Dimostrazione della legittimità delle rivendicazioni: il ricorso alla violenza esprime la gravità di
una situazione d’ingiustizia e costituisce una contestazione alla legittimità dei privilegi e del
vantaggio dell’antagonista. L’atto di violenza deve colpire il gruppo antagonistico e in
particolare uomini o cose che simboleggiano la causa dello stato d’ingiustizia.
o Ricerca del sostegno: si vuole modificare il comportamento, le credenze e le valutazioni dei
gruppi esterni.
 I gruppi che la esercitano
o Coesione tra i membri (grado elevato di unità)
o Centralizzazione delle decisioni e del potere (fondazione di una struttura potere autoritaria)
o Ridefinizione e irrigidimento dei confini del gruppo (formazione di una coscienza collettiva)
o Un’altra importante funzione politica della violenza, che deriva dal fatto che i conflitti violenti
tendono a intensificare la compattezza del gruppo, è quella del dirottamento delle ostilità verso
un capro espiatorio (ad es. una campagna propagandistica xenofoba).

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Autorità [cap. 4]
L’autorità come potere stabilizzato
Con il termine autorità si intende quell'insieme di qualità proprie di una istituzione o di una singola persona
alle quali gli individui si assoggettano in modo volontario e incondizionato per realizzare determinati scopi
comuni.
Spesso è usato come sinonimo di potere, ma in realtà i due termini afferiscono ad accezioni diverse: il potere si
riferisce all'abilità nel raggiungere determinati scopi, mentre il concetto di autorità comprende la
legittimazione, la giustificazione ed il diritto di esercitare quel potere (autorità genuina).
Il soggetto passivo del rapporto di potere adotta come criterio del proprio comportamento il comando o la
direttiva del soggetto attivo senza valutarne in proprio (in senso negativo o positivo) il contenuto. A
quest’atteggiamento del soggetto passivo corrisponde in chi esercita il potere la trasmissione del messaggio
senza fornire ragione alcuna e la pretesa che questo sia accettato incondizionatamente.
Dunque, l’autorità si contrappone al rapporto di potere fondato sulla persuasione, in cui A avanza argomenti in
favore della sua richiesta e B adotta il comportamento richiesto da A perché accetta e condivide le ragioni
espresse da A.
L’autorità è un rapporto di potere stabilizzato o istituzionalizzato, continuativo nel tempo, nel quale i
sottoposti prestano un’obbedienza incondizionata. Il potere diventa autorità ogni qualvolta B è disposto a
tenere il comportamento voluto da A indipendentemente da una sua valutazione del contenuto della direttiva.
Easton distingue tra autorità legittima (si fonda sulla legittimità del potere) e autorità coercitiva (si basa sulla
forza).
Etzioni crea una classificazione delle forme di autorità e di organizzazione. Egli distingue tre tipi di potere:
 Potere coercitivo, basato sull’applicazione o minaccia di sanzioni fisiche
 Potere remunerativo, basato sul controllo delle risorse e dei compensi materiali
 Potere normativo, basato sull’allocazione dei premi e delle privazioni simboliche
E tre tipi di orientamento dei sottoposti verso il potere:
 Alienato, intensamente negativo
 Calcolatore, negativo o positivo d’intensità moderata
 Morale, intensamente positivo
Praticamente tutti i rapporti di potere più persistenti e importanti sono rapporti di autorità.
L’autorità come potere
È autorità soltanto il potere stabilizzato in cui la disposizione a obbedire in modo condizionato è fondata sopra
la credenza nella legittimità del potere (potere legittimo).
L’autorità come potere legittimo presuppone un giudizio di valore positivo nei confronti del potere da parte
degli individui che partecipano alla stessa relazione di potere.
Una valutazione positiva del potere può riguardare diversi aspetti del potere stesso: il contenuto del comando,
la modalità in cui è espresso e la fonte di provenienza.
Nell’ambito sociale in cui il rapporto d’autorità si riferisce tende a formarsi la credenza che chi ha autorità ha il
diritto di comandare, e i sottoposti hanno il dovere di obbedire.
L’autorità è un rapporto di potere stabilizzato che presenta una certa continuità di esercizi di potere e si
riferisce a una precisa sfera di attività.
L’accettazione dell’autorità, cioè l’attribuzione di un particolare valore positivo a una certa qualità della fonte
del potere, produce l’attitudine all’obbedienza incondizionata per un tempo più o meno lungo, ma che non è
mai illimitato; occorre, perciò, che tale qualità sia riaffermata di tanto in tanto.
Efficacia e stabilità dell’autorità
Si può costruire un tipo puro di autorità: un rapporto di comando e obbedienza fondato esclusivamente sulla
credenza nella legittimità. A fonda la sua pretesa a trovare obbedienza sopra la credenza nella legittimità del
proprio potere e B è motivato a prestare obbedienza unicamente dalla credenza nella legittimità del potere di
A. Si tratta di un tipo ideale difficilmente riscontrabile nella realtà.
La credenza nella legittimità non è il solo fondamento esclusivo dell’autorità, ma solo una delle sue basi; la sua
importanza, però, è dovuta al fatto che essa conferisce al potere efficacia e stabilità. Il venir meno di tale fede
prelude al crollo del potere.
Inoltre, la credenza nella legittimità ha un effetto coesivo tra gli individui e i gruppi che detengono il potere, il
che rafforza la stabilità e l’efficacia del potere stesso.
Nel grado in cui si genera una disposizione a obbedire, il potere si stabilizza; la credenza nella legittimità tende
a creare una disposizione a obbedire e a trasformare il potere in autorità.

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Le ambiguità dell’autorità: l’autorità che genera violenza e la falsa autorità
Tra la credenza nella legittimità e altre basi del potere possono intercorrere rapporti significativi, che alterano
in modo sostanziale la portata autonoma di tale credenza, conferendo ambiguità all’autorità.
I rapporti tra credenza nelle legittimità e altre basi del potere si traducono nella derivazione dell’una dalle altre
e viceversa (rapporti tra legittimità ed effettività):
 una volta che si sia instaurato nel fatto, il potere diventa legittimo, perciò la base materiale del potere
crea la legittimità;
 una volta che sia riconosciuto come legittimo, un potere acquisisce gli elementi materiali che lo
rendono effettivo, e perciò la legittimità crea il potere.
Talvolta, la violenza può derivare dalla credenza nella legittimità del potere. Ne consegue, per chi la considera
legittima, che questa perde il suo carattere negativo e ne deriva la tendenza alla collaborazione attiva o passiva
al suo impiego. Quest’ultimo è reso possibile dalla credenza nella legittimità e dalla stabilità ed efficacia che tale
credenza conferisce al potere.
Accade, però, che sia la violenza a generare la credenza nella legittimità. Essa può essere non genuina, il che
implica non solo l’inganno nei confronti di altri (falsa manifestazione di credenza), ma anche il fenomeno
dell’auto-inganno (falsa credenza come falsa coscienza), che può essere di carattere ideologico.
Se la credenza nella legittimità del potere ha alto grado ideologico, non vi è più un rapporto d’autorità, bensì
una falsa autorità, in quanto la legittimità non costituisce un fondamento reale del potere. Si tratta di
situazioni di potere fondate su altre basi (ad esempio, la violenza), ma alle quali gli uomini devono adattarsi,
vedendole come immodificabili.
Le ambiguità dell’autorità: l’autorità apparente e l’autoritarismo
Può accedere che la credenza nella legittimità sia presente soltanto da un lato della relazione di potere: B può
non credere nel principio di legittimità su cui A fonda la sua pretesa di comandare oppure alla credenza di B
non corrisponde un’analoga credenza di A oppure alla credenza di B non corrisponde un potere reale di A.
Quando il potere è riconosciuto legittimo solo dal sottoposto, la relazione di potere sussiste e pure quella di
autorità, seppur attenuata. Se solo chi comanda crede di avere diritto a farlo, al comando non segue
l’obbedienza, oppure segue l’obbedienza su altre basi; mentre, se chi obbedisce lo fa perché crede legittimo il
potere, il rapporto può dirsi fondato su tale credenza, sia che chi comanda la condivida, sia che si richiami al
principio di legittimità senza credervi, sia che si limiti a comandare senza credere né richiamarsi al principio di
legittimità. In questo caso, l’obbedienza incondizionata di B nei confronti di A, fondata sul valore che B
attribuisce all’elezione popolare di A, costituisce un rapporto di autorità, anche se A non crede nella legittimità
democratica. Tale legittimità è il fondamento del rapporto; se A vuole mantenere il potere su questa base, deve
dimostrare di credere in essa o evitare di manifestare i propri sentimenti antidemocratici.
Il fatto che i detentori del potere non hanno fede nella sua legittimità ne indebolisce l’efficacia e la stabilità e ciò
viene trasmesso anche a chi è sottoposto al potere. Ma finché l’obbedienza è basata sulla legittimità del potere,
continua a sussistere una relazione d’autorità, seppur in forma attenuata.
Quando il titolare dell’autorità non dispone del potere effettivo, l’autorità non è una semplice credenza, bensì
l’accettazione pratica di certi comandi in base a una credenza; l’autorità è sempre un rapporto di potere. Ciò
non esclude che i comandi che sono obbediti incondizionatamente provengano soltanto dalla fonte sopra la
quale s’indirizza il giudizio di legittimità, ma siano imputabili in realtà ad altri centri di volontà che si
mantengono nell’ombra. Dunque, il titolare di una certa autorità può non avere il potere che in apparenza
esercita nel rapporto di autorità.
Ogni tipo di rapporto di potere, e non solo l’autorità, può essere apparente; dietro l’individuo o il gruppo che
figura esteriormente come il soggetto attivo del rapporto, possono celarsi altri individui o gruppi che
detengono il potere reale.
Quando la credenza nella legittimità del potere è presente solo dal lato del comando, non si può parlare di
rapporto di autorità, poiché al comando non segue l’obbedienza o oppure segue un’obbedienza non fondata
sulla legittimità. Tale situazione può essere descritta come una situazione di autoritarismo. Questo termine
designa una situazione nella quale le decisioni sono prese dall’alto, senza la partecipazione o il consenso dei
subordinati. È una manifestazione di autoritarismo accampare un diritto al comando che non poggia sulle
credenze dei sottoposti ed è una manifestazione di autoritarismo pretendere un’obbedienza incondizionata
quando i sottoposti intendono mettere in discussione il contenuto dei singoli comandi. Dunque, una situazione
di autoritarismo tende a instaurarsi tutte le volte che il potere è ritenuto legittimo da chi lo detiene, ma non è
riconosciuto come tale da chi vi è sottoposto.
L’autorità può trasformarsi in autoritarismo senza che muti il comportamento del detentore del potere ma solo
col venir meno della credenza dei sottoposti nella legittimità del potere.
Tale caduta della credenza nella legittimità può verificarsi sia perché i sottoposti non credono più che la fonte
del potere abbia la qualità che prima le attribuivano sia perché i subordinati hanno abbandonato il vecchio

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principio di legittimità e ne hanno abbracciato uno nuovo. In entrambi i casi, sia i superiori sia i subordinati
tendono a considerarsi “traditi” nelle loro aspettative e nei loro valori.
Il nesso dinamico tra autorità e autoritarismo e gli altri aspetti dell’autorità rendono ambivalente l’autorità
definita come “potere legittimo”.
Le relazioni sociali, e in particolare quelle di potere, possono basarsi sia su fattori ideali sia su fattori materiali.
L’autorità pura appartiene ai rapporti di potere fondati su credenze relative a valori. La credenza nella
legittimità del potere genera una disposizione a obbedire doverosa e incondizionata e ciò conferisce al potere
particolari efficacia e stabilità.
Nella realtà sociale, però, non sempre l’autorità si avvicina a questo tipo puro: la credenza nella legittimità
coesiste con altre basi del potere che possono derivarne o originarla; la credenza nella legittimità può essere
presente da un solo lato del rapporto di potere; al potere creduto legittimo può non corrispondere un potere
effettivo. Tutto ciò contamina il tipo puro fondato solo sui valori e conferisce all’autorità una caratteristica
ambiguità.
L’autorità può essere generatrice di violenza nel grado in cui la credenza nella legittimità di alcuni consente
l’impiego della forza nei confronti di altri; può essere “falsa” nel grado in cui la credenza nella legittimità non è
una fonte ma una conseguenza psicologica della situazione di potere, che essa tende a nascondere o a deformare;
può essere soltanto “apparente” nel grado in cui il titolare legittimo del potere non detiene il potere effettivo e può
trasformarsi in “autoritarismo” nel grado in cui la legittimità è contestata e la pretesa del superiore al diritto di
comandare diventa una pretesa arbitraria di comandare.

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Classificazione formale del potere [cap. 5]
Per potere s’intende un qualsiasi rapporto di causazione sociale intenzionale o interessata; il carattere sociale
denota un rapporto tra comportamenti o tra disposizioni ad agire di attori diversi. A tiene il comportamento
causante e B quello conseguente: la condotta conforme può essere libera (quando risponde a un potere
persuasivo) oppure non libera (quando risponde a un potere costrittivo), ma si tratta pur sempre di un’azione
con cui B presta la sua obbedienza.
È potere tanto l’avvenuta determinazione di comportamenti altrui quanto la capacità di determinarli. Nel caso
del potere attuale, c’è un rapporto causale tra due comportamenti compiuti di A e di B; nel caso del potere
potenziale, c’è un rapporto causale potenziale tra un comportamento possibile di A (che ha chance d’iniziativa)
e un comportamento probabile di B (che ha disposizione alla conformità).
Non ogni causazione sociale è potere: deve trattarsi di una causazione sociale intenzionale o interessata.
Esercitare potere è ottenere collaborazione, ossia ottenere comportamenti conformi alla nostra volontà o al
nostro interesse.
La nozione di potere si ancora a uno specifico orientamento di senso che accompagna l’azione dell’attore che
esercita potere: l’intenzione, ossia la finalizzazione, da parte di A della propria azione x per il conseguimento
dell’azione y di B.
È opportuno allargare il campo del potere anche alle relazioni nelle quali il comportamento conseguente y di B,
benché causato in modo non intenzionale del comportamento x di A, corrisponde tuttavia a un interesse di A.
La nozione d’interesse, incorporando una seria disposizione ad agire, consente di estendere il concetto di
potere, al di là della causazione sociale intenzionale, e di definirlo come causazione sociale intenzionale o
interessata.
Si definisce classificazione “formale” del potere, perché poggia sopra criteri distintivi che concernono le forme
delle relazioni potestative e non la loro sostanza, vale a dire la materia, il campo sociale concreto, entro cui esse
operano. Una classificazione formale del potere, quindi, ha a che fare con le modalità delle relazioni di potere.
Il primo criterio di classificazione riguarda un’importante modalità del rapporto tra l’attore che esercita e il
potere e l’attore che lo subisce e consente di distinguere tra le due classi generali del potere aperto e del potere
nascosto.
Il secondo criterio concerne lo specifico oggetto (presso B) dell’intervento mediante il quale A esercita potere
e permette di disegnare una quadripartizione tra:
 forme di potere che si limitano ad alterare le alternative di comportamento di B
 forme di potere che intervengono sulle conoscenze di fatto e credenze di valore di B (condizioni
soggettive che plasmano le alternative di comportamento in modo più o meno consapevole)
 forme di potere che intervengono sui dinamismi psicologici inconsci di B (condizioni soggettive che
plasmano mediante processi inconsci le alternative di comportamento)
 forme di potere che operano sulla situazione ambientale di B (condizioni oggettive o esterne che
contribuiscono a modellare le conoscenze di fatto e le credenze di valore di B e le sue alternative di
comportamento).
Il terzo criterio riguarda la dimensione soggettiva dell’intervento di A, ossia l’orientamento di senso che
accompagna il comportamento dell’attore che esercita potere e consente di discriminare (nell’ambito del
potere aperto) le forme di potere intenzionali da quelle interessate.
La manipolazione
Per potere nascosto s’intende qualunque relazione di potere nella quale
 A cerca di nascondere a B il proprio esercizio di potere o la natura del proprio esercizio di potere
 B resta effettivamente inconsapevole di subire il potere di A o della natura del potere di cui è oggetto.
Questo tipo di potere nascosto è chiamato manipolazione.
Per potere aperto s’intende qualsiasi relazione di potere nella quale manchino entrambi (ovvero il primo dei
requisiti) della manipolazione. Tale assenza del proposito deliberato di A di mantenere celato il proprio
esercizio di potere può accadere perché A richiede esplicitamente il comportamento desiderato di B.
In tal caso A si rivolge direttamente all’attenzione consapevole di B (così in persuasione, remunerazione e
costrizione), ma può anche darsi che A non tenga celato il proprio tentativo di esercitare potere, anche se esso
non si concreta in una richiesta esplicita rivolta a B. È il caso del condizionamento, con cui A agisce solo in
maniera indiretta su B, intervenendo nella sua situazione ambientale. Può accadere che l’assenza in A
dell’intenzione di tenere nascosto il proprio potere accompagni l’assenza dell’intenzione stessa di esercitare
potere: A non cerca di occultare a B il proprio potere perché A non cerca di esercitare intenzionalmente potere.
Ciò occorre quando il potere assume la veste della causazione sociale soltanto interessata (così in reazioni
previste, imitazione, condizionamento interessato).
Nel potere aperto viene meno anche il secondo requisito della manipolazione: il che significa che B è
consapevole di essere oggetto del potere di A.

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Il manipolatore tratta il manipolato come se questi fosse un oggetto: manovra, maneggia e plasma le sue
credenze e/o i suoi comportamenti, senza passare attraverso il suo consenso o la sua volontà consapevole. Il
manipolato, però, ignora di essere oggetto di tale potere o ne ignora la natura: egli crede di tenere la condotta
risultante per scelta propria e in maniera consapevole.
Nella manipolazione l’intenzione di A si duplica: egli cerca intenzionalmente di ottenere un comportamento
desiderato di B e nello stesso tempo cerca intenzionalmente di tenere celato a B il proprio esercizio di potere.
La manipolazione, dunque, è sempre e soltanto causazione sociale intenzionale.
Una tipologia della manipolazione è possibile in base al criterio che discrimina l’oggetto dell’intervento di A:
 quando A interviene sulle alternative di comportamento di B (diversi corsi di azione come si presentano
nella sua coscienza), accrescendone o diminuendone il valore mediante la promessa di ricompense o la
minaccia di punizioni, interviene in modo aperto sull’attenzione consapevole di B. Pertanto, per il
tramite di questo primo oggetto d’intervento non si dà manipolazione, che si può ottenere
intervenendo sulle condizioni che modellano le alternative di comportamento.
 Manipolazione psicologica, ottenuta intervenendo sulle conoscenze di fatto e sulle credenze di valore.
 Manipolazione dell’informazione, ottenuta intervenendo sui dinamismi psicologici inconsci.
 Manipolazione situazionale, ottenuta intervenendo sull’ambiente sociale di B.
La manipolazione dell’informazione
Essa opera sulle conoscenze di fatto e sulle credenze di valore.
Per conoscenze di fatto s’intendono le notizie circa fatti singoli, le nozioni e le cognizioni strutturate sopra i
rapporti intercorrenti tra fatti diversi. Tale insieme di notizie, cognizioni e nozioni costituisce l’orizzonte
fattuale entro il quale l’attore sceglie la propria condotta.
Per credenze di valore s’intende qualsiasi posizione consapevole, da parte di un attore, di un valore, nel senso
generale di un evento-fine o cosa desiderata per la propria condotta. Come le conoscenze di fatto, anche le
credenze di valore non concernono soltanto i valori singolarmente presi, ma anche le relazioni che
intercorrono tra di essi. L’insieme di tali posizioni e scale o gerarchie di valori costituisce l’orizzonte valoriale
entro il quale l’attore seleziona la propria condotta. Ogni comportamento che non sia puramente istintivo è
guidato e/o giustificato dall’orizzonte fattuale e valoriale dell’attore; se s’interviene nascostamente nella
formazione di quest’ultimi, è possibile manipolare la condotta dell’attore.
Con la manipolazione dell’informazione si distorcono e sopprimono di nascosto le comunicazioni che l’attore
riceve: esse possono riguardare sia le conoscenze di fatto che definiscono l’ambiente rilevante per l’attore, sia
le credenze e le dottrine di valore che l’attore potrebbe far proprie in tutto o in parte.
L’esempio più semplice di manipolazione è la menzogna: fornendo a B false informazioni sopra gli eventi
rilevanti per le sue scelte, A può pilotare nascostamente B verso una certa condotta, mentre B, prendendo le
informazioni per vere, crede di scegliere liberamente.
La seconda tecnica di manipolazione informativa è la soppressione dell’informazione: essa non comporta la
menzogna, semplicemente non si rendono pubbliche determinate notizie. Si opera mediante un restringimento
della base delle conoscenze, interpretazioni o valutazioni di cui i destinatari dell’informazione possono
disporre: ciò implica un restringimento delle alternative di scelta, sia in termini di credenze sia di
comportamenti.
La manipolazione può operare anche attraverso un eccesso d’informazione: l’emissione incessante di una
molteplicità d’informazioni e di valutazioni disparate e contraddittorie può saturare la capacità di ricezione e
valutazione del destinatario dei messaggi da spingerlo all’indifferenza e al ritiro entro una sfera di interessi più
ravvicinati o privati.
Un’ulteriore forma di manipolazione può verificarsi nella scuola, quando l’insegnamento diviene
indottrinamento: non si tratta di un insegnamento volto a far comprendere, a promuovere il pensiero e la
capacità autonoma di giudizio, bensì a far credere (affinché le giovani menti, ancora vulnerabili e facilmente
plasmabili, diventino strumenti della società, della nazione o della rivoluzione).
La condizione che influenza il grado e l’efficacia della manipolazione dell’informazione è il regime nel quale
opera l’emittente: se esiste, cioè, un monopolio dell’informazione (che aumenta la vulnerabilità dei destinatari
dei messaggi) oppure un pluralismo competitivo di diversi centri (che limita la possibilità di ciascun’emittente
di esercitare una manipolazione efficace).
La manipolazione psicologica
Essa opera sui dinamismi psicologici inconsci. Le scelte comportamentali di un attore sono il risultato di
deliberazioni consapevoli e di dinamismi psicologici di cui il soggetto non è consapevole né può facilmente
liberarsi.
Si può manipolare la condotta di un attore controllando di nascosto i suoi dinamismi psicologici inconsci: B
s’impegna in un’azione che è lui stesso a scegliere, ma questa sua scelta (a sua insaputa) è determinata da A per
mezzo del controllo che A esercita sui dinamismi psicologici di B e che indirizza verso quell’azione.

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L’efficacia di questa forma di manipolazione è da ricondurre a due fattori: gli impulsi emotivi inconsci motivano
molte delle scelte e delle azioni degli uomini e ci sono simboli e immagini che hanno una forte capacità di
richiamo su tali impulsi.
Delle tecniche di condizionamento sono state fortemente utilizzate dalla pubblicità subliminale, in cui a un
determinato prodotto è associato un simbolo specifico diretto a produrre un’immediata reazione inconscia, e
dalla propaganda politica e religiosa.
L’appello diretto agli impulsi emotivi inconsci è particolarmente efficace quando è indirizzato a una folla di
persone. In una folla, l’autocontrollo razionale e il senso della responsabilità personale degli individui
s’indeboliscono: prendono rilievo le componenti irrazionali e inconsce della personalità, il che rende i singoli
specialmente vulnerabili alla suggestione emotiva.
Una forma intensa e prolungata di manipolazione psicologica, combinata con interventi violenti, è
rappresentata dai casi di disintegrazione dell’intero sistema di valori e delle idee acquisite di un soggetto, e da
certe fattispecie estreme d’indottrinamento, che prendono il nome di lavaggio del cervello.
Sebbene siano contemplati anche interventi fisici (tortura, impedimento del sonno, riduzione di cibo), il centro
della procedura è psicologico: esso consiste nell’inibizione delle idee, dei principi morali e dell’identità del
soggetto passivo e nella loro negazione e sostituzione. Ciò porta alla disintegrazione della personalità e a stati di
angoscia e paura, che fanno scattare nel soggetto meccanismi psichici di autodifesa con il conseguente
ribaltamento della carica emotiva verso un modello opposto al proprio (questo spinge a confessioni di atti mai
compiuti e al rifiuto d’idee e principi morali che avevano ispirato la vita del soggetto in precedenza).
La manipolazione situazionale
Essa opera sulla situazione ambientale, con cui s’intende il contesto sociale entro cui B è collocato ed entro cui
sceglie strategie e azioni.
Il conteso sociale si può definire come una configurazione di attori con una data distribuzione di risorse sociali
e una data distribuzione di credenze e disposizioni ad agire; tale contesto sociale costituisce per B una struttura
definita di vincoli e opportunità per perseguire i propri valori.
Le condizioni esterne che definiscono l’ambiente sociale, seppure recepite ed elaborate con gradi variabili di
realismo, contribuiscono in maniera decisiva a plasmare le alternative di azione dell’attore e il suo
comportamento finale.
È possibile manipolare il comportamento di un attore, se è possibile agire celatamente sulla sua situazione
ambientale, in modo da pilotarne l’azione: con la manipolazione situazionale, ossia intervenendo di nascosto
sulla distribuzione delle risorse, ovvero intervenendo di nascosto sulle disposizioni ad agire degli attori che
costituiscono l’ambiente sociale rilevante del soggetto sottoposto a potere manipolatorio.
Si ha manipolazione situazionale mediante intervento sulle disposizioni ad agire degli attori di un dato
ambiente sociale oppure mediante intervento sulla distribuzione delle risorse in un dato ambiente sociale: in
quest’ultimo caso, vale a dire il conseguimento e il mantenimento (in segreto) del monopolio di un certo tipo di
risorse. A, che è nascostamente in posizione di monopolio, o anche di predominio, in rapporto a determinate
risorse, può dettare ugualmente di nascosto le sue condizioni, e dunque guidare la condotta di B, che ha un
bisogno intenso di tali risorse (o dei benefici che solo da esse possono ricavare) e quest’ultimo, ignorando la
condizione di monopolio o di predominio di A, resta ignaro del potere cui è sottomesso.
La manipolazione situazionale si adatta a contesti sociali limitati, entro i quali un attore può effettivamente
tenere sotto controllo date condizioni ambientali.
Il potere aperto
Potere aperto sta per qualsiasi relazione di potere in cui A non cerca di celare a B il proprio esercizio di potere,
e in cui B è consapevole di essere oggetto del potere di A.
Le sue forme più evidenti si hanno quando A richiede espressamente a B un dato comportamento, cercando di
convincerlo che si tratta del corso di azione migliore per lui, e B tiene quel comportamento perché persuaso,
allettato dalla ricompensa o intimorito dalla punizione. La richiesta di A è esplicita e diretta, e la conformità di B
è pienamente consapevole.
È aperto il condizionamento con cui A ottiene una data condotta di B senza richiederla direttamente, ma
intervenendo in modo palese sulla situazione ambientale in cui B è collocato. Sono aperte anche le forme di
potere soltanto interessate, come le reazioni previste e l’imitazione, nelle quali manca il proposito di A di celare
il proprio potere e anche la sua intenzione di esercitarlo.
Il potere è nascosto (manipolazione) quando A cerca deliberatamente e con successo di tenerlo celato a B.
Un potere aperto può risultare invisibile o scarsamente visibile a un osservatore esterno e anche ad altri attori
appartenenti allo stesso contesto sociale. Ciò può accadere perché la relazione di potere assume la veste meno
esplicita di una causazione sociale interessata o anche perché A e B possono cercare di nascondere a terzi la
loro relazione di potere. Anche in quest’ultimo caso, il rapporto di potere tra A e B resta aperto, perché è aperto
per i due attori in gioco.

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Anche del potere aperto si può operare una classificazione in base al criterio che discrimina l’oggetto
dell’intervento di A: le alternative di comportamento, le conoscenze di fatto e le credenze di valore, i dinamismi
psicologici inconsci, la situazione ambientale. Al potere aperto restano preclusi i dinamismi psicologici
inconsci: B ne rimane inconsapevole e A interviene su di essi per tenere celato il proprio potere o per tenerne
celata la natura. B crede di agire liberamente, mentre è pilotato costantemente da A, che ne attiva i dinamismi
psicologici inconsci.
Non si dà potere aperto che operi sui dinamismi psicologici inconsci, né manipolazione che operi sulle
alternative di comportamento.
La prima sottoclasse di potere aperto, che opera sulle alternative di comportamento, prevede tre forme di
potere: la remunerazione, la costrizione e le reazioni previste.
La seconda sottoclasse di potere aperto, che opera sulle conoscenze di fatto e sulle credenze di valore, prevede
due forme di potere: la persuasione e l’imitazione.
La terza sottoclasse di potere aperto, che opera sulla situazione ambientale, prevede la forma di potere del
condizionamento, distinguibile in due forme: intenzionale e (soltanto) interessata.
Questo terzo criterio tipologico concerne la dimensione soggettiva dell’intervento di A, ovvero l’orientamento
di senso che ne accompagna il comportamento, che causa il comportamento risultante di B.
Per intenzione s’intende il proposito consapevole di ottenere un dato effetto, per interesse (soggettivo)
s’intende un’attitudine di cui è parte centrale la disposizione ad agire per ottenere un dato effetto.
Di solito l’intenzione, la finalizzazione deliberata di un’azione verso un determinato effetto, s’instaura sopra un
interesse, ossia una disposizione ad agire per ottenere tal effetto.
Va compiuta, dunque, una distinzione tra forme di potere soltanto interessate e forme di potere intenzionali.

Alternative di Conoscenze di fatto e credenze


Situazione ambientale
comportamento di valore
Potere Remunerazione
Persuasione Condizionamento
intenzionale Costrizione
Potere Condizionamento
Reazioni previste Imitazione
interessato interessato

Remunerazione e costrizione
Intervenire sulle alternative di comportamento significa alterare le valutazioni dei costi e dei benefici cui
l’attore (B) subordina la selezione della condotta da seguire.
In assenza di interventi esterni, la scelta di B cade sul corso d’azione che gli offre il maggior vantaggio nei
termini del rapporto tra costi e benefici.
Lo scopo della remunerazione della costrizione di A è di immettere un elemento che alteri per B il calcolo del
valore relativo dei diversi corsi d’azione alternativi e lo spinga a selezionare la condotta selezionata da A.
Remunerazione e costrizione consistono entrambe nell’impiego di sanzioni (positive o negative, per questo
risultano contrapposte) per modificare il valore delle alternative di comportamento.
Le reazioni previste
In questo caso, B tiene un dato comportamento, come desiderato da A, senza che A esprima l’intenzione di
ottenerlo, ma perché B prevede che A otterrebbe reazioni per lui spiacevoli se non lo dovesse tenere, ovvero
otterrebbe reazioni per lui piacevoli da parte di A.
Le condizioni che fanno rientrare le reazioni previste nell’ambito del potere sono due:
 La previsione di B (circa le previsioni di A) che lo induce a tenere un dato comportamento deve essere
indotta da un precedente comportamento di A dal quale sia possibile ricavare la probabilità che A
reagirà in un dato modo a una sua azione o omissione.
 Il comportamento (che costituisce il precedente) di A, che non è associato al proposito di ottenere il
comportamento di B, è associato a un interesse di A verso certi risultati di cui il comportamento di B è
parte, condizione o elemento facilitante.
Per questi motivi, il rapporto delle reazioni previste non è nient’altro che la versione soltanto interessata della
remunerazione e della costrizione (che sostituiscono con promesse o minacce esplicite la probabilità della
reazione positiva o negativa di A).
La persuasione
Il potere persuasivo è una forma intenzionale di potere aperto operante sulle conoscenze di fatto e sulle
credenze di valore. Nella persuasione A ha il proposito deliberato di indurre B a tenere una data condotta.
La persuasione è definita come un rapporto nel quale l’attore A determina la condotta di B modificando le
conoscenze di fatto e/o le credenze di valore che plasmano tale condotta, per mezzo di argomentazioni aperte
che non contengono né promesse di ricompense né minacce di punizioni, bensì le argomentazioni.

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Nelle argomentazioni aperte sono assenti elementi manipolatori, poiché, se così non fosse, l’esercizio di potere
si convertirebbe in remunerazione o costrizione. A ogni modo, la persuasione manifesta le argomentazioni
attraverso le comunicazioni simboliche o i messaggi che A indirizza a B.
Il rapporto di persuasione si può trasformare, almeno in parte, in una relazione più o meno continuativa di
scambio sociale e le scelte di azione degli attori diventano mosse di un contesto di remunerazione o costrizione.
La persuasione e la manipolazione utilizzano lo stesso medium delle comunicazioni simboliche: alcune
argomentazioni aperte possono risultare tattiche manipolatorie dell’informazione; è il caso della persuasione
occulta, con la quale si attivano i dinamismi psicologici inconsci dell’attore che riceve tali messaggi
apparentemente aperti.
L’imitazione
L’oggetto dell’imitazione è limitato a credenze, interessi, orientamenti ideali, stili di vita e/o nozioni,
conoscenze, capacità e orientamenti cognitivi, in altre parole a ciò che definiamo orizzonte fattuale e orizzonte
di valore dell’attore.
L’imitato ha un interesse a essere oggetto dell’imitazione; il rapporto tra imitato e imitatore rimane, però, al di
fuori dell’ambito del potere.
L’imitazione è la versione soltanto interessata della persuasione, è una persuasione fatta di esempi in assenza
di qualsiasi strategia persuasiva dell’imitato.
Il condizionamento
Il condizionamento è una forma di potere aperto che agisce in modo intenzionale sulla situazione ambientale.
Intervenire sulla situazione ambientale significa intervenire a uno o più elementi costitutivi della situazione, in
particolare sulla distribuzione delle risorse, ovvero sulle credenze e le disposizioni ad agire degli attori, che
definiscono l’ambiente sociale.
Questo tipo di potere ha un carattere indiretto: A non interviene in modo immediato sull’orizzonte fattuale e/o
valoriale di B, ma soltanto sulle sue condizioni ambientali. Tale intervento risulta efficace perché in questo
modo si ottiene la condotta voluta (intenzionata) di B.

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Potere, scambio e dominio [cap. 6]
Una classificazione sostantiva del potere
Il potere può essere classificato anche da un punto di vista sostantivo, assumendo come criterio tipologico la
classe delle risorse sociali sopra le quali il potere si fonda, e per conseguenza i valori (cioè le cose desiderate)
che vi sono implicati e che ne definiscono il campo sociale.
La classificazione più opportuna consiste in una tripartizione delle risorse: risorse di violenza o distruttive,
risorse economiche e risorse simboliche; e di conseguenza in una tripartizione del potere.
Il potere coercitivo poggia sopra risorse di violenza o distruttive. Per risorse di violenza si deve intendere
l’insieme degli strumenti materiali di offesa e di difesa, degli uomini che li impiegano e delle tecniche d’impiego
degli uni e degli altri.
I valori in gioco riguardano la categoria generale della sicurezza (intesa in senso fisico) e dunque l’integrità
fisica, possedere e usare liberamente strumenti materiali e la possibilità di usare liberamente il proprio
organismo.
L’intervento della violenza ha efficacia diretta sopra l’ambiente fisico (limitazione della libertà di movimento,
ferimento, uccisione, mutilazione, distruzione o appropriazione di cose).
Il potere economico poggia su risorse economiche. Per tali risorse si deve intendere l’insieme degli strumenti
materiali di produzione di beni o servizi, degli uomini che li impiegano (lavoratori) e delle tecniche d’impiego
degli uni e degli altri. I valori in gioco riguardano la categoria generale del benessere e dunque i mezzi di
sussistenza e d’immediata necessità, l’accesso ai mezzi di trasporto e di comunicazione, i beni e i servizi di
comfort e divertimento.
Il potere simbolico poggia su risorse simboliche capaci di produrre valori come l’identità etico - religiosa (che
comprende beni come la salvezza dell’anima, la comunione con Dio e l’identificazione con la comunità religiosa)
o l’identità etico - politica (che comprende beni come la gloria derivata dall’impegno politico e l’identificazione
con il gruppo di militanti politici) o anche l’onore sociale degli attori: valori che riconduco tutti alla categoria
generale dell’identità etico - sociale.
Anche le risorse simboliche coinvolgono sia strumenti (necessari per l’attività religiosa, politica o sociale) sia
uomini (fedeli, militanti politici) sia le tecniche d’impiego degli uni e degli altri. Esse, inoltre, risiedono nelle
credenze in determinate dottrine, che fondano l’identità etico - sociale.
Le tre forme sostantive di potere hanno un elemento in comune: esse operano generalmente tramite
remunerazione e/o costrizione; la prerogativa di un impiego remunerativo o costrittivo riguarda tutte e tre le
categorie di risorse, a seconda che esse siano oggetto di erogazione o di ritiro di erogazione.
La remunerazione e la costrizione sono il cuore dei rapporti di potere in una società; le altre forme di potere
intenzionale (manipolazione, persuasione, ecc) possono essere interpretate come degli elementi di
precondizione, di rinforzo e d’integrazione della remunerazione e della costrizione.
Lo scambio di vantaggi e il dominio economico
Il possesso di risorse economiche si traduce in una disponibilità di benefici positivi che si possono impiegare
nelle relazioni di potere. Dunque, la remunerazione economica può essere ridotta a uno scambio di potere
fondato sull’erogazione di vantaggi emergenti: entrambi gli attori coinvolti nel rapporto di potere traggono
benefici dalla loro interazione. Al beneficio che un attore ricava da una determinata condotta di un attore, fa
riscontro il vantaggio ottenuto da quest’ultimo come ricompensa per quella condotta: un esempio è il caso della
compravendita.
Lo scambio economico non sempre è uno scambio “eguale”, poiché accade che tra gli attori coinvolti vi sia
disuguaglianza di risorse e potere economico: la disuguaglianza sta nel divario della forza strategica delle
risorse economiche dei due attori: per forza strategica s’intende, per ogni risorsa, una combinazione del grado
del controllo da parte dell’attore che la detiene e del grado della salienza che gli attori vi attribuiscono.
Quanto più la disuguaglianza di risorse è grande, tanto più la relazione remunerativa si converte in una
relazione basata sulla costrizione: la base dell’interazione non sono più vantaggi emergenti, bensì vantaggi
cessanti. Non la ricerca di una ricompensa, ma il bisogno di evitare una grave sanzione negativa è ciò che induce
un attore a prestare obbedienza alla controparte.
Delle sanzioni economiche, il cui fine è di ridurre o togliere vantaggi economici, la più drastica è l’espulsione:
essa consiste nella cessazione ultimativa di benefici e rappresenta la misura estrema cui ricorrono le forme di
potere alle quali è precluso l’uso della violenza.
Le relazioni contrassegnate da grave disuguaglianza strategica delle risorse remunerative (economiche o
simboliche) sono chiamate relazioni di dominio e dipendenza. La posizione di dominio consente a un attore
sociale di chiedere molto di più di quanto non sia disposto a dare, mentre quella di dipendenza fa sì che l’attore
sottoposto a potere si trovi in balia della controparte.
Le condizioni del dominio economico:
- Le risorse economiche di A sono salienti per B: i vantaggi di A sono di grande valore per B.

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- A detiene il monopolio delle risorse economiche salienti per B: non deve sussistere la possibilità per B di
ricorrere ad altri attori sociali per ottenere i benefici richiesti.
- B è privo di risorse economiche salienti per A: qualora B possedesse risorse economiche desiderate da A,
la disuguaglianza tra i due attori si colmerebbe e la relazione diventerebbe un mero rapporto di
scambio.
- B è nell’impossibilità di ricorrere alla violenza o alla coercizione contro A: un eventuale impiego
unilaterale della forza fisica o della sua minaccia da parte di B avrebbe l’effetto di riequilibrare a suo
favore la situazione e di annullare anche la relazione di dominio-dipendenza.
La teoria di Marx dello “sfruttamento”, operato dalla borghesia ai danni del proletariato, è un chiaro esempio di
rapporto di dominio-dipendenza fondato su risorse economiche.
Vi sono delle strategie di emancipazione che permettono d'indebolire o annullare l’efficacia dell’intervento
dell’attore in posizione di dominio:
- Alla salienza delle risorse di A si può contrapporre una ridefinizione della propria scala di valori, così da
renderle meno rilevanti e privare la controparte della sua posizione.
- Contro il monopolio della controparte si può intervenire mediante la ricerca di surrogati in grado di
sostituire i vantaggi generati dalle risorse di A.
- Per ottemperare alla mancata disponibilità di risorse salienti per la controparte si può ricorrere alla
creatività, in altre parole è possibile inventare nuove risorse o nell’utilizzare in modo nuovo vecchie
risorse per poter acquisire il controllo di vantaggi salienti per l’attore in posizione di dominio.
Possiamo contrapporre alla condizione di dipendenza quella di:
- interdipendenza, che contraddistingue entrambi gli attori in gioco nelle relazioni in cui prevalgono
l’uguaglianza di risorse e la remunerazione;
- indipendenza, ovvero autosufficienza di un attore in relazione alle risorse economiche: ciò lo porta a
dare scarsa o nessuna importanza alle risorse degli altri attori. I due attori sono reciprocamente
indipendenti e le relazioni di potere economico tra loro saranno pressoché nulle.
Lo scambio di sicurezza e il dominio coercitivo
Le risorse di violenza implicano una relazione di costrizione: esse producono danni e costrizioni.
Il potere costrittivo consiste nell’inflizione di danni emergenti, ovvero in un rapporto di coercizione fondato
sulla violenza. La minaccia della violenza e la violenza in atto costituiscono la sanzione negativa di maggiore
efficacia: l’impiego unilaterale della forza fisica volge la situazione di potere a favore del suo detentore.
L’integrità fisica rappresenta per qualsiasi attore sociale un bene fondamentale, senza il quale è impossibile il
perseguimento di ogni altro valore.
La violenza può essere rilevante anche per altri attori sociali non implicati direttamente nel rapporto di
coercizione: è il caso della violenza protettiva, in cui l’intervento coercitivo di A su B è finalizzato alla
salvaguardia dell’integrità fisica (e quindi a vantaggio) di un terzo attore, C.
L’attore che subisce una coercizione unilaterale si sottomette al potere al solo scopo di evitare la violenza,
senza ottenere alcuna ricompensa in cambio dell’obbedienza.
La sua posizione sarà di soggezione nei confronti dell’attore che detiene il dominio coercitivo e le risorse
distruttive. Nella situazione di dominio-soggezione (dominio coercitivo) l’attore sottoposto al dominio è
colpito da vantaggi cessanti nel caso della dipendenza e da danni emergenti nel caso della soggezione.
Le condizioni del dominio coercitivo:
- le risorse detenute da A sono salienti per B: una grave disuguaglianza nella disponibilità di risorse
distruttive a favore di un dato attore sociale tende a trasformarsi in una sua posizione di dominio: ciò
rende meno praticabile la tattica di emancipazione.
- A detiene il monopolio delle risorse salienti per B: il venir meno del monopolio di A farebbe venire meno
la relazione di dominio e ciò peggiorerebbe la condizione di A, che potrebbe trovarsi a competere ed
eventualmente combattere con altri attori, che cercano di esercitare coercizione su B. Poiché le risorse
in gioco sono distruttive, cioè infliggono danni emergenti, una concorrenza tra A e i nuovi attori
potrebbe peggiorare la situazione di B, che sarebbe soggetto a una sequenza di interventi violenti da
parte di questi. La ricerca di surrogati è inattuabile con le risorse di violenza poiché si tratta di risorse
non remunerative e una loro surrogazione avrebbe il significato di un danno e non di un vantaggio per
l’attore sottoposto a dominio coercitivo.
- B non possiede risorse dello stesso tipo di quelle di A che siano salienti per A: qualora entrambi gli attori
abbiano un accesso paritario alla violenza, si verificherà una situazione di equilibrio. Ciò darà luogo a
una situazione di intersoggezione, che può sfociare nel combattimento (conflitto violento) o
nell’equilibrio delle minacce (ognuno degli attori si astiene dall’uso delle risorse di violenza per timore
di una rappresaglia dell’avversario). Ciò si traduce in uno scambio di sicurezza in cui A non esercita
violenza e coercizione su B perché teme la contro-violenza e la contro-coercizione di B, e viceversa.

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Lo scambio di non-violenza o di sicurezza reciproca è tipico dei rapporti di pace. Inoltre, le relazioni
coercitive ammettono le tattiche di emancipazione in rapporto alla terza condizione del dominio: si può
cercare di conferire salienza per la controparte e perciò efficacia al proprio potenziale di
combattimento oppure riequilibrare la situazione mediante l’organizzazione di unità disperse e
limitate di capacità di combattimento, quando il livello degli armamenti è basso.
- Impossibilità per B di far ricorso a beni economici particolarmente salienti per A: B non può ricorrere alla
violenza contro A.
In condizioni di intersoggezione gli attori hanno uguale disponibilità di risorse distruttive e ciò può indurre le
parti al combattimento o all’astensione dall’impiego della violenza. La soggezione, invece, corrisponde a una
netta inferiorità nella disposizione delle risorse di violenza di una delle due parti.
Lo scambio di riconoscimento e dominio simbolico
Le risorse simboliche conferiscono identità etico - sociale, in altre parole l’identificazione con un gruppo o una
comunità, che è valorizzata eticamente. Il loro impiego in funzione costrittiva ne richiede la declinazione in
negativo. Per natura le risorse simboliche rappresentano valori immateriali e rimandano alle credenze degli
attori sociali coinvolti, dalle quali pure dipendono.
Il bene dell’identità etico - sociale viene perseguito mediante l’uso delle risorse simboliche e presuppone
l’esistenza di una dottrina religiosa, politica o sociale che ne costituisce il nucleo centrale.
L’analisi dell’identità etica può essere ricondotta ai temi del sacrificio e della genuinità. Si parla d’identità etica
perché nel modello ideale di uomo sono specialmente accentuati valori elevati o qualificati (valori morali):
quanto più i precetti morali della dottrina sono elevati, tanto più il proseguimento dell’identità etica richiede il
sacrificio di valori meno elevati che si riassumono nelle categorie generali del benessere e della sicurezza. Il
perseguimento tramite sacrificio dell’identità etica da parte di un attore deve possedere il carattere della
genuinità: la genuinità della condotta morale richiede, inoltre, che essa sia libera.
Si parla d’identità sociale perché la qualità etica è riconosciuta al singolo attore in quanto membro di una
comunità o di un gruppo.
La componente sociale dell’identità è organizzata intorno a due temi, la comunione e il riconoscimento. La
comunione delle credenze e dei valori sta alla base di qualsiasi gruppo e instaura legami tra i suoi membri:
essa, inoltre, porta con sé il carattere intrinseco dei benefici dei seguaci e del fondamento del potere dei capi,
nonché la qualità di beni comuni dei beni simbolici prodotti e consumati.
- Carattere intrinseco dei seguaci: i benefici simbolici dei seguaci sono intriseci, cioè sono conseguenza
diretta del perseguimento degli scopi simbolici da parte dei capi.
- Carattere intrinseco del fondamento del potere dei capi: il potere dei capi poggia su un fondamento
intrinseco, ovvero sulla loro capacità di impersonare, esprimere e produrre beni simbolici che trovano
il loro fondamento nelle credenze dei seguaci. Un potere simbolico dura finché dura la credenza dei
seguaci nella dottrina corrispondente.
- I beni simbolici sono beni comuni: i beni simbolici non sono beni né individuali né pubblici; sono, invece,
beni comuni perché si godono in comune e solo in quanto si partecipa al rito, alla cerimonia o all’evento
che li produce.
Altra modalità per godere del bene identità etico - sociale è il riconoscimento:
- il più importante è quello operato dal capo nei confronti dei seguaci
- il secondo tipo è l’inverso del primo
- il terzo tipo è il riconoscimento laterale che si scambiano reciprocamente i seguaci.
Dunque, nelle relazioni simboliche vi è sempre almeno un certo grado di reciprocità e quindi di scambio di
riconoscimento: questo presuppone l’eguaglianza della forza strategica delle risorse simboliche degli attori in
gioco; tra i seguaci, inoltre, s’instaura una sorta di uguaglianza simbolica e lo stesso può accadere tra i capi.
Le condizioni del dominio simbolico:
- A detiene risorse o svolge funzioni simboliche salienti per B: si tratta di risorse simboliche che poggiano
sulle credenze dei seguaci. La disuguaglianza grave nella distribuzione delle risorse può riguardare le
funzioni simboliche attive di produrre i beni simbolici, di accettare o rifiutare nuovi membri e di
espellere quelli vecchi, di giudicare e di decidere delle questioni simboliche.
La salienza per B delle risorse o funzioni simboliche detenute da A dipende dal grado in cui la scala dei
valori di B è imperniata sopra i valori che fondano l’identità etico - sociale corrispondente. La
persistenza di un dominio simbolico è legata all’indottrinamento, che tiene in vita e tramanda le
corrispondenti credenze.
La tattica di emancipazione consiste nella ridefinizione della propria scala di valori e nello
smantellamento della vecchia identità etico - sociale.
- A detiene il monopolio delle risorse o delle funzioni simboliche salienti per B: il monopolio delle risorse
simboliche può avvenire per conversione, in altre parole tramite la conquista delle credenze degli

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uomini; diventa, quindi, fondamentale la propaganda. La tattica di emancipazione qui consiste nella
ricerca di surrogati.
- B non detiene risorse né svolge funzioni simboliche salienti per A: lo stato di dipendenza è dovuto al fatto
che B non dispone delle conoscenze e/o dei mezzi di comunicazione che rendono efficace la produzione
dei beni simbolici. Le due tattiche di emancipazione, inoltre, sono difficili da perseguire entro le
relazioni simboliche.
- B non ha accesso alla violenza nei confronti di A: il dominio economico di A può essere spezzato
dall’intervento della violenza di B in due maniere diverse: attraverso la rapina (con cui B si appropria
dei beni economici di A – ha scarsa probabilità di riuscita) e lo scambio dell’erogazione continuativa di
vantaggi economici e la salvaguardia continuativa della sicurezza. In questo caso si parla di scambio di
legittimazione e protezione.
Contrattazione, conflitto e cooperazione
Gli attori sociali utilizzano le risorse di cui dispongono per ottenere valori, cioè beni desiderati: si ha un
rapporto mezzi-fini, in cui i mezzi sono le risorse adoperate e i fini i beni desiderati.
La remunerazione e la costrizione rappresentano un modo di perseguire i propri fini in cui l’impiego delle
risorse, per influenzare l’attore che è in grado di fornire i beni finali, assume la forma della promessa (e della
ricompensa) e della minaccia (e della punizione). Tra l’uso dei mezzi e l’ottenimento dei fini si viene a
interporre la conformità di un altro attore. L’attore che esercita potere ha bisogno che un secondo attore
sociale adotti un comportamento conforme alle sue direttive, tanto in forma d’azione (conferimento di
vantaggi) quanto in forma di omissione (cessazione di danni).
In qualsiasi relazione di potere il passaggio dal mezzo iniziale allo scopo finale implica di necessità la
conformità di un altro attore sociale. La conformità di B può essere definita come la condizione sine qua non del
potere di A: un attore può esercitare e detenere potere soltanto se e nel grado in cui un altro attore presta ed è
disposto a prestare conformità. Per capire quale importanza abbia il potere per un dato attore, occorre valutare
il grado dell’incidenza della conformità degli altri attori per il conseguimento dei fini desiderati da quell’attore.
Tutti i beni che gli uomini desiderano e cercano di ottenere possono essere conseguiti e conservati soprattutto
per il tramite della collaborazione di un certo numero di attori, ovvero per il tramite della conformità e dunque
del potere.
Gli attori coinvolti in una relazione cercano di far valere reciprocamente le proprie risorse in modo da
conseguire massima conformità da parte dell’altro attore utilizzando un minimo di risorse: essi mirano alla
massimizzazione della ragione di scambio, ossia a ottenere il valore più alto nel rapporto che vede i beni
ottenuti (benefici) al numeratore e le risorse erogate (costi) al denominatore. Su questa strategia poggia la
contrattazione, intesa come rapporto di tipo generale: essa può essere descritta come un intercorso
comunicativo tra attori sociali, nel quale ciascuno di essi presenta minacce, promesse ed elaborazioni
simboliche riguardanti fatti e conoscenze di fatto e valori e credenze di valore, con lo scopo di ottenere la
ragione di scambio più favorevole. Nella contrattazione può essere presente un certo grado di persuasione o
manipolazione; inoltre, è sempre immanente il ritiro o la minaccia di ritiro di beni, siano essi vantaggi
emergenti o danni cessanti. Si può considerare, perciò, la contrattazione come una relazione sociale che
sconfina naturalmente nel conflitto.
Non si raggiunge una ragione di scambio quando l’attore ritiene che lo scarto tra l’importanza che le sue risorse
rivestono per B e il valore che egli attribuisce alle risorse di quest’ultimo sia irreconciliabilmente maggiore di
quello accettato da B; il conflitto servirà a provare la reciproca capacità di resistenza di ciascun attore di fronte
al ritiro della conformità quando siano in gioco soltanto risorse economiche e simboliche e la reciproca capacità
difensiva-distruttiva qualora siano in gioco, o qualora per un’escalation del conflitto si dovesse ricorrere a, le
risorse di violenza.
Il conflitto non è che la continuazione con altri mezzi della contrattazione: esso può essere definito come una
relazione sociale tra almeno due attori nella quale entrambi s’infliggono reciprocamente e intenzionalmente
dei mali (danni emergenti o vantaggi cessanti). Si chiama azione conflittuale l’inflizione intenzionale di mali di
un attore contro un altro: essa si converte in conflitto quando la controparte s’impegna in atti di contro-
aggressione o ritorsione.
Si definisce combattimento il conflitto che si concreta nell’inflizione reciproca di danni emergenti o
nell’erogazione reciproca di violenza. Il conflitto mediante il ritiro reciproco dei vantaggi, invece, è chiamato
confronto, termine che indica il fronteggiarsi delle risorse in gioco e il loro misurarsi in una prova di reciproca
resistenza degli attori, che ne palesa la forza strategica comparativa.
Considerando la modalità specifica (dal punto di vista del modo di esplicarsi) delle singole azioni conflittuali,
possiamo distinguerne quattro tipi:
- Ritiro della conformità (in quanto essa produce vantaggi economici o benefici ideologici)
- Ostruzione, il cui scopo consiste nell’impedimento della cooperazione tra altri attori sociali

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- Violenza sulle cose, ovvero distruzioni e appropriazioni di risorse fisiche di altri, nonché atti di
sabotaggio
- Violenza sulle persone, che comprende tutti gli interventi contro una o più persone per mezzo della
forza fisica.
Questa gradazione dell’intensità conflittuale riguarda esclusivamente la modalità con cui viene inflitto il male,
quindi solo di una delle dimensioni dell’azione di conflitto.
Per cooperazione sociale, nozione opposta a quella di conflitto, s’intende qualsiasi relazione tra due o più
attori nella quale le azioni (o le omissioni) delle parti sono reciprocamente e intenzionalmente vantaggiose
(vantaggi emergenti e danni cessanti). La cooperazione sociale è scomponibile in:
- Compatibilità, ossia lo scambio di sicurezza in cui i due attori coinvolti sospendono l’erogazione di
violenza reciproca, rendendo le loro condotte compatibili.
- Complementarietà, rapporto in cui ciascun attore contribuisce all’ottenimento di un beneficio dell’altro
(non rinuncia solamente all’uso della violenza), a condizione che la controparte faccia altrettanto.
- Convergenza, una relazione nella quale i due attori perseguono insieme un valore comune (a
prescindere dalla divisibilità o meno del bene in questione e dal fatto le condotte siano simili o diverse:
ciò che importa è che unitamente perseguano lo scopo comune).

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Potere politico [cap. 9]
La politica, intesa come prassi specifica di azioni e di relazioni sociali, può assumere due forme generali a
seconda che si concreti in arene politiche naturali (costituiscono lo stato di politica per eccellenza e non vi è
governo) o in arene monetarie, cioè dotate d’istituzioni di governo.
La nozione di governo designa attività e/o istituzioni che incorporano un potere stabilizzato o istituzionalizzato
di portata centrale nelle arene politiche monetarie.
Secondo Lasswell, intorno al potere politico (o di governo) operano altri poteri sociali (economici, simbolici,
intellettuali e coercitivi, purché le risorse di violenza non siano monopolizzate dal governo), che talvolta hanno
efficacia non minore a quella di governo e che intrattengono con quest’ultimo relazioni d’influenza, di potere.
Ci sono stati diversi tentativi volti a definire il potere politico, che spesso è identificato in qualcosa di diverso
dal potere di governo:
- Secondo Bruno Leoni, il potere politico è la possibilità di ottenere rispetto, tutela o garanzia
dell’integrità e dell’uso di beni che ogni individuo considera fondamentali e indispensabili alla propria
vita.
- Secondo Norberto Bobbio, il potere politico è sempre collegato all’uso della forza ed è:
 Un potere che si esercita su un gruppo abbastanza numeroso di persone
 Ha per scopo di mantenere nel gruppo un minimo di ordine
 Tende a essere esclusivo, cioè a eliminare o a subordinare tutte le altre situazioni di
potere
- Secondo Mario Albertini, nel contesto politico il potere si definisce come “potere cercato per se stesso”,
ossia il carattere essenziale della vita politica.
Tentativi di definire il potere politico
Con potere politico ci si riferisce al potere di governo, quel tipo di potere che assume importanza primaria e
centrale nel dominio della politica entro le arene monetarie.
Un primo modo di definire il potere politico è quello di identificarlo rispetto ad altri tipi di potere poiché, a
differenza di questi, si dirige alla società nella sua interezza, ovvero viene esercitato su tutti i membri della
società: i comandi e le direttive dei detentori del potere si rivolgono a tutti i membri della società politica.
La pluralità di uomini cui il potere si riferisce è un raggruppamento umano in cui vengono elaborate tutte le
risorse materiali e soddisfatte le esigenze spirituali indispensabili per la sopravvivenza della vita sociale; il
potere, dunque, è esercitato su una società globale. Questa indicazione, tuttavia, non è sufficiente per
individuare il potere politico.
Anche le definizioni del potere politico basate sulla sfera di attività cui esso si riferirebbe non trovano riscontro
nell’osservazione dei fatti.
Un altro criterio per identificare il potere politico è quello che lo individua come riferimento al fine per il quale
esso è esercitato: lo scopo del potere politico sarebbe, quindi, il perseguimento del “bene comune”.
Si sostiene, inoltre, che il potere politico ha per scopo quello di mantenere nel seno del gruppo un minimo di
coesistenza pacifica. La salvaguardia di tale coesistenza può non riguardare tutti i membri del gruppo e la sua
efficacia non essere uguale per tutti, ma in ogni società la sua preservazione è una condizione indispensabile
per il mantenimento dello stesso potere politico. Tuttavia, il mantenimento della coesistenza pacifica non è un
fine esclusivo del potere politico, ma solo uno degli scopi minimi che il governo deve perseguire.
Quello di governo è un potere stabilizzato, cioè che viene esercitato e obbedito con continuità, e
istituzionalizzato: esso è detenuto ed esercitato da una pluralità d’individui che svolgono ruoli diversificati e
coordinati tra loro. In più, la relazione di potere politico si traduce normalmente in un rapporto di comando e
obbedienza. Il potere politico è esercitato su una pluralità di individui che convivono e intraprendono il
soddisfacimento di tutti i requisiti essenziali per la perpetuazione della vita sociale.
Inoltre, è un potere che ha per scopo il mantenimento di un minimo di coesistenza pacifica almeno nei riguardi
dei membri politicamente rilevanti; questo è uno dei suoi scopi minimi che va a costituire la premessa per il
conseguimento di altri fini più complessi.
Il riferimento al tipo di pluralità d’individui su cui viene detenuto ed esercitato, quello alla sfera di attività alla
quale esso può riferirsi e quello agli scopi in vista dei quali è detenuto ed esercitato, non sono sufficienti a
identificare il potere politico: è necessario tenere conto anche della sua funzione.
È la sua funzione o ciò che esso produce, che distingue il potere politico, inteso come potere di governo, da ogni
altro potere sociale.
Il potere politico è il potere stabilizzato e generalizzato (il potere garantito, sotto forma di autorità) che
produce e distribuisce poteri garantiti ( sotto forma di diritti) per il campo sociale o la società di riferimento.
Vi è una definizione del potere politico che lo associa al monopolio tendenziale della violenza (o della violenza
legittima).

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Il monopolio tendenziale della violenza
La definizione del potere politico che punta sul monopolio della violenza (o della violenza legittima) guarda al
mezzo che i detentori di tale potere impiegano per portare a esecuzione i loro comandi.
La forza o violenza ha importanza cruciale nel rapporto di potere politico: la maggior parte delle direttive e dei
comandi impartiti dai detentori di tale potere sarebbero affiancati da una minaccia che implica la possibilità
dell’impiego della violenza, che tende a essere esclusivo, ovvero a subordinare tutte le altre situazioni di potere
che implicano l’impiego della violenza nell’ambito della pluralità d'individui alla quale il potere di governo si
riferisce.
Sono state sottoposte diverse critiche alla definizione del potere politico che punta sul monopolio tendenziale
della violenza:
- Non tutti i poteri caratterizzati da un monopolio della violenza sono poteri “politici”. Si potrebbe dire
politico il potere associato al monopolio della violenza su una società separata i cui membri convivono
e intraprendono (anche per mezzo della pirateria o della rapina nei confronti dell’esterno) la
soddisfazione di tutti i requisiti essenziali per la perpetuazione della vita sociale.
- Non tutti i poteri “politici” sono associati a un monopolio della violenza. Di effettivo monopolio della
violenza si può parlare solo per gli stati moderni e contemporanei di matrice europea, ma non per le
società politiche precedenti e quelle del mondo antico, prive di un potere centrale di governo e in cui la
politica non aveva sufficiente autonomia a causa dell’instabilità del governo.
L’espressione monopolio tendenziale della violenza o della violenza legittima significa che: i detentori del
potere politico impiegano tipicamente e con continuità la violenza, attraverso l’apparato specializzato di cui
dispongono; proclamano legittimo tale apparato specializzato nell’uso della violenza; regolano in modo
esclusivo l’uso della violenza consentito in alcuni casi ai privati; si oppongono agli usi non consentiti della
violenza da parte dei privati.
Il monopolio tendenziale della violenza è sempre regolato e limitato all’espletamento di determinate funzioni,
dunque i governanti non possono usare la violenza come e quando vogliono.
D’altra parte la violenza, sebbene monopolizzata, non è mai la sola né la principale base (o fondamento) del
potere politico. Una volta stabilito questo, si può affermare che l’impiego della violenza costituisce il mezzo
specifico, almeno come ultima risorsa, per portare ad esecuzione i comandi e le direttive del governo.
Il potere che produce potere
È la funzione del potere (o ciò che esso produce) che distingue il potere politico inteso come potere di governo
da ogni altro potere sociale organizzato.
Il potere politico è il potere stabilizzato e generalizzato: è il potere garantito sotto forma di autorità politica che
produce poteri garantiti sotto forma di diritti per un dato campo sociale assicurando in esso, in tal modo, la
cooperazione sociale.
Il potere politico è il potere che produce potere per una società politica, che compare in quanto tale solo quando
compare un potere politico, o di governo, su di essa.
Nei sistemi liberaldemocratici (o poliarchici) contemporanei, gli individui possiedono almeno quattro tipi di
diritti principali: libertà, facoltà, potestà e spettanze. A ciascun tipo di diritto (potere) corrisponde un obbligo
di conformità di altri individui e gruppi.
Le libertà richiedono conformità nel senso del non impedimento da parte di chicchessia nell’ambito della
società. Alle facoltà corrispondono delle conformità (obblighi) particolari: inoltre, esse richiedono la non
interferenza da parte di tutti i membri della società. Le potestà richiedono specifiche disposizioni stabilizzate
alla conformità da parte dei sottoposti. Le spettanze, infine, sono diritti a determinate cifre di denaro: ad esse
corrispondono particolari conformità (obblighi) di determinati operatori pubblici e la non interferenza da
parte di tutti i membri della società.
Tutti i tipi di diritti menzionati, prodotti dal governo e dai suoi agenti, sono poteri più o meno durevoli (ossia
stabilizzati) nel tempo e generalizzati nello spazio sociale (almeno dal punto di vista della non interferenza):
sono poteri garantiti per esercitare i quali, di fronte alla non conformità, ci si può sempre rivolgere a un giudice
perché vengano reintegrati e sia disposto un eventuale risarcimento danni.
Sempre nei sistemi democratici o in quelli che stanno per diventare tali, si sono affermati i diritti di
cittadinanza, che appartengono a ogni cittadino adulto dello stato, qualunque siano le risorse sociali di cui
dispone. Essi si suddividono in diritti
- Civili, necessari alla libertà individuale: libertà di parola, di pensiero e di fede religiosa, il diritto di
possedere cose in proprietà, quello di stipulare contratti validi e quello di ottenere giustizia.
- Politici, che comprendono il diritto di esercitare potere politico sia come membro eletto di un organo
investito di autorità politica, sia come elettore dei componenti di un tale organo; inoltre, il loro effettivo
esercizio presuppone il consolidamento delle libertà individuali.
- Sociali, che comprendono i diritti riguardanti la sicurezza economica e la partecipazione ai benefici e ai
valori che costituiscono il patrimonio delle società; si tratta di un’acquisizione recente a cui

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corrispondono, sul piano della produzione politica, i diversi apparati pubblici erogatori dei servizi
sociali propri del welfare state.
La produzione politica dei diversi governi ha luogo mediante reti o ordinamenti vincolanti di diritti, che nel
loro insieme garantiscono la cooperazione sociale entro la società di riferimento. Essa ha tanto più successo,
quanto più getta efficaci canali di collegamento tra le diverse sfere di attività e di produzione sociale (sfera
economica, religiosa, della scienza, dell’arte, … ), in maniera tale che tali attività possano realizzarsi in
condizioni favorevoli e che tutti gli individui e i gruppi possano trarne dei vantaggi in una qualche misura.
In passato le gerarchie sociali erano molto marcate: quindi, solo una parte della popolazione godeva di pieni
diritti e si trovava in condizione di signoria o di dominio verso un’altra parte della popolazione, che aveva
diritti ridotti ai minimi termini. Nonostante queste disuguaglianze, anche in quelle società, il potere politico
produceva e distribuiva poteri garantiti sotto forma di diritti (almeno per la parte politicamente rilevante della
popolazione) e assicurava la cooperazione sociale, sebbene dei vantaggi che da essa derivavano godesse
soprattutto e in modo diseguale un gruppo relativamente piccolo dell’intera società.
I poteri sociali di tipo sostantivo (potere economico, simbolico e coercitivo) sono solitamente organizzati e
dotati di autorità, per cui prendono decisioni per l’intero gruppo di riferimento.
L’autorità politica, nonostante possieda tali caratteristiche, si distingue da questi poteri perché il governo non
produce i beni finali (benessere, identità etico – sociale, integrità fisica) ma solo reti e ordinamenti vincolanti di
poteri garantiti, ossia di diritti che sono beni strumentali: essi stabilizzano e tutelano l’acquisizione di beni finali
per il campo sociale di riferimento.
Le forme di produzione politica sono le seguenti.
- Regolazione: essa consiste nell’emanazione di regole vincolanti riguardanti gli intercorsi sociali e la
cooperazione complessiva. Nelle società tradizionali del passato le regole riguardanti la cooperazione
sociale erano ritenute di provenienza divina o derivavano dalla consuetudine: queste società erano
stazionarie sia quanto ai beni finali prodotti, sia quanto alla stratificazione sociale; e il compito del
potere politico era di istituzionalizzare la stabilità. Le società moderne, invece, sono in continua
trasformazione sia per la continua innovazione e crescita nella produzione di beni finali, sia per i
cambiamenti della stratificazione sociale; e il compito del potere politico è quello di istituzionalizzare il
cambiamento. Qui l’importanza della regolazione, intesa come ridefinizione delle regole del gioco
sociale, cioè delle regole riconosciute di acquisizione, uso e trasferimento delle principali risorse
sociali.
- Protezione esterna: è una forma di produzione politica che garantisce la difesa delle persone e dei loro
beni dalle aggressioni provenienti dall’esterno mediante l’apparato di uomini e armi (esercito) che è
strumentale alla protezione esterna.
- Giurisdizione: è una forma di produzione politica che garantisce l’ottemperanza delle prestazioni
dovute tra i diversi individui o gruppi, anche qualora venga a mancare una conformità spontanea.
S’intende con piena giurisdizione l’uguale accesso alla giustizia da parte di qualsiasi cittadino,
indipendentemente dalle risorse sociali di cui dispone, in condizioni di parità formale verso ogni altro
soggetto entro la società. La piena protezione interna, invece, consiste nella garanzia dell’integrità fisica
delle persone da ogni aggressione entro la società generalizzata a ogni cittadino indipendentemente
dalle sue risorse sociali.
Piena giurisdizione e piena protezione interna sono aspetti nuovi e caratteristici degli stati europei
moderni che si stanno avviando verso la poliarchia. A esse è connesso il monopolio tendenziale della
violenza (o della violenza legittima).
Altre due forme di produzione politica sono state molto importanti: la facilitazione (che produce generalmente
diritti – facoltà, che agevolano la cooperazione sociale) e l’allocazione (che produce diritti - spettanze che
riguardano determinate quote di denaro).
Va aggiunto che, perché la produzione politica possa operare con successo, devono intervenire altre attività del
potere politico (o dei suoi agenti). Esse, considerate in se stesse, non sono forme di produzione politica, poiché
non producono diritti, ma mettono in essere strumenti indispensabili per la produzione politica: vengono
perciò definite attività strumentali alla produzione politica. Le tre principali sono: l’organizzazione delle
istituzioni e degli apparati, l’estrazione di risorse dalla società e l’alimentazione della fiducia e della lealtà.

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Struttura politica [cap. 10]
La distinzione tra struttura e processo politico è analitica e deve essere tracciata in rapporto a ogni arena
politica o sistema politico.
Un sistema politico è un insieme complesso di comportamenti che hanno rapporti significativi tra loro; tali
comportamenti costituiscono un processo dinamico. In situazioni normali, il processo politico non è arbitrario
ma canalizzato in rapporto a punti di riferimento e limitazioni relativamente stabili e che possono essere
ricondotti a comportamenti (o attitudini ad agire) stabilizzati.
Il processo di formazione di una decisione politica è un processo dinamico complesso per i numerosi e diversi
comportamenti che possono esservi implicati (strategie di alleanza, prese di posizione, forme di influenza dei
gruppi di pressione, condotte dei diversi partiti).
Allo stesso tempo, il processo decisionale si svolge in relazione con certi punti che rimangono stabili (come il
fatto che il potere politico è localizzato e organizzato in un dato modo oppure che vi sono canali riconosciuti
per conquistare il potere politico o influenzarlo oppure ancora che l’azione di governo è limitata e orientata
nell’ambito di un certo regime). Tali punti di riferimento costituiscono la struttura politica.
Lo studio del processo politico è lo studio dei dinamismi che si verificano all’interno della struttura o che la
modificano: lo studio della struttura politica è lo studio del quadro, dei limiti e delle regole relativamente
permanenti entro cui e secondo cui si svolge il processo politico normale.
Il potere politico, definito come potere stabilizzato o istituzionalizzato e generalizzato: potere garantito (sotto
forma di autorità) che produce potere garantito (sotto forma di diritti) per la società di riferimento, è un
elemento costitutivo e centrale della struttura di un sistema politico.
Il potere di governo s’inserisce in una fitta rete di altri rapporti di potere che, pur non essendo propriamente
politici, sono politicamente rilevanti, poiché influiscono significativamente sullo stesso potere politico.
Il potere in generale, di per se stesso, non può indirizzare in modo soddisfacente la ricerca politica, sebbene
un’analisi del potere in generale possa fornire una utile introduzione allo studio della politica. La teoria politica
deve studiare i fenomeni di potere nel contesto di comportamenti politici.
Un primo condizionamento del potere politico è costituito dal fatto che ogni sistema politico nazionale non si
trova normalmente in una situazione di isolamento, ma trova invece posto in un’arena politica interstatale nella
quale ciascun sistema politico, in grado maggiore o minore, influisce su tutti gli altri e subisce a sua volta
l’influenza di tutti gli altri.
I poteri politicamente rilevanti all’interno del sistema politico tendono a raggrupparsi in due livelli
fondamentali:
- Il primo, quello dei poteri basati sulla disponibilità di risorse materiali o ideali fondamentali per la
società e corrispondenti a forme di organizzazione più o meno avanzate, condiziona il potere politico in
modo rilevante e continuativo. Si tratta del livello della classe dirigente.
- Il secondo è quello dei poteri minimi, basati sulla necessità della collaborazione continuativa degli
individui al funzionamento della società nel suo complesso e al di fuori di qualsiasi forma di
organizzazione, che appartengono tendenzialmente a tutti i membri della società e condizionano con
tendenziale continuità e in modo limitato il potere politico. Si tratta del livello della classe diretta.
Chiameremo il primo livello dei poteri politicamente influenti e il secondo livello dei poteri minimi politicamente
rilevanti: essi condizionano e limitano, sia pure in modalità e misura diverse, il potere politico.
La portata e l’efficacia di questi due tipi di poteri variano a seconda delle diverse comunità politiche e col
decorso del tempo storico.
I poteri politicamente influenti
Fermarsi alla nozione di potere politico equivale a semplificare la politica nella contrapposizione tra governanti
e governati, contrapposizione semplicistica perché i governanti non sono una massa amorfa in cui ogni
individuo è uguale all’altro. Inoltre, tra i governati vi sono individui e gruppi che dispongono di risorse di
grande importanza per il funzionamento della società esercitando un potere molto rilevante, a volte addirittura
preponderante, sui governanti. Della loro collaborazione il potere politico non può fare a meno.
Gaetano Mosca asserì che accanto al primo strato di classe dirigente, ce n’è un’altra molto più numerosa che
comprende tutte le capacità direttrici del paese, senza la quale non sarebbe possibile inquadrare e dirigere
l’azione delle masse.
Dorso distingueva la classe politica (parte della classe dirigente che ha funzioni strettamente politiche,
costituente un comitato direttivo della classe dirigente) e la classe dirigente (potere organizzato che ha la
direzione politica, intellettuale e materiale della società, che comprende anche la classe politica).
Questa definizione ha un difetto, ponendo nella stessa categoria il potere politico e le forze direttrici della
società. Nella teoria politica le forze direttrici della società sono distinte dal potere politico: l’unico rapporto
che intrattengono con esso è l’influenza che su di esso esercitano e l’influenza che da esso subiscono.
Dunque la qualifica di comitato direttivo della classe dirigente data alla classe politica non è corretto.

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Tale definizione è di origine marxiana: il potere statale moderno è il comitato che amministra gli affari comuni di
tutta la classe borghese, oppure il potere politico è il potere di una classe organizzato per opprimerne un’altra.
Questa formulazione marxiana presenta altre due implicazioni: la classe dominante è concepita come unitaria
ed è identificata esclusivamente in base a una qualificazione economica. Può anche avvenire che la classe
dirigente sia articolata in più gruppi dirigenti che possono essere in conflitto tra loro oppure che sia
relativamente aperta ad altre forze sociali.
Anche che la classe dirigente sia esclusivamente appoggiata su una base economica non può essere accettata:
possono esserci diversi fattori attraverso i quali la classe dirigente può influenzare il potere politico
(detenzione di strumenti di comunicazione e informazione o appartenenza a quadri di grandi organizzazioni
burocratiche che eseguono direttamente le decisioni politiche, come l’esercito).
Le caratteristiche dei poteri politicamente influenti:
- poggiano sulla disponibilità di risorse di grande importanza per il funzionamento della società e
possono essere risorse ideali (credenze in una religione), materiali, risorse umane per il processo
produttivo (forze di lavoro), risorse umane e materiali costituenti strumenti del potere politico
(esercito e burocrazia);
- l’impiego delle risorse ha una forma organizzata: non si parla semplicemente delle organizzazioni che i
gruppi dirigenti creano per influire specificamente (come gruppi di pressione) sulle decisioni politiche,
ma anche all’organizzazione delle risorse di cui essi dispongono e al loro impiego da parte di
organizzazioni speciali che sorgono per perseguire gli interessi di un’intera categoria nei confronti
degli altri dirigenti.
I poteri politicamente influenti instaurano con il potere politico, grazie all’importanza delle risorse a
disposizione e la loro organizzazione, una collaborazione bilaterale in cui l’uno ha bisogno dell’altro per il
raggiungimento dei propri scopi. Si crea una reciprocità di potere, e (tra un estremo, in cui una classe dirigente
unitaria molto forte riesce indirizzare il potere politico, e l’altro, in cui il potere politico riesce in modo univoco,
anche con l’utilizzo della violenza) a determinare il gruppo dirigente, vi è tutta una serie di situazioni di potere
reciproco.
I gruppi politicamente influenti influenzano la struttura del potere politico limitando l’azione dei poteri politici
entro un’area entro la quale gli interessi della classe dirigente non sono messi in pericolo. Sotto questo aspetto
essi sono poteri stabilizzati e prevalentemente negativi: utilizzano, cioè, il meccanismo delle reazioni previste.
Tuttavia, i poteri politicamente influenti influenzano la struttura del potere politico anche in modo positivo: i
gruppi dirigenti, quindi, tendono a esercitare sui governanti un potere che ha per oggetto la presa di decisioni
politiche atte a garantire il mantenimento dell’utilizzazione pacifica, continuativa e redditizia delle risorse
(ossia la produzione di diritti relativi).
Il regime
I poteri politicamente influenti costituiscono la base sociale del regime di un sistema politico.
Esso è definito come tipo specifico di organizzazione del potere politico tramite le istituzioni, nel quale
l’esercizio del potere politico è determinato da valori politici che orientano la struttura organizzativa del potere
politico e le regole del gioco.
Un regime politico è un insieme di istituzioni politiche che funzionano in un dato paese in un dato momento
(Duverger); esso riguarda “la sfera delle materie che possono essere trattate politicamente, le regole di come
vanno trattate e la posizione di coloro che prendono decisioni su queste materie” (Easton).
In altre parole il regime politico riguarda: l’ampiezza del campo di azione del potere politico e l’orientamento
generale di tale azione, le regole del gioco e la struttura organizzativa del potere politico.
Le componenti essenziali del regime sono :
- i valori che orientano l’azione di governo e ne delimitano l’area entro la quale questa azione si
concretizza. Tali valori operano in modo da porre limiti negativi all’azione di governo e gli danno un
orientamento generale;
- le regole del gioco politico, sono sia regole giuridiche, sia regole osservate di fatto e stabiliscono i
comportamenti che possono essere adottati nella lotta per la conquista del potere politico;
- la struttura organizzativa del potere politico, che determina le istituzioni, le diverse forme di
produzione dei diritti ed il modo in cui esse sono coordinate.

Il condizionamento dei poteri politicamente influenti


Vi è un nesso tra il regime politico e i poteri politicamente influenti. Analizzando i valori del regime politico, si
nota che la loro funzione principale coincide con il modo tipico in cui la costellazione dei poteri politicamente
influenti opera sul potere politico: il condizionamento sostanziale, positivo o negativo, dell’azione dei detentori
del potere politico. Tale condizionamento è determinato dall’assetto stabile dei poteri politicamente influenti,
in relazione al rapporto di potere reciproco intercorrente tra i gruppi dirigenti e i gruppi politici.

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È in questo rapporto, in relazione agli interessi materiali e ideali di cui sono portatori i gruppi dirigenti e i
gruppi politici, che trovano la loro fonte quei principi comuni sono i valori politici dominanti del regime.
I gruppi dirigenti hanno grande interesse a che le regole del gioco e la struttura organizzativa del potere
politico siano dell’uno o dell’altro tipo.
Una classe dirigente monolitica e chiusa ha interesse a mantenere tale condizione, impedendo ad altri esterni di
conquistare il potere, mentre una classe dirigente aperta e strutturata in diversi gruppi ha l’interesse a che le
regole del gioco lascino aperte le vie alla conquista del potere politico, per garantire l’accesso, diretto o
indiretto, al potere politico a tutti i gruppi della classe dirigente stessa. Hanno, inoltre, interesse che la struttura
organizzativa del potere politico sia articolata in più istituzioni che si controllano a vicenda.
Il sostegno strutturale dei poteri politicamente influenti
L’assetto stabile dei poteri politicamente influenti costituisce la base del regime politico. Attraverso il regime
politico, essi limitano il potere politico (sia perché tende a orientare l’azione dei governanti, sia perché
definisce le possibilità delle regole del gioco e della struttura organizzativa del potere politico), ma nello stesso
tempo lo sostengono e appoggiano.
Dal punto di vista strutturale, il modo specifico di operare dei gruppi dirigenti verso il potere politico si
presenta in due aspetti: quello del condizionamento e quello del sostegno.
Il sostegno fornito dai gruppi dirigenti, attraverso il regime, al potere politico consiste tanto in azioni
(conferimento di risorse sociali, come l’appoggio finanziario, il rafforzamento del regime attraverso risorse
religiose, il consolidamento dei valori politici dominanti e di quelli che fondano la legittimità mediante i mezzi
di comunicazione di massa, …) quanto in atteggiamenti e sentimenti favorevoli al regime (disposizione a
obbedire con continuità ai comandi e alle direttive provenienti dai governanti).
Tale atteggiamento è motivato:
- dall’interesse dettato dalle esigenze comuni dei due poteri,
- dal timore della violenza che i governanti potrebbero usare,
- dalla credenza nella legittimità basata sul regime, che si fonda su un giudizio di valore positivo sulla
fonte del potere politico, e tende a far obbedire incondizionatamente ai comandi provenienti da quella
fonte. Questa motivazione consente ai governanti di ottenere obbedienza dalla classe dirigente senza
dover soddisfare richieste particolari o senza ricorrere all’uso delle risorse di violenza.
Valori che fondano la legittimità del regime
Essi sono parte integrante dei valori politici dominanti ed esercitano notevole influenza sulle regole del gioco e
su quelle che presiedono all’organizzazione del potere politico.
Si deve distinguere tra la funzione dei valori che fondano la credenza nella legittimità e quelle delle altre
componenti del regime.
I valori che fondano la credenza nella legittimità del regime non stabiliscono le regole dell’acquisizione del
potere in tutti i dettagli, ma ne determinano solo l’indirizzo fondamentale. Essi stabiliscono la fonte dalla quale
il potere politico deve provenire per essere riconosciuto legittimo.
I valori politici dominanti stabiliscono la sfera di attività e l’orientamento in cui i detentori del potere politico
possono o devono impartire i loro comandi.
Si può arrivare alla conclusione che i valori che fondano la legittimità del potere sono una quarta componente
del regime, tranne nel caso di quei regimi in cui non viene riconosciuta la legittimità da parte di tutta la classe
dirigente (per esempio, in caso di dominazione di una potenza straniera su un altro territorio).
Il sostegno strutturale dei gruppi politici
L’importanza dei gruppi politici emerge quando questi (partiti, correnti autonome nel seno di un partito,
fazioni in una monarchia assoluta che mirano a ricoprire posti di governo attraverso il favore del re, … ) sono
più di uno.
Dal punto di vista strutturale, il sostegno che forniscono al regime consiste nella disposizione ad accettare i
comandi e le direttive dei governanti, nella disposizione a rispettare le regole del gioco relative alle condotte
volte ad acquisire il potere politico e di rispettarle sia quando sono all’opposizione sia quando sono al governo.
I motivi del sostegno al regime fornito dai gruppi politici sono gli stessi di quelli che sono alla base del sostegno
dei gruppi dirigenti, con la differenza che l’interesse per i gruppi politici si concreta nell’opportunità che il
regime offre loro di conquistare il potere. Il timore dell’utilizzo della violenza per i gruppi politici si manifesta
nei confronti dell’opposizione, non solo nei confronti del governo come accade tipicamente.
Regime, classe politica, classe dirigente e classe diretta
La classe diretta, cioè i singoli individui non organizzati e non facenti parte di gruppi dirigenti e politici, non ha
una percezione chiara dei valori politici dominanti, di quelli che fondano la legittimità del potere e delle regole
del gioco. Perciò la legittimità del regime non viene mai messa in discussione da questa classe, a meno che non
ne metta in grave pericolo gli interessi fondamentali.

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Se ciò non avviene, la legittimità del regime si accerta con la credenza nelle legittimità da parte dei gruppi
dirigenti e dei gruppi politici. Se questi due gruppi mettono in dubbio la legittimità del regime, allora tale
regime si considera illegittimo.
I poteri minimi politicamente rilevanti
Secondo Bruno Leoni, il potere politico è “precisamente la possibilità di ottenere rispetto, tutela o garanzia
dell’integrità e dell’uso dei beni che ogni individuo considera fondamentali alla propria esistenza: la vita, il
possesso di taluni mezzi per conservare la vita, la possibilità di creare una famiglia e di preservare la vita dei
suoi membri”.
Ciò significa che anche i membri della classe diretta hanno dei poteri che limitano in modo tendenzialmente
stabile la libertà d’azione dei governanti. Si tratterà di poteri prevalentemente negativi e minimi, relativi a una
sfera di attività molto circoscritta.
I poteri minimi politicamente rilevanti hanno per oggetto il rispetto, da parte dei detentori del potere politico, di
una certa sfera d’interessi materiali e ideali considerati fondamentali dai membri della classe diretta.
Sono detti minimi perché la sfera di interesse dove questi poteri operano è minima rispetto a quella dove
operano i poteri politicamente influenti. Il fondamento di tali poteri è costituito dalla collaborazione
indispensabile della classe diretta al funzionamento della società: è indubbio che i governanti siano tali se i
membri della classe diretta obbediscono ai loro comandi. Il potere politico poggia, quindi, sul sostegno dei
gruppi dirigenti e sull’obbedienza della classe diretta, Perciò, s’instaura un rapporto reciproco in cui i
governanti necessitano dell’obbedienza e i membri della classe diretta hanno bisogno del potere politico per
avere il rispetto di una sfera minima di beni fondamentali.
Dal punto di vista strutturale, il modo tipico di operare dei poteri minimi politicamente rilevanti nei confronti
del potere politico si esplica in una duplice forma:
- nella prima, essi influenzano il potere politico positivamente (mediante un’attuazione continuativa
delle misure di produzione politica atte a garantire il mantenimento del rispetto dei loro interessi)
- nella seconda, in senso negativo (limitando la sfera d’azione del governo in modo che non vengano
messi in pericolo gli interessi fondamentali della classe diretta, in questi casi reagiscono contro il
potere politico).
Essi operano attraverso il meccanismo delle reazioni previste e, come avviene per i poteri politicamente
influenti, anche quelli minimi politicamente rilevanti limitano il potere politico, ma pure lo sostengono
mediante la partecipazione politica e la disposizione ad obbedire con continuità ai comandi dei governanti,
entro i limiti stabiliti dai poteri minimi politicamente rilevanti. Tale disponibilità varia con il variare del regime:
se il regime non garantisce il mantenimento di diritti considerati fondamentali, il sostegno viene meno.
I motivi del sostegno sono uguali a quelli dei poteri politicamente influenti:
- l’interesse che i governanti rispettino e facciano rispettare le sfere dei beni considerati fondamentali
- il timore dell’utilizzo della violenza da parte dei governanti,
- la credenza nella legittimità della comunità.
Se ne aggiungono altri due: l’abitudine, come comportamento scontato all’obbedienza ai comandi provenienti
dall’alto senza che vi sia una motivazione specifica, e il conformismo, definito come l’accettazione passiva delle
idee e dei valori della maggioranza del gruppo a cui si appartiene e l’allineamento passivo alle direttive
dell’autorità ufficiale.
La credenza nella legittimità si fonda su un giudizio positivo e/o un sentimento favorevole nei confronti della
comunità politica. Si sviluppa, infatti, nella classe diretta un processo psicologico in cui il singolo individuo
s’identifica nella comunità politica. Tale sentimento suscita una credenza legittima nel potere politico fondata
sulla rappresentazione mentale del potere politico come potere politico della comunità e non sulla comunità.

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Processo politico [cap. 11]
I livelli in cui si articola la struttura politica sono tre:
- il potere politico
- i poteri politici influenti
- i poteri minimi politicamente rilevanti.
Essa, inoltre, è osservabile tenendo conto dei soggetti ai quali fanno capo i poteri sopra citati, oppure della
conformazione stabilizzata dei comportamenti politici operata da tali poteri.
Dal punto di vista dei soggetti, la struttura politica è composta dalla classe politica, dalla classe dirigente e dalla
classe diretta. Quando la configurazione di questi soggetti è stabile, anche la struttura tende a rimanere stabile;
quando cambia, anche la struttura politica tende a cambiare.
Gli elementi costitutivi essenziali della struttura politica sono:
- l’insieme dei ruoli, dai quali il potere politico viene esercitato
- la sfera entro la quale l’attività decisionale del potere politico può esplicarsi (non chè l’orientamento
generale)
- le regole del gioco politico, la cui funzione è stabilire i tipi di comportamenti che possono essere
adottati nella lotta per il potere politico e nelle condotte volte a influenzarlo
- i diritti politici, civili e sociali fondamentali della classe diretta.
Il processo politico è l’insieme dei comportamenti dinamici che modificano la struttura politica, ovvero si
svolgono al suo interno. Costituente è il processo politico che presiede alle trasformazioni strutturali, e normale
è il processo che s’infiltra nella struttura politica senza modificarla e si divide in base agli esiti in: a) formazione
e sostituzione dei governi; b) decisioni politiche sostantive (leggi, provvedimenti esecutivi e amministrativ).
Il processo politico normale determina chi governa e che cosa decide chi governa.
Nel processo politico si individuano tre tipi di comportamento: il comportamento della classe politica, della
classe dirigente e della classe diretta.
Nel processo la classe politica è più ampia che nella struttura perché comprende tutti i gruppi interessati alla
lotta per la conquista del potere politico, e le sue condotte sono molto più articolate. La classe dirigente nel
processo si allarga ancora di più, perché entrano a far parte di essa anche i gruppi che non dispongono di
risorse utilizzabili per un condizionamento strutturale, ma che sono interessati al processo di modifica delle
decisioni politiche e con le loro risorse provano ad influenzare le singole decisioni. Sono i cosiddetti gruppi di
pressione. La fisionomia della classe diretta, invece, non viene alterata: il processo politico consiste
nell’attivazione dei poteri minimi politicamente rilevanti, perciò ne deriva un ampliamento della classe dei
soggetti che li detengono o li esprimono nell’ambito del processo.
Il processo politico non si restringe al solo processo normale, con esclusione di quello costituente, ma
contempla i soli comportamenti della classe politica e dei gruppi di pressione.
La lotta per il potere: la posta in gioco
La classe politica è costituita da uomini politici, ovvero coloro che si occupano di politica facendone una
professione. Secondo la terminologia classica di Weber, i politici di professione possono per la politica se della
politica fanno la loro vita: cioè se l’attività politica è l’esperienza fondamentale (o una delle esperienze
fondamentali) che fornisce il senso soggettivamente più generale e profondo della loro vita. I politici di
professione possono vivere di politica quando di essa fanno una fonte importante e continuativa di
sostentamento: la loro attività politica per eccellenza è la lotta per il potere.
Lotta per il potere che non deve essere interpretata in modo psicologico, senza che il potere sia solo il
godimento intimo di poterlo esercitare. Tal errore è stato fatto anche da Lasswell, che definisce la personalità
politica come la razionalizzazione, in termini di interesse pubblico, della trasformazione degli impulsi privati
risalenti alla fanciullezza sopra oggetti pubblici. Tale definizione è da scartare perché non tutti gli uomini che
fanno politica sono dotati della struttura della personalità politica così come da Lasswell definita.
Il potere, inteso come posta del gioco politico, (giacché è un potere stabilizzato e istituzionalizzato, che è
garantito e produce poteri garantiti) è associato al monopolio tendenziale dell’uso della violenza: la lotta per il
potere è la lotta per conquistare o per conservare ruoli stabiliti dai quali si esercita potere politico.
Dato che il potere politico assume portata decisiva per la distribuzione delle risorse sociali all’interno della
comunità, la lotta per il potere diventa una struttura fondamentale chiamata politica. La posta in gioco della
lotta per il potere definisce chi governa. Due caratteristiche della lotta per il potere:
- è indipendente dal programma politico che si vuole attuare (due partiti politici di opposta fazione, con
programma politici diversi, utilizzano le stesse strategie per la lotta alla conquista del potere = prassi
autonoma)
- la conquista del potere è condizione indispensabile per attuare il programma politico (se non conquisti
il potere non diventi un attore politico = prassi necessaria).

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La lotta per il potere
Il gioco è la competizione politica nelle poliarchie o liberaldemocrazie. Due caratteristiche:
- la competizione è aperta, si possono cioè formare liberamente gruppi politici che partecipino alla
competizione, e il gruppo politico al governo può essere contestato pubblicamente. L’apertura della
competizione presuppone che vi sia libertà di costituire associazioni e aderirvi, la libertà di pensiero e
di espressione e l’esistenza di fonti di informazione alternative;
- la regola del gioco che decide chi vince e chi perde è il voto popolare. Servono determinate condizioni:
diritto al voto del cittadino, l’eleggibilità dei cittadini, il diritto dei gruppi politici di competere,
l’esistenza d’istituzioni che rendano il governo indipendente dal voto, la periodicità, la correttezza e la
libertà delle votazioni.
Queste caratteristiche comportano due conseguenze principali:
- la competizione visto che è aperta e che permette di ricercare il voto popolare, attrae nel processo
politico sempre più interessi e forze sociali;
- la regola del gioco del voto struttura la competizione entro un quadro di aspettative certe e stabili,
determinate dalla periodicità e dal numero di voti ottenuti, fornendo ai gruppi politici una base su cui
fondare la futura lotta per il potere.
Riassumendo: la competizione in poliarchia è espansiva ed è strutturata in un quadro di aspettative
relativamente stabile.
Altri due esempi di lotta per il potere:
- politica di corte: la competizione è chiusa, essendo molto limitato il numero di soggetti che hanno la
titolarità ad entrare nella competizione. La regola del gioco che decide chi vince è il favore del re, da ciò
deriva una bassa permeabilità verso l’esterno (non è espansiva) e l’incertezza che regna (il re può
togliere il proprio favore da un giorno all’altro). Quella di corte è una politica chiusa e incerta fatta di
manovre e sotterfugi.
- politica burocratica entro un partito unico: la competizione è chiusa, alle elezioni non partecipano
tutti i gruppi politici, non sono competitive, permettono solo di acquisire legittimazione.
La regola del gioco che decide chi vince e chi perde è il gradimento dei burocrati dirigenti, che
permettono che un soggetto possa accedere alla competizione. Il quadro di permeabilità verso l’esterno
è moderato e i modi e gli esiti della lotta per il potere sono relativamente stabili e prevedibili, almeno
per quel che riguarda la lotta per il potere che concerne i ruoli politici intermedi; per le posizioni di
vertice le cose cambiano, questi ruoli tendono ad avere carattere permanente. I tentativi di lotta per il
potere nelle cariche supreme hanno il carattere dell’incertezza.
Un carattere comune delle tre diverse forme di lotta per il potere è che occorre passare per il consenso di
qualcuno (il popolo, il re, la burocrazia dirigente). Da ciò deriva che nella lotta per il potere è sempre
importante il sostegno delle forze sociali che hanno elevata capacità di influenzare i potere di governo, e che la
lotta per il potere politico è sempre lotta per conquistare o conservare il sostegno politico decisivo.
In questo senso, la lotta per avere il sostegno politico è permanente, non smette mai, anche quando non si è in
campagna elettorale; essa è espressa attraverso le contestazioni e le critiche lanciate dall’opposizione, e le
decisioni politiche e gli indirizzi di governo adottate dal gruppo politico al governo.
La pressione sul potere
La pressione sul potere è il condizionamento stabilizzato operato dai gruppi dirigenti, la cui attività principale
non è la politica: il loro comportamento non è politico ma politicamente influente.
Il loro rapporto con la politica è contraddistinto dal fatto che è indiretto: le decisioni politiche possono avere
conseguenze sulle loro attività principali. I soggetti impegnati nel rappresentare permanentemente i loro
interessi nel processo politico sono i gruppi di pressione.
Essi non mirano a conquistare il potere politico, non partecipano alle elezioni; la politica li riguarda solo negli
ambiti decisionali, sono interessati dai contenuti delle decisioni politiche.
Per i gruppi politici è importante chi comanda, per i gruppi di pressione conta solo che cosa farà o non farà chi
comanda. Essi orientano la propria azione per il conseguimento di contenuti decisionali a loro favorevoli e per
impedire che non passino quelli a loro sfavorevoli. La loro condotta consiste nel fare pressione in modo
selettivo su una o più frazioni politiche per ottenere o evitare determinate decisioni politiche.
La pressione politica si può scomporre in due elementi essenziali:
- premere sulla classe politica vuol dire articolare determinate domande politiche, richiedere cioè
l’emanazione o l’abrogazione di determinate leggi.
- Premere è qualcosa di più di domandare, perché include la capacità di far pesare la scelta altrui.
Premere sulla classe politica significa accompagnare la domanda minacciando il ritiro del sostegno
politico o promettendolo.
Il sostegno dei gruppi di pressione si manifesta attraverso il trasferimento delle proprie risorse ai gruppi
politici (conversione politica delle risorse sociali), i quali possono impiegarle in modo autonomo.

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Lo scambio politico
Il rapporto tra i gruppi politici e i gruppi di pressione può essere descritto come uno scambio tra sostegno
politico e decisioni politiche. Questo scambio prende il nome di scambio politico, che non implica
automaticamente un rapporto clientelare, cioè lo scambio immediato tra una decisione particolaristica e un
sostegno politico determinato.
E’ uno scambio clientelare quando un gruppo politico adotta un provvedimento in favore di un gruppo di
pressione e questi, immediatamente, riversa nelle casse di quel gruppo politico una somma di denaro.
E’ diverso dalla corruzione perché in questo caso il provvedimento politico non è scambiato con un vantaggio
privato del detentore della carica pubblica, ma con un finanziamento politico.
Lo scambio politico può anche non essere immediato, ma può essere guidato dall’aspettativa - speranza dei
contenuti delle decisioni politiche da parte del gruppo di pressione, e dall’aspettativa - speranza del sostegno
politico da parte dei gruppi di pressione ai gruppi politici.
Lo scambio politico è legato alla condizione che la ricerca del chi governa sia autonoma dalla ricerca del che
cosa decide chi governa, e viceversa.

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