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RIASSUNTO DEL VOLUME “POTERE E TEORIA POLITICA” (M.

STOPPINO) by Giada Grasso

Capitolo I: Potere
In termini generali per potere, sia esso riferito a individui/ gruppi umani o a oggetti/fenomeni della natura, si intende
la capacità di produrre effetti; in termini sociali invece il potere consiste nella capacità dell’uomo/gruppo di
determinare la condotta di un altro uomo/gruppo.
Il potere sociale dunque si distingue da quello sulle cose e, sebbene possa essere esercitato per mezzo di strumenti
materiali, non indica una cosa o il suo possesso, ma bensì una relazione/ rapporto tra uomini.
Tale relazione è poi triadica in quanto presuppone la presenza dell’individuo che lo esercita, di un altro individuo che
vi è sottoposto e dell’elemento della sfera del potere, ossia la sfera di attività alla quale il potere si riferisce, la quale
può essere più o meno vasta e più o meno chiaramente delimitata (per esempio la sfera di attività del potere
esercitato dal medico riguarda la salute).
Il potere sociale viene poi distinto in potere attuale, ossia il potere effettivamente esercitato, e potere potenziale,
ossia il potere come possibilità, nonché la capacità di determinare i comportamenti altrui.
Il potere attuale viene poi più precisamente definito come una relazione tra comportamenti e si compone di tre
aspetti: il comportamento di A diretto a modificare il comportamento di B o tale da modificare il comportamento di B
nell’interesse di A; il comportamento di B in cui si concretizza la modifica del comportamento; il nesso intercorrente
tra questi due comportamenti.
Dall’analisi di queste relazioni si evince che non sempre il potere è intenzionale, ossia che la nozione di potere va al di
là della modificazione intenzionale della condotta altrui, ma che esso è sempre associato al concetto di interesse, per
cui l’esercizio del potere sociale attuale esercitato da A nei confronti di B è sempre determinato da un interesse che A
nutre per tale condotta di B, sia B anche inconsapevole di aderire al comportamento o all’interesse di A; nei casi in cui
chi esercita il potere nasconda di proposito il desiderio della provocazione di un determinato comportamento in un
soggetto e/o l’interesse che vi si cela, si parla di manipolazione.
D’altro canto il comportamento dell’individuo oggetto dell’esercizio di potere è sempre, almeno in parte, dotato di
volontarietà, ma non necessariamente anche libero (per esempio nell’esercizio di potere coercitivo da parte di A, la
condotta di B non è libera, in quanto se potesse non la metterebbe in pratica, ma tenuta, seppur per paradosso,
volontariamente per evitare conseguenze negative). Parlando poi di potere coercitivo, esso si distingue dall’uso
diretto della violenza in quanto quest’ultima non va a modificare la condotta dell’individuo, ma direttamente il suo
stato fisico (lo uccide, lo tortura, lo rinchiude contro la sua volontà,..). Oltre alla violenza viene inoltre escluso dai
comportamenti oggetto di potere sociale l’ipnosi, in quanto induce comportamento del tutto privi dell’elemento
volontaristico. Molti autori confluiscono poi nel ritenere il potere tale solo quando la determinazione dei
comportamenti altrui si fonda sulla coercizione, sia essa definita come la minaccia di privazioni fisiche.
Per ciò che concerne infine il nesso che intercorre tra i due comportamenti, affinché si possa propriamente parlare di
potere attuale si necessita che il primo comportamento sia causa probabilistica del secondo, ossia che lo provochi;
ovviamente tale relazione di causa effetto è slegata da un rapporto di necessità e universalità. Questo rapporto di
potere è poi in particolare un tipo di causazione sociale in cui il primo comportamento è condizione sufficiente, e
quindi non necessaria né necessaria e sufficiente, affinché si verifichi il comportamento di B.
Infine i rapporti di potere possono avere sia un carattere unidirezionale, ed essere quindi asimmetrici, sia essere
caratterizzati da un grado maggiore o minore di reciprocità.
A differenza del potere attuale, che come affermato viene inteso come rapporto tra comportamenti, il potere
potenziale è inteso come rapporto tra attitudini ad agire, laddove per il comportamento di A si parla di possibilità e
per il comportamento di B si parla di probabilità. Il concetto poi di probabilità rispetto alla condotta del soggetto il cui
comportamento vuole essere determinato da chi esercita potere è fondamentale in quanto introduce la distinzione
tra l’esercizio effettivo e la possessione del potere stesso: l’esercizio del potere si attua infatti quando il soggetto B
esercita la determinata condotta posta in volere dal soggetto A; il soggetto A è invece in possesso del potere, o
meglio della capacità di determinare una condotta, se ci si aspetta che il soggetto B metta in atto una determinata
condotta su richiesta del primo; in entrambi i casi si suppone inoltre che sia rispettato il requisito dell’interesse.
Dal momento che poi esercitare potere implica necessariamente avere la possibilità di esercitarlo, nel suo senso più
generale il potere sociale potenziale si definisce come la capacità della determinazione intenzionale o interessata dei
comportamenti altrui. Tale capacità, e quindi il potere potenziale, dipende inoltre da tre condizioni: la detenzione da
parte del soggetto che esercita il potere di risorse che possono essere appunto impiegate per esercitare potere
(ricchezza, forza, conoscenza,..); la propensione dello stesso soggetto all’utilizzo di tali; l’abilità con la quale è in grado
di convertire in potere le risorse che ha a disposizione. Tuttavia, l’attitudine di B a tenere il comportamento voluta da
A dipende in ultima analisi dalla scala dei valori dello stesso soggetto, il quale quindi non è sottoposto a potere di A se
non è disposto a lasciarsi influenzare: da ciò ne consegue che la probabilità del soggetto che esercita potere di avere
successo dipende dalla scala dei valori prevalente nell’ambito sociale in cui agisce.
Sulla base del concetto di potere potenziale si possono individuare i rapporti di potere stabilizzato; il potere si dice
stabilizzato quando a un’alta probabilità che B compia con continuità i comportamenti corrispondenti alla volontà o
all’interesse di A corrisponde un’alta probabilità che A compia con continuità azioni dirette a modificare la condotta di
B o idonee a modificare tale condotta nel suo interesse. Quando è di tipo intenzionale, il potere stabilizzato si traduce
in una relazione di comando e obbedienza; quando la relazione di potere stabilizzato si articola in una pluralità di ruoli
definiti e coordinati tra loro, si parla di potere istituzionalizzato (scuola, governo, partiti).
Il potere sociale deriva poi anche dall’esistenza di determinati atteggiamenti dei soggetti implicati nel rapporto, quali
le percezioni/ immagini sociali del potere, ossia il riscontro personale che un soggetto /gruppo possiede nei confronti
del potere e della sua distribuzione; e le aspettative, ossia le previsioni di un soggetto circa le azioni degli altri e lo
sviluppo degli scenari. Il ruolo di quest’ultime poi diventa evidente soprattutto all’interno dei rapporti di potere che
operano attraverso il meccanismo delle reazioni previste, il quale prevede che un soggetto ponga in essere una
condotta conforme all’interesse del soggetto A, non perché questo gliela comunichi, ma bensì per evitare reazioni
sfavorevoli causate dall’eventuale non conformazione a tale condotta, aspettativa naturalmente e necessariamente
basata su una precedente condotta di A, dalla quale si è dedotto il suo interesse e la sua attitudine a reagire di
conseguenza (esempio del senatore).
Con riferimento invece ai modi di esercizio del potere, ossia le modalità in cui le risorse possono essere impiegate per
esercitare il potere, esse sono molteplici: persuasione, manipolazione, minaccia, promessa di ricompensa…
Al modo di esercizio del potere si ricollega poi il tema della conflittualità del potere: per definizione infatti è noto che,
al momento iniziale dell’esercizio di potere, le volontà dei soggetti compresi nel rapporto sono in contrasto; nel
momento finale dell’esercizio di potere invece la conflittualità non è necessaria, ma la sua presenza è determinata dal
modo di esercizio del potere (confronto tra minaccia e persuasione).
Un altro fattore che può condurre a conflittualità, e che insieme all’antagonismo delle volontà rappresenta la seconda
principale matrice della conflittualità del potere, è il risentimento derivato dalla disuguaglianza delle risorse, e il
conseguente risentimento sociale; questo elemento costituisce tuttavia una causa solo potenziale di conflitto poiché
può non essere percepito da coloro che sono sottoposti al potere, può essere accettato e anche ritenuto legittima, può
non essere attribuito ai soggetti direttamente detentori del potere, oppure può essere semplicemente soffocato.
Il rapporto di conflittualità del potere può derivare poi anche da altri aspetti: nel rapporto di manipolazione per esempio
vi è un conflitto potenziale che diventa attuale se il soggetto manipolato si rende conto di esserlo; il conflitto in questo
caso può pertanto nascere dalla manipolazione stessa o dal risentimento del soggetto di manipolazione.
In riferimento invece al tema della misurazione del potere, la quantità e la qualità del potere sono una variabile che
dipende da diverse proprietà: la probabilità che si verifichi la condotta di B, criterio applicato al potere potenziale e
direttamente proporzionale al potere che esercita A su B; il numero dei soggetti sottoposti al potere, definito come
campo del potere; il settore di attività, o sfera, a cui il potere si riferisce, nel quale si rivela molto incidente la scala di
valori prevalente nella società; il grado di modificazione della condotta dei soggetti sottoposti ad A, criterio che indica
il peso del potere; l’efficacia del potere, che rileva il grado della corrispondenza in termini di prontezza, accuratezza e
precisione tra il comportamento di B e l’intenzione/interesse di A; il grado in cui il potere di A restringe le alternative
di comportamento che B ha a sua disposizione, criterio che contiene in se anche la valutazione dei costi nei quali incorre
A per tentare di esercitare potere su B, e della forza del potere, ossia nei costi in cui incorrerebbe B in caso di
disobbedienza.
Il campo di applicazione più rilevante per ciò che concerne il concetto di potere è sicuramente la politica; in questo
scenario si inserisce il contributo di Weber il quale esalta il fondamento legittimo che sta alla base delle relazioni di
comando e obbedienza tipiche del rapporto politico, e distingue il potere legittimo, designato con il nome di autorità,
in potere legale, la cui fonte è la legge e il cui apparato amministrativo è rappresentato dalla burocrazia; tradizionale,
il cui fondamento è la tradizione e il cui apparato amministrativo del potere è patriarcale e per il quale si parla di
patrimonialismo; e carismatico, il quale si fonda sulla personalità del capo e il cui apparato amministrativo viene scelto
sulla base del carisma e della dedizione personale.
Infine la ricerca empirica del potere, ossia le tecniche e i metodi per determinare chi abbia potere su cosa.
Tra i metodi della ricerca empirica si distinguono: il metodo posizionale, basato sull’identificazione delle persone che
occupano una posizione di vertice nelle gerarchie, ma che non sempre si rivela efficiente in quanto il potere effettivo
può non corrispondere al potere formale; il metodo reputazione, basato sul giudizio di alcuni membri della comunità,
ma che anch’esso non sempre si rivela efficiente in quanto il potere reale può non corrispondere con il potere reputato;
il metodo decisionale, che si fonda sull’individuazione delle personalità di maggior rilievo nei processi decisionali
pubblici, ma che non può accertare la distribuzione generale del potere in quanto si focalizza solo su settori e
procedimenti determinati e limitati; il metodo della mappa del potere, basata sugli interessi e finalizzata alla rilevazione
del potere nascosto e del fenomeno delle non decisioni.
Capitolo II: Potere, intenzione, interesse.
Il potere sociale, ossia quello che intercorre tra uomini, è un rapporto di causazione sociale: con ciò si intende dunque
che nell’esercizio del potere intercorre un nesso causale tra i comportamenti dei soggetti coinvolti.
Il potere viene interpretato come causazione sociale intenzionale, in quanto affinché esso possa essere esercitato è
necessaria corrispondenza tra le intenzioni del soggetto che esercita potere e il soggetto su cui è esercitato (sebbene
la causazione intenzionale di un comportamento altrui coincida con la definizione di potere, la causazione di un
comportamento altrui contrario all’intenzione di chi lo causa non si identifica con il potere); tuttavia il criterio
dell’intenzione non è sufficiente a designare un rapporto di potere, ed infatti è più appropriato definire tale anche
causazioni sociali all’interno delle quali il soggetto che provoca una condotta altrui presenta, anche in modo
inconsapevole e non del tutto intenzionale, un atteggiamento favorevole o un interesse verso gli effetti rilevanti del
rapporto.
Tra le tipologie di rapporto si distingue poi l’imitazione, o contagio del comportamento, che consiste nella riproduzione
o imitazione spontanea da parte di altri del comportamento iniziato da un membro del gruppo che non ha mostrato
nessuna intenzione di ottenere che gli altri facciano ciò che fa lui; l’imitazione differisce dall’influenza diretta, la quale
invece presuppone la tenuta di un comportamento con il proposito manifesto di influenzare il comportamento di un
altro membro del gruppo.
Generalmente l’imitazione non costituisce un rapporto di potere, ma una mera relazione causale; tuttavia, viene fatta
coincidere con potere quando essa sostiene o rafforza un interesse della persona o del gruppo che è preso a modello.
E’ bene dunque specificare cosa si intenda con il termine “interesse”, partendo da due definizioni proposte
rispettivamente da Lasswell e Deutsch: “Un interesse è un modello di domande e di aspettative che sostengono tali
domande”; Interesse significa sia distribuzione di attenzione, sia aspettative di ricompensa”.
Da ciò ricaviamo una definizione triadica di interesse, che verte e comprende i seguenti elementi: oggetto di
gratificazione, disposizione ad agire per ottenere o mantenere tale gratificazione, applicazione selettiva dell’attenzione
rispetto a quell’oggetto.
In ultima analisi si può quindi ammettere che un interesse presenta due dimensioni: una dimensione cognitiva, in cui
rientrano l’aspettativa fondata sull’esperienza di gratificazione e l’applicazione selettiva dell’attenzione dell’oggetto
connesso a una gratificazione ed in base alla quale è possibile distinguere gli interessi dagli impulsi, che prescindono
dalla conoscenza, e dagli interessi generali della personalità, che spingono verso un tipo generale di condotta.
Vi è poi la dimensione direttiva, che si riferisce alla disposizione ad agire attivamente e dinamicamente per ottenere o
mantenere tale gratificazione e che permette di distinguere l’interesse dalla preferenza, che è invece una disposizione
passiva, e dall’atteggiamento favorevole, che implica una disposizione a reagire (non agire) in senso positivo in presenza
di un certo oggetto. Non a caso, affinché un indagine empirica riscontri successo soprattutto all’interno del meccanismo
delle reazioni previste, e quindi del fenomeno delle non decisioni, è necessario adottare il criterio dell’interesse e non
quello dell’atteggiamento favorevole.
Pertanto è possibile riassumere schematicamente i rapporti che intercorrono tra interesse, intenzione e potere dicendo
che: l’interesse di A può esprimersi in un’azione che provoca intenzionalmente il comportamento di B (esercizio
deliberato di potere); l’interesse di A può accompagnare un’azione di A che provoca in modo non intenzionale il
comportamento di B (imitazione o contagio del comportamento); l’ interesse di A si palesa in condotte e atteggiamenti
di A, conosciuti da B, e può provocare un certo comportamento di B, che si attende così di evitare una reazione
spiacevole o suscitare una reazione piacevole di A ( potere operante attraverso le reazioni previste).
Infine, focalizzandosi sulla ricerca empirica del potere, è possibile distinguere il metodo di indagine decisionale, il
quale utilizza come criterio di ricerca del potere la sola intenzione e che si concentra sugli individui, sui
comportamenti aperti/processi decisionali pubblici e sugli aspetti dinamici del potere; e un metodo d’indagine che
invece accoglie il concetto di potere comprensivo anche del criterio dell’interesse, il quale si focalizza sui gruppi, sui
comportamenti meno aperti, ossia al di fuori del processo decisionale oi ai suoi margini, e sugli aspetti stabili del
potere, in quanto gli interessi dei gruppi e delle organizzazioni si manifestano maggiormente in attività strutturate dal
carattere più o meno continuativo. Inoltre, come già affermato, l’adozione del criterio dell’interesse per la ricerca
empirica del potere permette di approcciarsi alle “non decisioni”, le quali rappresentano esercizi di potere che non si
attuano nell’ambito del processo decisionale pubblico, ma che lo limitano dall’esterno ed è anche in grado di
correggere e superare certi limiti che emergono dalla tecnica decisionale.
Capitolo III: Violenza.
Sebbene la violenza sia intimamente legata al fenomeno del potere, analisi sistematiche volte alla definizione,
misurazione e comprensione di tale elemento sono state condotte in maniera estremamente esigua.
Ciò è stato determinato in particolar modo dai due pregiudizi che si sono sviluppati intorno ad essa: in primo luogo il
pregiudizio conservatore, che predilige un approccio di difesa dello status quo per cui si tende a respingere la
violenza nella sua interezza e ad attribuirle una funzione marginale; antiteticamente vi è il pregiudizio del ribelle, che
esalta positivamente la violenza, ampliandone il significato e considerandola oltre che onnipresente nella struttura
sociale anche mezzo necessario al fine di rovesciare il gruppo dominante e dar vita ad una nuova società.
La definizione di violenza più comune nel linguaggio della scienza politica coincide con un qualsiasi intervento fisico
volontario posto in essere da un individuo o da un gruppo contro altri o sé stessi per distruggere, offendere o
coartare, e che produce una modificazione dannosa dello stato fisico di questi. Essa inoltre può essere diretta, nel
caso in cui colpisca in modo immediato il corpo di chi la subisce, o indiretta, nel caso in cui operi attraverso
un’alterazione dell’ambiente fisico in cui la vittima si trova.
Se da un lato è possibile utilizzare forza come sinonimo di violenza, questa invece si distingue nettamente dal
concetto di potere: quest’ultimo infatti ha come oggetto la volontà di chi subisce il potere, mentre la violenza mira ad
alterare lo stato del corpo o delle sue possibilità ambientali e strumentali. Da ciò ne consegue che, dal punto di vista
dei risultati, attraverso la violenza è possibile ottenere solamente un’omissione, e non anche un’azione come accade
per il potere.
La distinzione tra violenza e potere coinvolge poi anche il potere coercitivo, il quale, essendo basato su sanzioni
fisiche, comporta a sua volta la distinzione tra violenza in atto e minaccia della violenza; nei rapporti di potere
coercitivo la violenza interviene sotto forma di punizione quando la minaccia non ha raggiunto il suo scopo e pertanto
sanziona/dichiara il fallimento del potere. In questo caso inoltre la violenza in atto possiede un effetto dimostrativo,
in quanto accresce sia l’efficacia e la credibilità della minaccia futura, sia il potere coercitivo stesso, e pertanto la
violenza in atto tende anche ad essere utilizzata in razione moderata e in anticipo nelle così dette dimostrazioni di
forza, al fine di rendere seria e credibile una minaccia pronunciata.
La violenza possiede poi un ruolo cruciale nella politica ed infatti il ricorso alla violenza è un tratto caratteristico del
potere politico e del potere di governo; non a caso la definizione di potere politico generalmente accettata proposta
da Weber, individua come uno degli elementi fondanti il monopolio della violenza legittima; quest’importanza della
violenza per il potere politico deriva sia dall’efficacia generale delle sanzioni fisiche (la sicurezza fisica della propria
vita tende ad essere il valore fondamentale per gli uomini), sia dalla rilevanza del perseguimento di uno degli scopi
minimi del governo, quale il mantenimento delle condizioni esterne che salvaguardano la coesistenza pacifica (per cui
il deterrente/ricatto della violenza è indispensabile).
Sebbene negli Stati moderni e contemporanei l’uso della violenza sia esercitato in modo esclusivo dal governo
attraverso apparati specializzati, si distinguono casi in cui si riscontrano altri usi della violenza che non fanno capo al
potere politico, siano essi illegittimi o legittimi; ai primi il governo oppone la sua violenza legittima, ai secondi tende
ad arrogarsi un potere di regolazione esclusiva.
Sebbene la violenza sia considerata una degli elementi principali del potere politico non va dimenticato che affinché il
governo possa detenere il monopolio legittimo della forza si necessita comunque e parallelamente l’elemento del
consenso (notiamo che la forza non è l’unico elemento fondante del potere politico).
Tale consenso poi può essere basato sul conseguimento dei propri interessi, sulla credenza in determinati valori
(diritto divino dei re, democrazia, comunismo), e/o su atteggiamenti affettivi (identificazione col capo carismatico,
l’attaccamento ai simboli della comunità politica, la bandiera o l’inno nazionale).
E’ possibile fare una distinzione tra la tipologia di violenza che caratterizza i diversi sistemi e regimi: nei regimi
coercitivi ad esempio la violenza è misurata e prevedibile, colpisce condotte devianti predeterminate, e genera nella
popolazione un timore razionale; nei regimi del terrore/totalitarismi invece, la violenza esercitata dal potere politico è
smisurata e imprevedibile, e genera nella popolazione una paura irrazionale permanente che di fatto paralizza ogni
opposizione potenziale e che è anche in grado di condurre in maniera indiretta ad un’adesione al regime dei membri
tiepidi/passivi della società i quali possiedono come scelta quella di divenire vittime o carnefici.
Focalizzandosi invece sulle cause che determinano o facilitano l’insorgere della violenza politica ribelle e
rivoluzionaria si emancipano principalmente due teorie: la prima, formalizzata da R.Gurr, fa riferimento al concetto di
privazione relativa, cioè al fatto di ritenere di essere privati di qualcosa che si crede di aver diritto di avere in quanto
si percepisce un grosso divario in termini di valori tra aspettative e situazione reale. Tanto più la percezione della
privazione relativa è intensa, quanto più si genera scontento, risentimento sociale e disponibilità dei membri del
gruppo a ricorrere alla violenza collettiva contro altri gruppi sociali o contro il regime politico vigente; dal momento
che però si parla in termini di possibilità, l’ipotesi della privazione relativa individua solo una matrice potenziale di
violenza e non una condizione sufficiente affinchè essa insorga effettivamente; un altro limite di tale teoria è poi
quello di essere ristretta alla sola spiegazione della violenza ribelle e non anche di quella di reazione e resistenza al
cambiamento.
La seconda teoria invece, elaborata da C. Tilly, riconduce le cause della violenza politica alla prassi generale della lotta
per il potere: in questa logica i conflitti violenti altro non sono che una modalità specifica all’interno della lotta per il
potere, ed in particolare essa è generata da una strategia di difesa e resistenza posta in essere dai gruppi membri del
regime, e una strategia di attacco dei gruppi non membri.
Questa teoria risulta essere più pertinente, completa e fertile di risultati rispetto alla prima soprattutto perché è in
grado di prendere in considerazione anche le componenti cognitive e quindi i fattori soggettivi scatenanti della
violenza politica, e poiché è in grado di spiegare il ruolo che assumono gli apparasti pubblici, fornendo di fatto una
visione più integrale e penetrante della violenza.
Parlando di violenza è infine possibile citare le diverse funzioni politiche che questa assume; di fatti, la distinzione tra
violenza e potere non implica che essa non possa essere utilizzata come mezzo per esercitare potere.
Le conseguenze/funzioni politiche della violenza, le quali divengono scopi politici se ricercati in modo intenzionale, si
distinguono in base ai soggetti a cui si riferiscono, siano essi gruppi oggetto della violenza, detti gruppi antagonistici;
gruppi esterni, ossia non implicati nel conflitto, ma che costituiscono l’ambiente sociale rilevante; gruppi che
ricorrono alla violenza.
Per ciò che concerne la prima categoria, la violenza politica può essere utilizzata principalmente per due scopi, ossia
la distruzione fisica dell’avversario o/e la sottomissione della resistenza e della volontà di questi, i quali sono
finalizzati in ultima analisi a minare la coesione e la combattività del gruppo avversario, a demoralizzare i suoi
membri, ed infine a imporre un’alterazione e consolidamento della precedente situazione di potere in proprio favore.
Le funzioni e possibili scopi degli atti violenti posti in essere dai gruppi esterni invece sono: l’attivazione
dell’attenzione, che permette di rendere visibile la rivendicazione o il risentimento ma che possiede tuttavia un
valore solamente preliminare e strumentale; la dimostrazione della legittimità delle rivendicazioni del gruppo ribelle,
funzione simbolica che esprime la gravità di una situazione di ingiustizia e mira a colpire infatti uomini o cose che
simboleggiano la causa di tale stato (la funzione simbolica decade se vengono colpite persone estranee al conflitto),
nonché al contempo a contestare la legittimità dei privilegi del gruppo antagonistico; la conquista del sostegno dei
gruppi esterni, scopo principale e finale della violenza di ribellione e rivoluzionaria, la però può avere un effetto
ambivalente sul sostegno, tale da poter provocare tanto la conquista quanto l’alienazione del consenso stesso.
Infine la terza categoria, ossia quella dei gruppi che ricorrono alla violenza, le cui funzioni e scopi coincidono con: la
formazione di una coscienza e identità del gruppo medesimo, nonché la definizione dei confini del gruppo che
permettono di delimitarlo dai restanti soggetti; l’accentuazione della centralizzazione del potere e la fortificazione
della coesione tra i suoi membri; il dirottamento delle ostilità mediante un attacco contro un nemico esterno e/e
contro un capo espiatorio, funzione derivante dal fatto che i conflitti violenti tendono a intensificare la compattezza
del gruppo, ossia lo scaricare pericolose ostilità interne attraverso una condotta aggressiva verso l’esterno o verso un
traditore interno.
Capitolo IV: Autorità.
L’autorità è concepita come specie del genere potere e più in particolare delinea un rapporto di potere
stabilizzato/istituzionalizzato, continuativo nel tempo, e al quale i sottoposti prestano un’obbedienza incondizionata
in quanto ritengono che il potere esercitato da A sia legittimo; in ultima analisi dunque l’autorità coincide con il
potere legittimo (senza l’introduzione del criterio di legittimità si può affermare che tutti i rapporti di potere sono
rapporti di autorità). L’autorità come potere legittimo presuppone poi un giudizio di valore positivo nei confronti del
potere; il giudizio di valore che fonda la credenza nella legittimità e che quindi stabilisce la titolarità dell’autorità
concerne la fonte del potere; l’accettazione dell’autorità (condizione necessaria affinchè la credenza nella legittimità
si converta in autorità), cioè l’attribuzione di un particolare valore positivo a una certa qualità della fonte del potere,
a sua volta produce l’attitudine all’obbedienza incondizionata, sebbene si necessita di tanto in tanto che la legittimità
venga testata affinchè la continuità nel tempo prosegua (Weber ci parla della “prova” del carisma).
L’autorità inoltre costituisce uno dei fenomeni sociali più diffusi, nonché la struttura di base qualsiasi organizzazione,
sistema politico compreso.
La credenza nella legittimità del potere permette di costruire un tipo puro di autorità, ossia un rapporto di comando
e obbedienza puramente fondato sulla credenza nella legittimità; tuttavia questa tipologia di autorità è di carattere
ideale in quanto ha poco riscontro nella realtà.
Inoltre essa non costituisce il fondamento esclusivo del potere, sebbene sia importante in quanto in grado di
conferire efficacia e stabilità al potere tanto dal lato del comando (effetto psicologico, coesione dei membri detentori
del potere) quanto dal alto dell’obbedienza (obbedienza diventa dovere ed elide il ricorso a mezzi differenti di
esercizio del potere), ma soltanto una delle sue basi insieme ad esempio a la coercizione, la remunerazione, il
perseguimento di un proprio interesse, il timore di un male minacciato…
I rapporti che intercorrono tra le differenti basi del potere sono descritti come rapporti tra legittimità ed effettività e
si traducono nella derivazione dell’una dalle altre e viceversa; da una parte infatti si afferma che il potere crei la
legittimità e che quindi la legittimità derivi dall’effettività (base materiale del potere); dall’altra si sostiene che sia la
legittimità a creare il potere (o meglio i suoi strumenti materiali), e che dunque sia l’effettività del potere a derivare
dalla legittimità.
Questa contrapposizione viene poi più generalmente ricondotta all’opposizione di due concezioni circa i rapporti
sociali, le quali identificano in un caso il fondamento, esclusivo o prevalente, nei fattori materiali, e nell’altro nei
fattori ideali; tuttavia, in quanto riduzionismi assoluti, entrambe queste concezioni sono respinte dalla scienza
politica, la quale invece procede allo studio empirico caso per caso dei vari rapporti di potere ed identificandone di
volta in volta su cosa esse risultino essere fondate prevalentemente (valori ideali, fattori materiali, entrambi).
Il rifiuto di un riduzionismo assoluto tuttavia non esclude che la credenza nella legittimità possa essere una
conseguenza psicologica della violenza, ossia che la violenza possa in qualche modo derivare dalla credenza nella
legittimità del potere. Quando quindi la violenza deriva dalla credenza nella legittimità del potere, quest’ultima si
traduce nella legittimità della violenza, la violenza perde il suo carattere negativo e si crea la tendenza alla
collaborazione attivo o passiva al suo impiego.
E’ anche considerata però l’ipotesi che sia la violenza stessa a generare la credenza nella legittimità, credenza che
può essere non genuina, una falsa manifestazione di credenza, e quindi ingannevole per gli altri, oppure falsa
credenza/falsa coscienza, ossia ingannevole per sé stessi in quanto priva di piena consapevolezza (questa rappresenta
il nucleo centrale del concetto di ideologia marxista). Nel caso in cui poi la credenza nella legittimità del potere abbia
alto grado ideologico, non si individua più un rapporto d’autorità, bensì una falsa autorità, in quanto la legittimità non
costituisce un fondamento reale del potere; infatti quanto meno la credenza nella legittimità ha carattere ideologico,
tanto più l’autorità è genuina e il potere si mantiene efficace e stabile.
Nonostante si sia affermato che l’autorità comporti che il potere sia creduto legittimo tanto da chi comanda, quanto
da chi obbedisce, può avvenire che la credenza nella legittimità sia presente soltanto da un lato della relazione di
potere; nel caso in cui il potere legittimo sia riconosciuto legittimo soltanto da chi vi è sottoposto, continua a
sussistere sia la relazione di potere sia quella di autorità sebbene in forma attenuata, ed inoltre vengono meno
l’efficacia e la stabilità del potere (diretta conseguenza dell’assenza di credenza da parte di chi esercita potere e
quindi dell’assenza di coesione e degli effetti psicologici); se invece solo chi comanda crede di avere diritto a farlo,
viene meno il rapporto di autorità stesso e al comando non segue l’obbedienza, oppure segue obbedienza non
fondata sulla legittimità, ma bensì su altre basi (timore della forza, interesse…). Questa seconda ipotesi è descritta
come una situazione di autoritarismo e mette in luce una caratteristica dinamica dell’autorità, ossia la sua capacità di
trasformazione in autoritarismo con il solo venir meno della credenza dei sottoposti nella legittimità del potere.
Ogni rapporto di potere poi può essere apparente, ossia può succedere che il potere reale sia detenuto da soggetti
diversi da quelli che figurano esteriormente come i soggetti detentori del potere; ciò accade anche per l’autorità, per
cui quindi si parla di autorità apparente quando un individuo che ha autorità non possiede effettivamente il potere
che in apparenza sembra esercitare, ma possiede solo potere formale.
In conclusione è possibile riassumere affermando che: l’autorità può essere generatrice di violenza; può essere falsa;
può essere soltanto apparente; e può trasformarsi in autoritarismo.
Capitolo V: Classificazione formale del potere.
Proporre una classificazione formale del potere significa classificare tale concetto in base a criteri distintivi che
concernono le forme delle relazioni potestative, nonché le modalità e dimensioni procedurali delle relazioni di
potere; al contrario una classificazione sostantiva sui tipi di risorse su cui poggia il potere e sui valori che vi sono
implicati (sostanza/materia/contenuto).
In tale classificazione formale è possibile individuare tre criteri di classificazione: il primo fa riferimento alla modalità
del rapporto di potere e consente di fare una distinzione tra le due classi generali del potere, ossia potere aperto e
potere nascosto.
Il secondo criterio, che è anche quello più fertile di risultati, concerne l’oggetto dell’intervento mediante il quale si
esercita potere e permette di disegnare una quadripartizione tra forme di potere che: si limitano ad alterare le
alternative di comportamento del soggetto che subisce il potere; forme di potere che intervengono sulle conoscenze
di fatto e sulle credenze di valore del soggetto che subisce il potere, ossia sulle condizioni soggettive che plasmano le
alternative di comportamento in modo più o meno consapevole; forme di potere che intervengono sui dinamismi
psicologici inconsci del soggetto che subisce il potere, ossia le condizioni soggettive che plasmano mediante processi
inconsci le alternative di comportamento; forme di potere che operano sulla situazione ambientale del soggetto che
subisce il potere, ossia le condizioni oggettive o esterne che contribuiscono a modellare le conoscenze di fatto, le
credenze di valore, e le alternative di comportamento.
Il terzo invece riguarda la dimensione soggettiva dell’intervento del soggetto che esercita potere, ossia
l’orientamento di senso che accompagna il comportamento di tale attore; esso permette di distinguere, nell’ambito
del potere aperto, le forme di potere intenzionali e le forme di potere semplicemente interessate.
Analizziamo ora più precisamente le due classi generali del potere offerte dal primo criterio di classificazione: con
potere nascosto, o più generalmente manipolazione, si intende una relazione di potere in cui il soggetto esercente
del potere allo stesso tempo nasconde tale esercizio al soggetto che lo subisce, il quale pertanto è effettivamente
inconsapevole di star subendo potere, cercando inoltre di ottenere intenzionalmente un comportamento desiderato
nel secondo soggetto; al contrario il potere aperto delinea una relazione di potere in cui il soggetto esercente del
potere non nasconde tale esercizio al soggetto che lo subisce, il quale pertanto, almeno in linea generale, è
consapevole di essere soggetto al potere del primo attore, oppure in cui manchi almeno il primo dei due elementi
della manipolazione.
All’interno della manipolazione inoltre, che ricordiamo essere sempre e soltanto una causazione sociale intenzionale,
si emancipa una contrapposizione tra il carattere attivo ed intenzionale dell’intervento del manipolatore e il carattere
passivo e inconsapevole della condotta risultante del manipolato.
E’ possibile poi classificare la manipolazione in base all’oggetto cui mira l’intervento del soggetto esercente del
potere: si parla di manipolazione dell’informazione quando la manipolazione opera sulle conoscenze di fatto
(orizzonte fattuale) o/e sulle credenze di valore (orizzonte valoriale); in essa rientrano la menzogna, la soppressione
dell’informazione, l’eccesso di informazione, e l’indottrinamento. E’ inoltre importante sottolineare che, la condizione
che influenza nel modo più decisivo il grado e l’efficacia della manipolazione dell’informazione è il regime nel quale
opera l’emittente, sia esso un monopolio dell’informazione oppure un pluralismo competitivo di diversi centri, in
quanto la seconda condizione rende la manipolazione meno efficace.
Nel caso della manipolazione psicologica invece si opera sui dinamismi psicologici inconsci, per cui il manipolatore
cerca di associare simboli o/e immagini all’oggetto sociale su cui si intende coinvolgere l’impulso emotivo, e ripetere
incisivamente e continuamente tale associazione al fine di creare nel soggetto che subisce il potere un collegamento
riconosciuto da quest’ultimo come riflesso condizionato (meccanismo della pubblicità subliminale o del lavaggio del
cervello). Tale procedimento è poi più efficace se indirizzato ad una pluralità di persone (folla) in quanto in essa
tendono ad emanciparsi le componenti irrazionali e inconsce della personalità e a realizzarsi un contagio emotivo tra i
suoi membri, fattori che facilitano la suggestione emotiva.
Infine si distingue la manipolazione situazionale, la quale opera ad insaputa del soggetto al potere sulla sua situazione
ambientale, ossia il contesto sociale entro cui egli è collocato ed entro cui sceglie strategie e azioni; questo inoltre
costituisce per lo stesso soggetto una struttura definita di vincoli e di opportunità che contribuisce in maniera incisiva
a plasmare le alternative di azione, orientare il comportamento e perseguire i propri valori. Tuttavia questa tipologia
di manipolazione si adatta maggiormente a contesti sociali limitati, mentre risulta secondaria nei contesti sociali
globali.
Per ciò che concerne il potere aperto è possibile distinguerne differenti forme, tra cui la persuasione, la
remunerazione, e la costrizione, le quali presuppongono che il soggetto esercente del potere richieda in maniera
diretta ed esplicita il comportamento desiderato del secondo soggetto; nel condizionamento invece il soggetto
esercente del potere esterna tale richiesta in maniera indiretta e non esplicita, intervenendo però in modo palese
nella situazione ambientale del soggetto sottoposto al potere.
Inoltre il soggetto esercente potrebbe anche esternare assenza di intenzione di esercitare potere (oltre all’assenza
dell’intenzione di tenere nascosto il potere stesso); in questi casi, ossia nelle reazioni previste, nell’imitazione e nel
condizionamento interessato, si parla di causazione sociale interessata.
Come avvenuto per la manipolazione, anche il potere aperto è distinguibile in base all’oggetto cui mira l’intervento
del soggetto esercente del potere: le alternative di comportamento, le conoscenze di fatto e le credenze di valore, i
dinamismi psicologici inconsci, la situazione ambientale; tuttavia al potere aperto restano preclusi i dinamismi
psicologici inconsci.
Nella prima sottoclasse di potere aperto, la quale opera sulle alternative di comportamento ossia sulle valutazioni dei
costi e benefici cui l’attore sottoposto al potere subordina la selezione della condotta da seguire, si distinguono tre
forme di potere, remunerazione, costrizione e reazioni previste; nella seconda sottoclasse di potere aperto, la quale
opera sulle conoscenze di fatto e sulle credenze di valore, si distinguono due forme di potere, persuasione e
imitazione; nella terza sottoclasse di potere aperto, la quale opera sulla situazione ambientale, si distingue il
condizionamento, che a sua volta è classificabile in condizionamento intenzionale e condizionamento interessato.

Situazione Dinamismi Conoscenze di fatto Alternative di


Ambientale Psicologici Inconsci e credenze di valore comportamento

Potere nascosto Manipolazione Manipolazione Manipolazione


Situazionale Psicologica dell’informazione

Potere aperto Condizionamento Persuasione Remunerazione


Costrizione

Condizionamento Imitazione Reazioni previste


Interessato

Applicando poi al potere aperto il criterio tipologico della dimensione soggettiva dell’intervento del soggetto che
esercita potere, ossia l’orientamento di senso che accompagna il comportamento di tale soggetto, è possibile
distinguere le forme di potere aperto intenzionali, ossia quelle che possiedono il proposito consapevole di ottenere
un dato effetto, e le forme di potere aperto interessate, ossia quelle che possiedono una disposizione ad agire per
ottenere un dato effetto.

Alternative di Conoscenze di fatto e Situazione Ambientale


comportamento credenze di valore

Potere Intenzionale Remunerazione Persuasione Condizionamento


Costrizione

Potere Interessato Reazioni previste Imitazione Condizionamento


Interessato

Analizziamo ora meglio e nello specifico le sette tipologie di potere in cui si articola la classificazione del potere
aperto appena applicata.
La remunerazione e la costrizione consistono nell’impiego di sanzioni, rispettivamente positive (beneficio) e negative
(minaccia di punizione), per modificare il valore relativo che il soggetto sottoposto al potere attribuisce alle diverse
alternative di comportamento, e quindi accrescendo o diminuendo il valore dell’una e dell’altra per orientare il
soggetto al comportamento desiderato dall’attore che esercita potere; pertanto questi due meccanismi risultano
essere uguali ma opposte nell’uso specifico delle sanzioni in quanto nella remunerazione si accresce il valore
dell’alternativa voluta, mentre nella costrizione si diminuisce il valore di tutte le alternative aggiungendo costi
ulteriori, al di fuori di quella desiderata.
Nelle reazioni previste invece, le quali costituiscono una versione solamente interessate di remunerazione e
costrizione in quanto manca l’esternare esplicitamente la minaccia o la ricompensa, il soggetto che subisce il potere
tiene un dato comportamento, come desiderato dal soggetto che esercita potere, senza che questo esprima
l’intenzione di ottenerlo, ma perché il primo prevede che il secondo avrebbe reazioni per lui spiacevoli se non lo
dovesse tenere. In conclusione pertanto nelle reazioni previste il soggetto sottoposto al potere tiene una
determinata condotta in quanto prevede che in questo modo otterrà reazioni per lui favorevoli da parte del soggetto
esercente del potere; gli elementi che fanno sì che questo meccanismo sia riconducibile al potere sono poi la
previsione del soggetto che subisce potere, la quale è necessariamente basata e ricavata da un comportamento
precedentemente tenuto dal soggetto esercente del potere che a sua volta costituisce una disposizione ad agire per
ottenere certi risultati. Nelle relazioni di potere strutturate e continuative è tuttavia difficile distinguere tra le due
forme, siano esse intenzionali o solo interessate, ed infatti spesso sfumano l’una nell’altra.
Il potere persuasivo è invece una forma intenzionale di potere aperto operante sulle conoscenze di fatto e sulle
credenze di valore, per cui l’attore esercente del potere persuade il soggetto sottoposto ad esso mediante
argomentazioni aperte che influenzano il suo orizzonte valoriale e/o fattuale e orientano la sua condotta verso quella
voluta dal primo soggetto. Tale meccanismo inoltre si avvicina molto sia a remunerazione e costrizione, in quanto
entrambe queste forme si servono degli stessi mezzi (comunicazioni simboliche o/e messaggi), sia alla manipolazione,
ed in particolare alla manipolazione dell’informazione e psicologica, tanto che quando la persuasione sfocia in
persuasione occulta, per cui quindi il messaggio persuasivo contiene soppressioni dell’informazione, l’esercizio di
potere si converte in manipolazione.
Anche l’imitazione, così come la persuasione, ha per oggetto l’orizzonte valoriale e/o fattuale del soggetto sottoposto
al potere, ma a differenza della precedente costituisce una forma di potere aperto interessato; essa infatti è una
persuasione che utilizza gli esempi come mossa argomentativa chiave, ed in cui vi è assenza di qualsiasi strategia
persuasiva deliberata dell’imitato.
L’imitazione inoltre rappresenta un canale di grande rilevanza nella trasmissione degli orientamenti, spesso più
efficace dell’apprendimento tramite comunicazioni e argomentazioni esplicite; tuttavia affinché esso sia intenso e più
efficace deve presuppore impegno serio e sincero dell’imitato.
Infine il condizionamento, che abbiamo detto poter essere condizionamento proprio o condizionamento interessato;
ambedue agiscono sulla situazione ambientale, ossia sugli elementi costitutivi della situazione che definiscono
l’ambiente sociale (es. distribuzione delle risorse), ma la prima delinea una forma di potere intenzionale, mentre la
seconda interessato.
Per ciò che concerne il condizionamento si è soliti sottolineare in particolar modo due aspetti contraddistintivi di
esso: in primo luogo il suo carattere indiretto, ossia il fatto che alterando la situazione ambientale inneschi una
catena che va ad alterare successivamente l’orizzonte fattuale e/o valoriale, le alternative di comportamento ed
infine la condotta finale, carattere però che porta con sé un grado di efficacia aleatorio in quanto tutto dipende dalla
catena di influssi che si attiva; in secondo luogo il fatto che il condizionamento si serva componenti strumentali/mezzi
che, se e solo considerati in sé, costituiscono forme di potere diverse dal condizionamento (remunerazione di volta in
volta, costrizione, manipolazione dell’informazione, persuasione).
Per ciò che concerne invece il condizionamento interessato, esso costituisce una sorta di prolungamento del
condizionamento intenzionale in quanto deriva da effetti non previsti e voluti che a loro volta sono stati scaturiti da
effetti intenzionali volti a modificare la situazione ambientale.
Capitolo VI: Potere, scambio e dominio.
Accanto alla classificazione formale del potere è possibile attuare una classificazione sostanziale di esso, assumendo
come criterio tipologico la classe delle risorse sociali sopra le quali il potere si fonda, e per conseguenza i valori (cioè
le cose desiderate) che vi sono implicati e che ne definiscono il campo sociale.
In tale prospettiva la classificazione più opportuna consiste in una tripartizione delle risorse in risorse di violenza o
distruttive, che comprendono l’insieme di strumenti materiali di offesa e di difesa (armi), gli uomini che li impiegano
(uomini in arme) e le tecniche d’impiego degli uni e degli altri; risorse economiche, che comprendono l’insieme di
strumenti materiali di produzione di beni e servizi, gli uomini che li impiegano (lavoratori) e le tecniche d’impiego
degli uni e degli altri ; e risorse simboliche, che comprendono l’insieme di strumenti, uomini e tecniche d’impiego
degli uni e degli altri, ma soprattutto di credenze in determinate dottrine le quali fondano l’identità sociale; in base
alle quali è possibile distinguere il potere coercitivo, il potere economico, ed il potere simbolico.
Il potere coercitivo poggia sulla prima tipologia di risorse e i valori che in esso si emancipano sono riconducibili alla
categoria generale della sicurezza intesa in senso fisico.
Il potere economico poggia sulla seconda tipologia di risorse e i valori che in esso si emancipano sono riconducibili
alla categoria generale del benessere.
Il potere simbolico infine poggia sulla terza categoria di risorse e i valori che in esso si emancipano sono riconducibili
alla categoria generale dell’identità etico-sociale.
Questi tre tipi di risorse e rispettivamente di potere inoltre coincidono con le risorse e i poteri principali operanti nella
società umana: guerrieri, padroni e sacerdoti infatti risultano essere le tre principali figure della collina del potere;
questo ovviamente è valido se non si tiene conto del potere politico, il quale è il risultato della loro combinazione
dinamica, ossia di una combinazione non specifica ma in cui la distribuzione delle risorse e dei poteri è variabile e anzi
determinante per la specifica forma di potere politico che si andrà a sviluppare in un determinato contesto sociale,
nonché per la sua comprensione.
Focalizzandoci nuovamente sulle tre tipologie di forme sostantive di potere è possibile evidenziare una caratteristica
che li accomuna, ossia il fatto che essi operino generalmente tramite remunerazione e/o costrizione; in particolare la
costrizione è generalmente utilizzata per le risorse distruttive e quindi per il potere coercitivo, mentre la
remunerazione per le risorse economiche e quindi per il potere economico; tuttavia la prerogativa di un impiego
remunerativo o costrittivo riguarda tutte e tre le categorie di risorse, a seconda che esse siano oggetto di erogazione
o di ritiro di erogazione. Da ciò inoltre si evince che remunerazione e costrizione costituiscono, da un punto di vista
formale, il nucleo dei rapporti di potere in una società.
Confrontando tra loro le tre tipologie di risorse di potere si osserva che il possesso di risorse economiche si traduce
essenzialmente in una disponibilità di benefici positivi che si possono impiegare nelle relazioni di potere; da ciò ne
segue che la remunerazione economica può essere ridotta a uno scambio di potere fondato sull’erogazione di
vantaggi emergenti, in quanto entrambi gli attori coinvolti nel rapporto di potere traggono benefici dalla loro
interazione (non v’è un rapporto di remunerazione che non sia rapporto di scambio).
Non sempre però lo scambio economico è eguale, ed infatti può accadere che tra gli attori coinvolti vi sia
disuguaglianza di risorse e di potere economico, ossia della forza strategica delle risorse economiche dei due attori
sociali; tanto più la disuguaglianza di risorse è grande, tanto più la relazione remunerativa si converte in una relazione
basata sulla costrizione, la cui base è costituita dalla minaccia unilaterale di vantaggi cessanti (e non più vantaggi
emergenti), che nella sua forma più drastica si concretizza nell’espulsione , ossia nel ritiro ultimativo dei vantaggi che
derivano dall’essere membro di un determinato aggregato economico.
Quando vige una copiosa disuguaglianza strategica delle risorse remunerative si giunge ad una relazione in cui
sussiste un rapporto di dipendenza e dominio economico tra i due soggetti; la posizione di dominio consente a un
attore sociale di chiedere molto di più di quanto non sia disposto a dare in quanto le risorse economiche del soggetto
in posizione di dominio possedute in monopolio sono salienti per quello in condizione di dipendenza, e poiché il
soggetto nella situazione di dipendenza è privo di risorse economiche salienti per il soggetto in dominio (condizioni
interne), ed inoltre è impossibilitato nel ricorso alla violenza o alla coercizione contro di lui (condizione esterna),
elementi che fanno sì che l’attore sottoposto a potere si trovi in balia della controparte. Alla condizione di
dipendenza è possibile contrapporre quella di interdipendenza, ossia una condizione che contraddistingue entrambi
gli attori in gioco nelle relazioni in cui prevalgono l’uguaglianza di risorse e la remunerazione; e quella di
indipendenza, ovvero autosufficienza di un attore in relazione alle risorse economiche; se i due attori sono
reciprocamente indipendenti, le relazioni di potere economico tra loro saranno pressoché nulle.
Esistono tuttavia delle strategie di emancipazione che permettono al soggetto in condizione di dipendenza di
sottrarsi, o per lo meno di attenuare, la posizione di dominio economico del secondo soggetto: la ridefinizione della
propria scala di valori, strategia che è in grado di contrastare la salienza delle risorse possedute dal soggetto
dominante in quanto le rende meno rilevanti; la ricerca di surrogati è in grado di contrastare la situazione di
monopolio in quanto questo sostituisce i vantaggi generati dalle risorse possedute dal soggetto in dominio; infine la
creatività, volta a inventare nuove risorse o/e nuove tecniche di impiego delle vecchie risorse, è in grado di superare
il vincolo costituito dalla mancata disponibilità di risorse salienti per la controparte. Quest’ultima strategia inoltre può
essere posta in essere in forma individualistica, come avviene per il lavoro qualificato, o/e in forma collettiva,
attraverso l’organizzazione delle unità disperse di forza lavoro.
E‘importante sottolineare però che, sebbene la condizione di eguaglianza o disuguaglianza dei poteri reciproci degli
attori dipenda esclusivamente dal grado di eguaglianza e disuguaglianza della forza strategica, nelle situazioni sociali
reali, la grandezza dei poteri reciproci dipende anche dalle percezioni che gli attori hanno dell’0importanza delle
risorse rispettivamente detenute, elemento in virtù del quale vi è un tentativo di influenzare le percezioni della
controparte al fine di sminuire la salienza delle risorse dell’altro e ingrandire i vantaggi che derivano dalle proprie.
A differenza delle risorse economiche, le risorse distruttive implicano di per sé una relazione di costrizione (e non
remunerazione) in cui il potere coercitivo si configura come inflizione di danni emergenti. La coercizione è dunque
una forma particolare di potere costrittivo fondato sulla violenza; quest’ultima costituisce la sanzione negativa di
efficacia più intensa e maggiore rispetto a qualsiasi altra punizione, in quanto minaccia l’integrità fisica della persona,
la quale costituisce un bene fondamentale al quale gli attori sociali difficilmente sono propensi a rinunciare. Non a
caso infatti la violenza in atto o minacciata è utilizzata come mezzo di rinforzo e di sostegno delle punizioni
economiche o/e simboliche.
La violenza può essere rilevante anche per altri attori sociali non implicati direttamente nel rapporto di coercizione; è
il caso ad esempio della violenza protettiva, in cui l’intervento coercitivo di un soggetto su un altro è finalizzato alla
salvaguardia dell’integrità fisica ed è quindi a vantaggio di un terzo attore.
A differenza poi del dominio economico in cui nella relazione dominio-dipendenza vi era comunque erogazione di
vantaggi reciproci, nel dominio coercitivo si instaura un rapporto di dominio-soggezione (termine opposto non
soggezione), per cui l’attore che subisce una coercizione unilaterale si sottomette al potere senza ottenere nessuna
ricompensa remunerativa per la sua obbedienza, ma al solo scopo di evitare la violenza.
Anche per il rapporto di dominio-soggezione sono individuabili delle condizioni di esistenza: la salienza per il soggetto
sottomesso delle risorse detenute dal soggetto in dominio, la detenzione del monopolio delle risorse salienti da parte
del soggetto in dominio, il fatto che il soggetto in soggezione non possieda risorse di violenza salienti per il soggetto
in dominio (fattori esterni), l’impossibilità per l’attore in soggezione di far ricorso a beni economici particolarmente
salienti per il soggetto dominante (fattore interno).
Per quanto riguarda invece le strategie di emancipazione dal dominio coercitivo poste in essere da parte del soggetto
in soggezione possiamo affermare che: la ridefinizione della scala dei valori volta alla riduzione della salienza delle
risorse si rivela in questa fattispecie poco praticabile; la ricerca di surrogati per far venir meno la condizione di
monopolio esercitata dal dominatore non apporta benefici al soggetto in soggezione in quanto le risorse in gioco
sono distruttive associate a danni emergenti e non a vantaggi; l’equilibrare la situazione di mancato possesso da
parte del soggetto in soggezione delle risorse distruttive non dà luogo a uno scambio di vantaggi emergenti, ma
originerà uno stato di intersoggezione che a sua volta potrà sfociare in combattimento reciproco, o in equilibrio delle
minacce, ossia un reciproco scambio di sicurezza che prevede l’astensione dall’impiego delle risorse distruttive. Per
quanto riguarda l’ultima condizione del dominio economico, il soggetto in soggezione potrebbe sottrarsi dal dominio
a cui è sottoposto offrendo benefici economici salienti, ma solo nel caso in cui l’orizzonte temporale del soggetto
dominante sia lungo; in questo caso quindi l’erogazione continua di risorse economiche assicurerebbe la protezione
al soggetto in soggezione, non solo nei confronti della violenza esercitabile dallo stesso soggetto ma anche da altri.
Per ciò che concerne invece le risorse simboliche possono essere individuato tanto le affinità, quanto le differenze sia
nei confronti delle risorse economiche, sia nei confronti delle risorse distruttive.
Tra risorse simboliche ed economiche vige una somiglianza strutturale per cui ambedue producono benefici positivi
(e non danni), conferiscono identità etico-sociale (identificazione con un gruppo o comunità che è valorizzata
eticamente), e sono connaturatamente remunerative (il loro impiego in funzione costrittiva richiede una declinazione
in negativo); tuttavia esse definiscono campi differenti, in cui rispettivamente passioni ed interessi. A quest’ultimo
aspetto è invece ricollegabile l’affinità riscontrata tra risorse simboliche e distruttive, proprio perché entrambe
comportano conseguenze che si riversano sul piano emotivo.
La natura simbolica propria di queste risorse tuttavia le differenzia nettamente dalle precedenti; esse infatti
possiedono un valore immateriale che rimanda alle credenze dei singoli attori sociali coinvolti; da ciò ne consegue
che il bene dell’identità etico-sociale, ossia il tipo generale di bene che viene perseguito e goduto mediante l’utilizzo
delle risorse simboliche, presuppone l’esistenza di una dottrina religiosa, politica o sociale che ne costituisce il nucleo
centrale.
Attraverso l’analisi dell’identità etico-sociale è poi possibile individuare le caratteristiche delle risorse simboliche:
nella componente etica dell’identità etico-sociale si emancipano il sacrificio, il quale presuppone necessariamente
l’accettazione di una scala di valori che permette di subordinare una cosa di valore inferiore (valori che si riassumono
nelle categorie del benessere e della sicurezza), in favore di qualcosa a cui si attribuisce valore maggiore, e la
genuinità, ossia che la condotta morale sia sincera e libera, condizione che a sua volta esclude che l’erogazione di
benefici sia «comprata» o «estorta» con violenza.
Nella componente sociale dell’identità etico-sociale invece, si emancipano la comunione e il riconoscimento; la
comunione delle credenze e dei valori sta alla base di qualsiasi gruppo simbolico, instaura legami tra i suoi membri e
porta con sé il carattere intrinseco dei benefici dei seguaci, in quanto essi sono conseguenza diretta del
perseguimento degli scopi simbolici da parte dei capi, il carattere intrinseco del fondamento del potere dei capi,
poiché il potere dei capi trova il suo stesso fondamento nelle credenze dei seguaci, e la qualità di “comune” dei beni
simbolici prodotti e consumati, in quanto essi presuppongono appunto che sia il loro godimento, sia il loro sviluppo
avvenga in comune/in compagnia (partecipazione ai riti).
Per ciò che concerne il riconoscimento è possibile individuarne tre tipologie: il riconoscimento dei capi verso i
seguaci, che costituisce il riconoscimento più importante, il riconoscimento dei seguaci verso i capi, mediante la loro
partecipazione, approvazione e consenso; il riconoscimento laterale che si scambiano reciprocamente i seguaci, il
quale contribuisce in maniera significativa al potenziamento sociale dell’identità etica di ciascun singolo attore.
Da quanto affermato fino ad ora è possibile constatare che nelle relazioni simboliche vi è sempre un certo grado di
reciprocità e dunque di scambio di riconoscimento; anche in questo caso si può produrre una forte disuguaglianza
della forza strategica delle risorse simboliche che può dar luogo ad un dominio simbolico, ed un conseguente
rapporto di dipendenza, il quale presuppone le seguenti condizioni: la salienza per il soggetto sottomesso delle
risorse simboliche detenute dal soggetto in dominio, il quale presuppone è legata strettamente alla presenza di
pratiche permanenti di indottrinamento; la detenzione del monopolio delle risorse salienti da parte del soggetto in
dominio, monopolio conseguito attraverso la conversione delle credenze degli uomini, la quale a sua volta si serve
della propaganda; il fatto che il soggetto dominato non possieda risorse simboliche salienti per il soggetto in dominio
(condizioni interne); l’impossibilità per l’attore dominato di far ricorso alla violenza o a beni economici in virtù della
genuinità (condizione esterna), per cui sono ammissibili solo eventuali scambi indiretti tra legittimazione, ossia il
conferimento di riconoscimento simbolico ad un detentore di altre risorse, e protezione, ossia il conferimento di
sicurezza a un attore che detiene altre risorse; o tra legittimazione e sostentamento, ossia il conferimento di vantaggi
economici a un attore che detiene altre risorse.
Per ciò che concerne poi le strategie di emancipazione dal dominio simbolico da parte dell’attore che è in rapporto di
dipendenza, esse si concretizzano nell’elaborazione simbolica di nuove e diverse identità etico-sociale collegate a
nuovi sistemi di credenze.

Risorse economiche Risorse distruttive Risorse simboliche

Disuguaglianza estrema Dominio Economico Dominio Coercitivo Dominio Simbolico


delle risorse

Uguaglianza delle risorse Scambio di vantaggi Scambio di sicurezza Scambio di


riconoscimento

Le risorse sociali viste fino ad ora sono impiegate dagli attori sociali per conseguire determinati risultati e sviluppando
pertanto un rapporto mezzi-fini in cui i mezzi sono le risorse adoperate e i fini i beni desiderati; per ottenere i fini
desiderati occorre tuttavia una terza variabile, ossia la conformità di un altro attore (la conformità pertanto
rappresenta la condizione «sine qua non» del potere). L’attore che esercita potere necessita infatti di una secondo
attore sociale che adotti un comportamento conforme alle sue direttive, tanto in forma d’azione (conferimento di
vantaggi), quanto in forma di omissione (cessazione di danni).
Gli attori coinvolti in una relazione cercano di far valere reciprocamente le proprie risorse in modo da conseguire
massima conformità da parte dell’altro attore utilizzando un minimo di risorse: essi mirano alla massimizzazione della
ragione di scambio, ossia a ottenere il valore più alto nel rapporto che vede i beni ottenuti (benefici) al numeratore e
le risorse erogate (costi) al denominatore.
E’ proprio su questa strategia che poggia la contrattazione, intesa come un intercorso comunicativo nel quale ciascun
attore presenta minacce, promesse ed elaborazioni simboliche concernenti fatti e valori, con lo scopo di ottenere la
ragione di scambio più favorevole. Nella contrattazione può essere presente un certo grado di persuasione o
manipolazione; inoltre, è sempre immanente il ritiro o la minaccia di ritiro di beni, siano essi vantaggi emergenti o
danni cessanti.
A fronte di tutti questi elementi è dunque possibile considerare la contrattazione come una relazione sociale che
sconfina naturalmente nel conflitto, definito più precisamente come una relazione sociale tra almeno due attori nella
quale entrambi s’infliggono reciprocamente e intenzionalmente dei mali nella forma di danni emergenti o vantaggi
cessanti. Il conflitto inoltre serve a provare la reciproca capacità di resistenza di ciascun attore di fronte al ritiro della
conformità, e perciò dei beni erogati dalla controparte, quando siano in gioco soltanto risorse economiche e
simboliche; la reciproca capacità difensiva-distruttiva qualora dovessero essere in gioco le risorse di violenza.
Il conflitto dunque non è che la continuazione, con altri mezzi, della contrattazione; si definisce invece
combattimento il conflitto che si concreta nell’inflizione reciproca di danni emergenti o nell’erogazione reciproca di
violenza; il conflitto mediante il ritiro reciproco dei vantaggi, invece, è chiamato confronto.
Si chiama invece azione conflittuale l’inflizione intenzionale di mali di un attore contro un altro; essa si converte in
conflitto quando la controparte s’impegna in atti di contro-aggressione o ritorsione.
Per quanto riguarda le singole azioni conflittuali dal punto di vista del loro modo di esplicarsi, è possibile distinguerne
quattro tipologie, le quali delineano un crescendo di intensità: ritiro della conformità, che produce vantaggi
economici o benefici ideologici; ostruzione, il cui obiettivo è l’impedimento della cooperazione tra altri attori sociali;
violenza sulle cose; e violenza sulle persone.
Infine la cooperazione sociale, concetto antitetico a quello di conflitto, la quale fa riferimento ad una relazione tra
due o più attori nella quale le azioni (o le omissioni) delle parti sono reciprocamente e intenzionalmente vantaggiose
(vantaggi emergenti e danni cessanti).
La cooperazione sociale è inoltre scomponibile in tre componenti elementari: compatibilità, ossia lo scambio di
sicurezza in cui i due attori coinvolti sospendono l’erogazione di violenza reciproca, rendendo le loro condotte
compatibili; complementarietà, rapporto in cui ciascun attore contribuisce all’ottenimento di un beneficio dell’altro, a
condizione che la controparte faccia altrettanto; e convergenza, relazione nella quale i due attori perseguono insieme
un valore comune.
Capitolo VIII: Che cos’è la politica.
Per definire il concetto di politica è necessario partire da quello di azione politica, intesa come azione razionale
(razionalità strumentale), il cui scopo tipico-ideale coincide con il potere garantito, ossia stabilizzato e generalizzato
(quest’ultimo quindi rappresenta un concetto chiave per la teoria politica).
Focalizziamoci in maniera più approfondita sull’azione politica ed in particolare su come e perché questa emerga nel
contesto dei rapporti sociali.
Per far ciò è necessario illustrare un esperimento mentale che presupponga le seguenti caratteristiche: la presenza di
un campo sociale dove non vi sia politica (intesa come governo, legge tribunali); una condizione di distribuzione delle
risorse economiche, simboliche e distruttive tra gli attori del campo sociale; la presenza di un elevato grado di
interdipendenza tra gli attori sociali coinvolti, il che presuppone necessità di altrettanta collaborazione tra questi; il
fatto che gli attori sociali coinvolti agiscano in maniera razionale e che quindi, in virtù di ciò, pongano in essere
un’azione potestativa/un esercizio di potere che permetta loro di conseguire i propri valori finali (essi infatti per
conseguire le cose che desiderano devono impiegare le proprie risorse sociali per persuadere/ costringere/
remunerare gli altri attori sociali ed ottenere così la collaborazione e la conformità di questi).
Tutte queste condizioni fanno sì che all’interno del campo sociale gli attori cerchino di esercitare potere gli uni sugli
altri per ottenere valori finali e la più favorevole ragione di scambio, configurando tale ambiente come un processo
interrotto di contrattazione e conflitto che porta con sé uno stato di perenne incertezza e insicurezza. La causa di tale
stato di incertezza è poi attribuibile in modo più preciso alla conformità degli altri attori sociali in quanto
intrinsecamente instabile (un’azione che non necessità della conformità altrui per il raggiungimento dei valori è
un’azione economica); da ciò ne consegue che fermare, nel senso di stabilizzare, la conformità degli altri attori
coincida con lo scopo ultimo dell’azione politica. Si nota pertanto che la conformità da fine per il raggiungimento dei
valori (azione sociale) diviene nell’azione politica un vero e proprio fine; da ciò a sua volta consegue una duplicazione
della strategia razionale dell’individuo, che non sono agisce in modo razionale per raggiungere i valori, ma piuttosto
agisce al fine di raggiungere uno stato di conformità stabilizzata e generalizzata che a sua volta renderà possibile
tutelare, stabilizzare e generalizzare i valori che l’attore vuole raggiungere. La conformità stabilizzata e generalizzata
è definibile come conformità garantita, la quale è utilizzabile come sinonimo di potere garantito (politica non come
esercizio di potere, ma come ricerca di potere).
Il fatto poi che lo scopo tipico-ideale individuato nel potere garantito/conformità garantita venga attribuito in
maniera generalizzata a tutte le tipologie di azioni politiche, permette di analizzare e distinguere le categorie di arene
politiche, ossia i campi di azioni e relazioni politiche nei quali il potere garantito è ricercato, conteso, prodotto e
distribuito; in particolare è possibile distinguere le arene politiche naturali, o prive di governo, nelle quali la
conformità garantita attribuita ad ogni attore dipende unicamente dalla forza strategica delle sue stesse risorse
sociali ed in cui la produzione di conformità avviene tramite «patti» espliciti o impliciti (natura pattizia della
produzione di conformità); e le arene politiche monetarie, o dotate di governo, nelle quali la conformità garantita
attribuita ad ogni attore dipende essenzialmente dalla funzione politica svolta da un attore terzo specializzato, il
quale è insediato in una istituzione politica. Tale garanzia conformità inoltre trova il suo fondamento in diritti/titoli e
la produzione di conformità avviene tramite decisioni prese dall’attore specializzato (ricercare conformità garantita
significa ricercare diritti o posizioni di autorità).
Concentrandoci sulle istituzioni politiche che hanno rilevanza nel contesto dell’arena politica monetaria, esse hanno
bisogno di risorse e della collaborazione sociale per operare e svolgere efficacemente una data funzione politica; dal
punto di vista degli attori sociali specializzati impegnati nell’espletamento della funzione politica, tali risorse e
collaborazioni vengono ricavate dalla società tramite «estrazioni» e «mobilitazioni» politiche. Inoltre esse
costituiscono un sostegno conferito a determinate istituzioni e agli attori in esse impegnati senza il quale non
potrebbe aver luogo la differenziazione delle condotte politiche per la ricerca di conformità garantita che sta alla base
dell’emergere e della persistenza di qualsiasi forma di governo e arena monetaria, ossia la ricerca di conformità in
termini di autorità e la ricerca di conformità in termini di diritti (la conformità garantita si divarica in due forme
differenziate che danno luogo a due condotte diverse in capo a due tipi diversi di attore).
Tali condotte sono sì distinte, ma reciprocamente condizionate e interconnesse ed infatti per ottenere l’autorità
occorre garantire diritti, per ottenere diritti occorre garantire sostegno a chi cerca ruoli di autorità.
Da ciò ne consegue che si allentino o /e spezzino i nessi della «politica naturale» che legano i beni politici degli attori
alle loro risorse sociali di base: via via che si intensifica la dimensione monetaria della politica infatti, quel che
consente ad un attore di conseguire una posizione di autorità è sempre meno l’ammontare delle risorse sociali da egli
detenute e sempre più il sostegno che egli riceve dagli attori del campo sociale di riferimento.
Per ciò che concerne il come nascono e persistono le funzioni e le istituzioni politiche, ossia una determinata forma di
governo, si emancipano due distinte teorie: le teorie contrattualistiche, che identificano nel patto/contratto sociale
stipulato tra gli stessi attori sociali la nascita delle istituzioni (emancipa la ricerca di conformità in termini di diritti); le
teorie elitistiche, che sottolineano l’elemento del comando esercitato da una minoranza su una maggioranza
(emancipa la ricerca di conformità in termini di autorità). Entrambe queste teorie tuttavia risultano incomplete in
quanto la funzione-istituzione politica è in realtà spiegabile solo attraverso la considerazione concatenata dei
presupposti base su cui si fondano.
In base a come avviene il collegamento/scambio tra le condotte dei gruppi politici, che adoperano per mezzo delle
decisioni, e dei gruppi sociali, i quali adoperano per mezzo del sostegno, è possibile poi distinguere processo politico
costituente e processo politico normale; ciò che distingue questi due processi di instaurazione e consolidamento di
un regime politico concerne la tipologia di sostegno adoperato dal gruppo sociale, il quale è selettivo nel processo
normale, cioè indirizzato a precisi gruppi politici nella speranza di ottenere diritti, e legato a decisioni politiche
anch’esse orientate; mentre è diffuso nel processo costituente e slegato da specifici provvedimenti.
Capitolo IX: Potere politico.
Come già affermato, la politica intesa come prassi specifica di azioni e di relazioni sociali, può assumere due forme
generali a seconda che questa si concreti in arene politiche naturali o arene politiche monetarie, le quali abbiamo
detto essere caratterizzate dalla presenza di istituzioni di governo. Il termine governo poi designa una nozione
potestativa in quanto identifica un’attività che incorpora un potere stabilizzato o istituzionalizzato: da ciò ne
consegue che sia possibile identificare il potere di governo con il potere politico (attorno al quale ricordiamo operano
sempre altri poteri sociali che si identificano con il termine poteri politicamente rilevanti).
Per ciò che concerne la definizione rigorosa di potere politico è possibile citare in particolare tre tentativi di
definizione di tale concetto: il primo, elaborato da Bruno Leoni, possibilità di ottenere rispetto, tutela o garanzia
dell’integrità e dell’uso di beni che ogni individuo considera fondamentali e indispensabili alla propria vita ed
esistenza; il secondo, postulato da Roberto Bobbio, considera il potere politico sempre collegato all’uso della forza,
nonché un potere che si esercita su un gruppo abbastanza numeroso di persone, che ha per scopo il mantenimento
dell’ordine, e che tende a essere esclusivo, cioè a eliminare o a subordinare tutte le altre situazioni di potere; infine la
definizione proposta da Mario Albertini, secondo la quale il potere politico è “potere cercato per se stesso”.
Tra le tre, la definizione che più si avvicina a quella corretta/più appropriata di potere politico è la seconda; le altre
due invece permettono di individuare rispettivamente un potere politicamente rilevante ed il carattere peculiare
dell’autonomia dell’attività degli uomini politici.
Oltre a queste tre definizioni si emancipa poi una definizione largamente diffusa e sostenuta da Weber, la quale
associa il potere politico al monopolio tendenziale della violenza/violenza legittima, ossia quindi che definisce il
potere politico focalizzandosi sul mezzo che i detentori di tale potere impiegano o possono impiegare per portare a
esecuzione i propri comandi. Si parla di monopolio tendenziale e non assoluto poiché in ogni società politica ci sono
usi della violenza che non fanno capo al potere politico e che non sono consentiti dai suoi detentori, e usi della
violenza che non fanno capo al governo ma che sono da esso consentiti. Pertanto i detentori del potere politico
impiegano tipicamente e con continuità la violenza attraverso apparati specializzati proclamati legittimi, ma allo
specifico fine di compiere determinate funzioni; regolano in modo esclusivo l’uso della violenza consentito in alcuni
casi ai privati; e si oppongono agli usi non consentiti della violenza da parte dei privati.
Tuttavia la violenza non rappresenta mai l’unico o/e il principale fondamento del potere politico (ne rappresenta
infatti il mezzo specifico): infatti non tutti i poteri caratterizzati da un monopolio della violenza sono poteri politici, in
quanto il monopolio della violenza è presente anche in gruppi che non vengono comunemente riguardati come
politici; e non tutti i poteri politici sono associati a un monopolio della violenza, infatti questo è valido solo per gli stati
moderni e contemporanei di matrice europea (comunità politiche pienamente sviluppate se si vuole utilizzare un
termine weberiano).
Per formulare dunque una più precisa definizione di potere politico e quindi di potere di governo è possibile prendere
in considerazione diversi criteri distintivi di tale: in primo luogo esso è esercitato su tutti i membri della
società/imprime un orientamento all’insieme del corpo sociale (su una società globale); possiede come scopo (non
esclusivo, ma bensì minimo) il perseguimento della coesistenza pacifica tra i membri della società a cui si riferisce,
condizione indispensabile per il mantenimento dello stesso potere politico e per il successivo intraprendimento di
ulteriori fini. Nonostante questi elementi non siano sufficienti a definire in modo completo il concetto di potere
politico, in via preliminare è ricavabile che il potere di governo è un potere stabilizzato, cioè che viene esercitato e
obbedito con continuità, e istituzionalizzato, detenuto ed esercitato da una pluralità d’individui che svolgono ruoli
diversificati e coordinati tra loro, al fine di realizzare i requisiti essenziali per la perpetuazione della vita sociale, ed
instaurano un rapporto di comando obbedienza.
Se introdotta poi la funzione del potere politico, ossia ciò che esso produce, è infine possibile giungere ad una
definizione completa e soddisfacente: il potere politico è potere garantito, cioè stabilizzato e generalizzato, sotto
forma di autorità, il quale produce e distribuisce poteri garantiti sotto forma di diritti.
Tale funzione di produzione e distribuzione di poteri garantiti sotto forma di diritti per un dato campo sociale, i quali
assicurano cooperazione sociale, è infatti ciò che permette di distinguere il potere politico da ogni altro potere
sociale organizzato (economico, coercitivo, simbolico).
Per ciò che concerne poi in particolare i diritti prodotti dal potere di governo; nei sistemi
liberaldemocratici/poliarchici contemporanei, gli individui possiedono almeno quattro tipi di diritti principali, quali
libertà, facoltà, potestà e spettanze, e a ciascuno dei quali corrisponde un obbligo di conformità di altri individui e
gruppi (le libertà richiedono conformità nel senso del non impedimento; alle facoltà corrispondono delle
conformità/obblighi particolari e richiedono la non interferenza da parte di tutti i membri della società; le potestà
richiedono specifiche disposizioni stabilizzate alla conformità da parte dei sottoposti; le spettanze sono diritti a
determinate cifre di denaro e ad esse corrispondono particolari conformità di determinati operatori pubblici e la non
interferenza da parte di tutti i membri della società).
Sempre all’interno dei sistemi democratici poi si sono affermati i diritti di cittadinanza che appartengono a ogni
cittadino adulto dello stato e che si suddividono in: diritti civili, necessari alla libertà individuale; diritti politici, intesi
come la possibilità di esercitare potere politico tanto come membro eletto quanto come elettore; diritti sociali,
concernenti la sicurezza economica e la partecipazione ai benefici e ai valori che costituiscono il patrimonio delle
società.
In questo contesto poi è possibile delineare ciò che distingue in modo netto il potere politico o di governo dai tre
principali poteri sociali, vale a dire economico, simbolico e coercitivo: quest’ultimi infatti producono beni sociali finali
(beni economici, simbolici ecc.), mentre l’autorità politica/potere politico produce beni strumentali consistenti in reti
vincolanti di poteri garantiti/diritti, i quali assicurano la cooperazione sociale e tutelano l’acquisizione dei beni finali.
Sebbene distinti, tra potere politico o di governo e i principali poteri sociali si instaurano comunque relazioni
significative: da una parte il potere politico estrae e mobilita parte di tale risorse al fine di sostenersi e procedere alla
produzione politica; dall’altra i detentori delle risorse sociali hanno bisogno del governo per trasformare il loro mero
possesso delle risorse in diritti, nonché per vedere garantito l’uso redditizio di esse stesse.
Ritornando a focalizzarci sui poteri garantiti sotto forma di diritto è possibile distinguerne diverse forme: la
regolazione, consistenti nell’emanazione di regole vincolanti riguardanti gli intercorsi sociali e la cooperazione
complessiva; la protezione esterna, forma di produzione politica che garantisce la difesa delle persone e dei loro beni
dalle aggressioni provenienti dall’esterno mediante l’apparato di uomini e armi; la giurisdizione, che garantisce il
rispetto delle prestazioni dovute tra i diversi individui o gruppi, anche qualora venga a mancare una conformità
spontanea; la facilitazione, che produce diritti che agevolano la cooperazione sociale; l’allocazione, che produce
diritti/spettanze che riguardano determinate quote di denaro.
Inoltre va sottolineato che, affinché la produzione politica possa operare con successo, è necessario che vengano
utilizzati delle attività strumentali alla produzione politica, ossia appunto attività che non producono diritti ma che
pongono in essere strumenti indispensabili per la produzione politica stessa: l’organizzazione delle istituzioni e degli
apparati impegnati nelle forme di produzione politica; l’estrazione di risorse dalla società; l’alimentazione della
fiducia.
Capitolo X: Struttura politica.
Fino ad adesso si è identificato il potere politico, concetto fondamentale sebbene non esaustivo del campo della
politica, il quale inoltre possiede un duplice limite in quanto da un lato si tratta di una nozione statica/strutturale che
non aiuta però a comprendere le modalità attraverso cui svolge il complesso processo dinamico della politica; d’altro
canto è limitativo anche dal punto di vista esplicativo della struttura del sistema politico, e ciò è dovuto al fatto che il
potere politico poggia rapporti di potere non propriamente politici, ma bensì politicamente rilevanti.
Nel primo limite del potere di governo compare il termine processo politico, il quale designa i dinamismi che si
verificano all’interno della struttura politica o che la modificano; la struttura politica invece fa riferimento agli
elementi (limiti, regole,… relativamente permanenti) entro cui e secondo cui si svolge il processo politico normale, e
trova il suo elemento centrale nel potere politico; per sistema politico invece si intende un insieme complesso di
comportamenti che hanno rapporti significativi tra loro.
Concentriamoci ora sull’individuazione le varie tipologie di poteri politicamente rilevanti presenti all’interno di un
sistema politico, i quali possono essere generalmente raggruppati in due livelli fondamentali: livello della classe
dirigente, o livello dei poteri politicamente influenti, e il livello della classe diretta, o livello dei poteri minimi
politicamente rilevanti. Il primo livello è quello dei poteri che, basati sulla diponibilità di risorse materiali o ideali di
grande importanza per il funzionamento della società nel suo complesso, condizionano con tendenziale continuità e
in modo assi rilevante, sia positivamente che negativamente, il potere politico; il secondo è quello dei poteri
«minimi» che, basati sulla necessità della collaborazione continuativa degli individui, o di almeno un certo numero di
essi, al funzionamento della società nel suo complesso, appartengono tendenzialmente a tutti i membri della società
e condizionano con tendenziale continuità e in modo limitato, soprattutto ma non solo negativamente, il potere
politico. Questi due livelli pertanto condizionano e limitano il potere politico e la loro efficacia varia a seconda delle
diverse comunità politiche e con il decorso del tempo storico, sebbene a ogni momento dato si presentano come
condizioni stabili del sistema politico e quindi permettono di chiarificare alcuni aspetti strutturali della politica.
Per ciò che concerne più da vicino i poteri politicamente influenti, è possibile affermare che essi sono poteri che
fanno capo alla classe dirigente e poggiano su poggiano sulla disponibilità di risorse di grande importanza per il
funzionamento della società in quanto la stessa classe dirigente detiene in forma organizzata risorse materiali, umane
e immateriali rilevanti per il funzionamento della società (il numero, la natura e la configurazione della classe
dirigente varia a seconda della comunità politica ed inoltre è sbagliato non distinguerla dalla classe politica in quanto
forze direttrici della società e potere politico nella teoria politica vanno distinte). L’importanza delle risorse disponibili
collocano i gruppi dirigenti in una posizione di potere di significato primario nella società; ciò fa sì che si formi una
reciprocità di potere tra i detentori del potere politico e i gruppi dirigenti: i detentori del potere politico hanno infatti
bisogno della collaborazione e del sostegno dei gruppi dirigenti per portare ad esecuzione con successo i loro
comandi e le loro direttive; i gruppi dirigenti a loro volta necessitano degli ordinamenti vincolanti prodotti dal potere
politico per impiegare le risorse che hanno a disposizione (collaborazione bilaterale in cui l’uno ha bisogno dell’altro
per il raggiungimento dei propri scopi).
Naturalmente le quantità del potere relativo esercitato dai governanti sui gruppi dirigenti, e di quello esercitato dai
gruppi dirigenti sui detentori del potere politico, possono essere molto diverse: tra l’estremo di una classe dirigente
monolitica e chiusa che determina in modo univoco il potere politico e l’altro estremo nel quale il potere politico
riesce a determinare in modo praticamente univoco i gruppi dirigenti possiamo avere tutta una serie di diverse
situazioni intermedie di potere reciproco, che dipendono dalle modalità in cui il potere politico è articolato e dalle
tipologie di costellazione/varietà dei poteri politicamente rilevanti. Detto ciò restano da individuare in maniera più
esaustiva le modalità con le quali i gruppi dirigenti influenzano dal punto di vista strutturale il potere politico: la
costellazione dei poteri politicamente influenti limita in modo relativamente stabile tramite il meccanismo delle
reazioni previste l’azione dei detentori del potere politico entro un’area nella quale gli interessi permanenti dei
gruppi dirigenti non possono essere messi in grave pericolo; pertanto i poteri politicamente influenti si presentano
come poteri prevalentemente negativi, in quanto hanno per oggetto un non fare. C’è da dire però che essi
influenzano il potere politico anche in senso positivo: esercitano infatti stabilmente sui governanti un potere che ha
per oggetto la presa di decisioni politiche atte a garantire il mantenimento dell’utilizzazione pacifica, continuativa e
redditizia delle risorse, ossia la produzione dei diritti.
I poteri politicamente influenti costituiscono poi la base sociale del regime di un sistema politico, laddove per regime
politico si intende una tipologia specifica di organizzazione del potere politico che si compone di valori, regole del
gioco e organizzazione delle istituzioni in cui si articola il potere politico.
I valori, o principi dominanti del regime, orientano l’azione di governo e ne delimitano l’area entro la quale questa
azione può esplicarsi e ci si aspetta che si esplichi; tali valori inoltre operano in modo da porre limiti negativi all’azione
di governo e gli danno un orientamento generale; le regole del gioco politico invece sono norme giuridiche o regole
osservate di fatto che stabiliscono i tipi di comportamento riconosciuti che possono essere adottati nella lotta per la
conquista del potere e nelle condotte rivolte a influenzarlo (in loro assenza il gioco politico si trasformerebbe in una
battaglia senza esclusioni di colpi che renderebbe impossibile il funzionamento stabile e ordinato del sistema
politico); infine la struttura organizzativa del potere politico, la quale determina le diverse istituzioni, le diverse forme
di produzione dei diritti ed il modo in cui esse sono stabilmente coordinate.
Importante è anche sottolineare il nesso che vige tra regime politico nelle sue diverse componenti e la costellazione
stabile dei poteri politicamente influenti: analizzando i valori del regime politico si nota che la loro funzione principale
coincide con il modo tipico in cui la costellazione dei poteri politicamente influenti opera sul potere politico, ossia il
condizionamento sostanziale dei detentori dei potere politico, il quale a sua volta è determinato dall’assetto stabile
dei poteri politicamente influenti, in cui inoltre i valori politici dominanti del regime trovano la loro fonte principale.
Anche tra l’assetto stabile e le altre due componenti del regime esiste una connessione rilevante: i gruppi dirigenti
hanno grande interesse a che le regole del gioco e la struttura organizzativa del potere politico siano dell’uno o
dell’altro tipo ed infatti una classe dirigente monolitica e chiusa ha interesse a mantenere le regole del gioco tali da
impedire ad altri esterni di conquistare il potere e ha interesse a che la struttura organizzativa sia tale da evidenziare
unità ed efficacia dell’azione di governo; una classe dirigente aperta e strutturata in diversi gruppi ha l’interesse a che
le regole del gioco lascino aperte le vie alla conquista del potere politico, per garantire l’accesso, diretto o indiretto, al
potere politico a tutti i gruppi della classe dirigente stessa; ha inoltre interesse a che la struttura organizzativa del
potere politico sia articolata in più istituzioni che si controllano a vicenda.
Dal punto di vista strutturale, il modo di operare dei gruppi dirigenti verso il potere politico si presenta sotto due
aspetti distinti ma strettamente interconnessi, quali condizionamento (di cui si è già parlato) e sostegno; il sostegno
fornito dai gruppi dirigenti attraverso il regime al potere politico, consiste tanto in azioni attraverso cui avviene
conferimento di risorse sociali, materiali, o/e ideali tanto in disposizione ad ubbidire con continuità ai comandi e alle
direttive provenienti dalla classe politica. Tale atteggiamento favorevole e disposizione ad obbedire è motivato poi
principalmente dall’interesse dettato dalle esigenze comuni dei gruppi dirigenti che sono in qualche modo
incorporate nel regime politico, dal timore della violenza che i governanti potrebbero usare, e dalla credenza nella
legittimità basata sul regime, la quale si fonda su un giudizio di valore positivo sulla fonte del potere politico, tende a
far obbedire incondizionatamente ai comandi provenienti da quella fonte ed in ultima analisi consente ai governanti
di ottenere obbedienza dalla classe dirigente senza dover soddisfare richieste particolari o senza ricorrere all’uso
delle risorse di violenza.
Rispetto ai valori che stanno a fondamento della credenza nella legittimità del regime è inoltre possibile affermare
che essi sono parte integrante dei valori politici dominanti e che esercitano un’influenza rilevante sulle regole del
gioco politico e su quelle che presiedono all’organizzazione del potere politico; tuttavia vanno distinte le funzioni che
valori fondanti della credenza nella legittimità, valori politici dominanti e regole che presiedono all’organizzazione del
potere ricoprono, ossia rispettivamente lo stabilire la fonte dalla quale il potere politico deve provenire per essere
riconosciuto legittimo, lo stabilire la sfera di attività e l’orientamento in cui i detentori del potere politico possono o
devono impartire i loro comandi, e lo stabilire la legalità dei comandi e delle direttive provenienti dai detentori del
potere politico.
Detto ciò si potrebbe dunque affermare che i valori che fondano la legittimità del regime possono essere considerati
come la quarta componente costitutiva dei regimi politici; ciò è vero salvo per i regimi che non vengono riconosciuti
come legittimi dai gruppi dirigenti; di fatti la classe diretta, cioè gli individui non organizzati e non facenti parte dei
gruppi dirigenti e/o politici, non ha una percezione chiara dei valori che fondano la legittimità del potere e delle
regole del gioco, pertanto quest’ultima non viene mai messa in discussione dalla classe diretta ma sempre dalla
classe dirigente e/o dai gruppi politici.
In relazione al da poco citato sostegno è necessario affrontare anche l’importanza dei gruppi politici, la quale emerge
in particolar modo quando questi sono più di uno; dal punto di vista strutturale, il sostegno che forniscono al regime
consiste nella disposizione ad accettare i comandi e le direttive dei governanti, nella disposizione a rispettare le
regole del gioco relative alle condotte volte ad acquisire il potere politico e di rispettarle sia quando sono
all’opposizione sia quando sono al governo. Guardando ai motivi del sostegno al regime fornito dai gruppi politici,
essi sono essenzialmente gli stessi di quelli che stanno alla base del sostegno dei gruppi dirigenti, con la differenza
che l’interesse per i gruppi politici si concreta nell’opportunità che il regime offre loro di conquistare il potere e che il
timore dell’utilizzo della violenza si manifesta anche nei confronti dell’opposizione e non solo nei confronti del
governo come accadeva per i gruppi dirigenti.
Focalizziamoci invece ora sui poteri minimi politicamente rilevanti; essi sono poteri prevalentemente negativi, minimi
poiché relativi a una sfera di attività molto circoscritta rispetto a quella dei poteri politicamente influenti (essa
tuttavia può variare notevolmente ed essere più o meno ampia in diversi sistemi politici o nello stesso sistema
politico in diversi periodi di tempo; inoltre si parla di pluralità di livelli dei poteri minimi quando in un dato sistema
politico, in un determinato momento, i poteri minimi politicamente rilevanti non sono omogenei per tutta la classe
diretta), e in grado di limitare, da parte dei membri della classe diretta, in modo tendenzialmente stabile e sempre
attraverso il meccanismo delle anche in questo caso tramite il meccanismo delle reazioni previste, la libertà d’azione
dei governanti. Può accadere tuttavia che i governanti infrangano questo limite occasionalmente, ma se le infrazioni
diventano frequenti e generalizzate si manifesterà una reazione tendente a ristabilire quel limite.
Per ciò che concerne l’oggetto dei poteri minimi politicamente rilevanti vi è innanzitutto il rispetto, da parte dei
detentori del potere politico, di una certa sfera di interessi materiali e ideali, considerati fondamentali e indispensabili
dai membri della classe diretta.
Parlando invece del fondamento su cui poggiano tali poteri è individuabile l’indispensabilità della collaborazione dei
membri della classe diretta al funzionamento della società nel suo complesso nel quadro dei comandi e delle direttive
impartite dai detentori del potere politico: tra classe diretta e classe dirigente vi è infatti un rapporto reciproco per
cui i governanti necessitano dell’obbedienza e i membri della classe diretta necessitano del potere politico per avere
il rispetto di una sfera minima di beni fondamentali; il potere politico dunque poggia sul sostegno dei gruppi dirigenti
ma anche sull’obbedienza e sul sostegno della classe diretta.
Detto ciò, dal punto di vista strutturale, si deduce quindi che il modo tipico di operare dei poteri minimi politicamente
rilevanti nei confronti del potere politico si esplica in una duplice forma: attraverso il condizionamento (meno forte di
quello esercitato dalla classe dirigente), che si serve del meccanismo delle reazioni previste e che può avere come
oggetto un fare (positivo) o un non fare (negativo); o attraverso il sostegno, che si concretizza nella disposizione ad
obbedire con continuità ai comandi e alle direttive impartite dai governanti, entro i limiti stabiliti dai poteri minimi
politicamente rilevanti. Anche in riferimento alla classe diretta le principali ragioni del sostegno fornito al potere
politico sono tre, ossia interesse che i governanti rispettino e facciano rispettare le sfere dei beni considerati
fondamentali, il timore dell’utilizzo della violenza da parte dei governanti, e la credenza nella legittimità orientata
però più verso la comunità politica che verso il regime; ad esse si aggiungono poi altri due fattori che caratterizzano
in modo peculiare il sostegno della classe diretta quali l’abitudine, ossia obbedienza ai comandi che diventa
comportamento scontato attraverso i processi di socializzazione, e il conformismo, inteso come accettazione passiva
delle idee e dei valori della maggioranza del gruppo a cui si appartiene e l’allineamento passivo alle direttive
dell’autorità ufficiale (assenza di valutazione personale).
Per ciò che concerne invece la credenza nella legittimità del potere politico, laddove questa si fondava su un giudizi di
valore positivo sulla fonte del potere per i gruppi dirigenti e politici, nel caso della classe diretta si fonda su un
giudizio di valore positivo nei confronti della comunità politica, ossia nell’insieme di individui che partecipano alla
struttura e al processo di un sistema politico, identificato con un sentimento di appartenenza che fa sorgere nei
singoli atteggiamenti favorevoli al potere politico. Tale sentimento suscita una credenza legittima nel potere politico
fondata sulla rappresentazione mentale del potere politico come potere politico della comunità (espressione della
comunità) e non potere sulla comunità (esercitato sulla comunità).
Capitolo XI: Processo politico.
Fino ad ora si è analizzata la struttura politica e la sua articolazione in potere politico, poteri politicamente influenti e
poteri minimi politicamente rilevanti; essa inoltre è osservabile tenendo conto dei soggetti ai quali fanno capo i poteri
sopra citati (classe politica, classe dirigente, classe diretta) oppure della conformazione stabilizzata dei
comportamenti politici operata da tali poteri, ossia i modi in cui la costellazione di poteri strutturali conferisce forma
e organizzazione durevoli all’attività politica (da questo punto di vista si evidenziano come elementi costitutivi
essenziali della struttura politica i ruoli dai quali il potere politico viene esercitato, la sfera entro cui l’attività
decisionale si esplica ed il suo orientamento generale, le regole del gioco politico, i diritti politici, sociali e civili
fondamentali della classe diretta).
Adesso invece ci si concentrerà sul processo politico, inteso come l’insieme dei comportamenti dinamici/mutevoli
che si svolgono all’interno della struttura politica e che la possono modificare. E’ possibile poi distinguere due
tipologie principali di processo politici, ovvero costituente o normale: il primo produce trasformazioni strutturali in
seno alla struttura politica; il secondo si incanala nel suo alveo senza modificarla ed inoltre può essere a sua volta
distinto in due categorie differenti a seconda dei suoi esiti, coincidano essi con la formazione e la sostituzione dei
governi (determinazione del personale di governo=chi ) o con la presa di decisioni politiche sostantive (cosa).
Come nella struttura, anche nel processo politico si possono discernere tre livelli/tipi di comportamenti: il
comportamento della classe politica per la lotta per il potere, classe politica che risulta essere più ampia rispetto che
nella struttura e con condotte più articolate ed eterogenee; il comportamento della classe dirigente per la pressione
sopra il potere, classe dirigente che anche in questo caso si amplia rispetto che nella struttura perché ingloba tutti i
gruppi di pressione, ossia tutti i soggetti che pur non disponendo di risorse utilizzabili per un condizionamento
strutturale sono interessati al processo di modifica delle decisioni politiche e con le loro risorse provano ad
influenzare le singole decisioni; il comportamento della classe diretta per la partecipazione politica, classe che questa
volta subisce un restringimento rispetto alla struttura politica.
Per ciò che concerne la classe politica e la lotta per il potere da più vicino è possibile ampliare il discorso; dal punto di
vista processuale la classe politica è costituita dagli uomini politici intesi come soggetti per i quali l’attività politica
rappresenta un’attività principale che impiega con continuità una parte cospicua delle loro energie e del loro tempo e
che competono tra loro per conquistare, conservare o accrescere le posizioni e i ruoli stabili dai quali si esercita il
potere politico. In altre parole gli uomini politici sono soggetti che si impegnano con continuità nella lotta per il
potere, laddove per potere politico, che costituisce quindi l’oggetto/la posta del gioco politico, si deve intendere
potere garantito sotto forma di autorità che produce poteri garantiti e garanzia di cooperazione, sotto forma di diritti,
per la comunità (non si deve invece effettuare un’interpretazione psicologica del potere).
La lotta per il potere inoltre costituisce una prassi autonoma, intessuta di regole del gioco, di strategie di tattiche
nell’uso delle risorse politiche e relativamente indipendente dal programma politico, nonché necessaria per
l’attuazione di qualsiasi programma o dottrina politica (rappresenta una condizione sine qua non dell’attuazione
effettiva del programma politico).
In ultima analisi la lotta per il potere si configura come la struttura tipica, permanente e stabile dell’attività politica
propriamente intesa, la quale, essendo intrinsecamente legata con il potere politico, ed essendo questo
fondamentale per la distribuzione delle risorse sociali nell’ambito di una comunità, dà luogo ad uno specifico
sottoinsieme sociale nel quale appunto si forma e opera una classe di persone «specializzata» che si impegna in
modo continuativo nelle lotta per il potere.
Dal momento che poi la lotta per il potere si instaura tra diverse fazioni, essa coincide dunque con una competizione,
ossia un gioco nel quale diversi attori cercano di ottenere, ciascuno per sé, il potere politico secondo regole accettate
da tutti gli attori (distinzione dalla forma di lotta politica del combattimento, la quale non si mantiene entro un
determinato regime ed è priva di regole); le “regole di gioco” però variano a seconda dell’ambito di competizione, sia
esso una poliarchia o un sistema non poliarchico.
Nel primo caso si tratta di una competizione aperta (l’apertura della competizione presuppone che vi sia libertà di
costituire associazioni e aderirvi, la libertà di pensiero e di espressione e l’esistenza di fonti di informazione
alternative), all’interno della quale il voto popolare è determinante al fine di costatare vincitori e sconfitti (affinché
questa regola del gioco operi in modo efficace si necessitano determinate condizioni, quali il diritto al voto del
cittadino, l’eleggibilità dei cittadini, il diritto dei gruppi politici di competere, l’esistenza d’istituzioni che rendano il
governo indipendente dal voto, la periodicità, la correttezza e la libertà delle votazioni); tali peculiarità conferiscono
alla stessa competizione politica poliarchica carattere espansivo, in quanto essa si rivela capace di attirare nuove
forze e interessi sociali nell’orbita del processo politico, e fanno sì che essa si configuri strutturata in un quadro di
aspettative relativamente stabile, conseguenza in particolare della periodicità e del metodo quantitativo e oggettivo
che contraddistinguono le elezioni.
Nella forma di lotta per il potere della politica di corte invece, la competizione è chiusa, essendo molto limitato il
numero di soggetti che hanno la titolarità (titolo ascrittivo) ad entrare nella competizione, e la regola del gioco che
decide chi vince è il favore del re/monocrate; ciò conferisce a questa tipologia di competizione per il potere bassa
permeabilità verso l’esterno (non ha carattere espansivo, bensì è chiusa) ed alta incertezza e imprevedibilità della
politica.
Infine la forma di lotta per il potere della politica burocratica nell’ambito di un partito unico, per cui vi è:
competizione chiusa, elezioni competitive (vi partecipa solo il partito unico) e che non determinano un risultato, ma
permettono solo di acquisire legittimazione, gradimento dei burocrati dirigenti come regola del gioco (essi decidono
se e quando un soggetto possa accedere alla competizione), moderato grado di permeabilità verso l’esterno, modi ed
esiti della lotta per il potere relativamente stabili e prevedibili dei i ruoli politici intermedi, carattere permanente
delle posizione di vertice accompagnati da tentativi di lotta per il potere dal regime di incertezza.
Sebbene distinte, queste tre tipologie di competizione politica possiedono carattere comuni: per conquistare e
mantenere il potere politico occorre passare attraverso il consenso o il sostegno di altri attori (l’elettorato, il sovrano,
i burocrati dirigenti) e ciò fa sì che la lotta per il potere si converta in lotta per il sostegno politico rilevante;
l’importanza primaria del sostegno delle forze sociali che hanno un’elevata capacità di condizionare e influenzare il
potere di governo, ossia, in primo luogo e quantomeno, delle classi dirigenti, poiché queste forze sociali influenzano e
condizionano a loro volta elettori, sovrani e burocrati dirigenti.
Inoltre la lotta per il potere, e dunque per il sostegno politico, è permanente, cioè in continua attuazione ed espressa
attraverso le contestazioni e le critiche lanciate dall’opposizione, le decisioni politiche, gli indirizzi di governo adottate
dal gruppo politico al governo.
Per ciò che concerne invece la pressione sul potere, essa è meglio definibile come un comportamento politicamente
influente che corrisponde al condizionamento stabilizzato operato dai gruppi dirigenti; quest’ultimi infatti, benché si
interessino e occupino di politica, non sono definibili come politici in senso stretto e di conseguenza non può essere
definito tale nemmeno il comportamento. Il loro interesse circa la politica, e più in particolare al contenuto delle
decisioni politiche e ai diritti che ne derivano, è infatti indiretto in quanto sollecitato dalle ripercussione che le
decisioni e le attività politiche possono avere sulle attività prevalenti che essi svolgono; da ciò consegue che i gruppi
dirigenti diventano essenzialmente gruppi di pressione e che la loro condotta si concretizza in una pressione che
esercitano in modo selettivo su una o più frazioni della classe politica per ottenere o evitare determinati indirizzi
politici generali o decisioni particolari di governi, ossia per promuovere o difendere determinati diritti (i gruppi di
pressione non mirano a conquistare il potere politico, non partecipano alle elezioni, il loro interesse primario
concerne il “che cosa”/contenuto della politica). Ciò avviene tendenzialmente attraverso il trasferimento delle
proprie risorse ai gruppi politici, processo denominato conversione politica delle risorse sociali e che diviene sinonimo
di sostegno nei confronti del gruppo politico in questione; il conferimento e il ritiro di risorse sociali, e dunque il
sostegno politico, che i gruppi di pressione operano ei riguardi delle diverse frazioni della classe politica, insieme alle
domande qualificate, vanno interpretati come mosse per ottenere o per evitare determinati contenuti delle decisioni
politiche, ossia per promuovere o per difendere certi diritti, la cui direzione selettiva è orientata dalla aspettativa-
speranza di determinati contenuti delle decisioni politiche (non esclusivamente ad un provvedimento politico
specifico, ma anche a promesse, dichiarazioni d’intenti, programmi del gruppo in particolare).
Il rapporto che intercorre dunque tra i gruppi politici e i gruppi di pressione può essere descritto come uno scambio,
e più correttamente scambio politico, tra sostegno politico e determinati contenuti delle decisioni politiche; tale
scambio tuttavia non costituisce uno scambio clientelare in senso lato (non è immediato/non avviene
contestualmente), né è sinonimo di corruzione (i beni scambiati sono entrambi di natura politica).
Inoltre è possibile affermare che l’utilità del concetto di scambio politico è legato alla condizione che la ricerca del chi
governa sia autonoma dalla ricerca del che cosa decide chi governa, e viceversa.