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What’s in a name?

L’onomastica latina e i suoi risvolti


sociali, antropologici e culturali

di Fabio Macciò

I NTRODUZIONE
Capita talvolta di rimanere sorpresi nel constatare come nella prassi della didattica liceale
delle lingue classiche, tutta concentrata nello svolgimento dei “programmi”, finiscano per passare
in sordina certi argomenti di importanza capitale e di sicuro interesse. Uno di questi è senza dubbio
quello dell’onomastica (dal greco ƒνομα = «nome»), ossia quel settore della linguistica che si
prefigge di studiare i nomi propri di persona (antroponimi) e di luogo (toponimi); un settore che,
qualunque sia l’epoca e il territorio oggetto di studio, risulta sempre ricchissimo di implicazioni
culturali, e che, in particolare, si rivela per le età antiche una miniera di informazioni e di curiosità
sulle abitudini e le mentalità di gruppi etnici lontani da noi nel tempo, fornendoci validi strumenti
per la comprensione della loro civiltà. Dei molteplici studi di onomastica riferiti all’età classica
rimane ben poca traccia nei manuali e nelle aule di liceo: qualche rapido accenno tutt’al più. L’idea
da cui nasce questo contributo è dunque semplicemente quella di avvicinare gli allievi dei nostri
licei a questo campo di studi così trascurato.
Dovendo di necessità restringere il raggio d’azione, il modo migliore per avvicinarsi a questa
disciplina è forse quello di rivolgere l’attenzione allo studio dei nomi di persona latini, occupandosi
dunque, per la precisione, di antroponomastica latina. Le ragioni di questa scelta (ambito latino
piuttosto che greco, antroponomastica piuttosto che toponomastica) sono varie e di diversa natura:
alcune sono di tipo pratico, come l’opportunità di rivolgersi a una platea più vasta di allievi – tutti
quelli dei licei classici, scientifici e socio-pedagogici –, o come la considerazione che con i nomi di
persona, più ancora che con quelli di luogo, i nostri studenti di materie classiche hanno a che fare in
maniera ineludibile in tutte le circostanze della loro attività scolastica (quando traducono una
versione, leggono un passo d’autore, studiano la storia e la letteratura); altre possiamo definirle di
interesse scientifico, nel senso che il sistema antroponomastico latino presenta, rispetto a quello
greco, una straordinaria originalità, che lo rende un unicum all’interno dello stesso panorama delle
lingue indo-europee. Va detto altresì che il problema delle conoscenze di onomastica dei nostri
allievi rappresenta per certi versi un’urgenza, che proprio nella lettura e nella traduzione dei nomi
di persona latini emerge con più evidenza. Fa parte del bagaglio di esperienza di molti docenti la
constatazione delle grandi difficoltà incontrate dagli allievi (anche di triennio) di fronte alle
abbreviazioni dei praenomina: quando si tratta di leggerle, vengono spesso saltati a piè pari; quando

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si tratta di tradurle, vengono lasciate così come sono, oppure – non è un caso così raro – vengono
rese facendo ricorso alla fantasia (la quale può avere qualche possibilità di successo con M. o con L.,
ma avrà vita più dura con A. o con D.). Questa difficoltà costituisce evidentemente la punta
dell’iceberg di un problema più generale, che riguarda l’intero sistema antroponomastico latino, a
partire dalla posizione, dalla funzione e dal significato dei tre elementi fondamentali che lo
caratterizzano (almeno nella seconda metà dell’epoca repubblicana), ossia praenomen, nomen e
cognomen, sui quali molto spesso gli studenti dimostrano di avere le idee poco chiare.
Di qui la necessità – l’urgenza, come dicevo prima – di un discorso organico su questo tema, il
quale, al di là delle finalità immediate (lettura e traduzione) di cui sopra, presenta notevoli finalità
culturali: come si vedrà, l’uso all’interno di una comunità di un determinata maniera di nominare gli
individui rivela elementi importanti delle dinamiche sociali, politiche, culturali ed economiche
inerenti quella comunità, così come la sua evoluzione nel corso del tempo ne mostra i cambiamenti,
le innovazioni e i ritorni all’indietro.
Il presente contributo è pensato per l’appunto come un abbozzo di discorso organico
sull’antroponomastica latina, da utilizzare in classe con le eventuali riduzioni e integrazioni che i
singoli docenti riterranno opportuno apportarvi, in relazione alle esigenze della programmazione
didattica annuale e al diverso grado di approfondimento che caratterizza la materia Latino nei
diversi tipi di liceo. Dal punto di vista di chi scrive, esso potrebbe essere organizzato come ciclo di
lezioni da svolgere nella prima metà del secondo anno, quando gli allievi sono alle prese con le
prime traduzioni d’autore (per quanto rimaneggiate), di argomento storico o leggendario, e al
contempo stanno studiando la storia romana dell’ultima età repubblicana (III-I a.C.).
Quanto alla sua struttura d’insieme, si è deciso di articolare il materiale in due grandi sezioni.
La prima, più propriamente tecnica, è dedicata allo studio dell’antroponomastica latina come
sistema e si concentra in particolare sulla presentazione e sull’analisi della formula dei tria nomina,
ossia il volto che assume la nomenclatura dei romani di sesso maschile di elevata estrazione sociale
nell’ultima parte dell’età repubblicana (III-I sec. a.C.), e che per buona parte conserva all’epoca dei
primi imperatori (prima metà I sec. d.C.). La seconda sezione – dopo una prima parte dedicata alla
nomenclatura femminile (tema che ha appassionato e continua ad appassionare molti studiosi) – si
presenta, invece, come una riflessione su alcune delle questioni più dibattute relative al sistema
onomastico latino: le motivazioni profonde che determinarono l’adozione da parte dei Romani di
una nomenclatura incentrata sul nome gentilizio (fenomeno che rimase costante a dispetto
dell’evoluzione cui prima si accennava); i condizionamenti che l’appartenenza a una certa gens, e
dunque il fatto di portare un certo nomen, imponeva all’individuo e ai suoi comportamenti, e sul
giudizio che dell’uno e degli altri veniva dato in base a ciò dalla comunità; e ancora, sulle ragioni del
mancato uso del praenomen da parte delle donne di epoca repubblicana, quanto meno in pubblico,
ma forse anche in privato. Una serie di questioni che mirano a svelare alcuni elementi portanti della
civiltà che sta dietro ai nomi, con la sua organizzazione sociale e politica, con i suoi modelli
culturali, con i suoi tabù e le sue superstizioni.

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Infine, due parole riguardo al titolo. «What’s in a name?» («Che cosa c’è in un nome?») è
un’espressione usata da Giulietta nel famoso “discorso del balcone” del Romeo and Giuliet
shakespeariano (II 2, vv. 38-46):

Tis but thy name that is my enemy:


thou art thyself, though not a Montague.
What’s Montague? It is nor hand nor foot
nor arm nor face nor any other part
belonging to a man. O be some other name.
What’s in a name? That which we call rose
by any other word would smell as sweet;
so Romeo would, were he not Romeo call’d,
retain that dear perfection which he owes

Si tratta dunque di una domanda retorica, che presuppone una risposta negativa («Nothing»)
e implica la totale assenza di rapporto tra i nomi e le cose: i nomi sono solamente delle etichette
date alle cose (e alle persone, naturalmente), che non cesserebbero certo di essere quali sono nella
loro essenza qualora si cambiasse il modo di nominarle; dunque essi non hanno alcun peso e non
dovrebbero essere in grado di influenzare i comportamenti individuali. Nelle circostanze del
dramma, questo significa che il fatto di portare il nome di Montecchi, di appartenere pertanto alla
famiglia tradizionalmente rivale di quella di Giulietta, i Capuleti, non dovrebbe in alcun modo
impedire a Romeo di amarla, in quanto egli (come del resto la stessa fanciulla) vale per quello che è
in sé, non per il nome che porta e i suoi sentimenti non dovrebbero essere schiacciati dal peso
dell’appartenenza famigliare.
Questo tema sarà centrale, come vedremo, nella seconda sezione del nostro discorso, che si
muove sulla scia di un bell’articolo di Mario Lentano (Il debito di Bruto, MD 63 [2009], pp. 59-84), il
quale proprio dal passo shakespeariano prende l’avvio per il suo lavoro; ma l’espressione di Giulietta
è diventata una sorta di leit motive presente in molti titoli di contributi dedicati allo studio
dell’onomastica greca e latina, anche quando essi si sono discostati dal motivo antropologico e
hanno affrontato l’argomento dal punto di vista linguistico o storico; è questo anche il caso
dell’articolo What’s in a name? A survey of Roman onomastic practice from c.700 b.C. to a.D. 700 (JRS 84
[1994], pp. 124-145) di Benet Salway, il quale ha fornito invece l’ispirazione per la prima sezione.

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