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Non solo sull’antico vertono i saggi raccolti in questo volume, dedicati a un antichista sui gene-

ANTICO E NON ANTICO

VALENTINO NIZZO - ANTONIO PIZZO (A CURA DI) ANTICO E NON ANTICO


ris che ha sempre inteso i confini tra le discipline non come barriere ma – secondo l’etimologia
– come fini comuni, condivisi. Gli oltre sessanta contributi di studiosi di diversa estrazione – SCRITTI MULTIDISCIPLINARI OFFERTI A GIUSEPPE PUCCI
tutti specialisti di grande prestigio nel proprio campo - riflettono la varietà dei suoi interessi: A CURA DI VALENTINO NIZZO, ANTONIO PIZZO
dalla storia dell’arte a quella della cultura materiale, dall’iconologia all’estetica, dall’antropo-
logia alla tradizione classica nella letteratura, nel cinema e nell’opera lirica, per citarne solo
alcuni. Una cosa accomuna Giuseppe (Pino) Pucci e quanti hanno voluto testimoniargli la loro
amicizia: la consapevolezza che l’antico non è mai irrevocabilmente tale, relegato in un passato
separato, e che anche nella storia della cultura le mort saisit le vif.

ISBN 978-88-5755-XXX-X
MIMESIS

Mimesis Edizioni
Filosofie
www.mimesisedizioni.it

X,00 euro MIMESIS / FILOSOFIE


ANTICO
E NON ANTICO
Scritti multidisciplinari offerti
a Giuseppe Pucci

a cura di
Valentino Nizzo, Antonio Pizzo

con la collaborazione di
Elena Chirico

MIMESIS
MIMESIS EDIZIONI (Milano – Udine)
www.mimesisedizioni.it
mimesis@mimesisedizioni.it

Collana: Filosofie n. 603


Isbn: 9788857554242

© 2018 – mim edizioni srl


Via Monfalcone, 17/19 – 20099
Sesto San Giovanni (MI)
Phone +39 02 24861657 / 24416383
INDICE

Presentazione
La luce attraverso il prisma
di Valentino Nizzo, Antonio Pizzo 11

Conversando con e su Pino Pucci


di Antonio Pizzo (Escuela Española de Historia
y Arqueologìa en Roma - CSIC) 13

Medea in didascalia (“label”):


appunti su Medea in Etruria ed a Roma
di Carmine Ampolo (Accademia dei Lincei)  23

Vestire i classici ieri e oggi. Appunti dal fronte


di Roberto Andreotti (Alias, Il Manifesto)  37

Autoctonia, barbarie e il disagio dei Romani nei confronti dei Greci


di Maurizio Bettini (Università di Siena) 43

“Quel grande…dispettoso e torto ”.


Un nuovo scarabeo etrusco con Kapaneus
di Stefano Bruni (Università di Ferrara)  55

La democrazia come un’opera d’arte


di Paulo Butti de Lima (Università di Bari) 63

Parole e immagini tra antichi e moderni


di Giuseppe Cambiano (Accademia dei Lincei)  73
The Emperor counsels simplicity:
Marco Aurelio e il Dr Hannibal Lecter
di Domitilla Campanile (Università di Pisa)  79

La scoperta delle metope di Selinunte e l’origine del dibattito


sulla scultura arcaica in Sicilia
di Francesco Paolo Campione (Università di Messina) 85

“Canini Salustio”
di Luciano Canfora (Università di Bari) 95

Luciano Bianciardi, gli etruschi, il Medioevo e Grosseto:


una questione di identità?
di Mariagrazia Celuzza (Museo Archeologico e d’Arte della Maremma) 105

La luna, le stelle, uno scudo.


Una possibile suggestione iconografica per l’invenzione eschilea
della scena degli scudi nei Sette contro Tebe
di Monica Centanni (Università Iuav di Venezia)  115

Il brigantaggio in Maremma in età tardo-antica


di Elena Chirico (Università di Siena) 125

Aby Warburg. Riflessione sui Vorträge, 1927-1929


di Claudia Cieri Via (Università di Roma – La Sapienza) 137

Bertolt Brecht, Cesare e i Pirati


di Filippo Coarelli (Accademia dei Lincei) 149

Tra antico e moderno, il cinema secondo Giuseppe Pucci


di Elena D’Amelio (Università di San Marino) 157

I professori di Luigi Pirandello


di Paolo D’Angelo (Università Roma Tre) 161

“Al posto di navi abbiamo incominciato a costruire mura”:


Turms l’etrusco di Mika Waltari”
di Giuseppe M. Della Fina (Museo Etrusco di Murlo) 175
La dimensione autografica in filosofia. Prima e dopo l’opera
di Fabrizio Desideri (Università di Firenze) 185

Il problema della Redenzione nel Parsifal di Wagner


di Giuseppe Di Giacomo (Università di Roma – La Sapienza) 195

Julien Le Grand, dit “L’Apostat”: une damnatio memoriae?


di Michel Éloy (Directeur de Péplum - Images de l’antiquité) 201

Il classico e lo sguardo tecnologico. Apollo e Dafne Reloaded


in the 4th Dimension di Mojmir Jezek
di Dario Evola (Accademia di Belle Arti, Roma) 221

Una metamorfosi di Eva a Palazzo Barberini


di Lucia Faedo (Università di Pisa) 231

Classico, realista e immateriale


di Filippo Fimiani (Università di Salerno)  241

Rappresentazione e coscienza simbolica


di Elio Franzini (Università di Milano) 247

In Italia seicento e quaranta, in Almagna duecento e trentuna …


di Ada Gabucci (studiosa indipendente) 255

Il sarcofago con Nekyia del Museo di Palermo.


Un rebus archeologico senza soluzione?
di Carlo Gasparri (Accademia dei Lincei) 263

Modelli figurativi e teorie artistiche. Le immagini intertestuali


di Andrea Gatti (Università di Ferrara) 273

Ionesco e Topolino ovvero Dell’eterogenesi del mito


di Francesca Graziani (Pontificia Università Lateranense) 283

Le diverse, possibili scoperte di Pompei


di Pietro Giovanni Guzzo (Accademia dei Lincei) 291
The city of Šamiram and the discovery of Urartu
di Maurizio Harari (Università di Pavia)303

La barba dipinta della statua di giovane (inv. 13578)


dall’odeion di Kos
di Eugenio La Rocca (Università La Sapienza – Roma)315

Le visioni estreme di Christoph Ransmayr


di Micaela Latini (Università dell’Insubria) 331

Egeria con la chiave. Un mito romano alla corte dei Medici


di Mario Lentano (Università di Siena) 339

Il pittore Nicia e lo stile grande.


Una chiosa a Demetr. de eloc. 75-76
di Giovanni Lombardo (Università di Messina) 347

Le Tre Grazie: dalla vendetta al dono


di Daniele Manacorda (Università Roma Tre) 353

Fere, femminote, sirene. Il mito in Horcynus Orca


di Stefano D’Arrigo
di Loredana Mancini (Centro Antropologia e Mondo Antico, Siena) 371

Un acroterio equestre da Selinunte?


di Clemente Marconi (Institute of Fine Arts, New York University /
Università di Milano) 377

Nuovi motivi figurati per i repertori


di M. Perrenius Tigranus e Publius Cornelius
di Cynthia Mascione (Università di Siena) 385

Un esperimento di archeologia pubblica:


il giro delle Mura Aureliane in taxi
di Maura Medri (Università Roma Tre) 395
Un mantello per due. La fanciulla sulla stele funeraria attica
di Carolina di Brunswick
di Maria Elisa Micheli (Università di Urbino Carlo Bo) 407

Immaginario cinematografico e figuratività del cinema


di Pietro Montani (Università di Roma – La Sapienza/
Vilnius University) 417

Flattery and Drama in Naples and Pompeii


di Eric M. Moormann (University Nijmegen) 425

La prospettiva “emica” tra antropologia e archeologia:


un approccio possibile?
di Valentino Nizzo (Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia) 437

Da Pietro Giordani all’archeologo Filippo Schiassi: lettere inedite


di Maria Luigia Pagliani (Bollettino Storico Piacentino) 449

I Tempi diversi di due città gemelle: Ostia e Porto nella


Tarda Antichità
di Carlo Pavolini (Università della Tuscia) 457

Allattare in coppia. Alcune statuette votive dal Lazio antico


e dall’Etruria Meridionale
di Giulia Pedrucci (Universität Erfurt) 467

Capitelli negli Horti Luculliani al Pincio


di Patrizio Pensabene (Università La Sapienza - Roma) 477

Il cammino dell’eroe: percorsi iniziatici di celluloide


di Fabrizio Pesando (Università “L’Orientale” , Napoli) 489

Narcisismo delle immagini


di Andrea Pinotti (Università di Milano) 497

La sindrome dell’antichità.
George Gissing e Norman Douglas in Calabria
di A. Battista Sangineto (Università della Calabria) 505
L’artista si taglia la testa
di Salvatore Settis (Accademia dei Lincei) 523

“Modern Classicisms” and The Classical Now: dialogues between


past and present
di Michael Squire (King’s College, London) 541

Un’affermazione dell’eternità attraverso le rovine del tempo.


W.G. Sebald e Thomas Browne, lo sguardo saturnino sulla storia
di Salvatore Tedesco (Università di Palermo) 555

“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi...” Un’insolita prothesis


in una tomba lucana di Paestum
di Mario Torelli (Accademia dei Lincei) 563

Dalla “domanda totale ” alla “domanda più profonda”:


il mito di Edipo nella lettura di Maurice Blanchot
di Antonio Valentini (Università di Roma – La Sapienza) 575

Giuseppe Pucci, il passato prossimo, hommages 2018


di Jean Pierre Vallat (Université de Paris VII) 583

Una comunità artigianale nella Toscana rurale: il sito di Marzuolo


di Rhodora G. Vennarucci (University of Arkansas),
Astrid Van Oyen (Cornell University),
Gijs Tol (University of Melbourne) 589

Il buon uso di Pompei nel cinema muto italiano


di Maria Wyke (University College London) 599
Loredana Mancini
FERE, FEMMINOTE, SIRENE. IL MITO
IN HORCYNUS ORCA DI STEFANO D’ARRIGO

Il 4 ottobre del ’43 il marinaio ‘Ndrja Cambria giunge al Paese delle


Femmine in vista dello scill’e cariddi, il braccio di mare che separa la co-
sta calabrese da Cariddi, il villaggio di pescatori a cui sta tornando dopo
l’armistizio. È la storia di un ritorno che, a detta del suo stesso autore, ha
“questo di nuovo, che il protagonista torna da una guerra che non era la sua
e muore infine per una guerra che è sua”1. Nonostante l’apparente sempli-
cità, l’intreccio del romanzo, in cui si alternano salti temporali, squarci me-
moriali, sogni e visioni per oltre 1200 pagine, richiede al lettore ripensa-
menti e cambi di rotta per riallacciarne i numerosi fili narrativi.
Alla base c’è l’idea di scavo alle radici della sicilianità che D’Arrigo
concepì fin dagli anni ’50, quando pubblicò la raccolta di poesie Codice si-
ciliano2. L’incunabolo di Horcynus Orca, che vedrà la luce solo nel 1975,
è già tutto in queste liriche, in cui si traccia un ideale portolano del “mare
Peloro”, ovvero dello Stretto, punto di arrivo di un nostos nelle memorie
private e collettive. É alla Sicilia greca che occorre tornare perché il viag-
gio sia veramente compiuto: a quell’Eliso dove “sirene e pesciluna/ incur-
vano molli il mare Peloro”3, dove le ceneri del tempo non hanno cancella-
to le tracce di un’età in cui dei e uomini vivevano assieme, se ancora voci

1 Intervista rilasciata a M. Cesarini Sforza in “Il Secolo XIX”, 22 marzo 1975, p. 3.


Edizione consultata: S. D’Arrigo, Horcynus Orca, Rizzoli, Milano 2017. Tra gli
studi più recenti, si vedano G. Alfano, Il lido più lontano. Horcinus Orca e gli ef-
fetti della guerra, Rimini 2017; D. Biagi, Orche e altri relitti. Sulle forme del ro-
manzo in Stefano D’Arrigo, Macerata 2017; E. Giordano, Femmine folli e malin-
conici viaggiatori. Personaggi di “Horcynus Orca” e altri sentieri, Salerno 2008;
F. Linari, La narrativa dal dopoguerra agli anni Settanta. Tra Ulisse e Orfeo, in
P. Gibellini (a cura di), Il mito nella letteratura italiana, vol. 4, Brescia 2007; S.
Sgavicchia, Il folle volo. Lettura di Horcynus Orca, Roma 2015.
2 Il Codice uscì per i tipi di Schweiller nel 1957; una seconda edizione, ampliata, fu
pubblicata da Mondadori nel 1978.
3 Codice siciliano, Avevi alito, un corpo, vv. 1-2.
372 Antico e non antico

flautate, pleiadi, sirene, fatemorgane, madrimaghe risuonano dal mare e


dai balconi a chi faccia dopo lunga assenza ritorno4.
Ma per il marinaio disertore non ci sono richiami di sirene: quelle po-
che miglia marine appaiono a ‘Ndrja in una visione di tenebre e morte, in
cui l’oscurità di una notte senza luna sembra inghiottire “il mare di sangue
pestato”5: visione degli occhi e visione della mente, in cui le cose appaio-
no in tutta la loro cruda materialità e insieme come segni. E di segni che
preannunciano un mondo straviato ‘Ndrja ne ha già incontrati molti dall’i-
nizio del suo viaggio: un segno olfattivo, innanzitutto, il fetore della car-
ne di fera, l’immondo pescebestino che i forestieri chiamano delfino, di
cui solo la fame può indurre a cibarsi. E poi una serie di incontri con per-
sonaggi stralunati e allucinati che portano su di sé i segni della guerra. Le
femminote in primo luogo, contrabbandiere maghe prostitute, che gettano
il tribolo sui ferribò affondati dagli inglesi, dove erano solite buscarsi la
giornata; un pescatore “sceso di barca e salito a cavallo”; il vecchio spiag-
giatore che attende la morte sull’arenile e che indica a ‘Ndrja come com-
piere la traversata.
Ognuno di essi nasconde un sistema di allusioni multiple, sia che se ne
ricerchi il modello nel nostos di Ulisse sia nella discesa agli inferi dantesca:
il vecchio spiaggiatore è un po’ Tiresia un po’ Caronte ma anche un po’ il
Catone dantesco. In altri casi il modello appare più chiaramente riconosci-
bile ma confinato ad un gesto, come quello con cui il padre del protagoni-
sta sprova l’identità del figlio appena sbarcato tastando una vecchia cicatri-
ce; o quello con cui la zita Marosa inganna l’attesa del suo promesso
ricamando e sfilando pesci. L’apparizione di un Laerte e di una Penelope in
un villaggio di pescatori strappa un sorriso amaro che evidenzia, pur atte-
nuandone la carica tragica, gli effetti della guerra nel micromondo dello
scill’e cariddi.
Del resto non è più tempo di favole: esse appartengono al tempo immo-
bile del mito che va crollando sotto i colpi della storia come il dialetto cede
all’italiano, la lingua dei caporioni in divisa. Persino la fera, il pesce dalla
mente trucchigna da sempre nemico dei pellisquadre – i pescatori dello
stretto a cui si diverte a rovinare le reti e il pescato riducendoli all’esperien-
za, sin troppo concreta, della fame – deve cedere al delfino, essere relega-
ta ai margini della conoscenza, nel sentitodire al pari dei miti antichi. Così
l’ufficiale veneto Monanin, in tempo di guerra, aveva bollato come “imma-
ginazioni e credenze” la fera e le sue malazioni in nome del nobile delfino:

4 Codice siciliano, Sui prati, ora in cenere, di Omero, vv. 53-54.


5 S. D’Arrigo, Horcynus Orca, cit., p. 4.
L. Mancini - Fere, femminote, sirene 373

“Perché vedi caro […] là, dalle tue parti, tra Scilla e Cariddi, non sono cer-
to novità queste, queste fantasie, dico. Visto cogli occhi, tu dici. Eh, caro,
le sirene non c’era uno che non le avesse viste cogli occhi suoi ed erano
voci che correvano, no? Fantasticherie, [...] o come si vogliono dire, imma-
ginazioni e credenze, eh?”6. Fantasticherie, credenze: eppure la sirena,
come la fera, occupa uno spazio notevole all’interno del romanzo come
elemento ricorsivo che, in maniera esplicita ed implicita, accompagna il
viaggio di ‘Ndrja.
La sirena è al centro dell’unico rimando riconoscibile ad Omero, all’in-
terno di un lungo inserto narrativo che fa da cerniera tra le due macrosezio-
ni del romanzo: il nostos di ‘Ndrja e il romanzo dell’Orca. ‘Ndrja è final-
mente sbarcato sulla spiaggia di Cariddi e, dopo aver ascoltato fino all’alba
i racconti del padre Caitanello, va a nuotare nelle acque antistanti la grotta
della Ricchia. Qui, al centro di un intreccio di sogni e memorie, emerge il
ricordo delle storie apprese da don Mimì Nastasi, pescatore costretto a ter-
ra da una paralisi infantile alle gambe che lo ha reso di fatto simile ad una
sirena e che per questo si è costruito attorno alla favola antica un mondo al-
ternativo, all’interno del quale si muove con la padronanza dell’intendito-
re. Esse stavano un tempo proprio là alla ‘Ricchia, dove venivano da ogni
parte del mondo per vedere “quella bella comarca di femmine al bagno, de-
coltate di natura sino all’ombelico, che facevano segno: venite, venite” con
voce “tutt’a invito”, così appassionatamente che anche i marinai più esper-
ti non sapevano resistere alle loro promesse, si scordavano casa e famiglia
e finivano per sfracellarsi sugli scogli per poi essere spolpati vivi da quelle
“pescesse bestine”. Eppure qualcuno ci fu, dicono, che “per non incalmie-
rarsi, si fece legare all’alberomaestro con gli orecchi tappati di ceravergi-
ne”: uomo, dal punto di vista di don Mimì, “mignunario e tristo”7.
Le favole di don Mimì erano state una sorta di iniziazione al sesso per i
muccusi di Cariddi che usavano giocare a marinai e sirene, addobbandosi i
capelli con alghe, il petto con mezzi meloni e la coda con una “rama di pal-
ma” e mimando nell’oscurità della grotta un accoppiamento che li lasciava
inquieti e avviliti8. Per la verità ai muccusi non è ben chiara la fisiologia
delle sirene. Nei racconti di don Mimì, infatti, esse, a dispetto del loro sti-
le “trucchigno e attirante”, difettavano proprio dell’essenziale “per il fatto
che nascevano con quel difetto di natura, con gambe e cosce combaciate
strette in forma di coda, che gli cancellava dalla persona l’indispensabile

6 Ivi, p. 225.
7 Ivi, pp. 629-635.
8 Ivi, pp. 639-643.
374 Antico e non antico

femminino”. Man mano però che i muccusi crescono, il cantore della sire-
na adegua il modello alla sua funzione di trasmissione di saperi e pratiche
sociali: ecco quindi che la sirena diventa “la primissima campiona” di quel-
la razza di femmine “a coscia larga”, che “traffica, architetta, ha il piede-
lungo e la mente galeotta”. Nulla da spartire dunque con le donne di casa,
madri e sorelle; per farsi un’idea della sirena è alla femminota, “grande tra-
nellatrice” e adescatrice, che bisogna guardare9.
Fin qui siamo all’interno del meccanismo del mito: un racconto che me-
scola lo straordinario con il quotidiano, una geografia riconoscibile con un
tempo remoto e che riceve l’assenso grazie all’attendibilità del narratore; in
cui, all’interno di una struttura fissa, si dà la possibilità di rimodulazioni che
consentano di rinnovare il piacere dell’affabulazione attraverso la quale
passa la trasmissione e l’apprendimento dei valori e dei ruoli comunitari.
Ma nel mondo moderno il tempo del mito coincide con il tempo dell’in-
fanzia. ‘Ndrja e gli altri, fattisi giovanotti, capiscono infatti che tutta quella
storia delle sirene va presa “sotto metafora” per indicare certe femmine cri-
stiane, insieme generose e voraci. Come quelle, arrivate dal mare, con cui si
compie la loro iniziazione vera e propria al sesso: la signora straniera dello
jotto, bionda, androgina e rapace; la laida trapanese a bordo del suo caicco
impestato; ma soprattutto le cinque femminote che i giovanotti incontrano
nel Golfo dell’Aria, immerse tra gli scogli, che appaiono loro precise identi-
che alle sirene nell’aspetto e nella mente adescatrice e truffaldina: dopo l’am-
plesso i giovani scopriranno infatti di essere stati derubati del pescato e di
aver ricevuto in cambio lo scolo. Predatorie e voraci, le sirene in carne e ossa
hanno due gambe e tra di esse, bene in vista, quella “segretezza di sirena” che
si rivela, alla prova del vistocongliocchi, “saziante fino alla nausea”10.
Facciamo ora un passo indietro e torniamo sulla spiaggia del Paese del-
le Femmine, il regno delle femminote. Qui, circondato da ossa biancheg-
gianti di fere che invadono la marina, ‘Ndrja si ricorda delle parole di don
Mimì che lo aiutano a spiegarsi l’aria di famiglia che accomuna femmino-
te e fere: esse “erano intrinseche e avevano lo stesso sangue, cioè discen-
devano tutte e due, per gradi, dalle sirene”11. Chi sono dunque le femmi-
note? E cosa hanno in comune con le sirene?
Esse appaiono per la prima volta all’inizio del viaggio di ‘Ndrja in un
giardino di Praja, straviate a Nord delle loro solite rotte dalla guerra. Da lì,
con tono da “sirena di bassoporto”, una di loro lo aveva apostrofato con

9 Ivi, pp. 634-635; 643-644.


10 Ivi, pp. 646-683.
11 Ivi, p. 137.
L. Mancini - Fere, femminote, sirene 375

una versione da postribolo del celebre richiamo delle sirene: “A voi, mari-
naro ‘ntartarato… Una parola, una paroletta. Permettete, sentite... ”12. Don-
ne capotiche e forti, dallo “stile mascolo di buscarsi la vita” facendo con-
trabbando di sale tra la Calabria e Messina, esse sono considerate dai loro
devoti delle deisse, eternamente giovani grazie al loro trafficare con il mare
e con il sale, tanto che, con una metafora presa sul serio, “se sentono mare,
la coda gli torna a battere come se ripigliassero a nuotare”13.
Se nel Paese delle Femmine ci muoviamo ancora in uno spazio reale, la
narrazione si sposta su un piano decisamente onirico quando entra in scena
Ciccina Circé. Arcifemminota e arcifemmina, ella gioca un ruolo fonda-
mentale nel romanzo, una vera cartina di tornasole con cui ‘Ndrja dovrà
misurare l’impossibilità del ritorno alla vita di prima. La sua apparizione
sulla soglia di un vano tenebroso, la barca strana, lunga, nera e affilata
come una bara con cui traghetterà ‘Ndrja fino a Cariddi, ne annunciano il
legame con il mondo infero. Ella è Circé, ovvero Circe, a cui la legano di-
versi tratti: maga e deissa, esercita un potere misterioso sul mondo anima-
le asservendo le fere con il din din delle campanelle legate alle sue trecce;
vive da sola e da sola vara, separata delle altre femminote; amante sbocca-
ta e infelice, vedova bianca del suo Baffettuzzi che la ha abbandonata per
combattere e morire per l’Italia, è portatrice di una morale pragmatica e an-
tieroica, per cui la vera valentìa di chi va in guerra si misura nella sua ca-
pacità di tornare sano e salvo. È Penelope e Nausicaa, sposa fedele e vergi-
ne di ritorno; è strega e dea, madre e amante, innamorata e puttana, sirena
e sibilla, cioè “una femmina che ha in sé tutti i modi di essere donna”14.
Da sirena Ciccina Circé ha la voce, in particolare i suoni disarticolati e
gutturali, quegli uuuuu uuuh che emette “raschiandosi la gola, col suo te-
nebroso ululio di sirena” per accompagnare lo sforzo della vogata o per
spaventare le “femminette di casa” che stanno per sorprenderli sotto le
palme di Cariddi dove si è consumato l’amplesso e da cui si allontanerà
frettolosamente, accomiatandosi dal suo occasionale amante con parole
misteriose, che suonano arcane e sprezzanti alle orecchie di ‘Ndrja: “Ka-
limera, kalimera”.
La sua voce si “acconchiglia” dentro ma non si concede; come quel din
din della campanella sospesa alle trecce che ‘Ndrja continua ad udire men-
tre la femminota si allontana per mare “come dovesse sentirlo ormai per

12 Ivi, pp. 9-11.


13 Ivi, pp. 114-115; 121.
14 W. Pedullà, Congetture per un’interpretazione di Horcynus Orca, prefazione a S.
D’Arrigo, Horcynus Orca, cit., p. XVII.
376 Antico e non antico

tutta la sua vita”15. La voce di Ciccina Circé sfuma in lontananza come


quella delle sirene al passaggio della nave di Odisseo, ma questa volta è la
sirena che si allontana, dopo aver consegnato all’eroe-reduce la sua oscura
profezia, che si rivelerà una chiamata al destino quando ‘Ndrja la udirà di
nuovo nell’incontro che precede la conclusione del romanzo.
Il nostos di ‘Ndrja risulta fallimentare, mentre tutto il vecchio mondo
sembra invaso dalla nonsenseria di cui è insieme causa e figura l’Orca che
affiora dalle acque dello stretto, la cui interminabile agonia innesca e insie-
me rappresenta la corruzione della comunità dei pellisquadre. Lo stesso
protagonista, prigioniero di un gorgo esistenziale, è portatore di una visio-
ne allucinata che si attorciglia intorno al miraggio di una barca che potreb-
be comprare accettando l’ingaggio per una regata degli Alleati, ma la cui
compattezza semantica si slabbra progressivamente, in una vertigine foni-
ca e analogica che conduce allo smarrimento del senso. La morte dell’Or-
ca sblocca la stasi e la storia riprende e con essa, prepotentemente, la Sto-
ria: nel nuovo mondo gli altri, ovvero i pescatori cariddoti fattisi
spacciatori di pescebestino e le femminote, trafficanti di sale e di se stesse,
riescono a tenersi a galla. Ma non il protagonista, per il quale la morte è la
via d’uscita da una condizione di stallo16.
Prima che la vicenda si compia, ecco riapparire Ciccina Circé. Precedu-
ta dal din din della campanella, la deissa gli appare nel porto di Messina,
all’interno di un tendone dove si offre a turno agli inglesi17. ‘Ndrja fa per
coprirla d’insulti, ma poi si limita a gridare nel buio il “nome e cognome,
nudo e crudo” di quella millunanotte scabrosa e sprezzante, che gli era ap-
parsa in sogno addirittura trasfigurata in sirena. In quel sogno, alla luce del
sole quella coda si era rivelata di paglia18; come ora, alla luce di una lam-
pada e dei fatti, la donna appare come una volgare puttana. Solo quel din
din rimane, l’ultimo sussulto della sirena che chiama ‘Ndrja alla morte.
Con la caduta della sirena e la morte dell’Orca il mare non ospita più né
mostri né dei né eroi. Restano le fere, trucchigne e sterminatrici; restano
quelli che hanno saputo restare vivi. E resta Ciccina Circé e la sua morale:
“a tirare i remi in barca e rovesciarci, tutti siamo capaci, lo scabroso è re-
mare, governare e non perdere la barca”19.

15 Per tutto l’episodio, S. D’Arrigo, Horcynus Orca, cit., pp. 309-386.


16 ‘Ndrja incontra la morte in mare, colpito accidentalmente da una sentinella ingle-
se “come se porgesse volontariamente la fronte alla pallottola”: ivi, p. 1220.
17 Ivi, pp. 1177-1186.
18 Il sogno si colloca subito dopo lo sbarco a Cariddi e apre il lungo excursus sulle
sirene: ivi, pp. 622-628.
19 Ivi, pp. 353-354.