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La

schiacciante maggioranza dei lettori di queste pagine non affronterà mai direttamente il
volume Gender from Latin to Romance (History, Geography, Typology), che Michele Loporcaro
ha pubblicato per i tipi di Oxford University Press. Non lo leggerà, sebbene almeno due parole
del titolo paiano rinviare a nozioni ben presenti nel discorso quotidiano. In un caso – Romance,
che non significa ovviamente ‘storia d’amore’, ma ‘lingue romanze’, ossia neolatine – si tratta
solo di una divertente illusione ottica. Nell’altro – Gender, parola divenuta oggi cruciale – lo
scarto è più interessante.
Il libro, lo si sarà capito, parla di genere grammaticale, e lo fa indagando le vicende che
quest’ambito della morfologia di nomi, aggettivi, pronomi e articoli ha conosciuto nella
transizione dal latino alla miriade di lingue e di dialetti che ne rappresentano la diretta
filiazione attuale. Sono lingue e dialetti nei quali si usa comunemente distinguere due generi
grammaticali – maschile e femminile – che sembrano rinviare a una visione rigidamente
bipartita dalle possibili, e ben avventurose, implicazioni psicologiche e culturali o persino
biologiche. Laddove, come è noto, il latino – al pari del greco e di varie ben note lingue
germaniche – pare distinguere altrettanto chiaramente tre generi grammaticali che fin nei
nomi (maschile, femminile e neutro cioè ‘né l’uno né l’altro’, con designazione invero ambigua
e fuorviante) funzionano altrimenti.
Un’indagine sui tragitti attraverso i quali dal sistema antico si è arrivati a quelli moderni
potrebbe suggerire al lettore un ipotetico tracciato che quasi prendendo a pretesto le
strutture grammaticali delle lingue si allarghi a indagare le possibili matrici storiche, culturali
e sociologiche del genere – anzi del gender –, aprendo una breccia insolita (ma forse abusiva)
nel grande dibattito contemporaneo su identità e coscienza di genere. Ma chi nutrisse simili
speranze si fermerebbe dopo poche pagine, messo in guardia da un avvertimento chiaro e
onesto, che tocca il nucleo stesso dell’idea che Michele Loporcaro (professore di linguistica
romanza a Zurigo) ha del proprio lavoro. È per tentare di spiegare quest’idea che val la pena
di raggiungere alcuni dei molti verosimili non-lettori del volume.
Non è necessariamente sbagliato, spiega Loporcaro, interrogarsi sui possibili rapporti tra il
modo in cui la lingua costruisce le sue strutture e il modo in cui sono organizzate la società e
in generale le culture umane. Ma nell’ottica del linguista che intenda spiegare i motivi per cui
in alcune varietà le parole corrispondenti a moglie, vergine, sorella sembrano femminili al
singolare e maschili al plurale (suona esotico? Eppure è così ad esempio in molti dialetti italiani
del nord), o quelli per cui il neutro latino mare ha dato un femminile in francese (la mer) e un
maschile in italiano (il mare), è utile adottare un principio generale di cui l’autore è
profondamente convinto.
È l’idea, ricca di conseguenze, che la lingua e le sue strutture fonetiche, morfologiche,
sintattiche, insomma grammaticali, vadano spiegate in prima istanza ricostruendone la logica
interna e prescindendo fin dove possibile dall’interferenza di fattori esterni, psicologici e
culturali. Posizione discutibile, ma legittima, che si riallaccia a una tradizione illustre non solo
della linguistica, ma della cultura europea dell’ultimo secolo e mezzo almeno. Posizione,
anche, utilissima a costruire in quest’ambito un solido bastione contro i pericoli
complementari dell’uso della lingua in servizio dell’ideologia e dell’abuso dell’ideologia per
spiegare fatti di lingua che nascono e si sviluppano tutti dentro la lingua stessa.
Esiste, e Loporcaro lo documenta qui in modo così serrato da risultare a tratti implacabile, una
coerente sistematicità del mutamento linguistico. Cioè del muoversi della lingua attraverso il
tempo. Si può puntualmente ricostruire, anzi, una tendenza alla continua ricreazione degli
equilibri grammaticali che agisce – si ipotizza qui – volgendo le spalle a tutto ciò che è esterno
al linguaggio in quanto facoltà del parlante. Essa funziona in un modo ben più complesso e
raffinato di quanto talora siamo portati a credere se guardiamo alla lingua inforcando occhiali
diversi e meno professionali di quelli del linguista.
Per esempio, è documentabile ancor oggi, e vivo e operante in vari dialetti dell’Italia
centromeridionale, un processo di riorganizzazione di quelle classi d’accordo morfosintattico
che comunemente chiamiamo generi, per cui lo schema “a tre colonne” del latino (maschile,
femminile e neutro) si è in realtà non semplificato, ma rifranto in sistemi a quattro generi
grammaticali. Altro che riduzione. Altro che semplice abbandono già antico del neutro, del
quale dacché linguistica è linguistica s’è parlato con pigro automatismo. Il terzo genere non è
certo morto sul colpo. E ha lasciato tracce capaci di rianimarsi, resistendo alla pressione dei
due generi egemonici (due, non uno).
Per questa via, i generi possono essere due, tre, quattro (o, in quanto appunto classi di
accordo, anche di più). Così, l’antico neuter ‘né l’uno né l’altro’ del latino può riorganizzarsi in
alcuni dialetti specializzandosi nella designazione di collettivi, oppure in tipi “alternanti” non
troppo diversi dai cosiddetti relitti del neutro che osserviamo anche in italiano ad esempio per
nomi di parti del corpo (braccio / braccia, ciglio / ciglia, membro / membra, eccetera), dei quali
si dà qui una lettura completamente rinnovata. Non è questo il luogo per discendere in
dettagli più minuti, né (purtroppo) per seguire l’autore nelle sue peregrinazioni attraverso
lingue vicine (come i dialetti della Penisola che egli conosce, per indagine diretta e capillare,
più a fondo forse di chiunque altro oggi in Italia) e meno vicine, come il romeno o l’asturiano
che danno occasione ad alcune delle pagine più convincenti del libro.
Qualche lezione non solo linguistica si potrà trarre scoprendo che inerpicarsi fino a
Ripatransone (Ascoli Piceno) può servire per rintracciare sistemi insospettabilmente
complessi di organizzazione del genere. E qualche riflessione non banale potrà discendere da
uno degli esperimenti più arditi discussi nel libro: quello che va a indagare le tracce della
riorganizzazione dei generi grammaticali in corso nel dialetto molisano di Agnone rivolgendosi
non ai suoi usi e costumi o all’organizzazione dei suoi matrimoni, ma alle tracce lasciate dalle
strategie d’accordo grammaticale nel cervello di parlanti vecchi e giovani, rilevate con
avveniristiche tecniche di neuroimaging. Esse mostrano come il riorganizzarsi delle strutture
linguistiche lasci tracce nelle strutture fisiche che presiedono al linguaggio più ancora che in
quelle sociali che si suppone ne siano il riflesso (e che in realtà sono assai poco toccate dalla
progressiva scomparsa del neutro).
Non è nemmeno il luogo per dare puntuale conto dell’altra ragione per cui il volume – pur
essendo uno splendido volume – resisterà tenacemente alla lettura di chi fosse interessato al
massimo a sapere se si può usare il femminile ministra. Un tema che è inutile venire a cercare
qui. In realtà, è il modo in cui Loporcaro presenta le sue tesi: è questo suo stile a fare del libro
una scalata alpinistica di sesto grado superiore. Ottimo divulgatore quando vuole (anni fa ha
scritto un saggio pieno di passione civile sulla Retorica senza lumi dei mass media italiani,
Laterza), Loporcaro dà prova qui di un tipo di procedere argomentativo così serrato,
fittamente documentato e logicamente coeso da pretendere un’attenzione assoluta, e da
scoraggiare del tutto i fruitori abituali della prosa anche scientifica più indulgente. Non c’è
spazio qui per distrazione, né per digressioni o sconti. C’è spazio solo per una linguistica che si
conviene chiamare romanza perché rivolta all’eredità vivente del latino, ma che ai lettori
disponibili al cimento racconta qualcosa di ben più ampio su come funziona, più che questa o
quella lingua, il linguaggio umano nel suo complesso. È per inseguirne la strenua logica interna
che vale la pena di faticare sui percorsi indicati qui verso un territorio non solo neolatino. Forse
la migliore linguistica generale oggi disponibile.
Michele Loporcaro, «Gender from Latin to Romance. History, Geography, Typology»,
Oxford, Oxford University Press, 2018, pagg. 388, £ 80,00.