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Lezione 14 | Fisiologia | 28/03/2017

Revisore: Cat-one il censore


Argomenti: Meccanismo di rilascio del calcio; ciclo dei ponti trasversi; biomeccanica del muscolo:
condizione isometrica e condizione isotonica

Nella precedente lezione si è iniziato a parlare della contrazione muscolare e, in particolare, sono stati
definiti la scossa semplice, la sommazione tetanica, il principio della dimensione e la morfologia della fibra
muscolare. Infine, il professore ha cominciato a parlare dei meccanismi che stanno alla base del rilascio del
calcio nel citoplasma durante la contrazione e di quei meccanismi che ne permettono un rapido recupero.
Dopo la sua liberazione, infatti, il calcio viene ricompartimentalizzato in modo rapido ed efficiente grazie a
delle ATPasi per il calcio del reticolo sarcoplasmatico definite SERCA.

RUOLO DEL CALCIO NELLA CONTRAZIONE MUSCOLARE

Riprendendo il discorso della lezione precedente viene mostrato un grafico (quello sottostante) in cui
vengono rappresentati il potenziale d'azione e la forza generata dal muscolo in funzione del tempo, che si
trova in ascissa.
Si nota come, in condizione di scossa semplice (quindi di contrazione indotta da un singolo potenziale
d'azione), dopo il potenziale d'azione la concentrazione di calcio aumenti molto rapidamente e raggiunga il
suo picco molto prima dell'istante in cui viene raggiunto il picco di forza generata dal muscolo. Questo
accade perché, una volta liberato, l'azione del SERCA (pompe per il calcio) è talmente elevata che il calcio
viene velocemente riassorbito e la sua concentrazione, di conseguenza, diminuisce ritornando ai valori di
base prima ancora che la forza, che impiega molto più tempo a svilupparsi, raggiunga il suo valore massimo.
In realtà in condizioni di scossa semplice questo valore massimo di forza non viene mai raggiunto: perché
questo possa avvenire il calcio non dovrebbe essere immediatamente ricompartimentalizzato dalle
apposite pompe, ma la sua concentrazione nel citoplasma dovrebbe rimanere alta per più tempo.

L'attività di queste pompe per il calcio tra l'altro è elevatissima, tanto è vero che circa il 30% dell'energia
spesa durante la contrazione muscolare è dovuta proprio alla loro attività ATPasica.
Infatti, distendendo passivamente il muscolo, le linee Z si allontanano le une dalle altre e, se distese a
sufficienza, la lunghezza dei sarcomeri può essere portata oltre quella lunghezza di 3,25 μm alla quale i
filamenti sottili e quelli spessi non sono per nulla sovrapposti. In queste condizioni, se si stimola il muscolo
applicando un potenziale d'azione, il calcio viene rilasciato, ma non viene generata alcuna forza da parte del
sarcomero perché non è possibile un'interazione tra i ponti trasversi della miosina e l'actina. L'apparato
contrattile non scinde ATP, ma le pompe calcio continuano a lavorare e il calore prodotto in queste
condizioni (in cui quindi non si ha generazione di forza ma comunque si ha rilascio di calcio) è di circa il 30%
di quello che si misura. La quantità di energia spesa dal meccanismo di ricompartimentalizzazione del calcio
è dunque elevata: pari a circa 1/3 dell'energia totale spesa dal muscolo quando si contrae in condizioni
isometriche.

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MECCANISMO DI RILASCIO DEL CALCIO

Vediamo ora il meccanismo attraverso cui il potenziale d'azione che viaggia lungo il sarcolemma e viaggia
all'interno dei tubuli T determina il rilascio di calcio da parte del reticolo sarcoplasmatico.

A livello della membrana del tubulo T e di quella del reticolo sarcoplasmatico si trovano delle proteine
importanti, che in realtà sono dei canali per il calcio.
Le due membrane non hanno alcun punto di fusione, ma sono separate le une dalle altre e sono messe a
contatto meccanico attraverso delle formazioni proteiche definite come piedi, ovvero delle estroflessioni
dei canali per il calcio situati sul reticolo sarcoplasmatico, che non sono voltaggio dipendenti e sono definiti
anche recettori per la rianodina proprio per la loro caratteristica di possedere un recettore per questa
molecola (che funge da antagonista nell’apertura del canale).

Nell'immagine si vedono la membrana del reticolo sarcoplasmatico e la membrana del tubulo T in cui è
inserita una proteina di membrana (arancione nell’immagine), che non è altro che un canale per il calcio
voltaggio-dipendente. L'entrata di calcio attraverso questo canale non è però indispensabile (a differenza di
quanto avviene per il muscolo
cardiaco) per indurre il rilascio di
calcio da parte del reticolo
sarcoplasmatico e, quindi, per indurre
la contrazione del muscolo
scheletrico. Il suo ruolo è quello di
sensore di voltaggio che agisce sul
piede (estroflessione del canale per il
calcio situato sul reticolo
sarcoplasmatico) attraverso un
meccanismo puramente meccanico.
Quando, infatti, registra la presenza
di un potenziale di membrana, esso
subisce un cambio conformazionale
in seguito al quale spinge sul piede e
induce un’apertura meccanica del
canale posto sulla membrana del
reticolo sarcoplasmatico, così che il
calcio esca rapidamente dall'interno.
Quest’ultimo canale di calcio è un
recettore di tipo L ed è anche detto
recettore per le diidropiridine
(antagoniste del canale per il calcio).
Questo canale per il calcio di tipo L dà
un rilascio lento di calcio, più lento di
quelli di tipo N, P/Q, che, ricordiamo, sono importanti per il rilascio del neurotrasmettitore a livello del
bottone sinaptico.
I canali appena citati sono presenti in tutti i tipi di muscoli: scheletrico, cardiaco e liscio (dei vasi per
esempio). Difatti le diidropiridine rappresentano infatti una classe di farmaci definiti calcio-antagonisti e
sono utilizzati ampiamente in clinica perché sono anti-ipertensivi e producono, quindi, una dilatazione dei
vasi.

In condizione di riposo, come già visto, la tropomiosina si frappone tra i siti attivi dell'actina e la miosina.
Quando il calcio viene rilasciato dal reticolo sarcoplasmatico secondo il meccanismo appena visto, esso si
lega alla troponina C, che, con un cambiamento conformazionale, sposta la tropomiosina più all'interno del

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solco del filamento di actina permettendo così l'interazione actina-miosina e quindi l'idrolisi di ATP e la
trasformazione di questa energia chimica in meccanica.

Nel muscolo scheletrico i recettori sono disposti in modo preciso: quelli per la diidropiridina sono infatti
organizzati a formare tetradi ed esiste una relazione precisa tra il recettore per la rianodina e quello per la
diidropiridina, che indica come l'interazione meccanica diretta tra questi sia determinante perché possa
promuoversi il rilascio del calcio dal reticolo sarcoplasmatico.
Nel muscolo cardiaco, invece, la situazione è diversa: i recettori per la diidropiridina sono sempre voltaggio-
dipendenti di tipo L, ma non formano tetradi e, anzi, sembrano disposti casualmente nel tubulo T. Manca
inoltre una relazione puntuale con i recettori per la rianodina.

Queste caratteristiche sono già di per sé indicative del fatto che il meccanismo di accoppiamento elettro-
meccanico nel muscolo cardiaco è molto diverso, perché l'entrata di calcio dall'esterno è qui essenziale per
promuovere la contrazione del muscolo. Non c’è infatti alcuna connessione diretta tra i due recettori
presenti sulle membrane, ma è sufficiente l’ingresso di una piccola quantità di calcio dall’esterno perché
esso si leghi direttamente ai recettori per la rianodina situati sulla membrana del reticolo sarcoplasmatico
determinandone l'apertura con conseguente liberazione di una quantità massiva di calcio calcio-mediata.
Proprietà di questi canali è che questi sono bloccati e resi refrattari dal calcio stesso: in seguito ad un
aumento della sua concentrazione esso si lega al canale e lo chiude. L'inattivazione viene meno solo
quando SERCA rimuove il calcio dal citoplasma e lo ricompartimentalizza.
Nel cuore, oltre alla pompa per il calcio per questa operazione, è fondamentale lo scambiatore del calcio
che lo scambia col sodio: è un trasportatore secondario che si affida all'ATPasi di membrana Na-K per
mantenere il gradiente di concentrazione del sodio indispensabile per questo scambio.

Un’altra differenza tra muscolo scheletrico e cardiaco riguarda le modalità di regolazione della forza di
contrazione.
Nel cuore la quantità di calcio rilasciata durante la contrazione viene regolata in modo preciso e, attraverso
essa, viene regolata anche la forza contrattile del cuore: si regola la cosiddetta contrattilità miocardica.
Nel muscolo scheletrico, invece, la quantità di calcio rilasciata è all’incirca sempre la stessa e non va ad
influire sulla forza contrattile della fibra muscolare, che è però correlata all’aumento della frequenza di
attivazione della fibra per via della sommazione tetanica.
Durante la contrazione tetanica se
si aumenta la frequenza di
stimolazione della fibra si ha una
sommazione tetanica incompleta
delle scosse semplici che può
diventare completa nel momento in
cui viene sviluppata una frequenza
sufficientemente alta, generando
una contrazione continua.

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La forza generata dalla fibra muscolare aumenta se aumento la frequenza di attivazione della fibra. Come
mai questo accade?
Si potrebbe pensare che se si attiva ad alta frequenza la fibra muscolare con dei potenziali d’azione si
determinerebbe un rilascio continuo di calcio che potrebbe aumentare la sua concentrazione all’interno
della fibra e questo a sua volta determinerebbe una maggiore forza di contrazione. Tuttavia abbiamo giù
smentito questa ipotesi.
Come già visto, la velocità con cui il calcio aumenta la sua concentrazione è maggiore di quella con cui la
forza raggiunge il suo picco: la forza aumenta lentamente mentre il calcio viene riassorbito velocemente. Il
picco di flusso (non la concentrazione) viene raggiunto dopo 4-5 ms, dopo di che diminuisce rapidamente
con un tempo di circa 4 ms, tramite le pompe SERCA. Quindi la forza generata dall'apparato contrattile
(delle fibre muscolari) tenderebbe ad aumentare sino a un valore massimo che non può però raggiungere
perché durante una scossa semplice il calcio viene velocemente ricompartimentalizzato.

Durante la contrazione tetanica non c'è un significativo aumento della concentrazione di calcio, che a volte
anzi diminuisce, ma la concentrazione viene mantenuta alta più a lungo, in modo tale che la forza
muscolare possa continuare ad aumentare sino al suo valore massimo.
Questo è stato misurato attraverso dei fotomoltiplicatori che registrano la quantità di luce emessa in
funzione della concentrazione di calcio da una fibra muscolare caricata con l’equorina.

Nell’immagine sono mostrati tre grafici: in rosso è


rappresentata la concentrazione di calcio nell’unità di
tempo, mentre in nero la forza generata dalla fibra
muscolare.
Il primo grafico in alto a sinistra mostra la condizione
di una serie di scosse semplici, quello in alto a destra
un tetano incompleto e quello in basso un tetano
completo.
Si è quindi osservato sperimentalmente che la
concentrazione massima di calcio non aumenta
continuando a stimolare la fibra, ma, anzi, durante il
tetano incompleto o completo, quando c'è una

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stimolazione protratta, SERCA aumenta la sua attività di pompa e si può avere una
ricompartimentalizzazione più veloce. Nonostante ciò, la concentrazione di calcio è sufficientemente alta
da attivare tutto l'apparato contrattile.

Vengono mostrati a questo punto due grafici riguardanti la concentrazione di calcio.


Quello posto superiormente illustra la forza generata dalla fibra muscolare in funzione del potenziale di
membrana, misurato in mV, mentre quello sottostante illustra sempre la forza ma in funzione della
concentrazione di calcio, misurata come pCa, quindi pH ( - logaritmo della concentrazione). Il valore 7 indica
perciò che è una concentrazione di calcio di 10-7M, ovvero 0,1μM, che corrisponde alla concentrazione di
calcio di una cellula a riposo.
Aumentando sperimentalmente la
concentrazione di calcio nella fibra, si vede
che la forza inizia ad essere prodotta per una
concentrazione circa 10 volte superiore a
quella di riposo. Aumentando ulteriormente la
concentrazione a 10 μM, si ha la generazione
della forza massimale da parte della fibra.
Effettivamente durante il potenziale d'azione
si vede che la concentrazione di calcio
aumenta di circa 100 volte: quantità
sufficiente per attivare completamente
l'apparato contrattile e fare in modo che la
fibra generi il massimo valore di forza che è in
grado di generare.

Nel cuore, invece, la concentrazione di calcio


rilasciata durante una scossa semplice (non
esiste sommazione tetanica) è modulata in
modo preciso attraverso meccanismi intrinseci
ma anche estrinseci (come Sistema Nervoso
Autonomo).

L'enorme prolungamento del potenziale d'azione


nella cellula miocardica, il cosiddetto plateau, è
determinato proprio dall'apertura prolungata di
canali per il calcio di tipo L ed è questa enorme
durata a far sì che cellula non si depolarizzi e il
calcio entri per tutta la durata del plateau.
Questo determina poi la contrazione della fibra,
che ha un profilo di tempo come durata più o
meno analogo a quello del potenziale d'azione.
Questa è la ragione per cui non è possibile una
contrazione tetanica nella cellula muscolare
cardiaca.

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CICLO DEI PONTI TRASVERSI

Meccanismo attraverso cui il legame del calcio con la troponina C determina una generazione di forza che,
se la forza supera il carico applicato, determina anche un accorciamento della fibra muscolare.
A riposo, come già visto, la tropomiosina impedisce l'interazione miosina-actina, che è permessa solo
quando il calcio legandosi alla troponina C determina un dislocamento della tropomiosina dai siti attivi
dell'actina. In realtà anche se la miosina non è in grado di legarsi all'actina per la presenza della
tropomiosina, comunque l'ATPasi della miosina lega una molecola di ATP scindendola in ADP+P. La velocità
con cui questo accade è però molto lenta: l'idrolisi avviene ma l'ATPasi non è in grado di liberare i prodotti
nel citoplasma, tenendoli legati sotto forma di complesso miosina-ADP-P.
Se la miosina è in grado di interagire con l'actina, si ha il rilascio dei prodotti dell'idrolisi con conseguente
rilascio di energia libera e cambiamento conformazionale. Questo prende il nome di colpo di forza ed è tale
per cui ciascun ponte trasversale dà un orientamento a 90° e, per un movimento del collo della miosina,
cambia conformazione a circa 45°. Siccome il legame miosina-actina è estremamente forte, questo
movimento del collo fa sì che anche l'actina venga spostata lungo l'asse del filamento spesso.
Ciascun colpo di forza genera un movimento estremamente piccolo, circa di 10-12 nm, e perché ci sia un
accorciamento vero e proprio questo colpo di forza deve ripetersi più volte.

Vediamo più nel dettaglio cosa accade quando il calcio è presente nel citoplasma e attiva l'apparato
contrattile.

Nell’immagine (partendo dal


riquadro in basso a destra) viene
mostrata la presenza di un legame
actina-miosina in cui il ponte
trasverso è orientato a circa 90° e
questo legame è estremamente
forte.
La miosina lega ADP+P, perché
l'idrolisi è avvenuta, ma i prodotti
ancora non sono stati liberati.
Non appena si verifica l’interazione
actina-miosina, ADP e P vengono
liberati e si ha il cosiddetto colpo di
forza, ovvero un cambiamento
conformazionale.
Questo si svolge in realtà in due
fasi:
1. Prima (immagine 5) avviene
la liberazione di P, che libera
una certa quota di energia e
determina uno spostamento
di circa 6-8 nm per un iniziale
cambiamento
conformazionale del collo.
2. Successivamente (immagine
6) si libera anche ADP, che
genera un secondo colpo di
forza più piccolo di circa 4 nm
per uno spostamento totale
di 10-12 nm.

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Riassumendo si ha dunque una liberazione di energia chimica che determina un cambiamento
conformazionale. Questo, a sua volta, produce una variazione meccanica del filamento a causa dell’enorme
affinità esistente tra testa globulare della miosina e sito attivo dell’actina.

A determinare poi la progressione


del ciclo dei ponti trasversi è il
fatto che, una volta liberati ADP e
P, il sito per l’ATP della miosina è
libero ed esso può quindi legare
ATP non scissa.
Quando la miosina lega l’ATP non
scissa, diminuisce enormemente
la sua affinità per l’actina.
Per questo motivo si distacca da
essa, cambia rapidamente
conformazione e il collo ritorna
agli iniziali 90° permettendo al
ciclo di ricominciare.
Il filamento di actina, una volta
distaccatosi dalla miosina, non
torna indietro perché i vari ponti
acto-mosinici sono attivati in
modo asincrono. In ogni istante,
quindi, c’è un certo numero di
ponti trasversi che sono legati e
altri che si staccano e tornano
indietro.
Questa asincronicità fa sì che
filamento di actina si continui
progressivamente a spostare di
10-12 nm lungo l'asse ciclo dopo
ciclo.

Se viene a mancare ATP (in


condizioni fisiologiche questo non
avviene mai) si viene a creare il
cosiddetto rigor (o rigor mortis
nei cadaveri) per cui il sistema si
blocca nella condizione di legame
forte tra actina-miosina che non
può essere sciolto a causa dell’assenza di ATP, che diminuirebbe l'affinità del legame actina-miosina.

La velocità di questo ciclo è variabile: va dai 5 ai 50 cicli/s e dipende da due fattori.


Innanzitutto dipende dal tipo di miosina presente nel muscolo: ci sono fibre muscolari lente e rapide (dette
di tipo 1 e 2) dove cambia la velocità di scorrimento delle fibre e la differenza sta proprio nell'attività
ATPasica della miosina. Se essa è lenta, anche il ciclo sarà più lento e viceversa (ad esempio il muscolo soleo
è un muscolo lento, il muscolo gastrocnemio è rapido).
Un altro fattore che varia la velocità del ciclo è rappresentato dalla capacità di un muscolo di accorciarsi o
meno. In condizioni isometriche, ovvero quando al muscolo viene impedito l’accorciamento perché il carico
è troppo elevato rispetto alla forza che è in grado di sviluppare (il muscolo si contrae ma non riesce ad
accorciarsi), il ciclo dei ponti trasversi viene rallentato poiché impediamo al filamento sottile di scorrere sul
filamento spesso e quindi lo stacco della miosina dall’actina avviene più lentamente.

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Se invece lo scorrimento (ossia l’accorciamento) è invece reso possibile, allora la velocità con cui il ciclo
avviene è più elevata.
Questa è la ragione principale del cosiddetto effetto Fenn: il dispendio energetico di una fibra muscolare
che si accorcia è superiore al dispendio energetico di una fibra che si contrae in condizioni isometriche
(senza accorciamento). La quantità di energia in più che viene consumata dipende dal lavoro meccanico
svolto. Il lavoro è infatti il prodotto della forza per lo spostamento quindi dipende sia dall’entità
dell’accorciamento che dalla forza che deve essere sviluppata per produrre questo spostamento.
Quindi la quantità ATP scissa aumenta quando il muscolo si accorcia e dipende dal lavoro svolto rispetto ad
un muscolo che si contrae in condizioni isometriche.

Il muscolo consuma ATP e deve trasformarla in energia meccanica: si può parlare di rendimento riferendoci
alla quantità di energia chimica trasformata in meccanica o in lavoro. Se il muscolo si contrae in condizioni
isometriche, il rendimento è 0 perché c’è dispendio di energia senza nessun lavoro meccanico in atto. Un
esempio di lavoro in condizioni isometriche è quello fatto dai muscoli per contrastare la forza di gravità,
permettendoci di mantenere la posizione eretta.
Durante l'accorciamento del muscolo, invece, il rendimento al massimo si avvicina al 25%, mentre il
restante 75% dell’energia viene dissipata sotto forma di calore.
In condizioni isometriche il calore rilasciato può quindi essere visto come misura dell’energia spesa dal
muscolo. Si parla in questo caso di calore di attivazione: circa 70% di questo calore è dovuto al ciclo dei
ponti trasversi, mentre il 30% è dovuto alle pompe del calcio che lo devono ricompartimentalizzare nei
canali. Bisogna poi aggiungere il calore di accorciamento che è proporzionale al lavoro eseguito, in caso di
accorciamento del muscolo.

Esiste poi un calore di recupero: il consumo di ossigeno (e dunque la quantità di energia consumata) non
torna a 0 alla fine dell'esercizio, ma per un certo periodo di tempo risulta aumentato (la ventilazione è
aumentata) e si parla per l'appunto di calore di recupero.
Questo è dovuto al fatto che al termine di un esercizio si svolgeranno una serie di attività aerobie
necessarie per ricostituire la spesa energetica di tipo anaerobio usata inizialmente. Bisogna infatti
considerare che quando si svolge un esercizio, il nostro corpo utilizza inizialmente fosfocreatina per
ricostituire l’ATP scisso, fosfocreatina che dovrà poi essere a sua volta ricostituita, così come accade per la
riserva di ossigeno a cui l’organismo attinge durante tale sforzo. Inoltre, se l'esercizio inizia in modo
intenso, la macchina metabolica parte, ma la parte di metabolismo anaerobio è più elevata e c’è quindi una
componente di lattato prodotta che deve essere alla fine riossidata. Tutto questo viene eseguito attraverso
le attività aerobie prima citate responsabili del calore di recupero.

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BIOMECCANICA DEL MUSCOLO

Possiamo studiare la contrazione muscolare in due condizioni fondamentali:


1. Condizione isometrica: isometrica significa che la lunghezza non cambia. Con questo termine si fa
infatti riferimento a quella condizione in cui, prendendo un muscolo isolato e vincolandone le
estremità tendinee così da impedirne l’accorciamento, la stimolazione del dato muscolo provoca
una contrazione ma non un accorciamento dello stesso.
Si tratta di una condizione sperimentale, di laboratorio, ma che si verifica normalmente ogni
qualvolta il carico da sollevare è superiore alla forza che il muscolo è in grado di generare. In questo
caso c'è quindi dispendio energetico, ma non c’è lavoro meccanico.
La scossa semplice è una condizione isometrica e anche le sommazioni tetaniche sono ottenute in
queste condizioni.
2. Condizione isotonica: isotonica significa che la forza è costante. Si fa riferimento a quella
condizione in cui contraendosi il muscolo genera una forza superiore al carico applicato.
Considerando tre carichi crescenti:
Inizialmente la contrazione sarà isometrica perché ci
vuole tempo perché la tensione possa svilupparsi.
Quando il muscolo viene fatto contrarre, la tensione
aumenta progressivamente e, finché è minore del carico
applicato, ci sarà un aumento della tensione (viola
nell’immagine), ma nessun accorciamento del muscolo.
Questo accorciamento inizia quando la forza raggiunge il
carico applicato: se il carico è elevato, impiegherà più
tempo e viceversa.

Quando comincia l'accorciamento, la tensione rimane


uguale a quella del carico applicato (ecco perché definita
isotonica: senza variazioni di tensione) e la velocità con
cui il muscolo si accorcia è proporzionale al carico.
Applicando quindi un carico di bassa intensità (verde nel
grafico) la velocità è elevata (velocità che è data dalla
pendenza della retta) e, aumentando il carico, la
pendenza diminuisce. Velocità di accorciamento e carico
applicato sono quindi inversamente proporzionali.

Se la contrazione di tipo isometrico avviene ogni qualvolta applichiamo ad un muscolo una forza
che è minore al carico che abbiamo intenzione di sollevare, la condizione isotonica in realtà è un
artefatto di laboratorio: in condizioni fisiologiche normali non può avvenire in quanto nessun
movimento eseguito è infatti tale per cui il carico rimanga costante.

Consideriamo, per esempio, un oggetto tenuto in mano con l'avambraccio tenuto orizzontalmente
(angolo di 90° tra braccio e avambraccio).
Innanzitutto bisogna considerare che il muscolo bicipite si inserisce poco oltre l'articolazione, più
distalmente rispetto al centro di rotazione del gomito e rappresenta, quindi, una leva di 3° tipo
perché la forza si trova tra il fulcro e il carico.
Ciò implica che, dal punto di vista della forza che si deve generare, il muscolo è molto svantaggiato.
Se, ad esempio, la distanza fulcro-forza è di 5 cm e carico-forza di 30 cm, il rapporto è di 1:7, quindi
in queste condizioni il muscolo bicipite deve esercitare una forza 7 volte superiore al carico
applicato.

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Da un punto di vista cinematico, però, può essere vantaggioso perché una piccola variazione della
lunghezza del muscolo determina una grande variazione di spostamento della mano, nonché della
velocità con cui essa si sposta, che è elevata.

Nonostante il peso sia sempre costante, non si tratta di una condizione isotonica.
Flettendo il gomito, infatti, la forza peso (che non cambia e nell’immagine è rappresentata in verde)
viene in parte scaricata lungo l'asse del braccio, mano a mano che l'angolo diminuisce, mentre la
forza che il muscolo deve esercitare sarà la componente perpendicolare all'asse del braccio (forza
moltiplicata per il coseno dell’angolo del braccio stesso). Di conseguenza, flettendo il braccio
l'angolo articolare cambia e il carico applicato al bicipite non rimane costante: sarà massimo a 90°
per poi diminuire.
Qualunque movimento del nostro corpo implica angoli articolari ed è raro che la forza che deve
essere generata dal muscolo per generare un movimento rimanga costante.
Ciò nonostante si studiano le condizioni isotoniche perché danno delle importanti informazioni sul
comportamento biomeccanico della contrazione muscolare.

Contrazione isometrica
In condizioni isometriche la forza generata dal muscolo dipende dalla lunghezza del muscolo stesso, che a
sua volta dipende dalla lunghezza del sarcomero.
Viene mostrata un’immagine con tre grafici che si riferiscono a tre muscoli con lunghezze diverse (L1, L2,
L3). In ciascuno di essi è stata rappresentata la tensione in funzione della lunghezza: la linea rossa
corrisponde alla tensione totale, quella verde alla tensione passiva e quella blu a quella attiva.

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Applicando una contrazione tetanica massimale, si può far contrarre un muscolo vincolato alle sue
estremità tendinee. Questo vincolo può essere fatto a lunghezze diverse: stirando o contraendo a
lunghezze inferiori il muscolo. Si possono quindi individuare tre muscoli con lunghezze diverse: L1, L2, L3.
Il muscolo ha una sua elasticità intrinseca: presenta, infatti, elementi elastici in parallelo rispetto agli
elementi contrattili. Questi corrispondono principalmente al connettivo che si trova intorno alle fibre
muscolari (epimisio, perimisio, endomisio) e che, applicando una forza passiva esterna, si lascia distendere.
Se la forza viene meno, queste strutture, avendo una loro elasticità intrinseca, tendono poi a tornare in
condizioni normali.
Allungando un muscolo a riposo (L1, L2 o L3) e applicando un dinamometro su un tendine, registrerò ai capi
tendinei un aumento della tensione passiva (perché il muscolo non si sta contraendo ma è rilasciato), che
nell’immagine è rappresentata in verde.
Il muscolo viene poi fatto contrarre ad una contrazione tetanica massimale e registro i valori massimi che
può raggiungere: T1, T2 e T3.
La differenza che si registra tra la forza passiva e quella complessiva (in rosso) è dovuta alla sommazione tra
la tensione attiva sviluppata dall'apparato contrattile che si aggiunge a quella passiva dovuta allo
stiramento degli elementi elastici in parallelo.
Quindi ciò che si registra è la tensione isometrica complessiva che misuro ai capi tendinei a diverse
lunghezze iniziali del muscolo. Per sapere il valore della forza attiva generata dall’apparato contrattile si
può sottrarre dalla forza totale quella passiva.
Considerando i tre muscoli presi in esame nell’immagine, vedo che la forza passiva cambia da muscolo a
muscolo (perché alcuni hanno più o meno tessuto connettivale con fibre più o meno spesse) e questa
variazione si riflette anche sulla forza totale. Tuttavia la forza attiva, che si misura per differenza, risulta
identica in tutti i muscoli e ha una forma a campana in cui c’è una forza massima ottenuta ad una lunghezza
ottimale del muscolo e dunque dei sarcomeri. Spostandosi da questo valore massimo, sia a destra che a
sinistra, la forza attiva generata dal muscolo diminuisce sino ad arrivare a 0.
Questa tensione massima che viene raggiunta è identica in tutti i nostri muscoli ed è di circa 3 Kg/cm2. si
parla di cm2 perché bisogna normalizzare a seconda della sezione del muscolo: un muscolo più grosso
produce più forza di uno piccolo, ma la forza massima che si può produrre per 1 cm2 di sezione è sempre di
3 Kg. Un muscolo è più potente perché è più grosso.

Questa relazione tensione-lunghezza


caratteristica del muscolo è spiegata attraverso il
meccanismo della sovrapposizione tra filamenti
sottili e spessi.

- In condizioni di riposo la situazione del


sarcomero è la condizione numero 2: il
sarcomero è lungo circa 2,2-2,4 μm e c’è
una parte centrale del filamento spesso
che è una zona nuda, definita tale perché
sono assenti i ponti trasversali a causa
della disposizione coda contro coda delle
miosine.
In queste condizioni se viene fatto
contrarre il sarcomero, tutti i ponti
trasversali hanno la possibilità di
interagire con un sito attivo dell’actina
che gli sta di fronte. Questa situazione si
ha per una certa variazione del
sarcomero, fino a circa 2 μm, entro cui la
sovrapposizione è massima.

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- Aumentando la lunghezza del sarcomero, che si può ottenere stirando passivamente il muscolo (e
quindi allontanando linee Z), accade che: mano a mano che le linee Z si allontanano, un numero
sempre inferiore di ponti trasversali della miosina possono interagire con l’actina. La
concentrazione del calcio non cambia, ma siccome la forza contrattile dipende da numero di ponti
trasversi che in un determinato istante sono in grado di lavorare, la forza diminuisce fino ad una
lunghezza di circa 3,65/3,7 ovvero fino a quando i filamenti sottili e quelli spessi non sono più
sovrapposti. Questa situazione va a spiegare la parte destra del grafico (1) dove la forza è uguale a
zero perché il ciclo dei ponti trasversi non è più in grado di funzionare.
- Se invece si contrae il muscolo: sotto 2 μm si ha sovrapposizione dei filamenti sottili uno sull'altro
che interagisce con la capacità di interazione del ciclo dei ponti trasversi fino a circa 1 μm di
lunghezza, dove i filamenti sottili raggiungono il disco Z di fronte e la forza non viene più prodotta
(parte sinistra del grafico).

Contrazione isotonica
Quando la forza generata dal muscolo è
pari al carico applicato, allora si ha un
accorciamento che ha una tensione
costante e velocità costante, velocità che
dipende a sua volta dal carico applicato: se
è basso, la velocità è più elevata e
viceversa.
La forza iniziale che viene prodotta senza
accorciamento è generata per distensione
di elementi elastici passivi del muscolo
definiti in serie, elementi elastici che si
inseriscono nel tendine, il quale
rappresenta la principale sorgente
dell'elasticità passiva in serie.
I muscoli nei sarcomeri esercitano una
tensione scaricandola sul tendine, che
essendo elastico si allunga. Questo fa sì
che, anche nella fase iniziale, quando la
contrazione è isometrica, in realtà i
sarcomeri un po' si accorcino perché la
tensione generata allunga gli elementi
elastici in serie situati prevalentemente a
livello del tendine. La condizione è
isometrica per il muscolo in toto, ma i
singoli sarcomeri in realtà si contraggono
leggermente, distendendo gli elementi
elastici in serie. A causa di questa
distensione viene generata una tensione ai
capi tendinei, che, quando supera il carico
applicato, si genera una contrazione
isotonica con anche un accorciamento del
muscolo in toto.

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Da un punto di vista meccanico il muscolo, secondo un modello semplificato, può essere visto come
formato da sarcomeri che possiedono degli elementi elastici in parallelo, che stiriamo allungando
passivamente il muscolo, ed elementi elastici in serie.

Nell’immagine sottostante viene mostrato un altro esperimento che permette di vedere il funzionamento
degli elementi elastici in serie.
In questo esperimento si posizione un carico che il muscolo sarebbe in grado di spostare, ma questo
muscolo viene inizialmente tenuto bloccato. Facendolo contrarre in modo tetanico massimale in condizioni
isometriche e rimuovendo solo in un secondo momento il blocco, si vedrà che il muscolo inizia subito ad
accorciarsi.
Questo accade perché la forza sviluppata è superiore al carico applicato.

Nei grafici a lato si può vedere che inizialmente il muscolo si accorcia quasi istantaneamente.
Questo, tuttavia non è dovuto all’accorciamento dei sarcomeri, perché il ciclo dei ponti trasversi non è così
veloce, ma è in realtà dovuto alla restituzione meccanica degli elementi elastici in serie che durante la
contrazione isometrica sono stati stirati. Quando il blocco è stato tolto, è stata rilasciata l’energia
potenziale elastica accumulatasi a livello di questi elementi, determinando così l’iniziale e repentino
accorciamento.
L’ulteriore accorciamento da qui in poi procederà a velocità costante e dipenderà dal carico. In particolare
esso rappresenterà la velocità con cui l’apparato contrattile è in grado di accorciarsi.
Inoltre, l’energia spesa per un accorciamento rapido è maggiore rispetto a quella per un accorciamento più
lento.

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In condizioni isotoniche il muscolo continua ad accorciarsi, ma proseguendo nel tempo ad un certo punto la
tensione arriverà a 0 e l’accorciamento rallenterà fino a fermarsi: la velocità costante riguarda la parte
iniziale dell'accorciamento, ma ad un certo punto a parità di forza contrattile generata si ferma.

Questo avviene perché:


Considerando la curva tensione-lunghezza durante la contrazione isotonica e supponendo di partire alla
lunghezza che il muscolo ha a riposo si ha che:

1. Inizia la contrazione isometrica: il muscolo produce forza e non si accorcia.


Nel grafico questo è rappresentato tramite uno spostamento verticale, perché la lunghezza non varia
fino a che la forza non risulta uguale al carico applicato.
2. Quando la tensione generata è uguale al carico applicato si ha che: la tensione rimane costante, la
velocità inizialmente costante dipende dal carico applicato, ma la lunghezza varia. Questa
condizione nel grafico è rappresentata con uno
spostamento orizzontale.
Per la proprietà tensione-lunghezza, la
tensione che il muscolo è in grado di generare
dipende dalla lunghezza: mano a mano che il
muscolo si accorcia la tensione che l'apparato
contrattile è in grado di generare diminuisce
(curva blu). Quando la lunghezza raggiunge
quel valore per cui la tensione che può essere
generata è uguale al carico applicato, allora si
può dire che il muscolo ha raggiunto la
massima tensione che è in grado di produrre a
quella lunghezza.
Se il carico è inferiore la variazione di
lunghezza è maggiore perché la forza che deve
essere sviluppata è inferiore.
Questo spiega perché la forza si riduce mano a mano che la lunghezza del muscolo diminuisce.

La relazione velocità-forza è di tipo iperbolico. Si vede la velocità di accorciamento in funzione del carico
applicato.
P0 corrisponde alla massima forza che il muscolo è in grado di sviluppare: applicando una forza uguale a
questo valore massimo, il muscolo non può accorciarsi. Se applico 10 kg e il muscolo arriva a massimo a 10
kg non posso sollevare il carico: il muscolo si contrae ma la lunghezza non cambia, condizione isometrica.
Riducendo il carico, la forza diminuisce e la velocità con cui il muscolo si accorcia aumenta con andamento
iperbolico sino a raggiungere una velocità di accorciamento massima che si avrà quando il muscolo è
completamento scaricato.
Dunque si avrà una velocità massima
in condizione di carico 0 e una velocità
che diminuisce in modo iperbolico
quando il carico aumenta sino ad una
contrazione di tipo isometrico quando
il carico è uguale alla massima
tensione che il muscolo è in grado di
sviluppare.
Questa relazione è una proprietà
specifica del tessuto muscolare in
tutte le sue forme: scheletrico,
cardiaco e anche liscio.

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Nello scheletrico, in particolare, applicando un carico superiore alla forza che il muscolo è in grado di
generare, il muscolo non si accorcia, ma il carico tende ad allungare passivamente il muscolo. Questa viene
definita contrazione eccentrica, che si ha se il muscolo è contratto ma produce un allungamento.
In queste condizioni l'allungamento del muscolo è molto limitato: aumentando il carico applicato a quasi 2
volte la tensione massima che il muscolo è in grado di sviluppare, esso non è in grado di accorciarsi, ma,
nonostante questo, resiste bene all’allungamento. I ponti trasversi stanno infatti lavorando (il muscolo si
sta contraendo) ed è difficile riuscire a staccarli e far sì che lo scivolamento determini un allungamento del
sarcomero. Questa situazione si verifica fino a circa 2 volte la tensione massima che il sarcomero può
generare, dopo di che i ponti trasversi cedono e il sarcomero si può allungare.

Si tratta di un comportamento estremamente importante nella vita di tutti i giorni questo perché il muscolo
ha una forza massima che riesce a generare ma riesce a sopportare un carico molto superiore. Per esempio,
saltando a terra da una certa altezza, il peso scaricato sui muscoli della gamba risulta superiore alla forza
che quei muscoli sono in grado di generare. Nonostante questo, essi sono capaci di assorbire la caduta,
perché viene accumulata energia elastica sugli elementi elastici in serie, energia passiva che viene poi
restituita nel passo successivo durante la deambulazione o corsa.
Da un punto di vista energetico è una condizione favorevole e il muscolo mantiene la sua lunghezza anche
se il carico risulta superiore alla forza del muscolo stesso.

Nel grafico è inoltre illustrata in blu la potenza, che corrisponde al lavoro nell'unità di tempo e che, da un
punto di vista dimensionale, è uguale al prodotto tra la velocità e la forza.
𝑓𝑜𝑟𝑧𝑎 × 𝑠𝑝𝑜𝑠𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜
𝑃𝑜𝑡𝑒𝑛𝑧𝑎 = = 𝑓𝑜𝑟𝑧𝑎 × 𝑣𝑒𝑙𝑜𝑐𝑖𝑡à
𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜
La potenza indica quindi la capacità del muscolo scheletrico di svolgere un lavoro meccanico nell'unità di
tempo.
Esiste una forza, pari a circa 1/3 di quella massima, alla quale corrisponde una certa velocità e per la quale
la potenza che il muscolo è in grado di erogare è massima: quando la forza è circa 1/3 della forza massima.
Spostandosi da questo valore, il muscolo non lavora in condizioni ottimali.
Nei punti 0 e P0 la potenza è chiaramente uguale a zero: inizialmente perché non stiamo facendo lavoro
perché stiamo spostando il muscolo ma non il carico non c’è, secondariamente è espressa la forza massima
che il muscolo è in grado di sviluppare ma non c’è uno spostamento quindi anche in questo caso il lavoro è
zero.
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Es. quando si pedala in bicicletta c’è una velocità ottimale delle gambe per permettere un lavoro ottimale.
Quando si è in salita, la forza che deve essere prodotta aumenta e quindi si determina una diminuzione
della velocità (al contrario della discesa in cui la forza diminuisce ma la velocità delle pedalate aumenta) e
di conseguenza il lavoro sarà minore. Per ottenere un lavoro ottimale, invece, si usa il cambio ossia:
durante la salita si usa un cambio più molle per ridurre la forza e aumentare la velocità, mentre durante la
discesa si usa un cambio più duro per aumentare la forza e ridurre la velocità.

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