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Lezione n°26 del 30/03/2017

Materia: Anatomia II
Appunti di Sonia Tomasoni
Argomenti: descrizione dell’intestino crasso, cieco, sigma, retto, canale anale; conclusioni sul tubo digerente

Nella lezione precedente è stato affrontato l’intestino tenue, con la descrizione delle sue parti: tenue e
mesenteriale. Il professore ha introdotto l’intestino crasso, esponendo la sua suddivisione e l’interazione con
il peritoneo.

Intestino crasso

L’intestino crasso ha una lunghezza complessiva di 1,8 metri e viene diviso in tre porzioni che sono
l’intestino cieco, il colon, e l’intestino retto. Aprendo la cavità addominale, si può distinguere l’intestino
crasso dalle altre parti dell’intestino per la sua grandezza (il diametro infatti è maggiore) e per la sua
morfologia esterna estremamente peculiare, ovvero la presenza delle gibbosità, separate tra di loro da solchi.
Oltre a queste riconosciamo parti lisce, costituite da tre lamine nastriformi a decorso longitudinale date da
fasci di muscolatura liscia e denominate tenie. Infine il peritoneo, che riveste anteriormente il colon
ascendente e discendente e che riveste per intero il colon trasverso, è particolarmente ricco di adipe: questo
forma dei fronzoli, delle appendici di grasso che prendono il nome di appendici epiploiche. L’ultima parte
del sigma e il retto non presentano le gibbosità e le tenie.

Le tenie possono essere descritte in due modi. Innanzitutto, il tubo


digerente presenta una parete muscolare costituita da due strati: uno
strato interno circolare e uno strato esterno longitudinale. Nello
stomaco si aggiunge un terzo strato, che è quello a rete.
Secondo alcuni anatomici, a livello del colon la muscolatura esterna è
presente solo a livello della tenia, secondo altri invece questo strato
riveste tutto lo strato muscolare circolare interno ma è ispessito a
livello delle tenie. In realtà alcuni fascetti della tenia si portano
lateralmente e si fondono con la muscolare circolare. La linea di
pensiero da noi accettata è la seconda: definiamo le tenie come

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ispessimenti dello strato longitudinale esterno, che si osserva sempre anche tra una tenia e l’altra.
Internamente, le gibbosità non sono un inspessimento della parete, ma sono una sua deformazione. Se si
osserva il colon dall’interno, si vede il negativo delle gibbosità, ovvero le concavità, che prendono il nome di
Haustra. Come le gibbosità non ci sono a livello dell’ultima parte del sigma e del retto, anche gli Haustra
non sono più presenti. In realtà gli Haustra potrebbero sembrare le pieghe che si trovano a livello del
duodeno e del digiuno ma ciò non è così. Qual è la diversità tra Haustra e piega dal punto di vista
strutturale?
Il duodeno e il mesenteriale esternamente sono lisci: al loro livello la piega interessa la tonaca mucosa e la
tonaca sottomucosa e addirittura il peritoneo, ma esclude la tonaca muscolare. A livello del colon il
peritoneo, la mucosa, la sottomucosa e anche la muscolare saranno ondulate: è deformata tutta la parete.
Quando studieremo il villo intestinale, che è presente solo nell’intestino tenue, vedremo che il villo è
un’estroflessione della mucosa, tant’è che la muscolare e la sottomucosa rimangono fuori dal villo. Quindi,
per ricapitolare, villo, piega intestinale e Haustra sono concettualmente la stessa cosa, però interessano strati
diversi della parete. Mentre il villo e le pieghe del duodeno servono per aumentare la superficie assorbente,
gli Haustra servono sia per la propulsione del contenuto intestinale sia per rallentarlo. Il tratto intestinale che
arriva al colon presenta un contenuto intestinale estremamente liquido (utilizziamo l’acqua per poter
muovere il contenuto intestinale) mentre nel colon il contenuto intestinale viene deprivato dell’acqua in
quanto riassorbita. In un metro e mezzo ha quindi bisogno di pareti irregolari, dove il contenuto intestinale si
possa fermare ed essere parzialmente disidratato.

Nella parete interna del colon si possono formare dei polipi (escrescenze patologiche che originano dalla
mucosa) che, se crescono, possono occludere il colon. Se è benigno il polipo può occludere e basta, se è
maligno invece, oltre a crescere e a occluderlo, infiltra la parete portando alle conseguenze tipiche di un
tumore maligno che si espande.

Gli Haustra e le gibbosità si possono vedere in radiologia facendo ingerire al paziente una sostanza baritata
[ndr. Il professore lo definisce “pasto baritato”] ovvero una sostanza ingeribile a cui è stato aggiunto il
bario, che viene usato come mezzo di contrasto.

Descrizione di una radiografia: si vede bene il cieco, che in questo caso è solamente “verniciato” [ndr. Il
professore spiega che è un termine utilizzato dai radiologi], quindi il pasto è già transitato. Si osserva il
colon trasverso che contiene ancora il pasto baritato; nella flessura colica di sinistra e nel colon discendente

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non si vede più nulla e il sigma contiene ancora del pasto baritato. Attraverso una radiografia addominale, si
vedono bene gli Haustra.

Cieco
Il primo segmento dell’intestino
crasso, quello in continuità diretta con
l'ileo terminale, è il cieco. Il suo nome
deriva dal fatto che, per l’appunto, è a
fondo cieco.
Presenta un diametro leggermente
maggiore rispetto al colon ascendente
e il confine con quest’ultimo è la terza
gibbosità dalla valvola ileocecale
[dalla valvola, si contano dall’esterno
tre gibbosità: la terza è il limite, ndr].
Annessa al cieco c'è l'appendice
vermiforme, che ha una lunghezza di
circa 8-15 cm. L'appendice è tutta
avvolta da peritoneo e questo, una
volta che ha avvolto tutta l'appendice,
va a creare una sorta di piega che
connette l'appendice all'ultima porzione dell'ileo terminale. Questa doppia piega di peritoneo viene
chiamata mesenteriolo [ndr. il professore afferma che è termine improprio perché sarebbe sbagliato
chiamarla così: il meso collega l'organo alla parete, questo invece collega un organo all'altro organo,
sarebbe al massimo un "omenteriolo"].

Il cieco è definibile intraperitoneale o retroperitoneale? Per rispondere a questa domanda dobbiamo tenere
conto diverse possibili varianti. Nella variante da libro, quella standard, l'ultima porzione è intraperitoneale,
mentre le altre porzioni sono retro. La parte grigia nella figura sottostante indica l’area dove non è presente il
peritoneo (posteriormente) quindi i limiti di quest’area grigia rappresentano i punti di attaccatura di esso. Di
conseguenza il cieco viene definito come intraperitoneale e retroperitoneale.

Anche l'appendice vermiforme presenta delle varianti anatomiche: tra queste troviamo quella più complessa
per il chirurgo: l'appendice retrociecale, ovvero piegata dietro rispetto al cieco. Il chirurgo deve tenere conto
di questa variante anatomica, perché una volta entrato nella cavità addominale, l’appendice sembra non
essere presente, quando invece è ripiegata dietro rispetto al cieco, come spiegato in precendenza.

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Per quanto riguarda la posizione dell’appendice vermiforme,
dobbiamo considerare che ci sono tante ectopie considerate normali,
non patologiche. Ci sono soggetti che hanno il colon ascendente
molto corto e hanno l'appendice sotto le coste. Esistono anche i
rarissimi casi di sito inverso con i visceri ruotati (ci possono essere
siti inversi che riguardano solo l'intestino ma dove i vasi sono
regolari. Altresì troviamo siti inversi in cui abbiamo anche
l’inversione dei vasi e del cuore) e in questo caso l'appendice si trova
a sinistra.

Il professore spiega che l’indagine dell’appendice si esegue senza


utilizzare tecniche di imaging come per esempio, una tac. L’addome
presenta visceri molto più mobili rispetto ad altre strutture
anatomiche (il professore prende il collo come esempio) e quindi
un’operazione chirurgica all’appendice viene effettuata senza
indagini preliminari con tecniche di imaging per poterla localizzare
in quanto il chirurgo, entrato nella cavità addominale, cerca l’appendice potendo spostare i visceri.

Nella sua proiezione standard, il punto appendicolare è il


cosiddetto punto di McBurney, che si trova tracciando una
linea tra la spina iliaca anteriore superiore e l'ombelico e
identificando la metà di questa linea o in alternativa il punto di
passaggio tra il primo terzo e il secondo terzo. Queste due
definizioni riflettono la relativa ampia variabilità anatomica,
specialmente in questa regione.

Rapporti del colon


Il peritoneo si rapporta con il colon nel seguente modo: il colon ascendente è retroperitoneale, il colon
trasverso è intraperitoneale mentre il colon discendente è retroperitoneale. Questi rapporti permettono di
definire meglio i rapporti anteriori e posteriori dell’intestino crasso all’interno della cavità addominale.

I rapporti possono essere distinti in diretti, quando non c’è peritoneo nel mezzo, e indiretti, quando è
interposto il peritoneo [ndr. quando due organi sono coperti da peritoneo, sono in un rapporto indiretto]

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1. Rapporti anteriori
Il colon ascendente (con il cieco), il colon discendente e il sigma si rapportano anteriormente con la parete
addominale anteriore. Questo rapporto permette di palpare il colon sull’addome, a livello delle fosse iliache,
e di percepire l’eventuale presenza di masse tumorali o di fecalomi (cioè un ammasso di feci) come delle
masse dure.
Anteriormente il colon trasverso si rapporta con la parete addominale anteriore e, nella sua porzione sinistra,
con lo stomaco (quando questo è particolarmente pieno).
Il colon contrae rapporti mediali con l’intestino tenue e mesenteriale, contenendolo nel suo perimetro.
Infine i rapporti anteriori delle flessure coliche sono molto interessanti:
1. La flessura epatica (punto di passaggio tra colon ascendente e colon trasverso), che si trova a destra,
entra in contatto indiretto con il lobo destro del fegato;
2. La flessura splenica (punto di passaggio tra colon trasverso e colon discendente), che si trova invece
a sinistra, prende rapporti indiretti con la milza e lo stomaco.

2. Rapporti posteriori
I rapporti posteriori del colon ascendente e del colon discendente sono diretti con la parete addominale
posteriore, nella quale sono addensati [ndr. ricordarsi la fascia di Toldtz].
I rapporti posteriori delle flessure coliche sono i seguenti:
1. La flessura epatica si rapporta direttamente con il rene destro;
2. La flessura splenica prende contatti con il rene di sinistra.

Infine posteriormente il colon trasverso prende rapporti indiretti con i reni (essendo questi retroperitoneali,
mentre il trasverso è intraperitoneale), con il duodeno, passa davanti ai grossi vasi e si rapporta anche con la
flessura duodeno-digiunale.

Rapporti della flessura splenica e della flessura epatica

Sigma
L’ultima porzione del colon è rappresentata dal colon sigmoideo, chiamato anche sigma. È intraperitoneale e
può avere una lunghezza variabile che si riflette sulla variazione di lunghezza dell’intestino crasso.
Il sigma presenta un meso conformato a ventaglio chiamato, per appunto, mesosigma: ha la forma di V
capovolta, quindi con l’apice verso l’alto e l’apertura verso il basso. L’apice del meso corrisponde ai vasi
iliaci e all’uretere nel retroperitoneo. Il mesosigma presenta diverse varianti anatomiche, tutte nella norma: si

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passa da mesosigma molto corti a mesosigma lunghi, oppure si può riscontrare un meso ampio, nel caso il
sigma fosse corto.
Anteriormente il sigma si rapporta con la parete addominale anteriore. Ciò permette la sua palpazione a
livello della fossa iliaca di sinistra. Posteriormente ad esso, si trovano i vasi iliaci e l’uretere.
Inferiormente il sigma è a contatto con i visceri pelvici: con la cupola vescicale nell’uomo, con l’utero e
parzialmente con la vescica nella donna. Perciò il colon sigmoideo entra nella pelvi e, appoggiandosi allo
scavo pelvico, si appoggia a questi organi. I rapporti inferiori sono molto interessanti, specialmente nei
soggetti che presentano un sigma particolarmente lungo: infatti tumori della vescica o tumori dell’utero
possono coinvolgere anche il sigma se si trovano ad uno stadio avanzato in cui raggiungono la superficie
dell’organo. Perciò, quando si ha a che fare con tumori della vescica o dell’utero, è di fondamentale
importanza indagare anche a livello intestinale.

La vascolarizzazione e l’innervazione verranno trattati alla fine di tutto l’addome.

Retto
L’intestino retto è l’ultimo segmento del tubo digerente. È grossomodo verticale ed è lungo circa 15 cm. Ad
esso fa seguito il canale anale che ha una lunghezza variabile di 2,5-5 cm (per questa sua variabilità, è la
porzione del tratto digerente che in proporzione è più variabile). Il retto inizia a livelli della vertebra S3 e
termina con una proiezione all’apice del coccige. È un organo liscio: non presenta tenie (che si fondono nel
sigma) e Haustra.
Presenta delle curvature che spiegano la direzione posteriore del canale anale: 2 curve sul piano sagittale
(formano una S) e 3 curve sul piano frontale.

Internamente presenta delle pieghe, dette di Huston, che sono identificabili parzialmente sulla superficie
esterna. Queste pieghe sono semilunari e hanno la funzione di contenere le feci.

Il retto ha un rapporto particolare con il peritoneo. La parte superiore, quella che fa seguito al sigma, è
intraperitoneale. Dopodiché il peritoneo riveste inizialmente solo la faccia anteriore e laterale e man mano
che si porta inferiormente, riveste il retto sempre di meno finché l’ultima porzione non risulta essere
sottoperitoneale. Il peritoneo si ribatte dalla faccia anteriore del retto sulla vescica (nell’uomo) o sull’utero
(nella donna), a livello della seconda curva sagittale, formando il cavo di Douglas.
Il cavo di Douglas è la porzione più bassa, più declive della cavità addominale: se si iniettassero 5 cc di
liquido blu nella cavità peritoneale, questi si ritroverebbero qui. Qualsiasi evento che porti ad una produzione
di nuovo liquido peritoneale (quindi qualsiasi evento infiammatorio), che porti anche una forma ascitica
minima, porta sempre ad un aumento di liquido nel Douglas. Esistono tumori gastrici che hanno un grave
decorso: crescono fino alla superficie dello stomaco, iniziano a sfaldarlo, a gocciolare (è una sorta di colata
tumorale) e le cellule tumorali cadono e si raccolgono nel cavo di Douglas. Da questo punto il tumore può
infiltrare nell’utero o nel retto.

I radiologi, esaminando una TAC, indicano sempre se il cavo di Douglas è “libero” o se è presente del
liquido.

Il retto possiede rapporti anteriori, posteriori e


laterali. I rapporti anteriori sono molto semplici,
ma presentano diversità di genere:

1. Nella donna il retto ha rapporti con


l’utero
2. Nell’uomo il retto prende contatti con la
vescica. Qui il rapporto è sia diretto che
indiretto: la parte inferiore contrae
rapporti diretti, mentre la parte superiore
contrae rapporti indiretti con la vescica
quando cresce. La parete anteriore del

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retto sottoperitoneale è in rapporto diretto con la prostata.

I rapporti diretti del retto sono importanti perché utili per monitorare posteriormente lo stato della vescica,
ma anche per controllare lo stato della prostata, che è sottostante alla vescica, attraverso un’ecografia
transrettale (si osserva la ghiandola passando per il retto con una sonda lubrificata). Questa procedura non è
affatto dolorosa come si pensa: infatti la mucosa rettale non è innervata con fibre dolorifiche. È possibile
quindi fare biopsie rettali o biopsie prostatiche senza sentire nulla.

L’innervazione della mucosa del tubo digerente non comprende fibre nocicettive. Il mal di stomaco non è
dovuto quindi alla sua mucosa: in realtà il dolore deriva dall’infiammazione dello stomaco che tende il
peritoneo, il quale è particolarmente innervato. Perciò il dolore che si percepisce al fegato o alla colecisti
deriva del peritoneo che riveste questi organi.
Durante qualunque biopsia, se non si coinvolge il peritoneo, il paziente non sentirà nulla, se non la
sensazione di “qualcosa” che tira.

Posteriormente il retto ha rapporti con la parete addomino-pelvica posteriore. Lateralmente ha rapporti con la
parete addomino-pelvica laterale.

Nel sottoperitoneo si riconoscono una


fascia parietale che riveste i muscoli (la
prosecuzione della fascia trasversalis nella
pelvi) e una fascia viscerale, un
addensamento di connettivo che circonda
gli organi.
Nonostante la parte iniziale del retto sia
intraperitoneale e sia dotato di una sorta di
piccolo meso, il retto è completamente
avvolto dal mesoretto. Per mesoretto si
intende la fascia mesorettale e il
connettivo in essa contenuto. La fascia
mesorettale è una fascia connettivale,
spessa un millimetro, che circonda il retto.
La fascia e il retto non sono adesi, ma tra
di loro è presente del tessuto adiposo.
L’insieme della fascia mesorettale e del
grasso contenuto prende il nome di
mesoretto.

Anche il rene, nonostante sia retroperitoneale, presenta una fascia di addensamento non adesa alla sua
superficie.

Il mesoretto ha la funzione di isolare l’organo dall’ambiente circostante, tanto da avere una rilevanza clinica
nei casi di tumore al retto: se il tumore rimane confinato all’interno della fascia mesorettale, rimuovendo il
retto insieme al mesoretto si ha un’alta probabilità di aver eradicato tutta la neoplasia; se tuttavia il tumore
viene rilevato anche a livello della fascia mesorettale (in particolare sulla parete esterna), è molto probabile
che qualche cellula tumorale abbia infiltrato il connettivo extramesorettale, invadendo la pelvi.

In patologia, il tessuto adiposo è una delle vie preferenziali di diffusione neoplastica.

La faccia anteriore della fascia mesorettale arriva al cavo di Douglas e si fissa al peritoneo. Posteriormente il
mesoretto continua finché il retto diventa intraperitoneale.
La faccia anteriore è particolarmente robusta nel maschio (nella donna non è così rilevante) e per gli urologi
prende il nome di fascia di Denonvillier o fascia prostato-peritoneale [ndr, secondo il professore è un
termine improprio]. Questa fascia è rilevante nelle operazioni di rimozione della prostata: i fascetti inferiori
della fascia di Denonvillier si fondono nella fascia e capsula prostatica. Perciò durante l’operazione, il
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chirurgo deve necessariamente “scollare” con il dito la prostata dalla fascia per evitare di asportare anche una
porzione di mesoretto.
[ndr, togliere il mesoretto significa rendere accessibile il retto a eventuali cellule neoplastiche rimaste
eventualmente nel connettivo].

Canale anale

Il canale anale è lungo circa 2,5-5 cm e termina sboccando a livello del perineo (è il pavimento pelvico visto
dal basso).
La continenza dipende sia dagli sfinteri anali, sia dal muscolo puborettale (appartiene al pavimento pelvico),
il quale ha un andamento “a fionda” che determina la seconda curva sagittale del retto e che determina la
direzione posteriore del canale anale. Ogni perturbazione significativa di questo muscolo si accompagna ad
una possibile incontinenza.
Internamente, il canale anale presenta la tipica struttura degli organi cavi: tonaca mucosa interna, tonaca
sottomucosa, tonaca muscolare organizzata in uno strato interno circolare e in uno strato esterno
longitudinale.
Lo strato interno circolare costituisce lo sfintere interno, chiamato anche liscio. È uno strato particolarmente
ipertrofico che presenta un’innervazione autonoma.
Lo strato longitudinale, definito anche muscolo longitudinale, è esterno allo sfintere liscio. Nella sua
porzione inferiore, le sue fibre si dividono a raggiera e raggiungono diversi distretti: alcuni filamenti si
insinuano tra le fibre muscolari della porzione sottocutaneo dello sfintere esterno (di dipendenza del
pavimento pelvico), terminando a livello della cute perianale; alcuni oltrepassano lo sfintere esterno e si
perdono nel tessuto adiposo della fossa ischiorettale; altri si mescolano con le fibre dello sfintere liscio per
poi raggiungere il margine anale.
Lo sfintere esterno, chiamato anche striato, viene suddiviso in tre porzioni: profonda (adesa al muscolo
elevatore dell’ano), superficiale e sottocutanea.
A livello della tonaca sottomucosa si trova il plesso emorroidario, un plesso venoso molto ricco e sviluppato.

Le emorroidi quindi indicano il plesso venoso, tutti hanno le emorroidi, le emorroidi ectasiche invece sono
patologiche e riguardano quindi l’ectasia del plesso venoso, una sua dilatazione.

La morfologia interna del canale anale è complessa. Innanzitutto è divisa in due parti: una superiore e una
inferiore.
La porzione superiore si caratterizza per una mucosa molto lassa, fondamentale per la presenza dei plessi
emorroidari, e per la presenza di colonne, pieghe che si trovano attorno al periplo [ndr. il professore ha

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utilizzato questo termine, ma non viene menzionato sull’anatomia del Gray]. Tra queste colonne, tre sono
principali e prendono il nome di cuscinetti anali. Questi cuscinetti sono particolarmente ipertrofici perché
contribuiscono alla chiusura del canale e perché sono importanti nella patogenesi delle emorroidi.
L’unico modo per creare un cuscinetto sottomucoso è aumentare il numero di vasi sottostanti (assomigliano
ai cuscinetti esofagei). In alcune patologie il paziente può presentare emorroidi e plesso esofageo dilatato.

Le colonne terminano con una sorta di tasca a nido di rondine che prende il nome di valvola (ricorda una
miniatura delle valvole cardiache), il cui interno prende il nome di cripta. Valvole e cripte sono allineate
lungo la linea dentata o pettinata.
Al di sotto di questa linea, si trova la porzione inferiore, con una parete più liscia e divisa in due parti dal
solco intersfinterico o linea di Hilton (corrisponde al margine inferiore dello sfintere interno): la parte
superiore è più chiara e si chiama pettine, mentre la parte inferiore è più scura perché ricca di pigmenti
melanici.

La porzione superiore del canale anale fino alla linea dentata presenta una mucosa simile a quella del retto,
quindi ha un epitelio monostratificato, con la differenza però che non contiene ghiandole.
Le ghiandole anali infatti sboccano nelle cripte e si trovano al di fuori della tonaca mucosa.
Sotto la linea dentata, il pettine ha un epitelio pavimentoso pluristratificato. Al di sotto della linea di Hilton si
trova un epitelio pavimentoso pluristratificato cheratinizzato con follicoli piliferi e melanociti.
Sotto la linea dentata la mucosa è molto innervata ed è per questo motivo che una biopsia in questa sede
richiede l’anestesia.

Nell’immagine a inizio paragrafo si osserva: lo sfintere interno, la muscolatura longitudinale, il muscolo


elevatore dell’ano la cui dipendenza è lo sfintere esterno.

All’esterno del canale è presente un altro plesso emorroidario.

Le ghiandole anali si trovano nella compagine dei muscoli, dentro lo sfintere interno o appena al di fuori.
Queste ghiandole possono infettarsi, a causa di batteri, e dare origine ad un ascesso. Queste raccolte di pus
possono evolvere in fistole anali, che possono drenare secondo vie innaturali, come nel perineo, distanti dal
canale anale, oppure nello scavo sottoperitoneale.
La fistola anale è una patologia benigna vissuta malamente dal paziente, questo perché sono dolorose, si
trovano in una posizione “scomodo” (anche dal punto di vista psico-emotivo) e sono difficili da curare, tanto
da richiedere interventi anche complessi.

Conclusione sul tubo digerente


Suddivisione anatomica
Il tubo digerente può essere suddiviso in parti fisse e mobili.
Le porzioni fisse sono retroperitoneali o sottoperitoneali, mentre le mobili sono intraperitoneali.
È possibili mobilizzare chirurgicamente anche le parti fisse.

Suddivisione funzionale
Il tubo digerente può essere suddiviso in base alla funzione:
1. Conduzione: l’esofago e il canale anale hanno il compito di condurre il cibo digerito, senza
modificarne il contenuto
2. Assorbimento (è la parte più attiva funzionalmente): va dallo stomaco al retto. Lo stomaco assorbe
molti fattori vitaminici. L’intestino tenue è la porzione più attiva, mentre il colon assorbe piccole
proteine, ioni, ma prevalentemente acqua. Il retto assorbe l’acqua (la supposta si basa su questa
proprietà)

Suddivisione clinica
Il tubo digerente si può suddividere in:
1. Digerente superiore: esofago, stomaco, duodeno
2. Digerente inferiore: colon, retto e ano

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3. Digerente medio: tenue e mesenteriale

Questa suddivisione è di duplice importanza, sia per i mezzi di indagine del digerente che per la sua clinica:
1. Mezzi di indagine: il digerente superiore viene indagato con l’esofago-gastro-duodenoscopia
(volgarmente chiamata gastroscopia). Il digerente inferiore viene osservato con la colonscopia
(può raggiungere il trasverso, al massimo il discendente) e la rettoscopia. Il digerente medio è
difficile da indagare e inoltre non è raggiungibile per mezzo di endoscopie. Per questo motivo
vengono usate le PillCAM, delle videocamere poco più grosse di una pillola, programmate per
scattare delle sequenze fotografiche o per registrare brevi video.
2. Clinica: in alcune patologie il tubo digerente può sanguinare. Il sanguinamento del digerente
superiore si traduce in ematemesi, ovvero in vomito misto a sangue. Se viene interessato
l’esofago, il sangue è rosso vivo, mentre se viene interessato lo stomaco, il sangue è rossastro.
Un’emorragia del digerente inferiore porta sempre a perdite ematiche dal retto: verranno
prodotte delle feci coperte da sangue rosso vivo. Un’emorragia del digerente medio si traduce
sempre in feci scure, perché contenenti sangue digerito.
 

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