Aperte Linguistica Complete
Aperte Linguistica Complete
ll morfema è l’unità linguistica minima dotata di significato mentre i fonemi sono privi di significato e hanno
carattere distintivo
La fonematica è il settore della fonologia che studia le possibili posizioni, combinazioni e distribuzioni dei
diversi fonemi.
La fonematica studia le possibili posizioni, combinazioni e distribuzioni dei diversi fonemi e la fonetica studia
la lingua quale si fonda sulla produzione di suoni
La morfologia è il livello dell’analisi linguistica dedicato allo studio delle forme delle parole e alle modificazioni
che possono presentare per assumere funzioni e valori diversi. Essa studia come si esprimono. La fonologia è
un ramo della linguistica che studia i foni nel loro configurarsi, prescindendo dalle realizzazioni concrete.
I morfemi si suddividono in due classi: morfemi lessicali e grammaticali. I morfemi lessicali si riferiscono alle
radici, cioè elementi minimi costitutivi del lessico con la funzione di veicolare informazioni relative al significato
di un elemento linguistico (es. ros-). I morfemi grammaticali si riferiscono alle desinenze, la cui funzione è
quella di fornire indicazioni sulla natura grammaticale di un elemento linguistico (es. –a per femm. sing.).
La radice assume il significato lessicale ( ros- radice ) e la desinenza assume una o più indicazioni di carattere
grammaticale ( a- desinenza)
La morfologia è il livello dell’analisi linguistica dedicato allo studio delle forme delle parole e alle modificazioni
che possono presentare per assumere funzioni e valori diversi. Essa studia come si esprimono, La fonologia è
un ramo della linguistica che studia i foni nel loro configurarsi, prescindendo dalle realizzazioni concrete, la
fonetica studia la lingua quale si fonda sulla produzione di suoni e la fonematica studia le possibili posizioni,
combinazioni e distribuzioni dei diversi fonemi
la fonetica studia la lingua quale si fonda sulla produzione di suoni e la fonematica studia le possibili posizioni,
combinazioni e distribuzioni dei diversi fonemi
Lezione 3.
11. Descrivere e presentare esempi di consonanti tenendo conto del grado, del luogo e del modo di
articolazione.
- Dentali, se l’ostruzione è ottenuta con la punta della lingua che poggia sui denti superiori;
- Palatali, se la lingua si solleva sul palato; - Velari, se la lingua tocca il velo palatino.
Le consonanti /p/, /b/ e /m/ sono consonanti con i punti di articolazione occlusiva bilabiale
Le consonanti /t/, /d/ e /d/ sono consonanti con i punti di articolazione occlusiva dentale
- Fricative (costrittive o continue), se si ha un solo restringimento del canale che non interrompe del tutto il
flusso dell’aria;
La quantità vocalica, oltre a determinare la posizione dell’accento, aveva anche valore fonologico (es. lĭber
“libro” e līber “libero”). Col tempo, la qualità vocalica finì per sostituire la quantità. la lettura del latino
tardomedievale imponeva la posposizione dell’accento sull’ultima sillaba.
Lezione 4.
10. NŎVEM e SŌLEM come diventano nel passaggio dal latino al volgare?
Il passaggio dal latino al volgare con il grado di apertura delle vocali indicato valgono solo per le parole di
tradizione diretta come NŎVEM > nòve; AURUM > òro Ō > /o/ :SŌLEM > sóle Ŭ > /o/
vocalismo panromanzo è:Ī > /i/ : FĪLUM > filo, MĪLLE > mille Ĭ > /e/
12. FĪLUM e PĬLUM come diventano nel passaggio dal latino al volgare?
nel passaggio dal latino al volgare: Ī > /i/ : FĪLUM > filo,-- PĬLUM > pélo Ē, OE > /e/ .
Il vocalismo tonico ha fatto nelle regioni e dialetti grandi cambiamenti, da diminuire i fonemi.
nel vocalismo siciliano (Sicilia, Calabria meridionale, Salento) il sistema vocalico passa da dieci fonemi a cinque,
anche nel vocalismo sardo il sistema vocalico tonico passa da dieci fonemi a cinque.
15. TĒLAM, POĒNAM e BĔNEM come diventano nel passaggio dal latino al volgare
nel passaggio dal latino al volgare diventano: TĒLAM > téla; POĒNAM > péna Ĕ > /Ԑ/ BĔNEM > bène Ā, Ă >
/a/
16. CRŬCEM e MŪRUM come diventano nel passaggio dal latino al volgare?
nel passaggio dal latino al volgare diventano: CRŬCEM > cróce Ū > /u/ MŪRUM > muro
Lezione 5.
È un fenomeno non fiorino, quando si ha la chiusura della /e/ (Ĭ; Ē) in /i/ prima di /ʎ/ (laterale palatale), /ɲ/
(nasale palatale): FAMĬLIA(M) > fameglia > famiglia, e quando nella sillaba finale si trova una i o una u;
La presenza dell’anafonesi è caratteristica di Firenze, la fiorentinità alla base dell’italiano Presenta infatti tratti
tipici del fiorentino di quel periodo: - anafonesi: lengua> lingua, conseglio> consiglio; - chiusura e protonica in
i: defettivo> difettivo, recordo> ricordo, remettendo> rimettendo; - dittongamento di è e ò in sillaba libera,
anche dopo consonante + r: chiede, diede, siede, riede; - chiusura della e in iato: mio, Dio, io;
Lo sviluppo fonetico si ottiene la forma lingua ha la chiusura della /e/ (Ĭ) in /i/ e della /o/ (Ŭ) in /u/ davanti a un
gruppo velare: LĬNGUA(M) > lengua > lingua
Lo sviluppo fonetico della forma fungo si ottiene anche dall’elevazione di o chiusa tonica ad u dinanzi a n + g
15. Famiglia e gramigna: che cosa si osserva in queste forme?
Nelle parole famiglia e gramigna si osserva che è presente la chiusura della /e/ (Ĭ; Ē) in /i/ prima di /ʎ/ (laterale
palatale), /ɲ/ (nasale palatale): FAMĬLIA(M) > fameglia > famiglia / GRAMĬNEA(M) > gramegna > gramigna
Nelle forme lingua e fungu abbiamo una elevazione di o chiusa tonica ad u dinanzi a /n +g
17. Nel passaggio dal latino al volgare, come si spiega la forma buono?
Dal latino al volgare, la forma buono ha conosciuto ulteriori sviluppi innovativi, rispetto al vocalismo del latino
volgare. In sillaba aperta, dalla /Ԑ/ (Ĕ) e dalla /ᴐ/ (Ŏ) toniche si sono sviluppati i due dittonghi ascendenti /jԐ/ e
/wᴐ/. BŎNUM > buòno.
18. Nel passaggio dal latino al volgare, come si spiega la forma piede?
In sillaba aperta, dalla /Ԑ/ (Ĕ) e dalla /ᴐ/ (Ŏ) toniche si sono sviluppati i due dittonghi ascendenti /jԐ/ e /wᴐ/.
PĔDEM > piède. Questo è una parola de Dante. Inurbarsi ha dunque un valore dinamico e puntuale, vuol dire
‘entrare, mettere piede, in città’, o addirittura ‘entrare per la prima volta in città’.
19. Nel passaggio dal latino al volgare, come si spiega la forma dieci?
La forma dieci è un caso particolari. Presentano -i invece di -e una serie di avverbi (avanti, domani, oggi) e
alcuni numerali (dieci, undici, dodici): in questi casi, dove spesso è documentata anticamente la forma in –e,
la –i si è originata per analogia.
20. Nel passaggio dal latino al volgare, cosa non accade nella forma pecora?
Il dittongamento non è sistematico dal latino al volgare, nelle parole sdrucciole o proparossitone PĔCORA
[neutro pl. di PĔCŬS PĔCŎRIS ‘bestiame’] > pècora /ꞌpɛkora
Tra le parole popolari toscane il dittongamento non si è avuto in alcune voci proparossitone.
Lezione 6.
10. Spiegare cosa è successo alle seguenti forme latine nel passaggio al volgare: TĔRMINARE, TĒNERE
I suoni vocalici italiani in posizione atona si sono ridotti ulteriormente, da sette a cinque, venendo meno
l’opposizione aperte/chiuse. Ē > /e/ > TĒNERE > tenere Ĕ > /e/ > TĔRMINARE > terminare
11. Spiegare cosa è successo alle seguenti forme latine nel passaggio al volgare: ŎDOREM, QUANDŌ
I suoni vocalici italiani in posizione atona si sono ridotti ulteriormente, da sette a cinque, venendo meno
l’opposizione aperte/chiuse. Ŏ > /o/ > ŎDOREM > odore Ō > /o/ > QUANDŌ > quando
12. Spiegare, con degli esempi, il fenomeno della chiusura in protonia e postonia.
Il fenomeno della chiusura in protonia e postonia. In posizione protonica la /e/ (< Ĭ, Ē, Ĕ, AE) tende a chiudersi
in /i/ e anche la /o/ (< Ŏ, Ō, Ŭ, AU) passa spesso a /u/. VĬRTUTEM > virtude ŎCCIDERE > uccidere SĒCURUM >
sicuro DĔCEMBREM > dicembre AUDIRE > udire
il passaggio da AR > ER In italiano in posizione intertonica e postonica la /a/ seguita da /r/ si chiude in /e/.
MARGARITA > margherita CAMBARUM > gambero
14. Spiegare il fenomeno della labializzazione in protonia.
Prima di una consonante labiale (/p/, /b/, /m/) o labiodentale (/f/, /v/) o del nesso labiovelare /kw/, le vocali
palatali (/e/, /i/), si sono trasformate nella vocale labiale /o/ e talvolta in /u/. Si tratta di un fenomeno di
assimilazione:
DEBERE > dovere (ma nelle forme rizotoniche si ha regolarmente devo, debba)
Casi particolari. Presentano -i invece di -e una serie di avverbi (avanti, domani, oggi) e alcuni numerali (dieci,
undici, dodici): in questi casi, dove spesso è documentata anticamente la forma in –e, la –i si è originata per
analogia.
La forma DEBERE > DOVERE nelle forme rizotoniche si ha regolarmente devo, debba DEMANDARE >
domandare.
DĔCEMBREM > dicembre si ha in posizione protonica la /e/ (< Ĭ, Ē, Ĕ, AE) tende a chiudersi in /i/ e anche la /o/
(< Ŏ, Ō, Ŭ, AU) passa spesso a /u/.
per vocalismo atono si intende i suoni vocalici italiani in posizione atona si sono ridotti ulteriormente, da sette
a cinque, venendo meno l’opposizione aperte/chiuse. La maggior debolezza delle vocali atone le rende
soggette (molto più spesso che non le toniche) le variazioni dovute all’assimilazione e alla dissimilazione (cioè
all’avvicinamento o all’allontanamento, nel timbro, a un altro fono vicino)
Lezione 7.
L’aferesi risale spesso al latino volgare: è tale quella della prima sillaba, come nel caso di (AB)SENTIA > senza.
Riguarda non una vocale atona, ma una tonica la riduzione dell’aggettivo questo a ‘sto, feresi oggi diffusa nel
parlato. In italiano antico era diffusa l’aferesi della /i/ iniziale di in o prima di nasale preconsonantica: es. lo
‘nferno per l’inferno.
La sincope consiste nella caduta di uno o più foni all’ interno della parola
10. Nel passaggio dal latino al volgare, spiegare cosa succede ai nessi di consonante + L.
I nessi di consonante + L. La laterale /l/ preceduta da un’altra consonante, si palatalizza in /j/. Abbiamo così: -
/pl/ > /pi/ : PLACET > piace ; TEMPLUM > tempio - /bl/ > /bj/ : BLASIUM > Biagio ; NEB(U)LA > nebbia - /fl/ >
/fj/ : FLOREM > fiore ; SUFFLARE > soffiare - /kl/ > /kj/ : CLARUM > chiaro ; (EC)CLESIAM > chiesa - /sl/ > /skl/ >
/skj/ : SLAVUM > schiavo ; I(N)S(U)LAM > * ISCLA > Ischia - /tl/ > /kl/ > /kj/ : VET(U)LUM > *VECLU > vecchio -
/gl/ > /gj/ : GLACIEM > ghiaccia ; UNG(U)LAM > unghia - In posizione intervocalica, però, nel fiorentino quattro-
cinquecentesco, dal nesso velare+jod /gl/ si è avuto l’esito di laterale palatale /ʎ/: TEC(U)LAM > teglia;
VIG(I)LARE > vegliare
11. Descrivere l’epitesi servendosi di esempi.
L’epitesi è documentata anticamente dalla /e/ d’appoggio che si aggiungeva ai monosillabi e in genere alle
parole ossitone: piùe > più; nò(n)e > no
12. Nel passaggio dal latino al volgare, come si comportano le consonanti occlusive a inizio parola?
La presenza di uno stesso fonema nei due sistemi non implica però la sua sistematica conservazione: non tutte
le occlusive bilabiali sorde /p/ latine si sono mantenute in italiano, né tutte le occlusive dentali sonore /d/
derivano dalle /d/ latine.
Questi fenomeni consistono nella caduta di uno o più foni all’inizio della parola (aferesi), all’interno (sincope),
alla fine (apocope o troncamento). Le vocali atone sono piuttosto deboli e sono le più coinvolte in questi
fenomeni. L’aferesi risale spesso al latino volgare: è tale quella della prima sillaba, come nel caso di (AB)SENTIA
> senza.
13. Nel passaggio dal latino al volgare, come si comportano le consonanti occlusive in posizione finale o
all’interno di parola?
il passaggio da AR > ER In italiano in posizione intertonica e postonica la /a/ seguita da /r/ si chiude in /e/.
MARGARITA > margherita CAMBARUM > gambero
Prima di una consonante labiale (/p/, /b/, /m/) o labiodentale (/f/, /v/) o del nesso labiovelare /kw/, le vocali
palatali (/e/, /i/), si sono trasformate nella vocale labiale /o/ e talvolta in /u/. Si tratta di un fenomeno di
assimilazione:
DEBERE > dovere (ma nelle forme rizotoniche si ha regolarmente devo, debba)
Casi particolari. Presentano -i invece di -e una serie di avverbi (avanti, domani, oggi) e alcuni numerali (dieci,
undici, dodici): in questi casi, dove spesso è documentata anticamente la forma in –e, la –i si è originata per
analogia.
L’apocope può riguardare l’intera sillaba finale (poco > po’). Storicamente l’apocope più importante è quella
della sillaba finale in parole come VIRTUDE > virtù. L’apocope può avvenire solo nelle seguenti condizioni:
Quando la consonante che precede la vocale è laterale /l/, vibrante /r/, nasale /n/ e /m/; Quando la vocale
finale è diversa da /a/: questa può venire apocopata solo in ora, ancora, allora, suora; Quando la vocale finale
non ha valore morfologico di plurale (buon mattino ma non *buon mattini); Quando la parola non si trova alla
fine della frase
L’epentesi si realizza con l’inserimento di un fono vocalico (in genere /i/) o consonantico (spesso /v/ all’interno
di parola) per evitare uno iato o un nesso difficilmente pronunciabile: BAPTĬSMUM > battesimo;
REMEM(O)RARE > rimembrare.
17. Descrivere la prostesi servendosi di esempi.
La prostesi in italiano consiste nell’aggiunta di una /i/ alle parole che cominciano con una fricativa sorda /s/ o
sonora /z/ preconsonantiche, se precedute da “con”, “in”, “per”, o da altra parola uscente in consonante: per
ischerzo, con isdegno, in Isvizzera, per iscritto
La sincope consiste nella caduta di uno o più foni all’ interno della parola. Gli avverbi composti da aggettivi
sdruccioli in -le+ -mente oscillano con forme sincopate moderne (amichevolemente/amichevolmente);
Lezione 8.
09. Spiegare le forme AMA(V)Ī > amai e AUDĪ(V)Ī > udii e AMA(VI)MŬS > amammo e AUDI(VI)MŬS > udimmo
In italiano distinguiamo tra i verbi che presentano nella prima e nella terza persona singolare e plurale forme
rizoatone (accento sulla desinenza) e quelle che invece hanno forme rizotoniche (accento sulla radice), dette
perfetti forti. -AMA(V)Ī > amai e AUDĪ(V)Ī > udii (caduta di /w/); -AMA(VI)STI > amasti e AUDI(VI)STI > udisti
(con sincope di /wi/ e ritrazione dell’accento);
-AMAV(I)T > AMAU(T) > amò e AUDIV(I)T > AUDIU(T) > udiò > udì (per analogia con la forma precedente);
-AMA(VI)MŬS > amammo e AUDI(VI)MŬS > udimmo (probabilmente con allungamento compensativo di /m/);
-AMA(VI)STĬS > amaste e AUDI(VI)STĬS > udiste (con sincope di /wi/ e ritrazione dell’accento); AMA(VE)RŬNT
> amarono e AUDI(VE)RŬNT > udirono (con accento sulla terzultima, sincope di /we/).
10. Descrivere la formazione del futuro nel passaggio dal latino all’italiano
La formazione del futuro nel passaggio dal latino all’italiano non ebbero continuazioni nel mondo romanzo. Le
forme in -BO, -BIS, ecc. della prima e della seconda coniugazione avrebbero potuto confondersi con quelle del
perfetto o dell’imperfetto; quelle in -AM, -ES della terza e della quarta coniugazione con le forme del presente
indicativo o congiuntivo.
11. Descrivere la formazione del condizionale nel passaggio dal latino all’italiano.
La formazione del condizionale nel passaggio dal latino all’italiano presenta spesso nei paradigmi verbali
un’allomorfica tematica: la vocale del tema era spesso soggetta a cambiamenti nelle forme del perfetto o del
supino. (es. venire: vengo, vieni, venni)
L’esito dell’imperfetto nel passaggio dal latino all’italiano, si intende la forma di prima persona singolare
terminava normalmente in –a: io amava, io aveva, io sentiva. Tale desinenza era la stessa della terza singolare
e così, per distinguere meglio le due persone, nel fiorentino, già alla fine del Trecento, fu estesa alla prima la
terminazione in –o del presente: io amavo, io avevo, io sentivo. La tradizione grammaticale italiana impose la
forma in –a almeno fino all’Ottocento. Solo dopo la scelta manzoniana per l’uso fiorentino contemporaneo la
desinenza in –o si è generalizzata.
L’esito del passato remoto dal latino all’italiano, proprio dei verbi regolari derivati dalla prima e dalla quarta
coniugazione latina, possiamo ricostruire le seguenti trafile -AMA(VI)MŬS > amammo e AUDI(VI)MŬS >
udimmo (probabilmente con allungamento compensativo di /m/);
Si distingue tra i verbi che presentano nella prima e nella terza persona singolare e plurale forme rizoatone
(accento sulla desinenza) e quelle che invece hanno forme rizotoniche (accento sulla radice), dette perfetti
forti.
14. Nel passaggio dal latino all’italiano, descrivere l’esito del congiuntivo presente.
Nell’esito del congiuntivo presente dal latino all’italiano abbiamo così la desinenza in –a (< -EAM, -AM, -IAM)
per la seconda e la terza coniugazione, mentre la –i per la prima coniugazione (da – e < -EM: AMEM > ame >
ami). Nella prima e nella seconda persona plurale sono state generalizzate a tutte le coniugazioni le desinenze
–iamo (< -EAMŬS, -IAMŬS) e – iate (< -EATĬS, - IATĬS). Al posto del congiuntivo imperfetto latino (AMAREM,
VIDEREM, LEGEREM) l’italiano ha utilizzato le forme del piuccheperfetto (- ISSEM, -ISSES, ecc.), applicate però
non ai temi del perfetto ma a quelli del presente (da FECISSET non *fecesse, ma facesse).
Nel caso dei perfetti forti, spesso le forme italiane mantengono le variazioni tematiche proprie del latino (alla
prima e alle terze persone): - feci, fece, fecero (< FĒCĪ, FĒCĬT, FECĔRŬNT); - dissi, disse e dissero (< DĪXĪ, DĪXĬT,
DIXĔRŬNT). Tra i perfetti forti, molti erano sintagmatici: MISI, SCRIPSI, DIXI;
questi non solo si sono conservati (misi, scrissi, dissi), ma si sono estesi a molti altri verbi (CUCURRI > *CURSI
> corsi; LEGI > *LEXI > lessi).
16. Per le forme verbali, nel passaggio dal latino al volgare, quali sono le principali tendenze.
Nel passaggio dal latino classico al latino volgare e poi all’italiano si registra l’abbandono di una serie di tratti
flessivi, con una conseguente semplificazione del sistema.
Lezione 9.
09. Commentare il seguente testo: “se pareba boves alba pratalia araba et albo versorio teneba et negro
semen seminaba”
Testo: «se pareba boves alba pratalia araba et albo versorio teneba et negro semen seminaba». Trad.:
«Spingeva avanti i buoi arava campi bianchi e teneva un aratro bianco e seminava seme nero rendiamo grazie
a te onnipotente sempiterno».
10. Quando si collocano i testi delle origini?
I testi delle origini si collocano verso la prima metà del IX secolo e il primo decennio del XIII secolo
Dal punto di vista linguistico, le scriptae volgari, sono testi scritti che rappresentano il punto di contatto tra il
latino scritto e la lingua d’uso.
12. Latino volgare, latino plebeo e latino parlato. Fare il punto sulle definizioni.
Il latino volgare, latino plebeo e latino parlato, indicano una lingua dinamica e mutevole nel tempo, parlata
anche in zone distanti tra loro e in epoche diverse, che potremmo considerare l’equivalente del latino plebeo
di epoca repubblicana e del latino parlato di epoca imperiale.
Il latino volgare (dal latino vulgus, popolo), parlato dal popolo già in età imperiale, ha dato una spinta decisiva
alla nascita delle lingue romanze. Il latino volgare è facilmente identificabile con una norma grammaticale:
convenzionalmente l’etichetta latino volgare indica una lingua dinamica e mutevole nel tempo, parlata anche
in zone distanti tra loro e in epoche diverse, che potremmo considerare l’equivalente del latino plebeo di
epoca repubblicana e del latino parlato di epoca imperiale essenzialmente parlato, è d’uso in categorie sociali,
come tra la plebe (sermo plebeius), i soldati (sermo militaris), o gli abitanti delle province (sermo provincialis).
latino volgare era essenzialmente parlato
Le scriptae volgari sono espressioni di tradizioni culturali e locali differenti e sono caratterizzati da ibridismo
linguistico (talvolta anche con forme di francese e provenzale), da variabilità e instabilità, relativa soprattutto
alla resa grafica dei suoni volgari rispetto all’alfabeto latino e alla mancanza di una norma unica, da forte
specificità dell’elemento locale, che caratterizza le produzioni circoscrivendole a determinate realtà locali. In
sostanza, si parla di scriptae medievali caratterizzate da plurilinguismo e policentrismo. Precisiamo che, per
quel che riguarda la provenienza, questi testi hanno una distribuzione geografica su per giù localizzata nell’area
mediana, da Montecassino all’Umbria, in cui agì in particolare la cultura monastica benedettina (sec. IX-X). Più
tarda è la produzione in altre zone
L’Indovinello veronese è Il primo esempio di testo latino fortemente caratterizzato da tratti volgari che è stato
pubblicato fine VIII- inizio IX sec L’Indovinello veronese non si tratta di un testo completamente in volgare, ma
di un testo latino intriso di volgarismi: : è una testimonianza autoreferenziale dell’atto stesso di scrivere: è
stato aggiunto, insieme a un’altra breve nota in latino, su una pagina di un codice scritto in Spagna all’inizio
del VIII secolo e poi giunto a Verona
I primi mediatori linguistici sono: notai, che dovevano tradurre e riformulare di continuo da una lingua all'altra;
poi i mercanti, che di solito non conoscevano il latino ma sapevano far di conto e dovevano usare il volgare
per esigenze pratiche e di immediata utilità e infine i religiosi, che dovevano farsi comprendere da tutti,
illetterati compresi.
Lezione 10.
07. Commentare, dal punto di vista linguistico, il testo del Placito: “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki
contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti”.
Il testo del Placito: Qualche osservazione linguistica sul Placito di Capua:
1. «Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti.» (Capua,
marzo 960 d.C.)
2. «Sao cco kelle terre, per kelle fini que tebe monstrai, Pergoaldi foro, que ki contene, et trenta anni le
possette.» (Sessa, marzo 963 d.C)
3. «Kella terra, per kelle fini que bobe mostrai, sancte Marie è, et trenta anni la posset parte sancte Marie.»
(Teano, luglio 963 d. C)
Grafia: ●
Il Placito di Capua è di grandissima importanza: è il primo testo in volgare, in cui la lingua è usata in un
documento ufficiale e in maniera consapevole. Il Placito di Capua è considerato l’atto di nascita del volgare,
ed è una ‘decisione giudiziale’, stilata in questo caso a Capua nel marzo 960,. insieme ad altri documenti volgari
della stessa area (Placiti cassinesi: Sessa Aurunca e Teano, 963
«Non dicere ille secrita a bboce». Trad. «Non pronunciare le orazioni segrete a voce alta». Le note linguistiche
della seguente opera sono il raddoppiamento fonosintattico: a bboce , il betacismo da labiodentale fricativa
sonora v diventa bilabiale occlusiva sonora b (dal lat. vocem) poi c’è presenza del dimostrativo ille in funzione
di articolo e infine la forma dell'imperativo negativo (non + infinito) diversa da quella latina (ne diceas, con
congiuntivo esortativo)
10. Cosa si intende per scrittura ‘esposta’. Spiegare e portare qualche esempio.
l’Iscrizione di San Clemente e risale al XI sec e L’Iscrizione correda l’affresco raffigurante un episodio della
Passione di S. Clemente nell’omonima basilica sotterranea a Roma e descrive il dialogo di quattro personaggi
raffigurati
la Catacomba di Commodilla scritto nella prima metà del IX sec.a Roma ed è Il più antico testo in volgare e si
tratta di una breve frase incisa sulla parete come invito all’officiante.
Per Placito significa in latino piacere e può essere un opinione espressa da autorità/persona illustre; poi nel
Medioevo, il placito è un testo giuridico compilato come sentenza finale di un processo. Più in generale, era
l’assemblea generale del popolo libero: grande placitum, nel medioevo era l’assemblea per le decisioni più
importanti, convocata due o tre volte all’anno; 3infine In epoca feudale, placitum corrispondeva al tributo che
il signore esigeva dall’amministrazione della giustizia e riscuoteva due o tre volte all’anno.
Il Placito di Capua è di grandissima importanza: è il primo testo in volgare, in cui la lingua è usata in un
documento ufficiale e in maniera consapevole. Il Placito di Capua è considerato l’atto di nascita del volgare.
Lezione 11.
Lezione 12.
09. Commentare il seguente passo del Convivio “Questo sarà quello pane orzato del quale si satolleranno
migliaia, e a me soverchieranno le sporte piene. Questo sarà luce nuova, sole nuovo, lo quale surgerà là dove
l’usato tramonterà, e darà lume a coloro che sono in tenebre ed in oscuritade, per lo usato sole che a loro non
luce”.
Negli ultimi quattro capitoli del primo trattato Dante si dedica a spiegare l'amore naturale alla propria
loquela: è un vero e proprio elogio del volgare, che per questo non è certo inferiore in bellezza ai volgari
d'oltralpe e non estraneo dalla possibilità di raggiungere la perfezione del latino. Il volgare è il sole nuovo,
che si imporrà dove l’usato (il latino) tramonterà.
10. Commentare il seguente passo del Convivio “Puotesi adunque la pronta liberalitate in tre cose notare, le
quali seguitano questo volgare, e lo latino non avrebbero seguitato. La prima è dare a molti; la seconda è dare
utili cose; la terza è, senza essere domandato lo dono, dare quello”.
L’autore intende giustificare la scelta rivoluzionaria del volgare, che per la prima volta viene preferito in
prosa al latino per trattare una materia così elevata. Il problema linguistico però non è affrontato solo da
un punto di vista tecnico, ma è strettamente correlato con questioni di ordine etico e politico. La scelta
del volgare da parte dell’autore viene infatti spiegata con una virtù morale, la «liberalitate», che costituisce
la motivazione etico-politica della sua opera. Essa consiste nel fare dono delle proprie ricchezze (in questo
caso intellettuali) e si definisce in base a tre caratteristiche.
1) Il dono deve essere rivolto al maggior numero possibile di persone. A Dante non interessa parlare al
pubblico dei letterati di professione: chi tra loro non comprende l’italiano, infatti, non potrebbe trarre
alcun giovamento dal commento a canzoni in volgare; chi lo comprende, invece, è per lo più preda
dell’avarizia e, in nome di essa, prostituisce la propria cultura risultando indegno del nome di letterato.
2) Il dono deve essere utile, cioè concretamente utilizzabile da coloro ai quali è destinato. Poiché, in
definitiva, «scienza e virtù» non possono essere raggiunte da chi non possiede nobiltà d’animo, e poiché
quest’ultima si trova soprattutto in persone che comprendono solo il volgare, non usare questa lingua
sarebbe irragionevole: equivarrebbe, infatti, a sotterrare delle ricchezze che devono invece essere
utilizzate.
3) Il dono deve essere inatteso da parte di chi lo riceve. Chiunque può aspettarsi dal latino un commento
dottrinale, mentre ancora nessuno se lo aspetta dal volgare. Dante si mostra, insomma, pienamente
consapevole della rivoluzionaria novità della sua opera in prosa: il primo dono che il Convivio fa al suo
pubblico è insomma la sua stessa lingua. Una lingua che Dante sottrae a una condizione di minorità e che
uscirà dalle sue mani matura per fondare la nuova tradizione letteraria italiana.
11. Presentare il Convivio di Dante.
Il Convivio (dal latino convivium, banchetto) è un prosimetro composto da Dante a partire dal 1303: l’opera
ha lo scopo di offrire ai partecipanti del convivio (cioè i letterati, i colti) canzoni difficili -in versi - che
verranno accompagnate con commenti e spiegazioni – in prosa. Il progetto iniziale voleva la composizione
di 15 libri, ma Dante si fermò al 4. Nel Convivio Dante, pur ammettendo la superiorità del latino, giudica il
volgare una lingua accessibile a un pubblico più ampio e lo identifica come un «sole nuovo» che possa
splendere e ottenere pari dignità del latino.
12. Presentare la Vita Nuova di Dante.
Dante scrive la sua Vita Nuova tra il 1294 ed il 1295 recuperando 31 liriche scritte da lui stesso nei
precedenti dieci anni e sulle quali compie un'operazione di riordino e commento analitica, spiegandone le
cause, il significato e la struttura: un vero e proprio procedimento di critica letteraria che l’autore compie
sulle sue stesse liriche, che riporta nel testo alternandole con parti in prosa.
L’incontro con Beatrice Nei suoi 47 capitoli, la Vita Nuova racconta e ricostruisce l’amore di Dante
per Beatrice, e di come questo lo abbia trasformato ed elevato a livello spirituale. Dante vede per la prima
volta Beatrice quando all’età di nove anni, e poi di nuovo a diciotto, quando lei gli regala il suo saluto: cosa
per cui Dante ha in sogno una visione di Amore (Capp. I - IV).
Beatrice toglie il saluto a Dante Per difendere la segretezza del suo sentimento, il poeta comincia a scrivere
sonetti che dedica però ad altre donne, cosa che gli fa perdere il saluto dell’amata; una nuova visione di
Amore gli spiega che i suoi sentimenti sono troppo rozzi per quel sentimento così perfetto (Capp. V - XII).
Le lodi a Beatrice Dante, chiusosi in una dolorosa solitudine, prende quindi coscienza delle sue mancanze
e della necessità di un cambiamento, arrivando infine a capire che il raggiungimento della felicità consiste
non nel ricevere qualcosa dalla donna amata, quanto nel donarle il proprio amore cantandone le lodi:
lodare Beatrice significa lodare il sentimento d’Amore, capace di nobilitare gli animi (Capp. XIII - XXI).
La morte del padre di BeatriceDante racconta poi della morte del padre di Beatrice – è il 1289 – cui fa
seguito un’allucinazione in cui presagisce la futura morte dell’amata, di cui continua a cantare le lodi
(Capp. XXII – XXIV e XXVI-XXVII): la sola presenza di Beatrice ha effetti miracolosi, in grado di influire
beneficamente su coloro che la vedono, come viene descritto nel celebre sonetto Tanto gentile e tano
onesta pare.
La morte dell’amata La preannunciata morte di Beatrice (Cap. XXVIII) apre alla parte conclusiva
dell’opera: il dolore causato dalla perdita della donna amata è insuperabile, e nemmeno l’amore
mostratogli da un’altra donna, riescono a distogliere la mente del poeta dal ricordo di lei, che ormai
descrive come ‘beata’ (Capp. XXX - XXXIX).
L’ultima visione di Dante I capitoli finali dell’opera (XL - XLII) descrivono una Beatrice ormai accolta nella
Gloria eterna e di un’ultima visione ricevuta dal poeta che, però, non è raccontata e a cui si collega il
proposito di “dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna” e che, secondo tanta critica, presagisce
l’impresa letteraria della Commedia.
13. Cosa si intende per “lingua del sì”?
Lingua del sì è il volgare italiano.
14. La prima riflessione di Dante sul volgare dove è possibile rintracciarla?
La prima riflessione di Dante - teorico del volgare - è nel cap. XXV della Vita nuova: l’opera, scritta tra il
1293 ed il 1294, è un prosimetro (prosa+poesia) di 31 liriche (25 sonetti, 1 ballata, 5 canzoni) inserite in
una cornice narrativa di 42 capitoli.
15. Che cosa significa per Dante il volgare?
L’uso del termine, sia in qualità di sostantivo sia di aggettivo, non appartiene al latino classico, ma è proprio
della latinità medievale. Nelle opere di Dante, in particolare nel Convivio e del De Vulgari Eloquentia, il
termine volgare è usato principalmente in senso tecnico e linguistico: esso indica la lingua appresa
naturalmente da tutti, lingua della comunità letteraria, che si differenzia dal latino, considerata lingua
artificiale; la scelta della lingua materna rispetto al latino va ricollegata alla fruizione che di ques ti testi
possono fare i lettori, perché garantisce una maggiore comprensione e un allargamento del pubblico.
16. Spiegare la seguente riflessione di Tavoni: “Dante è di nuovo ‘imperiale’: quella rigenerazione dell’Italia
intorno a una nuova Curia, sul modello di quella benemerita di Federico II, che nel De vulgari eloquentia era
presentata come una prospettiva utopica, essenzialmente culturale, ora sembra diventata di colpo una
prospettiva politica reale e immediata. Ma Enrico VII vaga per l’Italia in modo inconcludente e nell’agosto 1313
muore”.
In questi anni Dante soggiorna probabilmente a Pisa, roccaforte ghibellina in Toscana, e presso i conti
Guidi, leali all’imperatore, in Casentino. Si crede che la Monarchia, il trattato che teorizza l’autonomia e
parità del potere imperiale rispetto a quello papale, sia stato scritto in questo periodo. Sempre in questo
periodo compone il Purgatorio.
17. Dopo la morte Enrico VII Dante cosa fa? Perché questo ha ripercussioni sul piano linguistico?
Dopo la morte di Enrico VII Dante abbandona definitivamente la Toscana e ripara a Verona presso
Cangrande della Scala, vicario imperiale in Italia, dove pubblica, probabilmente nel 1314, le prime due
cantiche della Commedia e si dedica alla composizione della terza. Il Paradiso, distaccato dalla passione
municipale dell’Inferno, e anche ormai da qualunque speranza politica, si estende in una dimensione
teologica che ne cambia anche profondamente la lingua.
Lezione 13.
07. La lingua del Purgatorio e del Paradiso. Illustrare, servendosi di esempi.
Squarci di linguaggio comico-realistico si aprono anche nel Purgatorio e nel Paradiso con voci anche basse
che talvolta restano degli hapax (ad esempio, bozzacchione -susina deformata e guasta- e parroffia -
parrocchia).
08. Commentare il seguente passo dal De Vulgari Eloquentia: “Nell’ambito poi degli argomenti che si
presentano come materia di poesia, dobbiamo aver la capacità di distinguere se si tratta di cantarli in forma
tragica, o comica, o elegiaca. Con tragedia vogliamo significare lo stile superiore, con commedia quello
inferiore, con elegia intendiamo lo stile degli infelici”.
Quali sono i contenuti degni del volgare? Tra questi viene fatta una suddivisione secondo la maniera in cui
possono essere trattati, ossia in forma tragica (di stile superiore), in forma comica (di stile inferiore) o in
forma elegiaca (di stile misero).
09. Commentare il seguente passo dal De Vulgari Eloquentia: “Ma occorre discutere quali siano queste cose
di massima portata […]. Perciò queste tre, vale a dire salvezza, amore e virtù, si rivelano quelle realtà auguste
che si devono trattare nei modi più altri, o cioè tali si rivelano gli argomenti che hanno più stretta relazione
con esse, come la prodezza nelle armi, l’amore ardente e la retta volontà”.
. […] E pertanto, poiché quello cui diamo il nome di illustre è il migliore di tutti i volgari, ne viene di
conseguenze che solo gli argomenti più nobili sono degni di venir trattati in tale volgare, e sono quelli che
chiamiamo, nella scala degli argomenti da trattare, i degnissimi. 7. Ma occorre discutere quali siano queste
cose di massima portata […]. Perciò queste tre, vale a dire salvezza, amore e virtù, si rivelano quelle realtà
auguste che si devono trattare nei modi più altri, o cioè tali si rivelano gli argomenti che hanno più stretta
relazione con esse, come la prodezza nelle armi, l’amore ardente e la retta volontà.
10. Commentare la seguente citazione: “«Comincia la Comedia di Dante Alighieri, fiorentino per nascita ma
non per costumi”.
Il titolo del libro è “Inizia la Commedia di Dante Alighieri, fiorentino di nascita, non di costumi”. A
chiarimento di ciò dobbiamo sapere che commedia deriva da “comos”, “villaggio”, e “oda”, cioè “canto”:
da qui commedia quasi “canto villereccio”. La commedia è un genere di narrazione poetica che differisce
da tutti gli altri. Differisce dalla tragedia riguardo al contenuto: infatti la tragedia all’inizio suscita un
sentimento di quieta ammirazione, ma nella conclusione è rivoltante e terrificante; è definita così perché
deriva da “tragos”, che è il “capro” e “oda”, come se si trattasse di un “canto del capro”, ossia disgustoso
e maleodorante appunto come un capro, come appare evidente nelle tragedie di Seneca. La commedia,
poi, propone all’inizio le difficoltà di un evento, ma lo sviluppo di questo approda a un esito felice, come
nelle commedie di Terenzio.
11. L’aggettivo divina aggiunto all’opera di Dante. Fare il punto sulla questione.
L’aggettivo divina è stato poi introdotto nel 1555 nell’edizione curata da Lodovico Dolce, riprendendola
dal Trattatello in laude di Dante di Boccaccio (epiteto riferito solo Paradiso). I manoscritti riportano il titolo
Comedia o Commedia, mentre a partire dalla metà del 1700 le edizioni hanno come titolo Divina
Commedia (G. Petrocchi ripristina il titolo dei manoscritti).
12. Come definiamo la lingua della Commedia?
Dante, più volte, nel suo viaggio ultraterreno è riconosciuto per il suo parlare toscano, precisamente il
fiorentino, il suo volgare nativo (Farinata degli Uberti si rivolge a lui con l’appellativo “O Tosco” nel canto
X). È l’opera di Dante che risulta nel suo insieme più fiorentina per fonetica, morfologia, sintassi e lessico
(Baldelli, 1978), la cui veste linguistica rispecchia fedelmente il fiorentino della di fine Duecento- inizio
Trecento (Cacciaguida parla di “questa moderna favella”). È tuttavia difficile ricostruire fedelmente
l’assetto fonomorfologico originario dal momento che non esiste l’autografo; possiamo avvicinarci,
affidandoci alla copia più prossima nel tempo e nello spazio all’autore, realizzata da Francesco di Ser Nardo
1337. Il volgare della Commedia si deve far portavoce del mondo umano e divino, della realtà più bassa e
di quella più sublime. Dante adatta dunque il registro espressivo a seconda della materia trattata,
rispettando così il principio latino della convenientia. L’escursione espressiva chiama in causa uno stile
aspro e difficile (già nella Rime Petrose) delle terzine che caratterizzano l’Inferno; terzine invece che
puntano all’ineffabile e al divino si trovano nel Paradiso. Dante utilizza tutti i registri possibili: dal dolce al
soave, all’aspro e dissonante, dal realistico al lirico. Contini definisce questa varietà della lingua dantesca
con «plurilinguismo» o «multilinguismo»: se le tre cantiche hanno un registro e una tonalità propria, il
poema si caratterizza trasversalmente nel suo insieme per una mescolanza di stili e di registri.
13. Nella Commedia quali sono i tratti tipici del fiorentino di quel tempo?
Dal punto di vista fonologico, la lingua della Commedia appare aderente al fiorentino degli ultimi decenni
del 1200. Presenta infatti tratti tipici del fiorentino di quel periodo:
- anafonesi: lengua> lingua, conseglio> consiglio;
- chiusura e protonica in i: defettivo> difettivo, recordo> ricordo, remettendo> rimettendo;
- dittongamento di è e ò in sillaba libera, anche dopo consonante + r: chiede, diede, siede, riede;
- chiusura della e in iato: mio, Dio, io;
- forme come operare, temperare, vespero in oscillazione a forme sincopate come oprare, temprare,
vespro;
- gli avverbi le + mente oscillano tra forme sincopate (naturalmente) e forme non sincopate (similemente).
In ambito morfosintattico:
- la forma sé per la 2° sing pres. Indic. di essere;
- l’uscita in -a alla 1° sing imperf. Indic. (creda, avea, sedea);
- alternanza tra -eva e -ea alla 1°-2°-3° sing. dei verbi in -ere (discendeva, pareva, sedea, volea);
- alternanza tra -e e –i per la 1° sing, imperf. Cong. (fosse, avessi);
- alternanza tra -aro/-ero/-iro (dal latino -arunt) e –arono/-irono per la 3° plur. perf. Indic. (andaro,
andarono).
- l’uso della forma lo dell’articolo maschile singolare all’inizio di frase e dopo parole terminante per
consonante (per lo nostro, per lo piacere);
- alternanza delle due forme dell’articolo determinativo maschile singolare il-‘l (usata specialmente dopo
monosillabi e/che).
La lingua di Dante non è un blocco monolitico fedele al solo fiorentino, ma è arricchito di forme provenienti
da dialetti di zone limitrofe (Pisa, Lucca, Umbria) e altre di influenza colta (latinismi, sicilianismi,
provenzalismi e francesismi). La polimorfia della lingua della Commedia si manifesta soprattutto a livello
lessicale. La componente lessicale di base fiorentina viene sfruttata da Dante in tutta la gamma delle sue
varietà, dalle forme più auliche ed elevate a quelle più basse e colloquiali.
14. La lingua dell’Inferno. Illustrare, servendosi di esempi.
Le voci basse e colloquiali si trovano in tutto il poema ma si concentrano soprattutto nell’Inferno dove
troviamo: - vocaboli di pregnante concretezza (beffa, groppa, graffiare); - voci basse e plebee, veri e propri
idiotismi fiorentini (non vidi già mai menare stregghia); - termini del linguaggio popolare e furbesco (ad
esempio nei dialoghi tra figure demoniache) - termini immondi e osceni.
15. Presentare il De Vulgari Eloquentia di Dante.
Nel De vulgari eloquentia, composto tra il 1304 e il 1306 e rimasto incompiuto, Dante prosegue la sua
riflessione sul volgare iniziata nel Convivio e utilizza come lingua del trattato il latino: i destinatari
dell’opera sono infatti i maestri di retorica, ai quali si propone il volgare come riscatto sociale. Oggetto
della discussione è la legittimazione del volgare come strumento di comunicazione letteraria di alto livello.
Dante introduce il discorso raffermandosi (libro I) sull’origine del linguaggio e delle lingue, prende in esame
la frammentazione geografica e linguistica in Europa, soffermandosi in particolare sull’area italiana e sul
volgare italiano (vulgare latium): individua l’esistenza di quattordici varietà di volgare, alcuni giudicati
peggiori (friulano, milanese, romanesco), altri più positivamente (siciliano, non quello del popolo, ma
quello usato nella scuola di Federico II; il bolognese, non quello parlato ma impiegato da poeti come
Guinizelli), nessuno dei quali può essere detto illustre. Il volgare come strumento di comunicazione
letteraria non si identifica, secondo Dante, con quello si nessuna città italiana ma appartiene a tutta l’Italia
e si caratterizza per essere: - Illustre: alto, elegante, raffinato; - Cardinale: attorno a lui – cardine/centro –
ruotano gli altri volgari; - Aulico: degno dell’aula, la reggia; - Curiale: degno della curia, il tribunale. Nel
secondo libro, del quale sono rimasti solo alcuni capitoli, Dante considera il volgare come lingua adatta
alla poesia, in particolare allo stile tragico che esige un’accurata selezione di forme e suoni: tra tutte le
forme metriche sceglie la canzone come la più eccellente, perché i suoi contenuti e i suoi temi sono i più
degni «di così grande volgare».
Lezione 14.
06. Rispetto ai neologismi nella Commedia cosa si può dire?
Dante conia alcuni neologismi, soprattutto forme verbali parasintetiche costruite col prefisso in-: - in +
aggettivi: ingrandire; - in + sostantivi: intavolare; - in + avverbi: insemprarsi (durare per sempre); - in +
numerali: incinquarsi (ripetersi per 5 volte); - in + pronomi personali e possessivi: intuarsi, inluiarsi,
inleiarsi). Altri prefissi usati da Dante per creare neologismi sono: a-, di-, dis-, tras-. L’inventività creativa
di Dante si manifesta soprattutto nei nomi propri, nell’invenzione di toponimi e antroponimi che dicono
tutto di luoghi e personaggi infernali (Malebolge)
07. Rispetto ai sicilianismi nella Commedia cosa si può dire?
Tra i sicilianismi è bene ricordare: - canoscenza; ancidere (10 volte, contro uccidere 1 sola volta); aggio
(ho) [che Dante aveva usato nelle sue prime liriche ma che aveva abbandonato nella sua fase stilnovistica];
- Condizionale -ei toscano convive con il condizionale siciliano -ia; - compaiono in rima parole come miso,
commisa, sorpriso, ripriso; - Sovra (tradizione lirica siciliana) si affianca alla forma toscana sopra.
08. Dall’Inferno al Paradiso, passando per il Purgatorio, si proponga una breve riflessione sulla lingua della
Commedia.
Il volgare della Commedia si deve far portavoce del mondo umano e divino, della realtà più bassa e di
quella più sublime. Dante adatta dunque il registro espressivo a seconda della materia trattata, rispettando
così il principio latino della convenientia. L’escursione espressiva chiama in causa uno stile aspro e difficile
(già nella Rime Petrose) delle terzine che caratterizzano l’Inferno; terzine invece che puntano all’ineffabile
e al divino si trovano nel Paradiso. Dante utilizza tutti i registri possibili: dal dolce al soave, all’aspro e
dissonante, dal realistico al lirico. Contini definisce questa varietà della lingua dantesca con
«plurilinguismo» o «multilinguismo»: se le tre cantiche hanno un registro e una tonalità propria, il poema
si caratterizza trasversalmente nel suo insieme per una mescolanza di stili e di registri.
La lingua della Commedia, specialmente nel Paradiso non è dimessa e umile, anzi raggiunge livelli molto
alti.
09. Rispetto ai dialettalismi nella Commedia cosa si può dire?
Si è discusso a lungo sulla presenza di dialettalismi della Commedia: alcuni sono stati introdotti
intenzionalmente da Dante a fini mimetici e espressivi, altri invece sono considerate forme usate in alcune
aree della Toscana ma di provenienza franco-provenzale o settentrionale (ad esempio, co per capo è
considerato un settentrionalismo, in realtà diffuso anche in alcune aree periferiche toscane)
10. Rispetto ai gallicismi presenti nella Commedia cosa si può dire?
Veniamo ai gallicismi: sono numerosi nei passi in cui viene trattata una materia alta e complessa, per
questo sono frequenti nel Paradiso e limitati numericamente nelle altre due cantiche. Su 23 occorrenze di
suffissati in –anza, infatti, 17 si trovano nel Paradiso; le 2 occorrenze nell’Inferno sono usate in un passo
di tono alto in cui si discute della sorte delle anime del Limbo. Sono gallicismi: cangiare, augello, noia,
noiare, gioia, visaggio (viso). Bolgia è un gallicismo derivato dall’antico francese col significato di
borsa/sacca, ma Dante lo usa col significato di fossa.
11. Nella Commedia si registrano oscillazioni tra forme latineggianti e forme popolari. Fare il punto, servendosi
di esempi.
Nella Commedia si registrano oscillazioni tra forme latineggianti e forme popolari: • la forma latineggiante
è preferita a quella popolare per nobilitare il linguaggio (usa la forma latineggiante lauro preferendola al
più popolare alloro); • la forma latineggiante è preferita a quella popolare quando il termine viene caricato
di un significato simbolico (arbore e non il popolare albero per intendere l’albero del girone dei golosi o
l’albero del Paradiso terrestre); • la forma latineggiante è preferita a quella popolare quando rimanda al
significato etimologico del termine (Dante usa labore che suggerisce l’idea di fatica, propria dell’etimo
latino, e non la forma popolare lavoro).
12. Rispetto alle voci tecniche e scientifiche nella Commedia cosa si può dire?
Nel lessico dantesco ci sono molte voci tecniche e scientifiche, per lo più costituite da cultismi. Abbondanti
sono le voci scientifiche prestate dall’astronomia, dalla matematica, dalla perspettiva (ottica + scienza
prospettica), dalla geometria (caduta: è un termine proprio della geometria e sta a indicare il punto di
intersezione dell’altezza con la base), dalla medicina (accanto a voci culte, ci sono voci popolari e basse
come pancia, gozzo, ascella, tigna e rogna), dall’anatomia (effetti di violento realismo espressivo
nell’Inferno con parole come corata - insieme di viscere, minugia -budellae sacco - stomaco), dalla musica,
dalla tessitura (aggueffarsi - ammatassarsi, fare matassa, perso e sanguigno, termini usati per indicare due
stoffe dal colore scuro e rosso sangue). Attraverso la costruzione di un impianto linguistico studiato e
giustapposto alla materia narrativa, Dante riesce a raccontare un’esperienza al di là dell’umana coscienza
difficile da dichiarare diversamente.
13. Perché la Commedia è per noi così importante? Perché si parla di eredità di Dante? Si illustri brevemente.
Abbiamo visto come a tutti gli effetti la lingua della Commedia è «una lingua che crea e definisce la realtà».
Non si insisterà infatti mai abbastanza sull’importanza della scelta linguistica che ha fatto Dante, nel
decidere di scrivere la propria opera più importante, la Commedia, in volgare, in un’epoca in cui la lingua
della scrittura, dell’insegnamento, della cultura, era ancora il latino. Abbiamo avuto prova che la scelta di
Dante di scrivere in volgare è assolutamente rivoluzionaria, che rende evidenti per la prima volta le
potenzialità di questa lingua, dimostrando così che essa è ormai matura e capace di dare voce a ogni realtà.
La Divina Commedia contiene già nel suo vocabolario circa 7000 parole (unità lessicali o lessemi) che oggi
usiamo. In particolare, se restringiamo il campo alle circa 2000 parole a più alta frequenza che
costituiscono il vocabolario fondamentale dell’italiano di oggi, è stato osservato che quasi l’90% di esse
erano già in uso nella lingua delle Origini e grazie al contribuito di Dante si sono mantenute fino a noi. È
stato Dante a garantirne la sopravvivenza. Le parole presenti nella Commedia hanno un tasso di
sopravvivenza due volte e mezzo superiore rispetto al restante lessico delle origini.
Lezione 15
10. Cos’è un sonetto?
è una struttura metrica di origine italiana, apparsa per la prima volta nel XIII fra i poeti della scuola siciliana. È
composto da 14 endecasillabi, distribuiti in due quartine (generalmente i versi sono legati da rima alternata
ABA o incrociata ABBA) e due terzine (generalmente i versi sono legati da rima alternata o replicata (CDC -
CDC).
11. Dal punto di vista grafico, quali sono le abitudini scrittorie di Petrarca?
Dal punto di vista grafico le abitudini di Petrarca si possono così riassumere: • Il digramma ch davanti a a,
o, u (cerchando); • L’esito della sibilante palatale sorda [ʃ] con il trigramma sci (basciale, basciar); • La
conservazione dell’h etimologica latina (trahendo, honorato); • La conservazione del gruppo ph ad inizio
e centro parola (philosophia, triumpho); • La grafia etimologica ti-ci (gratia, letitia, eloquentia); • Il sistema
dei segni di interpunzione si riduce a pochi elementi, con valore diverso da quello moderno (tra cui punto,
sbarro obliqua, punto esclamativo)
12. La lingua del Canzoniere di Petrarca: illustrare, fornendo esempi.
Il lavoro linguistico di Petrarca per il Canzoniere è frutto di un raffinatissimo processo di selezione, riordino,
rielaborazione di rime, il cui unico motivo ispiratore fu l’amore non corrisposto di Laura, e l’obiettivo
principe quello di realizzare un libro perfetto fatto di versi perfetti. Petrarca è un vero «ingegnere delle
parole»: • Evita le ripetizioni a distanza troppo ravvicinata; • Attribuisce alle parole la possibilità di evocare
altro: - lauro, alloro, vale come maschile di Laura; - l’aura, come soffio-brezza; - l’auro, variante
latineggiante di oro, e derivati aureo, aurea, aurato, aurata; • Associa le parole in combinazioni diverse; •
Crea movimenti tra le parole in una sintassi apparentemente lineare; • Dà ritmo al verso con artifici
metrici. La lingua di Petrarca si condiziona per la sua antiquotidianità: non esistono rimandi e riferimenti
a oggetti e dati che rinviano al mondo di tutti i giorni, ogni riferimento al reale scompare. Ad esempio, nel
celebre sonetto 90 «Erano i capei d’oro a l’aura sparsi», il poeta non nomina Laura, ma la evoca attraverso
la parola eco aura: tutto è quindi privo di materialità, tutto demandato ad altra realtà divina, il vocabolo
puntuale (nome comune o nome proprio) è evitato. La lingua di Petrarca, pur selezionata e ridotta,
accoglie un buon numero di varianti canonizzando un polimorfismo che si esprime con la presenza di forma
latineggianti, siciliane, provenzali, e altre che rinviano, non al fiorentino della metà del Trecento, ma ad
altri dialetti toscani (pisano, lucchese).
13. Cos’è il Rerum vulgarium fragmenta: presentare brevemente.
Rerum vulgarium fragmenta è il titolo che Petrarca ha dato alla raccolta delle sue rime in volgare (lavoro
che lo tenne occupato dal 1335 al 1374). Il titolo vulgato Canzoniere cominciò a circolare nel Quattrocento
e ufficialmente apparve in un’edizione a stampa di Bologna del 1516. È costruito da 366 componimenti
(frammenti, unità poetiche), tra cui 317 sonetti e 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate, 4 madrigali: • 366 sono
i giorni dell’anno bisestile 1348, quando morì Laura; • 365+1 (365 componimenti, uno per ogni giorno di
qualsiasi anno, + 1 introduttivo).
14. Perché definiamo Petrarca ‘ingegnere delle parole’?
Petrarca è un vero «ingegnere delle parole»: • Evita le ripetizioni a distanza troppo ravvicinata; •
Attribuisce alle parole la possibilità di evocare altro: - lauro, alloro, vale come maschile di Laura; - l’aura,
come soffio-brezza; - l’auro, variante latineggiante di oro, e derivati aureo, aurea, aurato, aurata; • Associa
le parole in combinazioni diverse; • Crea movimenti tra le parole in una sintassi apparentemente lineare;
• Dà ritmo al verso con artifici metrici.
15. Cos’è il Codice degli Abbozzi?
Rispetto alla Commedia, del Canzoniere possediamo un manoscritto autografo (Vaticano Latino 3196,
conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana): gli studiosi lo chiamano convenzionalmente Codice degli
Abbozzi perché raccoglie appunti, brutte copie, postille e annotazioni di testi non conclusi dell’autore.
16. Qual è il testo di riferimento per le edizioni moderne del Canzoniere?
Il testo di riferimento per tutte le edizioni moderne è il Vaticano Latino 3195 (Biblioteca Vaticana) che
testimonia l’ultima volontà dell’autore e raccoglie le rime definitive: la trascrizione è solo in parte
autografa perché Petrarca l’affidò al copista Malpaghini, il quale dopo aver copiato la prima parte lasciò
l’incarico e vi subentrò lo stesso Petrarca.
17. Cos’è una canzone?
Canzone: è la forma più illustre della tradizione lirica italiana. Subì fra il XIIIXIV numerose trasformazioni,
fino ad assumere la sua forma esemplare per opera di Francesco Petrarca. È composta da un numero
variabile di versi organizzati in strofe (stanze), il cui numero può variare da cinque a sette. Ogni stanza si
compone di due parti: la fronte, a sua volta divisa in due piedi (nella canzone petrarchesca è costituita da
due piedi di tre versi ciascuno); la sirma (o coda), che può essere indivisa o dividersi in due volte. Fronte e
sirma sono legate dalla diesi.
18. Dal punto di vista fonetico, cosa osserviamo nella lingua di Petrarca?
Tra i tratti fonetici si osservano (continuità con la lingua dantesca): • L’anafonesi di lingua, consiglio (non
lengua, conseglio): è tratto generalizzato. • Il dittongamento di è e ò toniche in sillaba aperta (viene,
uom); • Chiusura della e in iato (io, mio); • Passaggio da -ar protonico a -er nei futuri e condizionali della
prima coniugazione (canterai, canterei); • Oscillazione negli avverbi in -mente da aggettivi sdruccioli in -
le, tra le forme sincopate e non (similemente, similmente).
Lezione 16.
06. Nella lingua di Boccaccio si osserva una polimorfia. Commentare questa definizione, servendosi di esempi.
La polimorfia della lingua del Decameron si osserva nei latinismi (fraude, laude, sepulto, tribulazione), nelle
forme certaldesi (sete e non siete) o appartenenti all’area toscana occidentale (miga avverbio, con
occlusiva sonora), negli sporadici arcaismi dei perfetti in -io (sentio). Generalmente Boccaccio usa latinismi
e grecismi in scene solenni, provenzalismi in contesti cortesi, francesismi nelle novelle a carattere
cavalleresco.
07. Presentare la tradizione manoscritta del Decameron.
Tradizione manoscritta, 3 fasi redazionali: - Laurenziano XLII, redatto in fiorentino da Francesco Mannelli;
- Codice Hamilton 90, 1370-1372 (Berlino) > autografo
- Ms. Parigino Italiano (1360), redatto da Capponi > non copista di professione, ma per “passione”.
Il Decameron è stato oggetto di due fasi redazionali, la prima documentata dal Parigino-italiano e la
seconda documentata con l’autografo del manoscritto Hamilton.
08. La lingua del Decameron: illustrare i tratti principali.
La lingua del Decameron è coerente con la fisionomia del fiorentino volgare della seconda metà del
Trecento, ma Boccaccio, combinando in modi diversi situazioni relativamente poco numerose, gioca sulla
varietà dello sviluppo narrativo attraverso un’articolazione linguistica che coinvolge personaggi e
narratori. Il testo che usiamo come riferimento è l’edizione normatizzata da Branca, partendo dalla
trascrizione semidiplomatico-interpretativa di Singleton del codice Hamilton 90. La polimorfia della lingua
del Decameron si osserva nei latinismi (fraude, laude, sepulto, tribulazione), nelle forme certaldesi (sete e
non siete) o appartenenti all’area toscana occidentale (miga avverbio, con occlusiva sonora), negli
sporadici arcaismi dei perfetti in -io (sentio). Generalmente Boccaccio usa latinismi e grecismi in scene
solenni, provenzalismi in contesti cortesi, francesismi nelle novelle a carattere cavalleresco.
09. In cosa le parti dialogate del Decameron differiscono dal resto del testo?
Nel Decameron il linguaggio e le forme narrative aderiscono di volta in volta al contenuto, cioè variano a
seconda del tema trattato (tragico, comico, realistico), delle caratteristiche dei personaggi, degli ambienti
e delle situazioni. Proprio attraverso la varietà di registri e di intonazioni, Boccaccio raggiunge
quell’eleganza formale, fatta di armonia e di misura, che è stata lo scopo di tutta la sua ricerca stilistica e
dell’attività di prosatore. Il linguaggio, in particolare, rispecchia non solo l’argomento, ma anche la
condizione sociale e la provenienza geografica dei protagonisti, perciò comprende parole dialettali
provenienti dalle varie regioni d’Italia o derivate dal latino, dal greco, dal francese, dal provenzale, quando
le storie sono ambientate in quei luoghi; altri termini sono propri dell’attività mercantile, dell’agricoltura,
del diritto, della Chiesa; ricorrono infine, in gran numero, le battute, i motti, i doppi sensi, presi dalla lingua
popolare parlata o creati dallo stesso Boccaccio.
10. Presentare e commentare il seguente passo tratto dal Decameron: “io intendo di raccontare cento novelle,
o favole o parabole o istorie che dire le vogliamo, raccontate in diece giorni da una onesta brigata di sette
donne e di tre giovani nel pistilenzioso tempo della passata mortalitá fatta, ed alcune canzonette dalle
predette donne cantate al lor diletto. Nelle quali novelle, piacevoli ed aspri casi d’amore ed altri fortunosi
avvenimenti si vedranno cosí ne’ moderni tempi avvenuti come negli antichi; delle quali le giá dette donne che
quelle leggeranno, parimente diletto delle sollazzevoli cose in quelle mostrate ed utile consiglio potranno
pigliare, e conoscere quello che sia da fuggire e che sia similmente da seguitare: le quali cose senza
passamento di noia non credo che possano intervenire”.
Ragioniamo sul concetto di novella. Boccaccio è il padre della novella, genere che ne racchiude molti altri
(vidas, lirica, fabliau, epica), e pur nel recupero di temi e idee medievali, si dimostra moderno. La sua
modernità sta nel concepire racconti di varia specie e organizzarli in 100 novelle, che nascono nel solco
della letteratura mezzana aperto dalle opere precedenti (Bruni, 1990). Identifichiamo con letteratura
mezzana una duplice idea di cultura: - si rivolge a un pubblico femminile, con temi amorosi e mai volgari,
che possano suscitare diletto e riflessione (v. citazione); - ha ben solidi modelli dotti di letteratura (Virgilio,
Stazio, Lucano). Con questa tecnica, Boccaccio dimostra di poter abbattere l’edificio medievale, qui
«canzonato» e oggetto dell’infiacchirsi della coscienza, per affermare un’era nuova contrassegnata da
raffinatezza, che rovesci dall’interno la tradizione letteraria per rinnovarla. È la commedia umana della
nuova classe dirigente, portavoce di valori nuovi (operosità, fortuna e ingegno), un’epopea unitaria non
meno incisiva della tradizione cavalleresca: è l’epopea dell’età in cui la vita cavalleresca e feudale si
incontra con la vita delle arti e delle compagnie, fino a spingersi al di qua delle fantasie picaresche, per
questo impone una riflessione linguistica ben studiata; infatti la letteratura mezzana impone uno stile
mezzano, conveniente alla qualità e al mondo dei personaggi, conquistando uno spazio lontano dal
sublime e dall’osceno, dispiegato e articolato in situazioni linguistiche diverse e accessibili ai lettori meno
colti.
11. Cosa si intende per novella?
Ragioniamo sul concetto di novella. Boccaccio è il padre della novella, genere che ne racchiude molti altri
(vidas, lirica, fabliau, epica), e pur nel recupero di temi e idee medievali, si dimostra moderno. La sua
modernità sta nel concepire racconti di varia specie e organizzarli in 100 novelle, che nascono nel solco
della letteratura mezzana aperto dalle opere precedenti (Bruni, 1990). Identifichiamo con letteratura
mezzana una duplice idea di cultura: - si rivolge a un pubblico femminile, con temi amorosi e mai volgari,
che possano suscitare diletto e riflessione (v. citazione); - ha ben solidi modelli dotti di letteratura (Virgilio,
Stazio, Lucano). Con questa tecnica, Boccaccio dimostra di poter abbattere l’edificio medievale, qui
«canzonato» e oggetto dell’infiacchirsi della coscienza, per affermare un’era nuova contrassegnata da
raffinatezza, che rovesci dall’interno la tradizione letteraria per rinnovarla. È la commedia umana della
nuova classe dirigente, portavoce di valori nuovi (operosità, fortuna e ingegno), un’epopea unitaria non
meno incisiva della tradizione cavalleresca: è l’epopea dell’età in cui la vita cavalleresca e feudale si
incontra con la vita delle arti e delle compagnie, fino a spingersi al di qua delle fantasie picaresche, per
questo impone una riflessione linguistica ben studiata; infatti la letteratura mezzana impone uno stile
mezzano, conveniente alla qualità e al mondo dei personaggi, conquistando uno spazio lontano dal
sublime e dall’osceno, dispiegato e articolato in situazioni linguistiche diverse e accessibili ai lettori meno
colti. Per questo, è opportuno riflettere sulla varietà della lingua di Boccaccio: il fiorentino del Decameron
è adatto ad accogliere parole latine, provenzali, della tradizione letteraria, per stabilizzarsi come degna
rappresentazione di una lingua appartenente non più ad un comune, ma ad uno stato territoriale in via di
formazione. È un fiorentino ancorato alla contemporaneità, che non disdegna la tradizione.
12. Commentare la seguente definizione sulla lingua del Decameron: “È un fiorentino ancorato alla
contemporaneità, che non disdegna la tradizione”.
È la commedia umana della nuova classe dirigente, portavoce di valori nuovi (operosità, fortuna e
ingegno), un’epopea unitaria non meno incisiva della tradizione cavalleresca: è l’epopea dell’età in cui la
vita cavalleresca e feudale si incontra con la vita delle arti e delle compagnie, fino a spingersi al di qua delle
fantasie picaresche, per questo impone una riflessione linguistica ben studiata; infatti la letteratura
mezzana impone uno stile mezzano, conveniente alla qualità e al mondo dei personaggi, conquistando
uno spazio lontano dal sublime e dall’osceno, dispiegato e articolato in situazioni linguistiche diverse e
accessibili ai lettori meno colti. Per questo, è opportuno riflettere sulla varietà della lingua di Boccaccio: il
fiorentino del Decameron è adatto ad accogliere parole latine, provenzali, della tradizione letteraria, per
stabilizzarsi come degna rappresentazione di una lingua appartenente non più ad un comune, ma ad uno
stato territoriale in via di formazione. È un fiorentino ancorato alla contemporaneità, che non disdegna la
tradizione. Il Decameron è il primo risultato di altissimo livello della prosa: la prosa di Boccaccio vuole
rappresentare la realtà, esplorare gli eventi in una serie indefinita di soluzioni per un numero limitato di
caratteri; si serve di strumenti stilistici utili al suo scopo come la variatio e la convenientia latine (temi
diversi per diversi registri), con dialoghi, battute tipiche del parlato, conversazioni quotidiane alternato a
momenti in cui lo stile si fa alto, elevato e nobile. La lingua del Decameron è coerente con la fisionomia
del fiorentin volgare della seconda metà del Trecento, ma Boccaccio, combinando in modi diversi
situazioni relativamente poco numerose, gioca sulla varietà dello sviluppo narrativo attraverso
un’articolazione linguistica che coinvolge personaggi e narratori.
13. Che cos’è codice Hamilton 90?
Il cosiddetto Hamilton 90, oggi conservato alla Staatsbibliotheck di Berlino, è uno dei codici più importanti
per la ricostruzione del testo del Decameron perché è una copia su cui lavora Boccaccio stesso negli ultimi
anni di vita.
Lezione 17.
09. Delle principali posizioni che animano la questione della lingua nel Cinquecento, cosa propone la soluzione
fiorentinista?
A) soluzione bembesca o fiorentinista arcaicizzante: promozione del Petrarca lirico e del Boccaccio
prosatore a modelli dello scrivere in volgare, rendendo dunque esemplare la letteratura fiorentina del
Trecento. I principi grammaticali della teoria di Bembo sono esposti in forma asistematica – come si confà
a un’opera dialogica – nel terzo e ultimo libro delle Prose della volgar lingua. La cesura con le esperienze
ibride quattrocentesche è netta (si pensi ai latinismi e localismi che caratterizzavano la lingua delle
cancellerie), così come è netto il rifiuto della mescidanza di fiorentino aureo e argenteo.
B) soluzione fiorentinista modernista o toscanista dell'uso vivente: riconoscimento del fiorentino vivo
coevo (cinquecentesco) come lingua di dignità letteraria; secondo tale teoria, i fiorentini sarebbero stati
dunque i naturali portatori della lingua da imitare. Bembo obiettò che proprio la maggior naturalezza
nascondeva il rischio di una contaminazione con gli elementi orali e popolari della lingua: campi
contrapposti lingua, rischio da cui i non toscani erano più facilmente immuni, visto che studiavano il
volgare come lingua libresca, idioma.
10. Delle principali posizioni che animano la questione della lingua nel Cinquecento, cosa propone la soluzione
italianista?
esposta da Gian Giorgio Trissino nel dialogo Il castellano e nella traduzione del De vulgari eloquentia di
Dante, la tesi italianista mira a una lingua italiana sovraregionale, slegata dalla concreta situazione delle
corti (da cui trae invece origine la teoria cortigiana). La teoria di Trissino apre la strada ai sostenitori della
legittimità del contributo regionale al lessico, cioè a coloro che avrebbero voluto aprire la lingua letteraria
a parole non toscane, dando dunque dignità letteraria anche agli altri volgari italiani.
11. In che modo la frammentazione italiana statale influisce sulle questioni letterarie e linguistiche?
Alla frammentazione e al particolarismo politico che caratterizzano la Penisola nell’epoca delle guerre
d’Italia (1494-1559) fa da contraltare un forte desiderio di unificazione linguistico-letteraria, favorito anche
dalla concomitante diffusione della stampa, che rende urgente e non più differibile la questione dell’unità
della lingua. In questo gli intellettuali avvertono l’esigenza di cercare una lingua che possa dirsi finalmente
comune e di trovare un’identità letteraria e linguistica, come elemento distintivo e caratterizzante. Lo
scopo è quello di superare la frammentazione linguistica, caratteristica delle esperienze quattrocentesca,
con una lingua che abbia carattere definiti. Definire però in maniera univoca i tratti di questa lingua implica
inevitabilmente scelte e impostazioni culturali tra loro anche molto diverse. Per questo nascono fin dai
primissimi anni del secolo dibattiti e conflitti piuttosto vivaci e spumeggianti tra le varie posizioni. Nella
ricerca di una lingua gli intellettuali avanzano riflessioni, problematiche e teorie: è opportuno non
dimenticare che la questione della lingua va considerata nella sua importanza letteraria e sociale, e nel
suo essere costituisce parte rilevante dell’intera storia nazionale (non solo di quella linguistica), per quel
che riguarda le idee sulla lingua, le politiche scolastiche, oltre che per le scelte di intellettuali e scrittori
messe in atto per fini d’arte. In generale comunque la definizione di questione della lingua si applica a un
dibattito teorico, che raggiunge la pienezza proprio nel Cinquecento.
12. Commentare la seguente affermazione di Marazzini: “la sua posizione è quella di un gigante solitario,
mentre la questione della lingua, per essere tale, richiede un dibattito, la cui pienezza si raggiunse appunto
nel primo Cinquecento, secolo che, assieme all’Ottocento, rappresenta il momento culminante di queste
discussioni”. A chi si riferisce? Cosa ci dice?
in Italia il dibattito si è caratterizzato per la maggior durata e per la speciale vitalità, almeno a partire dal
Cinquecento. Quanto alla data di inizio, può esser giudicato discutibile l’inserimento nella questione della
lingua delle teorie di Dante esposte nel De vulgari eloquentia, non per la pertinenza dei contenuti,
innegabile, ma per la semplice ragione che l’opera non suscitò un dibattito, in quanto non risulta abbia
avuto interlocutori, almeno fino al XVI secolo. Quanto alle discussioni tra umanisti a proposito dell’origine
del volgare e delle sue eventuali possibilità di miglioramento qualitativo (Umanesimo e Rinascimento),
esse possono forse essere assunte come punto di avvio della questione della lingua, perché vertono sul
confronto tra italiano e latino, quindi segnano la prima definizione delle qualità che si richiedono al volgare
per raggiungere la perfezione. Anche Dante aveva confrontato volgare e latino, soppesando i vantaggi
dell’uno e dell’altro, ma, come si è detto, la sua posizione è quella di un gigante solitario, mentre la
questione della lingua, per essere tale, richiede un dibattito, la cui pienezza si raggiunse appunto nel primo
Cinquecento, secolo che, assieme all’Ottocento, rappresenta il momento culminante di queste discussioni.
13. Cosa si intende per questione della lingua?
In generale la definizione di questione della lingua si applica a un dibattito teorico, che raggiunge la
pienezza proprio nel Cinquecento. Alla frammentazione e al particolarismo politico che caratterizzano la
Penisola nell’epoca delle guerre d’Italia (1494-1559) fa da contraltare un forte desiderio di unificazione
linguistico-letteraria, favorito anche dalla concomitante diffusione della stampa, che rende urgente e non
più differibile la questione dell’unità della lingua. In questo gli intellettuali avvertono l’esigenza di cercare
una lingua che possa dirsi finalmente comune e di trovare un’identità letteraria e linguistica, come
elemento distintivo e caratterizzante. Lo scopo è quello di superare la frammentazione linguistica,
caratteristica delle esperienze quattrocentesca, con una lingua che abbia carattere definiti. Definire però
in maniera univoca i tratti di questa lingua implica inevitabilmente scelte e impostazioni culturali tra loro
anche molto diverse. Per questo nascono fin dai primissimi anni del secolo dibattiti e conflitti piuttosto
vivaci e spumeggianti tra le varie posizioni. Nella ricerca di una lingua gli intellettuali avanzano riflessioni,
problematiche e teorie: è opportuno non dimenticare che la questione della lingua va considerata nella
sua importanza letteraria e sociale, e nel suo essere costituisce parte rilevante dell’intera storia nazionale
(non solo di quella linguistica), per quel che riguarda le idee sulla lingua, le politiche scolastiche, oltre che
per le scelte di intellettuali e scrittori messe in atto per fini d’arte.
14. Perché è importante Giorgio Trissino? Si illustri brevemente.
Per la soluzione italianista esposta da Gian Giorgio Trissino nel dialogo Il castellano e nella traduzione del
De vulgari eloquentia di Dante. La tesi italianista mira a una lingua italiana sovraregionale, slegata dalla
concreta situazione delle corti (da cui trae invece origine la teoria cortigiana). La teoria di Trissino apre la
strada ai sostenitori della legittimità del contributo regionale al lessico, cioè a coloro che avrebbero voluto
aprire la lingua letteraria a parole non toscane, dando dunque dignità letteraria anche agli altri volgari
italiani.
15. Perché è importante il manoscritto Vaticano Latino 3210?
Le Prose della volgar lingua – l’opera fondamentale per la definizione della norma dell’italiano, pubblicata
nel 1525 a Venezia – mettono in scena un dialogo ambientato nella stessa città nel 1502. Si tratta di una
finzione cronologica funzionale ad affermare la priorità della grammatica esposta nel terzo libro delle
Prose rispetto alle Regole grammaticali della volgar lingua pubblicate da Giovan Francesco Fortunio nel
1516. Il ms. autografo Vat. Lat 3210 che trasmette le Prose non risale in effetti più indietro del 1515-16; è
però probabile che l’ideazione delle Prose sia antecedente alla prima grammatica del Fortunio, priorità
che il Bembo del resto rivendicò in vari modi.
16. Delle principali posizioni che animano la questione della lingua nel Cinquecento, cosa propone la soluzione
cortigiana?
individuazione della lingua delle corti come lingua comune, frutto di tradizioni ibride affermatesi nei diversi
centri culturali italiani (Milano, Mantova, Roma, Napoli, Ferrara, Urbino, ecc.)
Lezione 18.
08. Le Prose del Bembo: anno di pubblicazione, teorie, personaggi.
Le Prose della volgar lingua – l’opera fondamentale per la definizione della norma dell’italiano, pubblicata
nel 1525 a Venezia – mettono in scena un dialogo ambientato nella stessa città nel 1502. Si tratta di una
finzione cronologica funzionale ad affermare la priorità della grammatica esposta nel terzo libro delle
Prose rispetto alle Regole grammaticali della volgar lingua pubblicate da Giovan Francesco Fortunio nel
1516. Quattro personaggi: Carlo Bembo, Ercole Strozzi, Giuliano de’ Medici, Federigo Fregoso. I quattro
personaggi costituiscono altrettante teorie e convincimenti linguistico-culturali diversi: in particolare, il
veneziano Carlo incarna le idee del fratello, e dunque la superiorità del fiorentino degli autori del secolo
aureo, dimostrando anche l’astrattezza della lingua cortigiana, priva di quei caratteri stabili e univoci
necessari per imporre un modello comune. Giuliano de’ Medici è invece alfiere della tesi toscanista
dell’uso vivo: la lingua da impiegare in sede letteraria è la lingua viva, cinquecentesca, piuttosto che la
lingua morta dell’aureo Trecento. Infine, il ferrarese Ercole Strozzi, da puro umanista, difende il latino e il
genovese Fregoso (nella cui casa il Bembo intraprese peraltro la scrittura delle sue Prose) accompagna le
argomentazioni dei tre «con osservazioni storiche, linguistiche e letterarie pertinenti e approfondite».
09. Commentare il seguente passo tratto dalle Prose: (manca)
10. Sul rapporto tra scritto e parlato nelle Prose cosa si evince?
Nel libro I delle Prose sulla differenza fra scritto e parlato, Carlo Bembo, il fratello dell'autore che funge da
suo portavoce nel dialogo, risponde all'obiezione di Giuliano de' Medici, secondo il quale gli scrittori
moderni devono usare una lingua attuale, contemporanea, anziché una lingua “morta” impiegata da
scrittori di due secoli prima, poiché in tal modo si scriverebbe per i morti e non per i vivi. Carlo ribatte col
dire che i grandi scrittori del passato (Petrarca e Boccaccio) non usarono affatto la lingua del popolo ma
un linguaggio raffinato e ben distante dalla lingua orale, poiché lo scopo di uno scrittore non è tanto quello
di piacere ai suoi contemporanei, bensì di essere ricordato dai posteri.
11. Commentare il seguente passo “Il che aviene per ciò, che appunto non debbono gli scrittori por cura di
piacere alle genti solamente, che sono in vita quando essi scrivono, come voi dite, ma a quelle ancora, e per
aventura molto più, che sono a vivere dopo loro: con ciò sia cosa che ciascuno la eternità alle sue fatiche più
ama, che un brieve tempo.”
Nel libro I delle Prose sulla differenza fra scritto e parlato, Carlo Bembo, il fratello dell'autore che funge da
suo portavoce nel dialogo, risponde all'obiezione di Giuliano de' Medici, secondo il quale gli scrittori
moderni devono usare una lingua attuale, contemporanea, anziché una lingua “morta” impiegata da
scrittori di due secoli prima, poiché in tal modo si scriverebbe per i morti e non per i vivi. Carlo ribatte col
dire che i grandi scrittori del passato (Petrarca e Boccaccio) non usarono affatto la lingua del popolo ma
un linguaggio raffinato e ben distante dalla lingua orale, poiché lo scopo di uno scrittore non è tanto quello
di piacere ai suoi contemporanei, bensì di essere ricordato dai posteri.
12. Cosa è presentato nel Terzo libro delle Prose?
Nel Terzo libro delle Prose, Bembo presenta la sua grammatica del volgare.
13. Presentare e commentare il seguente passo tratto dalla Prose di Bembo: “altri, che fiorentini non sono, la
lingua de’ nostri antichi scrittori con maggiore diligenza non seguano, e piú segnatamente con essa per
aventura non scrivano di quello che scriviam noi; e voglio io ripormi tra gli altri, da’ quali voi, per vostra cortesia,
tolto m’avete.”
Questo è un estratto delle argomentazioni che Giuliano de’ Medici (alfiere della tesi toscanista dell’uso
vivo: la lingua da impiegare in sede letteraria è la lingua viva, cinquecentesca, piuttosto che la lingua morta
dell’aureo Trecento) oppone alla tesi di Carlo, che è portavoce della tesi classicista dell’autore (e fratello)
Pietro Bembo. Giuliano infatti sostiene che le scritture, così come le vesti e le armi, debbano accostarsi
all’uso dei tempi nei quali si scrive in modo da essere comprese da chi le legge nel presente e non da
assomigliare alla lingua del passato. In questo passaggio Giuliano esorta a non seguire la lingua degli antichi
scrittori.
14. Come sono strutturate le Prose di Bembo?
Libro I: i protagonisti del dialogo cominciano a discutere su quale sia la lingua da adottare, quale sia il
volgare da preferire. Tra tutti, l’umanista Ercole Strozzi è colui che più svilisce il ruolo del volgare. Dopo
aver presentato una storia del volgare e affrontato il problema di quale volgare usare per la scrittura,
vengono proposti i due modelli fondamentali: per la prosa il volgare della cornice del Decameron di
Boccaccio (poiché il linguaggio delle novelle è ritenuto troppo basso e colloquiale); per la poesia la lingua
di Petrarca. Libro II: il trattato prosegue con ragionamenti su questioni di natura metrica e retorica, sempre
con l’intento di dimostrare l'eccellenza delle due corone trecentesche (Petrarca e Boccaccio). Libro III:
Bembo presenta la sua grammatica del volgare, la descrizione morfologica del toscano trecentesco sulla
base del principio di imitazione dei "classici". La trattazione non è sistematica; nel suo complesso è stato
definito «una meravigliosa selva dove l'esemplificazione della parola e del suo uso prevale sulla
classificazione e sulle regole» (Carlo Dionisotti). A rendere più difficile la lettura è soprattutto l'abbondanza
di esempi e l’assenza di termini tecnici codificati dalla tradizione grammaticale: infatti Bembo preferisce
impiegare perifrasi anche per le definizioni di base (es. "singolare" e "plurale” diventano rispettivamente
il "numero del meno" e il "numero del più"; il presente è il "tempo che corre mentre l'uom parla", ecc.).
15. Qual è il rapporto tra Bembo e Fortunio? Illustrare brevemente.
Si riscontra una lacuna nel settore degli studi sui grammatici del primo Cinquecento italiano, l'assenza cioè
di un sistematico confronto tra i due testi: le Regole di Giovan Francesco Fortunio, prima grammatica del
volgare, e la trattazione grammaticale contenuta nel terzo libro delle Prose del Bembo. Lo studioso che
legge le due opere, fondate entrambe sul principio classico dell'imitazione, può rendersi conto che, mentre
nel Fortunio il discorso rimane ancorato al punto di vista grammaticale, con la registrazione delle voci
volgari che procede secondo gli schemi della grammatica latina, diverso è l'orientamento del Bembo
grammatico, che è quello di fissare le regole elaborate attraverso lo studio degli autori prediletti, con la
mente però sempre rivolta al patrimonio delle loro idee, alle poetiche diverse, ai moti dello spirito che la
mediazione stilistica traduce nelle forme del verso e della prosa.
16. “Credete voi che se il Petrarca avesse le sue canzoni con la favella composte de’ suoi popolani, che elle
così vaghe, così belle fossero come sono, così care, così gentili? Male credete, se ciò credete. Né il Boccaccio
altresì con la bocca del popolo ragionò; quantunque alle prose ella molto meno si disconvenga, che al verso”.
Ecco un estratto ulteriore dal libro I, nel quale Carlo Bembo, il fratello dell'autore che funge da suo
portavoce nel dialogo, risponde all'obiezione di Giuliano de' Medici, secondo il quale gli scrittori moderni
devono usare una lingua attuale, contemporanea, anziché una lingua “morta” impiegata da scrittori di due
secoli prima, poiché in tal modo si scriverebbe per i morti e non per i vivi. Carlo ribatte col dire che i grandi
scrittori del passato (Petrarca e Boccaccio) non usarono affatto la lingua del popolo ma un linguaggio
raffinato e ben distante dalla lingua orale, poiché lo scopo di uno scrittore non è tanto quello di piacere ai
suoi contemporanei, bensì di essere ricordato dai posteri.
Lezione 19.
06. Come si presenta Niccolò Machiavelli nel panorama linguistico cinquecentesco?
L’esperienza biografica e culturale di Niccolò Machiavelli (1469-1527) si inscrive in un quadro storico-
culturale profondamente segnato dalla questione della lingua, nei decenni centrali della prima metà del
Cinquecento (fra il Principe del 1513 e la riflessione teorica con il Discorso intorno alla nostra lingua del
1524). Il problema linguistico è, a questa altezza cronologica, di vitale importanza e di estrema serietà
anche per intellettuali che accreditano la propria fama certo non sul conto di questioni linguistiche, ma su
quello della politica e della storia, del pensiero filosofico e della teoria dello stato. Il Machiavelli si trova ad
operare in un contesto nel quale la posizione del Bembo, nel proporre il modello trecentesco, ha
disconosciuto qualunque validità al fiorentino contemporaneo, che non avrebbe – nella sua ottica – alcuna
dote ‘naturale’ sulla quale fondare un improbabile superiorità rispetto ad altri volgari coevi. Il conoscere il
fiorentino come lingua materna fa sì che i fiorentini lo usino in maniera irriflessa, cioè spontanea, istintiva,
fidandosi solo dell’uso, correndo così il rischio di cadere in modi bassi e popolari.
07. Qual è il modello di lingua adottato da Machiavelli?
Sotto il profilo della teoria linguistica, le impostazioni di Bembo e Machiavelli sono diametralmente
opposte. Nel suo Discorso intorno alla nostra lingua (1524 ca.) – che talvolta assume la forma di dialogo
fra l’autore e Dante stesso –, Machiavelli, a differenza del Bembo, rivendica l’eccellenza di natura della
lingua parlata a Firenze e afferma non solo che Dante ha scritto in fiorentino, ma anche che la storia non
ha potuto che svolgersi così perché l’arte degli scrittori eccellenti ha trovato uno strumento (il fiorentino)
che era più idoneo per natura alla elaborazione letteraria.
08. Qual è la reazione di Machiavelli alla pubblicazione della Prose di Bembo?
Di una reazione dell’autore del Principe alla pubblicazione delle Prose della volgar lingua del Bembo
abbiamo notizia indiretta: egli ne avrebbe parlato in un giudizio a caldo, espresso estemporaneamente a
Firenze, nella tipografia dei Giunti, in risposta ad un Maffio veneziano che quelle Prose aveva lodato.
L’aneddoto è riferito da Carlo Lenzoni (1501-1551), membro della Accademia Fiorentina, l’opera del quale
(con il titolo In difesa della lingua fiorentina, et di Dante. Con le regole da far bella et numerosa la prosa)
uscì postuma a Firenze, presso l’editore Torrentino, nel 1556. Nella lunga pagina riferita dal Lenzoni si
narra che il Machiavelli avrebbe chiesto al suo interlocutore veneziano quale giudizio avrebbe quello
potuto dare di un fiorentino, fosse anche il più dotto, che avendo imparato il dialetto veneziano fuori di
Venezia soltanto dagli scritti di autori veneziani, pretendesse di farsi censore del modo di parlare e scrivere
dei veneziani nativi; anzi addirittura “volesse darvene precetti”. Di certo, avrebbe proseguito il Machiavelli,
il messer Maffio avrebbe riso al sentire questo fantomatico fiorentino che, “non havendo voluto esser
prima paziente scolare che prosontuoso maestro”, non era in grado di accorgersi di usare a sproposito
parole e frasi e di emettere “falsi giudizii”.
09. Spiegare la seguente definizione “l’eccellenza ‘per natura’ della lingua fiorentina” per Machiavelli.
Machiavelli rivendica l’eccellenza di natura della lingua parlata a Firenze e afferma non solo che Dante ha
scritto in fiorentino, ma anche che la storia non ha potuto che svolgersi così perché l’arte degli scrittori
eccellenti ha trovato uno strumento (il fiorentino) che era più idoneo per natura alla elaborazione
letteraria: “E che l’importanza di questa lingua nella quale e tu, Dante, scrivesti, e gli altri che vennono
prima e poi di te hanno scritto, sia derivata da Firenze, lo dimostra esser voi stati fiorentini, e nati in una
patria che parlava in modo, che si poteva meglio che alcuna altra accommodare a scrivere in versi e in
prosa. A che non si potevano accommodare gli altri parlari d’Italia. Perché ciascuno sa come i Provenzali
cominciarono a scrivere in versi; di Provenza ne venne quest’uso in Sicilia, e di Sicilia in Italia; e in tra le
provincie d’Italia in Toscana; e di tutta Toscana in Firenze, non per altro che per esser la lingua più atta.
Perché non per commodità di sito, né per ingegno, né per alcuna altra particulare occasione meritò Firenze
esser la prima e procreare questi scrittori, se non per la lingua commoda a prendere simile disciplina: il
che non era nell’altre città”. Si tratta di un brano particolarmente rappresentativo del Discorso
machiavelliano, che sarà infatti tutto imperniato su questa solidarietà fra lingua data per natura e sua
elaborazione attraverso l’arte, fra lingua dell’oralità e lingua della letteratura; gli scrittori non possono
essere eccellenti se a loro disposizione non è dato uno strumento linguistico tale che consenta e faciliti
l’esercizio dell’arte.
10. Commentare il seguente passo tratto dal Discorso di Machiavelli: “E che l’importanza di questa lingua nella
quale e tu, Dante, scrivesti, e gli altri che vennono prima e poi di te hanno scritto, sia derivata da Firenze, lo
dimostra esser voi stati fiorentini, e nati in una patria che parlava in modo, che si poteva meglio che alcuna
altra accommodare a scrivere in versi e in prosa. A che non si potevano accommodare gli altri parlari d’Italia”.
Si tratta di un brano particolarmente rappresentativo del Discorso machiavelliano, che sarà infatti tutto
imperniato su questa solidarietà fra lingua data per natura e sua elaborazione attraverso l’arte, fra lingua
dell’oralità e lingua della letteratura; gli scrittori non possono essere eccellenti se a loro disposizione non
è dato uno strumento linguistico tale che consenta e faciliti l’esercizio dell’arte. E verifichiamo dunque
(nelle parole stesse di Machiavelli) quanto possa essere se non vero almeno verisimile l’aneddoto riferito
da Lenzoni; così come del resto il Discorso conferma il profondo coinvolgimento emotivo che presiede alle
discussioni filo-fiorentine dei fiorentini intervenuti nella questione della lingua.
11. Commentare il seguente passo tratto dal Discorso di Machiavelli: “Perché non per commodità di sito, né
per ingegno, né per alcuna altra particulare occasione meritò Firenze esser la prima e procreare questi
scrittori, se non per la lingua commoda a prendere simile disciplina: il che non era nell’altre città”.
Si tratta di un brano particolarmente rappresentativo del Discorso machiavelliano, che sarà infatti tutto
imperniato su questa solidarietà fra lingua data per natura e sua elaborazione attraverso l’arte, fra lingua
dell’oralità e lingua della letteratura; gli scrittori non possono essere eccellenti se a loro disposizione non
è dato uno strumento linguistico tale che consenta e faciliti l’esercizio dell’arte.
12. Si illustri brevemente il Discorso intorno alla nostra lingua di Machiavelli e la sua importanza.
Nel suo Discorso intorno alla nostra lingua (1524 ca.) – che talvolta assume la forma di dialogo fra l’autore
e Dante stesso –, Machiavelli, a differenza del Bembo, rivendica l’eccellenza di natura della lingua parlata
a Firenze e afferma non solo che Dante ha scritto in fiorentino, ma anche che la storia non ha potuto che
svolgersi così perché l’arte degli scrittori eccellenti ha trovato uno strumento (il fiorentino) che era più
idoneo per natura alla elaborazione letteraria. Il Discorso è un testo frammentario di natura polemica,
nato per discutere quale sia il nome da dare alla lingua della letteratura.
13. Presentare e spiegare l’aneddoto di Carlo Lenzoni su Machiavelli.
Di una reazione dell’autore del Principe alla pubblicazione delle Prose della volgar lingua del Bembo
abbiamo notizia indiretta: egli ne avrebbe parlato in un giudizio a caldo, espresso estemporaneamente a
Firenze, nella tipografia dei Giunti, in risposta ad un Maffio veneziano che quelle Prose aveva lodato. Nella
lunga pagina riferita dal Lenzoni si narra che il Machiavelli avrebbe chiesto al suo interlocutore veneziano
quale giudizio avrebbe quello potuto dare di un fiorentino, fosse anche il più dotto, che avendo imparato
il dialetto veneziano fuori di Venezia soltanto dagli scritti di autori veneziani, pretendesse di farsi censore
del modo di parlare e scrivere dei veneziani nativi; anzi addirittura “volesse darvene precetti”. Di certo,
avrebbe proseguito il Machiavelli, il messer Maffio avrebbe riso al sentire questo fantomatico fiorentino
che, “non havendo voluto esser prima paziente scolare che prosontuoso maestro”, non era in grado di
accorgersi di usare a sproposito parole e frasi e di emettere “falsi giudizii”. ’aneddoto è sintomatico di un
sentimento diffuso, all’interno della questione della lingua, fra i fautori del fiorentino coevo,
contraddistinti da un forte senso di identità cittadina. Si ricorderà che, in questa tesi, che abbiamo già
chiamato toscanista dell’uso vivente, è poco netta (se non addirittura annullata) la distinzione fra parlato
e scritto, fra competenza nativa e uso della lingua a scopo letterario.
Lezione 20.
07. Illustrare alcuni tratti del fiorentino argenteo che non si sono mantenuti nell’italiano di oggi.
• palatalizzazione in -gli dei plurali in -li (cavagli, capegli, begli, ecc.); • sistema dei possessivi invariabili
(mie, tuo, suo invariabili; mia, tua, sua per il plurale maschile e femminile: es. di suo mano, mia polli); • i
numerali duo, dua (il tipo due dell’italiano di oggi corrisponde a quello aureo); • articoli el, e, che nel
fiorentino argenteo si affiancano agli aurei il, i; • i sostantivi e gli aggettivi femminili della classe in -e (terza
classe latina) che escono in -e al plurale anziché in -i: le parti → le parte; • gli indefiniti dunche, qualunche
in luogo degli aurei che dunque, qualunque; • i tipi del futuro indicativo e del condizionale arò e arei contro
avrò e avrei del fiorentino aureo (e dell’italiano di oggi); • i tipi del congiuntivo imperfetto fussi e fusti
contro fossi e fosti del fiorentino aureo (e dell’italiano di oggi); • il tipo del passato remoto missi (lo stesso
per i composti di mettere, dove -s- passa a -ss-: promisse); • la desinenza -ono alla terza persona plurale
del presente indicativo per la prima coniugazione, per analogia con le coniugazioni in -eree -ire (es. temono
→ amono). La stessa desinenza si estende anche all’indicativo imperfetto: es. amavono; ecc. • nella II, III,
IV coniugazione si estende la desinenza -eno per la III persona plurale del presente indicativo (es. vedeno).
La stessa desinenza si estende anche al passato remoto forte, al congiuntivo imperfetto e al condizionale:
es. disseno, lavasseno, laverebbeno; ecc. • la desinenza -orono (o -orno, con sincope vocalica) alla terza
persona plurale dell’indicativo passato remoto per la prima coniugazione; • le desinenze i-, -ino alla prima
e terza persona singolare e alla terza persona plurale del congiuntivo presente delle coniugazioni in -ere e
-ire: es. abbi, abbino, facci, faccino; • la desinenza di prima persona plurale del perfetto -mm- > -m-:
lavamo ‘lavammo’, stemo ‘stemmo’; • la desinenza di prima persona plurale -mo > -no: laviano per
‘laviamo’; • la desinenza della seconda persona plurale -e >-i: (voi) lavasti, lavassi, laveresti.
08. Delle forme dunche e qualunche cosa si può dire?
Si tratta di tratti argentei che non sopravvivono nell’italiano di oggi, sostituiti dagli aurei dunque,
qualunque.
09. Relativamente ai numerali, quali sono quelle del fiorentino argenteo che sopravvivono nell’italiano di oggi?
I numerali aurei diece, dicessette, dicennove, milia sono gradualmente rimpiazzati dagli argentei dieci,
diciassette, diciannove, mila.
10. Relativamente ai numerali, quali sono quelle del fiorentino argenteo che non sopravvivono nell’italiano di
oggi?
i numerali duo, dua (il tipo due dell’italiano di oggi corrisponde a quello aureo).
11. Relativamente alle forme verbali, quali sono quelle del fiorentino argenteo che non sopravvivono
nell’italiano di oggi?
• i tipi del futuro indicativo e del condizionale arò e arei contro avrò e avrei del fiorentino aureo (e
dell’italiano di oggi); • i tipi del congiuntivo imperfetto fussi e fusti contro fossi e fosti del fiorentino aureo
(e dell’italiano di oggi); • il tipo del passato remoto missi (lo stesso per i composti di mettere, dove -s-
passa a -ss-: promisse); • la desinenza -ono alla terza persona plurale del presente indicativo per la prima
coniugazione, per analogia con le coniugazioni in -ere -ire (es. temono → amono). La stessa desinenza si
estende anche all’indicativo imperfetto: es. amavono; ecc. • nella II, III, IV coniugazione si estende la
desinenza -eno per la III persona plurale del presente indicativo (es. vedeno). La stessa desinenza si
estende anche al passato remoto forte, al congiuntivo imperfetto e al condizionale: es. disseno, lavasseno,
laverebbeno; ecc. • la desinenza -orono (o -orno, con sincope vocalica) alla terza persona plurale
dell’indicativo passato remoto per la prima coniugazione; • le desinenze i-, -ino alla prima e terza persona
singolare e alla terza persona plurale del congiuntivo presente delle coniugazioni in -ere e -ire: es. abbi,
abbino, facci, faccino; • la desinenza di prima persona plurale del perfetto -mm- > -m-: lavamo ‘lavammo’,
stemo ‘stemmo’; • la desinenza di prima persona plurale -mo > -no: laviano per ‘laviamo’; • la desinenza
della seconda persona plurale -e >-i: (voi) lavasti, lavassi, laveresti.
12. Relativamente alle forme verbali, quali sono quelle del fiorentino argenteo che sopravvivono nell’italiano
di oggi?
• i tipi dia, stia: al congiuntivo presente i tipi dea e stea del fiorentino antico sono sostituiti
progressivamente da dia e stia del fiorentino argenteo; • imperfetto in -o: il tipo di imperfetto analogico
con uscita in -o (per analogia sulla -o del presente indicativo: es. io amo → io amavo) prevale su quello
aureo etimologico in -a (< lat. AMABAM), nonostante Bembo riconosca come desinenza legittima soltanto
quella in -a;
13. Illustrare alcuni tratti del fiorentino argenteo che si sono mantenuti nell’italiano di oggi.
• i tipi breve e prova: i tipi trecenteschi brieve, pruova, con dittongamento regolare di -e- e -o- toniche in
sillaba libera dopo occlusiva + vibrante (/r/), passano nel fiorentino argenteo ai tipi breve, prova, dunque
monottongano; • glielo, -a, -i, -e: il tipo invariabile gliele del fiorentino aureo cede il passo agli argentei
glielo, -a, -i, -e; • i tipi dia, stia: al congiuntivo presente i tipi dea e stea del fiorentino antico sono sostituiti
progressivamente da dia e stia del fiorentino argenteo; • imperfetto in -o: il tipo di imperfetto analogico
con uscita in -o (per analogia sulla -o del presente indicativo: es. io amo → io amavo) prevale su quello
aureo etimologico in -a (< lat. AMABAM), nonostante Bembo riconosca come desinenza legittima soltanto
quella in -a; • il tipo teglia: gli antichi ragghiare, tegghia si palatalizzano nel fiorentino argenteo in ragliare,
teglia; • numerali: i numerali aurei diece, dicessette, dicennove, milia sono gradualmente rimpiazzati dagli
argentei dieci, diciassette, diciannove, mila; • i tipi domani, stamani: l’uscita argentea in -i degli avverbi
temporali domani e stamani prevale su quella aurea in -e (domane, stamane).
Lezione 21-30
LEZIONE 21
Punti fondamentali:
1. problema ortografico (rapporto tra l’alfabeto latino e la lingua volgare,
per i nuovi suoni che essa aveva prodotto);
2. problema delle singole tradizioni regionali o cittadine;
3. problema di usi latini non rispondenti alla effettiva pronuncia.
09 Perché si parla di ordito sintattico particolarmente elaborato per la prosa degli Asolani? Commentare e
portare qualche esempio.
ASOLANI E PRINCIPE A CONFRONTO (LINGUISTICO). PARTE 1
10 Commentare il seguente passo tratto dagli Asolani: “Ma per questo niente rispondendo Perottino e
ogniuno tacendosi, Gismondo in cotal guisa riparlò: - Non
è maraviglia, dolcissime giovani, se voi tacete; le quali credo io più tosto di lodare Amore che di biasimarlo
v’ingegnereste, sì come quelle cui egli in niuna cosa può
aver diservite giamai, se onesta vergogna e sempre in donna lodevole non vi ritenesse.
letteralmente la stessa di appena sopra
Punti fondamentali:
1. problema ortografico (rapporto tra l’alfabeto latino e la lingua volgare,
per i nuovi suoni che essa aveva prodotto);
2. problema delle singole tradizioni regionali o cittadine;
3. problema di usi latini non rispondenti alla effettiva pronuncia.
Quali modelli?
14 Commentare il seguente passo scritto da Bembo: “Averete con questa m. Triphon mio caro, quanto sin
qui ho scritto, sopra la volgar lingua, che sono due libri
e forse la mezza parte di tutta l'opera».”
1525 Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua
− Genesi:
«Ho dato principio ad alcune notationi della lingua, come io vi dissi
di voler fare»
Così Bembo dichiara di aver iniziato a scrivere alcune notationi
sulla lingua volgare in una lettera a Maria Savorgnan del 2
settembre 1500.
15 Commentare la seguente citazione tratta dalle Prose di Bembo: “Ho dato principio ad alcune notationi
della lingua, come io vi dissi di voler fare”.
stessa risposta sopra
16 Si presentino le Prose di Bembo, dal punto di vista del contesto storico e del successo.
CONTESTO E SUCCESSO DELLE PROSE
Punti fondamentali:
1. problema ortografico (rapporto tra l’alfabeto latino e la lingua volgare,
per i nuovi suoni che essa aveva prodotto);
2. problema delle singole tradizioni regionali o cittadine;
3. problema di usi latini non rispondenti alla effettiva pronuncia.
Quali modelli?
LEZIONE 22
09 Commentare il seguente passo tratto dagli Asolani: “Pure, riguardando che, quantunque egli amoroso
giovane e sollazzevole fosse, per tutto ciò sempre altro
che modestamente non parlava, si rassicurò e con le sue compagne cominciò a sorridere di questo fatto;
le quali insieme con lei altresì dopo un brieve pentimento
rassicurate, s’accorsero, raccogliendo le parole di Gismondo, che egli la fiera tristizia di Perottino pugneva
e lui provocava nel parlare, perciò che sapevano che egli
di cosa amorosa altro che male non ragionava giamai”.
ASOLANI E PRINCIPE A CONFRONTO (LINGUISTICO). PARTE 1
12 Cosa si intende per carico ipotattico nella prosa degli Asolani? Commentare e portare qualche esempio.
vedi esattamente sopra
14 Cosa si può dire del piano lessicale della prosa degli Asolani?
esattamente sopra, cerca lessico e vai alla 20. quella sopra
LEZIONE 23
Nacque così una vulgata che tenne il campo per quasi tre secoli e
mezzo. Solo alla fine del Settecento alcuni lettori-editori
cominciarono a sentire l’esigenza di procurarsi fonti più pure e le
ricercarono nei superstiti testimoni della tradizione manoscritta
anteriore alla prima stampa. [...]. Nel 1899 viene pubblicata la
prima edizione condotta con metodo scientifico, da Giuseppe Lisio,
sulla base di sei codici.1
08 La prosa del Principe è contraddistinta da numerosi tratti del fiorentino argenteo. Illustrare brevemente
e presentare qualche esempio.
.
Alla prosa bembesca, complessa e artificiosa, tutta piena di certezze, si
contrappone quella machiavelliana, dilemmatica, libera e ispirata al
metodo di indagine scientifica da poco subentrato nella letteratura. Non
più uno stile ornato con “clausule ample”, ma una espressione tutta
improntata all’essenzialità, attraverso una sobria esposizione priva di
“parole ampullose e magnifiche, o di qualunche altro lenocinio o
ornamento estrinseco con li quali molti sogliono le loro cose descrivere et
ornare”.
Profondo è dunque lo scarto linguistico tra la gravosità retorica
“canonizzante” del Bembo e la sobria essenzialità del Machiavelli,
contraddistinto dall’aderenza “fattuale”.
Tutti gli stati, tutti e dominii che hanno avuto e hanno imperio sopra li
uomini, sono stati e sono o repubbliche o principati. E principati sono: o
ereditarii, de' quali el sangue del loro signore ne sia suto lungo tempo
principe, o e' sono nuovi. E nuovi, o e' sono nuovi tutti, come fu Milano a
Francesco Sforza, o e' sono come membri aggiunti allo stato ereditario
del principe che li acquista, come è el regno di Napoli al re di Spagna.
Sono questi dominii così acquistati, o consueti a vivere sotto uno principe
o usi ad essere liberi; e acquistonsi o con le armi d'altri o con le proprie,
o per fortuna o per virtù.
09 Dal punto di vista sintattico, la prosa machiavelliana ha un periodare dilemmatico. Cosa si intende?
Illustrare e portare qualche esempio.
Dal punto di vista sintattico, questo piccolo stralcio permette di osservare
una delle peculiarità linguistiche dell’autore, già rilevata da Luigi Russo e
recentemente valorizzata da Giovanna Frosini: il periodare dilemmatico,
che in questa parte vediamo pienamente in opera. L’espressione delle
varie opposizioni è affidata sia alla disgiuntiva, che corrisponde al latino
aut (o...o), sia all’avversativa (ma).
Un esempio è già nella famosa espressione: Tutti gli stati sono stati e
sono o repubbliche o principati. In questa citazione, per mezzo del
procedimento dilemmatico, si scarta una possibilità e si procedere in
modo analogo, per mezzo di riflessione, con quella rimasta:
10 Sul piano fonologico, come si comporta Machiavelli con le forme mono e dittongate (brieve, breve, per
es.)? Quale adotta?
IL PRINCIPE: IL QUADRO FONOMORFOLOGICO
Abbiamo già affrontato il tema degli articoli nel Principe analizzandone uno
stralcio. Abbiamo visto che la nuova forma dell’articolo maschile singolare el
ha un suo diritto di cittadinanza nella prosa del Cinquecento, anche se (occorre
ribadirlo di nuovo) l’innovazione non riesce né a cancellare né a
sopravanzare il concorrente e più antico il. La penetrazione è invece
addirittura invasiva nelle forme del plurale giacché nel nostro brano già
analizzato (ma il dato è confermato dal riscontro su tutto il testo del Principe)
non compare mai la forma i, soppiantata completamente da e’.
Approfondiamo ora l’analisi della fonetica e della morfologia della prosa del
Principe, che conferma l’adesione di Machiavelli al fiorentino del
Cinquecento, dunque l’accoglimento in sede letteraria delle innovazioni
argentee:
Abbiamo già affrontato il tema degli articoli nel Principe analizzandone uno
stralcio. Abbiamo visto che la nuova forma dell’articolo maschile singolare el
ha un suo diritto di cittadinanza nella prosa del Cinquecento, anche se (occorre
ribadirlo di nuovo) l’innovazione non riesce né a cancellare né a
sopravanzare il concorrente e più antico il. La penetrazione è invece
addirittura invasiva nelle forme del plurale giacché nel nostro brano già
analizzato (ma il dato è confermato dal riscontro su tutto il testo del Principe)
non compare mai la forma i, soppiantata completamente da e’.
Approfondiamo ora l’analisi della fonetica e della morfologia della prosa del
Principe, che conferma l’adesione di Machiavelli al fiorentino del
Cinquecento, dunque l’accoglimento in sede letteraria delle innovazioni
argentee:
- riduzione del dittongo da Ĕ dopo consonante + r (es. brieve > breve).
Da notare anche i tipi prete ‘pietre’, indreto e dreto, che pur presentando
tutti -tr-, -dr- conseguente a metatesi (fenomeno per cui, all’interno della
stessa parola, due fonemi si invertono prendendo l’uno il posto dell’altro)
mostrano una affidabile costanza nella riduzione del dittongo;
- riduzione del dittongo da Ŏ dopo consonante + r (es. pruova > prova).
Da ricordare che l’esame dell’intero testo del Principe dimostra un
sostanziale squilibrio fra serie velare (il cui il dittongo tende a conservarsi)
e la serie palatale (in cui più frequente è il monottongamento);
- passaggio di /skj/ a /stj/ (es. schiena > stiena). Nel Principe compaiono
stiavo ‘schiavo’ (< lat. mediev. SCLAVUM) e stiette ‘schiette, chiare’ (la
base etimologica è il gotico slaiths);
- passaggio di -li > -gli (es. capelli > capegli). Nel Principe compare sia
cavalli (2 occorrenze) che cavagli (5 occorrenze). Convivono dunque forme
con palatalizzazione e senza palatalizzazione;
- incidenza dei nomi femminili della III classe e degli aggettivi della II
con uscita in -e, anziché in -i: es. minore (difficultà); (medicine) forte; nelle
parte più debole; queste parte;
- numerali argentei dua e dieci: es. dua respetti; dua luoghi; nel dieci;
12 Illustrare e spiegare la seguente espressione di Machiavelli: “Tutti gli stati sono stati e sono o
repubbliche o principati”.
Dal punto di vista sintattico, questo piccolo stralcio permette di osservare
una delle peculiarità linguistiche dell’autore, già rilevata da Luigi Russo e
recentemente valorizzata da Giovanna Frosini: il periodare dilemmatico,
che in questa parte vediamo pienamente in opera. L’espressione delle
varie opposizioni è affidata sia alla disgiuntiva, che corrisponde al latino
aut (o...o), sia all’avversativa (ma).
Un esempio è già nella famosa espressione: Tutti gli stati sono stati e
sono o repubbliche o principati. In questa citazione, per mezzo del
procedimento dilemmatico, si scarta una possibilità e si procedere in
modo analogo, per mezzo di riflessione, con quella rimasta:
13 Commentare il seguente passo dal Principe di Machiavelli: “nuovi, o e' sono nuovi tutti, come fu Milano
a Francesco Sforza, o e' sono come membri aggiunti
allo stato ereditario del principe che li acquista, come è el regno di Napoli al re di Spagna. Sono questi
dominii così acquistati, o consueti a vivere sotto uno
principe o usi ad essere liberi; e acquistonsi o con le armi d'altri o con le proprie, o per fortuna o per virtù”.
Alla prosa bembesca, complessa e artificiosa, tutta piena di certezze, si
contrappone quella machiavelliana, dilemmatica, libera e ispirata al
metodo di indagine scientifica da poco subentrato nella letteratura. Non
più uno stile ornato con “clausule ample”, ma una espressione tutta
improntata all’essenzialità, attraverso una sobria esposizione priva di
“parole ampullose e magnifiche, o di qualunche altro lenocinio o
ornamento estrinseco con li quali molti sogliono le loro cose descrivere et
ornare”.
Profondo è dunque lo scarto linguistico tra la gravosità retorica
“canonizzante” del Bembo e la sobria essenzialità del Machiavelli,
contraddistinto dall’aderenza “fattuale”.
Tutti gli stati, tutti e dominii che hanno avuto e hanno imperio sopra li
uomini, sono stati e sono o repubbliche o principati. E principati sono: o ereditarii, de' quali el sangue del loro
signore ne sia suto lungo tempo
principe, o e' sono nuovi. E nuovi, o e' sono nuovi tutti, come fu Milano a
Francesco Sforza, o e' sono come membri aggiunti allo stato ereditario
del principe che li acquista, come è el regno di Napoli al re di Spagna.
Sono questi dominii così acquistati, o consueti a vivere sotto uno principe
o usi ad essere liberi; e acquistonsi o con le armi d'altri o con le proprie,
o per fortuna o per virtù.
LEZIONE 24
07 Tra gli obiettivi di Salviati si rileva quello di “mostrare la «bellezza» della sua lingua e quella della
tradizione letteraria fiorentina e toscana”. Spiegare questa
affermazione.
Uno dei protagonisti della questione della lingua del Cinquecento,
fondatore dell’Accademia della Crusca (1582-1583) e del progetto di un
Vocabolario storico nazionale – il primo vocabolario storico di una
lingua europea – che gli accademici, dopo la sua morte, realizzarono in
circa venti anni di lavoro (1593-1612). A Salviati si deve l’iniziativa di
trasformare una «brigata di Crusconi» in un’Accademia ben strutturata,
con un capo e degli obiettivi definiti.
[Link]
dell%27Italiano%29/), uno degli obiettivi di Salviati è mostrare la
08 In cosa consiste l’attualizzazione del magistero bembesco nel pensiero linguistico di Salviati?
vedi esattamente sopra+
[Link]
dell%27Italiano%29/), uno degli obiettivi di Salviati è mostrare la
Nacque così una vulgata che tenne il campo per quasi tre secoli e
mezzo. Solo alla fine del Settecento alcuni lettori-editori
cominciarono a sentire l’esigenza di procurarsi fonti più pure e le
ricercarono nei superstiti testimoni della tradizione manoscritta
anteriore alla prima stampa. [...]. Nel 1899 viene pubblicata la
prima edizione condotta con metodo scientifico, da Giuseppe Lisio,
sulla base di sei codici.1
LEZIONE 25
09 Come intervengono nel dibattito della lingua Onofrio Branda e Melchiorre Cesarotti?
10 Quali sono i libri più diffusi nelle scuole ottocentesche? Illustrare brevemente.
11 Cosa si intende per italofonia e qual è la situazione nell’Ottocento?
“L’Ottocento, nella sua dimensione di ‘secolo lungo’ (dall’età
giacobina alla Prima guerra mondiale), coincide con la fase di
più accentuato dinamismo della storia linguistica italiana.
Un dinamismo che è in parte condiviso dalle altre lingue moderne
e dipende dai grandi rivolgimenti sociali e tecnologici che
segnano il secolo: pensiamo solo alle conseguenze determinate
dall’invenzione del telegrafo e, più tardi, del telefono. Ma per
l’Italia l’Ottocento è in primo luogo il secolo dell’unificazione
statale con le relative conseguenze giuridiche (centralismo
amministrativo e obsolescenza delle legislazioni preunitarie;
istituzione della leva obbligatoria), demografiche (spostamenti
di popolazione e incremento delle grandi aree urbane),
economiche (sviluppo industriale) e soprattutto culturali:
scolarizzazione, riduzione dell’analfabetismo, erosione del
monolinguismo dialettale. Il 1861, l’anno dell’Unità,
rappresenta un naturale discrimine per la periodizzazione
del secolo in due parti di quasi corrispondente estensione”
(Serianni, Storia dell’italiano nell’Ottocento, p. 9).
LEZIONE 26
08 Dove sono rintracciabili le idee puriste di Cesari? Presentare un breve quadro della sua produzione.
Con la dottrina sostenuta da Antonio Cesari (1760-1828) sono per la
prima volta utilizzate in senso linguistico-letterario le
etichette purista e purismo, di provenienza francese, entrate nella
nostra lingua solo nei primi anni del XIX secolo.
Le idee puriste di Cesari sono rintracciabili da opere espressamente
dedicate alla questione della lingua, dalla sua attività di lessicografo,
da scritti letterari come versi, novelle e sermoni, dal vasto epistolario,
da molteplici traduzioni.
Alcune tappe:
- 1808, Dissertazione sopra lo stato presente della lingua
italiana (stampata nel 1810), vero e proprio del manifesto del
purismo;
- Durante questi anni, Cesari lavora a una riedizione del Vocabolario
degli Accademici della Crusca, «cresciuto d’assai migliaja di voci e
modi» tratti da spogli di autori del XIV secolo, pubblicata a Verona
dal 1806 al 1811 (la cosiddetta Crusca veronese);
- nel 1813, con lo scopo di integrare la Dissertazione con una più
ampia documentazione di parole e locuzioni del Trecento, Cesari
pubblica Le Grazie (trattato in forma dialogica) i cui interlocutori sono
suoi amici puristi;
- nell’opera postuma (1829) Antidoto pe’ giovani studiosi contro le
novità in opera di lingua italiana l’autore ribadisce la sua riflessione
linguistica.
15 Commentare il seguente passo “Il toscano dialetto, e il fiorentino singolarmente, prese una tal grazia,
purità, gentilezza e proprietà, che mai la maggiore.
Tutti in quel benedetto tempo del 1300 parlavano e scrivevano bene. I libri delle ragioni dei mercanti, i
maestri delle dogane, gli stratti delle gabelle e delle botteghe
menavano il medesimo oro. [...] Questa singolare proprietà e bellezza fece sì che [...] solo la lingua toscana
avesse degli scrittori che la rendettero chiara ed illustre
[...], e furono Dante, e il Boccaccio e il Petrarca. [...] Ora io dico: essere quello appunto l’aureo secolo della
lingua toscana, dal quale è bisogno ritrarre, chi vuol
aver fama di buon dicitore” (Cesari 1907: 144-145).
Come si legge, Cesari afferma che la lingua italiana aveva avuto il
suo secolo d’oro nella Toscana del Trecento: il linguaggio toscano,
portato alla sua massima grazia dai grandi scrittori del Trecento,
rispetto agli altri dialetti neolatini è già puro, perfetto e leggiadro;
questo linguaggio vivo si sarebbe manifestato sia tra il popolo sia
nelle scritture nelle scritture dei poeti e dei prosatori.
LEZIONE 27
10 Commentare il seguente passo: “La lingua insomma nel Vocabolario è tutto ghiaccio nelle opere è tutto
fuoco” (Monti, Proposta).
Quindi noi leggendo l'autore, con lui ci abbandoniamo
all'allegrezza ed al pianto, con lui all’odio e all’amore, con lui ci
sdegniamo, con lui ci facciamo amici agli onesti, e avversi ai
malvagi, e tutte vestiamo le sue passioni, e si fa nostra quella
sua eloquenza, quella sua maniera di colorire le idee e metterle in
movimento.
Le quali commozioni del l'animò nella lingua de ‘Vocabolarj son tutte
spente: chè niuno
sicuramente con siffatti libri alla mano piange o s'adira, nè amore il
tocca di patria, nè di virtù . Di che si conchiude che la lingua imparat
a per sentimento di necessità dee
sorgere più efficace, più viva che l' imparata per ricordanza.
+
esattamente sopra
Ma massimo esponente del classicismo linguistico primo-ottocentesco è Vincenzo Monti. Il classicismo rifiuta
gli arcaismi registrati nel Vocabolario della crusca o perché anacronistici per l’utilizzo letterario
contemporaneo, o perché non di rado
provenienti da scritture popolareggianti e dunque da rifiutare stilisticamente. Tale posizione, che accoglie
per intero lo sviluppo della letteratura successiva al Trecento, consente a Monti di valorizzare anche l’apporto
non fiorentino e non toscano alla lingua italiana. La posizione del classicismo ottocentesco è dunque il
richiamo alla lingua come espressione di una cultura alta e selezionata, utilizzabile in primo luogo in sede
letteraria e che rigetta il parlato, il comico, il demotico, il plebeo
Lezione 28
06 Chi è Niccolò Tommaseo e perché è stato importante nel panorama linguistico ottocentesco?
Neotoscanismo
Terza e ultima corrente linguistica che si affianca alle due viste in
precedenza è il neotoscanismo, che in realtà ebbe la sua massima
fortuna nel secondo Ottocento, rappresentata emblematicamente dalla
figura di Niccolò Tommaseo (1802-1874), a cui si affianca anche Giovan
Battista Niccolini (1782-1861).
I neotoscanisti aspirano a una lingua parlata, naturale e non artificiosa,
rivendicando la preminenza del toscano sugli altri dialetti e l’uso del
toscano vivo, senza però trascurare la tradizione letteraria.
Niccolò Tommaseo, originario di Sebenico (in Dalmazia), non nasconde
mai da un fiero sentimento italiano che non gli ha impedito di scrivere
anche in croato e di dedicare gran parte delle sue energie alla raccolta
dei Canti popolari toscani corsi e illirici e greci (1841-1842).
Tommaseo è una figura complessa e poliedrica.
L’opera narrativa più celebre è Fede e bellezza (1840): dall’assetto
sintattico moderno, è però una miscela di forme letterarie e ricercate e di
toscanismi popolari a volte forzati.
Capisaldi della sua produzione e tutt’oggi della lessicografia italiana
ottocentesca sono il suo Dizionario dei sinonimi (1831) e il Dizionario
della lingua italiana (pubblicato a dispense fra il 1861 e il 1879) in
collaborazione con Bernardo Bellini (e perciò spesso designato con il
nome di Tommaseo-Bellini).
Nella prefazione al Dizionario dei sinonimi e nella Nuova proposta di
correzioni e giunte al Dizionario italiano (in palese polemica con la
Proposta montiana) del 1841 è espressa la posizione linguistica del
Tommaseo
08. Illustrare il seguente passo: “Nell'uso della lingua raccogliesi l'autorità e la libertà, lo spiritodella
nazione e l'ingegno dell'uomo, il momento presente e la
catena dei secoli. Nè a lingua nè a società è dato avere durevole vita, se autorità e libertà non vengano
insieme contemperate. Il principio d'autorità e libertà,
conciliate nel fatto delle lingue, vogliamo dire che lascia e al pensiero dell'intera nazione e al pensiero degli
uomini singoli spazio di svolgersi, e l'un con l'altro
ajutarsi a sempre nuovi incrementi” (Tommaseo, Prefazione al Dizionario).
Neotoscanismo
Terza e ultima corrente linguistica che si affianca alle due viste in
precedenza è il neotoscanismo, che in realtà ebbe la sua massima
fortuna nel secondo Ottocento, rappresentata emblematicamente dalla
figura di Niccolò Tommaseo (1802-1874), a cui si affianca anche Giovan
Battista Niccolini (1782-1861).
I neotoscanisti aspirano a una lingua parlata, naturale e non artificiosa,
rivendicando la preminenza del toscano sugli altri dialetti e l’uso del
toscano vivo, senza però trascurare la tradizione letteraria.
Niccolò Tommaseo, originario di Sebenico (in Dalmazia), non nasconde
mai da un fiero sentimento italiano che non gli ha impedito di scrivere
anche in croato e di dedicare gran parte delle sue energie alla raccolta
dei Canti popolari toscani corsi e illirici e greci (1841-1842).
Tommaseo è una figura complessa e poliedrica.
L’opera narrativa più celebre è Fede e bellezza (1840): dall’assetto
sintattico moderno, è però una miscela di forme letterarie e ricercate e di
toscanismi popolari a volte forzati.
Capisaldi della sua produzione e tutt’oggi della lessicografia italiana
ottocentesca sono il suo Dizionario dei sinonimi (1831) e il Dizionario
della lingua italiana (pubblicato a dispense fra il 1861 e il 1879) in
collaborazione con Bernardo Bellini (e perciò spesso designato con il
nome di Tommaseo-Bellini).
Nella prefazione al Dizionario dei sinonimi e nella Nuova proposta di
correzioni e giunte al Dizionario italiano (in palese polemica con la
Proposta montiana) del 1841 è espressa la posizione linguistica del
Tommaseo
Lezione 29
09. Presentare un quadro biografico di Alessandro Manzoni che tengono conto della sua produzione
letteraria
10. Cosa afferma Manzoni nella lettera a Fauriel del 9 febbraio 1806?
All’epoca della prima stesura del romanzo inizia la vera riflessione sulla lingua:
scrivendo sempre a Fauriel (lettera del 3 novembre 1821), Manzoni mostra le
difficoltà di uno scrittore italiano nello scrivere un romanzo di storia e
d’invenzione per la povertà della lingua italiana, prevalentemente scritta e
pochissimo parlata, mentre uno scrittore francese può impiegare una lingua
d’uso vivo, senza dover consultare alcun vocabolario (Morgana, 2011).
Per indicarvi brevemente la mia idea principale sui romanzi storici e
mettervi così sulla via per rettificarla, Vi dirò che li concepisco come
la rappresentazione di uno stato determinato della società per
mezzo di fatti e di caratteri così simili alla realtà che li si possa
ritenere una storia veritiera appena scoperta. Quando vi si
mescolano avvenimenti e personaggi storici, credo che bisogni
rappresentarli nella maniera più strettamente storica; così, ad es.,
Riccardo Cuor-di-Leone mi sembra difettoso nell’Ivanhoe.
Quanto alle difficoltà che la lingua italiana oppone alla trattazione
di questi soggetti, esse, ne convengo, sono reali e grandi;
ma penso ch’esse derivino da una circostanza generale, che
sfortunatamente si applica o ogni tipo di composizione. Questo
fatto (bado che nessuno mi ascolti) questo triste fatto è, a mio
avviso, la povertà della lingua italiana. Quando un francese cerca
di rendere al meglio le sue idee, guardate che abbondanza e che
varietà di modi trova in questa lingua che è stata sempre parlata, in
questa lingua che si fa da tanto tempo e giorno dopo giorno, in tanti
libri, in tanta conversazione, in tanti dibattiti di ogni genere. […] Di
contro a ciò, immaginatevi un italiano che, se non è toscano, scrive in
una lingua che non ha quasi mai parlato, e che (anche se sia nato nel
paese privilegiato) scrive in una lingua che è parlata da un piccolo
numero di abitanti d’Italia, una lingua nella quale non si discute a voce
di grandi temi, una lingua in cui sono rare e a distanza le opere
relative alle scienze morali, una lingua che (se vogliamo credere a coloro che ne parlano di più) è stata
corrotta e sfigurata proprio dagli
scrittori che hanno trattato le materie più importanti negli ultimi tempi;
sicché, per le buone idee moderne, non vi sarebbe un tipo generale
di espressione in tutto quel che si è fatto fino a oggi in Italia.
Manca completamente a questo povero scrittore questo
sentimento – per così dire – di comunione col suo lettore, questa
certezza di maneggiare uno strumento ugualmente conosciuto
da entrambi.
Si chieda se la frase appena scritta sia italiana: come si potrà dare
una risposta sicura a una domanda che non è precisa? Che cosa
significa italiano in tal senso? Secondo certuni [italiano] è ciò
che è consegnato nella Crusca, secondo altri ciò che si capisce
in tutta Italia, ovvero dalle classi colte; la maggior parte non
applica a questa parola alcuna idea determinata. Io vi esprimo
qui in maniera vaga e molto incompleta un sentimento reale e
doloroso. La conoscenza che Voi avete della nostra lingua vi
suggerirà subito quel che manca alle mie idee, ma temo che essa non
vi indurrà a contestarne il nocciolo. Nel rigore feroce e pedantesco
dei nostri puristi c’è a mio avviso un sentimento generale del tutto
ragionevole: è il bisogno di una certa fissità, di una lingua
convenuta fra coloro che scrivono e coloro che leggono. […]
Quanto a me, disperando di trovare una regola costante e speciale
per far bene questo mestiere, credo tuttavia che vi sia anche per noi
una perfezione approssimativa di stile, e che per trasferirla il più
possibile nei propri scritti bisogni pensare molto a quel che si dirà,
aver letto molto gli italiani detti classici e gli scrittori di altre lingue,
soprattutto francesi, aver parlato di temi importanti con i propri
concittadini, e che con ciò si possa acquisire una certa prontezza
nel trovare nella lingua cosiddetta ‘buona’ quel che essa può
fornire ai nostri bisogni attuali, una certa attitudine a estenderla
con l’analogia, e un certo qual tatto per estrarre dalla
lingua francese quello che può essere mescolato alla nostra senza
urtare con una forte dissonanza, e senza aggiungervi oscurità. Così,
con un lavoro più penoso e ostinato si farà meno male possibile quel
che voi fate quasi senza fatica. Concordo con Voi che scrivere un romanzo in italiano sia una delle cose più
difficili, ma trovo
questa difficoltà in altri soggetti, sebbene a un grado inferiore; e
con la conoscenza non completa ma sicura che ho della
imperfezione dell’operaio, sento anche in una maniera
pressoché sicura che ve ne ha molta nella materia.
Parallelamente alla stesura del Fermo e Lucia (1823), come si legge, Manzoni
prende atto del fatto che la questione della lingua non è solo di natura
individuale. Negli stessi anni avvia anche un libro sulle questioni linguistiche
(1823-24) che poi distrugge: di esso rimangono solo alcuni frammenti
contenenti anche spogli di autori toscani (intitolati dagli editori Frammenti di un
libro ‘d’avanzo’), che documentano la maturazione del suo pensiero linguistico
e le motivazioni alla base del rifacimento del romanzo.
ADELCHI: Adelchi è una tragedia pubblicata per la prima volta nel 1822.
Narra le vicende di Adelchi, figlio dell'ultimo re dei Longobardi, Desiderio, che si svolgono tra il 772
e il 774, anno della caduta del regno longobardo per opera di Carlo Magno (anch'egli protagonista
della tragedia).
● mette in scena la caduta del regno longobardo in Italia ad opera dei Franchi nell'VIII secolo.
● Il significato profondo della figura di Adelchi e del suo dialogo con il padre→ riflette sulla
ciclicità della storia, e da ciò ne consegue un miglioramento sul piano morale del
personaggio. In quest'opera Manzoni inizia a sviluppare il tema della Divina Provvidenza che
sarà poi fulcro tematico de I promessi sposi.
● Qui la storia è contemplata attraverso il dramma interiore dei protagonisti, sublimato in una
visione religiosa della vita. Adelchi ed Ermengarda sono spiriti ricchi di contrasti fra ideali e
sentimenti (la pace e la gloria per il primo, l'amore ancora vivo del marito per la seconda).
● Nelle tragedie manzoniane incontriamo due categorie di personaggi. I primi hanno un
concreto senso della realtà e sono capaci di agire, restando insensibili alle voci del cuore, i
secondi invece vivono per alti e nobili ideali, comprendono le angosce e sofferenze degli altri
e trovano solo nella morte la piena realizzazione della loro complessa e travagliata
personalità. Le due serie di personaggi rappresentano le due esigenze spirituali che Manzoni
non è riuscito ancora a conciliare.
12. Introdurre il contesto storico-linguistico in cui Manzoni scrive la lettera Sul Romanticismo
13 Commentare il seguente passo: “la poesia e la letteratura in genere, debba proporsi l'utile per
iscopo, il vero per soggetto, l'interessante per mezzo”
Lezione 30
06 Cosa si può dire del seguente passo manzoniano? “Se mai più che d’Euterpe il furor santo, / E
d’Erato il sospiro, o dolce madre, / L’amaro ghigno di Talia mi
piacque, / Non è consiglio di maligno petto. /Né del mio secol sozzo io già vorrei /Rimescolar la
fetida belletta, /Se un raggio in terra di virtù vedessi, /Cui sacrar la
mia rima.”
07. Cosa si può dire del seguente passo manzoniano? “Madre de’ Santi, immagine / Della città
superna; / Del Sangue incorruttibile / Conservatrice eterna; / Tu
che, da tanti secoli, /Soffri, combatti e preghi; / Che le tue tende spieghi / Dall’uno all’altro mar;”
Manzoni si allontana dai canoni neoclassici con gli Inni sacri [La Resurrezione
(1812), Il nome di Maria (1812-1813), Il Natale (1813), La Passione (1813-
1814), La Pentecoste (1817)], percorsi da una forte concitazione emotiva nella
celebrazione dei temi religiosi, e caratterizzati da una pluralità di voci, secondo
il progetto manzoniano di un’epica religiosa corale.
Le forme metriche usate sono più facili e cantabili, il lessico è sempre elevato
ma meno incisivi sono i riferimenti mitologici e classicheggianti, mentre
abbondano le espressioni e le immagini di matrice biblica o liturgica.
→ si allontana dai canoni neoclassici con gli Inni sacri : progetto manzoniano di un’epica religiosa
corale.
→ Le forme metriche usate sono più facili e cantabili,
→il lessico è sempre elevato
→abbondano le espressioni e le immagini di matrice biblica o liturgica.
Madre dei Santi, immagine della città celeste, conservatrice del sangue incorruttibile di Cristo
nell’eternità; tu che, da tanti secoli, soffri, combatti e preghi, e il tuo dominio si dispiega da un mare
all’altro;
Manzoni si allontana dai canoni neoclassici con gli Inni sacri [La Resurrezione
(1812), Il nome di Maria (1812-1813), Il Natale (1813), La Passione (1813-
1814), La Pentecoste (1817)], percorsi da una forte concitazione emotiva nella
celebrazione dei temi religiosi, e caratterizzati da una pluralità di voci, secondo
il progetto manzoniano di un’epica religiosa corale.
Le forme metriche usate sono più facili e cantabili, il lessico è sempre elevato
ma meno incisivi sono i riferimenti mitologici e classicheggianti, mentre
abbondano le espressioni e le immagini di matrice biblica o liturgica.
09. Cosa si può dire del seguente passo? “Sparse le trecce morbide / Sull’affannoso petto, / Lenta
le palme, e rorida / Di morte il bianco aspetto, / Giace la pia, col
tremolo / Guardo cercando il ciel. / Cessa il compianto: unanime / S’innalza una preghiera: /
Calata in sulla gelida /Fronte, una man leggiera / Sulla pupilla cerula /
Stende l’estremo vel”
ADELCHI: Adelchi è una tragedia pubblicata per la prima volta nel 1822.
Narra le vicende di Adelchi, figlio dell'ultimo re dei Longobardi, Desiderio, che si svolgono tra il 772
e il 774, anno della caduta del regno longobardo per opera di Carlo Magno (anch'egli protagonista
della tragedia).
mette in scena la caduta del regno longobardo in Italia ad opera dei Franchi nell'VIII secolo.
Il significato profondo della figura di Adelchi e del suo dialogo con il padre→ riflette sulla ciclicità
della storia, e da ciò ne consegue un miglioramento sul piano morale del personaggio. In quest'opera
Manzoni inizia a sviluppare il tema della Divina Provvidenza che sarà poi fulcro tematico de I
promessi sposi.
Qui la storia è contemplata attraverso il dramma interiore dei protagonisti, sublimato in una visione
religiosa della vita. Adelchi ed Ermengarda sono spiriti ricchi di contrasti fra ideali e sentimenti (la
pace e la gloria per il primo, l'amore ancora vivo del marito per la seconda).
Nelle tragedie manzoniane incontriamo due categorie di personaggi. I primi hanno un concreto
senso della realtà e sono capaci di agire, restando insensibili alle voci del cuore, i secondi invece
vivono per alti e nobili ideali, comprendono le angosce e sofferenze degli altri e trovano solo nella
morte la piena realizzazione della loro complessa e travagliata personalità. Le due serie di
personaggi rappresentano le due esigenze spirituali che Manzoni non è riuscito ancora a conciliare.
10. Commentare il seguente passo: “Nel comporre questo romanzo, ripetiamo, il Manzoni volle,
col mezzo seducente d'una nova e applaudita forma letteraria,
introdurre in Italia un novo genere di prosa, tutta sugo e pensiero, fatti e riflessioni, senza belletto
né iattanze: portare ben altro sangue al cervello atrofizzato e
immiserito in questi ambienti senz'aria. E difatto perché avrebbe dovuto ostinarsi sulla via
vecchia? Che aveva ottenuto colle sue tragedie classico-romantiche?
Piantar le colonne del novo tempio dell'arte, e non vedere sorgere il tempio! Non soltanto non
sarebbero state popolari, ma non lette che da pochi, salvo i cori, e
fraintese”. (Petrocchi, 1886)
Il Manzoni vuole educare il popolo con un romanzo che sia accessibile a tutti
per lingua e contenuti, che faccia mostra della condizione umana in ogni sua
sfaccettatura, dalla penuria del vivere alla più alta forma di speranza.
Così, continua Petrocchi, quando «uscì quel volume fu all'Italia un'apparizione
nel secolo XIX come la Commedia era stata nel secolo XIV e il Furioso nel
XVI».
Come si è visto nella lettera Sul Romanticismo, Manzoni vuole trarre spunto
dalle vicende a lui contemporanee e da una materia storica che sia facilmente
verificabile: il romanzo viene ambientato proprio quando l'Italia è schiava del
giogo straniero, priva di coraggio e di speranza; di questo si nota una affinità
con il momento storico in cui scrive (e di conseguenza una sottile condanna),
sotto il peso dell’invasore austriaco.
L'intento romantico è rappresentato: l'autore ritrae il vero storico
proporzionandolo alla descrizione dei luoghi, non perdendo mai di vista
l'universo finzionale che pare però quasi inesistente.
Di conseguenza anche i personaggi rappresentano dei tipi, persone comuni
del popolo oppresso di cui era facile trovare corrispettivi nella realtà: si possono
leggere in loro i più alti sentimenti, le idee, le intenzioni, i dolori e le paure di un
volgo che si vede invaso dal nemico straniero e dalla peste. Il popolo è
rappresentato così dal suo più vero protagonista, il semplice contadino Renzo
Tramaglino.
Renzo è l'allegoria del popolo italiano oppresso che combatte perché
pubblicamente difende sè stesso e l'ideale di giustizia: per questo si caccia nei
tumulti, non per spirito ribelle o rivoluzionario.
Proprio il personaggio di Renzo sembra meglio ritrarre lo spirito patriottico del
suo creatore: deve rappresentare l'immagine più alta del galantuomo povero
che si batte contro l'oppressore ricco.
L'opera manzoniana è così singolare perché in grado spontaneamente di
parlare di fatti umani particolari in modo generale, tanto da far sembrare
avvenimenti di allora come contemporanei.
È il grande romanzo moderno della società umana, in cui ogni parte
rappresenta un aspetto della quotidianità: sono aneddoti, piccole storie e
apologhi che si susseguono. Si può ricordare, ad esempio, la descrizione della
peste, momento in cui gli scrittori del passato davano più grande mostra di se
stessi: il Manzoni ne fa una descrizione intima e intesa, a tratti psicologica e
mai patetica, nel suo completo svolgimento (nel pdf allegato il cap. XXXI dei
Promessi sposi, la lettura è facoltativa).
Le lezioni successive saranno dedicate interamente allo studio delle edizioni
dei Promessi sposi e alla questione linguistica.
personaggi: persone comuni del popolo oppresso di cui era facile trovare corrispettivi nella realtà:
volgo invaso dal nemico straniero e dalla peste.
→ popolo è rappresentato così dal suo più vero protagonista: Renzo= allegoria del popolo italiano
oppresso
→ Renzo impersona spirito patriottico del suo creatore
1. 1821- 23 Fermo e Lucia cosiddetta “prima minuta”: non verrà mai pubblicata da Manzoni.
2. 1827 Promessi Sposi, la cosiddetta “Ventisettana”
3. 1840 Promessi Sposi, la cosiddetta “Quarantana”
13. Perché i Promessi sposi sono definiti il grande romanzo moderno della società umana?
L'opera manzoniana è così singolare perché in grado spontaneamente di
parlare di fatti umani particolari in modo generale, tanto da far sembrare
avvenimenti di allora come contemporanei.
È il grande romanzo moderno della società umana, in cui ogni parte
rappresenta un aspetto della quotidianità: sono aneddoti, piccole storie e
apologhi che si susseguono. Si può ricordare, ad esempio, la descrizione della
peste, momento in cui gli scrittori del passato davano più grande mostra di se
stessi: il Manzoni ne fa una descrizione intima e intesa, a tratti psicologica e
mai patetica, nel suo completo svolgimento (nel pdf allegato il cap. XXXI dei
Promessi sposi, la lettura è facoltativa).
+
Vedi appena sopra
LEZIONE 31
Per affrontare il problema linguistico, nel 1827 Manzoni parte per Firenze dove può finalmente sperimentare
in modo diretto la lingua toscana, attraverso i colloqui e le conversazioni con gli uomini di cultura della città.
Prende coscienza del fatto che la lingua studiata sui testi letterari e sui vocabolari è fredda e libresca, diversa
da quella vivace ed espressiva parlata dai fiorentini colti. Convinto che il fiorentino sia la lingua adatta al suo
romanzo, Manzoni inizia una nuova revisione del romanzo scegliendo quella dell’uso vivo del ceto colto del
più illustre e autorevole centro toscano. Per dieci anni lavora alla revisione del romanzo, e tra il 1840 e il 1842
pubblica l’edizione definitiva dei Promessi sposi, la Quarantana.
10. Perché è importante l’introduzione del Fermo e Lucia e che cosa ci dice l’autore?
L’autore sostiene che il requisito di una grande cultura nazionale è l’esistenza di un linguaggio comune,
dimostrando l’inesistenza, in Italia, di questa lingua comune sia sotto la specie del toscano, sia sotto altra
specie unitaria in questo modo. Manzoni, nell’introduzione, giustifica quindi il ricorso del narratore ad una
lingua composita.
[Link] è l’idea di lingua per Manzoni sottesa alla scrittura del suo romanzo?
All’epoca della prima stesura del romanzo, Manzoni comincia la sua vera riflessione sulla lingua: scrivendo a
Fauriel, spiega le difficoltà di uno scrittore italiano nello scrivere un romanzo di storia e d’invenzione per la
povertà della lingua italiana, prevalentemente scritta e pochissimo parlata.
12Presentare e spiegare il seguente passo: “Che cosa significa italiano in tal senso? Secondo certuni
[italiano] è ciò che è consegnato nella Crusca, secondo altri ciò che si capisce in tutta Italia, ovvero dalle
classi colte; la maggior parte non applica a questa parola alcuna idea determinata. Io vi esprimo qui in
maniera vaga e molto incompleta un sentimento reale e doloroso”.
Con la seguente affermazione, Manzoni parla dell’assenza di una lingua comune a chi scrive e a chi legge,
poiché non è possibile dare una definizione di italiano come lingua unitaria e comune a tutti. Essa dunque
non si identifica né con il toscano promosso dalla Crusca, né con altre lingue in uso dalle classi colte.
13. Contemporaneamente alla stesura del Fermo e Lucia a cosa si dedica Manzoni?
Parallelamente alla stesura del Fermo e Lucia (1823) Manzoni, negli stessi anni, avvia anche un libro sulle
questioni linguistiche (1823-24) che poi distrugge: di esso rimangono solo alcuni frammenti contenenti
anche spogli di autori toscani (intitolati dagli editori Frammenti di un libro ‘d’avanzo’), che documentano
la maturazione del suo pensiero linguistico e le motivazioni alla base del rifacimento del romanzo. Di
questo periodo è anche un altro scritto frammentario, che è stato intitolato Modi di dire irregolari (1825-
26), in cui legittima alcune violazioni alla norma grammaticale giustificate dall’uso applicando la stessa
teoria anche alla lingua del romanzo.
14 Presentare e spiegare il seguente passo: “Concordo con Voi che scrivere un romanzo in italiano sia
una delle cose più difficili, ma trovo questa difficoltà in altri soggetti, sebbene a un grado inferiore;
e con la conoscenza non completa ma sicura che ho della imperfezione dell’operaio, sento anche
in una maniera pressoché sicura che ve ne ha molta nella materia”.
Manzoni lamenta le difficoltà che la lingua italiana oppone alla scrittura di un romanzo, difficoltà che
derivano dalla mancanza di costrutti e specialmente da un “codice” che consenta a chi legge di
comprendere chi scrive. Manzoni desidera trovare uno strumento comunicativo che sia biunivoco e
comune a chi scrive e a chi legge.
15Presentare e spiegare il seguente passo: “Quanto alle difficoltà che la lingua italiana oppone alla
trattazione di questi soggetti, esse, ne convengo, sono reali e grandi; ma penso ch’esse derivino da
una circostanza generale, che sfortunatamente si applica o ogni tipo di composizione. Questo fatto
(bado che nessuno mi ascolti) questo triste fatto è, a mio avviso, la povertà della lingua italiana”.
Manzoni, dedicandosi stesura del “Fermo e Lucia”, lamenta, in una lettera a Fauriel, che a
prescindere dal tipo di componimento al quale uno scrittore italiano possa dedicarsi, possa essere
un romanzo storico, d’invenzione o altro ancora, la lingua italiana è caratterizzata da una certa
povertà, poiché essa è prevalentemente scritta e pochissimo parlata.
16 Presentare e spiegare il seguente passo: “Per indicarvi brevemente la mia idea principale sui
romanzi storici e mettervi così sulla via per rettificarla, Vi dirò che li concepisco come la
rappresentazione di uno stato determinato della società per mezzo di fatti e di caratteri così simili
alla realtà che li si possa ritenere una storia veritiera appena scoperta”.
L’idea di Manzoni riguardo ai romanzi storici, è quella che essi debbano, nel narrare avvenimenti e
personaggi storici, rappresentare questi quanto più fedelmente alla realtà storica, a tal punto che
possano addirittura risultare come realmente accaduti ma recentemente scoperti e narrati.
LEZIONE 32
11. Cosa si intende per Quarantana e che tipo di lingua presenta Manzoni?
A seguito del suo viaggio a Firenze, durante il quale Manzoni si rende conto che la lingua studiata sui testi
letterari e sui vocabolari è fredda e libresca, diversa da quella vivace ed espressiva parlata dai fiorentini colti,
inizia una nuova revisione del suo romanzo, scegliendo il fiorentino dell’uso vivo del ceto colto, elevandolo a
modello di lingua d’Italia. Lavorerà a questa revisione per dieci lunghi anni e fra il 1840 e il 1842 dà alle stampe
l’edizione definitiva dei “Pomessi Sposi”, detta la “Quarantana”.
12. Ventisettana e Quarantana a confronto: fare il punto e presentare esempi di varianti al testo.
Rispetto alla Ventisettana, nella Quarantana Manzoni sceglie come lingua il fiorentino dell’uso vivo del ceto
colto, che ha appreso a contatto diretto con i fiorentini colti durante il viaggio a Firenze. L’autore elimina
molte digressioni, tra cui la “Storia della colonna infame” che viene pubblicata nel 1840.
13. Sul piano lessicale nel passaggio dalla Ventisettana alla Quarantana a cosa si assiste?
L’autore vuole superare il divario fra lingua scritta e lingua parlata.
14. Nel 1846 Manzoni scrive una Lettera a Giacinto Carena: illustrare i punti principali.
Nella lettera a Giacinto Carena, Manzoni espone alcuni punti principali riguardanti il suo pensiero
sulla questione della lingua, ma esprime anche giudizi e critiche sul Vocabolario domestico nel quale
il suo corrispondente ha raccolto il lessico di uso quotidiano e legato ai lavori.
In particolare, sostiene che:
- Il fiorentino è la lingua italiana (Manzoni lo rimprovera di non aver esclusivamente raccolto il suo
Vocabolario a Firenze, ma anche in altre città italiane);
- La sinonimia è più un male che un bene (poiché una pluralità di termini per indicare una
medesima cosa, è piuttosto una disgrazia che una ricchezza della lingua).
15. Presentare e spiegare il seguente passo: “Cosa ci giova, in questo caso, d’aver un’abile e esperta
guida, se ci conduce a un crocicchio, e ci dice: prendete per dove vi piace?”; donde il rimprovero al
Carena di aver offerto un “mezzo di sostituire l’unità [del fiorentino] alla deplorabile nostra
molteplicità [della frammentazione dialettale italiana] se sostituisce una molteplicità [quella dei
sinonimi] a un’altra?” (Manzoni a Carena).
Nella Lettera a Giacinto Carena, Manzoni è del parere che la sinonimia sia più un male che un bene,
poiché una pluralità di termini per indicare una medesima cosa, è piuttosto una disgrazia che una
ricchezza della lingua.
16. Come si inserisce Ascoli nel dibattito linguistico? Cos’è l’Archivio Glottologico Italiano?
Ascoli sostiene che la proposta di elevare il fiorentino a lingua comune costringe con dettami
inefficaci quello che altrove è avvenuto sulla base di un’evoluzione dapprima politica e culturale, poi
linguistica. Rispetto a Manzoni, Graziadio Isaia Ascoli guarda al problema dei mezzi con cui diffondere
la lingua nazionale solo con gli occhi dello scienziato, non con quelli di un letterato come Manzoni.
L’Archivio Glottologico Italiano è la rivista specialistica di linguistica fondata da Ascoli nel 1873
(tuttora esistente).
17. Qual è la critica che Ascoli muove alla proposta di Manzoni?
Ascoli critica la pronuncia di novo per nuovo presente sul frontespizio del Novo Vocabolario Giorgini-
Broglio, poiché a parer suo non sarebbe corretto imporre la pronuncia fiorentina se non è impiegata
nel resto Italia. Ciò, a suo parere, comporterebbe anche il dover accettare la medesima pronuncia
anche per altri termini come sòla anziché suola; fòri per fuori; òmini per uomini e via dicendo.
18. Dell’unità della lingua e dei mezzi per diffonderla, 1868. Cosa propone Manzoni nel testo?
Nella sua relazione, Manzoni ribadisce i due capisaldi già esposti nella Lettera a Giacinto Carena. In
primo luogo, egli propone la compilazione di un vocabolario sulla base del fiorentino dell’uso vivo;
seguono poi altri provvedimenti, come la preferenza per gli insegnanti di origine toscana o educati in
Toscana; la formazione di insegnanti e conferenze di maestri toscani nelle scuole delle varie province
e borse di studio ad allievi che volessero trascorrere un’annata scolastica a Firenze.
19. Presentare e spiegare il seguente passo: “La lingua italiana è in Firenze, come la lingua latina
era in Roma, come la francese è in Parigi; non perché quella fosse, né questa sia ristretta a una sola
città […] ma perché, conosciute bensì, e adoperata in parte, e anche in gran parte, in una vasta
estensione di paese […] per trovar l’una tutt’intera, e per trovarla sola, bisognava andare a Roma,
come per trovare l’altra, a Parigi”. (Manzoni a Carena)
In questo estratto, Manzoni rimprovera Carena di non aver esclusivamente raccolto il suo
Vocabolario a Firenze, ma anche in altre città toscane, considerandolo scorretto. Per Manzoni, il
fiorentino originale, quello dell’uso vivo, lo si ritrova soltanto nella città di Firenze, nonostante
possiamo ritrovarlo in uso anche altrove.
LEZIONE 33
19 Cosa si intende per epistolografia e quando inizia a diffondersi?
L’epistolografia è l’arte di scrivere lettere, soprattutto di carattere ufficiale o diplomatico o per
esercitazione retorica, considerata come un genere letterario. La corrispondenza epistolare comincia
a diffondersi nella prima metà del Duecento, di pari passo con la diffusione degli usi scritti in volgare,
in seguito a dei mutamenti di carattere materiale come la produzione della carta (soluzione più
economica della pergamena) e lo sviluppo della grafia mercantesca.
LEZIONE 34
16. Per mezzo di quali manoscritti il testo Parlamenta et epistole è arrivato fino a noi?
Il testo giunge a noi solo per mezzo di tre manoscritti:
- Biblioteca Apostolica Vaticana, ms. Vaticano latino 5107;
- Vienna, Osterreich. Nationalbibliothek, ms. Codice latino, 585;
- London, British Library, ms. Add. 33221
- .
17. Chi è Guido Faba e cosa scrive?
Guido Faba è un notaio bolognese (1190-1243) al quale si riconosce l’iniziatica di adattare al volgare la
struttura retorica e formulare della tradizione mediolatina delle lettere. Egli scrive la “Gemma purpurea”
e i “Parlamenta et epistole”, che forniscono modelli epistolari da seguire, nobilitando la corrispondenza
in volgare delle pubbliche autorità.
LEZIONE 35
14. Guardando alla lingua dell’epistolario, cosa emerge rispettivamente nella scrittura di Bembo e nella
scrittura della Savorgnan?
Nella sua scrittura, la Savorgnan è sempre molto attenta alla lingua, chiedendo di volta in volta conferme a
Bembo. Le lettere di Maria è evidente non siano state pensate e scritte, ma l’attenzione alla tenuta del
dettato rischia di farci pensare il contrario. È possibile che i due dialogassero in veneziano, ma nello scritto si
esprimevano in uno stile epistolare codificato, mediato dalla lingua letteraria, che toglieva appunto
spontaneità. Il codice di comunicazione è quello del primo Cinquecento, la scrittura è sofisticata, attenta e
studiata, soprattutto nel caso di Bembo.
16. Per quale dei due corrispondenti (Bembo e Savorgnan) e perché si è parlato di “linguaggio
petrarchista”?
Si può parlare di linguaggio pertrarchista nel caso di Maria Savorgnan. In questo filone rientrano poetesse
divenute poi famose, come Veronica Gambara e Vittoria Colonna, le quali entrano finalmente nel panorama
letterario con temi e voci nuoce, superando la rigida impostazione umanistica. Inconsapevolmente, Maria
può essere considerata un’anticipatrice di questa tendenza. Maria, da donna colta, si serve di citazioni
letterarie, appartenenti al Petrarca per esempio, per esprimere i suoi sentimenti e la scrittura epistolare è
per lei motivo di autoaffermazione.
17. “S’io non vi ho scrito prima non vi meravigliate, imperhò ch’io so certissima che le leter mie non vi
sono in quella gratia che da prima mi credea, perché parlando l’altroier con voi ben cognobi quanto
di la vostra gratia avea aquistata ed ero per acquistare: im modo ch i’ poso dir “che la colpa è pur
mia che più per tempo…”, ma voi non potrete dir che dil vostro core e non d’ase sia trato el chiodo
primo con el segondo. E basti: el tempo tuto po, ma lui né io potren medichar el primo colpo che
vi diede amore”. Si illustri il passo riportato.
Nella citazione sono evidenti i riferimenti a Petrarca ed a citazioni a lui attribuibili e presenti in alcune
sue opere, lette e studiate da Maria. In particolare, il riferimento appartiene al “Trionfo dell’Eternità”
e al “Trionfo dell’Amore III”. Maria si dimostra adirata nei confronti di Bembo, poiché fraintende la
sua riposta alla lettera precedentemente inviata.
27 In un’ottica di studi sulla lingua, perché è importante la corrispondenza tra Bembo e la Savorgnan?
Le lettere di Bembo, appartenenti al carteggio amoroso con Maria Savorgnan, oltre a confermarci la
sua grandezza in qualità di letterato, ci mostrano le modalità scelte dall’autore nel loro riordino e
nella loro revisione ai fini della raccolta e della pubblicazione. Infatti, quando Bembo prende la
decisione di rendere pubblico questo carteggio, sceglie accuratamente le lettere e le rende più
consone e aderenti all’idea di lingua e al codice di comportamento che aveva maturato nel corso
degli anni, restituendo in questo modo, un’immagine ufficiale di sé.
28 “Questa sera farete quello che ne la poliza de l’altro ieri vi disi, zoè a una hora e meza eser al
Campo di San Trovaso e poner mente alla luce di le ultime finestre di sopra, poi quella vedendo
venir alla porta. Altro non dico perché parleren poi. Se due hore paserano e che luce non sia, non
ci serà hordine”. Si illustri il passo riportato.
Si tratta di un biglietto inviato da Maria a Pietro per illustrare le modalità del loro incontro, del quale
si era già discusso qualche sera prima. Con “poliza” si indica il biglietto ed il luogo indicato, cioè il
Campo di San Trovaso, si trova a Venezia che, da quanto si evince, è sito nei pressi del palazzo dove
dimora Maria, la quale avrà la premura di indicare, attraverso l’accensione delle luci, il momento
idoneo perché Pietro si presenti alla sua porta. Inoltre, Maria fornisce indicazioni anche per
l’eventualità che, ne caso in cui non sia possibile procedere secondo i piani, l’incontro possa non
verificarsi.
LEZIONE 36
8. Rispetto alla compilazione delle lettere copernicane, perché fu importante la figura di Benedetto
Castelli?
Benedetto Castelli rappresenta l’opportunità per Galileo Galilei di esprimere la sua ideologia per
quanto riguarda la sua posizione in merito ai rapporti tra la teoria eliocentrica e le Sacre Scritture.
Egli fu infatti accusato di aver creato una certa dissonanza fra le due, e scrivendo al suo discepolo
Castelli, chiarisce appunto la sua tesi.
12. Anche Pietro Aretino e Annibal Caro sono scrittori di lettere: spiegare e illustrare questa
definizione.
Pietro e Aretino, pubblica anch’egli una raccolta di epistole, “Le Lettere”, in parte raccolte e in parte
scritte appositamente. Annibal Caro, invece, è l’autore delle “Lettere famigliari”, significative perché
fungono da fonte di informazioni riguardo tematiche letterarie e religiose, di costume o avvenimenti
politici e militari del Cinquecento.
LEZIONE 37
10. Spiegare la seguente affermazione: “l’Ottocento è il secolo in cui il confine tra lettere private e
lettere ufficiali sembra non essere così definito”.
La seguente affermazione sta ad indicare che dalle epistole manoscritte arrivate sino a noi si può
dedurre che nell’Ottocento la scrittura epistolare diventa strumento di comunicazione a tutti i livelli
sociali.
11. “Addio, mio Caro e ben amato amico non lasciar mai d’amare la tua Gianna, che questo è il solo
suo desiderio sulla terra, e ch’ella t’ama e t’amerà sempre quanto meriti, e ciò è dir tutto. I miei
genitori, e la Silvia ti dicono ti dicono mille cose cordiali. Addio, addio ancora la tutta tua Malvina”
spiegare e illustrare il passo riportato. Quali elementi propri della grammatica epistolare si notano?
Le formule d’esordio e di congedo ci dicono il rapporto che intercorre tra i due corrispondenti. Spesso
all’aggettivo caro, nei carteggi amorosi, per dare maggiore enfasi, viene aggiunto il possessivo “mio”.
“Addio”, nella formula di congedo, invece, è molto frequente ed è da sottolineare che è privo del
valore attribuito oggigiorno: esso ricorre sia nelle formule di congedo “legate” (cioè quando il nome
del mittente è il punto d’arrivo di un più complesso giro di frase) sia in quelle “staccate”
(addio+firma).
12. Quali sono le cosiddette forme “più fredde” di congedo, tipiche della scrittura epistolare?
Le cosiddette forme “più fredde” di congedo sono quelle introdotte da abbi/abbiti/abbiate cura,
credimi/credetemi tuo/tua, ricevi/ricevete, carissimo/a ti benedico, a cui a volte si aggiungono e
seguono i topici abbracci.
13. illustrate le formule di esordio e di congedo, tra i tratti tipici della grammatica epistolare.
Le formule d’esordio e di congedo ci dicono il rapporto che intercorre tra i due corrispondenti. Per
quanto riguarda le formule d’esordio, spesso all’aggettivo caro, nei carteggi amorosi, per dare
maggiore enfasi, viene aggiunto il possessivo “mio”. Accanto a cara/caro, sono frequenti gli aggettivi:
amabile/amabilissimo, dolce/dolcissimo, adorato/adoratissimo con il superlativo. Quando invece i
rapporti non erano vincolati sentimentalmente e i due corrispondenti erano di sesso diverso, la
prossemica doveva essere decisamente più fredda e distaccata: rientrano in questi casi forme come
gentile/gentilissimo, egregio/a.
Nelle formule di congedo, invece, “Addio” è molto frequente ed è da sottolineare che è privo del
valore attribuito oggigiorno: esso ricorre sia nelle formule di congedo “legate” (cioè quando il nome
del mittente è il punto d’arrivo di un più complesso giro di frase) sia in quelle “staccate”
(addio+firma). Le cosiddette forme “più fredde” di congedo sono quelle introdotte da
abbi/abbiti/abbiate cura, credimi/credetemi tuo/tua, ricevi/ricevete, carissimo/a ti benedico, a cui a
volte si aggiungono e seguono i topici abbracci. Sempre nelle formule di congedo, c’è poi la preghiera
dei saluti, dei rispetti o dei complimenti a terzi.
LEZIONE 38
6. Illustrare, anche per mezzo di esempi, le formule di aperture tipiche della grammatica epistolare.
Le formule di apertura introducono una nuova unità informativa. Esse presentano una certa dinamicità che
viene resa attraverso l’uso di verbi di movimento utilizzati sempre alla prima persona plurale, per garantire
almeno idealmente la compresenza di mittente e destinatario nel corso della lettera.
Es. Verbo andare: “Andiamo a ciò che più ne interessa”; verbo venire: “Veniamo un po’ a Lei signora”; verbo
tornare: “Ma torniamo a noi”.
7. Illustrare le formule di apertura, di chiusura e di passaggio, tratti tipici della grammatica epistolare.
Le formule di apertura introducono una nuova unità informativa; le formule di chiusura chiudono un’unità
che si può considerare esaurita; le formule di passaggio segnalano il passaggio del cambiamento di
argomento (spesso difficilmente distinguibili poiché non esplicitate).
8. Illustrare, anche per mezzo di esempi, le formule di chiusura, tipiche della grammatica epistolare.
Le formule di chiusura chiudono un’unità che si può considerare esaurita. Esse presentano una certa
dinamicità che viene resa attraverso l’uso di verbi di movimento utilizzati sempre alla prima persona plurale,
per garantire almeno idealmente la compresenza di mittente e destinatario nel corso della lettera.
Es. Verbo lasciare: “Lasciamo questi discorsi”.
10. Illustrare, anche per me le formule di passaggio segnalano il passaggio del cambiamento di argomento
(spesso difficilmente distinguibili poiché non esplicitate).
Le formule di passaggio segnalano il passaggio del cambiamento di argomento (spesso difficilmente
distinguibili poiché non esplicitate). Esse presentano una certa dinamicità che viene resa attraverso l’uso di
verbi di movimento utilizzati sempre alla prima persona plurale, per garantire almeno idealmente la
compresenza di mittente e destinatario nel corso della lettera.
Es. Verbo passare: “Quindi passo all’altra materia”.
11. Cosa si intende per “topoi epistolari” e quali sono i più ricorrenti?
I topoi epistolari sono temi ricorrenti o stereotipi più persistenti nell’epistolografia di tutti i tempi. In
particolare quelli che riguardano:
- L’assenza/presenza;
- la salute del corrispondente;
- la speranza di un incontro;
- lamentare la mancanza di notizie;
- invito a rispondere velocemente;
- grande piacere nel ricevere e leggere una lettera;
- scuse e giustificazioni varie.
12. Cosa si intende per “cronotopo epistolare”?
Il cronotopo epistolare corrisponde alla ricostruzione meticolosa del momento esatto in cui lo scrivente si
dedica alla scrittura della lettera: al fine di ridurre la sfasatura temporale, gli scriventi utilizzano come
espediente una descrizione dettagliata del tempo di scrittura, della composizione, della lettura del testo.
13. Illustrare alcune tematizzazioni più frequenti nella scrittura epistolare, anche servendosi di esempi.
Le tematizzazioni rientrano nei fenomeni di articolazione testuale e sono dei processi testuali e sintattici tipici
del parlato, adatti alle strategie pragmatiche della comunicazione epistolare, perché danno rilievo a una parte
precisa dell’enunciato. Fra questi ci sono:
- le dislocazioni a sinistra di oggetto diretto: “Il Natale del 1873 lo farò con te”;
- le dislocazioni a sinistra di oggetto indiretto: “A te di questo nulla dico”;
- l’anticipazione del focus per mezzo di preposizione o locuzione preposizionale: “In quanto al
passaporto mi sembra difficile la riuscita”.
14. Cosa si intende per frasi nominali cataforiche e frasi nominali anaforiche?
Le frasi nominali possono essere inserite all’interno di una lettera come segnale di snodo: esse segnalano il
passaggio da un nucleo informativo a un altro che assume movenze ostensive, cioè dirette a dimostrare
qualcosa. In particolare, le frasi nominali cataforiche anticipano qualcosa che verrà detto dopo, mentre quelle
anaforiche richiamano qualcosa detto in precedenza.
LEZIONE 39
9. Lettere di prigionieri di guerra italiani 1915-1918. Presentare il testo di Leo Spitzer.
“Lettere di prigionieri di guerra italiani” di Spitzer viene pubblicato in lingua originale nel 1921, ma in Italia
viene stampato solo nel 1976. Egli, in veste di censore della posta italiana a Vienna, raccoglie il materiale
epistolare, passando al vaglio migliaia di lettere, cartoline o minute per eliminare quanto di più triste,
pericoloso o delicato fosse esposto in esse prima della spedizione ai familiari. Per non perdere il materiale
originale, egli ricopia e ordina tutto. Il testo di Spitzer si occupa di commenti sulla lingua e sulla struttura delle
lettere ed affronta il tema delle varianti inventate dai soldati per non dire “ho fame” e per farsi ugualmente
spedire del cibo da casa.
10. Perché Spitzer dichiara che la corrispondenza è “affetta da una duplice tara”?
Ciò sta ad indicare che bisogna tenere in conto due elementi ben precisi: tutte le lettere provengono
dall’epoca del conflitto e poi che una delle due parti (mittente o destinatario) è sempre un prigioniero di
guerra.
11. Spiegare il seguente passo “Il dialetto fluisce spontaneamente dall’animo del campagnolo solo quando
si sente interamente libero e a suo agio: ma quando avviene che la guerra determini una situazione in cui
ci si sente a proprio agio al momento di scrivere e le labbra si aprono liberamente al discorso? Bisogna
tenere conto, inoltre, del fatto che ben pochi di quelli che parlano normalmente in dialetto sono anche
abituati a scrivere nel loro idioma naturale”. (Spitzer, Introduzione, 1976).
Per quanto riguarda le influenze dialettali osservati sulla lingua delle lettere, lo scrivente oscilla fra la lingua
naturale e quella artificiale, stringendo dei compromessi fra l’una e l’altra e cerando di instaurare un
equilibrio fra i die registri. L’autore precisa che in linea generale si nota una certa ritrosia e un certo imbarazzo
nell’uso del dialetto, nonostante rappresenti la lingua naturale, a causa della censura.7
12. Quali sono gli elementi dell’italiano popolare che si rilevano nelle lettere dei prigionieri di guerra?
I tratti generali tipici dell’italiano popolare riguardano:
- la grafia: punteggiatura assente o incoerente, insicurezza nell’uso delle maiuscole, uso errata di
“h” e di “q”, segmentazioni erronee, consonanti scempie o doppie;
- fonetica: fricative alveolari al posto di affricate, specie al nord; vibrante non rafforzata, specie
nel centro Italia; assimilazioni di nd – nn, nel centro e nel sud;
- morfologia: estensione dell’articolo un e il/i davanti a z/s preconsonantica; nel pronome l’uso di
‘ci’ con valore di dativo maschile e femminile, singolare e plurale; nell’aggettivo le formazioni
irregolari del comparativo e del superlativo;
- sintassi: incertezza nell’uso delle preposizioni; l’uso del ‘che’ polivalente, dei temi sospesi;
- lessico: voci generiche del parlato, malapropismi, storpiature.
13. Attraverso quali forme è evidente la componente dialettale settentrionale nelle lettere dei prigionieri
di guerra? Presentate qualche esempio.
I tratti linguistici che caratterizzano la componente dialettale settentrionale sono:
- Oscillazione tra grafie scempie e doppie: ano-anno, zo-so;
- i suoni de per di, el per il, veccie anziché vecchie, varda anziché guarda, fio anziché figlio; ecc.;
- le forme: mi, ti=me, te; ge=gli, dagi=dia, andavimo=andavamo;
- la sintassi: divertirsi invece di divertirci, e “varda ti e varda mi” nel senso di “guardavo di qua e di
là”;
- i vocaboli: zigar, babe, imbriago, insogni;
- lo stile: ti saluto e ti strasaluto.
14. Attraverso quali forme è evidente la componente dialettale meridionale nelle lettere dei prigionieri di
guerra? Presentate qualche esempio.
Le caratteristiche dei dialetti meridionali sono:
- riduzione delle vocali a fine parola;
- sonorizzazione del nesso nt – nd (dendro, londane), mp – mb – bb (tebbo=tempo;
combare=compare), ns – nz (inzieme);
- nelle forme verbali: facite per fate, riceve per ricevere, ai per ho, pozzo per posso, crete per credo.
15. Attraverso quali forme è evidente la componente popolare nelle lettere dei prigionieri di guerra?
Presentate qualche esempio.
Gli elementi caratterizzanti che interessano l’italiano popolare sono:
- l’assenza della punteggiatura;
- segmentazioni errate di parole, che possono ricreare casi di discrezione o di concrezione;
- consonanti scempie o doppie;
- ‘tuvo’ per ‘tuo’, ‘suva’ per ‘sua’;
- Erronea percezione del genere e di conseguenza errato o mancato accordo fra articolo e nome.
LEZIONE 40
13. Rispetto allo stile, cosa si può dire dell’e-mail?
La sintassi della posta elettronica sembra mediamente assai più vicina al modello coeso e strutturato dello
scritto che non alla frammentarietà del parlato.
14. Tra e-mail e lettera si parla di “debito comunicativo”: che cosa si intende e perché?
Il messaggio di posta elettronica presenta alcuni caratteri perculiari, tra cui un debito comunicativo,
funzionale, strutturale e formale con altri tipi di testo che ne hanno caratteristiche orami codificate
tecnicamente: per esempio, le formule d’esordio, le formule di congedo e i saluti (la cosiddetta cornice
epistolare).
15. Quali sono gli espedienti linguistici e i simboli più utilizzati nei testi della CMT?
I fenomeni più documentati sono:
- Disgrafismi: l’uso dell’apostrofo al posto dell’accento; l’impiego sbagliato dell’accento;
l’omissione dell’apostrofo nell’elisione; l’uso scorretto di “h”; scarsa conoscenza delle regole
ortografiche; reinterpretazioni; scarsa o erronea interpunzione; uso di smiles al posto del punto
fermo;
- Tachigrafie: scorciature da troncamento; contrazioni, sigle; elementi alfabetici per la lettura
compitate in scrizioni simili ai rebus;
- Realizzazioni grafofonetiche espressive: “k”; gergalismi grafici; scrizioni deformate per scherzo;
moltiplicazione di grafemi; uso espressivo dell’interpunzione;
- Espedienti linguistici e simboli: logogrammi; emoticon ed emoji; onomatopee; interiezioni;
ideofoni ed olofrasi; emoticon con corrispettivi alfabetici; scorciature; contrazioni; scarsa cura
ortografica.
18. Quali sono in ordine generale le ricadute linguistiche dell’avvento dei nuovi media?
Fra le ricadute linguistiche, determinate dall’avvento dei nuovi media, possiamo ritrovare:
- La deproblematizzazione dell’atto scrittorio, per esempio la scrittura rapida, l’attenzione minima
o del tutto assente all’errore;
- La modificazione del rapporto tra lo scrivente e la norma;
- La diffusione di usi grafici e di consuetudini linguistiche (anche fuori dalla norma).
20. Gli strumenti comunicativi consentono diversi approcci di interazione. Illustrali brevemente.
Lo sviluppo della tecnologia ha reso possibile la diffusione di strumenti comunicativi sempre più
semplici e potenti, dotati di software che consentono diversi approcci:
- Multicanali: è possibile sfruttare canali diversi per diffondere informazioni;
- Multimediali: è possibile sfruttare più media contemporaneamente, come registrazioni vocali,
GIF, immagini, ecc.;
- Crossmediali: i contenuti possono adattarsi a media diversi (radio, tv, blog, social media, ecc.);
- Convergenti alla comunicazione: tutti i media sono in grado di trasferire la stessa informazione,
sia pur in forma adattata.
Lezione 42.
08. Cosa si intende per “competenza sbilanciata”?
Oltre al Rinascimento, uno tra i momenti più floridi e rappresentati dalle scritture femminili è, non a caso,
proprio l’Ottocento, secolo in cui si registrano avanzamenti culturali sia a livello diastratico sia di genere.
Alla luce di questo incremento, le analisi linguistiche condotte proprio su questi testi fanno decadere il
binomio scrittura femminile- deviazione dalla norma, e restituiscono, se non la profondità del grado di
alfabetizzazione delle scriventi, almeno la loro capacità scrittoria.
Spesso poi i prodotti linguistici privati di scriventi con una competenza medio-alta hanno evidenziato una
compresenza di tratti di matrice cólta, quali segnali di un’educazione pregressa, e tratti pragmatici, più
prossimi all’espressività e al parlato.
I comportamenti linguistici fedeli alla norma, le costruzioni sintattiche che seguono il modello
classicheggiante, l’impiego di un lessico ricercato che attinge alla tradizione, sono ben amalgamati con la
lingua del quotidiano e con l’articolazione del dettato che risponde alle modulazioni espressive di una
conversazione in presenza e che riflette il tentativo di ridurre la distanza fisica tra i corrispondenti.
Va precisato però che, come già segnala Luca Serianni, specialmente nelle lettere private ottocentesche
questa «competenza sbilanciata» deve mettere in guardia dal non considerare eccezioni o deviazioni dalla
norma comportamenti che pur fanno parte della coscienza linguistica comune.
Per questo, come infatti ha mostrato Rita Fresu, tanto chiara e definita è la casistica dei tratti linguistici
popolari e semicolti da permettere di definire puntualmente una classificazione degli scriventi, altrettanto
non può dirsi per quegli esiti che si collocano a metà strada tra l’uso e la norma; una difficoltà che si fa
maggiore in presenza di produzioni private femminili di scriventi di cui si ignora o si conosce poco la biografia.
Come si è detto, gli studi sulle corrispondenze epistolari di mano femminile contribuiscono a svelare
personalità interessanti di scriventi poco note e perlopiù silenziose.
È questo il caso di Clementina, nata a Pistoia il 13 ottobre 1850, figlia di un noto medico della città, Carlo
Biagini. Si legge nella lettera che Clementina vive nello «splendore d’una magnifica posizione», almeno fino
al dicembre 1861 quando la morte del padre trascina in malasorte la famiglia.
Tra «le tante cose andate male», problemi di salute e condizioni economiche precarie, c’è «quel matrimonio
così disgraziato» con il notaio Evangelista Arcangeli, originario della montagna pistoiese e di sei anni più
grande, celebrato l’8 settembre 1869.
Da questa unione, che come confessa Clementina in una lettera a Policarpo è stata per lei «una condanna»
nasce la figlia, Ersilia Arcangeli, l’8 agosto 1871.
L’infelice matrimonio non dura nemmeno dieci anni: dallo Stato delle Anime (Registro anagrafico) dell’anno
1876 emerge non solo che i due coniugi vivono già in case separate a quel tempo, ma anche che Clementina
ha dovuto cedere la casa di famiglia.
È facile pensare che il fallimento di quel primo matrimonio con Arcangeli sia frutto di un incontro avvenuto
qualche mese prima che la stessa unione fosse celebrata: infatti Clementina, nel maggio del 1869 nella
Basilica della Madonna dell’Umiltà di Pistoia, per la prima volta aveva incrociato lo sguardo di Policarpo, un
giovane di bell’aspetto, originario di Castello di Cireglio, un piccolo paese della montagna pistoiese.
Clementina racconta la meraviglia, lo stupore e la gran pena che accompagnano l’attesa di Policarpo
all’appuntamento.
Dopo essere stata informata da un vicino di casa che «quel signorino che sta qui accanto è ammalato», la
donna si ritira in preghiera e in preda a deliri fa voto alla Madonna di rinunciare all’amato in cambio di una
sua pronta guarigione. A causa di quel voto quindi, a cui seguono – come si legge – non pochi pentimenti,
Clementina non può far altro che accettare la proposta di matrimonio del notaio Arcangeli «prendendo
Marito com’un’ altra entra nel Chiostro», pur tuttavia continuando a nutrire un fortissimo sentimento per
Policarpo.
Proprio sul finire del 1872, quando il giovane letterato si trasferisce al Nord per ricoprire incarichi di
professore di lettere prima a Torino e poi a Milano, inizia la corrispondenza con Clementina, rimasta a Pistoia
e ancora sposata, che sin dall’inizio esibisce non poche resistenze, perché consapevole che quello sia un
amore colpevole e impossibile da realizzarsi. Dopo aver superato però i primi tentennamenti, la relazione a
distanza prende avvio per corrispondenza e, per non compromettere quel legame clandestino, Clementina
raccomanda la massima segretezza. La corrispondenza epistolare tra Clementina e Policarpo prosegue
almeno fino al 14 febbraio del 1875, data della penultima lettera conservata, che con le precedenti scandisce
per un arco temporale di quasi due anni e mezzo un rapporto mai interrotto, avvicendato saltuariamente da
visite del giovane Petrocchi nei luoghi natali.
Sulla vita di Clementina dopo il trasferimento nel capoluogo lombardo non si hanno tracce documentarie:
come si evince dalle lettere, che aiutano a ricostruire la sua giovinezza e la prima età adulta, Clementina a
Pistoia trascorre il suo tempo tra consuetudini religiose («Mi sono alzata dopo le 5 e sono andata in Chiesa»,
107.41-42; «Le lacrime, e la preghiera mi ridonarono la calma», 115.77-78), letture di romanzi («Ho letto
ultimamente un suo [Bersezio] romanzetto», 23.71-72; «Ho letto con infinito piacere il tuo racconto», 40.62-
63; «Ho letto un mesto racconto dal titolo ,, Storia di una Capinera,, è molto interessante», 67.170-173),
prove di pianoforte («Certe volte ho paura di morire! allora mi metto a Piano- forte e canto l’aria della
Traviata», 16.192-194; «vivo assai ritirata, mi occupo dei miei lavori, faccio un pò di musica», 42.69-71; «è
venuta Miss Longhi a trovarmi, ed’ho suonato un pezzo ch’Ella mi favori, e che ho studiato sotto la sua
direzione», 55.77-80) e qualche evento culturale («Al teatro non andrò che Venerdì», 35.14-15, «Son rimasta
all’impegno | d’andare al Teatro Sabato sera», 46.1-2), mentre a Milano, e poi a Roma, vive all’ombra di
Policarpo, vestendo i panni di madre e di donna di casa.
Insieme a Policarpo avranno sei figli, nati tutti a Milano: Luigi, Carlo, Vittorina, Maria, Gino e Guido.
Anche della morte di Clementina Biagini non si sa molto, ma grazie ad alcune pagine del diario di Petrocchi è
possibile ricostruire l’accaduto. Quando nel 1895 il Collegio Militare di Milano dove insegna Policarpo cambia
sede, la famiglia Petrocchi si trasferisce a Roma: come racconta lui stesso nei suoi appunti di diario, sul finire
del 1901 Clementina muore a seguito di una paralisi muscolare e viene sepolta al Cimitero del Verano, che
diventa per la famiglia una meta quasi giornaliera.
Se, come è emerso, è stato possibile definire con precisione solo alcuni momenti della vita di Clementina,
risalire all’educazione e alla formazione culturale dei primi anni è un’operazione altrettanto impervia, perché
pochi e frammentari sono i materiali a disposizione: sono tuttavia alcune risorse documentarie, sia dirette,
come pagine autografe di diario, appunti e lettere, sia indirette, vergate da Petrocchi, a restituire indicazioni
utili, talvolta essenziali perché uniche, ad aiutare la ricostruzione.
Se di Clementina Biagini, come si è visto, è nota la «nascita illustre»49, in quanto figlia unica dello stimato
medico della città di Pistoia, avvezza a una vita di agi e di ricchezze, non può dirsi altrettanto conosciuta la
sua formazione scolastica.
Dal momento che il nome di Clementina non risulta negli archivi delle istituzioni di cultura della città, le poche
indicazioni sulla sua formazione sono rintracciabili unicamente dalle lettere e fanno pensare che abbia avuto
il privilegio di disporre di un istitutore privato («Ti scrivo sulla massima fretta, perche sono aspettata dalla
mia Maestra essendo giornata di lezione»51, 50.1- 5); una consuetudine a cui è evidentemente avvezza,
come conferma in un’altra lettera, in cui si dice pronta ad accogliere Petrocchi come suo precettore («Il tuo
progetto, ossia la volontà che mi esterni di farti mio Precettore, se vuoi, mio Maestro, o mio Direttore in fatto
di letteratura , mi fà un’immenso piacere», 74.33-37).
È proprio il corpus epistolare di Clementina a restituire, se non tutta, almeno buona parte della sua
competenza linguistica, letteraria e anche musicale: se, fin da piccola, impara a memoria versi di Dante e
Petrarca e riconosce alla poesia il privilegio di parlare il linguaggio dell’anima, pur affermando di non riuscire
a scrivere in versi, non si sottrae ad alcuni tentativi di scrittura poetica.
Non inserite tra i materiali sottoposti a spoglio linguistico, ma utilissimi per approfondire aspetti della sua
formazione e della sua cultura, sono alcune composizioni poetiche di Clementina (vd. Appendice 3 del volume
in programma) in cui è possibile notare, oltre certamente alla finezza del dettato e all’abilità linguistica, temi
trattati e sentimenti rivelati che compongono la trama della corrispondenza
Si tratta di nove componimenti, la maggior parte costituti da un minimo di quattro a un massimo di tredici
quartine organizzate secondo uno schema di rime alternato ABAB o ABCB.
Tra i temi trattati, spicca su tutti l’immagine primitiva di un amore vissuto a distanza (La partenza, 1),
portatore di gioie, speranze e dolori (Al Giovane del mio cuore!, 2; A colui che l’alma adore, 4; La lontananza,
8; Al mio dolcissimo Amico!, 9).
Clementina ricorre qui a vocaboli che sono un po’ la sintesi della sua condizione di donna infelice che cerca
conforto accanto al giovane montanino: lei, prima «triste e solinga» che passa i suoi giorni miseri pensando
alla morte come sola cura dagli affanni amorosi, «sola al mondo» che rimpiange la scelta fatta, ma poi «bella
e felice» quando il «benigno influsso» di Policarpo ricade su di lei e allontana per sempre i giorni del «suo
dolor».
Accanto a moduli che ricordano quelli stilnovistici e danteschi (su tutti, per esempio, «A cor gentile e nobile»,
4), di memoria leopardiana sono invece altri versi scritti nell’occasione tragica della morte prematura del
figlio Luigi, primogenito di Policarpo (La nova primavera, 656), e altri ancora, già dal titolo, richiamano le Odi
barbare di Carducci (Semper – versi barbari, 7).
- le parti di testo sbiadite, presumibilmente cancellate in un secondo momento, sono riportate in corsivo;
- le parti di testo cancellate, ma non leggibili, sono segnalate tra parentesi quadre con un numero
approssimativo di tre puntini per ogni parola omessa [...];
• le aggiunte interlineari sono riportate nel testo tra sbarre oblique \xxx/;
• il fine di ogni rigo è indicato con una sbarra ( x | x );
• la numerazione dei righi è segnalata ogni cinque con una doppia sbarra e con l’indicazione del rigo fra
parentesi quadre all’interno del testo ( x || [5] x ); l’a-capo sostituisce la sbarretta verticale che indica il fine
rigo;
• tra l’intestazione e l’inizio del testo della lettera si è adottata convenzionalmente una riga di separazione;
lo stesso vale per lo spazio compreso tra il congedo e il poscritto;
• i poscritti, quando sono collegati in apertura (dopo l’esordio) e in chiusura di lettera, sono stati numerati
seguendo la numerazione continua dei righi;
• le formule di esordio e di congedo, della data e della firma è fedele all’originale.
Le lettere di Clementina Biagini conservate nel Fondo Petrocchi della Biblioteca Forteguerriana di Pistoia sono
142 e coprono un arco cronologico compreso fra l’8 settembre 1872 e il 14 febbraio 1875; seppur più tarda
e slegata dalle precedenti, si inserisce tra i materiali dell’indagine anche una minuta del 21 ottobre 1891.
Il destinatario delle lettere è Policarpo Petrocchi (Castello di Cireglio, 16 marzo 1852 – 25 agosto 1902),
letterato, linguista e lessicografo, che si inserisce nel panorama letterario ottocentesco seguendo con
devozione il magistero manzoniano.
Le missive di Clementina sono tutte autografe. Per la trascrizione si sono adottati criteri conservativi: la
riproduzione rispetta fedelmente la grafia dell’originale, incluso l’impiego e/o omissione di segni
paragrafematici e interpuntivi, le sottolineature (singole o doppie); si sono quindi conservati raddoppiamenti,
scempiamenti.
Il testo di ogni lettera è anticipato da una stringa descrittiva che indica: il numero di ordine, il luogo (ricavato
dal testo) e la data di scrittura, la collocazione archivistica e una nota paleografia sulla tipologia del materiale;
le sigle BCF e FP corrispondono rispettivamente a Biblioteca Centrale Forteguerriana e Fondo Petrocchi.
15. La maggior parte degli studi sulle corrispondenze epistolare su cosa si è concentrato in passato?
Come abbiamo già visto, dal momento che queste scritture ricalcano moduli del parlato e possono includere
nella conversazione diversi interlocutori, permettono di individuare una gamma di scriventi, ognuno con le
proprie peculiarità linguistiche da indagare in prospettiva storico-linguistica.
Le produzioni epistolari private tra amici, famigliari, conoscenti e amanti, per loro natura non ufficiali e prive
di intenti letterari, restituiscono un’ampia varietà di realizzazioni linguistiche, che determinano una
comunicazione scritta informale, perlopiù non controllata e prossima all’oralità.
La maggior parte degli studi e delle ricerche sulle corrispondenze epistolari si è concentrata fino a oggi su
produzioni maschili, sia di tipo medio-alto sia medio-basso.
Le corrispondenze epistolari femminili invece sono state circoscritte su testi di estrazione popolare, andando
a marcare ancora di più il binomio scrittura femminile-deviazione dalla norma.
Fino a qualche anno fa infatti, la maggior parte delle indagini sugli scritti femminili è stata ridotta a testi di
estrazione popolare: se da un lato pagine di diario, corrispondenze epistolari, autobiografie, sono state le
testimonianze più rappresentative di una scrittura spontanea e libera da condizionamenti, nel contempo
però proprio queste caratteristiche hanno contribuito a segnare in maniera più netta quel binomio.
Questo pregiudizio ha relegato le scritture femminili a essere studiate in quanto testimonianza di scriventi
perlopiù scarsamente acculturate, limitando per molto le possibilità di indagine sulle scritture femminili.
16. Quali comportamenti linguistici sono stati rilevati dallo studio delle corrispondenze private?
Nel XIX secolo prosegue la fortuna dei trattati e dei prontuari di scrittura, versioni aggiornate e ampliate dei
testi (i segretari) cinquecenteschi.
Oltre a ribadire la norma epistolare, che poi gli studi moderni chiameranno "grammatica epistolare”,
l’Ottocento è il secolo in cui il confine tra lettere private e lettere ufficiali sembra non essere così definito.
Considerate le testimonianze manoscritte arrivate fino a noi è il momento in cui la scrittura epistolare diventa
strumento di comunicazione a tutti i livelli sociali.
In questa direzione si possono considerare gli epistolari privati, che in qualche modo si collocano a metà
strada tra il polo popolare e il polo letterario.
Questa comunicazione a distanza, secondo i manuali epistolari dell’epoca, prevede lettere cosiddette ‘miste’:
in esse «si può (direi anzi: si deve) parlare un po’ di tutto e adattare via via il tono e lo stile ai diversi argomenti
affrontati» (Antonelli 2003, pp. 30-31).
È quindi un modo nuovo, forse sempre percepito come tale, ma mai fino in fondo adottato, di comunicare
senza eccessivi vincoli.
1) Si consolida l’epistola colta, ispirata alla prosa d’arte: il volgare epistolare si eleva nel rispetto dei modelli
mediolatini.
2) Si sviluppa una tradizione sempre più importante di scrittura mercantile, opera di un ceto sociale che di
norma non conosceva il latino.
3) Maturò inoltre una maggiore attenzione per la conservazione del testo epistolare, per sua stessa natura
più facilmente deperibile.
Ora sia le lettere prodotte da uffici pubblici sia quelle private, di solito di famiglie mercantili, iniziarono a
essere custodite in archivi pubblici e privati.
È in particolare nell’ultimo ventennio che sono apparse edizioni critiche di scritture private di donne, che
vanno a costituire un repertorio importantissimo e in continua evoluzione da affiancare e raffrontare con le
scritture maschili.
In quest’ottica bisogna allora affidarsi alla lingua che le produzioni private di queste scriventi restituiscono,
osservandone i comportamenti di adesione o di rinuncia alla norma, l’attenzione a modelli di riferimento, la
presenza di riferimenti letterari, per tentare di ricostruire quanto più fedelmente il loro «identikit
socioculturale».
17. Quale momento storico ha visto l’incremento delle produzioni femminili? Spiegare.
Accanto poi all’indagine sulla lingua, proprio in un’ottica di studi sul genere, diverse discipline, dalla storia
della scrittura alla storia delle donne e dell’educazione più in generale, hanno saputo valorizzare le produzioni
linguistiche e i profili intellettuali delle scriventi.
Il nuovo approccio, che rifiuta la rappresentazione classista di queste produzioni, si propone di affermare
nuovi archetipi comparabili a quelli maschili e di delineare quindi le varietà medie della lingua scritta e parlata
dalle donne.
Infatti, come già notato da Gianfranco Folena, è proprio la scrittura epistolare a costituire una «testimonianza
non tanto di ‘italiano popolare’ quanto di lingua scritta informale», e non per questo indice a priori di una
scarsa competenza linguistica.
Dal punto di vista sociolinguistico poi, il dato interessante che emerge da queste indagini è relativo al livello
di competenze scrittorie e al progressivo incremento del grado di alfabetizzazione delle donne, da sempre
svantaggiate nell’accesso all’istruzione.
Va ricordato infatti che, oltre al Rinascimento, uno tra i momenti più floridi e rappresentati dalle scritture
femminili è, non a caso, proprio l’Ottocento, secolo in cui si registrano avanzamenti culturali sia a livello
diastratico sia di genere.
Alla luce di questo incremento, le analisi linguistiche condotte proprio su questi testi fanno decadere il
binomio scrittura femminile- deviazione dalla norma, e restituiscono, se non la profondità del grado di
alfabetizzazione delle scriventi, almeno la loro capacità scrittoria.
Spesso poi i prodotti linguistici privati di scriventi con una competenza medio-alta hanno evidenziato una
compresenza di tratti di matrice cólta, quali segnali di un’educazione pregressa, e tratti pragmatici, più
prossimi all’espressività e al parlato.
I comportamenti linguistici fedeli alla norma, le costruzioni sintattiche che seguono il modello
classicheggiante, l’impiego di un lessico ricercato che attinge alla tradizione, sono ben amalgamati con la
lingua del quotidiano e con l’articolazione del dettato che risponde alle modulazioni espressive di una
conversazione in presenza e che riflette il tentativo di ridurre la distanza fisica tra i corrispondenti.
Va precisato però che, come già segnala Luca Serianni, specialmente nelle lettere private ottocentesche
questa «competenza sbilanciata» deve mettere in guardia dal non considerare eccezioni o deviazioni dalla
norma comportamenti che pur fanno parte della coscienza linguistica comune.
Per questo, come infatti ha mostrato Rita Fresu, tanto chiara e definita è la casistica dei tratti linguistici
popolari e semicolti da permettere di definire puntualmente una classificazione degli scriventi, altrettanto
non può dirsi per quegli esiti che si collocano a metà strada tra l’uso e la norma; una difficoltà che si fa
maggiore in presenza di produzioni private femminili di scriventi di cui si ignora o si conosce poco la biografia.
18. Perché il topos dell’emarginazione delle donne dalla lettura e dalla scrittura è andato progressivamente
a diminuire?
Il progressivo incremento di ricerche condotte sulle scritture non letterarie ha permesso una graduale
riaffermazione di queste tipologie testuali nell’ottica degli studi sulla lingua: in particolare, com’è noto, un
ruolo imprescindibile è assunto dalla scrittura epistolare, un genere definito «a metà tra lingua letteraria e
lingua quotidiana», che ha per questo suscitato l’interesse di molti studiosi e prodotto edizioni e commenti
su scriventi e scritture di vario livello.
Come abbiamo già visto, dal momento che queste scritture ricalcano moduli del parlato e possono includere
nella conversazione diversi interlocutori, permettono di individuare una gamma di scriventi, ognuno con le
proprie peculiarità linguistiche da indagare in prospettiva storico-linguistica.
La maggior parte degli studi e delle ricerche sulle corrispondenze epistolari si è concentrata fino a oggi su
produzioni maschili, sia di tipo medio-alto sia medio-basso.
Le corrispondenze epistolari femminili invece sono state circoscritte su testi di estrazione popolare, andando
a marcare ancora di più il binomio scrittura femminile-deviazione dalla norma. Questo pregiudizio ha relegato
le scritture femminili a essere studiate in quanto testimonianza di scriventi perlopiù scarsamente acculturate,
limitando per molto le possibilità di indagine sulle scritture femminili.
Come è stato segnalato da Rita Fresu, questa privazione di valore culturale e di identità delle scritture
femminili, oltre a essere uno dei temi fondanti degli women’s and gender studies, ha innescato un desiderio
di riaffermazione.
Il topos dell’emarginazione delle donne dalla lettura e dalla scrittura è andato progressivamente a diminuire,
quasi a esaurirsi del tutto, lasciando emergere, per contro, il desiderio di fornire nuove interpretazioni e di
riabilitare queste produzioni a oggetto di studio, a tutti i livelli di analisi.
La maggior parte degli studi e delle ricerche sulle corrispondenze epistolari si è concentrata fino a oggi su
produzioni maschili, sia di tipo medio-alto sia medio-basso.
Le corrispondenze epistolari femminili invece sono state circoscritte su testi di estrazione popolare, andando
a marcare ancora di più il binomio scrittura femminile-deviazione dalla norma
Questo pregiudizio ha relegato le scritture femminili a essere studiate in quanto testimonianza di scriventi
perlopiù scarsamente acculturate, limitando per molto le possibilità di indagine sulle scritture femminili.
21. “In quella disperazione mi balenò una speranza, come in una burrasca balena un raggio di sole; pregai
che facendo un immenso sacrifizio Dio mi avrebbe esaudita, e per la tua vita feci voto a Maria di rinunciare
al tuo amore!” Dal passo riportato cosa si evince? Perché è così importante?
A causa di quel voto quindi, a cui seguono – come si legge – non pochi pentimenti, Clementina non può far
altro che accettare la proposta di matrimonio del notaio Arcangeli «prendendo Marito com’un’ altra entra
nel Chiostro», pur tuttavia continuando a nutrire un fortissimo sentimento per Policarpo.
Proprio sul finire del 1872, quando il giovane letterato si trasferisce al Nord per ricoprire incarichi di
professore di lettere prima a Torino e poi a Milano, inizia la corrispondenza con Clementina, rimasta a Pistoia
e ancora sposata, che sin dall’inizio esibisce non poche resistenze, perché consapevole che quello sia un
amore colpevole e impossibile da realizzarsi. Dopo aver superato però i primi tentennamenti, la relazione a
distanza prende avvio per corrispondenza e, per non compromettere quel legame clandestino, Clementina
raccomanda la massima segretezza.
22. Il nuovo approccio allo studio delle corrispondenze che cosa si propone?
Il nuovo approccio, che rifiuta la rappresentazione classista di queste produzioni, si propone di affermare
nuovi archetipi comparabili a quelli maschili e di delineare quindi le varietà medie della lingua scritta e parlata
dalle donne.
Infatti, come già notato da Gianfranco Folena, è proprio la scrittura epistolare a costituire una «testimonianza
non tanto di ‘italiano popolare’ quanto di lingua scritta informale», e non per questo indice a priori di una
scarsa competenza linguistica.
Dal punto di vista sociolinguistico poi, il dato interessante che emerge da queste indagini è relativo al livello
di competenze scrittorie e al progressivo incremento del grado di alfabetizzazione delle donne, da sempre
svantaggiate nell’accesso all’istruzione.
Va ricordato infatti che, oltre al Rinascimento, uno tra i momenti più floridi e rappresentati dalle scritture
femminili è, non a caso, proprio l’Ottocento, secolo in cui si registrano avanzamenti culturali sia a livello
diastratico sia di genere.
23. Illustrare alcune tappe fondamentali della corrispondenza tra Clementina Biagini e Policarpo Petrocchi.
Le lettere di Clementina Biagini conservate nel Fondo Petrocchi della Biblioteca Forteguerriana di Pistoia sono
142 e coprono un arco cronologico compreso fra l’8 settembre 1872 e il 14 febbraio 1875; seppur più tarda
e slegata dalle precedenti, si inserisce tra i materiali dell’indagine anche una minuta del 21 ottobre 1891.
Il destinatario delle lettere è Policarpo Petrocchi (Castello di Cireglio, 16 marzo 1852 – 25 agosto 1902),
letterato, linguista e lessicografo, che si inserisce nel panorama letterario ottocentesco seguendo con
devozione il magistero manzoniano.
Le missive di Clementina sono tutte autografe.
Come si è detto, gli studi sulle corrispondenze epistolari di mano femminile contribuiscono a svelare
personalità interessanti di scriventi poco note e perlopiù silenziose.
È questo il caso di Clementina, nata a Pistoia il 13 ottobre 1850, figlia di un noto medico della città, Carlo
Biagini. Tra «le tante cose andate male», problemi di salute e condizioni economiche precarie, c’è «quel
matrimonio così disgraziato» con il notaio Evangelista Arcangeli, originario della montagna pistoiese e di sei
anni più grande, celebrato l’8 settembre 1869.
Da questa unione, che come confessa Clementina in una lettera a Policarpo è stata per lei «una condanna»,
nasce Ersilia Arcangeli l’8 agosto 1871.
L’infelice matrimonio non dura nemmeno dieci anni.
Clementina, nel maggio del 1869 nella Basilica della Madonna dell’Umiltà di Pistoia, per la prima volta aveva
incrociato lo sguardo di Policarpo, un giovane di bell’aspetto, originario di Castello di Cireglio, un piccolo
paese della montagna pistoiese. Come si legge in questa lettera del maggio 1873, Clementina racconta la
meraviglia, lo stupore e la gran pena che accompagnano l’attesa di Policarpo all’appuntamento.
Dopo essere stata informata da un vicino di casa che «quel signorino che sta qui accanto è ammalato», la
donna si ritira in preghiera e in preda a deliri fa voto alla Madonna di rinunciare all’amato in cambio di una
sua pronta guarigione. accettare la proposta di matrimonio del notaio Arcangeli. Proprio sul finire del 1872,
quando il giovane letterato si trasferisce al Nord per ricoprire incarichi di professore di lettere prima a Torino
e poi a Milano, inizia la corrispondenza con Clementina, rimasta a Pistoia e ancora sposata. amore colpevole
e impossibile da realizzarsi, Clementina raccomanda la massima segretezza, incontri clandestini tra i due, le
cui dinamiche vengono via via stabilite e accordate nelle lettere, decisione drastica, e certamente in
controtendenza con i costumi dell’epoca, di lasciare Pistoia e la figlia Ersilia per raggiungere Policarpo a
Milano: L’interruzione della corrispondenza, alla luce delle lettere conservate e delle decisioni che
Clementina si dice pronta a prendere, potrebbe coincidere con il momento in cui i due si ricongiungono,
probabilmente il 20 febbraio 1875.
Lezione 43.
08. L’Assomuar è la traduzione realizzata da Petrocchi di un testo di un autore francese. Quale? Perché è
importante dal punto di vista linguistico?
Come si legge nella nota introduttiva dell’Assommuàr, l’intento pedagogico di Petrocchi con questa
traduzione è di «metter in commercio una gran quantità di parole» per dimostrare che la lingua italiana può
reggere il confronto con quella francese, attraverso «un lavoro di lingua, quello che, fortunatamente, l’autore
stesso ha voluto far per la Francia» (Petrocchi 1880, L’Assommuàr. Prefazione del traduttore).
Anche per questo, Petrocchi, pur riadattandolo nella pronuncia italiana, mantiene il titolo dell’opera e
afferma:
L’Assommoir è una parola che farà il giro d’Europa, e non mi pare né utile né bello cambiarla in ammazzatoio
o scannatoio o scorticatoio e neanche zozzaio. I nomi propri non si traducono e Assomoir è diventato nome
proprio. [...] D’altronde questo nome si pronunzia così, e così scrivendolo, credo di conservarne meglio d’ogni
altro la proprietà della sua forma nativa. (Petrocchi 1880, L’Assommuàr. Prefazione del traduttore)
La traduzione di Petrocchi si fonda sull’uso vivo del fiorentino. Il testo mantiene l’equilibrio cercato da Zola
tra il linguaggio medio-alto del narratore e il francese popolare dei faubourgs (Zini 2014), e al tempo stesso
si differenzia dai tentativi di traduzioni da parte di altri autori contemporanei.
Un esempio è il lavoro di stampo più classicista di Emmanuele Rocco, giornalista, professore e lessicografo,
che pubblica la sua traduzione con il titolo L’assommoir (lo scannatojo) di Emilio Zola, uscito sulla rivista
napoletana “Roma” dal dicembre 1877 all’aprile 1878. Lo stesso Zola infatti gli manifesta un vivo
apprezzamento in una lettera del 29 giugno 1879: «J’ai reçu, les premières livraisons de l’“Assomoir”, e je
veus remercie, car la traduction me pariat execellente» («Ho ricevuto le prime consegne dell'”Assomoir”, e
vi voglio ringraziare, perché la traduzione mi sembra ottima»).
Pistoiese d’origine, Policarpo Petrocchi nasce il 16 marzo del 1852 nella località montana di Castello di
Cireglio, luogo che rimane sempre a lui molto caro: «aveva una posizione bellissima, a mezzogiorno, in un
clima temperato e castagnoso, fresco d’estate, non troppo freddo d’inverno» (Petrocchi, Il mio paese ed.
curata da Fernando Tempesti, Salani, Firenze 1988, p. 17).
Nel Mio paese, opera pubblicata postuma di cui la Biblioteca Forteguerriana di Pistoia conserva il manoscritto
autografo, l’autore tratteggia la vita faticosa della gente di montagna e ripercorre con lo sguardo della
memoria il paesaggio pistoiese circostante.
Evidenti sono i rimandi ai Promessi Sposi fin dall’incipit:
Due catene di poggi gli si partono ai lati, lasciandolo solo nel mezzo, s’allargano a vu davanti a lui, vanno a
perdersi ondulati lontano e partono al paese un bel panorama: tre città, una pianura segnata di case, nel
fondo una corona d’altri poggi famosa, e su, in alto, un cielo quasi sempre sereno di giorno e stellato di notte.
(Petrocchi 1988, p. 17)
Nel romanzo il protagonista Alessandro, altra eco manzoniana, in cui ben si riconosce un giovane Policarpo,
viene invitato a seguire l’esempio dello zio e a intraprendere gli studi seminariali: come nella finzione
letteraria, anche nella realtà Petrocchi lascia il seminario di Pistoia, in cui aveva trovato insegnamenti troppo
distanti dai suoi interessi spiccatamente letterari, già coltivati in famiglia.
E leggevo la Gerusalemme Liberata del Tasso forte, e qualche volta che nasceva la questione se fosse più
bello l’Orlando furioso, io rispondevo il Tasso, perché non avevo letto che quello; e mio padre diceva di sì,
quantunque a lui, benché non lo dicesse, gli piaceva di più l’Ariosto. (Ivi, 130)
Come si legge, Petrocchi riconosce nel suo paese una perfetta dimensione che però è costretto ad
abbandonare. Occorre a questo punto lasciare il romanzo e concentrarsi sulla biografia del giovane studioso.
Dall’autunno del 1869 Petrocchi si trasferisce tra la Lombardia e il Piemonte per insegnare in alcuni famosi
Collegi del Nord Italia.
Nel 1873, quando acceso è il dibattito linguistico e Milano è rimasta orfana di Manzoni (muore il 22
maggio1873), Policarpo si stabilisce nel capoluogo meneghino e inizia a lavorare presso il Collegio-Convitto
Calchi-Taeggi su chiamata dell’amico Luigi Sailer, professore di Lettere e autore di testi scolastici.
Del lungo periodo trascorso lontano dal suo paese e dai suoi affetti, com’è noto, abbiamo testimonianza nella
fitta corrispondenza con l’amata Clementina Biagini.
Il trasferimento a Milano segna un momento di svolta nello studio e nella produzione di Petrocchi: tiene
lezioni, conferenze e seminari di storia della letteratura italiana presso il Circolo Filologico, compone versi e
racconti, e inizia a pubblicare su giornali e riviste, in particolare su “Le prime letture”, periodico per bambini
curato e diretto da Sailer dal 1870 al 1878.
Nel capoluogo lombardo, lo studioso segue l’indirizzo linguistico delle teorie manzoniane, riconoscendo
l’importanza di una lingua comune che rispecchi l’uso. Presso l’editore Agnelli pubblica luce nel 1876 l’opera
Fiori di campo. Letture toscane, in cui l’autore raccoglie racconti, dialoghi e componimenti poetici, che ne
testimoniano la grande versatilità.
Nella sezione finale della raccolta, dal titolo Quattro chiacchiere prese al volo tra un professore e uno scolaro,
Petrocchi esprime le sue idee linguistiche, costruendo un dialogo in cui il maestro invita l’allievo a studiare le
teorie di Manzoni, a servirsi della lingua viva parlata in Toscana.
La Toscana è riconosciuta come «quell’intera provincia che ha dato sempre regola della lingua non per forza,
ma per volontà della nazione»; per questo occorre, continua il maestro, renderla lingua della nazione
attraverso «un vocabolario e una grammatica sola, chiara, facile», con un’attenzione speciale a «quella tanto
bella e invidiata pronunzia toscana» (Petrocchi, Fiori di campo, 1876, p. 258, p. 262).
È forse il magistero manzoniano a condurre Petrocchi verso Parigi: negli ultimi mesi del 1879 pubblica la
traduzione dell’Assommoir di Émile Zola dal titolo L’assommuàr (con traduzione in lingua parlata dei [Link]
Petrocchi e Standaert), riscuotendo un vivo successo anche al di là dei confini italiani.
Lo stesso Zola infatti gli manifesta un vivo apprezzamento in una lettera del 29 giugno 1879: «J’ai reçu, les
premières livraisons de l’“Assomoir”, e je veus remercie, car la traduction me pariat execellente» («Ho
ricevuto le prime consegne dell'”Assomoir”, e vi voglio ringraziare, perché la traduzione mi sembra ottima»).
10. Chi è Policarpo Petrocchi e perché è così importante nel panorama linguistico-letterario ottocentesco?
Vedi le due risposte precedenti.
Topoi epistolari, cioè i temi ricorrenti, gli stereotipi più persistenti nell’epistolografia di tutti i tempi:
- Assenza/presenza:
«Mi sembra di parlarti, non di scriverti», «Il pensiero che nel medesimo momento, ch’io di te m’occupo, tu
anche forse lo fai di me, mi è delizioso, ma quello che tu credessi inutile una tal lettere, pel pronto tuo arrivo
mi sarebbe ben più gradevole»;
- Salute del corrispondente:
«Ti scrivo due righi per informarmi della cosa che mi sta più a cuore, cioè dello stato di tua salute», «Il tuo
mal di gola m’inquieta un poco, e sono impaziente d’avere la tua lettere che m’istruisca di te», «Io dunque
sento bisogno chiedere della tua salute, e tu son certo che mi negherai un tuo semplicissimo lineo, col quale
dovreste pur dirmi di non so quale duello»
- Speranza di un incontro:
«Io spero mia cara Moglie che questa mia non ti perverrà prima ch’io stesso t’abbia stretta fra le mie braccia»,
«Mi giova troppo credere, amato Mosti mio, che questa lettera non ti giunga prima ch’io t’abbia veduto»;
- Lamentare mancanza di notizie:
«Io sono stato in somma amarezza per il vostro silenzio dubitando per la vostra salute, adesso mi sono
tranquillato nel vedere li vostri caratteri», «Eccoci da due ordinari senza tue nuove poi credere quanto questo
ci angusti»;
- Invito a rispondere velocemente:
«Attendo tuoi riscontri sollecitamente», «Finisco rinnovando la mia preghiera perché voglia scrivermi ancora,
Signora Amalia: pensi che le sue lettere se non mi guariscono, mi consolano»,
- Grande piacere nel ricevere e leggere una lettera:
«Provo tanto piacere nel riceverne, che appena avutane una, ne vorrei avere un’altra, e poi un’altra ancora,
né me ne stancherei mai», «Lascia ch’io ti ringrazi con un po’ più di metodo di ieri sera, dell’infinito dolce
indescrivibil piacere di cui godetti nel leggere quella tua tanto cara lettera, che mi fu quasi conferma del tuo
essere contento di me»;
- Scuse e giustificazioni varie:
«Ps. Scrivo a zampe di Gallina, perché è notte e me ne casco dal sonno», «Perdona [...] l’orrido scritto, perché
fatti in fretta», «Tu avrai fatto un po’ di fatica a leggermi, avendo un indegno calamaro di locanda», «Davvero
che non so come abbia potuto scriver fin qui con questo orribilissimo calamaio. Un po’ nero e un po’ bianco,
tutto polve, e peli: leggi se puoi».
12. Il corpus epistolare perché è così importante nella ricostruzione della personalità di Clementina?
Clementina scrive lettere a Policarpo per raccontare sé stessa, per parlare delle sue gioie, dei suoi tormenti,
e nel far questo arricchisce la scrittura con spunti letterari e riflessioni linguistiche: basta scorrere, per
esempio, una delle prime lettere in cui lei stessa dichiara di aver «avuto fin da piccina tanto trasporto per la
poesia, che a 11 anni sapeva a mente tutto l’Inferno di Dante; e tutti i versi del Petrarca»
In quest’ottica bisogna allora affidarsi alla lingua che le produzioni private di queste scriventi restituiscono,
osservandone i comportamenti di adesione o di rinuncia alla norma, l’attenzione a modelli di riferimento, la
presenza di riferimenti letterari, per tentare di ricostruire quanto più fedelmente il loro «identikit
socioculturale».
Questo è accaduto anche per lo studio del corpus epistolare di Clementina Biagini, giovane donna pistoiese
di rango elevato, sconosciuta ai più e nota a pochi per essere stata la compagna di Policarpo Petrocchi, fine
studioso della lingua e autore del celebre Nòvo Dizionario Universale della Lingua italiana.
Se, come è emerso, è stato possibile definire con precisione solo alcuni momenti della vita di Clementina,
risalire all’educazione e alla formazione culturale dei primi anni è un’operazione altrettanto impervia, perché
pochi e frammentari sono i materiali a disposizione: sono tuttavia alcune risorse documentarie, sia dirette,
come pagine autografe di diario, appunti e lettere, sia indirette, vergate da Petrocchi, a restituire indicazioni
utili, talvolta essenziali perché uniche, ad aiutare la ricostruzione.
Se di Clementina Biagini, come si è visto, è nota la «nascita illustre»49, in quanto figlia unica dello stimato
medico della città di Pistoia, avvezza a una vita di agi e di ricchezze, non può dirsi altrettanto conosciuta la
sua formazione scolastica.
Dal momento che il nome di Clementina non risulta negli archivi delle istituzioni di cultura della città, le poche
indicazioni sulla sua formazione sono rintracciabili unicamente dalle lettere e fanno pensare che abbia avuto
il privilegio di disporre di un istitutore privato («Ti scrivo sulla massima fretta, perche sono aspettata dalla
mia Maestra essendo giornata di lezione»51, 50.1- 5); una consuetudine a cui è evidentemente avvezza,
come conferma in un’altra lettera, in cui si dice pronta ad accogliere Petrocchi come suo precettore («Il tuo
progetto, ossia la volontà che mi esterni di farti mio Precettore, se vuoi, mio Maestro, o mio Direttore in fatto
di letteratura , mi fà un’immenso piacere», 74.33-37).
È proprio il corpus epistolare di Clementina a restituire, se non tutta, almeno buona parte della sua
competenza linguistica, letteraria e anche musicale: se, fin da piccola, impara a memoria versi di Dante e
Petrarca e riconosce alla poesia il privilegio di parlare il linguaggio dell’anima, pur affermando di non riuscire
a scrivere in versi, non si sottrae ad alcuni tentativi di scrittura poetica.
Se di Clementina Biagini, come si è visto, è nota la «nascita illustre»49, in quanto figlia unica dello stimato
medico della città di Pistoia, avvezza a una vita di agi e di ricchezze, non può dirsi altrettanto conosciuta la
sua formazione scolastica.
Dal momento che il nome di Clementina non risulta negli archivi delle istituzioni di cultura della città, le poche
indicazioni sulla sua formazione sono rintracciabili unicamente dalle lettere e fanno pensare che abbia avuto
il privilegio di disporre di un istitutore privato («Ti scrivo sulla massima fretta, perche sono aspettata dalla
mia Maestra essendo giornata di lezione»51, 50.1- 5); una consuetudine a cui è evidentemente avvezza,
come conferma in un’altra lettera, in cui si dice pronta ad accogliere Petrocchi come suo precettore («Il tuo
progetto, ossia la volontà che mi esterni di farti mio Precettore, se vuoi, mio Maestro, o mio Direttore in fatto
di letteratura , mi fà un’immenso piacere», 74.33-37).
È proprio il corpus epistolare di Clementina a restituire, se non tutta, almeno buona parte della sua
competenza linguistica, letteraria e anche musicale: se, fin da piccola, impara a memoria versi di Dante e
Petrarca e riconosce alla poesia il privilegio di parlare il linguaggio dell’anima, pur affermando di non riuscire
a scrivere in versi, non si sottrae ad alcuni tentativi di scrittura poetica.
14. Cosa si sa della vita di Clementina?
Clementina, nata a Pistoia il 13 ottobre 1850, figlia di un noto medico della città, Carlo Biagini. è nota la
«nascita illustre»49, in quanto figlia unica dello stimato medico della città di Pistoia, avvezza a una vita di agi
e di ricchezze, non può dirsi altrettanto conosciuta la sua formazione scolastica.
Clementina vive nello «splendore d’una magnifica posizione», almeno fino al dicembre 1861 quando la morte
del padre trascina in malasorte la famiglia.
Tra «le tante cose andate male», problemi di salute e condizioni economiche precarie, c’è «quel matrimonio
così disgraziato» con il notaio Evangelista Arcangeli, originario della montagna pistoiese e di sei anni più
grande, celebrato l’8 settembre 1869.
Da questa unione, che come confessa Clementina in una lettera a Policarpo è stata per lei «una condanna»,
nasce Ersilia Arcangeli l’8 agosto 1871.
fallimento di quel primo matrimonio con Arcangeli sia frutto di un incontro avvenuto qualche mese prima
che la stessa unione fosse celebrata: infatti Clementina, nel maggio del 1869 nella Basilica della Madonna
dell’Umiltà di Pistoia, per la prima volta aveva incrociato lo sguardo di Policarpo, un giovane di bell’aspetto,
originario di Castello di Cireglio, un piccolo paese della montagna pistoiese. Dopo essere stata informata da
un vicino di casa che «quel signorino che sta qui accanto è ammalato», la donna si ritira in preghiera e in
preda a deliri fa voto alla Madonna di rinunciare all’amato in cambio di una sua pronta guarigione:
giovane letterato si trasferisce al Nord per ricoprire incarichi di professore di lettere prima a Torino e poi a
Milano, inizia la corrispondenza con Clementina, rimasta a Pistoia e ancora sposata, che sin dall’inizio esibisce
non poche resistenze, perché consapevole che quello sia un amore colpevole e impossibile da realizzarsi:
Dopo aver superato però i primi tentennamenti, la relazione a distanza prende avvio per corrispondenza e,
per non compromettere quel legame clandestino, Clementina raccomanda la massima segretezza, decisione
drastica, e certamente in controtendenza con i costumi dell’epoca, di lasciare Pistoia e la figlia Ersilia per
raggiungere Policarpo a Milano:
15. “Due catene di poggi gli si partono ai lati, lasciandolo solo nel mezzo, s’allargano a vu davanti a lui, vanno
a perdersi ondulati lontano e partono al paese un bel panorama: tre città, una pianura segnata di case, nel
fondo una corona d’altri poggi famosa, e su, in alto, un cielo quasi sempre sereno di giorno e stellato di
notte.” Spiegare da dove è tratto il passo e contestualizzare.
Lezione 44.
08. Cosa merge nelle lettere di Petrocchi a Clementina?
Per concludere questa prima parte di presentazione dei protagonisti coinvolti nel dialogo, meritano un
piccolo approfondimento alcune lettere superstiti firmate da Policarpo Petrocchi e indirizzate a Clementina.
Come si è già detto, la corrispondenza che stiamo studiando non include le responsive di Petrocchi, che sono
a oggi del tutto disperse: l’ipotesi più plausibile per spiegare questa lacuna è forse credere che sia stata
proprio Clementina che, per adempiere alla prerogativa di voler mantenere segreta la corrispondenza in una
città come Pistoia, a suo dire, «pettegola, maldicente, iniqua» (Lettera n. 15, 13 maggio 1873), abbia distrutto
volontariamente tutte le lettere del suo corrispondente. Oltre ad alcuni quaderni copialettere conservati nel
Fondo Petrocchi, in cui tra gli altri corrispondenti si legge anche il nome di Clementina, sono solo quattro le
lettere conservate per intero firmate da Policarpo.
Proseguendo per ordine secondo le date riportate sulle lettere firmate da Petrocchi, si inserisce quella del 21
settembre 1876, circa un anno e mezzo dopo rispetto all’ultima lettera conservata di Clementina, segno
evidente che la corrispondenza tra i due non cessa completamente anche dopo il ricongiungimento.
Nella lettera Policarpo restituisce momenti di vita quotidiana con il figlio primogenito Luigi, fiorentinamente
detto “Nini”, e accoglie con entusiasmo alcuni scritti di Clementina (Lettera n. 1).
Segue poi la lettera del 18 aprile 1899 (Lettera n.2), interessante perché mostra un approccio molto moderno
della relazione di coppia, cioè che Petrocchi coinvolga e condivida con Clementina anche aspetti del suo
lavoro: Quegli accordi presi con l’editore Enrico Bemporad sulle «pubblicazioni del prossimo anno» di cui
parla Petrocchi, riguardano la raccolta di racconti Nei boschi incantati: novelle, ampliata e illustrata
sull’edizione del 1887 stampata in origine da Treves.
09. Perché, nonostante la scarsità del materiale, sono importanti le lettere di Policarpo a Clementina?
Affidarsi alla lingua che le produzioni private di queste scriventi restituiscono, osservandone i comportamenti
di adesione o di rinuncia alla norma, l’attenzione a modelli di riferimento, la presenza di riferimenti letterari,
per tentare di ricostruire quanto più fedelmente il loro «identikit socioculturale».
Questo è accaduto anche per lo studio del corpus epistolare di Clementina Biagini, giovane donna pistoiese
di rango elevato, sconosciuta ai più e nota a pochi per essere stata la compagna di Policarpo Petrocchi, fine
studioso della lingua e autore del celebre Nòvo Dizionario Universale della Lingua italiana.
Le lettere di Clementina Biagini conservate nel Fondo Petrocchi della Biblioteca Forteguerriana di Pistoia sono
142 e coprono un arco cronologico compreso fra l’8 settembre 1872 e il 14 febbraio 1875; seppur più tarda
e slegata dalle precedenti, si inserisce tra i materiali dell’indagine anche una minuta del 21 ottobre 1891.
Il destinatario delle lettere è Policarpo Petrocchi (Castello di Cireglio, 16 marzo 1852 – 25 agosto 1902),
letterato, linguista e lessicografo, che si inserisce nel panorama letterario ottocentesco seguendo con
devozione il magistero manzoniano.
Le missive di Clementina sono tutte autografe.
11. Dell’opera di Alessandro Manzoni letterato e patriotta. Spiegare brevemente il contenuto dell’opere di
Petrocchi.
Pistoiese d’origine, Policarpo Petrocchi nasce il 16 marzo del 1852 nella località montana di Castello di
Cireglio, luogo che rimane sempre a lui molto caro: «aveva una posizione bellissima, a mezzogiorno, in un
clima temperato e castagnoso, fresco d’estate, non troppo freddo d’inverno» (Petrocchi, Il mio paese ed.
curata da Fernando Tempesti, Salani, Firenze 1988, p. 17).
Nel Mio paese, opera pubblicata postuma di cui la Biblioteca Forteguerriana di Pistoia conserva il manoscritto
autografo, l’autore tratteggia la vita faticosa della gente di montagna e ripercorre con lo sguardo della
memoria il paesaggio pistoiese circostante.
Evidenti sono i rimandi ai Promessi Sposi fin dall’incipit
Come si legge, Petrocchi riconosce nel suo paese una perfetta dimensione che però è costretto ad
abbandonare. Occorre a questo punto lasciare il romanzo e concentrarsi sulla biografia del giovane studioso.
Dall’autunno del 1869 Petrocchi si trasferisce tra la Lombardia e il Piemonte per insegnare in alcuni famosi
Collegi del Nord Italia.
Nel 1873, quando acceso è il dibattito linguistico e Milano è rimasta orfana di Manzoni (muore il 22
maggio1873), Policarpo si stabilisce nel capoluogo meneghino e inizia a lavorare presso il Collegio-Convitto
Calchi-Taeggi su chiamata dell’amico Luigi Sailer, professore di Lettere e autore di testi scolastici.
Del lungo periodo trascorso lontano dal suo paese e dai suoi affetti, com’è noto, abbiamo testimonianza nella
fitta corrispondenza con l’amata Clementina Biagini.
Il trasferimento a Milano segna un momento di svolta nello studio e nella produzione di Petrocchi: tiene
lezioni, conferenze e seminari di storia della letteratura italiana presso il Circolo Filologico, compone versi e
racconti, e inizia a pubblicare su giornali e riviste, in particolare su “Le prime letture”, periodico per bambini
curato e diretto da Sailer dal 1870 al 1878.
Nel capoluogo lombardo, lo studioso segue l’indirizzo linguistico delle teorie manzoniane, riconoscendo
l’importanza di una lingua comune che rispecchi l’uso.
Presso l’editore Agnelli pubblica luce nel 1876 l’opera Fiori di campo. Letture toscane, in cui l’autore raccoglie
racconti, dialoghi e componimenti poetici, che ne testimoniano la grande versatilità.
Nella sezione finale della raccolta, dal titolo Quattro chiacchiere prese al volo tra un professore e uno scolaro,
Petrocchi esprime le sue idee linguistiche, costruendo un dialogo in cui il maestro invita l’allievo a studiare le
teorie di Manzoni, a servirsi della lingua viva parlata in Toscana.
La Toscana è riconosciuta come «quell’intera provincia che ha dato sempre regola della lingua non per forza,
ma per volontà della nazione»; per questo occorre, continua il maestro, renderla lingua della nazione
attraverso «un vocabolario e una grammatica sola, chiara, facile», con un’attenzione speciale a «quella tanto
bella e invidiata pronunzia toscana» (Petrocchi, Fiori di campo, 1876, p. 258, p. 262).
È forse il magistero manzoniano a condurre Petrocchi verso Parigi: negli ultimi mesi del 1879 pubblica la
traduzione dell’Assommoir di Émile Zola dal titolo L’assommuàr (con traduzione in lingua parlata dei [Link]
Petrocchi e Standaert), riscuotendo un vivo successo anche al di là dei confini italiani.
Lo stesso Zola infatti gli manifesta un vivo apprezzamento in una lettera del 29 giugno 1879: «J’ai reçu, les
premières livraisons de l’“Assomoir”, e je veus remercie, car la traduction me pariat execellente» («Ho
ricevuto le prime consegne dell'”Assomoir”, e vi voglio ringraziare, perché la traduzione mi sembra ottima»).
Come si legge nella nota introduttiva dell’Assommuàr, l’intento pedagogico di Petrocchi con questa
traduzione è di «metter in commercio una gran quantità di parole» per dimostrare che la lingua italiana può
reggere il confronto con quella francese, attraverso «un lavoro di lingua, quello che, fortunatamente, l’autore
stesso ha voluto far per la Francia» (Petrocchi 1880, L’Assommuàr. Prefazione del traduttore).
Anche per questo, Petrocchi, pur riadattandolo nella pronuncia italiana, mantiene il titolo dell’opera
La traduzione di Petrocchi si fonda sull’uso vivo del fiorentino. Il testo mantiene l’equilibrio cercato da Zola
tra il linguaggio medio-alto del narratore e il francese popolare dei faubourgs (Zini 2014), e al tempo stesso
si differenzia dai tentativi di traduzioni da parte di altri autori contemporanei.
Un esempio è il lavoro di stampo più classicista di Emmanuele Rocco, giornalista, professore e lessicografo,
che pubblica la sua traduzione con il titolo L’assommoir (lo scannatojo) di Emilio Zola, uscito sulla rivista
napoletana “Roma” dal dicembre 1877 all’aprile 1878.
I tanti volti di un manzoniano: Petrocchi vocabolarista e scrittore
Fedele agli intenti della Relazione manzoniana del 1868, che si presentava come il manifesto della proposta
dell’autore di adottare l’uso vivo del fiorentino colto e di fornire per ciascuna classe «insieme ad un’opera
letteraria, una copia del vocabolario, od anche, secondo la scuola de’ piccoli vocabolarii che ne sono estratti»
(Manzoni, Relazione, 1868), dal 1884 Petrocchi inizia la compilazione del Nòvo dizionario universale della
lingua italiana, uscito in dispense poi raccolte in due volumi, rispettivamente stampati nel 1887 e nel 1891.
Va ricordato che l’uscita del Nòvo dizionario precede di molti anni la conclusione del manzoniano Novo
vocabolario della lingua italiana (nome più comunemente come Giorgini-Broglio, pubblicato tra il 1870 e il
1897), penalizzato da una lenta e non facile trafila editoriale (nel 1887 era fermo alla lettera R).
La grande innovazione del Nòvo dizionario di Petrocchi è la struttura ‘bifronte’: l’architettura del lavoro vede
la parte superiore riservata ai vocaboli del fiorentino dell’uso, e la parte inferiore dedicata alla lingua della
tradizione letteraria, ai vocaboli settoriali delle arti e delle scienze e alle voci dialettali toscane, in particolare
di Pistoia, per recuperare la cultura locale sempre cara all’autore.
La produzione letteraria di fede manzoniana culmina nel 1893, anno in cui viene pubblicato presso l’editore
Sansoni il primo dei quattro volumi (l’ultimo risale al 1902) del monumentale commento ai Promessi Sposi:
l’opera, dal titolo I Promessi sposi di Alessandro Manzoni, raffrontati sulle due edizioni del 1825 e 1840; con
un commento storico, estetico e filologico, approfondisce con particolare cura filologica le correzioni
proposte da Manzoni nelle due edizioni del romanzo, che Petrocchi definisce «capolavoro di finezza artistica
degna di studio».
Nel 1899 con il dialogo pacifista Le guerre, che vince il premio “Siccardi”, il cui ricavato di 700 lire viene
impiegato da Petrocchi per far lastricare la piazza del suo paese natale (Cireglio), perché «il mio core, la mia
testa era al mio paese» (Petrocchi 1988, 88).
Profondamente segnato dalla morte dell’amata Clementina (avvenuta nel 1901), Petrocchi, oltre a trovare
conforto nella compilazione delle Composizioni poetiche in morte di Clementina (Appendice n.5 del volume),
si dedica alla ristampa illustrata di Nei boschi incantati (1901).
12. Nòvo dizionario e Nòvo vocabolario: inquadrare i due prodotti e illustrarne le differenze.
Fedele agli intenti della Relazione manzoniana del 1868, che si presentava come il manifesto della proposta
dell’autore di adottare l’uso vivo del fiorentino colto e di fornire per ciascuna classe «insieme ad un’opera
letteraria, una copia del vocabolario, od anche, secondo la scuola de’ piccoli vocabolarii che ne sono estratti»
(Manzoni, Relazione, 1868), dal 1884 Petrocchi inizia la compilazione del Nòvo dizionario universale della
lingua italiana, uscito in dispense poi raccolte in due volumi, rispettivamente stampati nel 1887 e nel 1891.
Va ricordato che l’uscita del Nòvo dizionario precede di molti anni la conclusione del manzoniano Novo
vocabolario della lingua italiana (nome più comunemente come Giorgini-Broglio, pubblicato tra il 1870 e il
1897), penalizzato da una lenta e non facile trafila editoriale (nel 1887 era fermo alla lettera R).
La grande innovazione del Nòvo dizionario di Petrocchi è la struttura ‘bifronte’: l’architettura del lavoro vede
la parte superiore riservata ai vocaboli del fiorentino dell’uso, e la parte inferiore dedicata alla lingua della
tradizione letteraria, ai vocaboli settoriali delle arti e delle scienze e alle voci dialettali toscane, in particolare
di Pistoia, per recuperare la cultura locale sempre cara all’autore.
Lezione 45.
La facies linguistica della scrittura di Clementina Biagini, come si vedrà, accoglie infatti le proposte di Manzoni
e adotta le norme delle grammatiche che seguono il suo magistero: pur essendo espressione del fiorentino
dell’uso, la lingua di Clementina non manca tuttavia di mostrarsi ancora fedele alla tradizione letteraria, non
solo perché presenta riferimenti testuali a scrittori classici e coevi, ma perché impiega puntualmente
accorgimenti linguistici, in particolare sintattici e lessicali, ancora in uso nella lingua scritta e non del tutto
aboliti dalla rivoluzione manzoniana.
Nel contempo, trattandosi di una corrispondenza epistolare, che per sua natura si impone di ridurre la
distanza che separa i corrispondenti, la prassi scrittoria di Clementina non manca di riprodurre
comportamenti propri di una conversazione in presenza e di far mostra di termini locali o di uso quotidiano,
senza mai ridurre il tono della lettera che si mantiene sempre sull’ordine di una stabile medietà espressiva.
Clementina scrive lettere a Policarpo per raccontare sé stessa, per parlare delle sue gioie, dei suoi tormenti,
e nel far questo arricchisce la scrittura con spunti letterari e riflessioni linguistiche: basta scorrere, per
esempio, una delle prime lettere in cui lei stessa dichiara di aver «avuto fin da piccina tanto trasporto per la
poesia, che a 11 anni sapeva a mente tutto l’Inferno di Dante; e tutti i versi del Petrarca»
È la stessa affermazione dal valore programmatico che si legge in una lettera di Alessandro Manzoni a Giovan
Battista Giorgini datata 13 marzo 1872, in cui riferendosi alla scrittura privata afferma puntualmente di
«scriver le lettere come si parla».
Da questa citazione prende il titolo il sondaggio sulla lingua dell’epistolario manzoniano condotto
magistralmente da Andrea Savini (2002), che si è occupato di stabilire se Manzoni nella sua prassi scrittoria
privata aderisca effettivamente a quella indicazione programmatica di poetica, per cui la lingua impiegata
nella scrittura delle lettere è fedele a quella parlata.
Dallo studio di Savini emerge che la lingua adoperata nel privato da Manzoni è spiccatamente moderna,
perché presenta una compenetrazione di modelli linguistici propri dello scritto e del parlato: in generale di
tono medio, con incursioni dalla tradizione libresca, essa non presenta cedimenti verso il basso o impennate
liriche, mentre registra frequenti espressioni idiomatiche coerenti con la medietà di toni e con l’uso vivo,
restituendo così un insieme omogeneo in cui nulla però è lasciato al caso.
La scrittura epistolare, che per sua natura deve attenersi ai principi di immediatezza e spontaneità, è in
Manzoni anche frutto di riflessioni sull’atto stesso di scrivere: infatti, nella lingua dell’epistolario, in cui è
riprodotto il parlato contemporaneo, Manzoni adegua alla sfera personale quel modello linguistico che lui
stesso impone nella scelta totalizzante che ha visto la revisione del romanzo.
Per questo, tanto nel romanzo quanto più nell’epistolario i due modelli espressivi vengono a trovarsi sullo
stesso piano, dal momento che le lettere sono scritte appunto ‘come si parla’ e la lingua scritta riproduce la
lingua parlata che è per gran parte accordata dall’uso fiorentino
09. Clementina giustifica così il suo modo di scrivere: io scrivo come parlo. Cosa si può dire di questa
affermazione?
Sono queste le parole di Clementina in una lettera del 13 febbraio 1874, in cui afferma quasi giustificandosi
di “scrivere come parla”.
È la stessa affermazione dal valore programmatico che si legge in una lettera di Alessandro Manzoni a Giovan
Battista Giorgini datata 13 marzo 1872, in cui riferendosi alla scrittura privata afferma puntualmente di
«scriver le lettere come si parla».
Da questa citazione prende il titolo il sondaggio sulla lingua dell’epistolario manzoniano condotto
magistralmente da Andrea Savini (2002), che si è occupato di stabilire se Manzoni nella sua prassi scrittoria
privata aderisca effettivamente a quella indicazione programmatica di poetica, per cui la lingua impiegata
nella scrittura delle lettere è fedele a quella parlata.
Dallo studio di Savini emerge che la lingua adoperata nel privato da Manzoni è spiccatamente moderna,
perché presenta una compenetrazione di modelli linguistici propri dello scritto e del parlato: in generale di
tono medio, con incursioni dalla tradizione libresca, essa non presenta cedimenti verso il basso o impennate
liriche, mentre registra frequenti espressioni idiomatiche coerenti con la medietà di toni e con l’uso vivo,
restituendo così un insieme omogeneo in cui nulla però è lasciato al caso.
La scrittura epistolare, che per sua natura deve attenersi ai principi di immediatezza e spontaneità, è in
Manzoni anche frutto di riflessioni sull’atto stesso di scrivere: infatti, nella lingua dell’epistolario, in cui è
riprodotto il parlato contemporaneo, Manzoni adegua alla sfera personale quel modello linguistico che lui
stesso impone nella scelta totalizzante che ha visto la revisione del romanzo.
10. Come si spiegano le forme avvenire per ‘a venire’, dicerto per ‘di certo’, e simili?
Dal punto di vista grafico, la scrittura di Clementina non presenta nel complesso evidenti interventi correttori:
la tenuta complessiva dell’aspetto grafico fa pensare che i suoi scritti, prima di essere spediti al destinatario,
possano aver subito un processo di revisione e di riscrittura in bella copia.
Tuttavia, come afferma lei stessa più volte, le sue sono lettere scritte in fretta, d’istinto, e non rilette, delle
quali talvolta chiede perdono per piccole e quasi impercettibili sbavature d’inchiostro.
Questi rari “scarabocchi”, che non costituiscono una discriminante nella complessiva tenuta grafica del testo,
portano a credere che Clementina non abbia rivisto i testi e che, a differenza del suo corrispondente, non si
sia servita di quaderni copialettere per le prove di scrittura.
Tra le incertezze grafiche da segnalare, seppur non frequenti, si notano casi di concrezione di preposizione,
dovuti probabilmente alla mancata percezione dei confini delle parole: avvenire per ‘a venire’, dicerto (ma
anche di certo), non dimeno (ma anche nondimeno), percui (ma anche per cui), in vece (ma anche invece),
in fine (ma anche infine), in vano (ma anche invano), non ostante (ma anche nonostante), in fatti (ma anche
infatti), sopra tutto (ma anche soprattutto).
Un aspetto da indagare nelle scritture epistolari è senz’altro l’impiego della punteggiatura, perché, com’è
stato rilevato, almeno fino alla metà dell’Ottocento, la norma interpuntoria risente di una certa liberalità
concessale da una tradizione grammaticale non codificata in maniera rigorosa.
Per questo, anche nella prassi scrittoria di Clementina un uso abbondante e ben distribuito dei segnali
interpuntivi non solo non stupisce, bensì permette di notare un andamento in linea con la prosa ottocentesca,
letteraria ed epistolare di scriventi cólti.
Tra i segnali interpuntivi rilevati nel corpus, di cui di seguito si propone l’analisi per tipologia e frequenza
d’impiego, occorre notare l’abbondante uso della virgola prima di una congiunzione (in particolare di che e
di e) che nell’Ottocento è un tratto in fase di normalizzazione; minoritario è invece l’uso dei due punti a
vantaggio del punto e virgola, che assume diverse funzioni; il punto esclamativo e il punto interrogativo usati
senza incertezze, a metà o fine rigo, o in accumulo con altri segni interpuntivi.
Si segnalano poi parentesi, per delimitare incisi, virgolette, per riportare citazioni e segnalare espressioni
tratte dalle lettere ricevute da Petrocchi, sottolineature di parole o di interi periodi, in funzione mimetica del
parlato per dare maggiore espressività, per segnalare uno stato d’animo o per ammonire il destinatario; non
si registrano invece casi di minuscola dopo punto fermo, ma solo dopo punti esclamativi o interrogativi.
Si riportano qui solo alcuni esempi; per gli altri si rimanda al libro in programma.
La virgola segue l’impiego primo-ottocentesco: tra il dimostrativo e il che relativo, «la tentazione di dirvi ciò,
che mi farebbe doppiamente amare» (lettera 4); tra l’avverbio di tempo e che: «io vorrei prima morire, che
appagare le tue brame» (lettera 6).
I due punti sono impiegati al posto della virgola e del punto fermo, secondo l’uso ottocentesco: possono
assumere funzione dichiarativa e argomentativa, cadenzando anche il tempo della narrazione degli eventi
per mantenere viva l’attenzione del destinatario («le lettere che di essa ritiene: Voi (certo per dimenticanza)
avete fin qui trascurato» (lettera 9).
I punti interrogativi ed esclamativi sono impiegati in modo ridotto: talvolta marcano l’intensità pragmatica
seguiti da altri segnali interpuntivi oppure inseriti all’interno del periodo perlopiù dopo interiezioni; a seconda
del contesto, sono percepiti da Clementina come segnali di pausa forte o di pausa debole: «Pazienza! bisogna
sempre soffrire» (lettera 8).
12. Rispetto all’uso delle maiuscole e dei segni paragrafematici, Clementina come si comporta?
Per quel che riguarda l’impiego delle maiuscole, Clementina rispetta la norma ortografica, per cui la
maiuscola segue sempre il punto fermo; in linea con gli usi coevi e con le norme indicate dalle grammatiche,
si pone l’impiego della maiuscola in numerosi contesti, perlopiù in funzione reverenziale (es. Amico/Amica,
Amore, Bimbo).
Fra i tratti paragrafematici, è frequente l’impiego per altro oscillante dell’accento sui monosillabi: perlopiù
su forme verbali fù [50 occ.], ma anche fu [10 occ.]; sò [84 occ.], ma anche so [49 occ.]; dò [3 occ.], e do in un
solo caso; và [18 occ.], preferito a va [3 occ.]; stà [12 occ.], ma anche sta [13 occ.]; stò [13 occ.], ben bilanciato
con il tipo senza accento sto [18 occ.]; per vò [3 occ.] e fò [6 occ.] si rilevano solamente le forme accentate.
Forse: Clementina inserisce riferimenti testuali a scrittori classici e coevi e impiega puntualmente
accorgimenti linguistici, in particolare sintattici e lessicali, ancora in uso nella lingua scritta e non del tutto
aboliti dalla rivoluzione manzoniana.
Dal punto di vista grafico, la scrittura di Clementina non presenta nel complesso evidenti interventi correttori:
la tenuta complessiva dell’aspetto grafico fa pensare che i suoi scritti, prima di essere spediti al destinatario,
possano aver subito un processo di revisione e di riscrittura in bella copia.
Tuttavia, come afferma lei stessa più volte, le sue sono lettere scritte in fretta, d’istinto, e non rilette, delle
quali talvolta chiede perdono per piccole e quasi impercettibili sbavature d’inchiostro.
Questi rari “scarabocchi”, che non costituiscono una discriminante nella complessiva tenuta grafica del testo,
portano a credere che Clementina non abbia rivisto i testi e che, a differenza del suo corrispondente, non si
sia servita di quaderni copialettere per le prove di scrittura.
Tra le incertezze grafiche da segnalare, seppur non frequenti, si notano casi di concrezione di preposizione,
dovuti probabilmente alla mancata percezione dei confini delle parole: avvenire per ‘a venire’, dicerto (ma
anche di certo), non dimeno (ma anche nondimeno), percui (ma anche per cui), in vece (ma anche invece),
in fine (ma anche infine), in vano (ma anche invano), non ostante (ma anche nonostante), in fatti (ma anche
infatti), sopra tutto (ma anche soprattutto).
Casi di discrezione si registrano per la forma avverbiale in vero e per il numerale cento mila; non mancano
poi interventi di discrezione di preposizione a gli, ma perlopiù agli. Si segnalano poi fenomeni di dissimilazione
grafica in alcuni nessi consonantici: con nasale e laterale nella forma inleciti; con nasale e occlusiva bilabiale
inbecille e inmaginarti; tuttavia, questo fenomeno non può dirsi sistematico della scrittura di Clementina,
bensì attribuibile a qualche incertezza della resa grafica, perché nella maggior parte dei casi i nessi sono
assimilati, imbevuto, imbrunire, imbroglio.
Da rilevare è l’omissione del grafema <i> dopo palatale con valenza diacritica per spece in due contesti, «una
spece di fuga» (lettera 60) e «d’una spece d’affatto diversa» (lettera 119) e per sufficenti (lettera 98); da
segnalare è poi l’uso della doppia -i di flessione in alcuni plurali e in due forme verbali: sacrificii (lettera 2) e
con fricativa sacrifizii (lettera 62).
Lezione 46.
08. Come si spiegano le forme castigo, lacrima (al posto di gastigo, lagrima)?
Per quanto riguarda l’alternanza tra occlusive sorde e sonore nelle forme castigo, lacrima, sacrificio,
Clementina si adegua alla norma coeva, prediligendo la variante sorda nelle forme lacrima e sacrificio; in linea
con l’esito manzoniano, adotta invece la variante sonora solo per il tipo gastigo (al plurale gastighi), e
gastigare (nelle forme gastigarti; gastigherò, gastigato, gastigata, gastigati). Discorso analogo va fatto per
l’alternanza dell’occlusiva sorda e sonora del dimostrativo codesto/cotesto: codesto e codesta sono registrati
in numero evidentemente minore rispetto alla forma sorda cotesto e cotesta.
I suoni vocalici italiani in posizione atona si sono ridotti ulteriormente, da sette a cinque, venendo meno
l’opposizione aperte/chiuse.
Ī > /i/ > DĪCEBAT > diceva
Ĭ > /e/ > LĬNTEOLUM > lenzuolo
Ē > /e/ > TĒNERE > tenere
Ĕ > /e/ > TĔRMINARE > terminare
Ā, Ă > /a/ > HĀBĒBĀT > aveva; CASĂM > casa Ŏ > /o/ > ŎDOREM > odore
Ō > /o/ > QUANDŌ > quando
Ŭ > /o/ > TABŬLA > tavola
Per la morfologia dell’articolo si rileva un uso perlopiù conforme alla norma otto/novecentesca: l’articolo
determinativo è usato davanti a nomi femminili, come tratto proprio del toscano popolare, nelle forme
l’Annetta, l’Elisa; lo stesso nei casi con preposizioni articolate sia con nomi femminili dall’Elisa, sia con
cognomi di soggetti maschili, dallo Sbertoli, Al Corsi.
L’uso dell’articolo lo segue la norma coeva e rispetta l’accordo davanti a s complicata (lo stare; lo studio); si
rileva poi in corrispondenza dell’espressione fraseologica e proverbiale «Avuta la grazia, gabbato lo santo»
(lettera 118).
L’articolo lo è conservato nelle forme cristallizzate per lo meno/per lo più costituite da per seguito
dall’articolo lo, esito fissato dalla tradizione letteraria e rimasto in uso fino ai giorni nostri.
Da segnalare sono i casi di elisione dell’articolo femminile plurale le, traccia di quel tentativo, adottato anche
da Manzoni nella Quarantana, di voler avvicinare lo scritto alla fluidità del parlato: l’impressioni, l’espressioni,
l’armi, l'altre, l’imbecillaggini, l’anime e in «ma le mie parole si vede che non l’intendi!» (lettera 130).
Tra le forme concorrenti che si avvicendano a quest’altezza cronologica nel corpus di Clementina si rilevano
per prime fra/tra: seguendo la prosa sette-ottocentesca, la scelta della scrivente ricade sul tipo fra con 41
occorrenze, a discapito di tra che occorre solo 9 volte, discostandosi dall’opzione manzoniana
dell’eliminazione dell’allotropia a favore di tra.
Per quel che riguarda le coppie fino/sino e dove/ove occorre fare una distinzione: nel corpus è del tutto
assente la forma letteraria sino e il suo allotropo fino si registra in 31 occorrenze; per la seconda coppia, l’uso
delle due forme è ben bilanciato con 19 occorrenze di dove e 26 per il più colto ove.
Va segnalato inoltre l’uso della preposizione di a in luogo di da in «Ora ho un rimprovero a farti» (lettera 86)
o in luogo di di in reggenza al verbo pregare in «mi pregava a scrivertelo e farti i suoi saluti» (lettera 142); di
con in luogo di per nel costrutto «finirò con andare dallo Sbertoli» (lettera 15); di su in luogo di in «mi trovo
sul caso di dirlo» (lettera 62); di di in luogo di a in «Di questa tua non risposi» (lettera 6) o in luogo di da «Lui
di agnello diventa Leone» (lettera 16), «che tu mi ami anche di lontano» (lettera 43), «abbia pochi mesi di
vivere» (lettera 119), «trattandomi di cattiva, di caratteraccio, di capricciosa» (lettera 124), di per/pel in luogo
in/nel «sempre come pel tempo passato» (lettera 98); sono tutti casi frequenti nella prosa ottocentesca, e in
generale non attribuibili a errori di distrazione da parte della scrivente.
13. Tra i tratti morfologici, cosa si osserva relativamente alle forme verbali?
Nel corpus di lettere di Clementina sono del tutto assenti voci che presentano anomalie nell’uso del genere
grammaticale; va segnalato l’impiego di fine, la cui oscillazione di genere, per altro molto frequente a
quest’altezza cronologica, è finalizzata a distinguerne il significato: per cui fine ‘termine’ femminile, alla fine
di Maggio; alla fine di xbre, e fine ‘scopo’ maschile Al nostro fine desiderato (lettera 67), a solo fine di bene.
Per l’indicativo presente si segnalano le varianti analogiche fò per ‘faccio’ [6 occ.], vò per ‘vado’ [1 occ.] e vò
per ‘voglio’ [3 occ.], alle quali comunque vengono di gran lunga preferite le forme percepite ancora come
letterarie, faccio [46 occ.], vado [11 occ.] e voglio [92 occ.].
Per i tempi storici, si registra l’impiego della forma tradizionale del fiorentino aureo con uscita etimologica in
-a per la 1° pers. dell’indicativo imperfetto, in accordo con la norma grammaticale sette-ottocentesca e gli
usi linguistici almeno di primo Ottocento (tra parentesi il num. delle occ.]: io aveva (28), io era (13), io credeva
(5), io diceva (4), io doveva (4), io poteva (4), io faceva (3), io voleva (3), io rispondeva (2), io vedeva (2) io
viveva (2), io attendeva (1), io cedeva (1), io chiedeva (1), io comprendeva (1), io conosceva (1), io piangeva
(1); esiti tuttavia ben bilanciati con la forma analogica in -o, in via di affermazione nella prosa dopo la riforma
manzoniana: io avevo (27), io credevo (4), io sapevo (4), io chiedevo (3), io dicevo (3), io vedevo (3), io dovevo
(2), io temevo (2), io volevo (2), io ammettevo (1).
Per quel che riguarda le congiunzioni letterarie, nella scrittura di Clementina occorrono i seguenti tipi: acciò,
che introduce una causale («avrei fatto i miei bauli, mi sarei intesa con una persona di garbo che ha in mano
un piccolo capitale mio, acciò non cedesse i miei diritti a nessuno», lettera 116); epperò, con funzione
conclusiva («Speriamo; sarebbe per me una gran felicità, e poi penso quanto anche a te farebbe piacere
epperò lo desidero ardentissimamente», lettera 125); con la stessa funzione anche però («mi affliggo per
esserti tanto lontana, e però nell’impossibilità di assisterti», lettera 88); orbene, con valore esortativo
(«mentre al contrario quando fà un maschio diventa brutta: orbene se tu vedessi come sono imbruttita»,
lettera 130); onde, con funzione consecutivo-finale («perche dall’altra porta è necessario mettere i chiavacci
onde non destar sospetti nell’animo», lettera 35.59); quando, con funzione causale nel significato di ‘poiché’
(«mi rivolgerò a qualche altra persona, e non temere che quando l’ho scelta io, è persona fidata, e segreta!»,
lettera 117), etc.
15. Fare il punto sui tratti fonetici rilevati nella scrittura di Clementina?
Per il vocalismo tonico si rileva una netta preferenza per le forme dittongate di uomo, luogo, buono, cuore,
eccezion fatta per bon, foco (e al plurale fochi), e in sede atona sonatori, più vicine alla stratificazione fonetica
del fiorentino parlato; isolato è anche il tipo rizotonico ven, in «d’essere una cieca a cui ven resa un’istante
la vista» (lettera 6), a cui è preferita la forma dittongata vien/viene (100 occ.).
Il dittongo uo è conservato in nuovità (ma anche novità) e nelle forme verbali arcaizzanti cuopre e scuoprano,
ormai in declino a quest’altezza cronologica.
Il dittongo in sillaba libera si mantiene anche nelle forme aggettivali, come in leggiero e leggiera (anche in
leggierezza), intiero e intiera e con l’avverbio intieramente, impiegato con una certa frequenza nella prosa
del secondo Settecento e ancora nel primo Ottocento, per poi decadere e lasciare posto al tipo
monottongato; quasi del tutto assenti sono gli allotropi monottongati, rilevati solo nei tipi intera e
interamente.
In linea con le grammatiche manzoniane, la scelta della forma col monottongo ricade nei tipi figliolo/figliola,
pur registrando alcuni casi dittongati per figliuola (esito che si mantiene, com’è noto, anche in Manzoni); il
dittongo figura inoltre nella locuzione verbale prenderti giuoco di me (lettera 118).
Da segnalare è l’impiego ridondante del diacritico <i> dopo l’affricata postalveolare sonora e sorda,
comincierò, lascierò, lascieremo, correggiendola, amareggierà, dopo affricata e nasale palatale in
rassegniata, ma qualche caso di omissione, come per sufficenti.
Vocalismo atono
Nel vocalismo atono, si registrano casi di alternanza e/i in sede protonica: la forma questione occorre quattro
volte, rispetto a un caso isolato di quistione («quella quistione avuta teco», lettera 105); la conservazione di
/e/ protonica (in corrispondenza della i toscana) sempre in posizione iniziale è in linea con l’uso coevo nella
forma latineggiante decembre di origine panitaliana, spesso appuntata dalla scrivente in dec. nella cornice
epistolare; l’alternanza in protonia si rileva anche in esebizioni e nella forma verbale del verbo
esebire/esibire, in è esebito e in mi esebisse.
Per le vocali medio-alte, la scrivente opta per l’allotropo labializzato nelle forme domanda, domandare e
domani: sono infatti del tutto assenti le forme con i protonica, ormai sorpassate a questa altezza cronologica
nella scrittura controllata, ma ancora preferita dalla lessicografia coeva; sempre in protonia si rileva la
preferenza al tipo in -o nelle forme del verbo obbedire, forma fedele all’etimologia latina e di tono più
letterario.
Discorso analogo va fatto per l’alternanza dell’occlusiva sorda e sonora del dimostrativo codesto/cotesto:
codesto e codesta sono registrati in numero evidentemente minore rispetto alla forma sorda cotesto e
cotesta.
Per l’alternanza del nesso -ng-/-mb è da segnalare la forma cangiamento (anche in cangiò, e cangiare) in
regressione a questa altezza cronologica, a cui viene preferito cambiamento; si nota la conservazione del
nesso consonantico complesso in inspirati.
In sintonia con la prassi manzoniana, e quindi col fiorentino dell’uso, sono le numerose apocopi registrate in
diversi contesti: vuol dire, esser mai, dover confessare, sento d’amar te, non amar, lasciar tutto e tutti.
Non si rilevano grosse anomalie nella distribuzione delle consonanti scempie e doppie: isolati in tutto il
corpus sono i tipi inalzata, stillettata ma anche stilettate, aligna per ‘alligna’, sodisfazioni e olio ferrugginoso
per ‘olio ferruginoso’, errori causati probabilmente da distrazione vista la scarsa frequenza.
Lezione 47.
08. Illustrare le sequenze ternarie e quaternarie nella scrittura di Clementina.
Le scelte linguistiche finora mostrate contribuiscono a rendere il dettato di Clementina sbilanciato verso una
maggiore intenzionalità e ricercatezza compositiva a scapito di una spontaneità espressiva: questa tendenza
si ricava con più tangibilità dall’osservazione delle giustapposizioni sintattico-lessicali, rese con particolari tipi
di correlazione, asindetica e anaforica, con l’accumulo elencativo di sostantivi, aggettivi e verbi, con
l’inclusione di procedimenti paravverbiali e di figure retoriche.
In particolare, la sovrabbondanza di costrutti iperdescrittivi permette di rilevare alcuni espedienti stilistici
preferiti dalla scrivente: come si può verificare nella ricca serie di esempi che seguono, l’accumulazione
antonimica o sinonimica di nomi e aggettivi, siano essi in strutture binarie, ternarie o quaternarie,
contribuisce a caricare di significato concetti espressi e a restituire diverse percezioni dei sentimenti descritti.
Sequenze binarie:
sostantivali: l’amore, e la paura; d’amore, e di felicità; plauso e onore; di lacrime, e di scandali.
aggettivali: volgare, e cattivo; triste, e noiosa; prudente, e discreto;
buono, e segreto.
verbali: di pensare, e di agire; ridendo, e celiando; mi sconcerta, mi esalta; e abbracciandoti e baciandoti.
Sequenze ternarie: sostantivali ‘semplici’ (con o senza articolo): lacrime, singhiozzi, preghiere; una passione,
un furore, un delirio; onore, riputazione, interesse; la santità, la purezza, la fedeltà.
sostantivali con introduttori preposizionali: di gelosia, di dolore, di disinganno; a sbalzi, a folate, a momenti;
dai doveri, dai legami, dagli affetti; della previdenza, del timore, del mistero; dal dispetto, dalla gelosia, dalla
rabbia.
sostantivali con ripetizione del possessivo: il tuo sospiro, il tuo sogno, il tuo desiderio; la tua Amica, la tua
compagna, la tua moglie; della mia felicità, del mio avvenire della mia vita futura.
[...]
In questa rassegna di occorrenze, il dato che emerge con evidenza è la considerevole varietà del materiale
lessicale impiegato, tanto che gli abbinamenti binari e ternari non risultano mai ripetitivi, ma ogni sequenza
costituisce un unicum in grado di spaziare e modulare la potenza semantica. Si osserva una sola eccezione
nel caso di freddo nelle terne freddo, trascurato, indifferente (62.83) e freddo, impassibile, sprezzante
(112.49,50): al di là dell’aggettivo reiterato, che in questo caso potrebbe fungere da introduttore del
segmento ternario, è interessante notare la fine giustapposizione degli aggettivi collaterali, che determinano
una volta di più l’acutezza nella scelta delle varianti lessicali adottate dalla scrivente.
10. Rispetto alle formule di congedo definitive e assolute, Clementina come si comporta?
Le formule di esordio e di congedo abbiamo visto, con l’espressione “grammatica epistolare” si intende
l’insieme di prescrizioni e convenzioni, le cosiddette parti “rituali” della lettera. Per questo, l’analisi delle
formule ricorsive, dei topoi epistolari e, più in generale, dell’organizzazione testuale delle lettere è un aspetto
che non può essere sottovalutato, sia perché – come si è detto – aiuta a cogliere il legame tra i corrispondenti,
sia perché permette di ragione sulla tipologia testuale in prospettiva storico-linguistica. Nelle lettere di
Clementina questo aspetto è particolarmente evidente: se si prende infatti la prima lettera del corpus si nota
che la formula con cui la scrivente si rivolge al suo destinatario è un generico Sig. Policarpo (lettera 1), che
mostra ancora una certa estraneità nei confronti del suo corrispondente; a questo distacco ritorna poi
Clementina, quando, dopo aver ricevuto risposte non gradite, si ritrae a toni meno confidenziali e, quasi
portandosi sulla difensiva, lo saluta con un freddo Signore!
11. Rispetto all’impiego di ‘Addio’ come tipologia di congedo, Clementina come si comporta?
Nelle lettere di Clementina si rileva una spiccata preferenza per questa tipologia di congedo attraverso
l’impiego ricorrente di Addio, con valore demarcativo e chiaramente non definitivo, che definisce
l’approssimarsi della conclusione della lettera («Addio mio diletto, rifletti bene a quanto ti ho detto, e non
rispondermi senza prima aver lungamente pensato. Dimmi la tua decisione, e seguita ad’esser prudente, e
discreto. Addio»,
Le formule di congedo definitive e assolute sono costruite invece con verbi, in particolare con imperativi,
organizzati in modo da concludere un più o meno complesso giro di frase.
13. Fare il punto sul procedimento di accumulo elencativo di sostantivi, aggettivi e verbi nella scrittura di
Clementina.
Le scelte linguistiche finora mostrate contribuiscono a rendere il dettato di Clementina sbilanciato verso una
maggiore intenzionalità e ricercatezza compositiva a scapito di una spontaneità espressiva: questa tendenza
si ricava con più tangibilità dall’osservazione delle giustapposizioni sintattico-lessicali, rese con particolari tipi
di correlazione, asindetica e anaforica, con l’accumulo elencativo di sostantivi, aggettivi e verbi, con
l’inclusione di procedimenti paravverbiali e di figure retoriche. In particolare, la sovrabbondanza di costrutti
iperdescrittivi permette di rilevare alcuni espedienti stilistici preferiti dalla scrivente: come si può verificare
nella ricca serie di esempi che seguono, l’accumulazione antonimica o sinonimica di nomi e aggettivi, siano
essi in strutture binarie, ternarie o quaternarie, contribuisce a caricare di significato concetti espressi e a
restituire diverse percezioni dei sentimenti descritti.
14. Illustrare alcuni costrutti verbali accompagnati da preposizione ricorrenti nella scrittura di Clementina.
Come in molte scritture epistolari, anche nella prassi scrittoria di Clementina si rileva la tendenza a impiegare
più o meno di frequente strutture linguistiche proprie dell’oralità ed elementi testuali pragmatici legati a una
forte situazionalità, come vocaboli concreti e polisemici, perifrasi analitiche, modi di dire e dialettismi. Tra i
termini polisemici primo su tutti da notare è l’impiego di cosa/cose, un impiego generico di verbi fare, andare,
stare. Per la fraseologia e i proverbi ricorrenti nella scrittura di Clementina, si rimanda al volume in
programma.
15. Nella frase ‘«Ricevi tanti saluti da Elisa; la quale non rinunzia per nulla alla speranza» (lettera 39, rigo
106)’ a quale fenomeno sintattico si assiste?
Nella frase: ricevi tanti saluti da Elisa si nota poi per il neutro sostantivato il che di ripresa, secondo la
grammatica tradizionale, proprio delle relative appositive di tipo giustappositivo-parentetico con una frase
intera antecedente: «ma morrei di dolore; e il che sarebbe \anche/ peggio!» (lettera 74, rigo 94)
Lezione 48.
06. Si illustri il lessico della medicina nelle lettere di Clementina Biagini.
Non nuova nelle scritture epistolari private e famigliari è la tendenza a riservare parte della lettera a notizie
relative allo stato di salute e alle condizioni psicofisiche, a scapito di altri argomenti: anche nelle lettere di
Clementina è possibile osservare questa prassi e individuare una gamma di vocaboli, d’uso o fuori dall’uso,
propri di stati sintomatologici e patologici, tecnicismi di ambito medico e farmacologico.
07. Si illustri il lessico del dolore nelle lettere di Clementina Biagini.
Relativamente alla topica epistolare sono regolari le notizie relative alla salute (sia del mittente sia del
destinatario), lo scoramento per la lontananza e un vario repertorio di scuse, legate anche a disguidi o ritardi
del servizio postale. Si legge nella lettera che Clementina vive nello «splendore d’una magnifica posizione»,
almeno fino al dicembre 1861 quando la morte del padre trascina in malasorte la famiglia. Tra «le tante cose
andate male», problemi di salute e condizioni economiche precarie, c’è «quel matrimonio così disgraziato»
con il notaio Evangelista Arcangeli, originario della montagna pistoiese e di sei anni più grande, celebrato l’8
settembre 1869.
08. Si illustri il lessico affettivo nelle lettere di Clementina Biagini.
Le parole del quotidiano Sotto l’etichetta di “parole del quotidiano” si raccolgono termini ed espressioni
impiegate da Clementina che, per la loro varietà, difficilmente si possono ascrivere a una categoria lessicale
precisa. Proprio in questa sezione si nota una compresenza di termini cólti e di termini popolari, regionali e
colloquiali.
Molto poco si deduce dalle lettere della vita pubblica di Clementina: i suoi pochi divertimenti e il suo stile di
vita ritirato si riflettono nello scarsissimo impiego di vocaboli che riguardano le occupazioni sociali e
mondane, come festa/Festa, ballo/ festa di ballo, spettacolo, svago e il generico daffare.
09. Si illustri il lessico dello studio nelle lettere di Clementina Biagini.
Nell’ambito del lessico ludico si notano i sostantivi corbelleria, balocco, bischerata, burla, scioccheria,
trastullo e il verbo celiare. Come in molte scritture epistolari, anche nella prassi scrittoria di Clementina si
rileva la tendenza a impiegare più o meno di frequente strutture linguistiche proprie dell’oralità ed elementi
testuali pragmatici legati a una forte situazionalità, come vocaboli concreti e polisemici, perifrasi analitiche,
modi di dire e dialettismi.
10. Cosa si intende per ‘parole del quotidiano” nelle lettere di Clementina Biagini? Spiegare e illustrare
qualche esempio.
I comportamenti linguistici fedeli alla norma, le costruzioni sintattiche che seguono il modello
classicheggiante, l’impiego di un lessico ricercato che attinge alla tradizione, sono ben amalgamati con la
lingua del quotidiano e con l’articolazione del dettato che risponde alle modulazioni espressive di una
conversazione in presenza e che riflette il tentativo di ridurre la distanza fisica tra i corrispondenti.
Nel contempo, trattandosi di una corrispondenza epistolare, che per sua natura si impone di ridurre la
distanza che separa i corrispondenti, la prassi scrittoria di Clementina non manca di riprodurre
comportamenti propri di una conversazione in presenza e di far mostra di termini locali o di uso quotidiano,
senza mai ridurre il tono della lettera che si mantiene sempre sull’ordine di una stabile medietà espressiva.
11. Fare il punto sul lessico adottato da Clementina Biagini.
A partire dal volume in bibliografia, si appuntano qui le caratteristiche dell’edizione critica del testo (cioè
come sono state trattate le lettere per la produzione a stampa), che possono guidare alla lettura dei materiali.
Per la trascrizione si sono adottati criteri conservativi: la riproduzione rispetta fedelmente la grafia
dell’originale, incluso l’impiego e/o omissione di segni paragrafematici e interpuntivi, le sottolineature
(singole o doppie); si sono quindi conservati raddoppiamenti, scempiamenti. Il testo di ogni lettera è
anticipato da una stringa descrittiva che indica: il numero di ordine, il luogo (ricavato dal testo) e la data di
scrittura, la collocazione archivistica e una nota paleografia sulla tipologia del materiale; le sigle BCF e FP
corrispondono rispettivamente a Biblioteca Centrale Forteguerriana e Fondo Petrocchi.
12. Seguire il filo conduttore dei riferimenti bibliografici rintracciabili nel testo e illustrare i modelli letterari
di riferimento da cui Clementina ha attinto.
Le lettere di Clementina Biagini conservate nel Fondo Petrocchi della Biblioteca Forteguerriana di Pistoia sono
142 e coprono un arco cronologico compreso fra l’8 settembre 1872 e il 14 febbraio 1875. Il destinatario delle
lettere è Policarpo Petrocchi (Castello di Cireglio, 16 marzo 1852 – 25 agosto 1902), letterato, linguista e
lessicografo, che si inserisce nel panorama letterario ottocentesco seguendo con devozione il magistero
manzoniano. Le missive di Clementina sono tutte autografe.
Dal momento che il nome di Clementina non risulta negli archivi delle istituzioni di cultura della città, le poche
indicazioni sulla sua formazione sono rintracciabili unicamente dalle lettere e fanno pensare che abbia avuto
il privilegio di disporre di un istitutore privato. Per questo, tanto nel romanzo quanto più nell’epistolario i due
modelli espressivi vengono a trovarsi sullo stesso piano, dal momento che le lettere sono scritte appunto
‘come si parla’ e la lingua scritta riproduce la lingua parlata che è per gran parte accordata dall’uso fiorentino.
Quanto a Clementina allora, il dire di parlare toscano e di “scrivere come parla” vale a definire la sua lingua,
e quindi la sua scrittura, che è da considerare aderente al modello manzoniano.
13. Cosa si intende per procedimento dell’alterazione e come si comporta Clementina Biagini a riguardo.
Variamente diffuso nel corpus è il procedimento dell’alterazione, che si colloca a metà strada tra la
formularità e l’affettività. Tra gli spedienti lessicali enfatizzanti si registra un larghissimo impiego delle forme
elative. È un impiego che non stupisce se si pensa che la scrivente è figlia di un medico ed è evidentemente
avvezza a sentire, e poi usare, alcuni termini tecnici non percepiti come tali, perché ormai abituali del suo
lessico famigliare. Vediamone solo un paio qui: abito ‘costituzione fisica’ («pensando ai suoi anni, al suo abito,
e alla sua persona», 77.74).