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ELEMENTI DI LINGUISTICA

E FILOLOGIA GERMANICA

Guida all’esame di Filologia Germanica


nei corsi di laurea di base in Lingue e Letterature Straniere

LUCIA SINISI
Indice

Abbreviazioni

Premessa

Cap. I. Appunti di fonetica articolatoria

Il linguaggio umano
L’apparato di fonazione
Classificazione dei foni del linguaggio
Il mutamento linguistico

Cap. II. Classificazione delle lingue germaniche

Il germanico orientale
Il germanico settentrionale
Il germanico occidentale

Cap. III. Il sistema fonologico dell’indoeuropeo

Il sistema consonantico
Il sistema vocalico

Cap. IV. Caratteristiche fonologiche del germanico

La mutazione consonantica del germanico o Legge di Grimm


La legge di Verner
Alternanza grammaticale
Il vocalismo del germanico
Trasformazioni spontanee
Trasformazioni condizionate

Cap. V. Modifiche al sistema fonologico del germanico in fase post-unitaria

Fricative sorde
Fricative sonore
Rotacismo
Metafonia
La mutazione consonantica altotedesca

Cap. VI. Conseguenze della fissazione dell’accento sullo sviluppo


morfo-sintattico delle lingue germaniche

Alcuni preliminari

2
Mutamento dell’accento nel
protogermanico Datazione
Effetti del mutamento dell’accento sulla morfosintassi del
germanico Indebolimento della flessione
Sviluppo del sistema delle preposizioni e dei sintagmi
preposizionali Sviluppo dell’articolo
Trasformazione nell’ordine delle parole
Impiego dei pronomi dinanzi alle forme verbali

Cap. VIIi. Caratteristiche morfologiche del germanico

Il sistema verbale del protogermanico


Il verbo in germanico
Semplificazione del sistema verbale indoeuropeo
Utilizzazione sistematica dei verbi i.e. con apofonia
La flessione nominale
Flessione del sostantivo
Flessione dell’aggettivo

3
Capitolo I

Appunti di fonetica articolatoria

Il linguaggio umano

Nel corso dei secoli l’uomo ha elaborato un complesso sistema di


comunicazione che si differenzia sostanzialmente da quello usato dagli
animali per una serie di caratteristiche:

esso è arbitrario; non contempla, cioè, una stretta connessione fra il


segnale e il messaggio, al contrario di quanto accade nella comunicazione
animale, in cui non c’è rapporto intrinseco fra la parola elefante e l’animale
a cui essa si riferisce.
si trasmette culturalmente, e non geneticamente, come dimostrano i
rari casi di esseri umani cresciuti in isolamento, i quali non hanno
sviluppato l’uso del linguaggio.
è basato sulla duplice articolazione, si basa, cioè, su un certo numero
di suoni (all’incirca trenta o quaranta) detti fonemi, i quali, di per sé, non
hanno alcun significato, ma che, combinandosi con altri fonemi, danno vita
ai monemi, o unità superiori portatrici di significato: p.es. /s/, /l/, /a/, /e/,
isolatamente pronunciati, non costituiscono un messaggio, mentre uniti fra
loro in italiano danno luogo a /sal-e/, /les-a/, /els-a/.
la maggior parte degli animali può comunicare soltanto in riferimento a
cose che sono presenti nell’ambiente immediatamente circostante, mentre
l’uomo può far riferimento anche a cose lontane nello spazio e nel tempo.
Questo fenomeno in linguistica è chiamato dislocazione.
gli animali possono ricorrere ad un numero molto limitato di messaggi da
inviare o da ricevere, mentre per l’uomo il numero di messaggi è pressoché
illimitato. Egli può pronunziare una frase mai pronunciata prima, nella

4
situazione più inverosimile, e tuttavia essere compreso, poiché il
linguaggio umano è creativo ( o produttivo).
esso sottostà ad una rigida organizzazione interna che non consente
di unire i fonemi o i monemi secondo un criterio casuale: in italiano i
fonemi /a/, /e/, /t/, /r/ potranno dare i monemi /arte/, /rate/, /erta/, /trae/,
mentre saranno escluse le combinazioni /rtae/, /aetr/, /eart/, così come i
seguenti monemi /suonava/, /il/, /malissimo/, /pianista/ avranno solo le
seguenti possibilità di combinazione:

/il pianista suonava malissimo/~ /suonava malissimo il pianista/ ~


/malissimo suonava il pianista/ ~ /malissimo il pianista suonava/

mentre saranno escluse le combinazioni

*/suonava pianista il malissimo/~ */malissimo suonava pianista il/ ~


*/pianista il suonava malissimo/

Il linguaggio umano è dunque dipendente dalla struttura, le sue operazioni


si basano cioè sulla comprensione della struttura interna della frase.

Il linguaggio umano è un sistema articolato di segnali fonici arbitrari,


caratterizzato da una dipendenza dalla struttura interna, dalla creatività,
1
dalla dislocazione, dalla dualità e dalla trasmissione culturale.

L’apparato di fonazione

Prima di enumerare gli organi preposti alla fonazione è indispensabile porre a


premessa che tali organi assolvono in primo luogo a funzioni essenziali, quali la
respirazione e la deglutizione. Citando Bertil Malberg: “L’apparato fonatorio
umano è un adattamento ai fini comunicativi di organi la cui funzione è stata in

1
Sin qui da J. Aitchison, Linguistics, Teach Yourself Books, Hodder and Stoughton,
3
Sevenoaks, 1987 , pp. 19-29.

5
2
origine, e resta tuttora, diversa”. Lo stesso Malberg distingue “nell’apparato di
fonazione le seguenti parti e funzioni: la REALIZZAZIONE DI UNA CORRENTE D’ARIA che
nell’assoluta maggioranza dei casi è una corrente espiratoria, la SORGENTE

SONORA responsabile delle vibrazioni periodiche utilizzate per la differenziazione


3
fonetica (il tono glottidale) e i RISUONATORI o cavità sopraglottidali.”
Pertanto l’aria proveniente dai polmoni, attraverso i bronchi, è incanalata
nella trachea, oltre cui è situata la laringe, una scatola cartilaginea formata
da quattro diverse cartilagini: alla sua base è posto l’anello della cricoide,
su cui poggia la cartilagine tiroidea, e le due aritenoidi, a forma di piccole
piramidi, controllate da fasci muscolari che ne consentono il movimento.

(Laringe e trachea, da Bertil Malberg, Manuale di fonetica generale, il


Mulino, Bologna 1977.)

2
B. Malberg, Manuale di fonetica generale, il Mulino, Bologna, 1977, p. 129.
3
Ibidem.

6
All’interno della laringe vi sono due coppie di pieghe sagomate dalla
mucosa che riveste le pareti della scatola laringale: si tratta delle corde
4
vocali (meglio dette pliche vocaliche) e delle false corde vocali; le sacche
racchiuse fra le due coppie di pieghe sono dette ventricoli di Morgagni.

(dal sito http://www.maurouberti.it/vocalita/bottero/fonatorio.html)

Le pliche vocaliche

Le pliche vocaliche sono unite anteriormente, mentre posteriormente sono legate


alle aritenoidi, cartilagini mobilissime che ne permettono il movimento a forbice.
Lo spazio fra le pliche vocaliche è chiamato rima glottidale (o glottide).
Le immagini riportate sotto sono uno spaccato della cavità laringale. Nella
prima le corde vocali sono nella posizione atta alla realizzazione dei suoni
sordi, nella seconda sono accostate, pronte a vibrare, nella realizzazione
dei suoni sonori.

4
A tutt’oggi non si è stati in grado di comprendere quale sia la funzione delle false corde vocali.

7
Da una diversa prospettiva (retro della laringe), si riconosce la posizione
di riposo (respiratoria) nella prima immagine e la posizione pronta alla
fonazione dei foni sonori nella seconda :

Corde vocali in posizione respiratoria Corde vocali in posizione fonatoria.


A cartilagini aritenoidi; C cartilagine cricoide;CV corde vocali, T cartilagine tiroide;

Le immagini seguenti, invece, schematizzano le diverse posizioni che le


pliche vocaliche possono assumere:

a occlusione b sordità c sonorità d bisbiglio f mormorio

8
L’articolazione di /p/ e /b/ in it. /pere/ e /bere/, di /t/ e /d/ in it. /tare/ e /dare/,
di /f/ e /v/ di it. /fede/ e /vede/ si differenzia per un solo parametro, quello
della sonorità; vale a dire che mentre le consonanti con cui si iniziano le
parole /pere/, /tare/ e /fede/, sono prodotte senza l’intervento delle pliche
vocaliche, negli esempi /bere/, /dare/ e /vede/, la loro articolazione si
accompagna alla vibrazione delle pliche vocaliche. E’ possibile ‘sentire’ il
loro intervento appoggiando il palmo della mano sulla gola.

Oltre la glottide vi sono la faringe, la cavità orale e la cavità nasale (fosse


nasali) i quali fungono da risonatori, insieme all’arrotondamento e alla
protrusione delle labbra (procheilia).
Creando ostacoli al passaggio dell’aria in vari punti dell’apparato fonatorio
o modificando la forma e il volume della faringe o della cavità orale, o
ancora includendo o escludendo nell’articolazione le fosse nasali, è
possibile produrre i diversi foni.

9
La figura seguente rappresenta lo spaccato sagittale degli organi che
intervengono nella fonazione, mostrando le parti fisiologiche dell’apparato
fonatorio:

L labbra

A alveoli

D denti

P palato

F faringe

E epiglottid

CV corde vocali.

Sotto è riportata un’immagine schematica della parte posteriore della


cavità orale:

V velo palatino

U uvula

PF pilastri faucali

L lingua

F faringe

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Gli organi fonatori

I principali organi fissi sono:

i denti, soprattutto superiori, che intervengono nell’articolazione di /t/ in


/tutto/ nell’italiano, con il contatto della punta della lingua, o di /f/ in ital.
farfalla col contatto del labbro inferiore;
gli alveoli (nei quali sono infissi i denti superiori) che costituiscono quella
zona del palato immediatamente dietro ai denti; la /t/ in ingl. twenty si
articola con la punta della lingua contro gli alveoli;
il palato duro, cioè la parte della volta palatina dietro la zona alveolare
costituita da struttura ossea. La consonante rappresentata dal digramma
<gn> nell’ital. bagno è articolata con il dorso della lingua contro il palato.

I principali organi mobili sono:

le labbra, che accostandosi fra loro producono la /p/ di ital. pappa.


la lingua, l’organo più importante, che interviene nell’articolazione di
quasi tutti i suoni. Si distinguono la punta, il dorso e la radice.
il velo, o palato molle, che nella respirazione normale è abbassato, ma
può alzarsi sino a toccare la parete faringale e impedire all’aria di uscire
attraverso le narici. Per i suoni nasali, come it. mancia, noncuranza, e
gnomo, il velo palatino è abbassato, come quando si respira con il naso.
il velo palatino termina con l’uvula, che serve ad articolare la varietà di /r/
del ted. rauchen, o del franc. recevoir, o un tipo di “erre moscia” che si
incontra, talora, nell’italiano.

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Classificazione dei foni del linguaggio

I foni

La linguistica si occupa principalmente della lingua parlata.

Poiché le grafie convenzionali per lo più non corrispondono esattamente


alla pronuncia della lingua che esse rappresentano, non vi è, cioè,
corrispondenza fra grafema e fonema (si veda per esempio come il
digramma ch sia utilizzato diversamente dalle varie lingue europee per
rappresentare suoni assolutamente diversi fra loro: it. chiesa/ fr. cher/ ingl.
chain/ ted. ich), il primo passo per un linguista è quello di abbandonare le
grafie convenzionali e adottare un alfabeto fonetico che sia il più accurato
possibile nel rappresentare le corrispondenze fra simbolo grafico e fono.

Nel corso degli ultimi decenni ha acquisito grande popolarità e diffusione


l’Alfabeto Fonetico Internazionale (A.P.I.) con il quale, almeno in teoria, si
5
è in grado di rappresentare i suoni di tutte le lingue del mondo.

La prima grande distinzione nell’ambito dei foni del linguaggio umano è


costituita da consonanti da un canto e vocali dall’altro. Le prime comportano
sempre un passaggio di aria, nella maggior parte dei casi proveniente dai
6
polmoni (tali consonanti sono dette egressive o espiratorie) ostacolato

5
L’Alfabeto Fonetico Internazionale è stato messo a punto dall’Associazione Fonetica
Internazionale (International Phonetic Association) fondata da Paul Passy nel 1886.
6
Sebbene se ne possano articolare altre, rare per la verità, procedendo in senso contrario,
immettendo cioè aria dall’esterno verso l’interno, in tal caso saranno dette consonanti ingressive o
inspiratorie. In talune lingue dell’Africa meridionale si realizzano anche le cosiddette consonanti
avulsive (o clic), prodotte “in fase di stasi espiratoria, facendo schioccare una parte mobile
dell’apparato di fonazione, come labbro inferiore o lingua, contro una parte non mobile, come
labbro superiore, guancia, palato duro” (v. T. De Mauro, Linguistica elementare, Editori Laterza,
Bari, 1998, p. 36) come nella produzione di un bacio, o nello schiocco imitante il galoppo del
cavallo del linguaggio infantile.

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totalmente, o solo parzialmente in qualche punto dell’apparato di
7
fonazione. Le seconde, le vocali, si caratterizzano per un flusso libero di
8
aria che può prolungarsi per quanto fiato abbiamo nei polmoni.

Le consonanti

Si classificano le consonanti sulla base di tre parametri: il modo di


articolazione, che riguarda le modalità con cui si realizza l’occlusione o il
restringimento del diaframma articolatorio, il luogo di articolazione, che
determina in quale punto si crea ostruzione (totale o parziale) al passaggio di
aria, e se risulta presente o, al contrario, assente il coefficiente di sonorità.

Consonanti egressive

Occlusive

Le consonanti definite occlusive comportano un passaggio di aria


momentaneamente interrotto mediante una ostruzione totale attuata
serrando due articolatori.

Nell’articolazione di una occlusiva si distinguono tre fasi: impostazione,


tenuta e soluzione.

Nella prima fase si impostano gli organi per formare un’occlusione totale del
passaggio dell’aria (l’occlusione, per esempio, può essere prodotta serrando le
labbra saldamente, in tal caso si articolerà una p, o fra la parte anteriore della
lingua e l’arcata superiore dei denti, come avviene per la produzione di una t

7
Sotto il profilo della fisica acustica le consonanti comportano vibrazioni aperiodiche (sono
pertanto rumori).
8
Le vocali sono prodotte da vibrazioni periodiche (sono pertanto suoni).

13
9
dell’italiano o del francese, pertanto, a seconda del luogo in cui avviene
l’occlusione, esse si distinguono in:

[p] bilabiale sorda, it. palo, fr. pas, ingl. ripe, ted. Polizei, sp. perro; in inglese,
h
in inizio di parola, può essere seguita da una fricativa glottidale [p ].

[b] bilabiale sonora, it. bambino, fr. bon, ingl. baby, ted. bitte.

[t] dentale sorda, it. topo, fr. toujours, ted. trinken, sp. todo.

[d] dentale sonora, it. dopo, fr. dent, ted. denken, sp. dulce.

[t] alveolare sorda, ingl. tape.

[d] alveolare sonora, ingl. dare.

[c] palatale sorda, it. chino, fr. maquillage, ingl. key, ted. Kino, sp. queso.

[j] palatale sonora, it. ghiro, fr. Guillaume, ingl. give.

[k] velare sorda, it. coltello, fr. couteau , ingl. care, ted. können, sp. compañero.

[g] velare sonora, it. gatto, fr. gorge, ingl. gain, ted. gut, sp. garganta.

[ ʔ] glottidale sorda, detta più comunemente colpo di glottide, si realizza in


tedesco, ove non ha carattere distintivo, e dunque non è un fonema, ma
un semplice fono che funge da demarcatore di sillaba, quando la parola, o
il morfema, si inizia con una vocale accentata: si pensi alla realizzazione
del numerale eins [ ʔaɪns].

9
Nella pronuncia di un locutore inglese l’articolazione di questa consonante e della
corrispondente sonora d si presenta come alveolare; d’altro canto tutto il sistema articolatorio
dell’inglese prevede un arretramento della produzione delle dentali verso il luogo alveolare (si
pensi alla n).

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Affricate

Nella realizzazione delle affricate l’impostazione e la tenuta sono pari ai


momenti di articolazione delle occlusive, ma la soluzione, che è
omotopica, vale a dire si verifica nello stesso punto di articolazione
dell’impostazione, è di tipo fricativo. Si distinguono cinque affricate,
distribuite su tre luoghi di articolazione:

[pf] labiale sorda, ted. Pferd.

[ts] alveolare sorda, it. ragazza (in cui è geminata), ted. Zeit.

[dz] alveolare sonora, it. rozzo (idem).

[tʃ] palato-alveolare sorda, it. Cina, ingl. church, ted. Deutsch, sp. muchacho.

[dʒ] palato-alveolare sonora, it. Gina, ingl. John.

Fricative

Al contrario delle occlusive che presentano un’ostruzione totale del getto


d’aria proveniente dai polmoni, le fricative si caratterizzano per un’occlusione
parziale, con percezione acustica di frizione, o di sibilo, causato dal flusso
d’aria che supera a fatica la strettoia messa in atto dagli articolatori:

[ɸ] bilabiale sorda, giapp. Fuji

[β] bilabiale sonora, sp. saber,

[f] labiodentale sorda, it. fuoco, fr. fou , ingl. few, ted. Vater, sp. fuego.

[v] labiodentale sonora, it. velo, fr. valent, ingl. view, ted. wieviel.

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[ ] dentale sorda, ingl. thigh, sp. zapatos (in realtà, nello spagnolo la

realizzazione di questo fono può considerarsi interdentale).

[ð] dentale sonora, ingl. thy.

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[s] alveolare sorda, it. sera, fr. soir, ted. essen, ingl. sip, smile, sp. españa

[z] alveolare sonora, it. smemorato, ingl. zip, ted. sehen, sp. mismo.

[ʃ] palatoalveolare sorda, it. scema, sciocco, fr. cherie, ingl. nation, ted.
Schenken.

[ʒ] palatoalveolare sonora, fr. rouge, ingl. vision.

[ç] palatale sorda, ted. ich, talvolta ingl. hue.

[ ] palatale sonora, ted. ja.

[x] velare sorda, ted. auch, scozz. loch.

[ɣ] velare sonora, ted. settentr. sagen, sp.

ago. [R] uvulare sonora, fr. rouge, ted. rot

[h] glottidale sorda, ingl. how, who, ted. Haus

11
[ɧ] glottidale sonora, ingl. ahead, behave.

10
E’ da osservare come in spagnolo l’articolazione della sibilante alveolare sorda è particolarmente
arretrata rispetto alle realizzazioni nelle altre lingue europee.
11
Sarebbe quasi impossibile realizzare una fricativa glottidale sonora, in realtà ciò che accade
nell’esempio riportato è che la glottidale in questione partecipa della vibrazione delle corde vocali
messa in atto per la vocale precedente e seguente.

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Nasali

Apparentemente le consonanti nasali sembrerebbero comportare una


occlusione totale fra gli articolatori (si pensi alla m nella parola mamma),
ma come è facile verificare, ponendo il palmo della mano davanti alle
narici, il passaggio di aria procede libero attraverso la cavità nasale. Tutte
le nasali sono sonore:

[m] labiale, it. mamma, fr. maman, ingl. mint, ted. Mutter, sp.

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matador. [ɱ] labiodentale, it. invariato, invocare,

[n] dentale, it. noto, fr. nuit, ingl. tenth, ted. nicht, sp. nombre.

[n] alveolare, ingl. new

[ɲ] palatale, it. gnomo, fr. vigne, sp. españa,

13
[ŋ] velare, it. singolare, ingl. sing, sink, ted. springen, sp. cinco.

Laterali

Nell’articolazione delle laterali si attua una chiusura parziale degli organi di


fonazione, provocata dalla lingua (punta, dorso, o radice), con la
fuoriuscita di aria dai lati della stessa. Distinguiamo:

[l] dentale sonora, it. luna, fr. lune, ted. Lied, sp. loco.

12
In italiano, e in genere nelle lingue occidentali, la nasale labiodentale è solo un ‘allofono’, vale a
dire: se ad essa sostituiamo una nasale labiale o dentale, la commutazione non implica un
cambiamento di significato della parola.
13
Al contrario di quanto accade nelle altre lingue europee prese in esame, in inglese la nasale
velare è un vero e proprio fonema che, se commutato, può cambiare il significato della
parola. Si vedano le opposizioni thing [ iŋ] ~ thin [ in]e sing [siŋ] ~ sin [sin]

17
[l] alveolare sonora, ingl. lame (può presentarsi come sorda in ingl. play).

[ʎ] palatale sonora, it. egli (geminata), sp. caballo.

[ɬ] velarizzata, si realizza avvicinando la radice della lingua verso il velo


14
palatino; ricorre in posizione finale o preconsonantica in inglese: will, bottle.

Vibranti

Le consonanti vibranti presuppongono una lieve occlusione di brevissima


durata realizzata, per esempio, dalla punta della lingua contro l’arcata
dentale superiore, o dall’uvula contro la radice della lingua, ripetuta per
15
due o tre volte.

16
[r] alveolare sonora, it. rosso, sp. perro.

[R] uvulare sonora, fr. rouge, ted. rot,

Approssimanti o semivocali

Se si passa da un diaframma articolatorio stretto, come per la realizzazione


delle consonanti, ad un diaframma un po’ più largo, ma non tanto largo
quanto per le vocali, si pronunzieranno le cosiddette semivocali, le quali di
per sé nella sillaba non costituiscono pertanto apice di sonorità.

[ɹ] alveolare, ingl. road,

[j] palatale, it. ieri, ingl. you,

14
E’comunemente definita ‘dark ɬ’.
15
Cinque o sei volte per una geminata.
16
Nello spagnolo esiste la realizzazione monovibrante in pero

18
[w] labiovelare, it. uomo, ingl. woo.

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Consonanti egressive (pulmonic) I.P.A.
Le vocali

Dal punto di vista dell’articolazione le vocali si caratterizzano per un


passaggio di aria che, proveniente dai polmoni, non incontra alcun ostacolo.
Esso è assolutamente libero. Ciò che differenzia un timbro vocalico da un
altro è la conformazione che la lingua assume all’interno della cavità orale
(più alta o meno alta, più avanzata o più arretrata) e per la presenza della
protrusione (procheilia), o per la mancanza di essa (aprocheilia).

Se all’interno della cavità orale la parte anteriore della lingua si porta nella
posizione più avanzata e più alta possibile si articolerà una [i], se, al contrario,
sempre nella zona anteriore della bocca, assume una posizione molto piatta e
bassa (la più bassa possibile), il risultato sarà una [a]. Arretrando il più possibile
la lingua, mantenendola bassa, si articolerà una [a], e sollevandola il più
possibile, sempre nella zona posteriore, si articolerà una [u]. Abbiamo ottenuto in
questo modo quattro vocali estreme (si potrebbe dire ‘di laboratorio’) con le quali
è possibile ‘misurare’ tutte le vocali prodotte dal linguaggio umano.

Si è soliti rappresentare queste vocali all’interno di una figura geometrica,


il cosiddetto quadrilatero (o trapezio) vocalico, il quale altro non è che una
riproduzione schematica della cavità orale.

All’interno del quadrilatero, fra l’articolazione delle vocali anteriori [i] e [a], si

collocheranno in posizione equidistante la [e], vocale semichiusa, e la [ɛ], vocale

semiaperta; allo stesso modo fra le posteriori [u] e [a], si collocheranno la [o],
vocale semichiusa, e la [ɔ], vocale semiaperta, queste ultime
accompagnate entrambe da arrotondamento labiale.

Le vocali cardinali primarie

[i] anteriore chiusa aprocheila, come in it. vino, fr. merci, ingl. seat, ted.
Friede, sp. perdido.

[e] anteriore semichiusa aprocheila, it. venti (20), fr. blé , ted. sehr, sp. pecho.

[ɛ] anteriore semiaperta aprocheila, it. venti (i venti), bene [benɛ], fr. fer,
ted. setzen.

17
[a] anteriore aperta aprocheila, fr. patte.

[ɑ] posteriore aperta aprocheila, fr. pas, ingl. car.

[ɔ] posteriore semiaperta procheila, it. botte (le botte), ted. Wolle, sp. zorro.

17
In italiano e in spagnolo esiste un solo tipo di a, che pertanto sarà realizzata come vocale
centrale, aperta, aprocheila.

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[o] posteriore semichiusa procheila, it. botte (la botte), fr. mot, ted.doch.

[u] posteriore chiusa procheila, it. uva, fr. tour, ingl. fool, ted. Stuhl, sp. su.

Se si inverte il coefficiente di procheilia, articolando le vocali anteriori


primarie con arrotondamento labiale, e al contrario, eliminando la labialità
dall’articolazione delle vocali posteriori si ottiene la serie delle vocali
secondarie. Se si impostano gli organi di fonazione come se si volesse
articolare una [i] e contemporaneamente si arrotondano le labbra, si
ottiene la vocale [y] di fr. lune o di ted. über. Tratteremo qui solo delle
principali vocali secondarie che ricorrono nelle lingue europee più note.

Le vocali secondarie

[y] anteriore chiusa procheila, fr. tu, ted. fühlen.

[ø] anteriore semichiusa procheila, fr. feu, ted. schön.

[œ] anteriore semiaperta procheila, fr. oeuf, veuve, ted. Löffel.

[ɒ] posteriore aperta procheila, in talune pronunce dell’ingl. hot.

[ʌ] posteriore semiaperta aprocheila, ingl. butter.

A queste è necessario aggiungere alcuni foni vocalici che sono


abbondantemente presenti in particolar modo nell’inglese (ma alcuni
anche in tedesco), i quali si collocano in posizione intermedia fra i suoni
sopra considerati:

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[ ] leggermente più aperta e meno arretrata di [i], di questa è variante

rilassata (comporta una minore tensione muscolare. In inglese si oppone alla

[i:], creando le coppie seat [si:t] ~ sit [s t]. In tedesco si trova in bitte ['b tə].

[Y] più aperta e arretrata di [y], ted. Hütte.

[æ] vocale posta nel trapezio vocalico fra vocale cardinale [ ] e vocale
cardinale [ɛ], più arretrata rispetto ad entrambe, ingl. fat.

[ə] centrale, si dice anche neutra, o indistinta, o schwa (secondo la

denominazione dell’alfabeto ebraico), ingl. better ['betə*], ted. bitte ['b tə].

[U] più aperta e arretrata di [u], è di questa la variante rilassata, ingl. good,
ted. Mutter.

Nasalizzazione delle vocali

In francese, portoghese e polacco, alcune vocali sono articolate con l’aggiunta


della risonanza nasale. Si tratta del medesimo procedimento che presiede
all’articolazione delle consonanti nasali: il velo palatino si abbassa e consente
all’aria di fuoriuscire dalle cavità nasali simultaneamente all’articolazione della
vocale. Qui di seguito sono riportati i principali fonemi vocalici nasalizzati:

[ɛ]anteriore semiaperta aprocheila, fr. vin

[œ]anteriore semiaperta procheila, fr. brun

[ɑ]posteriore aperta aprocheila, fr. gens

[ɔ]posteriore semiaperta procheila, fr. bon

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Fonetica combinatoria

I foni esaminati e classificati sin’ora sono in realtà prodotti di “laboratorio”,


definizione con la quale intendo dire che essi sono un’astrazione dei
linguisti che così li hanno rappresentati, utili tuttavia a “misurare” i suoni
realmente prodotti dal parlante, i quali - è necessario sottolineare – non si
presentano mai isolati, bensì prodotti di seguito, l’uno accanto all’altro,
nella catena parlata e pertanto soggetti ad un principio che regola tutta la
produzione fonica umana: il risparmio energetico.

Prendiamo in considerazione la pronunzia, per esempio, della occlusiva


dentale sorda dell’italiano in tino e quella della stessa consonante in tulle: non
vi è dubbio che si sta parlando qui di una occlusiva dentale sorda, ma è
evidente come nell’articolazione della consonante iniziale della prima parola
la posizione della lingua sarà indiscutibilmente più avanzata della t nella
seconda, in anticipazione di almeno uno dei coefficienti articolatori della
vocale successiva (l’anteriorità, in questo caso, poiché la i è una vocale
anteriore chiusa aprocheila), mentre nella seconda situazione la t sarà
realizzata con un’impostazione della posizione della lingua lievemente
arretrata, per anticipare la posteriorità della vocale successiva u.

Come si evince da questo esempio, è possibile articolare i foni con modalità


lievemente diversa a seconda del contesto fonico in cui essi vengono a
trovarsi, purché non pregiudichino la decodificazione del messaggio da parte
di chi ascolta, in altre parole: purché, come nel caso illustrato di tino ~ tulle, la
consonante sia percepita dall’ascoltatore inequivocabilmente come una t.

Risponde all’esigenza di risparmiare energia durante l’articolazione il


fenomeno dell’assimilazione, per il quale un fonema può assimilarsi, cioè
avvicinarsi ai coefficienti articolatori di un altro fonema vicino.

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Si ha assimilazione a contatto quando i fonemi interessati al fenomeno sono
contigui (si pensi ad alcune pronunce dialettali settentrionali del tipo [ tennico] in
luogo di [ teknico], all’allofono di [n] in [iɱvisibile] o it. [donna] < prerom. [domna]
< lat. [domina]; si ha assimilazione a distanza (altrimenti detta dilazione) se i
fonemi non sono vicini, ma in sillabe contigue; ciò può avvenire, per esempio, fra
due vocali (in tal caso si parlerà di metafonia o metafonesi, o ancora Umlaut)
come nell’opposizione tipica di alcuni dialetti meridionali fra maschile [rus] e
femminile [rɔs], dovuta alla presenza nella sillaba finale di una vocale, ora
scomparsa, chiusa nel primo caso, e aperta nel secondo. In questa situazione la
vocale della sillaba atona ha influenzato la vocale della sillaba accentata. E’ il
fenomeno che giustifica certi plurali irregolari della lingua inglese, come
man/men, opposizione che si spiega sul piano diacronico, postulando per il
plurale una forma *manni-iz, che presenta nella desinenza una vocale anteriore
di grado chiuso, la quale rende più chiusa la [a] della sillaba radicale > [e]. In
seguito la [i] della terminazione cadrà, e la sibilante del plurale diverrà ridondante
ai fini della segnalazione del plurale, poiché sarà la stessa vocale radicale, con
l’oscillazione fra [a] e [e], a divenire indicatore del numero.

Un altro caso degno di nota è la presenza di una [i], in luogo di una [e], nella
seconda e terza persona singolare di taluni verbi del tedesco: ich helfe/du
hilfst/er hilft, wir helfen, ecc. che si giustificano poiché anticamente era presente
nella sillaba mediana di queste forme una -i- che ha modificato il timbro della
vocale radicale (helf-i-st, helf-i-t). Se al contrario è la vocale della sillaba
accentata ad influenzare la vocale della sillaba atona, si è in presenza
dell’armonia vocalica, un fenomeno che ha interessato il turco, per esempio, lì
dove il suffisso del plurale –lar, come in atlar ‘cavalli’ (sg. at ‘cavallo’) o adamlar
‘uomini’ (sg. adam ‘uomo’), diviene –ler in güller ‘rose’ (sg. gül ‘rosa’). E’ evidente
come, nell’ultimo caso, la vocale accentata [y], una vocale secondaria anteriore
chiusa procheila, abbia influenzato la vocale [a] del suffisso, rendendola più
chiusa [e] per avvicinarla ai propri coefficienti articolatori.

L’assimilazione, inoltre, può essere parziale o totale. Si tratta di assimilazione

parziale quando un fonema approssima i propri coefficienti articolatori al

27
fonema vicino, senza tuttavia confondersi con esso (si può riprendere l’esempio
della [n] in [iɱvisibile] o ancora al plurale inglese [dogz] con sibilante sonora in
luogo della sorda poiché preceduta da consonante sonora); si parlerà di
assimilazione totale quando fra i due fonemi si attuerà una completa
identificazione (si pensi all’ingl. wanna, risultato dalla assimilazione fra want + to,
o al già citato esempio di it. [donna] < prerom. [domna] < lat. [domina]).

L’assimilazione infine può essere regressiva nel caso in cui un suono si


assimila al suono che segue (it. in + ragionevole > irragionevole, lat.
factum > it. fatto) o progressiva se è il suono che precede ad esercitare la
propria influenza sul fono che segue(romanesco annamo < it. andiamo).

Tuttavia se l’assimilazione fosse l’unico fenomeno ad agire si metterebbe a


repentaglio la comprensione degli enunciati della lingua parlata, si assiste
pertanto anche al fenomeno della dissimilazione, in base al quale un fono in
contiguità con un fono uguale, può da questo differenziarsi. E’ quanto si è
verificato in inglese con il prestito fr. marbre > ingl. marble, o nel ted. Kartoffel
< tartuffel, dall’italiano tartufolo, o nell’it. pellegrino da lat. peregrinus.

Si possono verificare, inoltre, i seguenti fenomeni: l’inversione, che avviene


nella variazione della successione fra due fonemi in contatto, come nel caso
di fr. fromage < formage < lat. formaticum, o ingl. third < thrid, e la metatesi,
la quale è una forma di inversione che si attua fra due foni non in contatto:

Infine il sandhi che è una forma di assimilazione che si attua fra un fonema
che compare alla fine di una parola con un fonema che si trova all’inizio di
un’altra: la pronuncia della successione un bambino diverrà nella catena
parlata [um bambino] o la liaison che si ha nella lingua francese quando nella
successione les amis si pronuncerà la sibilante sonora davanti ad una parola
che si inizia per vocale [lez a mi]; e l’aplologia, o apaxepia, che contempla la
contrazione di due sillabe uguali in una sola: tragicomico < tragico-comico.

28
Testi di riferimento

Jean AITCHISON, Linguistics, Teach Yourself Books, Hodder and


Stoughton, Londra, 1972 (rist. 1986).
Federico ALBANO LEONI e Pietro MATURI, Manuale di fonetica, Carocci, Roma,
2004. Luciano CANEPARI, Introduzione alla fonetica, Einaudi, Torino, 1979.
Tullio DE MAURO, Linguistica elementare, Gius. Laterza, Bari-Roma, 1998.
Bertil MALBERG, Manuale di fonetica generale, Società editrice Il Mulino,
Bologna, 1977.
Francesca SANTULLI, “Lineamenti di fonetica fisiologica e di fonologia
strutturale”, in Navādhyāyī, a cura di Mario NEGRI, Il Calamo, Roma, 1996.

Siti web consigliati

Apparato di fonazione
http://www.youtube.com/watch?v=m-gudHhLxc
http://www.youtube.com/watch?v=-XGds2GAvGQ

https://www.youtube.com/watch?v=qAEph4KJqak
https://www.youtube.com/watch?v=wvPl180suUU
https://www.youtube.com/watch?v=wYwk07QM4rc

Sito ufficiale dell’Associazione Fonetica Internazionale (International


Phonetic Association):
http://www.langsci.ucl.ac.uk/ipa/
Forse il sito più completo nel web, messo a disposizione da Luciano
Canepari (Università di Venezia):
http://venus.unive.it/canipa/

29
Capitolo II

Classificazione delle lingue germaniche

Si identifica nella cosiddetta cerchia nordica il territorio abitato


originariamente dalle antiche popolazioni germaniche. L’area
comprende approssimativamente la Svezia e la Norvegia meridionale, la
Danimarca e i territori pianeggianti della Germania settentrionale.

La cerchia nordica (da N. Francovich Onesti, Filologia germanica, p.17)

Non vi sono documenti che attestino tale localizzazione, la quale si basa


eminentemente sull’analisi dei toponimi che – come si è riscontrato –
limitatamente all’area suddetta, sono esclusivamente di origine germanica,
senza alcuna traccia di uno strato linguistico appartenente ad altro gruppo.

30
Da qui, a partire dal II sec. a.C., i Germani presero progressivamente a
migrare, in un processo di espansione durato molti secoli, che va sotto il
nome di Völkerwanderung (migrazione di popoli) o ‘invasioni barbariche’,
dal punto di vista di coloro che ne subirono le conseguenze.

Al distacco delle etnie germaniche dalla cerchia nordica corrisponde il


graduale processo di evoluzione e ramificazione della lingua germanica
che conduce alle lingue germaniche moderne.

Le lingue germaniche sono tradizionalmente suddivise in tre gruppi:

germanico orientale
germanico occidentale
germanico settentrionale

in un rapporto di filiazione che si suole rappresentare con il noto albero

genealogico schematizzato da August Schleicher alla metà del XIX sec.:

protogermanico

  

germ. occidentale germ. settentrionale germ. orientale

Al GERMANICO ORIENTALE si attribuiscono le lingue parlate da Eruli, Vandali,

Burgundi, Gepidi, Rugi e Goti, ma, di queste, è documentato solo il gotico.

31
La documentazione del gotico consiste in:

frammenti della versione della Bibbia, effettuata dal greco dal vescovo
visigoto Wulfila nel IV secolo.
commento di circa 8 pagine al Vangelo di Marco ( che va sotto il nome
di Skereins, got. per ‘delucidazione’) forse una traduzione, ma non è
attribuibile a Wulfila.
frammento di 5 pagine di una traduzione del Vecchio Testamento, il
libro di Nehemia, troppo diverso dalla traduzione wulfiliana per essere
attribuito allo stesso autore.
frammenti di un calendario con parti di ottobre e novembre.
due documenti latini contenenti alcuni nomi gotici (atti di
compravendita di Napoli e Arezzo).
tre esempi di alfabeto gotico con i nomi dei simboli, alcune frasi in gotico
con una sorta di trascrizione fonetica e alcuni commenti sulla pronuncia.
raccolta di omelie latine con glosse marginali in gotico.

Una traccia della sopravvivenza in Crimea di una lingua dai tratti


germanico-orientali (probabilmente ostrogotico) è costituita dall’elenco di
una ottantina di parole raccolte dal fiammingo Ghiselin de Busbeck,
inviato imperiale ad Istambul nel 1560-62, da due uomini, di cui uno,
parlante il gotico, ma vissuto per molti anni fra parlanti la lingua greca,
18
l’altro non di madre lingua gotica, aveva imparato il gotico.

Il gotico, la lingua germanica di più antica documentazione,


probabilmente proprio a causa della sua arcaicità, non presenta i
seguenti tratti che andranno successivamente a caratterizzare le lingue
germaniche del gruppo nord-occidentale:
conservazione della vocale atona mediana, anche dopo sillaba radicale

lunga: got. sōkida “cercai”, a.t.a. suohta, isl.a. sotta, ags. sohte

18
Intorno al 1250 il francescano Guglielmo di Rubruk, nella sua cronaca di viaggio alla volta
della sede di corte di Gengis-khan, dove era stato inviato dal re di Francia, diede notizia della
presenza di un popolo di “lingua tedesca” nelle regioni asiatiche da lui attraversate.

32
mancanza di metafonia e rotacismo: got. batiza “migliore”, a.t.a.
bezziro, ags. betra; runico hari- “esercito”, got. harijs, isl.a. herr,
a.t.a. heri, ags. e s.a. here.

Il GERMANICO NORD-OCCIDENTALE si discosta, come abbiamo visto, dal


germanico orientale per alcune isoglosse, principalmente la metafonia e
il rotacismo, a cui il gotico non sembra partecipare.

Nell’ambito del germanico nord-occidentale si delineano due


sottogruppi: il germanico settentrionale e il germanico occidentale.

Il germanico settentrionale comprende, il norvegese, l’islandese, il


danese, lo svedese e il feroese.

Nella fase antica (270-700 d.C.) il gruppo settentrionale si presenta

particolarmente compatto e abbastanza indifferenziato, tanto da poter essere

definito con il termine generico di ‘protonordico’. I primi documenti, che si

33
limitano a brevi iscrizioni runiche, risalgono al III secolo a.C., mentre per
i primi documenti letterari, di provenienza islandese, non risalgono che
al XII sec. d.C.

Il norvegese, che, nella sua fase antica (dal 1000 al 1350) era parlato in
Norvegia, nelle isole Færøer, nelle Shetland, nelle Orcadi, nelle Ebridi,
nell’isola di Man e in Groenlandia, è documentato dapprima da iscrizioni
runiche e, quindi, dopo la penetrazione della cultura latino-cristiana, da
manoscritti redatti in alfabeto latino, il cui contenuto è principalmente di
carattere religioso o giuridico. Non mancano testimonianze di poesia scaldica.

Nel XIV la Norvegia fu annessa alla Danimarca, il cui dominio durò sino
agli inizi del XIX secolo. La anomala situazione politica determinò anche
una anomalia di tipo linguistico, una sorta di bilinguismo che sfociò nella
contrapposizione fra il riksmål “norvegese di Stato” (in cui scrive Henrik
Ibsen) e il landsmål “lingua popolare” (il cui propugnatore fu Ivar Aasen).
Al giorno d’oggi il riksmål (altrimenti definito bokmål) è la varietà usata
prevalentemente dalla stampa, mentre il landsmål (o nynorsk) è parlato
nelle regioni occidentali dal 20% della popolazione.

Il danese è documentato da iscrizioni runiche a partire dal IX sec. e da


manoscritti solo dal XII sec. E’ parlato come seconda lingua in Groenlandia
(“terra verde”), nelle isole Færøer e nell’isola di Bornholm. Tratto distintivo
del danese, rispetto alle altre lingue scandinave, è la tendenza alla
lenizione, per la quale le occlusive sorde, all’interno di parola, passano ad
occlusive sonore, e il mutarsi delle occlusive sonore in fricative sonore. E,
ancora, l’uso del colpo di glottide che può assumere carattere distintivo.

Riconosciuto solo di recente lingua ufficiale, dopo un lungo periodo di dominio


linguistico da parte del danese, iniziato nel 1814 con l’annessione alla
Danimarca, il feringio è parlato nelle isole Færøer (“isole delle pecore”) da
circa 40.000 abitanti. Dapprima luogo di eremitaggio di monaci irlandesi (VIII-
IX sec.) divennero ben presto colonia norvegese, poiché costituivano un’

34
importante tappa nelle rotte vichinghe. Il feringio, linguisticamente vicino
al norvegese, presenta tratti arcaici che lo accomunano all’islandese.

Attualmente la lingua più parlata nella penisola scandinava è lo


svedese. Alla Svezia appartiene il più ricco corredo di iscrizioni runiche
(circa 2500) che vanno dal IX al XIII secolo, mentre la documentazione
manoscritta è attestata solo a partire dal secondo quarto del secolo XIII.
Fonologicamente e morfologicamente vicino al danese, si distingue da
questo perché non subisce la cosiddetta ‘ terza mutazione
consonantica’, conservando le occlusive sorde. In sillaba atona, inoltre,
conserva le vocali -a e -o, che il danese riduce a –e, o elimina del tutto.

L’islandese altro non è che la lingua portata in Islanda nel IX secolo dai

norvegesi, allontanatisi dalla madre patria essenzialmente per motivi politici.

La caratteristica dell’islandese è la sua estrema arcaicità, favorita dalla


sua posizione marginale e isolata.

La fase linguistica di maggior splendore letterario (XII sec.), in cui fiorì in


Islanda una ricca letteratura di cui l’Edda poetica, una raccolta di canti
mitologici ed eroici, è mirabile esemplare, vede ancora l’islandese molto
vicino al norvegese, al punto da essere designati entrambi, nella fase
antica, con il termine ‘norreno’.

35
Il GERMANICO OCCIDENTALE è a sua volta tradizionalmente
suddiviso in due sottogruppi:
anglo-frisio

tedesco

Il gruppo anglo-frisio comprende l’inglese e il frisone.

L’inglese rappresenta lo sviluppo delle lingue portate in Britannia da etnie

germaniche di Angli, Sassoni, Juti e forse anche Frisoni, precedentemente

stanziati sul continente, all’incirca nelle regioni della Germania settentrionale

36
(in particolare nello Schleswig-Holstein e zone limitrofe) nel V sec. d. C.
19
Attualmente è la lingua più parlata nel mondo.
Si divide cronologicamente in tre periodi: inglese antico o anglosassone,
che va dall’inizio della documentazione (VIII secolo), in cui si presenta
frammentato in quattro dialetti principali, sassone occidentale, kentico (o
kentiano) e anglico, a sua volta diviso in northumbrico e merciano, sino al
1100 circa; inglese medio, dal 1100 al 1500 circa; inglese moderno, dal
1500 sino ad oggi. Il poema eroico Beowulf, di ispirazione pagana, è il
documento più importante della fase antica; in esso si tramandano, in versi
allitteranti, motivi e stilemi dell’antica poesia germanica di tradizione orale.

La migrazione degli Angli Sassoni e Juti.

19
La notizia della migrazione dei Germani in Britannia, ammantata da elementi leggendari (tre
stirpi, Angli, Sassoni, Juti, su tre navi), è riferita da Beda il Venerabile nel suo famoso trattato
storico Historia Ecclesiastica gentis Anglorum (Storia ecclesiastica delle genti angle), che
costituisce l’unica e per questo preziosissima fonte di documentazione sull’origine del popolo
inglese. Bisogna ricordare, però, che Beda scriveva nell’VIII sec., alla distanza di circa tre
secoli dalla migrazione dei cosiddetti anglo-sassoni. I recenti rinvenimenti archeologici hanno
accertato che agli Angli, Sassoni e Juti si erano uniti contingenti di Frisoni.

37
Divisione dei dialetti anglo-sassoni

Il frisone è attualmente parlato da circa 250.000 individui in Frisia


(provincia dei paesi Bassi), dove è ufficialmente riconosciuto, e come
dialetto nella Germania settentrionale (intorno all’estuario del fiume
Weser, nello Schleswig-Holstein). La documentazione del frisone è
alquanto tarda, i primi documenti, infatti, risalgono al XIV secolo.

38
Il tedesco si divide in alto tedesco e basso tedesco.

L’alto tedesco si divide, a sua volta, in alto tedesco superiore e alto


tedesco medio.
L’alto tedesco superiore è costituito dal dialetto alemanno, il quale si
distingue in alemanno settentrionale ( o svevo), meridionale (o svizzero)
e occidentale ( o alsaziano) e bavarese, suddiviso in settentrionale (o
danubiano) e meridionale (o tirolese), quest’ultimo parlato da minoranze
linguistiche anche in Italia, Slovenia e Ungheria.

L’alto tedesco medio comprende i dialetti franchi: franco orientale


(Würzburg e Bamberga), franco renano (Magonza, Francoforte e Spira),
franco centrale (Colonia e Treviri), slesiano ( Breslavia, oggi entro i
confini della Polonia), alto sassone (Dresda e Berlino)

Il basso tedesco si suddivide in basso sassone e basso franco.

Il basso sassone comprende i dialetti parlati nella zona pianeggiante della


Germania settentrionale (Plattdeutsch); esso è documentato nella fase
antica (IX- XII sec) dal poema religioso Heliand (“il Salvatore”), mentre la
fase moderna non vanta alcuna produzione letteraria di rilievo.

Il basso franco ha dato origine al neerlandese, distinto in olandese


(parlato nei Paesi Bassi) e fiammingo (nel Belgio e nell’area intorno a
Dunkerque). Nel XVIII l’olandese fu portato dai boeri (“contadini”) in Sud
Africa, dove si sviluppò in modo indipendente dall’olandese della madre
patria, dando vita all’afrikaans, oggi parlato da circa un milione di
persone nelle regioni del Transvaal e dell’Orange.

39
Cartina dei dialetti del tedesco

Il longobardo, per le sue caratteristiche linguistiche, sembra sfuggire ad


una classificazione univoca. Esso era parlato da tribù germaniche
provenienti, si suppone, dalla Scandinavia, le quali stanziatesi dapprima
nella regione fra il Reno e l’Elba intorno al I sec. d. C., erano avanzate
lentamente verso sud, sino alla Pannonia, e da qui si erano spinte sino
in Italia (dove si insedieranno e domineranno sino al 774); a causa dei
contatti protratti con varie altre tribù germaniche durante la loro lenta
migrazione, la loro lingua si presenta contaminata da pesanti influssi,
soprattutto alto-tedeschi, come si può con difficoltà evincere dalla
scarsa documentazione, soprattutto toponimi e antroponimi lasciati nella
lingua italiana, ma anche vocaboli sia in italiano sia nei dialetti.

40
La migrazione dei Longobardi

La classificazione su riportata, tuttavia, è stata posta recentemente in


discussione, poiché essa si rivela inconsistente sotto il profilo
diacronico; sulla base delle iscrizioni runiche più antiche, scritte in un
dialetto distinto dal germanico orientale e più arcaico rispetto al
germanico settentrionale e occidentale, si è ipotizzato che dal
protogermanico si siano sviluppati due grandi rami linguistici: il
germanico orientale e il germanico nord-occidentale.

Alla luce di questa ipotesi si può dunque proporre un albero genealogico così
modificato:

protogermanico

 
germ. orientale germ. nord-occidentale

41
Diffusione delle lingue germaniche nel mondo

42
Testi di riferimento

Herbert L. KUFNER, “The grouping and separation of the Germanic


languages”, in Towards a grammar of ProtoGermanic, a cura di F. van
Coetsem e H. Kufner, Tübingen: Niemeyer, 1972, pp. 71-98.

Winfred Philipp LEHMANN, “The grouping of the Germanic languages”, in


Ancient Indo-European dialects. Proceedings of the Conference on
Indo-European linguistics held at the University of California, los
Angeles April 15-27,1963, a cura di H. Birnbaum e J. Puhvel, Berkeley
and Los Angeles: University of California Press, 1966, pp. 13-28.

H. F. NIELSEN, The Germanic languages. Origins and early dialectal


interrelations, Tuscaloosa: University of Alabama Press, 1989.

Siti web consigliati

Su Wikipedia ottime cartine e anche una tabella diacronica delle


lingue germaniche:
http://en.wikipedia.org/wiki/Germanic_languages

Per un quadro sintetico delle lingue germaniche:


http://softrat.home.mindspring.com/germanic.html#language

Il Germanic Lexicon Project:


http://www.ling.upenn.edu/~kurisuto/germanic/language_resources.html

43
Capitolo III

Ricostruzione del sistema linguistico indoeuropeo

Le indiscusse somiglianze linguistiche nel lessico di base (pronomi, numerali,


nomi di parentela come ‘padre, madre, fratello, ecc.’) della maggior parte delle
lingue parlate in Europa e parte dell’Asia, dall’estremo lembo occidentale
(Islanda) sino alle regioni settentrionali dell’India, indicano inconfutabilmente la
loro comune origine da un’unica lingua denominata

‘indoeuropeo’.
Si confrontino, p. es. i numerali:

latino greco sanscrito gotico slavo ant.


ūnus heîs ekas ains jedinŭ
duo dúō dvā twai dŭva
trēs treís trayas þrija trije
(acc.)
quattuor téttares catvāras fidwor četire
quīnque pénte pañca fimf pęti
sex héks sat saihs šestĭ
septem heptá sapta sibun sĕdmĭ
octō októ as t a ahtau osmĭ
novem ennéa nava niun devęti
decem déka daśa taihun desetŭ

E’evidente come i termini relativi ai numerali presentino affinità di ordine


fonetico, sia pure con le inevitabili divergenze dovute a sviluppi successivi.
E’ possibile ricostruire, sia pure con immaginabile difficoltà, quali fossero i
tratti essenziali del lessico, della fonologia e della morfo-sintassi di tale
lingua madre attraverso la comparazione delle forme attestate nelle lingue
documentate da essa derivate. Si tratta del metodo comparativo-
ricostruttivo, sviluppatosi a partire dalla fine del XVIII sec.

44
Erano i primi anni del Raj, quando Sir William Jones, funzionario britannico in

India, presentò una sorprendente relazione alla Bengal Asiatic Society, che egli

stesso aveva fondato poco dopo il suo arrivo. Quella sera del 2 febbraio 1786 egli

annunciò che gli studi condotti sugli antichi testi sanscriti lo avevano indotto a

ritenere che l’antica lingua indiana, in cui erano stati redatti famosi poemi epici,

quali il Mahabaratha, condivideva con il latino e il greco “…a stronger

affinity…than could possibly have been produced by accident; so strong, indeed,

that no philologer could examine them all three, without believing them to have

sprung from some common source, which, perhaps, no longer exists.”

«[...] La lingua sanscrita, a qualunque epoca la si voglia far risalire,


è una struttura meravigliosa; più perfetta del greco, più ricca del
latino, e più squisitamente raffinata delle altre, e pur tuttavia
presenta nei riguardi di entrambe una affinità, sia nelle radici dei
verbi sia nelle forme grammaticali, più forte di quanto avrebbe
potuto verificarsi per mera casualità, così tanto forte che nessun
filologo potrebbe esaminare tutte e tre senza credere che esse sia
siano originate da una fonte comune, che , probabilmente, non
esiste più: vi è una ragione simile, benché non così pregnante, per
supporre che sia il gotico sia il celtico, benché mescolati con un
idioma molto diverso, abbiano avuto la stessa origine del
sanscrito, e che il persiano antico potrebbe essere aggiunto alla
stessa famiglia, se questo fosse il luogo adatto per discutere di
problemi relativi alle antichità persiane..»

Uomo dalla versatile cultura, orientalista, conoscitore di molte lingue, poeta


e giurista, membro del famoso circolo culturale del Johson, candidatosi alle
parlamentari per l’Università di Oxford, si era dimesso per le sue idee
favorevoli ai moti indipendentisti americani e poiché contrario alla tratta
degli schiavi. Inviato in India dalla Corona Britannica, in qualità di giudice
della corte suprema di Fort William (Calcutta), aveva intrapreso lo studio

45
degli antichi testi giuridici indiani per meglio comprendere le tradizioni
culturali dei popoli della grande colonia britannica.
Nella sua relazione egli osservava come ind.a. pitar “padre” fosse molto simile

al gr. patér e al lat. pater, così come ind.a. matar a gr. metér e lat. mater.

Ancor prima della relazione di Sir William Jones erano stati già intrapresi studi
su lingue antiche, diverse dal latino e dal greco: alcuni europei, per lo più
missionari, avevano imparato il sanscrito per comprendere meglio le
popolazioni presso cui erano stati inviati. In una lettera inviata dall’India dal
mercante italiano Filippo Sassetti nel XVI sec., si sottolineano le sorprendenti
somiglianze fra ind.a. deva- e it. dio, fra ind.a. sarpa e it. serpe, e inoltre fra i
20
numerali ind.a. sapta , aštau e nava con it. sette, otto e nove.

Al Jones rimane il merito di aver esposto con consapevolezza la sua


scoperta, individuando come fonte delle molte lingue parlate in Europa, e
21
parte dell’Asia, una lingua comune, l’indoeuropeo , da cui tutte si sono
originate, ponendo così le basi dei moderni studi di linguistica comparativa.

Il fermento suscitato dalle osservazioni esposte da Sir William Jones


indusse gli studiosi in Europa al confronto sistematico fra le forme
documentate delle diverse lingue euroasiatiche. Il loro lavoro portò nel
XIX sec. alla loro classificazione nella famiglia dell’indoeuropeo, e allo
sviluppo della linguistica come disciplina.
Allo stesso modo si determinarono altre famiglie linguistiche: nel 1799 il
linguista ungherese Sámuel Gyarmathí pose le basi per l’identificazione
del ceppo linguistico ugro-finnico.
Nel 1808 apparve in Germania uno scritto di Friedrich von Schlegel, Über
die Sprache und Weisheit der Indier (Sulla lingua e la sapienza dei popoli
dell’India). Egli aveva lavorato su manoscritti originali e traduzioni della
letteratura sanscrita. Anche a lui fu chiara la parentela tra India e Europa.

20
In Paul Thieme ,“ The Indo-European Language,” Scientific American, CXLIX, 4, ottobre
1958, pp. 63-74).
21
Il nome ‘indoeuropeo’ è stato attribuito da Thomas Young nel 1819 (indoeuropean). Poiché
il gruppo germanico si colloca geograficamente nell’area nord-occidentale, molti linguisti,
prevalentemente tedeschi, gli diedero la definizione di ‘lingua indogermanica’
(indogermanisch), usando il termine coniato da Conrad Malte-Brun. Altri la denominarono
lingua ‘ariana’, dal sanscr. arya ‘signore’, termine con il quale le antiche popolazioni indiane e
celtiche designavano se stesse.

46
L’interesse per gli aspetti culturali, oltre che linguistici, delle antiche civiltà
orientali indusse il giovane studente tedesco Franz Bopp a lasciare, nel
1812, la città di Aschaffenburg per recarsi, un po’ a piedi, e un po’
servendosi della diligenza postale, a Parigi, col preciso intento di imparare
le lingue orientali, e il sanscrito in particolare, dai grandi maestri
dell’Università della capitale francese. Aveva seguito le lezioni di diritto
naturale e internazionale, di logica, di estetica e anche di storia e filosofia.
Ma lo avevano interessato soprattutto le lingue antiche dell’oriente.

Il 16 maggio del 1816, dopo tre anni e mezzo di soggiorno a Parigi, Bopp
pubblicava a Francoforte uno dei lavori più poderosi del XIX secolo nell’ambito
delle scienze umanistiche, dal lungo titolo Űber das Conjugationssystem der
Sanskritsprache in Vergleichung mit jenem der griechischen, lateinischen,
persischen und germanischen Sprachen nebst Episoden des Ramajan und
Mahabharat in genauen metrischen Űbersetzungen aus dem Originaltexte und
einigen Abschnitten aus dem Veda’s (Del sistema di coniugazione della lingua
sanscrita comparato con quello del greco, del latino, del persiano e del
germanico… ) in cui si ponevano a confronto gli aspetti morfologici delle lingue
indoeuropee sino ad allora note.

«[...] Fra le lingue che si pongono in stretta relazione con il sanscrito


individuo principalmente il greco, il latino, il germanico e il persiano. E’
degno di nota come il bengali, che certamente fra i dialetti neo-indiani,
ha subito meno interferenze linguistiche da lingue straniere, non
concorda, relativamente alla sua grammatica, così ampiamente con il
sanscrito a differenza di quanto accade con le suddette lingue, mentre,
d’altro canto, documenta un maggior numero di parole antico indiane.
Pure nuove modificazioni organiche non hanno preso il posto delle
desinenze dell’antico indiano, ma dopo la scomparsa graduale del loro
significato e del loro spirito, ne è diminuito anche l’uso, e i tempora
participialia (fra cui non capisco le forme perifrastiche come il latino
amatus est) hanno sostituito i tempi che erano stati formati nel
sanscrito attraverso il cambiamento interno della sillaba radicale. Allo

47
stesso modo nelle lingue germaniche moderne diverse indicazioni di

relazione si esprimono attraverso perifrasi che in gotico erano

designate da desinenze che erano già usate in sanscrito e in greco.»

Franz Bopp trascorse a Berlino gli ultimi anni della sua vita, stimato da
Wilhelm von Humboldt e da Jacob Grimm. Quando nel 1867 depose per
sempre la penna, sulla sua scrivania venne trovato un lavoro che aveva
iniziato, sulla cui ultima pagina, con alcuni esempi relativi alla scomparsa
della –s finale dell’antico tedesco di fronte a forme con nominativo
sigmatico nel gotico, si leggeva questa annotazione: “Si confronti…”
Un ulteriore e decisivo contributo per la ricerca della ‘lingua comune fu dato
da Jacob Grimm (1785-1863), più conosciuto, con il fratello Wilhelm, come
ricercatore di elementi del folclore tedesco. Nella seconda edizione della
sua Deutsche Grammatik del 1822, dando sistemazione agli studi compiuti
dal linguista danese Rasmus Rask, dimostrò senza ombra di dubbio che il
ted. Vater (e l’ingl. father) è riconducibile alla stessa radice che ha dato
sanscr. pitar e lat. pater. A questo punto la base indoeuropea comune era
evidente anche per le lingue germaniche.
Alla ricerca dell’Urheimat

Difficile è stabilire il luogo da cui è partita la massiccia ondata migratoria


che ha portato all’affermazione dell’indoeuropeo a occidente in tutta
l’Europa, con qualche trascurabile ma significativa enclave linguistica
non indoeuropea, sino all’estremo confine occidentale rappresentato
dall’Islanda, e ad oriente sino alle regioni dell’India settentrionale e
ancora più a est (tocario) sino all’Afghanistan e al Turkestan cinese.
Le proposte avanzate in relazione alla identificazione delle sedi
originarie (ted. Urheimat, delle popolazioni indoeuropee variano
grandemente: si va dalle regioni caucasiche e all’ attuale Armenia sino
alle steppe della Russia meridionale.
Certo è che provenissero da oriente e, probabilmente popoli molto
bellicosi, riuscirono a sovrapporsi alle popolazioni autoctone.

48
La prima ondata di migrazioni si fa risalire al V millenio prima dell’era volgare.
La seconda si ritiene si sia verificata all’incirca nel II millennio. Tuttavia, non si
deve commettere l’errore, ricostruendo rigorosamente radici e desinenze
indoeuropee, di ritenere il sistema linguistico così ricavato una sorta di lingua
omogenea e compatta, è molto più probabile che si presentasse differenziata
già ai suoi albori. Molti linguisti avanzano l’ipotesi che una grande
differenziazione si sia verificata relativamente allo sviluppo della occlusiva
22
velare, dando origine a due isoglosse : il gruppo delle lingue satem e il

gruppo delle lingue kentum, in base al trattamento delle occlusive velari (satem
e kentum sono rispettivamente avestico e latino per ie. *km tóm).

Tale differenziazione ha indotto a ritenere a lungo che le ondate


migratorie, a partire dalle sedi originarie degli indoeuropei, avessero
preso due direttive, l’una verso est (satem), l’altra verso ovest (kentum).
La scoperta all’inizio del XX sec. del tocario, la lingua indoeuropea più
periferica in direzione orientale, attribuibile al gruppo kentum, ha
rimesso in discussione le ipotesi precedentemente formulate.

22
Si definisce isoglossa una “linea immaginaria che, in una rappresentazione cartografica, segna i
confini di un’area in cui è presente uno stesso fenomeno linguistico; anche agg.f.: linea i. | estens.,
il fenomeno stesso” (dal Dizionario della lingua italiana per il terzo millennio a cura di T. De
Mauro, PBM Editori, Milano, 2000, s. v. “isoglossa”.)

49
Le prime documentazioni delle lingue riconducibili ad una madre lingua
indoeuropea coprono un arco di tempo amplissimo, dal 1600-1200 a. C.
circa, come si vedrà, per l’ittito e il greco miceneo, sino al XV sec. d. C.
per l’albanese!

50
Classificazione delle lingue indoeuropee

Si possono ricondurre all’indoeuropeo le seguenti lingue o gruppi linguistici:

indo-iranico: comprende le lingue indoarie e le iraniche. Al primo


raggruppamento fanno capo le lingue che in epoca preistorica sono penetrate
da nord-ovest nella penisola indiana e, avanzando, hanno gradualmente eroso
gli spazi linguistici rappresentati dalle antiche lingue dravidiche e munda-kmer
già presenti nell’ampio territorio. Diacronicamente le lingue indoarie si dividono
in tre fasi: una fase antica, una media e una moderna. Risalgono alla fase
antica il vedico, cioè la lingua in cui fu redatta la raccolta di inni religiosi (Veda)
che, per alcune parti si può far risalire a circa il 1500 a. C., pur se la sua
redazione non va oltre il VII sec. a. C., e il sanscrito in cui sono stati scritti i
grandi poemi epici Mahābhārata (dal IV sec. a. C. al IV d. C.) e Rāmāyan a (II
sec. d. C.), . Lo stesso termine sanscrito, che letteralmente significa
“(grammaticalmente) perfetto”, denota l’elaborazione di una lingua colta,
sottratta alla sua naturale evoluzione e codificata per usi religiosi e letterari. Le
moderne lingue neoindiane derivano dagli usi linguistici delle classi meno
elevate. Anche le lingue iraniche possono essere divise diacronicamente in tre
periodi: fase antica, media e moderna. Alla fase antica risalgono l’avestico, nel
quale sono scritti i libri sacri (Avesta) della religione fondata dal famoso profeta
23
Zaratustra, intorno al X sec. a. C., e il persiano antico, la lingua degli

Achemenidi, attestato in caratteri cuneiformi sin dal VII – VI sec. a. C..

indoarie vedico

sanscrito

indoiranico

iraniche avestico persiano


antico

23
Si ritiene che alcune parti dell’Avesta siano opera dello stesso Zaratustra.

51
ittito: è la lingua indoeuropea di cui possediamo i documenti più antichi
direttamente e sicuramente databili (1600 – 1200 a. C.). Fu la lingua
della classe dominante dell’Impero di Hatti tra il 1900 e il 1200 a. C., di
cui sono state portate alla luce, agli inizi del secolo XX, numerose
tavolette in terracotta iscritte con caratteri cuneiformi.

ittito 

armeno: anticamente diffuso nella regione orientale della Turchia (i primi


documenti risalgono al V sec. d. C.), si presenta oggi dialettalmente diviso
in armeno occidentale, parlato nelle colonie fondate nelle principali città
d’Europa dagli esuli armeni scappati allo sterminio perpetrato dai Turchi, e
in armeno orientale, nella regione sud caucasica nei pressi del lago Sevan.
La storia dell’armeno risulta essere particolarmente interessante sotto il
profilo linguistico, poiché esso presenta due mutazioni consonantiche (la
prima in fase non documentata, la seconda in epoca moderna) che
mostrano parziali affinità con la mutazione consonantica del germanico.

occidentale
armeno
orientale

illirico: parlato dagli antichi Illiri e Messapi, la lingua illirica si è esistinta già
in epoca antica. Nei secoli immediatamente precedenti l’era volgare era in
uso nell’odierno Salento e nell’area nord-occidentale della penisola
balcanica, ma in epoche più antiche si presume fosse molto più diffusa.
Della lingua degli antichi Illiri sono conservate solo poche glosse e alcuni
nomi propri; del messapico sono tramandate circa 300 iscrizioni.

illirico 

52
albanese: diviso in due rami, il tosco a sud e il ghego a nord. E’ parlato,
oltre che in Albania, in diverse colonie in Grecia, Sicilia, Calabria e
Puglia. La prima documentazione, tarda, risale al XV secolo.

tosco (sud)
albanese
ghego (nord)

ellenico: i primi documenti in una lingua riconducibile al greco sono costituiti da


iscrizioni su tavolette di argilla in una scrittura di tipo sillabico denominata
Lineare B, risalenti ad un periodo che va dal XIV secolo al XII sec. a. C.. Esse
sono state decifrate nel 1952 dall’inglese M. Ventris. Tale lingua, detta greco
miceneo, presenta tratti molto dissimili dai dialetti ellenici che si sono sviluppati
nel primo millenio a. C. I primi documenti in alfabeto greco che riportano la
lingua greca arcaica risalgono al VII secolo a.C.

ellenico greco miceneo 


greco arcaico

italico: osco-umbro, che ha dato origine all’osco e all’umbro, e latino-falisco


a cui fanno capo il falisco e il latino, L’osco, del quale ci sono pervenute
iscrizioni in alfabeto latino, greco e anche in alcuni antichi alfabeti italici
risalenti al V secolo a.C., era parlato nell’attuale Campania e nel Sannio.
L’umbro, documentato sin dal III – II sec. a.C., ma che si è ben presto
estinto, era parlato dall’antica popolazione degli Umbri. Anche il falisco non
è sopravissuto; era la lingua dei Falisci, popolo che viveva nella Tuscia
meridionale, di cui ci sono pervenute iscrizioni databili anch’esse al III – II
sec. a.C. Altro destino ha avuto la lingua latina, la quale, imposta dai
Romani a tutte le genti sottomesse, ha dato origine alle lingue romanze. La
fase arcaica del latino risale al III sec. a.C.

53
osco 

osco-umbro
umbro 
italico

latino-falisco falisco 

latino lingue romanze

germanico: v. supra, Cap. II.

celtico: la prima distinzione nell’ambito delle lingue celtiche è in due


gruppi principali: celtico continentale e celtico insulare.
Il celtico continentale o gallico, era diffuso nell’antichità in una vasta
area che va dalla Germania centrale e meridionale (come attesta il gran
numero di idronimi presenti in quelle regioni) alla Svizzera, Italia e
Spagna settentrionale, Belgio e Francia.

Il celtico insulare si divide a sua volta in gaelico e britannico

irlandese
gaelico scozzese
c. insulare manx

britannico cimrico (gallese)

celtico cornico 
bretone

c. continentale gallico 

54
baltico: si suddivide in baltico orientale e baltico occidentale. Al primo gruppo si

assegnano il lituano e il lettone (per citare solo le principali), al secondo, fra le


altre, il prussiano antico, ora estinto. L’attestazione delle lingue baltiche è
piuttosto recente, esse risalgono infatti solo al XIV sec. d.C.

lituano
orientale lettone
baltico

occidentale prussiano antico 

slavo: diviso in slavo orientale, occidentale e meridionale; al ramo orientale


appartengono il russo e l’ucraino e il bielorusso; al ramo occidentale il ceco
e il polacco, al ramo meridionale lo slavo ecclesiastico antico (estinto), il
bulgaro e il serbo croato. La lingua slava di più antica documentazione è lo
slavo ecclesiastico antico (in definitiva l’antico bulgaro), lingua letteraria
elaborata da Cirillo e Metodio, missionari bizantini, nel IX sec. d.C.

russo
bielorusso
orientale

ucraino slavo ceco

occidentale

polacco

meridionale slavo ecclesiastico antico


 bulgaro
serbocroato

55
tocario: estinto, era parlato nel Turkestan cinese e nella Battriana (attuale

Afghanistan). Già nella fase antica si presentava distinto in due dialetti (tocario A,

o orientale, e tocario B, o occidentale). Documentato a partire dal VII – VIII sec. d.

C., non è stato fino ad oggi possibile stabilire l’epoca della sua estinzione. Sotto il

profilo della classificazione esso rappresenta un mistero, poiché pur mostrando di

appartenere al gruppo delle lingue indoeuropee del tipo centum, esso è

geograficamente attestato all’estremo lembo dei territori occupati

tradizionalmente da lingue indoeuropee del tipo satem.

A (orientale)
tocario
B (occidentale)

Sono esclusi dal novero delle lingue indoeuropee l’ungherese, il finnico,


l’estone, il turco, e il basco (cfr. ind. a. trayes, gr. trêis, irl. a. tri, lit. trỹs,
ingl. a. þrīe, ru. tri, toc. A tre, ma finn. kolme “tre”, ungh. három “tre”!)

56
Probabile sede originaria delle popolazioni indoeuropee
(tratto da: http://www.ship.edu/%7Ecgboeree/indoeuropean.html)

57
Situazione linguistica dell’Europa nel 1000 a.C.

58
Carta delle principali famiglie linguistiche indoeuropee. Riprodotta da Encyclopedia of Indo-European Culture, edited by
James P. Mallory and Douglas Q. Adams, London - Chicago, Fitzroy Dearborn Publishers, 1997, p. 300.

59
Le migrazioni dei popoli indoeuropei

60
Testi di riferimento

Charles BUCK, A Dictionary of Selected Synonyms in the Principal Indo-


European Languages. Chicago: Univ. of Chicago Press, 1949.

Vittoria CORAZZA DOLCETTI – Renato GENDRE, Moduli di Filologia


Germanica. 1. Filologia germanica, Edizioni dell’Orso, Alessandria, 2000.
Benjamin W. FORTSON, Indo-European Language and Culture: an
introduction. Malden: Blackwell, 2004
Michael MEIER-BRÜGGER, Indogermanische Sprachwissenschaft.
Berlin/New York: de Gruyter, 2000.

Thomas PYLES, The Origins and Development of the English Language,


Harcourt, Brace & World, New York, Chicago, Burlingame, 1964.
Giacalone Anna RAMAT e Paolo RAMAT (a cura di), Le lingue
indoeuropee, il Mulino, Bologna, 1993.

Julius POKORNY, Indogermanisches Etymologisches Wörterbuch, Francke, Bern -


München, 1959.

H. RIX et al., Lexikon der indogermanischen Verben. Die Wurzeln und


ihre Primärstammbildung. Wiesbaden: Reichert, 1998 (II ed. riv. 2001).

Siti web consigliati

Progetto dell’Institute of Comparative Linguistics of the Johann


Wolfgang Goethe-Universität, Frankfurt am Main, the Ústav starého
Predního východu of Charles University, Prague, the Institut for Almen
og Anvendt Sprogvidenskab of the University of Kopenhagen and the
Departamento de Filología Clásica y Románica (Filología Griega) de la
Universidad de Oviedo: http://titus.uni-frankfurt.de/indexe.htm

Bibliografia di base per lo studio delle lingue indoeuropee:


http://www.unc.edu/student/orgs/cams/IElinguistics03.htm

Alcuni schemi e cartine:


http://www.ship.edu/%7Ecgboeree/indoeuropean.html

Alcune radici ricostruite dell’indoeuropeo:


http://www.bartleby.com/61/IEroots.html

Indo-European Documentation center:


http://www.utexas.edu/cola/depts/lrc/iedocctr/ie.html
W. P. Lehmann, A Reader in Nineteenth Century Historical Indo-
European Linguistics, Edited&Translated by W. P. Lehmann, first
published by Indiana University Press, 1967.
http://www.utexas.edu/cola/depts/lrc/iedocctr/ie-
docs/lehmann/reader/reader.html

62
Il sistema fonologico dell’indoeuropeo

Il sistema consonantico
Il sistema consonantico dell’indoeuropeo, così come risulta
all’applicazione del metodo comparativo ricostruttivo, appare composto
da una serie di consonanti occlusive distinte in sorde, sonore e sonore
aspirate disposte su tre differenti luoghi di articolazione: bilabiali, dentali,
velari (queste ultime potevano essere realizzate con simultaneo
arrotondamento labiale, dando origine alle labiovelari)

bilabiali dentali velari labiovelari

w
sorde p t k k

w
sonore b d g g

sonore aspirate bh dh gh gwh

non sembra vi fosse una serie di fricative, ad eccezione della sibilante


alveolare sorda /s/, con la variante sonora /z/ (quando in nesso con
consonante sonora);

due nasali m n

la laterale l

la vibrante r

24
le sonanti m nlr
25
le semivocali j w

24
Con il termine sonanti si indicano quelle consonanti che in una sillaba priva di vocali
costituivano apice di sonorità, avevano pertanto funzione di vocale, così come accade in talune
lingue slave: ceco Brno , slov. Trst (it. Trieste). Non si confonda il segno diacritico usato in
indoeuropeistica con lo stesso segno usato nell’Alfabeto Fonetico Internazionale, che indica al
contrario desonorizzazione!

63
Schema semplificato del sistema consonantico
tradizionalmente attribuito all’indoeuropeo:

w
p t k k

w
b d g g

bh dh gh gwh

s(z)

m n

j w

25
In indoeuropeistica si è soliti rappresentare le semivocali con il segno diacritico , così i e u
sono da ritenere equivalenti di /j / e /w/.

64
Sistema vocalico

Il sistema vocalico si compone di sei vocali brevi, cinque vocali


lunghe e sei dittonghi:

vocali brevi a e i o u ə

vocali lunghe ā ē ī ō ū

dittonghi ai ei oi

au eu ou

I dittonghi si compongono delle vocali a, e, o in nesso con le


semivocali j e w, sono pertanto tutti dittonghi discendenti.

Per ragioni di praticità di studio si è ritenuto di semplificare


notevolmente il sistema fonologico ipotizzato per l’indoeuropeo,
al quale si attribuiscono anche consonanti velari palatalizzate,
distinte dalle velari vere e proprie, una serie di occlusive sorde
aspirate, una fricativa dentale sorda / / e infine una serie di
dittonghi lunghi, corrispondente alla serie breve esposta.

65
Schema semplificato del sistema vocalico tradizionalmente
attribuito all’indoeuropeo:

Vocali

i:/ i u: / u

e:/ e o: / o

a: / a

Dittonghi

ei eu oi ou

ai au

66
Accento

Sotto l’aspetto prosodico l’indoeuropeo si caratterizza per la presenza


di un accento di tipo tonale, vale a dire esso comportava variazioni di
altezza, dovute a maggiore o minore frequenza del numero di
vibrazioni delle pliche vocaliche nell’unità di tempo (al contrario
dell’accento germanico, che si presenterà come accento intensivo, il
quale comporta variazioni dell’ampiezza delle vibrazioni) e libero, vale
26
a dire non legato ad una particolare sillaba della parola.

Tipologia linguistica

Sotto l’aspetto tipologico l’indoeuropeo si presenta come una lingua


estremamente flessiva, poiché affida a suffissi e desinenze la
funzione di indicare il rapporto di una parola nell’ambito della frase,
così essa ha contrassegni specifici per indicare il numero
(singolare/ duale/ plurale), il genere (femminile/ maschile/ neutro) e i
casi (vale a dire in quale rapporto è un sostantivo con gli altri
all’interno della frase), allo stesso modo la desinenza di un verbo
potrà indicare la persona, il tempo, l’aspetto dell’azione.

26
L’accento di parola dell’italiano è di tipo misto: benché prevalentemente intensivo,
esso può comportare anche variazioni dell’altezza delle vibrazioni delle pliche
vocaliche, e dunque presentarsi come tonale (si veda, per esempio, l’opposizione fra la
congz. perché e il pron. interr. perché?); esso è inoltre assolutamente libero
nell’ambito della parola (si vedano le opposizioni cápito/ capíto/ capitò).

67
Testi di riferimento

Walter BELARDI,, Fonologia indoeuropea, Libreria Editrice K, Roma, 1973.

Anna GIACALONE RAMAT e Paolo RAMAT (a cura di), Le lingue


indoeuropee, Bologna: il Mulino,1993.

Siti web consigliati

http://www.tundria.com/Linguistics/pie-phonology .shtml# Simple%20vowels

http://www.britannica.com/eb/article-74555

Offre un elenco di collegamenti ai principali siti web


sull’argomento: http://indoeuro.bizland.com/links1.html

68