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Avignone, 14 luglio 1323


Canonizzare il filosofo: san Tommaso dAquino
papa giovanni xxii celebra la canonizzazione di tommaso daquino. la
santit per meriti di studio del maestro tommaso. odio e invidia: francesco petrarca e laccademia. aristotele, il filosofo dei nuovi poeti.
la peculiarit italiana: accademici e scrittori. il divorzio di petrarca dalla filosofia, o la letteratura ai letterati. diventare la propria fama
Secondo la procedura canonica, la mattina di gioved
14 luglio 1323 fu convocato nel palazzo papale di Avignone un pubblico concistoro, in cui accorsero il papa
nel costume concistoriale, ovvero con un mantello o un piviale rosso, e la mitria aurifrigiata con perle, e tutti i cardinali ed i prelati in veste comune, ovvero con le cappe di
lane.

A prendere per primo la parola fu Giovanni XXII,


uno dei pi geniali, colti e contestati pontefici della storia del cristianesimo. Egli apr il suo sermone, pronunciato tenendo in capo la mitria, come vuole il costume, con una citazione del secondo Libro dei re: oggi
giorno di buone notizie, e noi tacciamo. Si apriva cos la
cerimonia di canonizzazione di Tommaso dAquino.
Nato attorno alla met degli anni venti del xiii secolo presso Roccasecca nel regno delle Due Sicilie, ma
al confine tra la zona di influenza del papa e quella dellimperatore , nel 1244 questi era entrato, contro il parere dei genitori, nellordine dei frati predicatori. Dopo
avere iniziato gli studi a Napoli e avere passato probabilmente qualche anno a Parigi, aveva raggiunto a Colonia Alberto Magno, il primo e il pi originale degli aristotelici scolastici, divenendone lallievo prediletto. Fu
Alberto a suggerire il suo nome a Giovanni Teutonico,
ministro generale dellordine, che cercava un baccalaureato a cui affidare linsegnamento di teologia a Parigi.
A partire da quel momento la vita di Tommaso si sarebbe confusa gradualmente con la storia della teologia e dellaristotelismo parigino. La sua fama di filosofo e teologo si era velocemente diffusa ovunque in Europa, e aveva resistito alla sua morte, avvenuta sulla via per il concilio di Lione nel 1274.
Questo glorioso erudito professore ha illuminato la
chiesa pi di chiunque altri, dopo gli apostoli e i dottori, avrebbe detto Giovanni XXII, stando a uno degli
anonimi testimoni della celebrazione. Fra le otto autorit che presero la parola il giorno della canonizzazione
racconta un altro testimone oculare, il frate domenicano Bencio vi fu anche il re di Napoli Roberto dAngi, arrivato appositamente ad Avignone assieme alla

sua consorte per partecipare alla cerimonia. Bencio racconta come alla fine dellintervento Roberto si fosse addirittura inginocchiato per supplicare che venisse iscritto nel catalogo dei santi un cos grande erudito, nutrito
di tanta santit e rivestito, soprattutto, di una tale fama. Nella procedura di canonizzazione (che proprio Giovanni XXII contribu a definire e a rendere meno fluida) il ruolo della fama e della gloria del candidato era in
effetti estremamente importante. Secondo la definizione canonica che ne dar Enrico di Ostia si diceva infatti santo colui che va venerato non solo da qualcuno ma
da tutti, non solo in una chiesa ma in tutte e in modo
universale.
La canonizzazione era un giudizio solenne espresso ufficialmente dalla massima autorit religiosa, il pontefice avente per oggetto la legittimit e luniversalit
della fama di un uomo, e dunque la venerazione che gli
si doveva. Del resto, se la santit di una vita trovava la
sua prova pi evidente nel miracolo, il miracolo di un
defunto poteva essere provato solo per via indiretta e
per testimonianza. Nel diritto di allora la fama era appunto uno dei gradi della prova nel diritto processuale.
Fama, scriveva ad esempio Tommaso da Piperita,
quello che gli uomini di una qualche citt o di un castello
o di un vicinato o di una contrada pensano in modo comune e sentono e pensano affermando qualcosa senza poterla ritenere certa, vera ed evidente.

Per questo linchiesta preliminare (la cosiddetta informatio in partibus) che precedeva il giudizio doveva
mettere alla prova la veridicit della reputazione del morto, la fondatezza della sua celebrit: il valore della sua
fama. E perci i testimoni venivano spesso interrogati
su cosa intendessero per fama pubblica, per voce comune, per opinione della gente. Iscrivere Tommaso
dAquino nel registro dei santi significava dunque confermare la sua fama o, pi maliziosamente, appoggiarla
e alimentarla ufficialmente.
Ma in quel luglio del 1323 stava accadendo qualcosa di ancora pi importante: di l dalleventuale giudizio sulla figura di Tommaso e sulla fortuna della sua ope-

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ra, quei giorni costruivano un evento destinato a mutare gli equilibri millenari tra sapere e vita. Lesistenza di
Tommaso non era certo stata quella di un vescovo o di
una persona comune, di una qualsiasi pia vecchietta,
di un pescatore, di un devoto pastore o di un contadino. Colui che era stato eletto a esempio, a norma della massima gloria cui ogni uomo pu aspirare, era un intellettuale, e la sua eccellenza risiedeva innanzitutto nel
sapere e non in opere, azioni. O meglio, scrivere di teologia sembrava ora quasi coincidere colloperare miracoli. Sono stati registrati non meno di trecento miracoli, sembra abbia detto Giovanni XXII a proposito di
Tommaso, e il numero dei suoi miracoli pari agli articoli che ha scritto.
Secondo le parole di un testimone lontano come Giovanni Villani, santo era diventato allora un maestro in
divinit e in filosofia, e uomo eccellentissimo di tutte le
scienze, e che pi dichiar le sacre Scritture che uomo
che fosse da santo Agostino in qua. Tommaso era il primo professore parigino, il primo vero dotto, a raggiungere questo titolo, come si direbbe oggi, per soli meriti
di studio. Tommaso di Cantelupe, vescovo di Hereford,
e docente per qualche anno allUniversit di Oxford, era
stato canonizzato qualche anno prima, ma non certo per
la sua fama di studioso. Giovanni XXII aveva espressamente sottolineato questo aspetto nel suo sermone iniziale, e lo avrebbe ribadito nella bolla di canonizzazione, emessa il 18 luglio. Quali siano state le complesse ragioni politiche e strategiche che portarono il pontefice
dapprima a proporre allordine dei predicatori di canonizzare uno dei suoi membri, poi a concentrare la sua
scelta su Tommaso, le conseguenze e la portata di questo gesto sono difficilmente sottovalutabili. Santo, ossia legittimamente famoso, degno di essere universalmente venerato, era ora un teologo, e un aristotelico, anzi colui che in modo pi acceso si era battuto per liberare Aristotele dalle sovrainterpretazioni arabe e neoplatoniche: e questo poco pi di un secolo dopo le bolle con le quali Gregorio IX aveva proibito lo studio dei
libri naturales dello stesso Aristotele.
Alla vera e propria cerimonia di canonizzazione, celebrata luned 18 luglio, mancava uno dei pi importanti
seguaci di Tommaso: il maestro di teologia Erveo di Ndellec, ministro generale dellordine, il quale dopo aver
presieduto il capitolo generale a Barcellona nel mese di
maggio, si era dovuto arrestare sulla via del ritorno verso Avignone, a Narbonne, a causa di una malattia che lo
avrebbe portato alla morte qualche settimana dopo. In
quei giorni di luglio era assente da Avignone anche colui che diverr uno dei pi celebri abitanti della citt,
famoso per il suo stile di vita e la sua erudizione, affermatosi con enorme fama in tutto il mondo. Francesco Petrarca era infatti rientrato a Bologna nellautunno del 1322, assieme al fratello Gerardo, per seguire le-

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zioni di diritto, interrotte a causa dei disordini dellanno precedente. Ad Avignone, Petrarca era arrivato gi
durante ladolescenza (ab ipsa pueritia), ci informa Boccaccio. A Bologna, invece, egli si trattenne fino allinverno del 1324, quando fu richiamato in Provenza.
Sono celebri le parole acrimoniose che Petrarca riserva alla felsinea citt dei suoi studi, e che sono contenute in una lettera a Giovanni dAndrea (il pi grande
canonista del tempo, che Petrarca stesso riconosce come famosissimo e definisce in tono adulatorio: unico, senza pari nei nostri tempi, principe delle lettere, a
cui dedito). Tali parole non riflettono tuttavia lintera verit dellesperienza universitaria di Petrarca e,
come tutte le sue affermazioni autobiografiche, sono il
frutto di una sapiente opera di mistificazione. In una
lettera scritta in vecchiaia allamico Guido Settimo, egli
si sarebbe compiaciuto di rievocare con la memoria i
tempi andati, ricordando come passato da Montpellier a Bologna non potesse impedirsi di considerare
questultima il luogo pi bello e pi libero che si potesse trovare nel mondo intero. A colpire la sua immaginazione era stata, oltre allaffluenza degli studenti
e allordine delle lezioni, la maest dei professori, che
a vederli parevano gli antichi giureconsulti. Eppure,
allaccusa che Giovanni dAndrea gli aveva rivolto di
avere abbandonato sul pi bello i suoi studi di giurisprudenza, come un disertore lascia cadere il suo vessillo, Petrarca ribatteva in maniera stizzita.
O non ho fatto davvero nulla di coscienzioso in vita
mia (il che pi probabile) o se ho fatto qualcosa non mi
arrischio a dire, di saggio, ma almeno di felice in vita mia
proprio il fatto di aver visto Bologna ma di non esserci
restato.

Con ogni probabilit, se anche si fosse trovato ad


Avignone nel luglio del 1323, Petrarca avrebbe comunque evitato la cerimonia di canonizzazione. Il suo atteggiamento nei confronti delluniversit e della classe
accademica fu sempre ambiguo: marcato da odio e invidia, per certi versi, e da un curioso spirito di concorrenza, per molti altri. Una volta dato il bando ai libri
di giurisprudenza e ritornato agli studi prediletti, gli
eventi veramente importanti nella vita avignonese divennero ai suoi occhi, apparentemente, altri. Scriver
molti anni dopo al fratello, rievocando il periodo avignonese:
Ti ricordi tutta la nostra folle ansiet per la smodata
eleganza del vestire (del resto non mi ha ancora abbandonato)? [] E ricordi tutto il nostro affaccendarsi nel cambiarci da mattino a sera, e quante paure per un capello
scomposto in testa, quale angoscia che un lieve soffio di
vento potesse scompigliare lacconciatura faticosamente
ottenuta? E ti ricordi con quale attenzione evitavamo ogni
animale che potesse sorprenderci in modo da evitare che

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un qualche schizzo di fango potesse sporcare il nitore delle nostre vesti o che lurto di unaltra persona potesse
sgualcirne le pieghe profumate?

A fronte di parole come queste di Petrarca, riesce


difficile pensare una figura e una sensibilit pi distanti dalla sobria e misurata seriet di cui narrano le biografie romanzate di Tommaso dAquino. A separare i due
uomini era anzitutto una differente relazione al sapere.
Da una parte c un uomo, Tommaso, che ha passato la
sua vita a insegnare; che, si racconta, riusciva a interrompere lo studio e la scrittura soltanto per dormire, celebrare messa e mangiare, o che si bruciava su una candela perch distratto dai propri sillogismi sulla Trinit,
o svegliava di notte i suoi segretari per poter dettare in
fretta e furia qualche pensiero appena concepito. Dallaltra parte c un uomo, Petrarca, che ha frequentato luniversit senza grande successo; e che si lamenta, in una
lettera a Luca della Penna, di avere non dico spesi, ma
al tutto sprecati sette anni nello studio del diritto civile e a imparare quanto dispongono le leggi a proposito di comodato mutuo, e testamento, e tutti i codicilli a proposito di predi rustici e urbani. Da una parte,
uno dei campioni riconosciuti dellaristotelismo universitario; dallaltra, chi non smetter mai di esprimere con
gusto il proprio disprezzo per gli accademici, che
filosofano nelle cattedre, ma impazziscono nelle azioni,
comandano agli altri, ma sono i primi a contravvenire ai
propri comandi, i primi a derogare le leggi che hanno emanato.

importante sottolineare come il dileggio petrarchesco si sia concentrato insistentemente proprio sulla figura di Aristotele. Ho letto tutte le opere morali
di Aristotele, ne ho persino sentito spiegare qualcuna,
scrive Petrarca nel De sui ipsius et multorum ignorantia, ma
oso affermare [] che ne sapeva cos poco della vera felicit che una qualsiasi pia vecchietta o un pescatore o un
devoto pastore o un contadino potrebbero essere non dico pi sottili nellanalizzarne il concetto, ma pi capaci di
tradurlo in pratica.

Lerrore di Aristotele (granduomo e molto sapiente, ma pur tuttavia un uomo appunto che dunque ben
poteva ignorare varie cose se non addirittura molte) era
quello di non avere mai tenuto la promessa che mette
allinizio del primo capitolo dellEtica, secondo cui si
deve apprendere questa parte della filosofia non per divenire pi sapienti, ma per diventare migliori.
Nel disprezzo che Petrarca nutre per Aristotele, andato completamente fuori strada, come si dice, anche in
argomenti della massima importanza che toccano il problema della nostra salvezza eterna, non si esprime soltanto la distanza da Tommaso. La sua crociata antiari-

stotelica risentiva anche del clima proprio dellUniversit di Parigi, dove pure si era soliti esprimere giudizi pi
misurati nei confronti del filosofo greco. Le parole eccessivamente elogiative dei commenti di Averro su Aristotele, per cui nessuno di coloro che lo hanno seguito
fino ad oggi ha aggiunto qualcosa, n si trova nelle sue parole un errore di qualsiasi grandezza, erano controbilanciate da critiche di eguale intensit, e sostenute proprio dal genere di argomenti di cui si avvaleva Petrarca.
In quegli stessi anni Francesco di Meyronnes, teologo
francescano vicino a Duns Scoto, avrebbe definito Aristotele come un pessimo metafisico: attraverso Bonaventura ed Egidio Romano, Gilberto di Tournay e Nicola dAutrecourt, la critica agli errori di Aristotele era
divenuta e avrebbe continuato a essere un vero e proprio luogo comune della scolastica medievale.
Daltronde, lammirazione per le opere aristoteliche
non era un fenomeno esclusivamente parigino, n era limitato ai fumosi sofisti che popolavano le universit:
cos come il titolo di aristotelico non spettava solo a
medici o a filosofi, n era lesclusivo appannaggio degli
accademici di vicolo degli Strami, nel quartiere della
Sorbona. Aristotelici, nel senso tecnico della parola, erano sicuramente i poeti Dante e Cavalcanti (che Boccaccio definir innanzitutto ottimo loico e buon filosofo). Profondamente influenzati dalla filosofia naturale aristotelica erano Pietro Torregiano, medico proveniente dalla scuola bolognese di Taddeo Alderotti, di
cui si conservano dotti sonetti sulla malattia damore,
cos come Cecco dAscoli, professore a Perugia e autore
di uno splendido poema sulla natura del mondo (lAcerba), che la critica moderna ha definito una anti-Commedia. Aristotele era autore ovvero degno di fede e
dobedienza, secondo le parole che Dante riprende da
Uguccione per la quasi totalit dei letterati di tutto il
xiii e dellinizio del xiv secolo. Lo stesso Dante non esitava a definire Aristotele maestro e duca de la ragione
umana in quanto intende a la sua finale operazione.
La letteratura italiana delle origini, molto prima e in
modo pi naturale di quanto i letterati rinascimentali rivendicheranno come propria marca, non ha mai distinto filosofia e letteratura: proprio come non si curata di
distillare la poesia dalla scienza, e ha sempre fuso in un
medesimo sapere luso retorico della parola, la cura dello stile e la prassi politica. Per questo la canonizzazione
del teologo Tommaso dAquino, nellAvignone del 1323,
rappresenta per la storia della letteratura italiana un
evento altrettanto decisivo di quanto sia stato il gesto
degli scribi anonimi che hanno vergato, nel manoscritto oggi conosciuto come Vaticano latino 3793, la pi
straordinaria antologia della poesia volgare italiana del
xiii secolo. Sarebbe ingenuo parlare semplicemente dellassenza di una netta separazione disciplinare. Si tratta di unarticolazione di saperi, stili e pratiche lettera-

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rie del tutto inedita, sconosciuta alle culture coeve. Si


potrebbe dire che con la sola eccezione di Francesco
Petrarca fino al xv secolo la figura del poeta italiano
sia stata inseparabile da ogni altra figura del sapere e del
potere, e che non sia mai esistita in forma separata.
Si dimentica troppo spesso che i primi monumenti della letteratura italiana, prodotti nel circolo illuminato della corte duecentesca di Federico II, erano il frutto di funzionari addetti alla redazione di privilegi o di
diplomi, o preposti a pi generici compiti di amministrazione. Giacomo da Lentini, salutato dalla critica moderna come linventore del sonetto, e come la figura pi eminente della scuola siciliana, era protonotarius. Pier della Vigna fu dapprima notaio, poi magne imperialis curie iudex, poi logoteta e infine imperialis aule protonotarius. Dette un contributo notevole alla redazione
delle Costituzioni di Melfi e lasci nel suo epistolario latino uno degli esempi pi alti dellars dictandi medievale.
N si tratta di esempi isolati. Prima dellinvenzione dellidea di un letterato puro, inviso a qualsiasi altro genere di sapere e di scrittura che non sia la celebrazione di
s o della propria esperienza psicologica, la cura delle
lettere italiane non aveva mai avuto problemi di limiti.
Anche Guido Guinizzelli era stato iudex a Bologna.
Sempre a Bologna, dal 1322, Cecco dAscoli fu lettore di astrologia, mentre Cino da Pistoia il poeta pi
vicino a Dante, che ha fortemente influenzato lo stesso
Petrarca vi studi diritto con Dino del Mugello; egli
studi forse anche a Orlans e divenne dopo il 1313 uno
dei pi celebri professori di diritto della penisola, conteso tra le universit di Bologna, Siena e Perugia. La fusione di saperi, di competenze e di ambiti apparentemente separati rendeva ovvio non soltanto il fatto che
il letterato coincidesse soggettivamente con lo scienziato o il giurista, ma anche luso per il quale il diritto o
la scienza medica potessero impegnarsi a spiegare e commentare opere letterarie. Tra il 1342 e il 1355 Bartolo da Sassoferrato, che dal 1328 al 1333 aveva ascoltato
le lezioni di diritto di Cino a Perugia, compose un commento ai versi danteschi Le dolci rime damor chio solea,
a discussione del titolo De dignitatibus del Codex di Giustiniano. E Dino del Garbo, medico allievo di Taddeo Alderotti e amico di Albertino Mussato, aveva composto
anni prima un commento alla canzone Donna me prega
(ne conserviamo ancora la copia vergata dalla mano di
Boccaccio) in cui si prefiggeva di spiegare ci che il poema dice in modo scientifico e verifico, tratto dai comandamenti della scienza naturale e morale.
Per ragioni storiche, legate innanzitutto alla diversa
situazione politica, ma anche alla differente articolazione accademica dei saperi rispetto alla Francia, la cultura italiana del xiii e del xiv secolo si era prodotta a partire da una composizione dei saperi e delle pratiche di
scrittura assolutamente originale: giuristi e letterati, me-

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dici e poeti, capaci non solo di scrivere trattati nelluna


e nellaltra disciplina ma anche di farle dialogare. Il dialogo di letteratura e saperi, la profondit del legame tra
scienza e poesia coincideva con la fittissima rete di relazioni che ognuno di questi giuristi, medici, notai e filosofi intratteneva con gli altri. La critica pi recente
non ha mancato di notare che una parte considerevole della poesia italiana del Medioevo poesia di corrispondenza. Sulla traccia di un celebre saggio di Luigi
Valli, si sempre immaginata la letteratura italiana delle origini come un gruppo molto serrato di persone in
rapporto tra loro, poeti decadenti e gelosi, che
parlano continuamente, loquacemente tra loro, comunicandosi di continuo impressioni e sentimenti e soprattutto visioni con formule e parole che hanno, guardando alla superficie, unimpressionante monotonia.

La facile trasformazione della poesia in versi destinati a un destinatario non definisce per una licenza poetica, n articola una retorica dellesoterismo: essa il
correlato stilistico della comune esperienza di uno scambio intellettuale che supera i limiti di discipline, grammatiche, stili e ambiti di ricerca. Lidea stessa di una
netta separazione tra il sapere e la letteratura, tra scienza e narrazione, tra poesia e filosofia, era a quellepoca
una macchinosa astrazione. Le ordinarie competenze
letterarie erano di per s aperte ad altre forme di conoscenza. Il giudice e banchiere padovano Antonio da
Tempo, autore del pi importante trattato di metrica
volgare (la Summa artis rithimici vulgaris dictaminis), sosteneva che senza una buona conoscenza delle arti e delle scienze non si pu essere un buon poeta. Leonardo
Bruni ripeter pi tardi che grande poeta colui che
capace di riunire in s una grande tecnica immaginativa
(ars imaginandi), leleganza nellespressione (oris elegantia) e una erudizione sicura in diverse discipline (multarum scientia).
Se i saperi che, altrove, erano riservati ai soli cultori accademici, costituivano in Italia il comune patrimonio di un qualunque letterato (cio di chiunque sapesse
scrivere), anche la fruizione della poesia non era limitata alla fantomatica classe dei poeti damore. Per convincersene basta sfogliare documenti cos lontani dalla
poesia quanto lo possono essere i Libri memorialium bolognesi: i registri che dal 1265 raccoglievano, per disposizione statutaria, tutti i contratti stipulati in citt e
redatti nel contado. Negli spazi bianchi i notai erano
soliti vergare rime di Guinizzelli, Guittone, Dante, Cavalcanti, Cecco Angiolieri e Cino da Pistoia Si conta
che, tra il 1279 e il 1333, sia stato copiato parzialmente
sulle carte o sulle coperte pergamenacee oltre un centinaio di componimenti poetici in volgare. La poesia conviveva accanto ad atti pubblici nel medesimo specchio
di scrittura, con la stessa pacifica ovviet con cui la re-

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torica, nella bocca di Brunetto Latini, rivendicava di essere la scienza del governo per eccellenza. Come loro
supera ogni altro metallo, cos la scienza del ben parlare e del governare il popolo pi nobile di tutte le arti
del mondo, aveva scritto Brunetto nel suo Tresor.
Ora, proprio questa congiunzione tra la reggenza
degli uomini e il governo delle parole che Petrarca cercher di disattivare, di convertire a un uso privato e puramente celebrativo. Rivendicando la retorica alla sola
poesia, Petrarca la sottrae alluso pubblico, la priva di
ogni valore politico. Attaccando il professore di diritto
Giovanni dAndrea, Petrarca attacca dunque la forma
pi tipica delluomo di lettere. A Giovanni, Petrarca
rimprovera una falsa erudizione (fan plauso i discepoli, e storditi dai nomi dinnumerabili autori te proclamano unarca di tutte le scienze quasi che tanti letti ne
avessi di quanti conosci i frontespizi), e inoltre la pretesa di conoscere ed eccellere in pi di una disciplina:
ad un uomo di genio basta la gloria di un solo studio,
scrive risentito.
Chi si vanta di essere grande in molte arti, se non
divino, un temerario o un folle. Ti ricordi per caso di
un greco o di un latino che labbia fatto? Si tratta in realt di un costume moderno, di una sfrontatezza tutta moderna.

Ma la lista immaginaria di questi superbi millantatori, specialisti in campi diversi del sapere, che promettono tutto e non fanno nulla, dovrebbe comprendere in realt tutte le pi grandi figure della letteratura italiana delle origini (con la sola eccezione, appunto, di Petrarca stesso): Cino da Pistoia, Guinizzelli,
Pier della Vigna, Pietro Torregiano, Brunetto Latini.
Del resto, probabile che, in Giovanni dAndrea, Petrarca proietti e attacchi anche lesempio pi illustre dellintellettuale che rifiuta ogni specializzazione, Dante
Alighieri.
Il disagio e il disprezzo di Petrarca per laccademia
e gli uomini di pi di una gloria risultano, peraltro,
sin troppo affettati: sembrano tradire il risentimento di
chi non era riuscito nemmeno a portare a termine i propri studi o non ne aveva saputo trarre alcuna utilit. C
una vena di inautenticit anche nelle accuse petrarchesche verso chi si macchia della colpa di trasformare lintelletto in fonte di lucro: difficile trovare qualcosa di
moralmente riprovevole nel tentativo di vivere del proprio sapere senza pi appoggiarsi alle prebende ecclesiastiche a cui lo stesso Petrarca faceva ampio ricorso.
Cosa si cela allora dietro i suoi strali contro la litigiosa
Parigi e il petulante vicolo degli strami? Cosa muove
la sua guerra contro la filosofia delle universit, condotta attraverso i pi triti luoghi comuni di quella tradizione teologica universitaria? Insomma, cosa rappresentava Parigi, che cosa era luniversit medievale?

A partire da poco pi di un secolo prima (correva


lanno 1231), in una bolla che si soliti considerare uno
dei momenti fondativi delluniversit medievale, Parigi
era stata santificata dalla legge canonica come madre
delle scienze, citt delle lettere che splende di chiara
luce, fucina di sapienza dove
uomini prudenti lavorano collane doro intarsiate dargento e fabbricano monili ornati di pietre preziose di inestimabile valore, destinati a dare ornamento e onore alla
sposa di Cristo.

La bolla di Gregorio IX aveva definito esplicitamente il progetto sotteso alluniversit: quello di coniugare sapere e fede, di produrre
il ferro con il quale si munisce di fortezza la terrena fragilit, si preparano la corazza della fede, la spada dello spirito, tutta larmatura della milizia cristiana, a difesa dalle
potenze ultraterrene.

Un progetto a ben guardare difficilmente distinguibile da quello petrarchesco di uno studio delle lettere che ecciti lamore per la verit e tolga il timore della morte.
Nella lotta contro i francesi qui modice literati
sunt (che conoscono cos poco le lettere), Petrarca inventa dunque lopposizione tra filosofia e letteratura.
A cosa serve conoscere la natura delle belve e degli uccelli e dei pesci e dei serpenti e ignorare e trascurare la nostra natura di uomini e lo scopo per il quale siamo nati e
dove siamo diretti?

Ma questa separazione era tuttaltro che ovvia. Lidea stessa di una letteratura scritta solo per letterati, che occuper cos frequentemente le preoccupazioni apologetiche e risorgimentali della moderna
storia della letteratura, ha probabilmente le sue radici
lontane nellabile messa in scena petrarchesca. Il compito del De ignorantia proprio quello di definire una
nuova forma di letteratura typus litterarum, scrive Petrarca capace di infiammare, lanimo, di parlargli, di trasformare chi la legge e la pratica. Essa non
deve mai insegnare (docere), ma commuovere (movere),
e proprio per questo il suo principe non Aristotele,
ma Cicerone.
Da Petrarca in poi, la nuova letteratura deve soprattutto essere fruibile absque ulla scientia, senza
aver bisogno di alcunaltra conoscenza: non deve presupporre alcun sapere reale diverso da quello che il soggetto ha di s. Per questo anche i personaggi che la popolano sono irreali, fantasmi del passato o proiezioni
speculari di chi scrive. Boccaccio lo suggerisce, nella sua
propria lettura di Petrarca: ritengo che quella Lauretta vada intesa in senso allegorico per la corona di alloro

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che poi lui ha conseguito; Laura non una donna,


ma un semplice nome. Difficile sottovalutare il peso di
questo gesto: loggetto damore del nuovo typus litterarum non pi una donna, n il mondo, n Dio, o un angelo. Ridotta a pura gloria di s, essa stessa fama di s,
la letteratura coincider con il fatto che si parli di lei,
proprio come Laura coincide con il nome, e con la poesia che la celebra. ancora la fama a definire, in Petrarca, le forme e lintensit della concorrenza della virtus illiterata contro il sapere dei fumosi sofisti delle
universit: Il desiderio di gloria proprio non solo agli
uomini comuni, ma soprattutto ai sapienti e agli uomini eccellenti. Disprezzarla impossibile, perch anche
chi ne scrive contro, appone il suo nome in testa ai suoi
libri.
Stando alla cronologia eroica con cui ha articolato ex
post la propria vita, due anni prima di scrivere le accuse
a Giovanni dAndrea Petrarca avrebbe ricevuto la proposta congiunta dellUniversit di Parigi (il cui cancelliere era allora un suo amico, Roberto de Bardi) e della
citt di Roma di unincoronazione poetica. Dopo quanto abbiamo detto, il rifiuto dellofferta parigina non ha
certo bisogno di spiegazioni. Ma le ragioni e gli scopi
dellofferta di Roma restano poco comprensibili. In effetti, quando nellaprile del 1341 Petrarca venne incoronato poeta in Campidoglio, non aveva ancora composto un libro che fosse giunto a compimento, ha notato maliziosamente un interprete. Una possibile ragione del rifiuto era stata da lui messa in versi nellAfrica:
non si ottiene gratuitamente un nome famoso, n lo si
conserva gratuitamente: la custodia della fama un grande sforzo. Questo sforzo coincide con la pratica letteraria, e di tale faticosa conquista Petrarca non smetter
mai di parlare.

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La fama una cosa laboriosa, specie quella letteraria:


contro di essa stanno tutti allerta e in armi e anche quelli che non hanno speranze daverla, cercano di strapparla
a chi ce lha.

Dire in cosa davvero consista questa gloria riesce per molto arduo. Interrogato da Agostino, Petrarca fornisce nel suo Secretum la risposta che avrebbe dato un
qualunque testimone dellinformatio in partibus nella
procedura di canonizzazione di Tommaso: la fama non
che il discorso su qualcosa propagato e diffuso nelle
bocche di molti uomini.
Santo si solo per gli altri e perch tale ti dicono
gli altri: la fama di Tommaso ha seguito la sua morte,
e ha toccato soltanto accidentalmente il suo soggetto.
Nella prima lettera delle Familiari, indirizzata al suo amico Tommaso Caloiro da Messina, che si era lamentato
di non avere raggiunto la fama, Petrarca difende invece un amore diretto per la gloria, quella donna pi bella assai chel sole a cui avrebbe dedicato una delle pi
struggenti composizioni del Canzoniere. E Petrarca non
esita a dare allamico un curioso consiglio:
Vuoi che i tuoi versi siano lodati? Muori. Dalla morte delluomo inizia a vivere il favore degli uomini e la fine della vita il principio della gloria.

Se, nel luglio avignonese del 1323, per la prima volta la scrittura era stata considerata come un miracolo, e
la sapienza aveva coinciso per un attimo con la fama di
santit, nella dichiarazione damore per quella famosa
beltade questa coincidenza non appare pi accidentale. Da ora in poi, intellettuale non sar che colui che
coincide con la propria fama. Di nuovo Boccaccio lo suggerisce per primo: egli pur lo stesso che pennuta fama per bocca dei suoi portatori divulga.
emanuele coccia

Sulla canonizzazione di Tommaso dAquino si vedano soprattutto i due saggi di a. m. walz, Historia canonizationis sancti
Thomae de Aquino, a cura di S. Szab, Xenia Thomistica, vol.
III, Tractatus historico-criticos continens, Roma 1925, pp. 105172; id., Papst Johannes XXII. und Thomas von Aquin, zur Geschichte der Heiligsprechung des Aquinaten, in a. a. maurer
(a cura di), St Thomas Aquinas 1274-1974: Commemorative
Studies, tomo I, Pontifical Institute of Mediaeval Studies, Toronto 1974, pp. 29-47. Resta valido anche l. v. gerulaitis,
The Canonization of Saint Thomas Aquinas, in Vivarium, n. 5
(1967), pp. 25-46. Importante per definire la genesi del primo tomismo il volume di a. a. robiglio, La sopravvivenza e la
gloria. Appunti sulla formazione della prima scuola tomista (sec.
xiv), Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2008. Sulla vita
di Tommaso dAquino j.-p. torrell, Amico della verit. Vita
e opere di Tommaso dAquino, Edizioni Studio Domenicano,
Bologna 2006. Sui processi di canonizzazione nel Medioevo
cfr. il capolavoro di a. vauchez, La saintet en Occident aux

derniers sicles du Moyen ge (1198-1431), Recherches sur les mentalits religieuses mdivales, cole franaise de Rome, Roma
1988; k. gbor, Procs de canonisation au Moyen ge. Aspects
juridiques et religieux - Medieval Canonization Processes. Legal
and Religious Aspects, cole Franaise de Rome, Roma 2004;
t. wetzstein, Heilige vor Gericht. Das Kanonisationsverfahren
im europischen Sptmittelalter, Bhlau, Kln 2004.
Su Petrarca, oltre alle classiche biografie di U. Dotti (citato
nel saggio a proposito dellincoronazione del poeta) e E. H.
Wilkins, cfr. ora k. stierle, La vita e i tempi di Petrarca. Alle
origini della moderna coscienza europea (2003), Marsilio, Venezia 2007. Del suo epistolario latino in corso una nuova
edizione presso la casa editrice Les Belles Lettres di Parigi.
Per la Collatio laureationis cfr. c. godi, La collatio laureationis
del Petrarca nelle due redazioni, in Studi Petrarcheschi, n.s.,
V (1988), pp. 1-58. Il Privilegium laureationis stato edito da
d. mertens, Petrarcas Privilegium laureationis, in m. borgolte e h. spilling (a cura di), Litterae Medii Aevi. Festschrift

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Avignone, 14 luglio 1323

fr Johanne Autenrieth, Thorbecke, Sigmaringen 1988, pp. 225247. Per una lettura generale della poesia petrarchesca cfr. il
decisivo saggio di r. antonelli, La morte di Beatrice e la struttura della storia, in m. picchio simonelli (a cura di), Beatrice
nellopera di Dante e nella memoria europea (1290-1990), Cadmo, Firenze 1994, pp. 34-56.
Su Avignone e la cultura della corte papale, cfr. il volume collettivo edito da j. hamesse, La vie culturelle, intellectuelle et
scientifique la cour dAvignon, Brepols, Turnhout 2006.
Sullantiaristotelismo rinascimentale e il ruolo di Petrarca nella battaglia contro il principio di autorit cfr. l. bianchi,
Aristotele fu un uomo e pot errare: sulle origini medievali della critica al principio di autorit, in id., Studi sullaristotelismo
del Rinascimento, Il Poligrafo, Padova 2003, pp. 101-24; sulle origini scolastiche di un simile principio cfr. e. p. mahoney,
Aristotle as The Worst Natural Philosopher (pessimus naturalis) and The Worst Metaphysician (pessimus metaphysicus): His
Reputation among some Franciscan Philosophers (Bonaventure,
Franciscus of Mayronnes, Antonius Andrea and Joannes Canonicus) and Later Reactions, in o. pluta (a cura di), Die Philosophie im 14. und 15. Jahrhundert. In Memoriam K. Michalski (18791947), Grner, Amsterdam 1988, pp. 261-73.
Sul ruolo della retorica nella prassi politica comunale, cfr. gli
importantissimi lavori di e. artifoni, Retorica e organizzazione del linguaggio politico nel Duecento italiano, in p. cammarosano (a cura di), Le forme della propaganda politica nel Due
e nel Trecento, cole franaise de Rome, Roma 1994, pp. 157182; Gli uomini dellassemblea. Loratoria civile, i concionatori e i predicatori nella societ comunale, in aa.vv., La predicazione dei Frati dalla met del 200 alla fine del 300, Atti del
XXII Convegno della Societ internazionale di studi france-

scani (Assisi, 13-15 ottobre 1994), Centro italiano di Studi


sullalto medioevo, Spoleto 1995, pp. 141-88; e ora il monumentale volume di b. grvin, Rhtorique du pouvoir mdival:
les Lettres de Pierre de la Vigne et la formation du langage politique europen (xiiie-xve sicle), cole franaise de Rome, Roma 2009. Sullumanesimo italiano, cfr. il volume rivoluzionario di r. g. witt, Sulle tracce degli antichi. Padova, Firenze e
le origini dellumanesimo (2000), Donzelli, Roma 2005.
Su Dante, cfr. r. hollander, Dante. A Life in Works, Yale University Press, New Haven Conn. 2001. Sui medici-poeti cfr. le
informazioni biografiche contenute in j. chandelier, La rception du Canon dAvicenne. Mdecine arabe et milieu universitaire en Italie avant la peste noire, Tesi di dottorato, cole Pratique des Hautes tudes, Paris 2007. Su Bartolo da Sassoferrato cfr. p. borsa, Sub nomine nobilitatis: Dante e Bartolo da
Sassoferrato, in c. berra e m. mari (a cura di), Studi dedicati a
Gennaro Barbarisi, Cuem, Milano 2007, pp. 59-121. Sui Memoriali bolognesi cfr. m. giansante, Archivi e memoria poetica:
le rime dei Memoriali bolognesi, in c. binchi e t. di zio (a cura
di), Storia, archivi, amministrazione, Ministero per i beni e le attivit culturali, Direzione generale per gli archivi, Roma 2004,
pp. 295-309, e g. marcon, Cultura notarile e poesia volgare nei memoriali bolognesi (secc. xiii-xiv), in LArchiginnasio, LXXXIX
(1994), pp. 229-47. Importanti ipotesi sulla poesia delle origini sono enunciate in c. giunta, Versi a un destinatario. Saggio sulla poesia italiana del Medioevo, il Mulino, Bologna 2002. Il riferimento a Brunetto in Tresor, I, 4, mentre la citazione iniziale da II Re, 7,9. Inoltre, nel saggio si cita: d. alighieri, Convivio, IV, 6, 5 e IV, 6, 8; f. petrarca, Seniles, X, 2; IV, 3; X,
3; XVI, 1; De ignorantia, IV, 53 e I, 63; Familiares, XXIV, 1;
De ignorantia, I, 25; Invectiva, I, 842; Canzoniere, CXIX.

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