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Mia signora, voglio raccontarvi come l’amore mi ha reso prigioniero, nonostante il

grande orgoglio che voi, bella, dimostrate, e questa situazione non mi aiuta. Oh
povero me, che è afflitto da tante pene, che vive e intanto muore per amare bene, e
pensa di essere vivo. Dunque io muoio e vivo? No, ma il mio cuore muore ancor più
spesso e più intensamente di come farebbe se morisse naturalmente, per voi donna,
che ama e desidera più di se stesso, e tuttavia voi continuamente lo rifiutate: amore,
la vostra amicizia mi ha ingannato.

Il mio amore non può essere trasformato in parole, così come io lo sento, il cuore
non può concepirlo nè spiegarlo; e ciò che dico è nulla in confronto a quanto
profondamente sono legato: il fuoco che ho nel cuore non credo che cesserà mai,
anzi cresce continuamente: perché non mi consuma? Ho sentito dire che la
salamandra vive nel fuoco sopravvivendo; e io faccio così per una lunga abitudine,
vivo nel fuoco amoroso (passione) e non so cosa dico: il mio grano fa le spighe, ma
non produce mai chicchi.

[...]

Il vostro amore mi trattiene in un mare tempestoso, e così come la nave che getta
nella tempesta ogni carico, e con questo scampa dal pericolo, allo stesso modo io
getto via, per voi, i miei sospiri e i pianti, perché se non lo facessi mi sembrerebbe di
affondare, e sicuramente affonderei, tanto il cuore peserebbe nel suo desiderio;
poiché si infrange a terra una tempesta, che si calma ed io così mi infrango: quando
sospiro e piango credo di trovare pace.

Si tratta di una canzone formata da settenari ed endecasillabi. In particolare sono


delle strofe singulars, termine occitano per descrivere un componimento che ha rime
diverse per ogni verso.

Enjambement

v. 3 - 4; 7 - 8; 10 - 11; 22 - 23; 49 - 50; 55 - 56; 61 - 62;

Anastrofe:

dir vo vo voglio (v.1);


che ‘n tante pene è miso (v.6)
per bene amare (v.8)
lo core meo (v.10)
più che sé stesso brama (v. 14)
vostra mistate vidi male (v. 16)
che ‘nfra lo foco vivi stando sana (v. 28)

Madonna (v.1) Apostrofe


Che vive quando more (v.7); Dunque mor’e e viv’eo? (v.9) Antitesi

Al verso (10-11) “lo core meo more più spesso e forte” è una metafora che allude al
profondo dolore del poeta.

Si ritrova una personificazione al verso 2: “como l’amor m’à priso”

Ai versi 10 - 11 “core meo more... spesso e forte” è un’assonanza.

“Vo voglio” allitterazione (v. 1)

Vostra mistate vidi male (v. 16) è una consonanza.

Ai versi 27-28-29-30 il poeta fa un paragone tra sé stesso e la salamandra: così


come questa vive nel fuoco senza bruciarsi, allo stesso modo il poeta vive nel fuoco
amoroso sopravvivendo.

Al verso 32 “Lo meo lavoro spica e non ingrana” è una metafora per esprimere il
fatto che il poeta ama tanto la sua donna, ma questa purtroppo non ricambia,
rendendo di conseguenza inutile tutto ciò che fa per conquistarla.

“Lo vostr’amor che m’ave in mare tempestoso” (v. 49-50) è una metafora per
indicare il fatto che l’amore che il poeta prova per la donna amata, lo porta ad una
sofferenza tale da essere paragonata ad un mare in tempesta.

Dal v. 51 al 56 è posta una similitudine molto importante, attraverso cui il poeta


paragona la nave che per non affondare a causa della tempesta, deve gettare via
più carichi possibili, a sé stesso che deve gettare fuori sospiri e pianti per non soffrire
troppo.

Nella canzone Madonna dir vo voglio, traduzione della canzone scritta


precedentemente da Folchetto di Marsiglia, Giacomo da Lentini parla dell’amore non
corrisposto per la donna amata e del dolore che questa situazione gli provoca. Il
poeta infatti, rivolgendosi alla donna, afferma che l’amore che prova per lei lo sta
distruggendo tanto da affermare che il suo cuore vive ma allo stesso tempo muore.
Questa immagine rende perfettamente l’idea della sofferenza che sta provando il
poeta a causa dell’amore non corrisposto. Successivamente Giacomo da Lentini
afferma che il suo amore è talmente forte ed intenso che non può essere tradotto in
parole. Il poeta vive in questo fuoco d’amore, in questo sentimento amoroso che lo
prende con furore, ma nonostante faccia di tutto per conquistare la donna amata,
questo non porta a nessun risvolto positivo. Importantissima è infine la similitudine
con cui si paragona alla nave in tempesta. Il suo cuore soffre moltissimo e per poter
trovare un po’ di sollievo, deve necessariamente gettare fuori pianti e sospiri, proprio
come fa una nave nel mare in tempesta, per poter restare a galla. Ritroviamo
dunque alcune delle tematiche che avevano già affrontato i trovatori: la donna
inarrivabile e indifferente, l’amore che fa soffrire talmente tanto il poeta da definirsi in
bilico tra la vita e la morte, il canto d’amore che è l’unico modo per dare sfogo al
proprio dolore. Dunque la poesia non si sofferma solo sulle qualità della donna, ma
soprattutto sulla vicenda interiore che prova il poeta e sugli effetti che provoca
l’amore.

La canzone è una forma metrica che deriva dalla canso trobadorica, formata da
diverse stanze o strofe e con la stessa disposizione delle rime. Originariamente la
canso trobadorica era sempre accompagnata dalla musica, a differenza di quella
siciliana. Si parla infatti di divorzio tra musica e poesia. La canzone è divisa in due
parti: la prima parte è formata da due blocchi identici detti piedi, la seconda può
essere indivisa e in questo caso prende il nome di sirma o coda, o formata da due
parti indistinte dette volte. I versi più utilizzati sono l’endecasillabo e il settenario. Le
rime mutano solitamente di stanza in stanza. Giacomo da Lentini può essere
considerato l’iniziatore della Scuola poetica siciliana, per l’utilizzo del sonetto, di cui
è il padre, per la scelta del tema amoroso e per i rapporti che aveva con gli altri
rimatori alla corte di Federico II. I poeti della scuola Siciliana erano per lo più notai,
magistrati e giuristi, provenienti dunque dalla stessa estrazione sociale, appartenenti
ad un determinato contesto politico e scrivevano componimenti affini per temi e per
stile. I poeti della scuola siciliana si ispirarono ai trovatori che scrivevano poesie
riguardanti temi come l’amore, la politica, la morale, la religione, il denaro, il sesso
ecc. I poeti siciliani ereditarono solo ed esclusivamente la poesia di carattere
amoroso. Giacomo da Lentini riscrive, traducendola, la canzone Madonna dir vo
voglio, scritta originariamente da Folchetto di Marsiglia. I trovatori si esprimevano
tramite la colba. Più colbas formavano una tensone, ovvero un dibattito politico su
svariati argomenti. I poeti siciliani ereditarono la tensone di argomento amoroso. Una
delle tensoni più conosciute alla corte di Federico II è quella tra Iacopo Mostacci,
Pier della Vigna e Giacomo da Lentini. I tre discutono sull’origine e sull’esistenza
dell’amore.

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