Sei sulla pagina 1di 58

CORSO DI LIS

Linguaggio Italiano dei Segni

La grammatica
Le indicazioni come pronomi
LE INDICAZIONI COME PRONOMI

1. La categoria dei pronomi in LIS

Il concetto dello spazio come elemento di accordo non è nuovo

per le lingue dei segni1. Abbiamo visto come in LIS i tratti dello

spazio costituiscano il veicolo di accordo di persona; i pronomi e i

dimostrativi sono l’evidente manifestazione, attraverso il

sistema dell’ostensione, dei tratti di persona. Abbiamo visto nel

capitolo precedente come le indicazioni costituiscano delle

marche di referenzialità e che i punti non determinati dello

spazio veicolino l’indefinito e l’impersonalità come si può

verificare dalle frasi seguenti, dove l’indicazione occorre solo se

riferibile ad una persona (frase 1), mentre non può occorrere se

è riferibile ad un soggetto impersonale (frase 3).

292
I pronomi personali, esprimendo specifiche persone

grammaticali, devono identificarle in uno spazio definito. Nella

tabella n.1 del capitolo 5 si può osservare come i tratti semantici

dello spazio sono i medesimi sia per i pronomi che per i

dimostrativi. Abbiamo già notato come la corrispondenza dei

tratti sia corroborata dall’omofonia del dimostrativo-locativo

con il pronome, vale a dire che il segno per il pronome personale

e per il dimostrativo è costituito dall’indicazione del punto dello

spazio; l’unica differenza, che riguarda la prima e la seconda

persona, ma che nel segnato si perde, è costituita dal verso

dell’indicazione2. Benché il dimostrativo e il pronome di terza

persona non siano distinti foneticamente, ci sono alcune

differenze di tipo sintattico: in linea generale possiamo

affermare che il pronome personale è caratterizzato dal tratto

[+umano] e, se seleziona un NP, lo precede, mentre il

dimostrativo è caratterizzato dal tratto [-umano] quando

seleziona un NP lo segue.

293
Il fatto che il dimostrativo ed il pronome personale di terza

persona siano omofoni e spesso non distinguibili, conduce ad

assimilare il pronome personale di terza persona al dimostrativo.

La prima e la seconda persona, invece, benché accomunate ai

dimostrativi dai tratti dello spazio, non sono omofone ai

dimostrativi.

Questa differenza tra prima e seconda persona da una parte e

terza persona dall’altra non è una peculiarità esclusiva della LIS

ma di molte lingue orali tanto che diversi studiosi si sono

interessati all’argomento. Nel paragrafo che segue illustrerò un

breve percorso che ci condurrà allo studio della categoria del

pronome.

Differenza tra prima-seconda persona e terza persona:

quadro teorico

Nel capitolo 5 ho accennato al fatto che i tratti di prima e

seconda persona sono diversi da quelli di terza, infatti la prima e

294
la seconda persona sono caratterizzati dal tratto [+/-

prossimale] mentre la terza persona dal tratto [+ distale].

Un’importante evidenza di questa differenza è che, escluso i

punti inerenti la prima e la seconda persona, gli argomenti

vengono disposti nello spazio dal segnante e ogni punto dello

spazio che riguarda la terza persona, viene definito nell’istante

in cui viene segnato, per questo motivo esso è deittico, vale a

dire che per individuare la terza persona sono necessarie delle

coordinate di riferimento che nell’ambito di una frase sono

costituite dall’asse segnante-interlocutore segnalato dalla

direzione dello sguardo3, in definitiva tutti i punti che non sono

pertinenti al segnante o all’interlocutore individuano una terza

persona.

In questa prospettiva possiamo osservare come la prima e la

seconda persona hanno dei riferimenti di luogo fissi, esse sono

sempre presenti (mentre la terza persona può essere assente) e,

in un dialogo, sono intercambiabili, cioè la seconda persona, se

prende la parola, può diventare prima e viceversa. D’altro canto i


295
riferimenti spaziali della terza persona variano nello spazio

perché il tratto [+dist] è localizzato in uno dei tanti punti lontani

dal segnante e dall’interlocutore, ma la terza persona, non

prendendo parte alla conversazione, rimane esterna al discorso.

Diversi studi sulle lingue hanno evidenziato che esistono delle

differenze tra i pronomi di prima e di seconda persona da una

parte e quelli di terza dall’altra (Moravcsik (1978), Abney

(1987), Forchheimer (1953), Ritter (1995), Harley e Ritter

(2002), Bernstein (2006))4.

La peculiarità dei pronomi di prima e di seconda è che sono

associati al parlante a all’ascoltatore, invece quelli di terza sono

associati non solo ad esseri animati5 ma anche ad esseri

inanimati e fungono da pronomi nulli. Bernstein (2006)

interpreta la terza persona come una categoria di persona non

marcata.

La distinzione tra prima e seconda persona da una parte e terza

persona dall’altra viene codificata anche nell’organizzazione

296
geometrica dei tratti fonologici operata da Harley e Ritter

(2002) (figura n. 1) .

Nel loro disegno teorico, le espressioni referenziali come i

pronomi, sono determinate da due nodi principali: i partecipanti e

gli elementi individuati. Al primo nodo - i partecipanti -

appartengono il parlante e l’interlocutore; il secondo nodo - gli

elementi individuati - si ramifica in tre categorie: il gruppo,


l’individuo e la classe. Le espressioni referenziali che riguardano
la terza persona non sono previste nel nodo dei partecipanti ma

negli elementi individuati da tratti di numero (gruppo e

individuo) e dai tratti della classe di appartenenza. Questo


297
quadro può essere tradotto nello spazio segnico della LIS,

associando al primo nodo, l’asse segnanteinterlocutore (tratti

[+/-prox]), al secondo nodo il resto dei punti dello spazio

caratterizzati dal tratto [+dist].

Forchheimer (1953) ha identificato una varietà di

generalizzazioni morfologiche che mostrano che le lingue

utilizzano la terza persona in maniera diversa rispetto alle prime

due. Tra queste generalizzazioni egli indica il fatto che molte

lingue distinguono la prima e la seconda persona mentre per la

terza persona utilizzano il dimostrativo (Forchheimer 1953:36);

abbiamo visto che anche per la LIS i pronomi di terza persona, a

differenza dei pronomi di prima e seconda persona, sono omofoni

ai dimostrativi. Dall’altro canto, Roehrs (2005: 273), operando

un parallelismo tra determinanti e pronomi, afferma che nelle

lingue senza articolo, al posto dell’articolo, che essendo un

determinante corrispondente alla forma clitica del pronome è

una testa, ci dovremmo aspettare di trovare il pronome di terza

persona; a tal proposito cita il caso del giapponese discusso da


298
Furuya (2003) in cui sono discussi dei casi dove il pronome di

terza persona plurale ricorre con il nome, mentre il pronome di

prima persona plurale non può ricorrere con il nome. Qui di

seguito sono citati gli esempi citati in Roehrs (2005) (Es. n.39 in

che corrispondono alle frasi 7c e 19 in Furuya (2003)).

Sempre riguardo alla similarità tra articoli e pronomi, Postal

(1969) assimila la definitezza dei pronomi agli articoli definiti

dai quali deriverebbero, mentre Abney (1987: 282) sostiene che

la mancanza del pronome di terza persona nelle forme come

*they idiots è dovuta alla funzione suppletiva del dimostrativo


nel paradigma, per cui abbiamo espressioni come those idiots. Lo

studio di Abney (1987) ha evidenziato che in inglese i pronomi

he, she e it sarebbero teste D che differiscono da the per il


299
fatto che non selezionano complemento, per cui sarebbe diversa

la sottocategorizzazione. Diverso è il caso di we e you che

possono selezionare un complemento: come nel caso we linguists,

you linguists mentre *they linguists è agrammaticale. Lyons


(1977, 1999) evidenzia come i pronomi hanno tratti in comune

con gli articoli, ma soprattutto con i dimostrativi, per il fatto

che i pronomi di terza persona sono in distribuzione

complementare con i dimostrativi. Questa osservazione, benché

non si riscontri per l’ebraico (Ritter 1995), per la LIS, per la

quale l’indicazione può essere articolata una sola volta, è vera,

come si può notare dall’agrammaticalità della frase 4. A meno

che il DP venga topicalizzato come mostrano i tratti

sovrasegmentali della frase 5 dove la seconda indicazione

costituisce il soggetto del verbo giocare.

300
Tutti questi studi possono essere applicati all’indicazione della

LIS; nel corso della trattazione infatti vedremo che alcune

indicazioni sono dei pronomi che sostituiscono la funzione

dell’articolo (Rhoers, 2005), e che molte differenze tra pronomi

e dimostrativi in LIS sono difficili da cogliere.

2. Pronomi come categoria D in LIS

In questo paragrafo, alla luce del quadro appena delineato, al

fine di operare una distinzione tra le indicazioni che veicolano il

pronome e quelle che invece veicolano il dimostrativo, propongo

di interpretare i pronomi in LIS come parte della coppia

determinante-pronome, in questo modo ogni tipo di indicazione

può ricorrere come determinante quando seleziona un NP o come

pronome quando non lo seleziona.

Se Postal (1969) e Abney (1987) propongono di considerare i

pronomi come teste intransitive di D°, Cardinaletti (1994)

estende tale proposta ai clitici, e intuisce che solo i clitici

realizzano la porzione funzionale del DP, tanto che clitici e


301
determinanti sono in distribuzione complementare. Cardinaletti

e Starke (1999) distinguono i pronomi in tre classi: clitici, deboli

e forti. Ogni classe è caratterizzata da un progressivo

alleggerimento della struttura sintattica evidenziata anche dalla

riduzione morfologica e dalla conseguente adeguamento dei

processi prosodici alla forma morfologica. In particolare ogni

classe di pronomi è caratterizzata da specifiche proprietà

comuni che distinguono i propri membri da quelli appartenenti

alle altre classi di pronomi. Strutturalmente i pronomi forti e

deboli si distinguono dai clitici perché occupano una posizione XP

nella struttura superficiale mentre i clitici occupano una

posizione X°; d’altro canto clitici e deboli sono accomunati dal

fatto che sono entrambi non forti e quindi soggetti ad alcune

restrizioni rispetto ai pronomi forti. La differenza tra le tre

classi di pronomi viene trattata nei suoi aspetti morfologici,

distribuzionali, semantici, fonologici e prosodici.

L’analisi di Cardinaletti (1994) e Cardinaletti e Starke (1999) ci

induce a guardare più da vicino i pronomi della LIS al fine di


302
distinguere gli elementi deboli da quelli forti. In LIS i pronomi,

come i dimostrativi, sono costituiti dalle indicazioni. In questa

sede considererò come pronomi le indicazioni che non

selezionano un NP. Osserveremo come le indicazioni non sono

tutte uguali ma variano in relazione ad alcuni tratti prosodici

costituiti principalmente dalla durata di articolazione

dell’indicazione. Il paragrafo che segue illustrerà come la durata

dell’articolazione influisce nella distribuzione delle diverse

tipologie di indicazione individuate.

3. Il valore prosodico di “durata”

Nel capitolo precedente ho analizzato le indicazioni che

veicolano i dimostrativi principalmente dal punto di vista

semantico e distribuzionale; ho introdotto questo capitolo

evidenziando, attraverso la distinzione dei pronomi di prima e

seconda persona da una parte dai pronomi di terza dall’altra,

l’omofonia tra i pronomi di terza persona e i dimostrativi;

abbiamo visto anche che i tratti sovrasegmentali costituiscono


303
un utile strumento per individuare il sintagma determinante. Per

questo motivo essi ci consentono di distinguere il dimostrativo in

quanto interno al DP; lo stesso dimostrativo però, quando

costituisce da solo il DP, è anche un pronome di terza persona.

Le frasi 6 e 7 mostrano che tratti sovrasegmentali diversi

individuano due tipi di predicati, uno interno al DP (frase 6)

l’altro esterno al DP (frase 7) Nel primo caso, l’indicazione,

poiché seleziona un NP, è un determinante, nel secondo caso,

invece è un pronome, vale a dire che costituisce l’intero

costituente nominale.

In questa sezione, concentrerò l’attenzione soprattutto sul

secondo tipo di indicazioni per delineare un quadro di

riferimento entro il quale studiare la categoria dei pronomi.

Vedremo che specifici processi prosodici ci consentono di


304
individuare le diverse classi di pronomi indicate da Cardinaletti e

Starke (1999).

Al fine della distinzione delle varie classi di pronomi in LIS, ho

individuato un elemento coinvolto nella prosodia dell’indicazione:

il parametro prosodico della durata.7

Gli studi condotti sulle lingue dei segni, tra le varie rilevazioni

dei tratti sovrasegmentali coinvolti nelle articolazioni dei segni,

benché hanno sottolineato la necessità di osservare i tempi di

articolazione, non hanno mai rilevato il tempo impiegato

nell’articolazione di un segno ai fini grammaticali. Nel caso delle

indicazioni, la misura della durata dell’articolazione si è rivelata

essere significativa ai fini della distinzione tra i vari tipi di

pronomi. Attraverso un programma di glossatura delle frasi in

lingua dei segni che consente di rilevare la durata, è possibile

individuare diverse durate per le indicazioni. Avvalendomi del

programma di glossatura SignStream, ne ho adottato il sistema

per la rilevazione della durata dei segni. Gli indici di durata

rilevati sono costituiti dai valori numerici trascritti su ogni


305
indicazione, simboleggiata dalla glossa IX. In realtà la durata da

sola non è sufficiente a determinare la differenza tra i pronomi:

occorrerebbe misurare anche la pausa tra un segno ed un altro.

In maniera alquanto approssimativa, posso affermare che in

presenza di indicazioni con valori di durata molto bassi, che

assumo essere pronomi clitici, non c’è pausa tra l’indicazione e il

segno successivo che, generalmente, è un verbo, mentre tra

l’indicazione di un pronome forte ed il segno successivo ci può

essere un’interruzione costituita dalla chiusura della mano o da

una posizione di sospensione della stessa.

È possibile applicare un secondo elemento di distinzione tra i

pronomi forti e i pronomi “non forti”. Per pronomi “non forti”

intendo l’insieme dei pronomi che non sono forti e che secondo la

distinzione di Cardinaletti e Starke (1999) sono o clitici o deboli.

Questo tratto distintivo è di tipo fonologico: esso consiste nella

ripetizione del segno mantenendo inalterati tutti gli altri tratti

fonologici. La reduplicazione è possibile anche con i dimostrativi,

come abbiamo visto nel paragrafo 3 del capitolo 6, ma se con i


306
dimostrativi sembra che si tratti di un locativo, per il pronome la

ripetizione dell’indicazione è una forma di marcatura

generalmente utilizzata come focus contrastivo. Nei paragrafi

seguenti verrà illustrata la differenza prosodica tra le varie

tipologie di pronomi, prima però è necessario precisare alcuni

problemi di metodo.

Alcuni problemi di metodo

Una delle costanti rilevate nelle sedute di registrazione dei dati

in LIS è la costante difformità di dati tra frasi segnate in

contesti spontanei e frasi elicitate. Nei contesti spontanei le

frasi presentano delle indicazioni, appena accennate, che nelle

frasi corrispondenti elicitate solitamente vengono omesse. Una

spiegazione potrebbe essere costituita da una sorta di

grammatica normativa che si esprime nel contesto artificiale,

come quello dell’elicitazione, attraverso un controllo volontario

della produzione delle frasi. Viceversa nel contesto spontaneo,

venendo meno il controllo, è possibile rilevare anche la


307
grammatica naturale. Per fare un paragone con l’italiano sarebbe

come chiedere a qualcuno di esprimere in una frase che gli piace

il pesce. E’ difficile che il parlante pronunci la frase a me mi

piace il pesce, egli pronuncerà molto probabilmente, la forma,


normativamente corretta, a me piace il pesce anche se la prima

forma esiste nel parlato. Poiché ciò che interessa questo studio

non è descrivere la grammatica normativa ma quella naturale, mi

sono avvalsa delle produzioni spontanee dalle quali ho estratto le

frasi glossate di seguito.

Pronomi forti, pronomi deboli, pronomi clitici in LIS: alcune

distinzioni.

In questo paragrafo, dimostrerò come in LIS ad un diverso

valore di durata del pronome corrisponda un diverso tipo di

pronome, e, sulla base delle affermazioni di Cardinaletti (1994) e

Cardinaletti e Starke (1999) che riguardano le caratteristiche

delle diverse tipologie di pronomi, verificheremo che ad ogni tipo

di indicazione in LIS corrisponde una diversa distribuzione


308
all’interno della frase. Data l’omofonia delle indicazioni in LIS,

non è possibile applicare i test sulla distribuzione di ogni

tipologia, tuttavia è possibile operare una prima discriminazione

tra i pronomi forti da una parte e quelli “non forti” dall’altra. A

tal fine, sulla linea delle spiegazioni fornite da Cardinaletti e

Starke (1999) per queste frasi assumerò l’esistenza di un

processo di riduzione prosodica progressiva delle forme

pronominali. Vale a dire che la forma pronominale forte ha un

valore di durata superiore a circa 1/6 di secondo, quella debole

possiede valore inferiore a 1/6 di secondo e la forma clitica ha

un valore inferiore a 1/12 di secondo.

Alcuni chiarimenti sulla metodologia

Gli strumenti della tecnologia oggi ci aiutano a valutare la

quantità di tempo in cui un’indicazione viene mantenuta; tuttavia

i sistemi variano a seconda degli strumenti utilizzati; pertanto la

rilevazione del tempo di un’indicazione è un compito che richiede

molta precisione ma anche una certa elasticità


309
nell’interpretazione dei dati. Ad esempio con il programma “I

Movie” per il Mac OSX ogni secondo di registrazione contiene

24 fotogrammi perciò un fotogramma equivale ad un

ventiquattresimo di secondo. Esportando i filmati in una

risoluzione più bassa diminuiscono i fotogrammi per secondo di

circa la metà. Ridurre la “pesantezza” di un filmato rende più

agevole lavorare con una quantità più alta di informazioni e

soprattutto consente di glossare le frasi con Sign Strem, però

un filmato con un minor numero di fotogrammi per secondo non

consente di leggere con chiarezza l’inizio e la fine di un

indicazione, soprattutto se si tratta di una quantità di tempo

molto bassa. Le durate dei segni sono state scoperte per caso

lavorando con Sign Stream che mi ha dato la possibilità di fare

una prima rilevazione dei dati. Ad esempio l’indice di durata

rilevato per le indicazioni che affermo essere pronomi clitici

corrisponde ad un valore inferiore a 1/12 di secondo11; quello dei

pronomi deboli, anche se vale il doppio (ha come valore di

durata1/6 di secondo), in considerazione della durata


310
infinitamente bassa, tanto da essere quasi impercettibile, è

davvero poco significativa e suscettibile di cambiamenti. La

necessità di dare un valore di tempo univoco mi ha spinto ad

analizzare i filmati con “I Movie”, un programma che consente

una risoluzione più alta, per contare il numero fotogrammi per

ogni indicazione e, attraverso una proporzione, ricondurli ai

valori di tempo. Tale operazione ha necessariamente richiesto

una certa approssimazione dei valori che, nonostante tutto,

rimangono abbastanza omogenei.

Entrando nel dettaglio ho potuto constatare tre tipi di

indicazioni: una che prende circa due fotogrammi, un’altra che ne

prende circa quattro ed un ultima che ne prende da 7 a 13.

Tradotto in tempi questi valori equivalgono a un dodicesimo di

secondo (1/12) per il primo tipo, un sesto per il secondo (1/6) per

il secondo tipo e circa mezzo secondo (1/2) per il terzo tipo di

indicazione. Qust’ultimo tipo di indicazione è caratterizzata

anche dalla ripetizione del movimento, in tal senso, il valore di

durata assume un significato ancora più importante per cui


311
l’indicazione, ben visibile, è connotata da una forte

referenzialità. Benché il valore della durata non costituisca una

forte discriminante per la differenza tra i pronomi clitici e

deboli, ma solo per la distinzione di pronomi forti e non forti,

deve essere preso in considerazione per due motivi: innanzitutto

perché costituisce una discriminate utile per la determinazione

dei parametri prosodici ed in secondo luogo perché

l’osservazione dei dati serve come base teorica per fatto che i

punti dello spazio costituiscono i tratti di accordo e che il

meccanismo di distribuzione dei pronomi all’interno di una frase

segue gli stessi meccanismi delle altre lingue. Vale la pena anche

sottolineare che anche se i dati vengono approssimati, la

distribuzione dei pronomi all’interno della frase, secondo le

indicazioni di Cardinaletti e Starke (1999), corrisponde alla

posizione canonica di pronomi deboli, clitici e forti per cui

l’approssimazione è compensata dalla costanza dei dati.

Occorre fare delle ulteriori precisazioni sulla rilevazione del

segno, come gli elementi validi per la delimitazione dell’inizio e


312
della fine di un’indicazione, perché la loro variazione comporta la

variazione dei valori. I valori di durata che considero in questa

sede sono stati rilevati nel momento in cui il puntamento in un

luogo è già in essere fino a quando finisce e prima che cominci il

segno successivo. In ciò si può rilevare che con i clitici il

fotogramma successivo corrisponde all’inizio del segno seguente

mentre con i pronomi forti ad una sospensione del segnato.

Questo dimostra che oltre a valori di tempo diversi per ogni tipo

di pronome, occorre considerare anche i valori prosodici che

legano i segni per cui si può verificare che i pronomi clitici

presentino fenomeni di coarticolazione mentre i pronomi forti si

presentano prosodicamente staccati dai segni, sia da quelli che li

precedono sia da quelli che li seguono, da una pausa intonativa

costituita dalla chiusura e riapertura della mano oppure da una

sospensione della mano che non articola nessun segno, ovvero è

in posizione neutra.

313
Tratti prosodici distintivi: analisi dei dati

Passiamo adesso all’analisi di due frasi segnate in un contesto

spontaneo.

In questa frase, entrambe le indicazioni si riferiscono a PRIMO

MINISTRO. I numeri che sovrastano le indicazioni esprimono il


valore temporale del segno: la prima indicazione è articolata in

un tempo breve (1/6 di secondo), la seconda ha un valore

temporale che vale il triplo della prima (1/2). Con questi dati

osserviamo che benché le due indicazioni siano omofone, la prima

ha una versione prosodica ridotta rispetto alla seconda;

possiamo inoltre osservare che la seconda indicazione è ripetuta

mentre la prima viene articolata una sola volta; la ripetizione

della prima indicazione renderebbe la frase agrammaticale.

L’interpretazione del secondo pronome è di tipo marcato. vale a

dire che la reduplicazione veicola non solo una focalizzazione di

tipo contrastivo, ma come pronome forte, può apparire in


314
posizione periferica. Il pronome debole (con valore 1/6 di

secondo) invece, deve necessariamente riferirsi al suo

antecedente PRIMO MINISTRO.13 Come già affermato in

Kayne (1975), Cardinaletti (1994), Cardinaletti e Starke (1999),

solo i pronomi forti possono essere marcati contrastivamente.

Esaminiamo un altro esempio.

Nella frase 9 la prima indicazione fa parte del costituente

nominale (DP) PRESIDENTE STATI UNITI. Non si tratta di un

articolo: l’indicazione ha la funzione di localizzare nello spazio il

referente la cui funzione può essere assimilata ad un

dimostrativo (Lyons 1999), infatti la sua omissione non rende la

frase agrammaticale. La seconda indicazione è un pronome

coindicizzato con l’NP che lo precede. L’indicazione, che

costituisce il soggetto del verbo DIRE, è articolata in un tempo


315
ridotto che associo al clitico per la posizione perché il valore

della sua durata che è tra il clitico ed il debole (1/8). Anche il

soggetto, di AIUTARE, come il soggetto di DIRE è espresso con

un valore di tempo un po’ meno basso (1/6) ed è coindicizzato

con lo stesso NP. L’indicazione che si riferisce all’oggetto,

coindicizzata con AFGHANISTAN ha invece un valore di tempo

più lungo (1/2).

Per operare dei confronti tra pronomi clitici e pronomi deboli,

consideriamo anche la frase 10 anch’essa estratta da un

contesto più ampio:

In questa frase le prime due indicazioni si riferiscono alla prima


persona (1p).
Le indicazioni con indice (j) si riferiscono all’autista, costituito
dai segni AUTO+UOMO; è assai probabile che l’indicazione tra i
due nomi faccia parte del nome stesso.
316
La prima indicazione con valore ½ secondo corrisponde al
pronome forte di prima persona. Esso non è anaforico, infatti
può essere sostituito da un nome: i pronomi forti, essendo
connotati di forti tratti referenziali, non richiedono un
antecedente come invece fanno i pronomi deboli. Tra poco
vedremo che i pronomi con un valore inferiore a 1/6 di secondo,
possono essere considerati dei pronomi deboli. L’ultima
indicazione è il complemento di DIRE ed ha una durata dal valore
alto (1/2).
Confrontando i valori temporali delle indicazioni, il valore di
durata più alto corrisponde a ½ secondo. La prima indicazione
con questo valore fa parte del DP PRESIDENTE STATI UNITI
(frase 9) ed è un dimostrativo; le altre due indicazioni, di durata
½ secondo, corrispondono al dativo rispettivamente del verbo
AIUTARE (frase 9) e DIRE (frase 10). La flessione dei verbi
AIUTARE e DIRE marca sia il soggetto che il complemento,
tuttavia nella frase 10 il pronome forte complemento segue il
verbo, per cui è nella sua posizione di base; nella frase 9 invece
lo precede quindi non è nella sua posizione di base. Tale
differenza potrebbe essere dovuta a proprietà selezionatrici
dei verbi stessi. Del resto nel capitolo 2, nel quale ho illustrato
le proprietà dei verbi delle tre classi, abbiamo visto che una
caratteristica delle frasi con i verbi flessivi, come aiutare, è la
possibilità di avere soggetto e oggetto preverbale, mentre le
frasi con i verbi articolati sul corpo presentano più limiti nella
distribuzione degli argomenti del verbo. Dire è un verbo segnato
sul corpo che, oltre la flessione non manuale, costituita dalla
317
direzione dello sguardo, ammette una flessione manuale
consistente nel prolungamento della sua articolazione, (con la
configurazione G, la stessa delle indicazioni), verso gli argomenti
del verbo. In altre parole, poiché l’estensione dell’indice è la
configurazione comune sia alle indicazioni che al verbo dire, le
indicazioni relative al soggetto e al complemento del verbo sono
costituite dal prolungamento dell’articolazione del verbo prima,
in direzione del soggetto, e dopo, in corrispondenza del
complemento. Questo aspetto, inerente a fenomeni di
coarticolazione tra i due segni, costituisce un’ulteriore prova a
sostegno della continuità prosodica tra il verbo e i suoi
argomenti.
Ciò che emerge da questi dati è che la flessione da sola non è
sufficiente a legittimare l’assenza di soggetto e oggetto, ma
oltre i clitici (costituiti dalle indicazioni pre e postnominali),
ammette anche un pronome dativo forte.

Alcune osservazioni sui pronomi clitici deboli e forti


Le frasi analizzate fin ora sono state uno strumento utile ad
individuare alcune differenze tra i pronomi in LIS. In questa
sezione del paragrafo verificherò l’analisi di ciascun tipo di
pronome e, con l’ausilio di altre frasi, questa volta elicitate e non
prelevate da contesti spontanei, delineerò meglio il quadro della
differenza tra i vari tipi di pronomi introdotti nel paragrafo
precedente.

318
I pronomi clitici
Dal confronto delle frasi 9 e 10 possiamo osservare che tutti i
valori che corrispondono a 1/12 appartengono alle indicazioni
legate al verbo, per questo motivo assumerò che esse
corrispondono ai pronomi clitici.
Con gli esempi seguenti si può constatare che le indicazioni che
precedono e seguono il verbo dire non possono essere separate
dal verbo introducendovi, ad esempio, un avverbio. Nella frase 12
dove l’avverbio ricorre tra il soggetto clitico e il verbo la frase
non è grammaticale. Nella frase 13, dove l’avverbio si trova tra
verbo e oggetto clitico, la frase seguente ha un’altra
interpretazione.

L’avverbio SEMPRE, della frase 11, come anche l’avverbio

SICURO (sicuramente) della frase 9, modifica tutto il CP e non il


clitico. Secondo le indicazioni di Cardinaletti e Starke (1999:151)

nessun modificatore, interno o esterno all’NP, può modificare un

clitico. Questa proprietà dei clitici la troviamo in LIS per i

319
pronomi che nelle frasi 11, 12 e 13 sono coindicizzate con il primo

punto di articolazione del verbo e sono tutti adiacenti al verbo.

Infatti se volessimo modificare solamente il pronome con un

avverbio, occorrerebbero non dei clitici ma dei pronomi forti,

come si può verificare nell’esempio 14 in cui il pronome è anche

reduplicato.

Da questi fatti possiamo osservare che in LIS i soggetti

preverbali hanno un clitico di ripresa attaccato al verbo (frasi

9,10, 11). Con l’oggetto postverbale e il dativo postverbale, non è

raro trovarsi un’indicazione che ricorre dopo il nome (frase 15) e

fa parte del costituente nominale perché non può precedere il

nome e legarsi al verbo (frase 16), a meno che non venga

marcato.

320
Non è escluso che tale indicazione post nominale sia da mettere

in relazione con la posizione del nome all’interno della frase:

poiché nelle frasi con i verbi che concordano con due argomenti

(come dare), il nome, di norma, risale alla posizione preverbale,

nel caso rimanga in situ, è possibile che necessiti di una marca di

referenzialità costituita dall’indicazione postnominale.

Dal punto di vista prosodico vale la pena soffermarsi su alcuni

aspetti che finora sono stati solo accennati. Abbiamo visto come

possono essere considerati clitici quei pronomi con una riduzione

prosodica del pronome stesso tale da essere quasi irrilevabili

senza l’ausilio di uno strumento capace di rallentare o bloccare il

tempo come la videocamera: l’indicazione in molti casi si integra

nel verbo rendendone talvolta difficile il rilevamento ad occhio

nudo. Nelle frasi descritte nel paragrafo 3.3.2, ho rilevato come

l’indicazione si integri con il verbo DIRE caratterizzato dalla

medesima configurazione manuale dell’indicazione. Proviamo ad

osservare un'altra frase:

321
Nella frase 17, il verbo REGALARE marca il complemento diretto

(MAGLIA, indicizzato con j) e il beneficiario. Il pronome clitico,

coindicizzato con maglia, precede immediatamente il verbo ed è

integrato completamente nel segno. Nel dettaglio abbiamo

questa situazione: nel verbo regalare, raffigurato nella figura 1,

le mani hanno la stessa configurazione manuale, consistente

nell’estensione di pollice e indice (L), e si muovono

simmetricamente. Il movimento, che nella figura 1 parte dalla

prima persona, nella forma flessa della frase 17 parte dallo

spazio coindicizzato con MAGLIA (J) e finisce verso la prima

persona (1p) (figura 2). Nella frase 17 il verbo è preceduto da

due indicazioni la prima con durata 1/6 di secondo (pronome

debole), la seconda con durata 1/12 di secondo (clitico).

L’indicazione che si riferisce alla prima persona (1p) punta prima

sul segnante, poi, mantenendo l’indice steso, mentre punta verso

322
l’esterno, in direzione del luogo indicato come j, prepara

l’articolazione del segno regalare estendendo anche il pollice.

Questa articolazione, con pollice e indice stesi che va dal

segnante al punto esterno dello spazio, ha un indice di durata

che vale 1/12, tale durata viene considerata da quando la mano

dominante finisce di indicare la prima persona (articolato con la

mano dominante) per puntare poi verso l’esterno, fino a quando è

raggiunta dall’altra mano per articolare il segno regalare

(articolato con le due mani). In una situazione in cui il verbo non

è preceduto da un indicazione, ambedue le mani si comportano

come fa la mano non dominante, cioè la configurazione manuale

diventa visibile quando la mano è già verso la fine del percorso

che la conduce al punto J, dal quale parte per articolare il segno

che finisce verso la prima persona.

323
In questa situazione può sembrare che il clitico indicizzato j non

venga pronunciato perché il fenomeno della coarticolazione

rende talmente impercettibile l’indicazione da farla rientrare

nell’articolazione del verbo stesso.

Spesso i clitici della LIS sono così impercettibili che sembra che

non vengano pronunciati nelle frasi elicitate, dove il controllo del

segnante è molto forte soprattutto in presenza di verbi

direzionali, vale a dire quei verbi che, in virtù della loro

direzionalità, marcano due argomenti e quindi concordano con i

loro tratti dello spazio. In questa prospettiva, può darsi che

l’assenza di un clitico con determinati verbi potrebbe essere


324
considerata una sorta di evoluzione fonologica dell’indicazione la

quale, nel suo conformarsi al verbo che segue, si integra con

esso fino a scomparire. La traccia rimanente potrebbe essere

costituita dai tratti dello spazio. In questi termini il punto dello

spazio, senza che questo venga indicato ma solo marcato dalla

concordanza del verbo, manuale o non manuale (consistente cioè

nella direzione dello sguardo), può essere considerato un clitico.

A sostegno di questa ipotesi c’è l’evidenza di molti segni

atmosferici pur non realizzando foneticamente l’espletivo, hanno

il punto di articolazione che non è impersonale, cioè articolato

nello spazio neutro [- dist], ma uno spazio definito [+ distale]. Ad

esempio segnando la frase “PIOVE”, la localizzazione del segno

avviene in un luogo dello spazio immediatamente più in alto di

quello considerato come neutro. Il verbo non richiede

necessariamente l’articolazione del pronome, tuttavia i tratti

spaziali del luogo in cui viene articolato il verbo meteorologico

portano a considerare i tratti di spazio come elementi di tipo

pronominale. Cardinaletti e Starke (1999) evidenziano che i


325
pronomi personali forti non sono interpretabili se non hanno una

posizione referenziale forte per cui costruzioni espletive

richiedono pronomi deficitari. Su questo aspetto tornerò nel

paragrafo 4, nel quale sulla linea degli studi seguita da Brandi e

Cordin, considererò i clitici come la realizzazione della testa di

AgrP.

Se assumiamo che i tratti di luogo marcati dalle concordanze

verbali possono essere considerati dei clitici, sulla base di

quanto affermato nel capitolo 5, otterremo i seguenti clitici per

ogni tipo di tratto: [+ prossimale] clitico di prima persona, [-

prossimale] clitico di seconda persona, [+ distale] clitico di terza

persona, [- distale] clitico impersonale.

I pronomi deboli

Una discussione a parte meritano i pronomi deboli. Se da un lato

ci sono sufficienti dati dal punto di vista prosodico e

distributivo per discutere delle delle ipotesi fatte sui pronomi

clitici e forti, non possiamo affermare con le stesse motivazioni


326
che le indicazioni che hanno una durata compresa tra 1/12 e 1/6

di secondo siano corrispondenti ai pronomi deboli. In questo

paragrafo farò alcune considerazioni su questo tipo di

indicazione, che in maniera approssimativa, possiamo associare ai

pronomi deboli. Una reale evidenza è data dalle frasi 9 e 17 in

cui i rispettivi pronomi con valore 1/6 di secondo devono essere

necessariamente deboli: non possono essere clitici perché sono

separati dal verbo da altri pronomi, non possono essere pronomi

forti perché nella frase 9 l’indicazione è coreferente con il

soggetto estratto dalla sua posizione di base (PRESIDENTE

STATI UNITI); nella frase17 il pronome è un dativo estratto


dalla sua posizione di base. Rimane un dubbio sul pronome debole

legato al DP nella frase 8. Esso può essere un dimostrativo

debole, oppure un pronome di terza persona che, come i pronomi

di prima e di seconda persona dell’italiano, può selezionare un

complemento.

Quest’ultima potrebbe essere una caratteristica che accomuna

la LIS all’italiano.
327
Riguardo al pronome debole della frase 10, come ho già

osservato, potrebbe trattarsi di un’indicazione interna all’NP

AUTO + UOMO che significa autista, quindi è parte integrante


del nome stesso.

Per corroborare l’ipotesi sui pronomi deboli considererò un'altra

coppia di frasi elicitate.

In queste due frasi abbiamo un argomento marcato (LIBRO)

come topic. Il verbo regalare, che come abbiamo già visto, marca

due argomenti, in questo caso marca il soggetto e il beneficiario

coindicizzato con PIETRO. Le due frasi sono state elicitate una

di seguito all’altra vale a dire che è stato chiesto al segnante di

esprimere che aveva donato IL LIBRO, oggetto familiare sia al

segnante che all’interlocutore, A PIETRO; in sostanza, il

328
contesto in cui sono state richieste le frasi era un altro,

l’obiettivo era di individuare la presenza dell’articolo definito

nella frase. Il segnante ha articolato le due frasi glossate l’una

di seguito all’altra. Il pronome anaforico PE IXJ++, della frase

19, induce a pensare che la seconda frase faccia riferimento alla

prima. Da questo fatto scaturisce che nella prima frase il

pronome di prima persona è un pronome forte; nella seconda

frase, invece, essendo articolata in un contesto in cui era già

stata espressa la prima frase, il pronome di prima persona è

debole. In quest’ottica il pronome IO della seconda frase è un

pronome debole perché ha un antecedente nel pronome IO,

forte, della prima frase.

Va anche osservato che il pronome debole non può essere un

clitico perché il beneficiario (PIETRO), essendo in posizione

preverbale, si interpone tra il pronome e il verbo; i pronomi

deboli infatti non devono essere adiacenti al verbo (Cardinaletti

e Starke, 1999) Un'altra spiegazione di questo fatto è

costituita dal fatto che i pronomi di prima e seconda persona


329
essendo deittici, cioè sono articolati in presenza del parlante e

dell’interlocutore, a differenza dei pronomi di terza persona,

possono essere anche deboli per questo nella frase 19 il pronome

di prima persona (IX1p)ha un valore di durata che equivale a 1/6.

In sintesi, analizzando queste frasi, da un punto di vista

sintattico, possiamo assumere con Cardinaletti e Starke

(1999:152) che i pronomi deboli e i clitici, che in LIS

corrispondono a quelli con valore inferiore a 1/6 di secondo, non

possono stare in posizione periferica. I pronomi forti, che in LIS

corrispondono a quelli con valore superiore ad 1/6 di secondo

invece, possono stare in posizione periferica. Riguardo al fatto

che i pronomi deboli devono occorrere in una posizione derivata

e non possono stare nella loro posizione tematica alcune

osservazioni verranno fatte nel paragrafo seguente in cui

illustrerò alcune caratteristiche dei pronomi che possono essere

reduplicati e che assumo essere pronomi forti.

330
La reduplicazione e i pronomi forti: alcunti tests

Al fine di dimostrare che la reduplicazione dell’indicazione è

applicabile solo ai pronomi forti proverò a sostituire l’indicazione

reduplicata ad alcuni pronomi con valore di durata fino a 1/6,

delle frasi 8, 9 e 10 che qui ripeterò come 20, 21 e 22.

331
Come si può osservare dalle glosse, la sostituzione di un pronome

debole con un pronome reduplicato (indicato il simbolo +),

lasciando inalterate tutte le altre condizioni, rende la frase

agrammaticale. Occorre precisare che se la reduplicazione è una

caratteristica dei pronomi forti, non è detto che i pronomi forti

possano essere reduplicati in tutti i casi. Sembra che esistano

delle restrizioni sulla reduplicazione.

Se la reduplicazione è una caratteristica dei pronomi forti,

attraverso essa sarà possibile applicare alcuni test difficilmente

applicabili ai diversi pronomi rilevati sulla base della durata

perché, come abbiamo detto, nelle frasi elicitate, i pronomi

deboli spesso non vengono pronunciati e in loro luogo, nel caso di

verbi non flessivi, viene realizzata una flessione di tipo non

manuale. Ad esempio:

332
In sostanza durante l’articolazione del verbo il segnante sposta

la direzione del segno (che in ogni caso parte dal corpo) e delle

spalle verso l’oggetto. Si tratta di una condizione di “role

shifting”, nel senso di Zucchi (2004), del segnante sul soggetto.

Per concludere applicherò la reduplicazione al test di cliticità di

Kayne (1975) che fornisce un ulteriore elemento a sostegno

delle ipotesi fatte fin qui; con esso è possibile verificare come la

reduplicazione sia una caratteristica dei pronomi forti.

Kayne individua specifiche proprietà dei pronomi forti che, per

contrasto, i clitici non possiedono. Tra quelle applicabili alla LIS

ho individuato le seguenti:

a) I clitici non possono essere marcati contrastivamente mentre

i pronomi forti posseggono questa abilità. Un primo esempio è

costituito dalla frase 8, che come ho già specificato, ha

un’interpretazione marcata. Prendiamo adesso una frase con una

focalizzazione contrastiva.

333
Il segno dell’indicazione marcato, della frase 24, è accompagnato

anche da uno specifico tratto sovrasegmentale costituito

dall’inarcamento delle sopracciglia.

Un pronome reduplicato è un pronome foneticamente marcato,

mentre un pronome debole non lo è, per questo motivo questi

ultimi non possono stare in posizione periferica né essere

marcati contrastivamente (Cardinaletti e Starke, 1999).

b) Tra un verbo e un pronome forte si può inserire un altro

elemento mentre tra un verbo ed un clitico non è possibile.

Questo fenomeno in LIS è riscontrabile con le frasi 11,12 e 13

descritte sopra.

334
4. La posizione dei clitici della LIS: alcune analogie con uno

studio sul toscano e sul trentino.

In uno studio sui pronomi del toscano e del trentino, Brandi e

Cordin (1989) osservano che i due dialetti richiedono il soggetto

clitico non solo lì dove le corrispondenti frasi in italiano hanno il

soggetto nullo (ad esempio la frase in italiano Parli ha il soggetto

nullo mentre in trentino ha esplicito un clitico: te parli)17, ma

anche nelle frasi in cui il soggetto è espresso (ad esempio la

Maria la parla).
Contrariamente a lingue come il francese e similmente

all’italiano, questi due dialetti ammettono liberamente

l’inversione di soggetto verbo (ad esempio Gl’ha telefonato delle

ragazze).
Sulla base delle assunzioni di Chomsky (1982), Brandi e Cordin

(1989) ipotizzano che anche il trentino e il toscano siano lingue a

soggetto nullo e che il clitico non sia altro che la realizzazione

fonetica della testa di Agr che in una lingua come l’italiano non

ha realizzazione fonetica, mentre in toscano e trentino la testa


335
Agr viene espressa. Quindi, in questi dialetti, quando le frasi

presentano solo il clitico senza il soggetto pieno, si tratta di una

caduta del soggetto tonico secondo lo schema seguente:

Il fatto che in LIS coesistano nello stesso sintagma due

indicazioni, una forte, con una durata elevata e con tratti

referenziali forti, e una debole con una durata molto bassa,

conduce all’assunzione di due possibili soluzioni illustrate in

Brandi e Cordin (1989). La prima soluzione, caratteristica delle

lingue pro drop, può essere assimilata alla situazione del toscano

e del trentino dove i clitici occupano una posizione di testa della

proiezione INFL mentre il pronome, come NP occupa la posizione

336
di specificatore di INFL. Le due posizioni possono essere

ambedue riempite come nel caso della figura 4 che mostra un

sintagma della frase 10 che qui numererò come 27 .

La posizione del clitico può rimanere fonologicamente vuota,

come nel caso delle frasi elicitate dove abbiamo visto che spesso

i clitici vengono omessi. La frase 18, che qui ripeterò con 27, ne

costituisce un esempio: in essa il pronome di prima persona

(IX1P), in qualità di pronome forte è un NP pieno e occupa la

337
posizione di specificatore della proiezione di INFL, mentre la

posizione del clitico rimane foneticamente non realizzata.

La seconda soluzione prevede una situazione in cui il clitico è

solo fonologico e non sintattico (come nel caso precedente) e

che la sua posizione reale è quella di specificatore di INFL con

un antecedente in posizione di topic. In realtà osservando i

tratti sovrasegmentali della frase 9 della quale qui riprenderemo

solo la parte iniziale con il n. 28 questa soluzione non può essere

esclusa.
338
Sembra che il tratto sovrasegmentale che indico con DP sia una

dislocazione a sinistra in quanto, come ho già affermato in altre

situazioni, è caratterizzato dalle stesse espressioni del topic, in

tal caso il clitico costituisce la sua ripresa.

Strutturalmente la situazione sarebbe la seguente:

Riepilogando, nessuna delle due analisi illustrate è esclusa

perché negli esempi che ho rinumerato con 26 e 27 non c’è

nessuna evidenza che il soggetto costituisca un topic, nel


339
secondo esempio invece, i tratti sovrasegmentali marcano il

sintagma PRESIDENTE STATI UNITI IX distribuendosi su

tutta la sua estensione.

Alcune considerazioni sul soggetto nullo

Le analogie descritte nel paragrafo precedente costituiscono un

preludio ad uno studio del parametro del soggetto nullo in LIS. A

tal proposito vale la pena riprendere alcuni aspetti ai quali ho già

accennato nel corso di questo lavoro.

Nel capitolo 2 (par.5) ho indicato il diverso comportamento di

verbi flessivi e non flessivi in LIS. I primi, in virtù della

flessione forte, ammetterebbero l’assenza del soggetto, i

secondi invece, hanno un comportamento differente ed in

particolare sembra che prima e seconda persona verbale

richiedano sempre l’esplicitazione del soggetto, con la terza

persona, invece, è possibile omettere l’indicazione pronominale,

la direzione dello sguardo e/o la rotazione della testa o/e delle

spalle marcherebbero le persone verbali. In realtà abbiamo


340
anche visto che non sempre la marcatura non manuale è

sufficiente a giustificare il soggetto nullo; inoltre nelle frasi

prodotte spontaneamente è stata registrata la presenza di

numerosi clitici, sia con la prima persona sia con la terza

persona, anche con i verbi flessivi.

Nel paragrafo 3.4.1 di questo capitolo, in cui ho illustrato il ruolo

dei pronomi con un tempo di produzione molto basso, e che in

considerazione anche della loro distribuzione affermo essere

dei clitici, ho descritto il fenomeno coarticolatorio tra il verbo

ed il clitico che lo precede. Ho anche accennato alla possibilità di

un’evoluzione del fenomeno tale che il pronome clitico si

incorpori nel verbo, lasciando, come unica evidenza della sua

esistenza, i suoi tratti di luogo con i quali il verbo concorda. In

questa prospettiva, i tratti di luogo costituirebbero lo “spell-

out” dell’accordo ovvero ciò che rimane del clitico. Per sostenere

questa ipotesi ho indicato i verbi metereologici che durante

l’articolazione vengono localizzati in uno spazio sopra allo spazio


341
neutro. In questa sezione puntualizzerò meglio questo aspetto.

Un verbo come piovere ha la stessa articolazione del nome,

semanticamente corrispondente, pioggia; nella forma citazionale

sia verbo che nome vengono articolati nello spazio neutro. Per

capire se nella frase si sta usando un verbo piuttosto che un

nome, è necessario verificare la flessione del verbo. Visto che la

concordanza avviene con un pronome di terza persona

probabilmente nullo, la flessione per persona non è significativa

perché avverrebbe nello spazio neutro.

L’unica flessione possibile, è quella per aspetto che, come

abbiamo visto nel capitolo 4, in caso di omofonia tra verbo e

nome, marca il verbo. Ad esempio se si ripete il segno per pioggia

significa piove continuamente. Questa frase può essere espressa

nelle seguenti maniere:

342
Sintetizzando, le modalità di articolazione sono le seguenti: a) si

può anteporre un’ indicazione, b) il verbo è localizzato in un

punto dello spazio più alto rispetto al piano dello spazio neutro,

c) lo sguardo punta verso l’alto.

I verbi metereologici si comportano come i verbi che ho indicato

essere non flessivi, vale a dire che in caso di assenza della

flessione manuale questa viene sostituita da quella non manuale.

Ciò porta a concludere che potrebbe esistere un soggetto

espletivo costituito dai tratti dello spazio. In sostanza i tratti

dello spazio potrebbero costituire la forma fonetica del clitico.

Nella figura 1 è possibile constatare che il primo punto di

articolazione del verbo regalare coincide con il luogo dell’agente

e il secondo punto con il luogo del beneficiario.

Cardinaletti e Starke (1999) affermano che i pronomi espletivi

sono deficitari.

343
In LIS, infatti l’indicazione della corrispondente frase 29 è

breve e non può essere ripetuta.

5. Posizione strutturale dei pronomi in LIS

Riguardo alla posizione strutturale dei diversi tipi di pronomi, in

LIS assumerò gli studi di Cardinaletti e Starke (1999) i quali,

partendo dalle posizioni del DP, la cui proiezione più alta non solo

viene considerata come la realizzazione dei tratti di accordo e

dei tratti referenziali, affermano che esistono numerose

proiezioni funzionali associate alla testa nominale che dividono il

DP in diversi livelli funzionali. Il livello più alto, che realizza i

tratti referenziali, è il livello CP nominale.

Il pronome forte contiene tutti i livelli funzionali anche se non li

realizza foneticamente. I pronomi deboli e i pronomi clitici

mancando del livello CP, il livello dei tratti referenziali, non

possono essere né coordinati né modificati e, a livello di

struttura superficiale, i clitici devono occorrere in una

proiezione funzionale capace di assegnare loro i tratti di caso.


344
Per questo motivo i pronomi deboli e clitici devono ricorrere in

una relazione strutturale con AGR°. Il pronome debole, essendo

un XP, è nello specificatore di AgrP in una configurazione locale

con X°; i clitici invece, come teste, occorrono in una testa

funzionale FP che Cardinaletti e Starke (1999) ipotizzano essere

una testa associata ai tratti prosodici mancanti nei clitici ma

presenti nelle altre tipologie di pronomi. Pertanto i pronomi

deboli sono referenziali solo se sono associati ad un antecedente

(un NP o pronome forte), da soli non possono essere

interpretati.

In LIS semanticamente, un nome articolato in un punto dello

spazio, connota in maniera specifica quel punto: i riferimenti,

realizzati dal puntamento dell’indice nella stessa direzione, si

caricano dei tratti referenziali del nome. In assenza della

specificazione di un nome in un punto dello spazio, quest’ultimo,

abbiamo visto, va interpretato in relazione al segnante e

all’interlocutore, ovvero attraverso i tratti dello spazio [+/-

prossimale] [+/-distale]. Quando il puntamento è foneticamente


345
forte, caratterizzato cioè da un indice di durata superiore a 1/6

di secondo oppure dalla reduplicazione del puntamento, la

referenzialità è forte. Quando il puntamento è debole, con

indice di durata inferiore a 1/6 di secondo, la referenzialità è

debole e pertanto è ancorata all’NP che precede il puntamento

del luogo definito dello spazio.

Attraverso le frasi elicitate, sottoposte quindi al controllo della

grammatica normativa, si è potuto verificare che i riferimenti

allo spazio specifico possono essere realizzati attraverso la

concordanza forte, vale a dire attraverso i verbi flessivi, che

con la loro “direzionalità” marcano lo spazio riferibile ai due

argomenti che selezionano oppure, in presenza di un verbo non

flessivo, attraverso i tratti sovrasegmentali18. Una maniera per

interpretare questa differenza di comportamento tra i due tipi

di frasi, quella elicitata e quella spontanea, è assumere che in

LIS esistano due possibilità di “spell-out” dei pronomi clitici: la

prima è costituita dall’indicazione debole, la seconda, che viene

rilevata nelle frasi elicitate, è data dalla marcatura dei punti


346
dello spazio attraverso la concordanza, manuale o non manuale,

dei verbi. Se assumiamo che i punti dello spazio marcati da

questi verbi costituiscono una forma “spell-out” della forma

debole oppure clitica, possiamo verificare che verbi flessivi e

non flessivi alla fine possiedono tutti un pronome di ripresa

debole. Questa interpretazione consente di rivedere il

parametro del “prodrop” in una nuova luce.

Concordando con Cardinaletti (1994), è possibile affermare che i

clitici sono delle teste D mentre i pronomi forti possono essere

considerati come N°. Seguendo il sistema di Chomsky (1992,

1995), postulerò che il pronome forte, in virtù dei suoi tratti

referenziali, è generato in N° nella forma flessa, quindi con tutti

i suoi tratti di luogo, si muove dalla posizione più bassa per

risalire lungo tutta la proiezione estesa del DP fino D°, al fine di

controllare tali tratti flessivi.

347
A cura di!
Corsi Imparare Facile Online