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GENERE ANIMATO - INANIMATO 

Il primo a parlare di generi fu Protagora ( Πρωταγόρας, Prōtagóras; Abdera, 490 a.C. – mar Ionio, 415/411
a.C.), che li suddivise in: maschile*aρρενα, femminile θήλεα  e neutro σκε&η . 
Successivamente è Aristotele a parlare a sua volta di generi nella Retorica (Τέχνη ῥητορική o anche Περὶ
ῥητορικῆς) τà γένη (tà génē). ora, bisogna sottolineare che γένο può anche essere reso con "classe". Non a
caso con la parola genere viene intesa anche la classe nominale. Aristotele li divide in tre classi come fece
Protagora, usando gli stessi termini. 
Nell’arte grammatica (Τέ"νη γραμματική - Tékhnē Grammatiké) attribuita a Dioniso Trace si fa riferimento
anche ad altri due generi, il comune, come ȉππoς (cavallo) e l'epiceno come αετός (aquila). Con il comune si
indicano quei sostantivi che non marcano il genere naturale del referente (il sesso) attraverso una marca
morfologica dedicata, ma è l’accordo con eventuali determinanti/satelliti che permette di codificarlo. A
seconda che si intenda il cavallo o la giumenta nella lingua greca si opterà, per esempio, per l’articolo o per
l’aggettivo rispettivamente maschile e femminile; Epiceno invece, è un nome che, pur denotando referenti di
sesso differente, è codificato morfologicamente dalle marche del genere maschile o del femminile. (vd
ALIFFI 2003). Più completa è la definizione di Prisciano nelle Institutiones grammaticae, il cui modello, a
detta dello stesso autore latino, è Apollonio Discolo, autore greco del Περì συντάξεως. I generi sono due,
quelli che fanno riferimento al genere naturale, maschile e femminile. La prova di questa classificazione è di
carattere semantico-etimologico, il genere è così chiamato a generando, ossia che può generare. A questi si
aggiungono il comune e il neutro, e altri due ancora, l'omne e l'epiceno o promiscuo. Anche qui con
‘comune’ si intende un sostantivo il cui genere non è codificato da marche proprie che lo contraddistinguano,
ma indipendentemente che sia maschile o femminile viene specificato dal determinante, per esempio
l’articolo, l’aggettivo o il pronome.  
Il termine ‘neutro’, όùδέτερον, è attestato per la prima volta nella Tékhnē Grammatiké in cui si parla di un
tema triadico che annovera la categoria del maschile e del femminile, il terzo elemento indica un elemento
che, letteralmente, non è ‘né uno né altro. Come calco dal greco οùδέτερον, il termine neuter si è affermato
nella tradizione latina, definendo un nome appartenente a tale genere a partire da ragioni prettamente formali,
per esempio l'accordo con il pronome. Lo stesso Prisciano afferma che ‘comune’ e ‘neutro’ si distinguono
non per natura, ma per qualità della voce, cioè per la forma. 
Nella retorica σκεùη è il terzo elemento, e solo nella Poetica ( Περὶ ποιητικῆς) verrà definito da Aristotele
come qualcosa che è in mezzo τò μεταξù (da notare che Aristotele sottolinea come il neutro possa essere
usato per identificare sia il maschile che il femminile, cfr. (τò δὲ “τοũτο” θέλει μὲν τò μεταξù σημαíνειν,
πολλάκις δὲ σημαíνει κἀκεíνων ὲκἀτερον,«‘questo’ vuole significare il “neutro”, spesso però significa sia
quello che l’altro»)
Ora, bisogna notare che il significato originario di σκεùη è “vaso” e per estensione di significato viene ad
indicare “le cose, gli oggetti” (in opposizione a σῶμα “corpo”). A questo punto appare evidente che più che
neutro, la traduzione dovrebbe essere inanimato. Già Aristotele e Dioniso, a differenza di Protagora, avevano
capito che la prospettiva di tenere conto solo degli aspetti formali, o inerenti al “sesso” dell’oggetto, non
funzionasse più, ma che era necessario un approccio semantico. E questo è evidente proprio dall’uso che
viene fatto dal neutro, usato quindi per definire che esseri femminili o maschili. Quindi l’idea di genere
Inanimato, esiste fin dall’antichità, mentre quella di genere animato è molto più recente.
L’approccio semantico di Aristotele viene presto affiancato da un approccio di tipo formale, morfo-sintattico.
-prospettiva morfosintattica: si basa sul fenomeno dell’accordo che marca le funzioni grammaticali e
sintattiche. Nel caso della coppia “comune-neutro” i fenomeni di accordo riguardano soprattutto gli elementi
che accompagnano il nome. Nelle lingue in cui il maschile, il femminile e il neutro vengono codificati
espressamente (come le lingue antiche indoeuropee quali latino e greco), dal punto di vista morfologico il
“comune” non possiede una autonomia, o meglio, non presenta marche morfologiche. Nel caso in cui un
nome appartenga al genere comune, i determinanti si accordano a sostantivo cui si riferiscono, facendo
riferimento al genere naturale. Es. hic/hec sacerdos in latino. Diverso invece è il caso dell’inglese (danese o
nederlandese), per esempio, o comunque di quelle lingue che non marcano espressamente maschile e
femminile, ma che raggruppano questi due in una unica categoria, denominata comune, dove solo il pronome
disambigua il referente. Il genere comune qui si differenzia dal neutro. Invece il neutro ha una sua
conformazione morfologia precisa, per esempio in latino sia per i neutri cosiddetti forti, o radicali, sia per
quelli tematici la desinenza è -um. Anche qui però l’accordo può avvenire sulla base della caratteristiche del
referente.
Ancora più interessanti sono i casi di accordo verbale. In alcuni sistemi linguistici, i nomi che appartengono
al genere inanimato possono subire restrizioni, ossia non possono comparire in determinati contesti sintattici.
Per esempio, se abbiamo un predicato che richiede un argomento con i seguenti tratti distintivi [+animatezza]
[+individuazione] [+agentività], come con i verbi transitivi o biargomentali, non comparirà il genere
animato, tranne nel caso in cui a livello morfologico non sia codificato dalla marca di ergativo (in sistemi per
l'appunto ergativi) o marche agentivizzanti.
-prospettiva semantica: corrispondenza fra natura e genere naturale. Comune -neutro. Se comune presenta il
tratto [-neutro] e [più o meno maschile/femminile] neutro presenta invece i tratti [-maschile] [-femminile].
Altri tratti sono [-numerabilità] [-individualità]. Per quanto riguarda la coppia animato-inanimato.
L’animatezza è uno dei tratti semantici distintivi dei classificatori nominali, anche se in ogni lingua viene
distinta diversamente. In alcune separa uomini e animali, dagli oggetti, in altri gli uomini da animali e
oggetti. Esistono sottrogruppi connessi all’animatezza con tratti [+ umanità] che si combina con le inerenti
proprietà dell’animato e quelle socio-culturali. L’inanimato è caratterizzato dai tratti di materia (essenza) e
forma. La pertinenza di un tratto, comunque, è arbitraria, ancora di più se si tiene conto dei tratti culturali.
Meillet per esempio ha individuato, studiando l’ie, come l’acqua, entità inanimata, possa assumere il tratto
animatezza qualora il referente sia la personificazione o manifestazione di una forza attiva (vd. LAZZERONI
2002a e 2002b).
Quindi possiamo concludere dicendo che “neutro” e “comune” fanno riferimento per lo più al livello
morfologico, morfo-sintattico, mentre i tratti semantici sono perlopiù riferiti al referente. Al contrario
l’opposizione animato vs inanimato è perlopiù semantica, ma può includere tratti che fanno riferimento alla
sintassi. In alcune lingue come il russo o il protoie, le due coppie di categorie sono sovrapponibili, o meglio
la classe animato contiene il genere maschile e femminile, mentre il neutro è una sottocategoria
dell’inanimato. Questo sistema nominale è stato definito da Hjemlslev come sublogico. Nonostante questo,
la sovrapposizione non è mai totale, in quanto si comportano diversamente. Per esempio, in greco, latino o
antico indiano, i nomi marcati dal genere neutro e comune si comportano diversamente in determinati
contesti, quando può essere codificato come animato o non animato, e quest’ultimo (che nelle lingue storiche
ha preso il nome di “neutro”) non compare liberamente in tutti i contesti.
Esempio dei meccanismi appena presentati con il caso dell’Ittito (variante anatolica dell’indoeuropeo).
(Grammatica- Hoffner, Melchert) nel sistema linguistico dell’ittito le coppie comune-animato, neutro-
inanimato sono interscambiabili, ma bisogna sottolineare come la definizione di comune e neutro, per l’ittita,
non corrisponde a quella data per le altre lingue storiche. In quanto in tale lingua non esiste a livello
morfosintattico un accordo con i determinanti in termini di genere naturale. L’accezione comune qui è
indifferente al sesso del referente, in quanto si riferisce solo alle funzioni sintattiche. Un’altra caratteristica
interessante di tale lingua riguarda sempre il comportamento dei nomi inanimati che non possono ricoprire
ruoli di agente, a meno che non siano marcati da un suffisso agentivizzante. (fenomeno che ha portato
studiosi a credere che l’ittita sia un sistema ergativo o ergativo-scisso).
RIFERIMENTI
2014, Orioles, V. - Bombi, R. - Brazzo, M. (eds.), Metalinguaggio. Storia e statuto dei costrutti della
linguistica (Lingue, Linguaggi, Metalinguaggio 12), pp. 595-612 .
IL GENERE FEMMINILE IN ITALIANO NEI NOMINA AGENTIS
Il femminile dei nomi d’agente esisteva già nel latino, con le coppie rector/rectrix, arbiter/arbitra.
Anche nella nostra lingua i nomina agentis femminili esistevano già da tempo. Per esempio Dante usa il
termine ministra.
Ora vediamo più in dettagli questi nomina agentis:
NOMI DI GENERE FISSO: quando maschile e femminile appaiono come due termini separati che non
hanno radici in comune. Vedi fratello-sorella, padre-madre, toro-vacca ecc.
NOMI DI GENERE COMUNE: nomi di fatto ambigeneri, prendono l’articolo in base al sesso naturale del
referente. Per esempio: il/la geometra, il/la custode, il/la pediatra ecc.
NOMI DI GENERE PROMISCUO: nomi che hanno solo una forma (di base maschile) il cui corrispettivo si
forma aggiungendo un descrittore: tasso, tasso femmina, tigre, maschio della tigre. Per chiarire ancora
meglio, se dico il tasso, in questo caso mi riferisco sia al tasso femmina che al tasso maschio, così come se
dico tigre, o se dico IL PEDONE, il pedone mario rossi, il pedone elena qualcosa. Nonostante il nome sia
femminile l’articolo è sempre il perché fa riferimento solo al genere grammaticale, NON naturale.
NOMI DI GENERE MOBILE: si declinano in base alle regole morfologiche previste dall’italiano. Es.
rettore/rettrice, maestro/maestra, ingegnere/ingegnera. Esistono poi coppie irregolari, come abate-badessa,
dio-dea, eroe-eroina, dove muta anche la radice della parola.
Quindi: fare la battuta, adesso dico pediatro o geometro, dimostra solo di avere ignoranza della propria stessa
lingua che tanto volete difendere (in quanto sono termini di genere comune). Così come guardia è di genere
promiscuo,