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Elisabetta Jezek: Lessico

Capitolo 1: nozioni di base, tipo di lessicalizzazioni, cosa è una parola


Concetti base  per lessico si intende l’insieme delle parole di una lingua, il
dizionario è la descrizione di questo lessico. Il lessico quindi è il contenuto del
dizionario. Vocabolario : fa riferimento sia all’insieme di vocaboli (lessico) che
all’opera che lo raccoglie. Esistono più dizionari di una lingua, quindi il lessico e le
regole grammaticali possono essere presentati e descritti secondo vari punti di vista.
 Numero preciso di parole di una lingua è difficile da stabilire, quindi il
dizionario può essere incompleto però contiene sicuramente più informazioni
rispetto alla competenza lessicale del parlante, che magari non sa l’etimologia,
la data di prima attestazione.
 Lessicologia  studia il lessico di una lingua per individuare le proprietà delle
parole e illustrare il modo in cui queste si combinano. Viene elaborata una
teoria del lessico, cioè un’ipotesi su come il lessico è strutturato e di un
modello lessicologico, cioè di un insieme di strumenti formali in grado di
rappresentare questa struttura.
 Lessicografia  lo scopo è la compilazione delle fonti lessicografiche.
Individua le modalità ottimali per descrivere i significati, le proprietà
grammaticali, gli usi delle parole in un dizionario.
Concetti e codifica lessicale:
Le parole hanno un contenuto  significato, ci interessa sapere come questo viene
associato alle parole. La codifica lessicale o lessicalizzazione è la diretta associazione
di un concetto con una forma lessicale, che ha quale risultato l’esistenza di una
parola  ogni parola di una lingua è frutto di lessicalizzazione. Una seconda
interpretazione di lessicalizzazione: una sequenza di elementi lessicali acquistano
valore di unità lessicale con significato autonomo (il participio di cantare, ovvero
cantante si è lessicalizzato). Una terza interpretazione è statica: considera la
lessicalizzazione dal punto di vista del risultato; ogni parola di una lingua costituisce
una lessicalizzazione. Liberty/ freedom sono due lessicalizzazioni per indicare la
“libertà”.
Tipi di lessicalizzazioni  spesso una combinazione di concetti è espressa da una
singola parola, ad esempio andare unisce il concetto di moto (generico) a quello di
direzione (lontano da chi parla); correre accanto al moto non esprime la direzione ma
la maniera in cui ha luogo il movimento; camminare accanto al moto esprime lo
strumento (piedi); zoppicare accanto al moto esprime sia lo strumento sia la maniera.
Possiamo chiamarle lessicalizzazioni sintetiche, dove c’è stata la compressione di più
elementi di contenuto in uno stesso elemento lessicale. Lessicalizzazioni analitiche 
quando un concetto unitario è espresso da più parole, ad esempio avere paura, essere
stanco  contenuto è espresso da più elemento lessicali. In genere le lingua
dispongono di entrambi i procedimenti, uscire/andare fuori.
Lessicalizzazioni descrittive e lessicalizzazioni etichettanti  nelle prime, il designato
(ciò a cui il nome si riferisce) è associato alla parola tramite una descrizione; nel
secondo caso è associato tramite un’etichetta. Lavoratore (colui che lavora) è
descrittivo, mentre medico è etichettante. Spremiagrumi è descrittiva. L’inglese corn <
granum indica il grano , in origine però “ciò che è stato invecchiato, seccato”, quindi
era descrittivo, anche se oggi lo interpretiamo come etichettante.
Confrontando le lingue notiamo che alcune non lessicalizzano i concetti, ad esempio
in olandese esiste una parola che indica “utensile per affettare il formaggio”, cosa che
in italiano non c’è. Il nostro tempo in inglese è espresso da time, weather, tense a
seconda del significato  segmento concettuale diviso in tre parole. L’inglese
watch/clock  orologio da polso, orologio a parete, le nostre non sono proprio parole
ma unità polirematiche. Quindi le lingue divergono sia nel modo in cui segmentano i
concetti, sia nel modo in cui associano uno stesso contenuto agli elementi lessicali.

Significato lessicale e grammaticale:


anche le strutture sintattiche e morfologiche hanno un significato. Esistono le parole
contenuto e le parole funzione; si parla anche di parole lessicali e grammaticali, o
parole piene e vuote.
Nel primo gruppo sono state indicati i nomi, aggettivi, verbi e avverbi; mentre nel
secondo articoli, pronomi, congiunzioni e preposizioni  i primi forniscono il
contenuto (sono autonomi), i secondi svolgono delle funzioni (acquisiscono un
significato in relazione alle parole contenuto). Il significato delle parole contenuto è
chiamato lessicale (o materiale), quello delle parole funzione è chiamato significato
grammaticale (o formale). Primo gruppo  insieme aperto; secondo gruppo 
insieme chiuso. Alcuni verbi però sono tipici esempi di parole funzione  come gli
ausiliari; alcune preposizioni appartengono al primo gruppo (sopra, con), altre al
secondo (a,da); come gli avverbi in -mente (velocemente) / non (di funzione).
Strutture sintattiche e morfemi non lessicali  il passivo è una struttura sintattica che
un significato grammaticale, presenta un evento dal punto di vista dell’elemento
passivo. Il morfema -a indica il genere (femminile) e il numero (singolare), come in
ragazza. Sono significati di tipo grammaticale perché non forniscono il significato
lessicale di una parola. È opportuno distinguere tra categoria semantica (il concetto
di passivo, il concetto di genere) e la sua realizzazione formale (struttura passiva, il
morfema di genere). Uno stesso concetto può essere espresso tramite diversi
strumenti linguistici  vediamo l’opposizione di dare/ricevere , quest’ultimo indica
un’azione passiva, quindi il passivo è espresso da un mezzo lessicale, una parola.
 Uno stesso concetto può essere espresso con mezzi linguistici diversi ma è
anche vero che certi tipi di concetti tendono a essere espressi da elementi
lessicali, altri da elementi grammaticali, altri da strutture sintattiche.
 Il numero, genere, tempo, aspetto e diatesi  categorie che possono essere
espresse anche da mezzi lessicali:
1. Numero: in genere attraverso morfemi, ma vediamo ad esempio goose, geese o
il grado zero fish, fish.
2. Genere: padre/ madre, fratello/sorella.
3. Tempo: fa riferimento alla distinzione tra passato, presente e futuro. Questi
sistemi verbali sono diversi da lingua a lingua (tipi di futuro in inglese) e il
significato temporale a volte viene espresso tramite avverbi (domani sera).
4. Aspetto: come un evento è presentato linguisticamente, può essere presentato
nel momento iniziale (sta per piovere), nel momento progressivo (sta
piovendo). Può essere espresso attraverso la morfologia (tempo perfettivi e
imperfettivi, cantai/cantavo), la sintassi (Giulia canta una canzone/ Giulia
canta, il secondo evento non è delimitato nel tempo), il lessico (dormire,
durativo, addormentarsi, ingressivo).
5. Diatesi: attiva o passiva; c’è la costruzione sintattica passiva ma ci sono anche
verbi che possiedono un significato passivo.
Quindi non c’è una distinzione netta tra significati lessicali e grammaticali, si parla di
tendenza.
La nozione di parola: partiamo dal calcolo delle parole in una lingua, che non è facile.
Le forme flesse sono diverse forme della stessa parola di riferimento  è l’infinito del
verbo, il singolare per il nome, ecc… lessema è l’unità del lessico assunta come forma
base; lemma (o entrata lessicale) corrisponde alla singola voce di un dizionario e che
è la controparte del lessema. Riguardo alle parole derivate possiamo dire che sono
parole diverse, hanno una forma diversa ma anche un diverso significato. Composti
 capotreno, aspirapolvere; nei dizionari composti di questo tipo sono presentati
come lemmi. Espressioni nominali e verbali  palla al piede, cibo per cani; buttare via,
chiedere scusa, sono delle sequenze ed esprimono un concetto unitario, sono cioè un
costituente semantico. Nel caso di sala d’attesa non possiamo cambiarne una parte.
Le espressioni linguistiche costituite da più parole sono chiamate unità lessicali
superiori/polirematiche/costruzioni lessicali. Quando queste espressioni hanno un
significato non composizionale, su parla di locuzioni, espressioni idiomatiche,
fraseologie. Una stessa parola può avere più significati, come carattere (di una
persona e il segno grafico) e carattere1, carattere2 come vanno intesi?  omonimi ,
(cioè due parole con la stessa grafia e suono ma significato diverso, come anche lira),
oppure come unico lessema polisemico (un’unica forma portatrice di più significati in
cui il significato originario è lo stesso ma si è esteso anche a più referenti). Se due
parole hanno diversa etimologia  due omonimi; secondo criterio è la “parentela tra
i significati”, cioè se i diversi significato possono essere messi in relazione, siamo di
fronte a un lessema polisemico.
Modi per identificare le parole in un testo  ci deve essere coesione tra le parti
costituenti e l’ordine fisso tra le parti costituenti; in più deve essere anche autonoma
(da solo ha un senso compiuto). Si può fare il test di separabilità: separare le parti
costituenti di una parola e inserire degli elementi tra l’una e l’altra  se non si può
allora i costituenti sono una parola. Una parola può essere modificata globalmente,
non in una sua parte: carta di credito - *una carta nuova di credito, buttare via
qualcosa – butto ogni giorno via le immondizie, chiedere scusa – chiedere spesso scusa.
In genere le sequenze verbali possono essere facilmente modificate da avverbi
semplici (subito, spesso)  stare sempre male. Test n°2: scambiare l’ordine dei
costituenti, se il cambio non si può fare allora la sequenza è una parola complessa.
Parola= le sue parti hanno un ordine fisso. È di credito la carta che hai trovato? – è da
cucina il coltello? Il secondo esempio non è completamente sbagliato
grammaticalmente parlando. Ci sono sequenze di parole che si comportano come
parole semplici, alcune sequenze però sono più simili a dei sintagmi.

Tipi di parole  parole nate attraverso le regole di formazione, parole nate dalla
fissazione dei rapporti semantici e sintattici tra due o più parole semplici che
frequentemente concorrono (pure troppo “anche troppo” > purtroppo
“sfortunatamente”). Dal punto di vista della forma  parole semplici (unico morfema
lessicale libero), parole complesse (tavolino, senzatetto). Parole complesse con
struttura interna di tipo morfologico:
 Derivate
 Composte
Parole complesse con struttura interna di tipo sintattico:
 Parole sintagmatiche: sala da pranzo, sono dei sintagmi fissi, come agenzia di
viaggio (nome+di+nome), mulino a vento (nome+a+nome, mettere giù
(verbo+avverbio), fare festa (verbo+nome). Questi sono esempi di profili
sintagmatici assimilabili alla parola.
Composti: incorporanti (spesso è l’incorporazione di un nome in una radice verbale
per dare vita a un verbo nuovo, manomettere), giustapposti (più elementi lessicali
accostati in sequenza lungo la catena sintagmatica, divano letto, busta paga).
Sintagmi fissi: libro di testo.
Tipologia della parola: almeno cinque tipi  isolanti, polisintetiche, agglutinanti,
fusive e introflessive. Questi tipi riguardano più la morfologia della lingua, più che la
struttura morfologica delle singole parole.
1. Cinese mandarino, vietnamita: unico morfema lessicale libero, che ha in
genere un solo significato ed è invariabile. Anche il plurale è indicato da un
morfema.
2. Lingue parlate in Alaska: formate dall’unione di più morfemi sia lessicali che
grammaticali. La parola assomiglia ad una frase, è formata da tanti morfemi
ognuno dei quali ha un suo significato.
3. Turco: formate da un morfema lessicale e da uno o più morfemi flessivi e
derivazionali in un ordine rigido; in qualsiasi contesto hanno lo stesso
significato
4. Italiano: un unico morfema spesso ha più significati e lo stesso significato può
essere espresso da più morfemi. Cantavano = cant- (morfema lessicale) a-
(classe flessiva) v- (tempo, aspetto imper modo indicativo) -ano (plur terza
persona).
5. Lingue semitiche: considerate un sottotipo delle lingue fusive; le parole sono
formate dall’innesto di un morfema formato da vocali in una radice lessicali
composta da consonanti, che diventa parola solo quando è completata
dall’innesto. Radice araba ktb,  kataba (scrisse).
Capitolo 2: l’informazione lessicale
È quell’insieme di informazioni che si suppone siano contenute in una parola  le
proprietà della parola. L’informazione più evidente è il suo significato (abbiamo già
visto significato lessicale e grammaticale), un’altra distinzione da fare è tra significato
denotativo (estensione) e significato connotativo (intensione). Il primo è anche
chiamato descrittivo è la proprietà di una parola di poter indicare non soltanto un
singolo oggetto ma anche l’intera classe (proprietà tipica dei nomi comuni) e può
essere unico o plurimo (perla  parola polisemica)  è la parte oggettiva del
significato di una parola. Il secondo riguarda gli aspetti del significato che hanno un
carattere di attributo  proprietà che possono aggiungersi al significato di base 
attitudine del parlante (significato emotivo), significato stilistico (bicicletta/bici),
l’intenzione comunicativa del parlante (significato pragmatico).
Un altro significato è il collocazionale: significato che assume soltanto in una
collocazione con un’altra parola (lanciare+messaggio).
Le parole però hanno le proprietà foniche > un suono, una struttura sillabica,
l’accento, un insieme ordinato di fonemi. Proprietà grafiche > caratteri attraverso i
quali è resa una parola nella tradizione scritta. La corrispondenza tra suono e grafia
può essere più o meno aderente: l’italiano ha tra simboli c,ch,q per lo stesso suono, e i
suoni s,z per lo stesso simbolo. Proprietà morfologiche > hanno struttura morfologica
le parole formate da più morfemi (quindi non parole come bar, ieri ma i derivati e i
composti); il comportamento morfologico, nelle lingue dotate di flessione, le parole
possono appartenere ad una specifica classe flessiva (rosa è un aggettivo invariabile,
rimane immutato anche al plurale). Appartenenza ad una classe lessicale > questa
proprietà si evidenzia nel comportamento sintattico, sia nel comportamento
morfologico delle parole (riguardo al primo possiamo dire che una parola, in base alla
classe di appartenenza, ammette intorno a sé certi contesti: pasto è un nome e può
essere preceduto da un articolo, accompagnato da un aggettivo  contesto nominale,
verbale, aggettivale… per indicare il contesto tipico di una parola; per il secondo
possiamo dire che una parola si presta a certi tipi di modificazione morfologica
rispetto ad altri: il verbo è flesso per il tempo).
Ci sono parole che possono avere più di una classe lessicale (l’inglese bottle è sia
nome che verbo), questo è norma nelle lingue isolanti, ma anche il nostro dubbio >
nome e aggettivo (un caso dubbio), veloce.
Alcune parole hanno anche il predicato (elemento linguistico che descrive una
situazione, uno stato di cose, un’azione, un evento) e l’argomento (elemento
linguistico che indica uno dei partecipanti dell’evento o situazione del predicato e
che deve essere nominato affinché il predicato abbia senso)  argomento è il
complemento ma solo i complementi obbligatori sono anche argomenti. Gli elementi
che si possono tralasciare sono elementi accessori o circostaziali. Chiamiamo lo
schema minimo di argomenti necessari la struttura argomentale del verbo > può
prevedere un numero di argomenti da 1 a 3  piovere (zero argomenti),
nuotare/cadere (monoaergomentale), conoscere (biargomentali), dare
(triargomentali). Il predicato ha in sé anche un’altra proprietà  l’aspetto, cioè come
viene presentato un evento.
Conoscenza encicopledica  l’insieme di conoscenze che un parlante associa al
concetto espresso da una parola e che gli derivano dalla sua esperienza del mondo.
La distinzione tra informazione lessicale e conoscenza enciclopedica non è facile da
tracciare, secondo alcuni non è neanche necessaria; ovunque si collochi il confine è
bene ricordare che la prima è un elemento condiviso.

Capitolo 3: il significato delle parole


Semantica lessicale  studia il significato delle parole. È difficile stabilire il
significato delle parole perché la maggior parte di esse acquistano un diverso
significato a seconda del contesto (sacco / ho mangiato un sacco) e perché il
significato della frase parte dal significato delle parole, ma quello della frase non è
dato solo dalla somma dei significati delle parole. Semantica lessicale e frasale sono
quindi complementari.
Contesto  insieme di elementi linguistici adiacenti a una parola (che la precedono o
la seguono)  contesto sintattico (può essere nominale, verbale, aggettivale, ecc… gli
elementi adiacenti sono visti dal punto di vista sintattico) e contesto semantico
(insieme degli elementi adiacenti alla parola visti dal punto di vista delle loro
proprietà semantiche); contesto linguistico e contesto situazionale (in alcuni casi il
significato di una parola non è chiarito dagli elementi che la precedono o seguono,
come in ho mangiato un sacco, ma dalla situazione comunicativa  volontà del
parlante).
Ambiguità  è la proprietà di una forma lessicale di avere più di un significato:
 Ambiguità contrastiva (o omonimia): miglio (unità di misura) / miglio (pianta),
i due significati sono contraddittori nella loro natura
 Ambiguità complementare (o polisemia): collo > collo di una bottiglia, i
significati hanno una relazione tra loro.
Le parole più polisemiche sono i verbi  il loro significato è incompleto, e viene
riempito dagli elementi (argomenti) con i quali formano la frase: aprire una finestra /
aprire un conto in banca (avviare) /aprire il gas (mettere in funzione).
Ci sono dei chiari schemi di polisemia  alternanze di significato proprie di intere
classi di elementi lessicali, ad esempio per quanto riguarda i nomi:
1. Massa/oggetto: oro / le hanno rubato tutti gli ori  Sineddoche, il significato
viene trasferito sulla base di una vicinanza semantica, la relazione di contiguità
è di maggiore o minore estensione (la parte per il tutto, il plurale per il
singolare, il genere per la specie); in questo esempio il significato si estende
dalla sostanza all’indicazione degli oggetti fa
2. Contenitore /contenuto: bicchiere /ho bevuto un bicchiere  Metonimia,
attraverso la quale il significato si estende per contiguità concettuale, abbiamo
ad esempio l’astratto per il concreto e viceversa.
3. Prodotto/produttore: la nuova Toyota/la Toyota ha licenziato…
4. Pianta/frutto: limone
5. Processo/risultato: la costruzione della casa durerà mesi/ la nuova costruzione è
alta due piani
6. Luogo/persone o istituzione: Università/l’Università ha eletto il nuovo rettore
 Metonimia
7. Proprietà/ persona con la proprietà: raggiungere la celebrità/parla solo con le
celebrità
8. Evento/cibo: ci siamo visti a pranzo/il pranzo era buono
Metonimia e Sineddoche  significati estesi; Metafora è alla base dei significati
figurati (il significato di una parola si estende per similitudine).
Vaghezza delle parole  il cui significato non è definito nei suoi confini, ma si
definisce nella situazione comunicativa (alto, basso, largo, caldo, bambino,
adolescente, vecchio)  “è ancora un ragazzo” è poco precisa.
Teorie sulla natura del significato 
 Referenziale: le parole sono lo strumento attraverso il quale facciamo
riferimento a ciò che esiste e a ciò che accade nel mondo (la sedia che ho
comprato è comoda: con “sedia” ci riferiamo a un determinato oggetto esistente
nella realtà)  le parole possono stabilire una relazione (riferimento) con gli
elementi della realtà. Le parole da solo non hanno un riferimento, cioè lo hanno
quando sono utilizzate da qualcuno. L’atto del riferimento può avvenire
attraverso la denotazione (“pesce” denota una classe, “si mangia pesce”) o la
designazione (“pesce” designa un particolare elemento, “il pesce che ho
mangiato”). Nata sotto l’impulso di logici, matematici e filosofi come Frege e
Russel.
 Mentalista o concettuale: il riferimento parole-realtà non è diretto ma avviene
attraverso delle immagini mentali che noi costruiamo  concetti. Questa idea
non respinge la prima teoria a patto di affermare che le parole non fanno
riferimento direttamente alla realtà extralinguistica ma fanno riferimento al
modo in cui la realtà è costruita nella mente. Aristotele: nel linguaggio entrano
in gioco le cose, le immagini mentali delle cose e le parole foniche. Il pensiero ha
un ruolo fondamentale e attraverso le parole possiamo parlare anche di cose
astratte. Questo approccio è alla base della semantica cognitiva (enfatizza il
rapporto della semantica con le diverse abilità della menta umana)  questo
approccio quindi pone l’accento su aspetti psicologici ed enfatizza il legame che
esiste tra l’attività di concettualizzazione dell’individuo e la sua esperienza
fisico-percettiva, a differenza di altri approcci. Concetti cognitivi/lessicalizzati
secondo Schwarze: secondo lui solo questi ultimi formano il significato lessicale
di una parola; i primi sono delle entità instabili e possono essere diversi
individualmente mentre i secondi sono più stabili e condivisi.
 Strutturale: il significato ha in primo luogo una natura relazionale  il
significato di una parola consiste nello specifico valore che assume in relazione
alle altre parole presenti nella lingua che fanno parte dello stesso campo
semantico. Il valore semantico di una parola è il suo contenuto informativo
acquisito per esclusione (una parola significa ciò che non è significato dalle altre
parole).
 Prototipo: questa teoria è uno degli sviluppi della teoria mentalista, ed è la più
condivisa. Nozione di “prototipo” come “elemento esemplare di una categoria” 
in ogni categoria riuniamo oggetti o eventi che condividono somiglianze,
procediamo per associazione, dissimilazione  mettiamo in atto delle strategie
cognitive. Secondo questa teoria la categoria è interpretata come un insieme di
elementi che vede al centro un elemento esemplare e attorno a questo prototipo
ci sono altri elementi che si avvicinano più o meno ad esso. Il concetto chiave è la
similitudine  la categorizzazione è un concetto di somiglianza a un prototipo e
ci sono confini sfumati della categoria, non netti. Si passa quindi dalla nozione di
“significato=concetto” a quella “significato=concetto con al centro un prototipo”.
Esempio: parola “sedia”  il suo significato prototipo è “oggetto fisico, fatto per
sedersi, con quattro gambe, con uno schienale, con un piano orizzontale” ma la
parola “sedia” può indicare anche oggetti diversi dal prototipo (sedia senza
schienale) quindi in questo caso la parola “sedia” non fa riferimento alla parola
esemplare ma agli elementi legati a quest’ultimo da somiglianze. Problemi del
concetto di prototipo  non andrebbe interpretato come entità concreta, ma
come entità astratta, un costrutto mentale ma  il giudizio di prototipicità si
basa su entità specifiche. Un altro problema è che si è notato che ci sono
membri più esemplari rispetto ad altri  se pensiamo ai numeri dispari,
pensiamo prima al numero 3 poi al 23.
Queste interpretazioni sono tutti tentativi di comprendere i vari aspetti del
significato.
Calcolo sintagmatico del significato  è la semantica frasale, che spiega come si
forma il significato di una frase partendo da quello delle parole. Problemi principali:
la contestualità del significato e la polisemia.
Il principio di composizione  è il principio fondamentale utilizzato per spiegare
come a partire dalle parole si formi il significato della frase (matematico Gottlob
Frege): Sₑ=Sx + Sy + Sz (X,Y e Z sono parole). Però ci sono le polisemia, il linguaggio
figurato, le espressioni idiomatiche, questi problemi possono essere risolti con:
1. Teorie basate sull’enumerazione dei sensi  i diversi significati di una parola
polisemica sono tutti elencati nella parola, cioè nella sua semantica lessicale. È
il contesto che ci permette di selezionare il significato ad esempio di una
parola polisemica  il contesto sintagmatico permette di fare delle restrizioni.
2. Teorie basate su una concezione dinamica del significato lessicale  le parole
sono entità permeabili, il significato di ogni parola reagisce con quello delle
parole adiacenti e il risultato di questa interazione genera il significato della
frase. Questa teoria è oggi condivisa da molti studiosi di semantica. Accanto al
principio composizionale ci sono anche la co-composizione, forzatura (o
conversione) del tipo semantico e il legamento selettivo per descrivere i diversi
tipi di interazione semantica:
 Il significato di un verbo è definito da quello dei suoi argomenti: Luca ha cotto
la carne / Lucca ha cotto il pane, il verbo “cuocere” è diverso nelle due frasi,
nella prima porta a un cambiamento di stato, nella seconda porta alla
creazione del pane. I significati di cane e pane completano quello di cuocere.
Oppure il verbo tagliare: tagliare il pane (affettare) / tagliare l’erba (falciare).
Non è una semplice somma, ma il verbo è ridefinito dal complemento con cui
si combina.
 Tipico dei verbi aspettuali come finire, smettere, iniziare, durare  verbi che
richiedono che il loro complemento oggetto indichi un evento, finire gli studi,
smettere una cura. Il complemento oggetto denota un oggetto fisico e questi
verbi “forzano” l’oggetto ad assumere un’interpretazione che chiamiamo
eventiva  espressione che denota un evento, come in ieri ho iniziato un nuovo
libro  l’attività di lettura, non l’oggetto fisico. La forzatura può esserci anche
con le preposizioni temporali, come prima, dopo, che come i verbi richiedono
di essere completata da un nome che denota un evento: il dolce era delizioso
(dolce=cibo)/dopo il dolce andiamo a casa (dolce=evento del mangiare). I
significati delle parole si combinano, non sono semplicemente sommati.
 Spiegato attraverso combinazioni aggettivo-nome: è un buon medico, ma ha un
brutto carattere/un buon libro da leggere  buono è un aggettivo polisemico e
si crea un legame con il nome in cui l’aggettivo seleziona una specifica
porzione del significato del nome e modifica solo quella porzione 
modificazione selettiva della semantica del nome. Anche i nomi
contribuiscono a completare il significato dell’aggettivo.
Modi per rappresentare il significato delle parole: sono stati proposti vari formalismi,
quello basato sul concetto di tratto semantico, sul primitivo semantico e sul
postulato del significato.
1. Basato sull’idea che il significato delle parole possa essere descritto come un
insieme di componenti, ognuno dei quali corrisponde a un “pezzo” di
significato. I tratti sono stabiliti tramite delle opposizioni  con il confronto
tra uomo e donna viene fuori il tratto maschio. I tratti funzionano come delle
categorie binarie: o sono presenti o sono assenti (uomo = +umano, +adulto,
+maschio). Il primo che ha utilizzato i tratti distintivi per descrivere il
significato delle parole è Hjelmslev (1961). L’analisi dei tratti consente di
elaborare delle tassonomie, delle classificazioni di tipo piramidale delle parole
e dei concetti (figura pag 88). L’unico tentativo di applicazione a un intero
lessico è quello attuato da Alinei sul lessico italiano, che ha considerato tratti
distintivi tutte le parole presenti nel dizionario  ovviamente è complicato per
descrivere l’intero lessico, funziona meglio con piccoli gruppi di parole e a
volte non bastano per descrivere ad esempio il geranio = pianta + fiorisce + ???
2. Il significato è costruito attorno a uno o più elementi basici chiamati primitivi,
che si presentano come delle parole ma vanno pensati come dei concetti.
Correre contiene il verbo fare perché è un’azione deliberata, il soggetto fa
qualcosa. È basato sulla decomposizione del significato, che parte da esso fino
ad arrivare all’identificazione del nucleo del significato. Questa analisi si presta
bene nell’analisi dei verbi: rompere  (x Causa (y Diventa rotto)) dove
x=Anna, y=la chiave  Anna ha rotto la chiave. Problemi del metodo: non è
chiaro quanti primitivi ci siano e quali siano, per questo Wierbicka ha
proposto 60 primitivi chiamati semantic primes. Sono parole presenti in tutte
le lingue del mondo: I, you, someone, people, do, move, because, if… sono
primitivi che esprimono concetti di natura universale. Questo procedimento a
volte è incompleto, poi hanno ipotizzato che alcuni significati non sono
organizzati intorno a un primitivo semantico, ma sono disponibili ai parlanti
in blocco, come degli atomi non analizzabili.
3. È una corrispondenza che viene stipulata tra elementi lessicali sulla base del loro
significato. Anziché decomporre il significato si può definire il significato con
questa corrispondenza tra parole a patto che una delle due esprima almeno una
porzione o un aspetto del significato dell’altra: frantumare (x Causa (y Diventa
[rotto] [a piccoli pezzi]))  x=il colpo, y=il vaso, il colpo ha frantumato il vaso –
rompere (a piccoli pezzi). Questa postulazione può essere equivalente, come in
questo caso, o di parziale equivalenza, perché frantumare non significa proprio
rompere. Qui anziché usare solo i primitivi semantici, utilizziamo le relazioni
semantiche tra gli elementi lessicali. Dik parla infatti di decomposizione lessicale
a tappe, che si arresta quando si individua un’altra parola, il cui significato è
incluso nella prima, e si stabilisce un postulato. Morire Diventare morto 
morire diventare morto.
Capitolo 4: la struttura globale del lessico
Classi di parole: insieme di parole che condividono una o più caratteristiche dal punto
di vista del comportamento morfologico o sintattico, le parole però possono
appartenere a più classi. L’italiano prevede nove classi, che dal punto di vista
morfologico possono essere variabili (soggette a modificazioni morfologiche, come
articoli, nomi, aggettivi, verbi e pronomi) e invariabili (avverbi, preposizioni,
congiunzioni, interiezioni). Dal punto di vista lessicali abbiamo classi aperte (nomi,
verbi, aggettivi, avverbi) e classi chiuse (articoli, pronomi, preposizioni, congiunzioni).
Alcune classi sono considerate principali, e queste sono il nome, il verbo, l’aggettivo e
l’avverbio, ma ci sono varie opinioni. La discussioni sulle classi di parole è molto antica
ed è tema discusso in diversi ambiti della linguistica, sono venute fuori queste
considerazioni:
1. La classe di parole costituisce un fascio di proprietà di tipo diverso, cioè
l’appartenenza di una parola ad una classe si manifesta a più livelli
contemporaneamente: il nome è a) flesso per genere e numero (morfologia), b)
preceduto da articoli (proprietà distribuzionale), c) modificato da aggettivi
(sintassi).
2. Nelle lingue del mondo, alcune classi non mancano mai, quella cioè del nome e
del verbo  basiche.
3. Le parole possono appartenere a più classi (in inglese post può essere nome e
verbo)
4. In ogni classe è possibile individuare sottoclassi.
La classe di parole quindi può essere definitiva in modo indipendente su base
morfologica, sintattica o semantica: la seconda è ritenuta più utile perché ci sono
lingue con poca morfologia (nel cinese si distinguono le parole attraverso la sintassi).
 Classificazione sintattica ha luogo: attraverso l’analisi delle combinazioni che
una parola consente sul piano sintagmatico (su base distribuzionale) e l’analisi
della modificazione sintattica alla quale una parola si presta (su base sintattica).
Secondo la prima analisi notiamo che alcune parole come colpo possono essere
precedute dall’articolo, mentre non gli avverbi; secondo la seconda solo alcune
parole come mangiare e non altre (pasto) ammettono di essere modificate da
avverbi (mangiare bene).
 Piano semantico: parole che si riferiscono a delle entità, parole che attribuiscono
una proprietà alle entità (risplende, in il sole risplende) e parole che esprimono
qualità delle entità (rosso).
Rapporti tra il significato e la classe di parole: Lyons (1977) ha proposto una
classificazione delle categorie principali, chiamate entità (figura pag, 103). Le persone,
i luoghi e le cose sono entità di primo ordine (più basiche rispetto alle altre); le azioni,
processi, gli eventi, le situazioni sono di secondo ordine e i fatti possibili di terzo
ordine. Le entità si possono osservare e quelle di primo ordine tendono ad essere nomi,
mentre quelle di secondo verbi. Lyons nota però che in molte lingue ci sono nomi che
si riferiscono a entità di secondo ordine, come tramonto  evento, quindi questi sono
nomi di secondo ordine. Per ogni classe di parole quindi ci sono elementi di primo
ordine  elementi più tipici.
Altri studiosi hanno notato come l’esistenza delle due categorie nome e verbo
rispecchia l’opposizione tra la modalità di riferimento (o designazione, che identifica
le unità coinvolte in una predicazione) e di predicazione (atto di asserire un evento);
da un lato queste son intese come le due modalità fondamentali del nostro pensiero,
dall’altro come due modalità fondamentali di cui disponiamo per presentare nel
discorso ciò di cui intendiamo parlare  due opzioni per modulare il contenuto del
discorso. L’atto del riferimento può essere diretto sia un’entità, sia a un evento, e in
questa direzione si situa l’opposizione di Lyons tra nomi di primo ordine e di secondo
ordine.

Sottoclasse di parole:
 Classi di verbi: ci sono tre modi per classificare il verbo  il primo è basato
sull’analisi del tipo di evento che il verbo esprime dal punto di vista semantico
(significato denotativo del verbo)  si possono classificare verbi di moto, di
maniera (strofinare), percezione, cognizione, misura, e così via. Il secondo
modo: analisi del tipo di evento espresso dal punto di vista aspettuale  verbi
di stato, verbi puntuali (arrivare), verbi di processo (dormire), ecc… Il terzo
modo è basato sulla proprietà di valenza e ciò che essa comporta  verbi
zerovalenti, monovalenti, bivalenti, ecc… Infine c’è la dimensione della
transitività. I primi due criteri sono semantici, i secondi possono essere
interpretati sia in senso semantico che sintattico. Ricordiamo che alcuni verbi
transitivi possono essere usati senza complemento oggetto (ieri ho bucato), e
possono essere resi passivi, quelli intransitivi no. Verbi intransitivi si dividono
poi in inergativi (nei tempi composti hanno l’ausiliare avere) e inaccusativi
(l’ausiliare essere). I verbi inaccusativi tendono ad esprimere cambiamenti di
stato che accadono al soggetto e cambiamenti di locazione del soggetto
(arrivare, scappare), quelli inergativi descrivono per lo più attività messe in atto
dal soggetto. Alcuni verbi transitivi hanno bisogno di un altro complemento per
completare il significato (Pietro ha dato il libro alla madre), lo stesso vale per
quelli intransitivi (Luca abita a Roma).
-Modello della valenza: formulato da Lucien Tesnière, ricordiamo la differenza
tra elementi obbligatori e accessori. La distinzione principale è tra complementi
che sono retti dal verbo (gli argomenti) e quelli che non sono retti dal verbo.
Uno stesso elemento a seconda del contesto può svolgere le due funzioni: Luca
abita a Parigi / Luca ha conosciuto Luisa a Parigi. Alcuni verbi consentono di
non esprimere uno dei loro argomenti in alcuni casi, mentre altri implicano
argomenti che in genere non esprimono: Luca è tornato/ Luca è tornato (a casa).
Nel secondo caso ad esempio Luca ha tagliato il pane /Luca ha tagliato il pane
con il coltello  quest’ultimo tipo di argomento è chiamato default. Argomento
ombra  è già espresso dal verbo (spazzolato). È necessario parlare quindi di
valenza sintattica (insieme di argomenti che devono essere espressi) e semantica
(insieme degli elementi implicati dal verbo a livello semantico, alcuni dei quali
possono essere espressi opzionalmente). Questo modello è valido solo quando il
verbo coincide con il predicato, non vale quindi per i verbi copulativi  Luca è
un bravo ragazzo, “bravo ragazzo” non è argomento ma è il predicato, chiamato
predicato nominale, il verbo essere è la copula. Quindi possiamo distinguere
verbi copulativi dai verbi predicativi. Poi, sempre nel quadro della valenza, oltre
al numero degli argomenti, è possibile classificare i verbi in base al modo in cui
gli argomenti sono espressi dal punto di vista sintattico, cioè se sono soggetto,
complemento oggetto, indiretto  sottocategorizzazione dei verbi  il contorno
sintattico che quel verbo richiede. (figura pag 115) Oltre a ciò, i verbi richiedono
che gli argomenti siano di un determinato tipo dal punto di vista semantico 
restrizioni sulla selezione  bere: soggetto è [+animato], l’oggetto è [+liquido].
Parliamo poi di ruolo tematico degli argomenti: ruolo che svolgono nell’evento
che il verbo descrive  l’agente, il paziente, Pt (chi subisce le conseguenze), il
tema,Th (Luca indossa una cravatta), l’esperiente (Luca non ci sente bene), il
destinatario (Luca spedisce una lettera a Maria), il beneficiario (Luca ha vinto un
premio), la destinazione (Luca parte per Roma), Origine (Luca arriva da Firenze),
strumento (Questo coltello taglia poco), locativo (Luca abita a Roma). Tema:
individua la porzione della frase che si riferisce a “ciò di cui si sta
parlando”/Rema: individua la porzione della frase che contiene “quel che si dice
a proposito del tema”. Facendo riferimento alla frase Luca beve l’aranciata
possiamo dire: bere [SN1ag animato _ SN2Th liquido]. Un ultimo criterio per
classificare i verbi è quello dell’aspetto  quindi in base al dinamismo, la durata
e la presenza o assenza di un punto in cui l’evento si conclude.
-Verbi stativi  non dinamici, hanno una durata ma non introducono un
cambiamento
-Verbi di processo indefinito  hanno una durata e sono dinamici (Pietro
cammina sul marciapiede)
-Verbi processo definito  hanno una durata e sono dinamici, in più c’è una
progressione dell’evento verso un punto finale (svuotare)
-Verbi istantanei (o puntuali) non hanno una durata (Pietro ha trovato le
chiavi). Questi verbi posso dividersi a loro volta in verbi che implicano un
cambiamento di stato (rompersi) o no (suonare).
Per stabilire se un verbo è stativo o non lo è si può verificare se ammette
l’imperativo o la forma progressiva, di norma costruzioni non possibili per gli
stativi; se un verbo dinamico è durativo si può verificare se ammette di essere
introdotto da verbi come iniziare (ha iniziato a camminare, ma non *ha iniziato
a trovare le chiavi); se un verbo è telico si può verificare se ammette l’espressione
“per un tempo x” oppure “al tempo x”: solo i verbi che ammettono il secondo
tipo di espressione sono telici, come è scoppiato un temporale alle cinque /*Luca
ha nuotato in un’ora.
 Classi di nomi: partiamo con i nomi di primo ordine  i tipi di entità possono
essere suddivisi in cinque sottogruppi: oggetto fisico/astratto (edificio/la
bellezza), oggetto animato o non animato (cane/penna), oggetto
naturale/manufatto (mela/libro), massa informe/oggetto delimitato
(sangue/sedia), oggetto di una classe/individuo singolo (ragazzo/Roma).
Un’entità rappresentativa di una classe può essere non solo fisica ma anche
astratta: è il caso di idea. Esiste una gerarchia di entità (figura pag 123) ma le
entità possono avere un incrocio di dimensioni  libro può essere un’entità
fisica o astratta, se pensiamo alle informazioni che contiene  entità di questo
tipo sono oggetti complessi.
o Soffermiamoci ora sulla distinzione tra nomi di massa (oro, sangue, sabbia) e i
nomi che denotano oggetti limitati  numerabili. I nomi di massa sono entità
che possono essere segmentate in porzioni e non ammettono il plurale. I nomi
numerabili si distinguono a loro volta tra nomi propri (singolo individuo, quindi
di norma non ammettono articolo e plurale) e numerabili di classi di individui
(ammettono l’articolo determinativo e indeterminativo, il plurale e i
quantificatori l’idea, il ragazzo, ragazzi, idee, molte idee).
o Nomi di secondo ordine: chiamati nomi d’azione (nomi che sono derivati da
verbi)  camminata, la costruzione, periodo della fioritura, lavaggio. Questi sono
nomi derivati attraverso suffissi (processo di nominalizzazione), ma ci sono
anche nomi d’azione non derivati da verbi (temporale, il colpo, a pranzo). Sono
dotati di una dimensione temporale, ma esprimono un evento in modo diverso
rispetto al verbo perché non possono coniugare questo evento nel tempo. I nomi
di secondo ordine sono chiamati anche nomi di evento, predicativi, insaturi, e si
contrappongono a quelli di primo ordine, chiamati anche nomi di entità,
referenziali o nomi saturi. “insaturo” nel senso che è un nome che richiede altri
nomi per completare il significato. Un test utile per verificare che tipo di nome
è  può costituire la risposta alla domanda che cosa è avvenuto/c’è stato/ ci fu?
È avvenuto, c’è stato un colpo, una festa, un concerto / *è avvenuta una macchina,
una borsa. Altri modi è rifarsi alla valenza  come il verbo, anche il nome ha
bisogno di elementi  il tuffo di Luca (Luca è l’agente dell’evento)
-Nomi zeroargomentali  temporale (nomi che esprimono eventi atmosferici),
mono  nascita, tuffo (c’è un partecipante attivo o passivo), bi  telefonata,
paura (la telefonata di Gianni alla madre), tri  rinvio (il rinvio del giocatore
della palla nell’area avversaria è stato inaspettato; qui il soggetto è preferibile
esprimerlo con da parte di). Gli argomenti, anche se non presenti, sono
recuperabili dal contesto  nel caso del nome è opzionale ed è l’insieme degli
elementi evocati dall’evento denotato dal nome. In genere la valenza è espressa
da un sintagma preposizionale, che però può essere sostituito da un aggettivo
possessivo (La telefonata di Gianni / la sua telefonata) o a volte da un aggettivo
detto argomentale (la decisione governativa). I nomi in presenza di più
argomenti possono metterne in evidenza uno  assegnare la prominenza
strutturale: l’acquisto della macchina (interpretazione passiva)/l’acquisto di Luca
(attiva)/Luca ha acquistato una macchina. Un altro criterio per suddividerli è
quello dell’Aktionsart: i nomi di stato (paura, stanchezza; si protraggono nel
tempo ma non ci sono cambiamenti), nomi di processo indefinito (il bere
[troppo], il mangiare [in fretta]; situazioni dinamiche, durativi ma non
proiettate verso un punto finale, quindi non sono telici), nomi di processo
definito (camminata, costruzione; nel primo è un evento che si protrae e ad un
certo punto finisce, nel secondo c’è un culmine, quindi solo costruzione è telico),
nomi istantanei (colpo, salto, spinta)  di nuovo per verificare che tipo di nome
sia dobbiamo chiederci se ammette durare per x tempo. Solo ciò che è dinamico
può avvenire o avere luogo, quindi dobbiamo farci anche questa domanda.
L’espressione di un tempo x è possibile solo con i nomi di processo definito.
o Nominalizzazione  a volte “nominalizziamo” in maniera sporadica, ad
esempio Non riesco a interpretare il tuo aspettiamo  non c’è nessuna
ripercussione sul sistema lessicale. A volte però questi episodi possono
stabilizzarsi, è il caso di perché  non riesco a spiegarmi i perché del bambino.
Dall’altro lato è un processo che porta alla formazione di nuove parole attraverso
l’uso di suffissi (-aggio, -ata), una conversione (to run > run), un nome composto.
Non sappiamo bene dove inserire gli infiniti usati in funzione nominale  pur
ammettendo l’articolo (il bere) e in alcuni casi l’aggettivo, non consentono di
norma il plurale. Le nominalizzazioni possono essere formate anche da
costruzioni lessicali: messa a fuoco, posta in gioco. È perciò un nome di secondo
ordine se parte da una base verbale. Questo processo risponde all’esigenza del
parlante di creare dei referenti nel suo discorso, a partire da elementi che
normalmente sono predicativi. Spesso i nomi formati da questo processo sono
polisemici  la costruzione durò sei mesi (processo) / la nuova costruzione è alta
due piani (risultato).
o Sistema di classi di parole nelle lingue: per le classi chiuse, il latino e il russo non
hanno gli articoli; per le classi aperte, il samoano (lingua austronesiana) non ha
gli aggettivi. Nella maggior parte delle lingue, una stessa radice può formare
parole che appartengono a classi diverse, solo nella lingua tunumiisut
(Groenlandia) vi è un’opposizione chiara tra le radici nominali e verbali. Il
criterio migliore per verificare il sistema di classi delle lingue è quello sintattico,
perché tutte le lingue hanno una minima organizzazione sintattica  in tutte le
lingue è possibile individuare la classe lessicale di una parola osservando la
funzione che svolge, cioè se è testa di tale unità sintattica o modificatore; e se la
funzione dell’unità sintattica è predicativa o referenziale (sintagma nominale).
Possiamo individuare quattro posizioni sintattiche:
1. Verbo= testa di un’unità sintattica con funzione predicativa
2. Nome= testa di un’unità sintattica con funzione referenziale
3. Aggettivo= modificatore di un’unità sintattica con funzione referenziale
4. Avverbio= modificatore di un’unità sintattica con funzione predicativa
Ci possono essere i sistemi differenziati (per le quattro posizioni sopra individuate
la lingua ha quattro classi di elementi), flessibili (non hanno quattro elementi, uno
degli elementi ha più funzioni, come nel neerlandese dove non c’è distinzione tra
aggettivo e avverbio) o rigidi (le parole però non coprono le funzioni delle classi
mancanti, quindi alcune posizioni sintattiche rimangono vuote come nelle lingue
irochesi: “lui è giovane” per dire che è un ragazzo).
Esiste la seguente gerarchia: Verbo > Nome > Aggettivo > Avverbio; se una lingua
manca di aggettivi, mancherà anche di avverbi, se una lingua flessibile ha una classe
di parole che può essere usata come nome e aggettivo, questa classe potrà svolgere
anche la funzione di avverbio.

Capitolo 5: strutture paradigmatiche nel lessico


Saussure introduceva il termine “associativo” (è oggi quello che chiamiamo noi
paradigmatico) definendo i rapporti che possono esistere tra due o più elementi di uno
stesso sistema linguistico. Una relazione associativa è un rapporto che si stabilisce tra
due o più elementi di una lingua in base a un’associazione  queste associazione
possono basarsi sulla forma della parola (significante) oppure sul contenuto
(significato). Associazione formale  libro, libricino, libretto, libraio: presenza del
morfema lessicale libr-; ma può essere basata anche su somiglianze foniche: osso,
grosso, mosso. Associazione basata sul significato  libro, volume, dizionario, diario,
leggere, consultare… Queste due dimensioni spesso si intrecciano, come tra libro-
libreria. Esempi di altri relazioni:
 Relazione sintagmatica  è quella che intercorre tra due o più parole quando
sono combinate per formare unità linguistiche più complesse (i sintagmi, le frasi
e i testi); come quella che lega l’aggettivo grosso al nome libro nella frase un
grosso libro. L’insieme dei rapporti sintagmatici costituisce la dimensione
orizzontale della lingua, si parla di rapporti in presentia  perché le parole
compaiono una dopo l’altra in sequenza.
 Relazione paradigmatica è il rapporto esistente tra le parole che possono essere
sostituite l’una all’altra in una stessa posizione sintagmatica  ho letto il ___ di
cui mi hai parlato  possiamo mettere nello spazio bianco libro, romanzo o
volume ma non tavolo, ad esempio, quindi l’insieme di parole che possono essere
inserite nello spazio bianco al posto di libro costituiscono un paradigma lessicale
 parole che possono stare nello stesso contesto sintagmatico. L’insieme dei
rapporti paradigmatici costituisce la dimensione verticale di una lingua  sono
rapporti in absentia.

Tipi di relazioni semantiche tra le parole:


l’analisi delle relazioni paradigmatiche consente di stabilire degli assi, utili per
classificare i vari tipi 
1. Asse che riguarda le relazioni verticali (o gerarchiche o di inclusione) in cui
un termine è sovraordinato (veicolo) e l’altro è sottoordinato (macchina)
2. Asse che riguarda le relazioni orizzontali: di equivalenza (barriera/ostacolo)
e di opposizione (lungo/corto) dove i termini si trovano sullo stesso piano.
Queste sono prima di tutto associazioni tra significati più che tra parole; in più le
associazioni oltrepassano la distinzione di classe lessicale e si instaurano tra elementi
appartenenti a classi diverse.
1. Relazioni verticali:
 Iperonimia/iponimia: è quella che lega un termine più specifico dell’altro
(iperonimo), cioè il suo significato è costituito da quello dell’iperonimo più
qualche tratto aggiuntivo (macchina = veicolo+ motore+ quattro ruote…).
L’iponimo denota un referente che è incluso nel referente denotato
dall’iperonimo. È possibile costruire delle tassonomie (gerarchie) che mostrano
che l’iponimo è sottoordinato rispetto all’iperonimo (essendo una sottoclasse);
la relazione è asimettrica, un iponimo può essere a sua volta un iperonimo, la
relazione è transitiva (consente il trasferimento di informazioni semantiche
attraverso più livelli), uno stesso iperonimo può avere più iponimi (chiamati co-
iponimi). Test per individuare la relazione  “x è (un) y, ma y non è (un) x”, vale
sia per i nomi che per i verbi, oppure solo “un n₁ e altri tipi di n₂” (un fuoristrada
e altri tipi di macchine), “v₁ è v₂”. è una relazione efficace per descrivere il
rapporti tra i nomi, ma anche tra i verbi.
 Meronimia/olonimia: lega due termini dei quali uno (il meronimo) indica la
parte e l’altro (l’olonimo) indica il tutto  manica-camicia, pedale-bicicletta.
-Relazione tra un intero e le sue parti (mano-dito), tra un insieme e i suoi
membri (parlamento-deputato), tra un oggetto e la sostanza di cui è fatto (muro-
cemento), tra un intero e una porzione di esso (pane-fetta), tra un intero e gli
elementi di cui è composto (sabbia-granello), tra un luogo e un altro luogo in
esso contenuto (deserto-oasi).
-In alcuni casi un meronimo può avere più olonimi (fetta è meronimo di pane,
carne, salume…); e possono esserci più meronimi di un olonimo (manica,
bottone, colletto sono co-meronimi). Anche questa è una relazione di inclusione.
Ricordiamo però che mentre gli iponimi sono un tipo di qualcosa, i meronimi
sono una parte di qualcosa.
-Test: “x è una parte di y”, “y ha x”.
-è alla base della sineddoche  la parola che è usata per esprimere il tutto, sono
al volante. Generalmente sono le parti che fanno funzionare l’oggetto o che sono
fondamentali che consentono spostamenti di significato.

2. Relazioni orizzontali:
 Di equivalenza o sinonimia  due parole sono intercambiabili non in ogni
contesto ma in un contesto specifico (o più di uno) perché le parole spesso sono
polisemiche. Sinonimi assoluti (sono sempre intercambiabili) e sinonimi
contestuali (almeno in un contesto, come biglietto e banconota).
-Test: “è un/una x, quindi è un/una y”: un cibo è un alimento.
 Similitudine o quasi sinonimia I quasi sinonimi: arnese/attrezzo,
boccone/morso, pieno/colmo; queste coppie di parole sono chiamate analoghi o
affini. Esistono alcune dimensioni semantiche che chiariscono in che modo i
quasi-sinonimi divergono: grado (uno dei due termini esprime lo stesso
concetto dell’altro ma in modo più forte, come nel caso di colmo), modo (due
verbi quasi-sin denotano lo stesso tipo di evento svolto però secondo modalità
diverse, come sorridere-sghignazzare), connotazione (ma stessa denotazione,
come in gatto-micio), registro, campo (uguale denotazione ma usati in campi
diversi, come ricetta-prescrizione med.), area geografica (spegnere-smorzare).
Gli ultimi quattro casi sono chiamati anche varianti sinonimiche.
 Di opposizione (antinomia, complementarietà e termini conversi)  per
identificare un opposto spesso prima si identifica il punto in comune tra i due
termini e poi il punto dove divergono. Antonimi  si oppongono l’uno all’altro
in relazione a una scala di valori, della quale costituiscono i due poli. Gli
antonimi sono contrari, non contraddittori: non facile non significa
necessariamente difficile. Esiste una regione nella scala che è neutra: qualcosa
che non è né facile né difficile. Test: “non è né x né y, né facile né difficile”.
Termini complementari  quando si oppongono rispetto a una distinzione non
polare ma binaria; i due termini si escludono a vicenda e non c’è niente nella
zona neutra. Test: “x non è y”, vivo-morto, vero-falso. L’affermazione di un
termine esclude l’altro. I conversi  comperare/vendere, padre/figlio. Sono
termini il cui significato esprime una relazione necessaria tra almeno due
elementi (il padre è tale solo in relazione ai figli, se non ci sono figli non esiste il
padre). La relazione è asimmetrica ed è colta dal punto di vista di uno di questi
due elementi. Esprimono tale relazione in modo rovesciato l’uno rispetto
all’altro; nel caso dei verbi la conversione si può rendere con la costruzione
passiva (x guarda y, y è guardato da x).
-Un tipo particolare di opposti sono quelli che si distinguono in relazione alla
direzione che esprimono rispetto a un asse di riferimento  asse orizzontale
(fronte-retro), asse verticale (testa-piedi), asse laterale (sinistra-destra), asse del
tempo (passato-presente-futuro).

Altre possibili relazioni  la relazione di causa, di implicazione temporale, di ruolo e


di modo.
1) Lega coppie del tipo uccidere-morire, mirare-colpire, insegnare-
imparare. “l’evento espresso da x causa l’evento y”, la relazione può
essere fattiva (cioè si applica necessariamente, come uccidere-morire)
o non fattiva (cercare può causare trovare). Può legare anche parole di
classi diverse, come processare-condanna.
2) Russare-dormire, comprare-pagare, dare-avere  russare implica
dormire, l’evento del russare è incluso, dal punto di vista temporale,
nell’evento del dormire. Nel caso di dare-avere, l’evento dell’avere
segue immediatamente l’evento del dare.
3) Lega un verbo a un nome (o viceversa) quando ad esempio il nome
pedone include camminare.
4) Collega un verbo (bisbigliare) e un avverbio (a bassa voce), quando
quest’ultimo indica il modo in cui l’evento ha luogo.

Le relazioni descritte non esauriscono i tipi di relazioni semantiche possibili tra le


parole, ma consentono di individuare le configurazioni lessicali più tipiche (=l’insieme
e il tipo di relazioni semantiche che attiva in ciascuna delle sue accezioni). Nel caso di
parole polisemiche, la configurazione varia a seconda del significato. I nomi si
caratterizzano molto lungo l’asse dell’iperonimia/iponimia.

Capitolo 6: strutture sintagmatiche nel lessico


Sintagmatico  fa riferimento al sintagma  elemento linguistico complesso formato
dall’unione di elementi linguistici semplici. Si intende in linguistica l’unione di più
parole che formano la “testa” sintattica, e che si situa a un livello intermedio tra parola
e frase. Dimensione sintagmatica della lingua  fenomeno di combinazione delle
parole.
-Le parole per combinarsi devono seguire un ordine, stabilito dalla sintassi; ma anche
se seguono un ordine a volte delle sequenze non sono possibili (*la sedia con cui ho
parlato ieri)  per il loro contenuto.
 Solidarietà lessicale: un’implicazione sintagmatica di contenuto, tale per cui uno
degli elementi (naso) funziona da tratto distintivo del secondo (acquilino); è una
relazione orientata, cioè naso è contenuto in acquilino ma naso non include
acquilino perché del naso si può dire altro.
 Nozione di selezione: affrontata da Chomsky; un predicato, in virtù del suo
significato, seleziona un gruppo di argomenti possibili e ne esclude altri. Sono
chiamate restrizioni sulla selezione. Ci sono tre diversi tipi di restrizioni esistenti
sulla base della combinazione delle parole:
1) Concettuali: derivano dalle proprietà del referente della parola, una
frase come *quella sedia non la smette di parlare esprime un conflitto
concettuale.
2) Basate sulla solidarietà semantica: il conflitto è lessicale, ad esempio
in tedesco c’è essen (per gli esseri umani) e fressen (per gli animali)
quindi non possiamo usare fressen per l’uomo. *Luca calzava la
cravatta rossa  si può usare un iperonimo di calzare, ovvero
indossare. Quindi il conflitto lessicale è reversibile, mentre quello
concettuale no.
3) Basate sulla solidarietà consolidata dall’uso: le lingue tendono a
esprimere dei concetti con abbinamenti preferenziali di parole. Si dice
avere paura ma non avere tristezza.

Tipi di combinazione delle parole: basata su tre criteri 


1) La presenza di una restrizione sulla combinazione
2) La possibilità di calcolare il significato sulla combinazione: cioè la proprietà per
cui il significato di una combinazione di parole è desumibile dai significati dei
membri. Dobbiamo anche considerare la disponibilità del referente nel discorso,
cioè se è individuato con precisione.
3) La sostituibilità paradigmatica e l’autonomia sintattica dei membri della
combinazione: cioè se è possibile sostituire uno dei membri della combinazione
(stendere il bucato/i panni) e se è possibile modificare la combinazione dal
punto di vista sintattico (ho guardato un lungo film/il film che ho guardato/il
film che è stato guardato). Questi aspetti consentono di valutare la variabilità
distribuzionale e la fissità o coesione sintattica dei membri di una
combinazione.

 Combinazioni libere: non è sottoposta a restrizioni, ma tutte le combinazioni di


parole in realtà hanno almeno qualche restrizione di tipo concettuale
(lavare/macchina, cercare/chiavi); è considerata libera se:
- È creata ex novo da un parlante
- I suoi membri possono essere combinati con altre parole, sostituiti,
mantenendo lo stesso significato (lavare/costruire/vendere la macchina)
- I referenti denotati dalle parole sono generalmente disponibili nel discorso e
per questo ci si può riferire ad essi anche tramite un pronome (ho cercato le
chiavi e le ho trovate)
- I membri sono autonomi dal punto di vista sintattico e rispondono
positivamente alle modifiche tipiche di un elemento libero. Ho ordinato
un/molti/ dei libri.
- Il significato della combinazione è composizionale
 Combinazioni ristrette: dovute a un’implicazione sintagmatica di contenuto
(allattare il figlio) o se è una consuetudine d’uso (queste le vedremo poi).
-Nelle combinazioni verbo-nominali se la restrizione è meno circoscritta, il
verbo ammette più classi di oggetti, come comprare che ammette oggetti fisici
ma non astratti. La relazione può essere anche più circoscritta (parcheggiare 
solo veicoli). Nelle combinazioni nome-aggettivo: l’aggetto biondo si può usare
per capelli biondi, birra bionda, quindi per più nomi; altri aggettivi possono
combinarsi con solo un nome.
-Il significato in genere è composizionale
-C’è una restrizione= la sostituibilità dei membri della combinazione è ridotta
-I membri della combinazione sono autonomi dal punto di vista sintattico
(parcheggiare la/molte/delle macchine)
 Collocazioni: è un tipo particolare di combinazioni ristette, possiamo definirla
una combinazione di parole soggetta a restrizione lessicale, per cui la scelta di una
specifica parola (il collocato) per esprimere un significato è condizionata da una
seconda (base) alla quale questo significato è riferito. Stendere un documento=
stendere (il collocato) e documento (la base). Non dobbiamo confonderle con la
solidarietà semantica perché  Test: anche da solo indossare implica indumento
/*anche da solo lanciare implica messaggio. Nel primo caso c’è una evidenti
implicazione di contenuto che è preservato anche quando il collocato è da solo;
nel caso delle collocazioni, l’implicazione sintagmatica di contenuto è presente
nella combinazione, non se i collocati sono presi singolarmente. Questi termini
instaurano una solidarietà con la base soltanto nell’uso specifico. I membri di
una collocazione non sono sostituibili ma sono nella maggior parte dei casi
autonomi (“il documento che ho steso”, “il documento è stato steso”). Diversi
tipi di collocazione, ad esempio, nome+verbo (il sangue circola), verbo di
creazione o attivazione+nome (accendere un mutuo).
-Costruzioni a verbo supporto: tipo particolare di collocazioni; verbo + nome
(prendere sonno, fare rumore, essere in dubbio). Differenza con le altre
collocazioni: nelle costruzioni a verbo supporto il verbo ha sempre un significato
generico (fare, dare, prendere) e il contributo semantico di questi verbi alla
costruzione è spesso condizionato dall’Aktionsart che un verbo deve esprimere
 il significato della costruzione è espresso quasi interamente dal nome (essere
indica lo stato, essere in dubbio). Alcuni studiosi hanno pensato che, come le
strutture copulative, il nome è il predicato nominale, mentre il verbo è il
supporto per costruire la frase. Possono essere viste come costruzioni
assimilabili a costruzioni complesse per la presenza frequente di un
corrispondente verbo sintetico (dare consigli=consigliare). Ciò non vale per le
normali collocazioni.
 Locuzioni: o espressioni idiomatiche, alzare il gomito (bere troppo)/vuotare il
sacco (confessare). Il significato si costituisce in blocco  è fissato da
un’espressione linguistica, non si possono sostituire i membri o modificarli.
Finisce per comportarsi come una parola sola.

Parole complesse  sequenze in cui gli elementi non sono sostituibili né modificabili
dal punto di vista sintattico; in più il significato non è dedotto da quello delle singole
parole. Diverse quindi dalle combinazioni, soprattutto quelle libere, dove i membri
possono essere sostituiti o modificati.
Il passaggio dalle combinazioni di parole a parole complesse è possibile tramite la
lessicalizzazione: aggregazioni di parole esprimono un concetto unitario. Quindi con
questo processo il significato non è più calcolabile: ha tirato fuori i soldi/ ha tirato fuori
una bella scusa (lessicalizzata, non si possono separare i costituenti). Il processo di
lessicalizzazione coinvolge anche sequenze di parole il cui significato è, in parte,
calcolabile  è inusuale separare i membri, se non in condizioni particolari di
intonazione: (?) avete tirato l’orologio avanti? / avete tirato avanti l’orologio?
Gli elementi della sequenza tendono ad unirsi anche graficamente  i verbi tendono
a perdere la vocale finale, tirar avanti/tirar fuori.
Confrontiamo inventare una scusa e chiedere scusa  la prima è una combinazione
libera perché il nome può essere sostituito e modificato (inventare una nuova
scusa/delle scuse). Il nome ha funzione di argomento. In chiedere scusa, la
combinazione è meno libera, il nome si presenta senza articolo e un modificatore
aggettivale risulterebbe inusuale.
In chiedere scusa il nome occupa una posizione più vicina al verbo, con il quale tende
a formare un’unità lessicale di livello superiore. Le combinazione soggette a una
restrizione sono in genere candidati preferenziali per la lessicalizzazione, proprio
perché sono tenute insieme da una restrizione.
Quindi abbiamo distinto i diversi tipi di combinazioni di parole in base:
1) La presenza di una restrizione
2) La calcolabilità del significato
3) La sostituibilità e l’autonomia sintattica dei membri

Ricordiamo che la riduzione di autonomia sintattica dei membri di una combinazione


di parole si accompagna spesso a una riduzione della calcolabilità del significato ; ma
non è sempre necessaria, perché in prendere sonno, chiedere scusa o buttar via i membri
non sono totalmente autonomi ma il significato è composizionale.