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Da “avant guard”, termine bellico che indica la parte di esercito che prima viene a contatto con il

nemico, dunque la più esposta, la più “avanti”, solitamente composta da quegli elementi
dell’esercito più indipendenti e ribelli. Anche gli esponenti di questi movimento si pongono come
persone “avanti”. Il riferimento bellico è a cuore al movimento del Futurismo.

 I FUTURISTI

Il movimento avanguardistico del Futurismo nasce nel 1909 con la pubblicazione del Manifesto del
Movimento Futurista di Filippo Tommaso Marinetti.

Si pone come movimento artistico che segna una profonda rottura con la cultura letteraria
precedente, esasperando i “valori” di PROGRESSO e di VELOCITA’, per cui tutta la letteratura
deve basarsi su questi principi, esasperando il concetto di progresso come miglioramento sociale
attraverso l’accoglienza di tutto ciò che è modernità.

Immagine di riferimento: BOCCIONI e “FORME UNICHE NELLO SPAZIO”, opera scultorea che
ribadisce il concetto di plasticità e rapidità.

L’aspetto del romanzo futurista vede il suo sviluppo soprattutto a partire dal 1939, con la
pubblicazione del “Manifesto del romanzo sintetico”.

Le riviste:

- L’Italia Futurista (Milano), che muoverà in una direzione soprattutto politica, sostenendo il
Fascismo. Animata dai fratelli Corradini, gli esponenti di questa rivista riflettono l’esigenza
di dare voce ad una soggettività convulsa e ansiosa di espandersi, per cui vi è il fominio
lirico e vitalistico dell’Io sull’orizzonte del vasto mondo.
- Lacerba (Firenze), che vede uno dei principali esponenti lo scrittore Palazzeschi. Questa
rivista muove, invece, verso una direzione di carattere molto più umoristico. I suoi
esponenti difendono la creatività individuale contro il dinamismo oggettivo della macchina,
rifiutando anche il completo rinnegamento del passato, dando comunque voce
all’individualismo.

Il Futurismo esaspera anche il concetto di PAROLIBERISMO: con questo termine si indica una
scrittura che deve rompere con la tradizione anche per i moduli di riferimento. I principali concetti
sono:

- L’abolizione della sintassi.


- Uso di testi che richiamano all’arte “grafica”.
- Uso di TAVOLE al fine di ricalcare figure che hanno a che fare con la guerra e con la
belligeranza, richiamando al concetto di SINTESI (si deve comunicare con parole poco
numerose ma “sensibili”, ricalcando in forma letteraria i ‘suoni’ della guerra.
Il Romanzo Futurista.

Il principio assoluto di questo genere è la rottura dei modi espressivi tradizionali, mirando al
completo rovesciamento della poetica naturalistica, azzerandone le “giunture”, rinnovando
interamente il tessuto prosastico.

È possibile, per questo motivo, rilevare una LINEA DI CONTINUITA’ con il Modernismo: tanto
quest’ultimo quanto le varie Avanguardie tendono ad esaltare la costituzione
dell’ANTIROMANZO, che i rifiuta tutti i canoni del romanzo Ottocentesco.

Uno dei primi esempi di romanzi futuristi corrisponde all’opera di Marinetti, “Mafarka il
Futurista”, pubblicato nel 1909, periodo di pieno sviluppo dell’Età Giolittiana, la cui politica
promosse anche l’importanza della guerra imperialista a danno della Libia. Il romanzo, che esalta
proprio questa impresa bellica, fu pubblicato prima in francese, poi in italiano.

Marinetti si pone come uno dei principali obiettivi quello di DISTRUGGERE L’IO ANALITICO
per riaffermare la CENTRALITA’ DELL’IO VITALISTICO ED EROICO (“L’Universo è
diviso in due parti: l’Io e il resto”).

È un “romanzo africano”, in cui viene esasperata l’idea di eroismo dei colonizzatori e lo spirito
coloniale.

Il romanzo consiste, oltretutto, in una dedica ai “poeti incendiari” (Buzzi, Govoni, Palazzeschi).

Vengono esasperate l’idea della guerra come “sola igiene del mondo”, della macchina ma anche
dell’uomo macchina, ripudiando il sentimentalismo.

Altro importante esempio di romanzo futuristico è “Il Codice di Perelà”, scritto da un altro
importante esponente del Futurismo, Palazzeschi, appartenente alla cerchia di futuristi del “gruppo
fiorentino” de Lacerba.

L’opera viene pubblicata nel 1911 dall’editore “Pubblicazioni Futuristiche”, che sceglieva le opere
che più rispecchiavano la poetica futurista.
Man mano che Palazzeschi si staccherà dal gruppo di Marinetti, pubblicherà più volte l’opera
cambiando l’editore, e anche il titolo (negli anni ’50, assumerà quello di “L’uomo di Fumo”).

Parliamo di un vero e proprio antiromanzo naturalistico, per effetto dell’andamento fiabesco che
subirà la narrazione della storia.

Il racconto gira attorno alle vicende dell’UOMO DI FUMO: personaggio strano e bizzarro,
inconsistente e che parla poco, non essendo del tutto riconducibile alla natura umana, che comincia
a far notare la propria presenza quando indossa degli stivali e degli abiti, per poi uscire dalla sua
dimora, ossia il “camino” di una casa abitata da tre anziane nobildonne. Perelà cresce con queste
ultime, i cui racconti lo educano, inducendolo ad avvicinarsi alla società umana, indossando
indumenti per poi iniziare a camminare per quell’ignota città in cui si svolgono le vicende (non ne
conosciamo tantomeno la collocazione temporale). Nel suo cammino verso la reggia abitata dai
monarchi, egli incontra persone di diversi ceti, nei quali egli desta molta curiosità e ammirazione, in
quanto egli pare incarnare tutti i valori cavallereschi. L’attenzione di tutti si trasforma, una volta che
egli è giunto alla corte del re, in invidia, che a tratti sfocia in violenza. Addirittura, il servo del re,
accecato dalla gelosia, per raggiungere la stessa consistenza del protagonista, si dà fuoco; a seguito
di questo avvenimento, la colpa ricade su Perelà, accusato di aver originato il comportamento
negativo del servo. Egli, perciò, fuggirà dalla città che lo aveva accolto.

Dalla lettura del romanzo ci accorgiamo non solo dell’andamento fiabesco, ma anche della
mancanza di una precisa chiave di lettura da conferire allo stesso: esso infatti è un romanzo
allegorico che muove sulla propria ambiguità.

Tuttavia, in questa “parabola”, è possibile rintracciare una tensione alla simbologia cristiana. Cè
comunque la voglia da parte di Palazzeschi di sottolineare la mancanza di valore della città
moderna, la tendenza a seguire la massa da parte degli individui, delineando un ritratto
profondamente negativo del I Novecento, con una società ormai distrutta e priva di valori.

Il personaggio. Possiede un doppio carattere:


- CARATTERE RIVOLUZIONARIO. Perelà vuole rientrare nella vita cittadina, adeguarsi ad essa
e addirittura dominarla.
- CARATTERE NICHILISTA. Perelà, una volta respinto, non combatte, nullificando tutto il
potenziale rivoluzionario che si dispiegava nelle sue azioni.

La sua essenza fisica. La Leggerezza, intesa come:

- l’elevazione del personaggio rispetto alla mediocrità terrena.


- L’accezione fisica che corrisponde alla “leggerezza (pigrizia” dell’intelletto).

Il romanzo contravviene ai principi di:

- Verosomiglianza
- Casualità (di matrice determinista)

Manifesto futurista di Palazzeschi. “IL CONTRODOLORE” (1913)

Anche questo è un testo alquanto perentorio e programmatico, il cui contenuto si distacca dal
Manifesto di Marinetti, di cui viene rifiutata soprattutto la celebrazione della rapidità e della
modernità.

Il titolo è un richiamo alla materia cara già a Pirandello, ossia il ‘Riso’. Il testo insiste sulla GIOIA,
mentre la serietà proviene dall’invidia. La Gioia diviene il nocciolo di ogni attività umana che, per
circostante storiche, sociali e collettive, viene coperta di paure e altre sensazioni riconducibili al
dolore.

La ripresa della poetica futurista consiste soprattutto nel disprezzo del Romanticismo e il
Sentimentalismo e il riferimento alla “razza latina”.

Attenzione sugli studi di Bergson contenuti nel saggio “Il Riso”, che, secondo il filosofo,
corrisponde ad un modo per mettere in evidenza il comportamento anomalo, rispetto alle norme del
comportamento sociale, di ciò che produce la risata.

Palazzeschi vuole mettere in ridicolo tutte le situazioni “anomale” che accadono nella vita
quotidiana e che vengono iperbolicamente esagerate dalla scrittura.

Il Controdolore, pur riprendendo lo spirito della letteratura comica, tema caro anche a Pirandello,
consiste nel rovesciamento dell’Umorismo codificato da Pirandello, che aveva individuato i due
momenti, l’avvertimento e il sentimento del contrario.
Palazzeschi si ferma all’avvertimento del contrario, esagerandolo aggressivamente.

Eppure, tanto Palazzeschi quanto Pirandello fanno riferimento al comico, elemento narrativo che
sottolinea la peculiarità della letteratura di questo periodo, giacché è tema irriverente, che
scompone la realtà, senza limitarsi a delinearla, ma muovendo in una direzione più antagonistica.

 I VOCIANI

Con questo termine facciamo riferimento a quegli intellettuali riuniti attorno alla rivista “La Voce”
(Prezzolini, 1908).
Questi intellettuali sono fortemente critici nei riguardi del Naturalismo. In particolare, l’autore
Giovanni Boine definisce il romanzo naturalistico “romanzo scimmia della logica-vita”, popolato da
fantocci e che non fa altro che mimare la realtà.

Dal problema della scrittura, individuato dai vociani, emerge il problema della moralità della
letteratura romanzesca.

Inoltre, gli esponenti vociani sono per lo più IRREDENTISTI, ossia, reclamano quelle terre sotto
il dominio austriaco (attuali Friuli, Veneto, Trentino, Dalmazia…) che però sono culturalmente e
storicamente vicine all’Italia. Per questo motivo, gran parte di essi combatteranno sul fronte,
scrivendo testi che, se all’inizio testimoniano il valore della propria causa, successivamente
divengono più personali e denunciano il cambiamento che la guerra svolge sulla natura umana.

Emblematici sono i testi come quello di Slataper, “Il Mio Carso”, o di Jahver, “Con me e con gli
Alpini”, che riflette soprattutto il valore della morte in guerra.

Data la visione della realtà come “simultaneità”, si adotta il FRAMMENTO, per cui la scrittura
viene sgregolata dalla sua sintassi, piegando su se stessa fino ad assumere le sembianze di quella
lirica, soprattutto dal punto di vista del ritmo.
La scrittura ricalca, oltretutto, la forma dell’AFORISMO, come unica forma in grado di catturare la
vita come “travolgente fiume”, soprattutto per la sua grande forza espressiva.

La scrittura vociana predilige la forma del DIARIO, il cui genere è come un “collante” che lega tra
di loro i vari aforismi, divenendo una registrazione asistematica di autobiografici eventi salienti.
Viene perciò abolito il tempo del racconto e la mimesi dissacrante della realtà.

È possibile rintraccia,re inoltre, una sorta di ESPRESSIONISMO LETTERARIO, per cui si


“deforma” la rappresentazione della realtà, procedendo per contraddizioni di timbrica, così come
accade in ambito artistico.

Altro importante elemento è la cosiddetta COSCIENZA DEL CAOS, ossia, per i Vociani, l’Io non
è l’interprete del mondo, ma analista del “momento creativo”, rappresentato in forma letteraria
proprio dal frammentismo. I Vociani considerano, infatti, la realtà interiore come l’unica
decifrabile.

Non manca l’ AUTOBIOGRAFISMO nelle opere vociane, inerenti alla visione del mondo ostile,
per cui si vuole rappresentare il senso di disgregazione dell’autore rispetto alla realtà fuori da esso.
Come abbiamo visto, alcuni autori, tra cui Tozzi, trattano la materia autobiografica con distacco, i
cui personaggi vengono “animalizzati” e resi veri e propri selvaggi estraniati dal mondo.

Federigo Tozzi, pur non essendo un vero e proprio Vociano, ha riportato in forma letteraria la sua
influenza della rivista soprattutto nella sua prima produzione poetica, nel romanzo Bestie, in cui è
possibile rintracciare l’uso del frammento in una sintassi narrativa comunque più uniforme,
ponendosi l’obiettivo di redigere un romanzo “modernamente realistico”. I Vociani prendono le
distanze dal romanzo post-naturalistica, che non scardina completamente la narrazione mimetica
della realtà.