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LEOPARDI NON FU UN FILOSOFO, MA UN POETA CHE SOSTANZIA

LA SUA POESIA DI RIFLESSIONI DI CARATTERE ESISTENZIALE.


E’ possibile estrapolare dalla produzione letteraria leopardiana numerose
riflessioni filosofiche che si intrecciano in maniera indissolubile con lo sviluppo
della sua poetica. Diciamo che la sua concezione dell’esistenza, influenzata
anche dal corso della sua vita, è continuamente mutata durante la sua vita,
dunque suddividiamo per convenzione 3 importanti fasi del suo pensiero.

1. PESSIMISMO STORICO
Fase che comprende gli anni che vanno dal 1816 al 1823, ha inizio quando
Leopardi inizia a interessarsi alla querelle classici e romantici; difatti, Leopardi
riflette sul contrasto tra natura e ragione, attribuendo la prima alla letteratura
classica, che, essendo più vicina alla natura, è più spontanea e ricca di
immaginazione, la seconda alla letteratura moderna.
La ragione, dunque, è concepita come una madre “benevola” che ispira nobili
sentimenti ed è fonte delle illusioni che permettono all’uomo di credere nel
raggiungimento della felicità; la ragione è una forza distruttrice capace di
frantumare le illusioni degli uomini.
Attraverso questa idea, possiamo tirar fuori dalla primissima produzione poetica
leopardiana 3 concetti:
- L’idea che le civiltà primitive fossero eroiche, felici perché vicine alla
natura, i poeti potevano, grazie a questo avvicinamento, produrre opere
piene di immaginazione; al contrario, le civiltà moderne, che risentono di
quelle precedenti, sono dominate dalla ragione, perciò prime di illusioni.
- La natura è benevola nei riguardi degli uomini e fonte di immaginazione
- La ragione, imbevuta di raziocinio, è nemica della natura e fonte di
infelicità, generatrice di quella che Shiller definì “poesia sentimentale”
(nasce dalla dolorosa consapevolezza del degrado storico del tempo).
Proprio studiando quest’ultimo punto, è chiaro che la mente leopardiana in
questi anni avesse concepito un pessimismo storico; negli scritti che comprende
questa fase, Leopardi denuncia apertamente la decadenza del suo tempo e la
vitalità delle civiltà antiche.
Comunque, negli ultimi anni di questo periodo risulta già evidente che la natura
non sempre è generosa nei confronti degli uomini, la cui infelicità non
contraddistingue solamente il genere umano, ma tutte le altre specie.
2. PESSIMISMO COSMICO
Dopo la delusione incontrata a Roma e l’aggravarsi delle sue condizioni fisiche,
la concezione sull’esistenza leopardiana muta nel 1923. La seconda fase nasce
dalla consapevolezza dell’impossibile raggiungimento della felicità da parte
degli uomini, che prendono atto di questa infelice loro condizione in età adulta.
Leopardi parla del cosiddetto “arido vero”, che parte dalla consapevolezza che
la vita dell’uomo è priva di senso dal momento in cui egli non tende al
raggiungimento di un piacere, ma del piacere, che è irraggiungibile.

In questa fase, nel pensiero leopardiano il materialismo meccanicistico è sempre


più radicalizzato. La natura appare come un’implacabile forza creatrice ma
che non si avvede della vita delle sue creature, distruggendole; la natura
inganna quindi i suoi figli.
La causa dell'infelicità umana è connaturata alla natura. È anche data dal
contrasto tra il bisogno dell'individuo di essere felice e le possibilità reali di
esserlo. Nasce qui la teoria del piacere. L'uomo aspira naturalmente al piacere,
eppure il piacere desiderato è sempre superiore al piacere conseguibile.
Ancora, la posizione sulla civiltà è ora ambivalente. Da una parte, con la civiltà,
l'uomo smaschera la propria condizione, recuperando almeno, se non la felicità,
almeno la dignità della coscienza. D'altra parte essa, sottraendo l'uomo alle
illusioni, lo ha reso egoista. La società moderna è concepita da Leopardi come
una lotta di tutti contro tutti.
3. ATTEGGIAMENTO EROICO
Il pensiero di Leopardi muta ancora una volta nell’ultima fase della sua vita
(1830); la sua ansia sulla scoperta del vero gli fa comprendere l’esigenza di
smascherare i falsi miti della società a lui contemporanea e di riflettere su di
essa.
La ragione è sempre considerata in maniera negativa; se nel periodo
“idillico” di Leopardi essa distruggeva le illusioni umane, adesso inganna
l’uomo facendogli credere che sia possibile conseguire un progresso
illimitato.
Ciò, per Leopardi, non può accadere; ecco che quindi si oppone alla ragione
e l’esaltazione del progresso scient ifico del suo tempo esasperando il
progresso civile, fondato sui valori di fratellanza e solidarietà.
Come affermato anche nel suo testamento poetico, la Ginestra, il nemico
naturale del genere umano è la natura, implacabile forza distruttrice di tutto
ciò che crea, perciò Leopardi sprona gli uomini ad assumere un
atteggiamento titanico: pur consapevoli dell’inarrestabile potenza della
natura, devono necessariamente unirsi per combatterla.