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DE VULGARI ELOQUENTIA da www.danteonline.

it
Libro I - i
1 Poich non ci risulta che nessuno prima di noi abbia svolto una qualche trattazione sulla teoria dell'eloquenza volgare, e ci ben chiaro che quest'arte dell'eloquenza necessaria a tutti - tant' vero che ad essa tendono non solo gli uomini, ma anche le donne e i bambini, per quanto lo consente la natura -, nel nostro desiderio di illuminare in qualche modo il discernimento di coloro che vagano come ciechi per le piazze, e spesso credono di avere davanti a s ci che sta alle loro spalle, tenteremo, assistiti dal Verbo che ci ispira dal cielo, di giovare alla lingua della gente illetterata; e per riempire una cos grande coppa non ci limiteremo ad attingere l'acqua del nostro ingegno, ma, desumendo e mettendo assieme da ci che altri ci forniscono, vi mescoleremo dentro quanto vi di meglio, cos da poterne mescere un dolcissimo idromele. 2 Ma dato che qualunque disciplina ha il compito non gi di dimostrare, bens di dichiarare il proprio fondamento, in modo che si sappia su che cosa essa verte, diremo, affrontando rapidamente la questione, che chiamiamo lingua volgare quella lingua che i bambini imparano ad usare da chi li circonda quando incominciano ad articolare i suoni; o, come si pu dire pi in breve, definiamo lingua volgare quella che riceviamo imitando la nutrice, senza bisogno di alcuna regola. 3 Abbiamo poi un'altra lingua di secondo grado, che i Romani chiamarono "grammatica". Questa lingua seconda la possiedono pure i Greci e altri popoli, non tutti per: in realt anzi sono pochi quelli che pervengono al suo pieno possesso, poich non si riesce a farne nostre le regole e la sapienza se non in tempi lunghi e con uno studio assiduo. 4 Di queste due lingue la pi nobile la volgare: intanto perch stata adoperata per prima dal genere umano; poi perch il mondo intero ne fruisce, bench sia differenziata in vocaboli e pronunce diverse; infine per il fatto che ci naturale, mentre l'altra , piuttosto, artificiale. 5 Ed di questa, la pi nobile, che nostro scopo trattare.

I - ii
1 Questa dunque la nostra vera lingua primaria. Ma non dico "nostra" come se fosse possibile l'esistenza di altra lingua oltre a quella dell'uomo: solo all'uomo infatti, fra tutti gli esseri, stata concessa la parola, perch solo a lui era necessaria. 2 Parlare non era necessario agli angeli, non agli animali inferiori, anzi per loro questo dono sarebbe stato inutile: ed ben certo che la natura rifugge da operazioni inutili. 3 Consideriamo infatti con attenzione ci a cui si mira quando parliamo: chiaro che non si tratta d'altro che di estrinsecare agli altri ci che la nostra mente concepisce. Ora gli angeli, per effondere i loro pensieri glorificanti, possiedono una rapidissima e ineffabile capacit intellettuale, in virt della quale ciascuno si fa compiutamente palese all'altro con la sua sola esistenza, o meglio attraverso quello Specchio splendentissimo in cui tutti si riflettono nel pieno della loro bellezza e si rispecchiano con tutto l'ardore del loro desiderio: dunque evidente che essi non avevano bisogno di alcun segno linguistico. 4 A un'eventuale obiezione a proposito di quegli spiriti che caddero in rovina, si pu rispondere in due modi: in primo luogo che, siccome trattiamo delle cose che sono necessarie al retto vivere, dobbiamo lasciarli da parte, perch nella loro perversione si rifiutarono di attendere gli effetti 1

dell'opera amorosa di Dio; secondariamente, e meglio, che i demni in questione, per manifestarsi reciprocamente la loro perfidia, non hanno bisogno d'altro se non che ciascuno conosca esistenza e grado di malvagit dell'altro: e certo tutto ci lo sanno, dato che si sono conosciuti l'un l'altro prima della loro rovina. 5 Quanto agli animali inferiori, dato che sono guidati dal mero istinto naturale, non fu necessario dotare neppure loro di linguaggio: e in effetti tutti gli animali appartenenti alla stessa specie hanno in comune gli stessi atti e passioni, sicch attraverso i propri possono conoscere quelli degli altri; mentre agli animali di specie diverse un linguaggio che li unisse non solo non era necessario, ma sarebbe stato certamente dannoso, dato che tra loro non doveva esserci nessun rapporto amichevole. 6 E se qui qualcuno, pensando al serpente che comunic con la prima donna, o all'asina di Balaam, obietta che entrambi hanno dunque parlato, rispondiamo questo: che sono stati l'angelo con l'una e il diavolo con l'altro ad operare in maniera tale che gli animali stessi mossero i loro organi in modo da farne uscir fuori una serie di suoni articolati come un vero e proprio discorso; il che non vuol dire che l'atto dell'asina sia stato qualcosa di diverso da un raglio o quello del serpente altro che un sibilo. 7 Se poi qualcuno vuole ricavare un argomento in contrario da quanto dice Ovidio nel quinto delle Metamorfosi sulle gazze parlanti, rispondiamo che egli parla figuratamente, e in realt intende altro. E se infine si dir che tuttora ci sono le gazze e altri uccelli che parlano, affermeremo che falso, perch un simile atto non linguaggio, ma una forma di imitazione del suono della nostra voce; o insomma che essi si sforzano di imitarci in quanto produciamo suoni, ma non in quanto parliamo. Per cui se uno dicesse a chiara voce "gazza" e si sentisse rimandare la stessa parola "gazza", questa non sarebbe altro che una riproduzione o imitazione dei suoni di chi aveva parlato prima. 8 E cos chiaro che la parola stata concessa solo all'uomo. Ma perch a lui era necessaria? quanto cercheremo di analizzare brevemente.

I - iii
1 Poich dunque l'uomo non guidato dall'istinto naturale ma dalla ragione, e questa a sua volta assume forme diverse nei singoli quanto a capacit sia di discernimento che di giudizio che di scelta, tanto che sembra quasi che ogni uomo goda del privilegio di costituire una specie a s, dobbiamo ritenere che nessuno comprenda un altro attraverso i propri atti e passioni, come fanno le bestie. E neppure si d che l'uno si immedesimi nell'altro per mezzo di un rispecchiamento spirituale, come avviene agli angeli, perch lo spirito umano gravato dallo spessore e dall'opacit di un corpo mortale. 2 stato perci necessario che il genere umano disponesse, per la mutua comunicazione dei pensieri, di un qualche segno insieme razionale e sensibile: perch, dato il suo compito di ricevere i propri contenuti dalla ragione e a questa recarli, doveva essere razionale; e doveva essere sensibile data l'impossibilit che si trasmetta alcunch da ragione a ragione se non attraverso una mediazione dei sensi. Per cui se fosse soltanto razionale non avrebbe libero passaggio; se fosse soltanto sensibile non potrebbe ricevere nulla dalla ragione n introdurre nulla in essa. 3 Ecco, questo segno quel nobile fondamento di cui parliamo: fenomeno sensibile in quanto suono; fenomeno razionale in quanto ci che significa, lo significa evidentemente a nostro arbitrio.

I - iv

1 In base a ci che si detto in precedenza manifesto che solo all'uomo stato concesso di parlare. A questo punto penso si debba indagare su quanto segue: a quale uomo per primo sia stata concessa la facolt della parola, e cosa abbia detto per incominciare, e a chi, e dove, e quando; infine a quale idioma sia appartenuto il protolinguaggio che ne scaturito. 2 In verit, stando a quanto dice il Genesi all'inizio, dove la Santissima Scrittura tratta dell'origine del mondo, risulta che a parlare prima di tutti stata una donna, cio Eva, la presuntuosissima Eva, quando al diavolo che la sollecitava ha risposto: "Noi mangiamo i frutti degli alberi che stanno nel paradiso; ma il frutto dell'albero che sta al centro del paradiso, Dio ci ha imposto di non mangiarlo n toccarlo, che non ci accada di morirne". 3 Tuttavia, bench nei testi si trovi che per prima ha parlato una donna, pi conforme alla ragione ritenere che sia stato l'uomo a parlare per primo, ed sconveniente non pensare che un atto cos nobile del genere umano sia sgorgato prima dalle labbra di un uomo che da quelle di una donna. Perci ragionevole la nostra opinione che la parola sia stata concessa ad Adamo in persona per primo da Colui che l'aveva appena plasmato. 4 Quanto poi alla prima parola che ha fatto risuonare la voce del primo parlante, non ho la minima incertezza: a chiunque abbia la testa che funziona salta agli occhi che stata precisamente la parola che significa "Dio", vale a dire El, pronunciata in forma di domanda o di risposta. Appare assurdo e ripugna alla ragione pensare che l'uomo possa aver nominato qualcosa prima di Dio, dato che da Lui e in funzione di Lui l'uomo stato creato. E infatti, come dopo la prevaricazione del genere umano l'uso del linguaggio incomincia per tutti con un "ahi", cos ragionevole che colui che visse prima di essa abbia incominciato a parlare con un'espressione di gioia; e poich non vi gioia alcuna fuori di Dio, ma tutta sta in Dio, e Dio stesso tutto gioia, ne consegue che il primo parlante per prima cosa e innanzi tutto abbia detto "Dio". 5 Ma dato che pi sopra affermiamo che il primo uomo ha parlato in forma di risposta, e se dunque la risposta fu rivolta a Dio, ne nasce un quesito di questo genere: perch se fu rivolta a Dio allora risulterebbe chiaro che Dio doveva gi aver parlato, cosa che manifestamente balza in contrasto con quanto abbiamo accennato pi sopra. 6 In risposta a ci affermiamo per che Adamo pu bene aver risposto a un'interrogazione di Dio, senza che per questo Dio abbia parlato proprio servendosi di ci che chiamiamo una lingua. Infatti chi pu dubitare che ogni cosa esistente si pieghi docilmente al cenno di Dio, dal quale sono state create, e sono conservate, e governate infine, tutte le cose? Perci, se l'aria si muove al comando della natura inferiore, che ministra e creatura di Dio, per produrre cos grandi perturbazioni, e fa rimbombare tuoni e lampeggiare il fuoco, stilla acqua, spruzza neve, scaglia grandine, forse che non si potr muovere al comando di Dio per far risuonare alcune parole, una volta che le renda differenziate Colui che ha differenziato cose ben pi grandi? Perch no? 7 Perci crediamo che tanto basti per questo ed altri eventuali problemi.

I-v
1 Non allora senza un motivo razionale, derivato sia da quanto si detto in precedenza sia da quanto si dir pi oltre, che avanziamo l'opinione che il primo uomo abbia rivolto la sua prima parola a Dio in persona; sempre in base alla ragione asseriamo anche che il primo parlante parl immediatamente, non appena fu investito dal soffio del Potere Vivificatore. Crediamo infatti che nell'uomo l'esser sentito sia atto pi umano che il sentire, purch sia sentito e senta in quanto uomo. Se dunque Colui che sommo artefice e principio di perfezione e fonte d'amore colm col suo 3

soffio di ogni perfezione il primo di noi uomini, ci appare ragionevole che il pi nobile degli esseri animati non abbia cominciato prima a sentire che a farsi sentire. 2 E se qualcuno sostiene una tesi opposta, obiettando che non c'era necessit che Adamo parlasse, visto che era ancora il solo uomo esistente, e dato poi che Dio discerne tutti i segreti della nostra mente senza bisogno di parole e anche prima di noi stessi, allora diciamo - con quella reverenza che occorre usare quando si esprime un giudizio sull'operato dell'Eterna Volont - che quantunque Dio avesse conoscenza, anzi prescienza (che per quanto riguarda Dio la stessa cosa) del pensiero del primo parlante senza bisogno di linguaggio, volle tuttavia che anch'egli parlasse, affinch nell'esplicarsi di un dono cos grande fosse glorificato Colui che gratuitamente aveva donato. E perci dobbiamo credere che in noi opera divina la gioia che accompagna l'attuazione, conforme a un ordine, delle nostre facolt. 3 Anche da ci possiamo perfettamente ricavare l'indicazione del luogo nel quale stata emessa la prima parola: perch abbiamo dimostrato che, se l'uomo ricevette il soffio vitale fuori del paradiso, fu fuori del paradiso il luogo che ospit la prima parola, e fu invece dentro al paradiso se la creazione avvenne dentro di esso.

I - vi
1 Poich l'attivit umana si esercita attraverso moltissimi e diversi linguaggi, cosicch molti realizzano altrettanta comprensione reciproca con le parole che senza parole, opportuno mettersi alla ricerca della lingua che si pensa abbia usato l'uomo che non ebbe madre e non ricevette latte, che non conobbe et infantile n crescita. 2 Per questo, come per molti altri aspetti, una Pietramala una citt immensa, la patria della maggior parte dei figli d'Adamo. Perch chiunque ragiona in modo cos spregevole da credere che il posto dove nato sia il pi gradevole che esiste sotto il sole, costui stima anche il proprio volgare, cio la lingua materna, al di sopra di tutti gli altri, e di conseguenza crede che sia proprio lo stesso che appartenne ad Adamo. 3 Ma noi, la cui patria il mondo come per i pesci il mare, bench abbiamo bevuto nel Sarno prima di mettere i denti e amiamo Firenze a tal punto da patire ingiustamente, proprio perch l'abbiamo amata, l'esilio, noi appoggeremo la bilancia del nostro giudizio alla ragione piuttosto che al sentimento. Certo ai fini di una vita piacevole e insomma dell'appagamento dei nostri sensi non c' sulla terra luogo pi amabile di Firenze; tuttavia a leggere e rileggere i volumi dei poeti e degli altri scrittori che descrivono il mondo nell'assieme e nelle sue parti, e a riflettere dentro di noi alle varie posizioni delle localit del mondo e al loro rapporto con l'uno e l'altro polo e col circolo equatoriale, abbiamo tratto questa convinzione, e la sosteniamo con fermezza: che esistono molte regioni e citt pi nobili e pi gradevoli della Toscana e di Firenze, di cui sono nativo e cittadino, e che ci sono svariati popoli e genti che hanno una lingua pi piacevole e pi utile di quella degli italiani. 4 Tornando dunque all'assunto, diciamo che in una con la prima anima fu creata da Dio una ben determinata forma di linguaggio. E dico "forma" sia riguardo ai vocaboli che indicano le cose, sia riguardo alla costruzione dei vocaboli, sia riguardo alle desinenze della costruzione: ed precisamente di tale forma che farebbero uso tutti i parlanti nella loro lingua, se essa non fosse stata smembrata per colpa dell'umana presunzione, come si mostrer pi sotto. 5 In questa forma di linguaggio parl Adamo; in questa parlarono tutti i suoi posteri fino alla costruzione della torre di Babele - che viene interpretata come "torre della confusione"; questa forma di linguaggio fu quella che ereditarono i figli di Eber, che da lui furono chiamati Ebrei. 4

6 Ad essi soli rimase dopo la confusione, affinch il nostro Redentore; che per il lato umano della sua natura doveva nascere da loro, fruisse non di una lingua della confusione, ma di una lingua di grazia. 7 Fu dunque l'idioma ebraico quello che plasmarono le labbra del primo parlante.

I - vii
1 Che vergogna, ahim, rinnovare ora l'ignominia del genere umano! Ma poich non possiamo procedere oltre senza passare per questa strada, percorriamola, bench il rossore monti al viso e l'animo ne rifugga. 2 O natura di noi uomini sempre pronta a peccare! O natura scellerata, fin dal principio e senza mai fine! Non era bastato per correggerti che, privata della luce a causa della prima prevaricazione, fossi stata bandita dal paradiso delle delizie? Non era bastato che, per l'universale lussuria e barbarie della tua gente, tutto ci che era in tuo dominio - tranne una sola famiglia che si salv - fosse perito nel cataclisma, e che gli animali del cielo e della terra avessero gi pagato il fio delle colpe da te commesse? Davvero doveva bastare. Ma, come si dice nel diffuso proverbio, "Non monterai a cavallo prima della terza volta", preferisti, sciagurata, affrontare un infausto cavallo. 3 Ed ecco, lettore, che l'uomo, dimentico o sprezzante dei castighi precedenti, e distogliendo gli occhi dai lividi che gli erano rimasti, si lev per la terza volta a provocare le percosse, nella sua superba e sciocca presunzione. 4 Cos l'uomo, inguaribile, presunse in cuor suo, sotto l'istigazione del gigante Nembrt, di superare con la sua tecnica non solo la natura ma lo stesso naturante, che Dio, e cominci a costruire una torre nella zona di Sennaar, che poi fu chiamata Babele (cio "confusione"), con la quale sperava di dar la scalata al cielo, nell'incosciente intenzione non di eguagliare, ma di superare il suo Fattore. O sconfinata clemenza del regno celeste! 5 Quale padre avrebbe sopportato dal figlio tanti insulti? E invece quel Padre, levandosi con una sferza non ostile ma paterna, e gi abituata altre volte a colpire, castig il figlio ribelle con una punizione pietosa e insieme memorabile. 6 Certo che quasi tutto il genere umano si era dato convegno per l'iniqua impresa: chi comandava i lavori, chi progettava le costruzioni, chi erigeva muri, chi li squadrava con le livelle, chi li intonacava con le spatole, chi era intento a spaccare le rocce, chi a trasportar massi per mare e chi per terra, e altri a diversi gruppi attendevano a diversi altri lavori; quando furono colpiti dall'alto del cielo da una tale confusione che, mentre tutti si dedicavano all'impresa servendosi di una sola e medesima lingua, resi diversi da una moltitudine di lingue dovettero rinunciarvi, e non seppero pi accordarsi in un'attivit comune. 7 Infatti solo a coloro che erano concordi in una stessa operazione rimase una stessa lingua: per esempio un'unica lingua per tutti gli architetti, una per tutti quelli che rotolavano massi, una per tutti quelli che li apprestavano; e cos accadde per i singoli gruppi di lavoratori. E quante erano le variet di lavoro in funzione dell'impresa, altrettanti sono i linguaggi in cui in questo momento si separa il genere umano; e quanto pi eccellente era il lavoro svolto, tanto pi rozza e barbara la lingua che ora parlano. 8 Ma coloro a cui rimase la lingua sacra non erano presenti ai lavori n li lodavano, anzi li esecravano severamente, deridendo la stoltezza degli addetti. Questa piccolissima parte piccolissima quanto a numero - fu, secondo la mia congettura, della stirpe di Sem, il terzo figlio di 5

No: da essa ebbe appunto origine il popolo d'Israele, che si serv di quell'antichissima lingua fino alla sua dispersione.

I - viii
1 Riteniamo, e in base a ragioni non lievi, che fu allora, in seguito alla confusione delle lingue ricordata in precedenza, che per la prima volta gli uomini furono dispersi per tutte le zone climatiche del mondo e relative regioni abitabili e recessi lontani. E poich la radice primigenia dell'umana propaggine fu piantata nelle terre d'Oriente, e di qui la nostra propaggine si diffuse da una parte e dall'altra moltiplicando a distesa i suoi tralci, per spingersi da ultimo sino ai confini occidentali, fu forse allora per la prima volta che gole di creature razionali bevvero ai fiumi di tutta Europa, o almeno ad alcuni. 2 Ma sia che quegli uomini fossero stranieri arrivati non prima di allora in Europa, sia che ne fossero originari e vi facessero ritorno, portarono con s una lingua triforme; e una parte di essi ebbe in sorte la zona meridionale dell'Europa, un'altra la settentrionale, mentre i terzi, che ora chiamiamo Greci, occuparono una parte dell'Europa e una parte dell'Asia. 3 In seguito, come mostreremo pi sotto, da un solo e identico idioma ricevuto nella confusione vendicatrice trassero origine svariati volgari. Poich su tutto il territorio che si estende dalle foci del Danubio, o dalle paludi della Meotide che dir si voglia, fino ai confini occidentali dell'Inghilterra, e i cui ulteriori limiti sono segnati dai confini degli Italiani e dei Francesi e dall'Oceano, domin un solo idioma, anche se pi tardi si ramific in diversi volgari, quelli degli Schiavoni, degli Ungheresi, dei Teutoni, dei Sassoni, degli Inglesi e di molti altri popoli: e a quasi tutti costoro rimasto questo solo elemento come segno dell'origine comune, che per formulare l'affermazione quasi tutti i popoli sunnominati rispondono i. 4 A partire dal territorio di questo idioma, vale a dire dai confini degli Ungheresi in direzione d'oriente, un altro idioma prese possesso di tutto ci che da quel punto in l continua a chiamarsi Europa, spingendosi anche oltre. 5 Infine tutto quanto resta in Europa al di fuori di questi due dominii, fu occupato da un terzo idioma, che tuttavia ora appare triforme, dato che alcuni per affermare dicono oc, altri ol, altri ancora s, come gli Ispani, i Francesi e gli Italiani. E l'indizio che i volgari di queste tre genti discendono da un solo e medesimo idioma appariscente, dato che si nota che essi denominano molte nozioni con gli stessi vocaboli, come "Dio", "cielo", "amore", "mare", "terra", "", "vive", "muore", "ama", e quasi tutti gli altri. 6 Di questi, coloro che dicono oc occupano la parte occidentale dell'Europa meridionale, a partire dai confini dei Genovesi. Coloro che dicono s stanno nella parte orientale, sempre a partire dai confini suddetti, e precisamente fino a quel promontorio dell'Italia da cui inizia l'insenatura del mare Adriatico, e alla Sicilia. Quanto poi ai parlanti ol, sono in qualche modo a settentrione rispetto a questi: infatti a oriente hanno i Germani e a occidente e settentrione sono circondati dal mare d'Inghilterra e hanno come estremo limite i monti dell'Aragona; infine a mezzogiorno sono chiusi dai Provenzali e dal declivio delle Alpi Pennine.

I - ix
1 Ma ora occorre mettere a repentaglio la ragione che in noi, dato che intendiamo indagare su argomenti per i quali non possiamo appoggiarci sull'autorit di nessuno, vale a dire su come si sono avute successive variazioni a partire da quello che era all'origine un solo e medesimo idioma. E poich il transito per vie meglio note pi sicuro e rapido, percorreremo solo la strada costituita dal 6

nostro idioma, lasciando stare gli altri: infatti ci che ragion d'essere in uno, risulta causa anche negli altri. 2 Dunque la lingua intorno alla quale procede la nostra trattazione triforme, come si detto pi sopra: infatti alcuni dicono oc, altri s e altri ol. E che sia stata, fin dal principio della confusione, una lingua unica (ci che va per prima cosa dimostrato), appare dal fatto che ci accordiamo in molti vocaboli, come mostrano i maestri d'eloquenza: ed appunto questo accordo ad essere incompatibile con quella confusione che piomb dal cielo durante la costruzione di Babele. 3 I maestri delle tre lingue concordano dunque in molti vocaboli, e soprattutto in questo: "amore". Ecco Giraldo del Bornelto: Sim sentis fezelz amics, per ver encusera amor; il Re di Navarra: De fin amor si vient sen et bont; messer Guido Guinizelli: N fe' amor prima che gentil core, n gentil cor prima che amor, natura. 4 Ma indaghiamo ora perch la lingua fondamentale si sia differenziata in tre rami; e perch ognuna di queste variet si differenzi a sua volta al proprio interno, ad esempio la parlata della parte destra d'Italia da quella della sinistra (infatti i Padovani parlano altrimenti che i Pisani); e perch ancora discordi nel parlare gente che abita pi vicina, come Milanesi e Veronesi, Romani e Fiorentini, e inoltre chi accomunato dall'appartenenza a una stessa razza, come Napoletani e Caietani, Ravennati e Faentini; e infine, ci che ancora pi stupefacente, gente che vive sotto una stessa organizzazione cittadina, come i Bolognesi di Borgo San Felice e i Bolognesi di Strada Maggiore. 5 Perch si verifichino tutte queste differenze e variet di linguaggi, risulter chiaro in base a un unico ed esclusivo motivo razionale. 6 Affermiamo dunque che nessun effetto, in quanto tale, va al di l della propria causa, poich non c' nessuna cosa che possa produrre ci che gi non . Dato allora che ogni nostro linguaggio all'infuori di quello creato da Dio in una col primo uomo - stato ricostruito a nostro arbitrio dopo la famosa confusione che non stata altro che oblio della lingua precedente, e dato che l'uomo un animale instabilissimo e mutevolissimo, in nessun caso pu avere durata e continuit, ma come tutte le altre cose che ci appartengono, quali abitudini e mode, deve necessariamente variare in rapporto alle distanze di spazio e di tempo. 7 E sul fatto che ho appena detto "di tempo" non credo ci sia da aver dubbi, ma anzi giudizio da tener ben fermo: perch se esaminiamo a fondo tutti gli altri nostri prodotti, risulta che discordiamo molto pi dai nostri antichissimi concittadini che dai nostri contemporanei anche pi lontani. Per cui osiamo affermare che se ora rinascessero i Pavesi dei tempi pi antichi, parlerebbero una lingua distinta e diversa da quella dei Pavesi di oggi. 8 E quanto diciamo non dovr destare maggior meraviglia che il fatto di accorgersi che un giovane divenuto adulto senza averne prima notata la crescita: perch i movimenti che avvengono a poco a poco non riusciamo minimamente a valutarli, e quanto pi il mutamento di una data realt richiede tempi lunghi, tanto pi la riteniamo stabile. 9 Non c' allora da meravigliarsi se uomini che quanto a capacit di giudizio sono poco lontani dalle bestie ritengono che la vita civile della stessa citt si sia sempre svolta all'insegna di una lingua invariabile, dato che il mutamento della lingua vi avviene a poco a poco, in una lunghissima successione temporale, mentre da parte sua la vita umana, per intrinseca natura, brevissima.

10 Se dunque la lingua parlata da un medesimo popolo muta, come s' detto, via via nel corso dei tempi e non pu rimanere in alcun modo uguale a s stessa, ne viene di necessit che si diversifichino nei modi pi diversi le lingue di coloro che vivono separati e lontani, come varie sono le variazioni di abitudini e mode, cose che non sono stabilizzate n dalla natura n da un accordo comune, ma nascono dalle libere scelte degli uomini e dalla vicinanza nello spazio. 11 Di qui sono partiti gli inventori della grammatica: la quale grammatica non altro che un tipo di linguaggio inalterabile e identico a s stesso nella diversit dei tempi e dei luoghi. Questa lingua, avendo ricevutole proprie regole dal consenso unanime di molte genti, non appare esposta ad alcun arbitrio individuale, e di conseguenza non pu essere neppure mutevole. Pertanto coloro che la inventarono lo fecero per evitare che il mutate del linguaggio, fluttuante in bala dell'arbitrio individuale, ci impedisse del tutto, o quantomeno ci consentisse solo imperfettamente, di venire in contatto con il pensiero e le azioni memorabili degli antichi, cos come di coloro che la diversit dei luoghi rende diversi da noi.

I-x
1 Come si detto pi sopra, il nostro idioma si presenta ora come triforme, e all'atto di svolgerne un confronto interno secondo la triplice forma sonora in cui si risolto, l'esitazione con cui maneggiamo la bilancia cos grande che non osiamo nel confronto anteporre questa parte o quella o l'altra ancora, se non forse in base a questo fatto, che i fondatori della grammatica hanno evidentemente preso come avverbio di affermazione sic: il che sembra attribuire di diritto una certa preminenza agli Italiani, che dicono s. 2 E in effetti ciascuna delle tre parti difende la propria causa con larghezza di testimonianze. Dunque: la lingua d'ol adduce a proprio favore che, per la natura pi agevole e piacevole del suo volgare, tutto quello che stato desunto o inventato in volgare prosaico, le appartiene: vale a dire la compilazione che mette assieme Bibbia e imprese dei Troiani e dei Romani, e le bellissime avventure di re Art, e svariate altre opere storiche e dottrinali. L'altra a sua volta, cio la lingua d'oc, usa come argomento a suo vantaggio che i rappresentanti dell'eloquenza volgare hanno poetato dapprima in essa, come nella lingua pi dolce e pi perfetta: cos Pietro d'Alvernia e altri antichi maestri. Infine la terza lingua, quella degli Italiani, afferma la propria superiorit sulla base di due prerogative: in primo luogo perch coloro che hanno poetato in volgare pi dolcemente e profondamente, come Cino Pistoiese e l'amico suo, sono suoi servitori e ministri; secondariamente perch costoro mostrano di appoggiarsi maggiormente alla grammatica che comune a tutti, e questo a chi osserva razionalmente appare un argomento di grandissimo peso. 3 Noi per tralasceremo di giudicare su questo punto, e ricondurremo la nostra trattazione al volgare italiano, tentando di descrivere le variet che ha assunto in s e anche di compararle fra loro. 4 Per prima cosa diciamo dunque che l'Italia divisa in due parti, una destra e una sinistra. E se qualcuno vuol sapere qual la linea divisoria, rispondiamo in breve che il giogo dell'Appennino: il quale, come la cima di una grondaia sgronda da una parte e dal1'altra le acque che sgocciolano in opposte direzioni, sgocciola per lunghi condotti, da una parte e dall'altra, verso i contrapposti litorali, giusta la descrizione di Lucano nel secondo libro: e la parte destra ha per sgrondatoio il Mar Tirreno, mentre la sinistra scende nell'Adriatico. 5 Le regioni di destra sono l'Apulia, non tutta per, Roma, il Ducato, la Toscana e la Marca Genovese; quelle di sinistra invece parte dell'Apulia, la Marca Anconitana, la Romagna, la Lombardia, la Marca Trevigiana con Venezia. Quanto al Friuli e all'Istria, non possono appartenere che all'Italia di sinistra, mentre le isole del Mar Tirreno, cio la Sicilia e la Sardegna, appartengono senza dubbio all'Italia di destra, o piuttosto vanno associate ad essa. 8

6 Ora in entrambe queste due met, e relative appendici, le lingue degli abitanti variano: cos i Siciliani si diversificano dagli Apuli, gli Apuli dai Romani, i Romani dagli Spoletini, questi dai Toscani, i Toscani dai Genovesi e i Genovesi dai Sardi; e allo stesso modo i Calabri dagli Anconitani, costoro dai Romagnoli, i Romagnoli dai Lombardi, i Lombardi dai Trevigiani e Veneziani, costoro dagli Aquileiesi e questi ultimi dagli Istriani. Sul che pensiamo che nessun italiano dissenta da noi. 7 Ecco perci che la sola Italia presenta una variet di almeno quattordici volgari. I quali poi si differenziano al loro interno, come ad esempio in Toscana il Senese e l'Aretino, in Lombardia il Ferrarese e il Piacentino; senza dire che qualche variazione possiamo coglierla anche nella stessa citt, come abbiamo asserito pi sopra nel capitolo precedente. Pertanto, a voler calcolare le variet principali del volgare d'Italia e le secondarie e quelle ancora minori, accadrebbe di arrivare, perfino in questo piccolissimo angolo di mondo, non solo alle mille variet, ma a un numero anche superiore.

I - xi
1 In tanta dissonanza che tutte queste variet producono nel volgare italiano, mettiamoci sulle tracce della lingua pi decorosa d'Italia, la lingua illustre; e per aprire alla nostra caccia una strada transitabile, in primo luogo buttiamo fuori dalla selva cespugli aggrovigliati e rovi. 2 E dunque, siccome i Romani ritengono di dover essere messi in testa a tutti, non ingiusto che li anteponiamo a tutti gli altri in quest'opera di sradicamento o estirpazione che dir si voglia, dichiarando che non andranno presi in considerazione in nessuna precettistica sull'eloquenza volgare. E diciamo pure che quello dei Romani - che non neanche una lingua ma piuttosto uno squallido gergo - il pi brutto di tutti i volgari italiani: il che non meraviglia, dato che anche quanto a bruttura di abitudini e fogge esteriori appaiono i pi fetidi di tutti. Eccoli infatti dire: Messure, quinto dici? 3 Dopo costoro strappiamo via gli abitanti della Marca Anconitana, che dicono Chignamente state siate: e assieme a loro via anche gli Spoletini. 4 E non si deve dimenticare 1'esistenza di svariate poesie create per schernire questi tre popoli; tra le quali ne abbiamo vista una, perfettamente congegnata secondo le regole, che aveva composto un fiorentino di nome Castra a che incominciava cos: Una fermana scopai da Cascioli, cita cita se 'n ga 'n grande aina. 5 Dopo di questi estirpiamo Milanesi a Bergamaschi a loro vicini; anche su di loro ricordiamo che un tale ha composto un canto di scherno: Enter 1'ora del vesper, ci fu del mes d'ochiover. 6 E dopo ancora, setacciamo via Aquileiesi e Istriani, che con quel loro accento ferino pronunciano: Ces fas-tu? E assieme a questi buttiamo via tutte le parlate montanare e campagnole, come quelle dei Casentinesi e degli abitanti di Fratta, che col loro accento aberrante da tutte le regole suonano in modo da far a pugni col linguaggio di chi abita nel centro delle citt. 7 Quanto ai Sardi, che non sono Italiani ma andranno associati agli Italiani, via anche loro, dato che sono i soli a risultare privi di un volgare proprio, imitando invece la grammatica come fanno le scimmie con gli uomini: e infatti dicono domus nova e dominus meus.

I - xii
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1 Liberati in qualche modo dalla pula i volgari italiani, istituiamo un paragone fra quelli che sono rimasti nel setaccio e scegliamo rapidamente il pi onorevole e onorifico. 2 E per prima cosa facciamo un esame mentale a proposito del siciliano, poich vediamo che il volgare siciliano si attribuisce fama superiore a tutti gli altri per queste ragioni: che tutto quanto gli Italiani producono in fatto di poesia si chiama siciliano; e che troviamo che molti maestri nativi dell'isola hanno cantato con solennit, per esempio nelle famose canzoni Ancor che 1'aigua per lo foco lassi e Amor, che lungiamente m'hai menato. 3 Ma questa fama della terra di Trinacria, a guardar bene a che bersaglio tende, sembra persistere solo come motivo d'infamia per i principi italiani, i quali seguono le vie della superbia vivendo non da magnanimi ma da gente di bassa lega. E in verit quegli uomini grandi e illuminati, Federico Cesare e il suo degno figlio Manfredi, seppero esprimere tutta la nobilt e dirittura del loro spirito, e finch la fortuna lo permise si comportarono da veri uomini, sdegnando di vivere da bestie. Ed per questo che quanti avevano in s nobilt di cuore a ricchezza di doni divini si sforzarono di rimanere a contatto con la maest di quei grandi principi, cosicch tutto ci che a quel tempo producevano gli Italiani pi nobili d'animo vedeva dapprima la luce nella reggia di quei sovrani cos insigni; e poich sede del trono regale era la Sicilia, ne venuto che tutto quanto i nostri predecessori hanno prodotto in volgare si chiama siciliano: ci che anche noi teniamo per fermo, e che i nostri posteri non potranno mutare. 5 Rac, rac! Che cosa fa risuonare ora la tromba dell'ultimo Federico, che cosa la campana di guerra del secondo Carlo, cosa i corni dei potenti marchesi Giovanni e Azzo, cosa le trombette degli altri grandi della politica, se non: "A me carnefici, a me gente piena di doppiezza, a me seguaci di avidit"? 6 Ma meglio ritornare al punto che parlare a vuoto. Diciamo allora che il volgare siciliano, a volerlo prendere come suona in bocca ai nativi dell'isola di estrazione media (ed evidentemente da loro che bisogna ricavare il giudizio), non merita assolutamente 1'onore di essere preferito agli altri, perch non si pu pronunciarlo senza una certa lentezza; come ad esempio qui: Tragemi d'este focora se t'este a bolontate. Se invece lo vogliamo assumere nella forma in cui sgorga dalle labbra dei siciliani pi insigni, come si pu osservare nelle canzoni citate in precedenza, non differisce in nulla dal volgare pi degno di lode, e lo mostreremo pi sotto. 7 Gli Apuli d'altra parte, o per loro crudezza o per la vicinanza delle genti con cui confinano, cio Romani a Marchigiani, cadono in sconci barbarismi: e infatti dicono Blzera che chiangesse lo quatraro. 8 Ma bench i nativi dell'Apulia parlino generalmente in modo turpe, alcuni che fanno spicco tra di essi si sono espressi in modo raffinato, trascegliendo nelle loro canzoni i vocaboli pi degni della curia, cosa che risulta evidente ad osservare le loro poesie, come ad esempio Madonna, dir vi voglio, e Per fino amore vo s letamente.

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9 Perci, se si considera quanto detto sopra, deve risultare pacifico che n il siciliano n 1'apulo rappresentano il volgare pi bello che c' in Italia, dato che, come abbiamo mostrato, gli stilisti delle rispettive regioni si sono staccati dalla loro parlata.

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1 Dopo di che, veniamo ai Toscani i quali, rimbambiti per la loro follia, hanno 1'aria di rivendicare a s 1'onore del volgare illustre. E in questo non solo la plebe a perdere la testa con le sue pretese, anzi sappiamo bene che parecchi personaggi famosi hanno avuto la stessa opinione: ad esempio Guittone Aretino, che non punt mai al volgare curiale, Bonagiunta Lucchese, Gallo Pisano, Mino Mocato di Siena, Brunetto Fiorentino, le poesie dei quali, ad aver tempo e voglia di scrutarle attentamente, si riveleranno non di livello curiale, ma soltanto municipale. 2 E poich i Toscani sono pi di tutti in preda a questo delirio da ubriachi, sembra giusto e utile prendere uno per uno i volgari municipali della Toscana e sgonfiarli un po' della loro prosopopea. Ecco che parlano i Fiorentini, e dicono Manichiamo, introcque che noi non facciamo altro; e i Pisani: Bene andonno li fatti de Fiorensa per Pisa; i Lucchesi: Fo voto a Dio ke in grassarra eie lo comuno de Lucca; i Senesi: Onche renegata avess'io Siena. Ch'ee chesto? gli Aretini: Vuo' tu venire ovelle? Di Perugia, Orvieto, Viterbo, nonch di Civita Castellana, non intendiamo assolutamente trattare, data la loro parentela con Romani e Spoletini. 3 Bench per quasi tutti i Toscani siano intronati da quel loro turpiloquio, qualcuno a nostro avviso ha sperimentato1'eccellenza del volgare, voglio dire Guido, Lapo e un altro, tutti di Firenze, a Cino Pistoiese, che ora mettiamo ingiustamente per ultimo, costretti da una considerazione non ingiusta. 4 Perci se esaminiamo le parlate toscane e se valutiamo come gli individui pi onorati hanno voltato le spalle alla loro, non resta pi alcun dubbio che il volgare che cerchiamo altra cosa da quello a cui pu arrivare il popolo di Toscana. 5 Qualcuno ora potrebbe pensare che quanto abbiamo affermato per i Toscani non vada ripetuto per i Genovesi: basta allora che si metta bene in testa questo, che se i Genovesi a causa di un'amnesia perdessero la lettera z, dovrebbero o ammutolire completamente o rifarsi una nuova lingua. La z infatti fa la parte del leone nella loro parlata, a si tratta di una lettera che non si pu pronunciare senza molta durezza.

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1 Passiamo ora sopra le spalle coperte di fronde dell'Appennino, ed esploriamo con attenta indagine, come siamo soliti, la sinistra dell'Italia, iniziando da oriente. 2 Entrando dunque per la Romagna in questa parte d'Italia, diciamo che qui si trovano due volgari che si contrappongono per alcune convergenze linguistiche di segno contrario. Di questi 1'uno si rivela cos effeminato per mollezza di vocaboli e pronuncia che un uomo che lo parli, anche con tanto di voce virile, viene preso per una donna. 3 A tale volgare appartengono tutti i Romagnoli, e specialmente i Forlivesi, la cui citt, bench periferica, appare per il fulcro di tutta la regione: costoro per affermare dicono deusc, e allo scopo di blandire il prossimo usano le espressioni oclo meo e corada mea. Ma taluni di questi, a nostra notizia, si sono allontanati nelle loro poesie dal proprio volgare, cio Tommaso e Ugolino Buccila, entrambi Faentini. 11

4 C' poi quell'altro volgare, come s' detto, talmente irsuto ed ispido per vocaboli a accenti che per la sua rozza asprezza non solo snatura una donna che lo parli, ma tu, o lettore, a sentirla sospetteresti che sia un uomo. 5 A questo appartengono tutti quelli che dicono magara, vale a dire Bresciani, Veronesi e Vicentini; e inoltre i Padovani, che sconciano con le loro sincopi tutti i participi in "-tus" e i nomi in "-tas", quali merc e bont. Con questi citeremo anche i Trevigiani, che alla maniera di Bresciani e loro vicini troncano le parole pronunciando la u consonante come f, metti nof per "nove" e vif per "vivo": tratto che stigmatizziamo come macroscopico barbarismo. 6 Neppure i Veneziani possono considerarsi degni dell'onore di quel volgare su cui indaghiamo; e se qualcuno di loro, trafitto dall'errore, si andasse pavoneggiando a questo proposito, si faccia venire in mente se per caso non ha mai detto Per le plaghe di Dio tu, no verras. 7 Tra tutti questi abbiamo sentito una sola persona che si sforzava di distaccarsi dal volgare materno e di tendere a quello curiale, cio Aldobrandino Padovano. 8 Cos a tutti i volgari che fanno la loro comparsa in giudizio in questo capitolo noi rilasciamo questa sentenza arbitrale, che n il romagnolo, n il dialetto che gli si oppone nei modi che si son detti, n il veneziano rappresentano il volgare illustre che cerchiamo.

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1 Cerchiamo ora di condurre speditamente 1'indagine su ci che rimane della selva italica. 2 Diciamo allora che forse non giudicano male quanti affermano che i Bolognesi parlano la lingua pi bella di tutte, dato che essi assumono nel proprio volgare qualche elemento da quanti li circondano, Imolesi, Ferraresi e Modenesi: operazione che a quanto supponiamo compie chiunque nei confronti dei propri vicini, come mostr Sordello per la sua Mantova, confinante con Cremona, Brescia a Verona: il quale, da quell'uomo di alta eloquenza che era, abbandon il volgare della sua patria non solo in poesia ma in qualunque forma di espressione. 3 Ed cos che gli abitanti della citt suddetta prendono dagli Imolesi il morbido e il molle, e invece dai Ferraresi a dai Modenesi una certa chioccia asprezza che propria dei Lombardi e che crediamo sia rimasta agli abitanti della regione in seguito alla mescolanza con gli stranieri Longobardi. 4 E questo il motivo per cui non troviamo nessun Ferrarese, Modenese o Reggiano che abbia scritto poesia d'arte: perch, abituati come sono a quella loro asprezza, non possono assolutamente accostarsi al volgare regale senza portarsi dietro un che di crudo. Stesso giudizio, anzi assai pi radicale, si deve dare dei Parmigiani, che dicono monto per "molto". 5 Se dunque i Bolognesi, come si detto, prendono da ambedue le parti, appare ragionevole che la loro lingua, per la mescolanza di caratteri opposti nel modo che si detto, venga a risultare, cos contemperata, di una soavit degna di lode: e a nostro giudizio le cose stanno cos, fuori di dubbio. 6 Perci se quelli che assegnano ad essi il primo posto nell'mbito della lingua volgare, prendono in considerazione comparativamente solo i volgari municipali d'Italia, siamo ben lieti di essere d'accordo; se per ritengono che il volgare bolognese vada privilegiato in assoluto, allora dissentiamo fermamente da loro. Non questo infatti ci che chiamiamo volgare regale ed illustre, perch se lo fosse stato Guido Guinizelli - che il maggiore di tutti -, Guido Ghislieri, Fabruzzo ed 12

Onesto e gli altri poeti d'arte di Bologna non si sarebbero mai allontanati dalla propria parlata, loro che furono maestri illustri e pieni di discernimento in materia di volgari. Scrive il grande Guido: Madonna, '1 fino amore ch'io vi porto; Guido Ghislieri: Donna, lo fermo core; Fabruzzo: Lo meo lontano gire; Onesto: Pi non attendo il tuo soccorso, amore. Tutte parole ben diverse da quelle che si usano nel centro di Bologna. 7 Quanto alle rimanenti citt situate ai confini dell'Italia, penso che nessuno nutrir dubbi in proposito - e se qualcuno ne avr, non lo degniamo di alcun nostro chiarimento: resta quindi ancora poco da dire nel nostro esame. Per cui, desiderosi come siamo di deporre il setaccio, a per dare uno sguardo veloce alla rimanenza; diciamo che le citt di Trento e di Torino, nonch di Alessandria, sono situate talmente vicino ai confini d'Italia che non possono avere parlate pure; tanto che, se anche possedessero un bellissimo volgare - e invece 1'hanno bruttissimo -, per come mescolato coi volgari di altri popoli dovremmo negare che si tratti di una lingua veramente italiana. Perci, se quello che cerchiamo 1'italiano illustre, 1'oggetto della nostra ricerca non si pu trovare in quelle citt.

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1 Dopo che abbiamo cacciato per monti boscosi e pascoli d'Italia e non abbiamo trovato la pantera che bracchiamo, per poterla scovare proseguiamo la ricerca con mezzi pi razionali, sicch, applicandoci con impegno, possiamo irretire totalmente coi nostri lacci la creatura che fa sentire il suo profumo ovunque e non si manifesta in nessun luogo. 2 Riprendendo dunque le nostre armi da caccia, affermiamo che in ogni genere di cose ce ne deve essere una in base alla quale paragoniamo e soppesiamo tutte le altre che appartengono a quel genere, e ne ricaviamo 1'unit di misura:, cos nell'mbito dei numeri tutti si misurano in base all'unit, e vengono definiti maggiori o minori secondo che sono lontani o vicini all'unit; e cos, nella sfera dei colori, li misuriamo tutti sul bianco, e infatti li definiamo pi o meno luminosi secondo che tendono al bianco o se ne discostano. E lo stesso principio che affermiamo per i fenomeni che mostrano di possedere gli attributi della quantit e qualit, riteniamo si possa applicarlo a qualsiasi predicamento, anche alla sostanza: ogni cosa insomma misurabile, in quanto fa parte di un genere, in base a ci che vi di pi semplice in quel dato genere. 3 Perci nelle nostre azioni, nella misura in cui si dividono in specie, occorre trovare 1'elemento specifico sul quale anch'esse vengano misurate. Cos, in quanto operiamo in assoluto come uomini, c' la virt (intendendola in senso generale), secondo la quale infatti giudichiamo un uomo buono o cattivo; in quanto operiamo come uomini di una citt, c' la legge, secondo la quale un cittadino definito buono o cattivo; in quanto operiamo come uomini dell'Italia, ci sono alcuni semplicissimi tratti, di abitudini e di modi di vestire e di lingua, che permettono di soppesare e misurare le azioni degli Italiani. 4 Ma le operazioni pi nobili fra quante ne compiono gli Italiani non sono specifiche di nessuna citt d'Italia, bens comuni a tutte; e fra queste si pu a questo punto individuare quel volgare di cui pi sopra andavamo in caccia, che fa sentire il suo profumo in ogni citt, ma non ha la sua dimora in alcuna.

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5 E tuttavia pu spargere il suo profumo pi in una citt che in un'altra, come la sostanza semplicissima, Dio, d sentore di s pi nell'uomo che nella bestia, pi nell'animale che nella pianta, pi in questa che nel minerale, in quest'ultimo pi che nell'elemento semplice, nel fuoco pi che nella terra; e la quantit pi semplice, 1'unit, si fa sentire pi nei numeri dispari che nei pari; e il colore pi semplice, il bianco, si rivela pi nel giallo che nel verde. 6 Ecco dunque che abbiamo raggiunto ci che cercavamo: definiamo in Italia volgare illustre, cardinale, regale e curiale quello che di ogni citt italiana e non sembra appartenere a nessuna, e in base al quale tutti i volgari municipali degli Italiani vengono misurati a soppesati a comparati.

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1 A questo punto occorre esporre con ordine le ragioni per cui chiamiamo con gli attributi di illustre, cardinale, regale e curiale questo volgare che abbiamo trovato: procedimento attraverso il quale ne faremo risaltare in modo pi limpido 1'intrinseca essenza. 2 E in primo luogo dunque mettiamo in chiaro cosa vogliamo significare con 1'attributo di illustre e perch definiamo quel volgare come illustre. Invero, quando usiamo il termine "illustre" intendiamo qualcosa che diffonde luce e che, investito dalla luce, risplende chiaro su tutto: ed a questa stregua che chiamiamo certi uomini illustri, o perch illuminati dal potere diffondono sugli altri una luce di giustizia e carit, o perch, depositari di un alto magistero, sanno altamente ammaestrare: come Seneca e Numa Pompilio. Ora il volgare di cui stiamo parlando investito da un magistero e da un potere che lo sollevano in alto, e solleva in alto i suoi con 1'onore a la gloria. 3 Che possieda un magistero che lo innalza manifesto, dato che lo vediamo, cavato fuori com' da tanti vocaboli rozzi che usano gli Italiani, da tante costruzioni intricate, da tante desinenze erronee, da tanti accenti campagnoli, emergere cos nobile, cos limpido, cos perfetto e cos urbano come mostrano Cino Pistoiese e 1'amico suo nelle loro canzoni. 4 Che abbia poi un potere che lo esalta, chiaro. E quale maggior segno di potere della sua capacit di smuovere in tutti i sensi i cuori degli uomini, cos da far volere chi non vuole a disvolere chi vuole, come ha fatto a continua a fare? 5 Che anche sollevi in alto con 1'onore che d, salta agli occhi. Forse che chi al suo servizio non supera in fama qualunque re, marchese, conte e potente? Non c' nessun bisogno di dimostrarlo. 6 E quanto renda ricchi di gloria i suoi servitori, noi stessi lo sappiamo bene, noi che per la dolcezza di questa gloria ci buttiamo dietro le spalle 1'esilio. 7 Per tutto ci a buon diritto che dobbiamo proclamarlo illustre.

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1 E non senza ragione che fregiamo questo volgare illustre del secondo attributo, per cui cio si chiama cardinale. Come infatti la porta intera va dietro al cardine, in modo da volgersi anch'essa nel senso in cui il cardine si volge, sia che si pieghi verso 1'interno sia che si apra verso 1'esterno, cos 1'intero gregge dei volgari municipali si volge a rivolge, si muove a s'arresta secondo gli ordini di questo, che si mostra un vero e proprio capofamiglia. Non strappa egli ogni giorno i cespugli spinosi dalla selva italica? Non innesta ogni giorno germogli e trapianta pianticelle? A che altro sono intenti i suoi giardinieri se non a togliere e a inserire, come si detto? Per cui merita pienamente di fregiarsi di un epiteto cos nobile. 14

2 Quanto poi al nome di regale che gli attribuiamo, il motivo questo, che se noi Italiani avessimo una reggia, esso prenderebbe posto in quel palazzo. Perch se la reggia la casa comune di tutto il regno, 1'augusta reggitrice di tutte le sue parti, qualunque cosa tale da esser comune a tutti senza appartenere in proprio a nessuno, deve necessariamente abitare nella reggia a praticarla, e non vi altra dimora degna di un cos nobile inquilino : tale veramente appare il volgare del quale parliamo. 3 Di qui deriva che tutti coloro che frequentano le regge parlano sempre il volgare illustre; e ne deriva anche che il nostro volgare illustre se ne va pellegrino come uno straniero e trova ospitalit in umili asili, dato che noi siamo privi di una reggia. 4 Infine quel volgare va definito a buon diritto curiale, poich la curialit non altro che una norma ben soppesata delle azioni da compiere; e siccome la bilancia capace di soppesare in questo modo si trova d'abitudine solo nelle curie pi eccelse, ne viene che tutto quanto nelle nostre azioni soppesato con esattezza, viene chiamato curiale. Per cui questo volgare, poich stato soppesato nella curia pi eccelsa degli Italiani, degno di essere definito curiale. 5 Ma dire che stato soppesato nella pi eccelsa curia degli Italiani sembra una burla, dato che siamo privi d'una curia. Ma facile rispondere. Perch se vero che in Italia non esiste una curia, nell'accezione di curia unificata - come quella del re di Germania -, tuttavia non fanno difetto le membra che la costituiscono; e come le membra di quella curia traggono la loro unit dalla persona unica del Principe, cos le membra di questa sono state unite dalla luce di grazia della ragione. Perci sarebbe falso sostenere che gli Italiani mancano di curia, anche se manchiamo di un Principe, perch in realt una curia la possediamo, anche se fisicamente dispersa.

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1 Ora affermiamo che questo volgare, che stato presentato come illustre, cardinale, regale e curiale, coincide con quello che si chiama volgare italiano. Infatti, come possibile trovare un determinato volgare proprio di Cremona, cos possibile trovarne uno proprio della Lombardia; e come si trova quest'ultimo, cos possibile reperirne uno proprio di tutta la parte sinistra dell'Italia; e come per tutti questi, cos dato reperire quello che appartiene all'Italia intera. E come 1'uno si definisce cremonese, e 1'altro lombardo, e il terzo semi-italiano, cos questo, che appartiene al1'Italia intera, si chiama volgare italiano. Di esso infatti si sono serviti i maestri illustri che in Italia hanno poetato in lingua volgare, come Siciliani, Apuli, Toscani, Romagnoli, Lombardi e uomini dell'una e dell'altra Marca. 2 E poich il nostro scopo, stante la promessa fatta all'inizio di quest'opera, di insegnare la teoria dell'eloquenza volgare, cominceremo appunto da esso, come dal pi eccellente di tutti, per trattare nei libri successivi di questi argomenti: chi riteniamo degno di usarlo, e per quali materie, e come, nonch dove, e quando, e a chi vada rivolto. 3 Chiariti questi fatti, avremo cura di illustrare i volgari inferiori, scendendo gradatamente fino a quel volgare che proprio di una sola famiglia.

Libro II - i
1 Stimolando di nuovo la rapidit del nostro ingegno a riprendendo in mano la penna che al servizio di un'opera cos utile, dichiariamo anzitutto che il volgare illustre italiano pu legittimamente manifestarsi sia in prosa che in versi. Ma poich sono piuttosto i prosatori a riceverlo dagli artefici di poesia, e poich il volgare che stato organizzato in poesia sembra rimanere come modello ai prosatori, e non viceversa - fatti che conferiscono evidentemente una 15

certa superiorit -, cominceremo col dipanare la matassa del volgare illustre secondo 1'uso che se ne fa in poesia, svolgendo la trattazione nell'ordine annunciato alla fine del primo libro. 2 Per prima cosa cerchiamo dunque di vedere se tutti i versificatori in volgare debbano usarlo. E a stare in superficie pare chiaramente di s, dato che chiunque fa versi deve adornarli per quanto gli possibile: per cui, non essendovi ornamento altrettanto splendido del volgare illustre, sembra chiaro che qualunque verseggiatore debba usarlo. 3 Inoltre, ci che eccelle nel suo genere, se mescolato a cose di valore inferiore, a quanto pare non solo non toglie loro nulla, ma le migliora; perci se qualche verseggiatore, per quanto rozzi siano i versi che produce, mescola quel volgare al suo rozzo prodotto, non solo fa bene ma pare che sia tenuto a far proprio cos: chi ha poche capacit ha assai pi bisogno d'aiuto di chi ne ha molte. E cos sembra chiaro che a tutti i versificatori sia lecito usarlo. 4 Ma questo completamente falso, perch neppure i poeti pi eccellenti devono sempre ammantarsi di tale veste, come si potr giudicare da ci di cui si tratta pi oltre. 5 Questo volgare esige in verit persone che gli assomiglino, come avviene per tutti gli altri nostri atteggiamenti morali a modi di vestire: cos la magnificenza esige persone capaci di grandi. azioni, la porpora individui nobili; e allo stesso modo anche il volgare in questione cerca coloro che eccellono per ingegno a cultura, e disprezza tutti gli altri, come risulter chiaro da quanto segue. 6 Infatti tutto ci che ci conviene, ci conviene in virt del genere, o della specie, o dell'individuo, come sarebbe provar sensazioni, ridere, esercitare la cavalleria. Ma questo volgare illustre non ci conviene in virt del genere, perch altrimenti converrebbe anche alle bestie; e neppure in virt della specie, perch allora sarebbe conveniente a tutti gli uomini, il che fuori discussione, perch nessuno vorr sostenere che conveniente ai montanari e ai loro argomenti rustici: dunque la sua convenienza una questione individuale. 7 Ma non c' nulla che convenga a un individuo se non in grazia del tipo di dignit che possiede, per esempio fare il mercante o esercitare la cavalleria o 1'arte dell'uomo di governo. Perci se vero che i vari tipi di convenienza rispondono a quelli rispettivi di dignit, cio di persone degne, ed alcuni possono essere degni, altri pi degni, altri degnissimi, palese che le cose buone converranno ai degni, le migliori ai pi degni, le eccellenti ai degnissimi. 8 E dato che la lingua lo strumento necessario di ci che concepiamo non altrimenti che il cavallo lo per il cavaliere, e ai migliori cavalieri convengono i migliori cavalli, come si detto, alle concezioni pi alte converr la lingua migliore. Ma le concezioni pi alte non possono trovarsi se non dove si trovano cultura e ingegno, e perci la lingua migliore non conviene se non a quelli che possiedono ingegno a cultura. E cos la lingua migliore non converr a tutti i versificatori, visto che i pi scrivono versi senza cultura e senza ingegno, e di conseguenza neppure il volgare che migliore. Perci, se non si addice a tutti, non tutti debbono farne uso, perch nessuno deve agire contro il principio della convenienza. 9 Quanto al punto in cui si dice che chiunque deve adornare i suoi versi per quanto gli possibile, affermiamo che vero; per non che definiremo adornato un bue bardato da cavallo o un maiale coi bei pettorali, anzi ne rideremo a vederli cos sconciati: perch 1'ornato consiste nell'aggiunta di qualcosa di conveniente. 10 E in riferimento al passo dove si afferma che a mescolare cose di maggiore e di minor pregio queste ultime ne hanno un vantaggio, diciamo che vero quando venga meno la possibilit di distinguerle: poniamo se si fondono assieme oro a argento; ma se la possibilit di distinzione 16

rimane, le cose di valore inferiore diventano ulteriormente vili: come quando avviene che belle donne vadano assieme a donne brutte. Pertanto, siccome il pensiero dei versificatori si unisce alle parole restandone per sempre distinto, se non sar della miglior qualit associandosi al volgare pi alto non apparir migliore ma peggiore, come una donna brutta a vestirsi d'oro o di seta.

II - ii
1 Dopo aver dimostrato che il volgare illustre devono usarlo non tutti i versificatori ma soltanto i pi eccellenti, ne consegue la necessit di stabilire se tutti gli argomenti vadano trattati in tale volgare oppure no; e nel caso che non tutti ne siano degni, mostrare partitamente quali lo sono. 2 A questo scopo bisogna per prima cosa individuare cosa s'intende col termine "degno". Ora noi chiamiamo degno ci che possiede una dignit, come nobile ci che ha in s nobilt; e se una volta acquisita conoscenza di ci che riveste si conosce anche ci che rivestito, in quanto tale, conosciuta la dignit conosceremo anche ci ch' degno. 3 La dignit infatti 1'effetto ossia punto d'arrivo di ci che si meritato; cos, quando uno ha ben meritato diciamo ch' avviato a dignit di bene, chi ha demeritato a dignit di male: metti il buon combattente a dignit di vittoria, oppure il buon governante a dignit di governo, e d'altra parte il mentitore a un giusto rossore, e il ladrone omicida a questo giusto risultato, la morte. 4 Ma in realt fra coloro che hanno ben meritato, e anche all'interno dell'altra categoria, si istituiscono comparazioni, e insomma alcuni sono benemeriti, altri maggiormente benemeriti, altri ancora sommamente benemeriti, cos come alcuni demeritano, altri demeritano ancor pi, altri infine demeritano radicalmente; e le comparazioni di questo genere si fanno sempre tenendo d'occhio quel punto d'arrivo dei meriti che chiamiamo dignit, come s' detto: per cui palese che le dignit si confrontano fra loro secondo un pi e un meno, cosicch ce ne sono di grandi, di pi grandi e di grandissime; e di conseguenza risulta chiaro che ci sono cose degne, pi degne, degnissime. 5 E poich il confronto fra le varie dignit non avviene in relazione a un medesimo oggetto, ma ad oggetti diversi, di modo che chiamiamo pi degno ci che lo delle cose pi grandi, degnissimo ci che lo delle grandissime (dato che non pu esservi qualcosa pi degno del medesimo oggetto), chiaro che, come esige la logica delle cose, ci ch' eccellente degno di quanto v' di pure eccellente. E pertanto, poich quello cui diamo il nome di illustre il migliore di tutti i volgari, ne viene di conseguenza che solo gli argomenti pi nobili sono degni di venir trattati in tale volgare, e sono quelli che chiamiamo, nella scala degli argomenti da trattare, i degnissimi. 6 Ma ora mettiamoci in cerca di quali siano questi argomenti. Per la cui determinazione bisogna sapere che 1'uomo, coerentemente al fatto che fornito di un'anima a triplice dimensione, vale a dire vegetativa, animale a razionale, percorre una triplice via. Poich, in quanto essere vegetativo, persegue l'utile, e in questo si accomuna alle piante; in quanto animale, il piacere, e in ci sta con le bestie; in quanto essere razionale, cerca l'onesto, e in questo solo, o partecipa della natura degli angeli. chiaramente in vista di queste tre finalit che noi facciamo tutto ci che facciamo; e poich nell'mbito di ognuna di esse ci sono cose di maggiore e di massima portata, in quanto tali, quelle di massima portata vanno trattate nei modi pi alti, e di conseguenza nel volgare pi alto. 7 Ma occorre discutere quali siano queste cose di massima portata. E per prima cosa nell'mbito dell'utile: qui, se consideriamo attentamente lo scopo di tutti quelli che ricercano 1'utilit, troveremo che non si tratta di null'altro che della salvezza. In secondo luogo per ci che costituisce il piacere: e qui affermiamo che fornisce il grado massimo del piacere ci che d piacere in quanto 1'oggetto pi prezioso dei nostri appetiti; che l'amore fisico. In terzo luogo, per 1'onesto: e qui nessuno 17

dubita che si tratti della virt. Perci queste tre, vale a dire salvezza, amore a virt, si rivelano quelle realt auguste che si devono trattare nei modi pi alti, o cio tali si rivelano gli argomenti che hanno pi stretta relazione con esse, come la prodezza nelle armi, 1'amore ardente e la retta volont. 8 Solo di questi argomenti, se non sbagliamo, risulta che hanno poetato in volgare i personaggi illustri, cio Bertrando del Bornio delle armi, Arnaldo Daniello dell'amore, Girardo del Bornello della rettitudine; e cos Cino Pistoiese dell'amore, 1'amico suo della rettitudine. Canta dunque Bertrando: Non posc mudar c'un cantar non exparia; Arnaldo: L'aura amara fa1 bruol brancuz clarzir; Giraldo: Per solaz reveilar che s'es trop endormiz; Cino: Digno sono eo di morte; e 1'amico suo: Doglia mi reca ne lo core ardire. Di armi invece non mi risulta che nessun italiano, finora, abbia poetato. 9 Visto quindi tutto ci, diventa chiaro quali temi vanno cantati nel volgare pi elevato.

II - iii
1 E ora tentiamo di indagare rapidamente in che forma metrica dobbiamo costringere i temi degni di cos grande volgare. 2 Volendo dunque render conto della forma in cui tali temi meritano di essere concatenati, osserviamo per prima cosa che va richiamato alla memoria un fatto, cio che coloro i quali hanno poetato in volgare hanno dato alle loro creazioni poetiche forme molteplici: chi canzoni, chi ballate, chi sonetti, chi ancora altre forme metriche senza leggi n regole, come si mostrer pi avanti. 3 Di tutte queste forme metriche noi riteniamo che la canzone sia la pi eccellente: per cui, se ci che sommamente eccellente degno di quanto parimenti eccellente in sommo grado, come si dimostrato in precedenza, i contenuti degni del volgare pi eccellente sono anche degni della forma metrica pi eccellente, e di conseguenza vanno trattati nelle canzoni. 4 Che poi la forma della canzone sia quale 1'abbiamo proclamata si pu provare a dimostrarlo in base a svariati argomenti. Il primo questo, che per quanto tutto ci che esprimiamo in versi sia "canzone", solo le canzoni hanno avuto in sorte tale vocabolo: e cose del genere non sono mai avvenute senza una scelta di antica data. 5 Inoltre: ogni cosa che realizza con le sue sole forze ci per cui stata fatta appare pi nobile di quelle che hanno bisogno di un aiuto esterno; ma appunto le canzoni realizzano da s sole tutto ci a cui sono tenute, capacit che le ballate non hanno, perch hanno bisogno dei danzatori, in funzione dei quali sono state create: ne deriva dunque che le canzoni vanno giudicate pi nobili delle ballate, e di conseguenza il loro metro va ritenuto il pi nobile di tutti, dato che nessuno dubiter che le ballate siano superiori ai sonetti per nobilt di metro. 6 Ancora: le cose pi nobili sono certo quelle che recano maggior onore al loro creatore; ma ai rispettivi creatori le canzoni recano pi onore delle ballate: perci sono pi nobili di queste ultime, e di conseguenza il loro metro il pi nobile di tutti. 18

7 E ancora: gli oggetti pi nobili sono quelli che vengono conservati con pi cura; ma fra tutto ci che viene cantato in poesia sono le canzoni ad esser conservate con maggior cura, come noto a chi frequenta i libri: dunque le canzoni sono le pi nobili, a di conseguenza il loro metro il pi nobile di tutti. 8 Oltre a ci: fra i prodotti tecnici il pi nobile quello che abbraccia in s 1'intera tecnica relativa; dato dunque che ci che viene cantato in poesia un prodotto tecnico,e tutta la tecnica compresa solo nelle canzoni, queste sono le pi nobili, e cos il loro metro il pi nobile di tutti. E che tutta la tecnica del canto poetico sia racchiusa nelle canzoni, si rivela chiaramente in questo, che ogni artificio tecnico presente nelle altre forme metriche presente anche nelle canzoni, ma non viceversa. 9 Del resto una prova di quanto affermiamo 1'abbiamo davanti agli occhi in tutta la sua evidenza: perch solo nelle canzoni si trova tutto ci che sgorgato alle labbra dei poeti dalle altezze delle loro menti illuminate. 10 Per il nostro assunto quindi chiaro che gli argomenti degni del volgare pi elevato devono essere trattati nelle canzoni.

II - iv
1 Poich abbiamo sbrogliato con fatica alcune matasse - chi e quali temi siano degni del volgare regale, nonch la forma metrica che stimiamo degna di tanto onore da giudicarla, essa sola, conveniente al volgare altissimo -, prima di passare ad altro esaminiamo a fondo la forma della canzone, che molti manifestamente usano a caso anzich secondo le regole tecniche; e mentre finora stata assunta a caso, spalanchiamo per essa 1'officina della tecnica, lasciando da parte i metri della ballata a del sonetto, dato che intendiamo illustrarli nel quarto libro di quest'opera, quando tratteremo del volgare mediocre. 2 Riesaminando dunque quanto stato detto, ci viene in mente che spesso coloro che compongono versi volgari li abbiamo chiamati poeti: e non c' dubbio che abbiamo osato pronunciare questa parola a ragion veduta, perch poeti certamente sono, a considerare la poesia nella sua giusta essenza: la quale poesia non altro che invenzione poeticamente espressa secondo retorica e musica. 3 vero che essi si differenziano dai poeti grandi, vale a dire quelli regolari, perch essi, i grandi, hanno poetato in una lingua e con una tecnica regolari, gli altri invece a caso, come s' detto. Avviene perci che quanto pi da vicino li imiteremo, tanto pi correttamente sapremo poetare. Quanto a noi quindi, che miriamo a un'opera dottrinale, ci occorrer emulare le loro poetiche ricche di dottrina. 4 Anzitutto affermiamo allora che ognuno deve adeguare il peso della materia alle proprie spalle, affinch per 1'eccessivo carico di cui sono gravate le loro forze non cpiti di dover incespicare nel fango: che quanto insegna il nostro Maestro Orazio quando dice al principio della Poetica: "Assumete una materia". 5 Nell'ambito poi degli argomenti che si presentano come materia di poesia, dobbiamo aver la capacit di distinguere se si tratta di cantarli in forma tragica, o comica, o elegiaca. Con tragedia vogliamo significare lo stile superiore, con commedia quello inferiore, con elegia intendiamo lo stile degli infelici.

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6 Se gli argomenti scelti appaiono da cantare in forma tragica, allora bisogna assumere il volgare illustre, a di conseguenza annodare la canzone. Se invece siamo a livello comico, allora si prender talora il volgare mediocre, talora l'umile, e i criteri di distinzione in proposito ci riserviamo di esibirli nel quarto di quest'opera. Se infine siamo a livello elegiaco, occorre prendere solamente il volgare umile. 7 Ma lasciamo da parte gli altri e ora, come opportuno, trattiamo dello stile tragico. ben chiaro che usiamo veramente uno stile tragico solo quando con la profondit del pensiero s'accordano sia la magnificenza dei versi che 1'altezza della costruzione e 1'eccellenza dei vocaboli. 8 Per cui se gi stato dimostrato, come si ricorder, che quanto sta al sommo degno di ci ch' pure sommo, e questo che chiamiamo tragico il sommo degli stili, gli argomenti che abbiamo distinto come tali da cantarsi a livello sommo vanno cantati solo in questo stile: vale a dire la salvezza, 1'amore e la virt, e i concetti che formuliamo in funzione di essi, purch non siano sviliti da nessun fenomeno accidentale. 9 E dunque ognuno affronti con cautela a discernimento ci di cui parliamo, e quando intende cantare questi tre temi nella loro pura essenza, o ci che ne diretta ed essenziale conseguenza, si abbeveri prima alle acque d'Elicona e poi, quando avr teso al massimo le corde dello strumento, allora potr cominciare senza timore a muovere il plettro. 10 Ma quanto a imparare questa cautela e questo discernimento, come doveroso, qui che sta 1'impresa e la fatica, perch non cosa che possa darsi senza vigore d'ingegno e assidua frequentazione della tecnica e possesso della cultura. E questi sono coloro che il Poeta nel sesto dell'Eneide chiama (bench parli figuratamente) diletti da Dio a innalzati fino ai cieli dal1'ardore della virt e figli degli di. 11 E allora resti dimostrata e svergognata la stoltezza di coloro che, privi di capacit tecnica e di cultura, fidando nel solo ingegno, si precipitano sui sommi temi che vanno cantati in forma somma; e la smettano con una simile presuntuosit, e se la natura o la fannullaggine li ha fatti oche, non pretendano di imitare 1'aquila che si slancia verso gli astri.

II - v
1 Sulla profondit di pensiero ci sembra di aver detto quanto basta, o almeno tutto ci che fa al caso per la nostra opera: affrettiamoci perci a passare alla magnificenza dei versi. 2 A questo proposito bene sapere che i nostri predecessori hanno a fatto uso nelle loro canzoni di svariati versi, e lo stesso fanno i contemporanei: ma sinora non ci risulta che nessuno, nel conto delle sillabe del verso, abbia passato la misura dell'endecasillabo oppure sia sceso sotto quella del trisillabo. E sebbene i cantori italiani abbiano usato il verso trisillabo e 1'endecasillabo e tutte le misure intermedie, di impiego pi frequente sono il quinario, il settenario e 1'endecasillabo, dopo i quali viene il trisillabo prima di tutti gli altri. 3 Di tutti questi versi l'endecasillabo si rivela il pi splendido, sia per misura di tempo che impegna sia per quanto capace di contenere in fatto di pensiero, costruzione e vocaboli; e la bellezza di tutti questi elementi viene maggiormente a moltiplicarsi in esso, come appare chiaramente: perch ovunque si accrescono le cose che hanno un valore, anche il valore stesso si accresce. 4 E tutti i maestri di poesia hanno mostrato di tener bene in conto quanto diciamo, iniziando le canzoni illustri con questo verso, come Giraldo del B.: Ara ausirez encabalitz cantarz 20

(verso che pu sembrare un decasillabo, ma in verit un endecasillabo: infatti le due consonanti terminali non appartengono alla sillaba precedente, e bench non abbiamo una propria vocale tuttavia non perdono il valore sillabico; prova ne che qui la rima si realizza con una sola vocale, cosa che non potrebbe verificarsi se non in forza di un'altra ivi sottintesa); e il Re di Navarra: De fin amor si vient sen et bont (dove, a considerare 1'accento a la sua ragion d'essere, risulter chiaro che si tratta di un endecasillabo); e Guido Guinizzelli: Al cor gentil repara sempre amore; il Giudice delle Colonne di Messina: Amor, che lungiamente m'hai menato; Rinaldo d'Aquino: Per fino amore vo s letamente; Cino Pistoiese: Non spero che giamai per mia salute; l'amico suo: Amor, che movi tua virt da cielo. 5 E per quanto il verso di cui si parlato appaia, come ben gli spetta, il pi celebre di tutti, se forma una sorta di unione con il settenario - ma beninteso acquisendo il ruolo dominante - si rivela ancora pi splendido e alto nella sua magnificenza. Ma questo punto resti da chiarire pi avanti. 6 E diciamo che il settenario viene subito dietro al verso pi grande di tutti per fama. Ai posti seguenti disponiamo, nell'ordine, il quinario e quindi il trisillabo. Il novenario invece, dato il suo aspetto di trisillabo ripetuto tre volte, non fu mai tenuto in onore o venne a noia e perci cadde in disuso. 7 Quanto poi ai parisillabi, a causa della loro grossolanit non ne facciamo uso se non raramente : e in effetti essi conservano la natura dei numeri relativi, i quali sono subordinati a quelli dispari come materia a forma. 8 E cos, riprendendo le cose dette in precedenza, risulta chiaro che 1'endecasillabo il verso pi splendido: che quanto cercavamo. A questo punto resta da indagare sui costrutti elevati e i vocaboli eccelsi; e quindi, una volta preparati rami e ritorte, insegneremo in quale forma si debba stringere il fascio che abbiamo promesso, cio la canzone.

II - vi
1 Poich 1'oggetto intorno a cui ruota lo scopo della nostra trattazione il volgare illustre, che il pi nobile di tutti, e abbiamo specificato gli argomenti degni di esser trattati in esso - i tre nobilissimi, come si dimostrato pi sopra -, riservando per loro il metro della canzone, in quanto supremo fra i metri, e quindi, per insegnarne pi a fondo 1'uso, abbiamo gi predisposto alcuni elementi, cio lo stile e il verso, ora trattiamo del costrutto. 2 Bisogna in effetti sapere che chiamiamo costrutto un insieme organico di parole unite secondo regole, come "Aristotele filosofo ai tempi di Alessandro". Qui abbiamo infatti cinque parole connesse regolarmente, che formano un costrutto unitario. 3 Ma al proposito bisogna per prima cosa tener presente che fra i costrutti ce ne sono di congruenti e di incongruenti. E poich, se ricordiamo bene il principio della nostra distinzione, sono solo le cose supreme di cui andiamo in cerca, nella nostra caccia non pu aver posto alcuno il costrutto incongruente, dato che nella scala delle qualit non gli spettato neppure il grado pi basso. 21

Vergogna dunque, vergogna agli ignoranti che hanno tanta faccia tosta da buttarsi a ogni pi sospinto a far canzoni: gente di cui ridere non altrimenti che del cieco che si sforza di distinguere i colori. Quello di cui andiamo in caccia, chiaro, il costrutto congruente. 4 Ma prima di raggiungere ci che cerchiamo, vale a dire il costrutto tutto pieno di urbanit, c' una nuova distinzione non meno difficile. Perch i gradi di costrutto sono in realt molti. C' quello senza sapore, proprio di chi alle prime armi, come "Pietro ama molto donna Berta". C' quello non pi che sapido, tipico degli studenti a maestri privi di duttilit, come "Piange il cuore a me, pietoso pi d'ogni altro, per quanti, consumandosi nell'esilio, soltanto in sogno rivedono la patria". C' anche il costrutto sapido e aggraziato, appartenente a taluni che riescono ad attingere solo il livello superficiale della retorica, come "Il lodevole discernimento del marchese d'Este, e la sua magnificenza sciorinata, lo rendono amato da tutti". C' infine il costrutto sapido e pieno di grazia a insieme eccelso, che appartiene ai dettatori illustri, come "Strappata dal tuo seno, Fiorenza, la maggior parte dei fiori, invano il secondo Totila si spinse in Trinacria". 5 questo il grado di costruzione che proclamiamo pi eccellente, ed questo di cui andiamo in caccia, come s' detto, nella nostra ricerca di ci ch' supremo. 6 solo questo tipo di costrutto a formare il tessuto delle canzoni illustri, come questa di Giraldo: Si per mos Sobretos non fos; e Folchetto da Marsiglia: Tan m'abellis 1'amoros pensamen; Arnaldo Daniello: Sols sui che sai lo sobraffan chem sorz; Amerigo di Belenoi: Nuls hom non pot complir addreciamen; Amerigo di Peguhlan: Si con 1'arbres che per sobrecarcar; il Re di Navarra: Ire d'amor que en mon cor repaire; il Giudice di Messina: Ancor, che 1'aigua per lo foco lassi; Guido Guinizzelli: Tegno de folle empresa a lo ver dire; Guido Cavalcanti: Poi che di doglia cor conven ch'io porti; Cino da Pistoia: Avegna che io aggia pi per tempo; 1'amico suo: Amor che ne la mente mi ragiona. 7 E non meravigliarti, o lettore, se ti vengono richiamati alla memoria tanti poeti: perch questo che chiamiamo costrutto supremo non possiamo indicarlo se non attraverso esempi di questo genere. E forse sarebbe utilissimo, per farlo diventare una seconda natura, aver preso visione dei poeti regolati, cio Virgilio, Ovidio delle Metamorfosi, Stazio a Lucano, nonch altri che hanno adoperato una prosa altissima, come Tito Livio, Plinio; Frontino, Paolo Orosio; e molti altri che un affettuoso interesse ci induce a frequentare. 8 La smettano dunque i paladini dell'ignoranza di esaltare Guittone Aretino e altri simili, tutta gente che nel vocabolario e nel periodare non ha mai perso 1'abitudine di popolareggiare.

II - vii
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1 Nello sviluppo successivo della nostra trattazione si presenta ora la necessit di far luce sui vocaboli grandiosi, degni di appartenere allo stile pi nobile. 2 Per cominciare garantiamo quindi che la capacit di distinguere fra i vocaboli non un'impresa da poco per la ragione, perch vediamo che se ne possono trovare svariate specie. Alcuni vocaboli infatti li percepiamo come infantili, altri come femminei, altri ancora come virili; e fra questi ultimi ce ne sono che sanno di campagna, altri che sentiamo come cittadini; e fra quelli che chiamiamo cittadini, alcuni danno un senso di ben pettinato e di leccato, altri di irsuto e di scarruffato. E tra questi sono i vocaboli ben pettinati o irsuti quelli che chiamiamo grandiosi, mentre definiamo leccati o scarruffati quelli che hanno un inutile eccesso di sonorit; cos come fra le imprese di grande portata alcune sono prodotto di magnanimit, altre di fumosit: dove a stare alle apparenze si nota una certa ascesa, ma una volta che venga oltrepassata quella linea ben marcata che la linea della virt, allora a chi sa ragionare bene apparir chiaro che non si tratta di ascesa, ma di caduta a precipizio gi per i pendii del versante opposto. 3 Osserva dunque o lettore, e attentamente, che lavoro di setaccio ti occorre fare per separare dalla massa di scarto le parole scelte: perch se tieni d'occhio il volgare illustre, che come si detto sopra devono usare i poeti tragici volgari - ed questi che intendiamo formare -, avrai cura che nel tuo setaccio restino solo i vocaboli pi nobili. 4 Nel novero dei quali non potrai in alcun modo collocare n gli infantili per la loro elementarit, come mamma e babbo, mate e pate, n i femminei per la loro mollezza, come dolciada e placevole, n gli agresti per la loro ruvidezza, come greggia e cetra, n infine quelli cittadini o leccati o invece scarruffati, come femina a corpo. Dunque vedrai che ti resteranno nel setaccio solo i vocaboli cittadini ben pettinati o irsuti: questi sono i pi nobili, sono le membra del volgare illustre. 5 E definiamo ben pettinati i vocaboli trisillabici o molto vicini al trisillabismo, senza aspirazione, senza accento acuto o circonflesso, senza le consonanti doppie z e x, senza liquide geminate o poste subito dopo una muta, i vocaboli insomma quasi levigati, che a pronunciarli ti lasciano come una soavit in bocca: quali amore, donna, disio, virtute, donar, letitia, salute, securtate, defesa. 6 Quanto agli irsuti: chiamiamo cos tutti quei vocaboli, al di fuori dei precedenti, che risultano per il volgare illustre una necessit o un ornamento. E necessari chiamiamo, per 1'esattezza, quei termini che non si possono evitare, come certi monosillabi quali s, no, me, te, se, a, e, o, u', le interiezioni e molti altri. Definiamo invece ornamentali tutti i polisillabi che, frammisti coi ben pettinati, rendono bella 1'armonia dell'assieme, bench abbiano asprezza d'aspirazione e d'accento e di doppie e di liquide e di eccessiva lunghezza: come terra, honore, speranza, gravitate, alleviato, impossibilit, impossibilitate, benaventuratissimo, inanimatissimamente, disaventuratissimamente, sovramagnificentissimamente. Si potrebbe ancora trovare un vocabolo o parola con un numero superiore di sillabe, ma poich questo oltrepassa la misura che riescono a contenere tutti i nostri versi, non torna utile alla presente normativa: il caso del famoso honorificabilitudinitate, che in volgare raggiunge dodici sillabe e nella grammatica tredici in due casi obliqui. 7 Quanto poi al modo di armonizzare entro i versi vocaboli irsuti di questa specie coi ben pettinati, lo lasciamo da parte per insegnarlo pi avanti. E sul tema dei vocaboli sublimi quanto si gi detto pu bastare a chi abbia innato discernimento.

II - viii
1 Una volta organizzati rami a ritorte per il fascio, urge ora legarlo questo fascio. Ma poich in qualunque operazione la conoscenza deve precedere la messa in opera, come la vista del bersaglio 23

prima di lasciar partire freccia o giavellotto, per prima e principale cosa vediamo quale sia questo fascio che intendiamo legare. 2 Orbene questo fascio, se ricordiamo con esattezza tutte le indicazioni fornite in precedenza, la canzone. Per cui vediamo cosa sia la canzone e cosa intendiamo parlando di canzone. 3 In effetti "canzone", stando all'autentico significato del nome, non altro che 1'azione del cantare, vista come attivit o passivit, come "lettura" 1'azione del leggere, passiva o attiva. Ma distinguiamo i due corni della definizione, secondo cio che la canzone in questione sia fatto attivo o invece passivo. 4 E a questo proposito bisogna tener presente che il termine "canzone" si pu assumere in due sensi: in uno, in quanto costruita dal suo creatore, e in tale senso azione - in questa accezione che Virgilio nel primo del1'Eneide dice "Canto le armi a 1'eroe" -; in un altro in quanto, una volta costruita, venga recitata dal suo creatore o da chiunque altro, con o senza modulazione della melodia: e in questo senso passivit. Perch in quel caso agita, in questo agisce invece su un altro, e cos l si rivela come azione fatta, qui come azione subita da qualcuno. E poich in realt agita prima di agire a sua volta, sembra pi opportuno, anzi necessario che tragga la sua denominazione dal fatto che agita, ed azione di qualcuno, piuttosto che dal fatto che agisce su altri. Prova ne che non diciamo mai - "Questa una canzone di Pietro" in quanto Pietro la reciti, ma in quanto 1'abbia costruita. 5 Inoltre bisogna discutere se venga chiamata canzone la costruzione di parole armonicamente disposte, o la modulazione metodica in s. Al che osserviamo che la modulazione non viene mai chiamata canzone, ma "suono", o "tono", o "nota", o "melodia". In effetti nessun suonatore di strumento a fiato o a tastiera o a corde chiama la sua melodia canzone, se non in quanto sposata ad una canzone, mentre i produttori di parole armonicamente disposte definiscono le loro opere canzoni, a cos pure, di fronte a tali sequenze di parole depositate in foglietti, anche senza nessuno che le reciti, parliamo di canzoni. 6 E perci risulta chiaro che la canzone non altro che un'azione in s compiuta di chi formula parole armonicamente disposte in vista della modulazione metodica: per cui sia le canzoni, di cui ora ci occupiamo, sia le ballate e i sonetti a tutte le sequenze verbali, in volgare o in lingua regolare, armonicamente disposte in qualunque metro, le definiremo canzoni. 7 Ma poich discorriamo solo di cose volgari, senza occuparci di prodotti regolati, affermiamo che tra le forme poetiche volgari ce n' una suprema, che chiamiamo canzone per eccellenza: e che la canzone sia qualcosa di supremo stato dimostrato nel terzo capitolo di questo libro. E poich la definizione fornita tocca un genere comune a pi specie, riprendendo in considerazione il vocabolo gi definito a livello di genere distingueremo 1'oggetto cui miriamo, e solo esso, per mezzo di alcune differenze specifiche. 8 Dunque diciamo che la canzone, in quanto cos denominata per eccellenza - che ci che anche noi cerchiamo -, una concatenazione in stile tragico di stanze uguali, senza ripresa, in funzione di un pensiero unitario, come abbiamo mostrato cantando Donne che avete intelletto d'amore. E se diciamo "concatenazione in stile tragico", la ragione sta nel fatto che quando questa concatenazione si realizza in stile comico, allora parliamo con un diminutivo di canzonetta: della quale abbiamo intenzione di trattare nel quarto di quest'opera.

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9 E cosi risulta chiaro cos' la canzone, sia che la prendiamo in senso generale sia che la definiamo in quanto tale per eccellenza. Abbastanza chiaro risulta anche cosa intendiamo parlando di canzone, e di conseguenza cos' quel fascio che ci prepariamo a legare.

II - ix
1 Si detto dunque che la canzone un'unione organica di stanze; ma se si ignora cosa una stanza sia necessariamente si ignora anche la natura della canzone, poich la conoscenza di un oggetto di cui si d una definizione risulta dalla conoscenza degli elementi che lo definiscono; di conseguenza dobbiamo perci trattare della stanza, indagando cio su cosa essa sia e su cosa vogliamo intendere con questo termine. 2 E a tale proposito si sappia che questo vocabolo stato trovato ad esclusivo beneficio della tecnica poetica, dando cio, a quell'organismo in cui fosse compresa tutta la tecnica della canzone, il nome di stanza, vale a dire camera capace ossia ricetto della tecnica tutta. Perch come la canzone il seno che accoglie tutto il pensiero, cos nella stanza si insena tutta la tecnica; e le stanze successive alla prima non possono assumere alcun artificio tecnico nuovo, ma devono rivestirsi esclusivamente di quelli usati nella stanza capofila. 3 Dal che risulta evidente che questa di cui parliamo sar il grembo comprensivo o insieme organico di tutti gli elementi della tecnica che la canzone fa propri, e una volta determinati questi la descrizione che cerchiamo emerger chiara. 4 Dunque tutta la tecnica della canzone si rivela consistere in questi tre fattori: in primo luogo nella partizione della melodia, secondariamente nella disposizione delle parti, in terzo luogo nel numero dei versi a delle sillabe. 5 Quanto alla rima, non ne facciamo menzione, perch non appartiene alla tecnica specifica della canzone. E infatti in ogni stanza si possono rinnovare le rime o ripetere le stesse di prima, a piacimento: cosa che non sarebbe assolutamente lecita se la rima appartenesse alla tecnica specifica della canzone - come s' detto. Se poi c' qualche precetto sulla rima che importa osservare per la tecnica in questione, compreso nel punto in cui parliamo di "disposizione delle parti". 6 Da quanto detto finora possiamo cos raccogliere i dati per una definizione, e affermare che la stanza un assieme organico di versi e sillabe subordinato a una melodia ben determinata e a una definita disposizione.

II - x
1 Quando sappiamo che 1'uomo un animale razionale e che un essere animato consiste in un'anima sensitiva pi un corpo, ma ignoriamo cosa siano in realt quest'anima o questo corpo, non possiamo avere una conoscenza compiuta dell'uomo stesso: perch una perfetta conoscenza di qualunque oggetto deve estendersi fino agli ultimi elementi costitutivi di esso, come garantisce il Maestro dei Sapienti all'inizio della Fisica. Pertanto, per acquisire sulla canzone quella conoscenza cui aspiriamo, dovremo ora esaminare in sintesi gli elementi che definiscono ci che a sua volta la definisce, e indagare perci prima sulla melodia, poi sulla disposizione a infine sui versi a le sillabe. 2 Affermiamo dunque che ogni stanza armonicamente formata per ricevere una data melodia. Ma quanto alle forme che assumono evidente che le stanze si differenziano. C' infatti un tipo di stanza che compresa sotto una sola melodia la quale procede continua sino alla fine, cio senza ripetizione di alcuna frase musicale a senza diesis - e definiamo diesis il passaggio che conduce da una melodia all'altra (che chiamiamo "volta" quando parliamo ai profani) -: di una stanza di questo 25

tipo ha fatto uso in quasi tutte le sue canzoni Arnaldo Daniello, e noi stessi ne abbiamo seguito1'esempio quando abbiamo cantato Al poco giorno a al gran cerchio d'ombra. 3 Altre invece comportano la diesis: e non si pu avere diesis, nel senso che diamo al termine, se non si verifica la ripetizione di una stessa melodia, o prima della diesis, o dopo, o in entrambe le parti. 4 Se la ripetizione si verifica prima della diesis, diciamo che la stanza ha dei piedi; ed buona regola che ne abbia due, bench a volte ce ne siano tre, ma molto di rado. Se la ripetizione avviene dopo la diesis, allora diciamo che la stanza ha delle volte. Se manca la ripetizione prima della diesis, parliamo di stanza con la fronte; se manca dopo la diesis, diciamo che la stanza ha la sirma, o coda. 5 Vedi dunque, lettore, quanta libert stata concessa ai poeti che scrivono canzoni, e considera per quale motivo 1'uso si aggiudicata una cos ampia discrezionalit; e se la ragione ti guider per la giusta via vedrai che la libert di cui parliamo stata concessa solo per il prestigio dei modelli riconosciuti. 6 Da ci pu risultare sufficientemente chiaro in. che modo la tecnica della canzone abbia a che fare con la divisione della melodia; passiamo perci alla disposizione.

II - xi
1 Quella che chiamiamo disposizione ci appare come la parte pi importante di ci che riguarda la tecnica: e in effetti essa consiste nella partizione della melodia da un lato, nell'intreccio dei versi e nella relazione fra le rime dall'altro. Bisogna perci trattarne con la massima diligenza. 2 Per cominciare osserviamo dunque che nella stanza possono assumere un rapporto reciproco via via diverso la fronte rispetto alle volte, i piedi rispetto alla coda o sirma, o i piedi rispetto alle volte. 3 Infatti ci sono casi in cui la fronte supera le volte per numero di versi e di sillabe, o meglio pu superarle - e diciamo "pu" perch in realt finora non ci capitato di vedere questa disposizione. 4 Altri in cui pu sopravanzarle per numero di versi ed esserne invece superata quanto a numero di sillabe, come sarebbe nel caso di una fronte di cinque versi e di volte ognuna di due versi, coi versi della fronte settenari e quelli della volta endecasillabi. 5 Talora invece le volte sopravanzano la fronte sia per numero di sillabe che di versi, come nella canzone dove cantiamo Traggemi de la mente amor la stiva: si trattava in questo caso di una fronte di quattro versi, composta dall'intreccio di tre endecasillabi a un settenario, a naturalmente non si poteva dividerla in piedi, dato che nel rapporto fra i piedi si richiede eguaglianza di versi e di sillabe, e cos anche in quello fra le volte. 6 E quanto asseriamo per la fronte, possiamo ripeterlo per le volte: le quali infatti potrebbero superare la fronte per quanto riguarda i versi ed esserne superate per numero di sillabe, come nel caso che le volte fossero due, ed entrambe di tre versi, e questi fossero settenari, con una fronte invece di cinque versi, composta dall'intreccio di due endecasillabi e tre settenari. 7 Talora poi i piedi superano la coda sia per numero di versi che di sillabe, come nella canzone in cui cantammo 26

Amor, che movi tua virt da cielo. 8 E talora i piedi sono superati dalla sirma in tutto a per tutto, come nella canzone in cui cantammo Donna pietosa a di novella etate. 9 E la stessa cosa che abbiamo asserito per la fronte - che pu avere un numero superiore di versi ma uno inferiore di sillabe (e viceversa) - la asseriamo anche per la sirma. 10 Infine i piedi superano le volte in numero a ne sono e loro volta superati: infatti nella stanza ci possono essere tre piedi e due volte o invece tre volte e due piedi; e non che siamo tenuti a non oltrepassare questo limite, anzi allo stesso modo possiamo liberamente intrecciare sia piedi che volte in numero superiore. 11 E ci che abbiamo detto della prevalenza di versi e sillabe nel rapporto fra le altre partizioni lo ripetiamo ora per quello fra piedi e volte: che possono infatti aver la peggio o aver la meglio alla stessa maniera. 12 C' poi un fatto che non si pu far a meno di notare: noi assumiamo il termine di "piedi" in accezione opposta a quella dei poeti regolati, perch, come risulta abbastanza evidente, loro parlano di verso formato da piedi, noi invece di piede formato da versi. 13 Neppure si deve omettere di ribadire questo punto: che nel loro rapporto reciproco i piedi assumono necessariamente un numero uguale di versi e sillabe e un'uguale disposizione, perch altrimenti non si potrebbe avere ripetizione della melodia. Questo stesso principio sosteniamo che va osservato anche nelle volte.

II - xii
1 Come si detto pi sopra c' anche una forma di disposizione che dobbiamo tener presente nell'intrecciare assieme i versi: perci stabiliamo una normativa in proposito, richiamando anzitutto quello che abbiamo detto in precedenza dei versi. 2 Nell'uso nostro ci sono chiaramente tre versi che hanno la prerogativa di ricorrere con maggior frequenza, vale a dire 1'endecasillabo, il settenario e il quinario: subito seguiti, prima di tutti gli altri, dal trisillabo, come abbiamo mostrato. 3 Fra di essi, quando tentiamo di poetare in stile tragico, senza dubbio 1'endecasillabo che per una sua particolare eccellenza merita il privilegio di prevalere sugli altri nella tessitura metrica. E infatti c' un tipo di stanza che si compiace di essere intessuta di soli endecasillabi, come nella famosa canzone di Guido di Firenze Donna me prega, perch'io voglio dire; e cos noi pure cantiamo Donne ch'avete intelletto d'amore. Anche gli Ispani hanno fatto uso di questo modulo - e chiamo Ispani coloro che hanno poetato in volgare d'oc; cos Amerigo di Belenoi Nuls hom non pot complir adrecciamen. 4 C' un altro tipo di stanza, nella quale viene inserito un solo settenario: ci che non pu verificarsi se non c' una fronte o una coda, perch, come si detto, nei piedi a nelle volte si tenuti a osservare l'uguaglianza dei versi e delle sillabe. Ragion per cui non pu neppur esserci un numero

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dispari di versi dove non c' fronte o coda; ma in presenza di queste, o anche di una sola delle due, lecito adoperare, a piacere, un numero pari o dispari di versi. 5 E come c' un tipo di stanza costruita con un solo settenario, cos chiaro che se ne possono ordire altre con due, tre, quattro, cinque settenari, purch - nello stile tragico - sia 1'endecasillabo a prevalere e a dare il la. 6 Abbiamo constatato, vero, che alcuni hanno cominciato un componimento di stile tragico con un settenario, cio Guido Guinizzelli, Guido dei Ghislieri e Fabruzzo, tutti Bolognesi, con le canzoni Di fermo sofferire, e Donna, lo fermo core, e Lo meo lontano gire; e qualche altro ancora. Ma a voler scandagliare a fondo il sentimento che le domina, sar chiaro che si trattava di una poesia tragica che procedeva non senza qualche sfumatura di elegia. 7 Quanto invece al quinario, non possiamo fare le stesse concessioni: in un componimento di stile grande basta infatti inserire un unico quinario in tutta la stanza, o tutt'al pi due nei piedi - e dico "piedi" in considerazione della regola su cui si basa la melodia nei piedi, nelle volte. 8 Il trisillabo poi, chiaro, nello stile tragico non va assolutamente preso a s stante: e dico "a s stante" perch in realt viene spesso assunto per un gioco di rime ribattute, come si pu trovare nella famosa canzone di Guido Fiorentino Donna me prega, e in quella dove abbiamo cantato Poscia ch'Amor del tutto m'ha lasciato. Qui non si tratta affatto di un verso che sta a s, ma soltanto di una parte dell'endecasillabo, che risponde come un'eco alla rima del verso precedente. 9 E anche a questo va rivolta una speciale attenzione per quanto riguarda la disposizione dei versi, che se all'interno del primo piede viene inserito un settenario, questo deve riprendere nel piede successivo la stessa posizione che assume nel primo: poni, se un piede di tre versi ha il primo e 1'ultimo endecasillabi e il mediano, cio il secondo, settenario, anche 1'altro piede deve avere il settenario in seconda posizione e gli endecasillabi alle estremit: altrimenti non potrebbe verificarsi la reduplicazione della melodia in funzione della quale, come s' detto, sono fatti i piedi, e di conseguenza i piedi stessi non potrebbero esistere. 10 E la medesima regola che lo proclamiamo per i piedi, vale anche per le volte: vediamo infatti che piedi e volte non differiscono in nient'altro che nella posizione, perch gli uni son definiti tali per essere situati prima della diesis, le altre per essere situate dopo. E ancora: la stessa regola che asseriamo vada osservata per il piede di tre versi, va osservata anche per tutti gli altri tipi di piede; e quanto diciamo a proposito di un solo settenario lo ripetiamo per pi settenari a per il quinario e per ogni altro verso. 11 Da tutto ci, o lettore, puoi ricavare con sufficiente esattezza con quali versi devi costruire la stanza a vedere che tipo di disposizione devi tener presente per quanto riguarda i versi stessi.

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1 Dedichiamoci anche al rapporto fra le rime, ma senza trattare affatto, per il momento, della rima in s: una trattazione specifica dell'argomento la rimandiamo infatti a pi tardi, quando ci occuperemo di poesia mediocre. 2 Perci opportuno estrarre alcuni fenomeni e anticiparli al1'inizio di questo capitolo. Uno la stanza senza rima, nella quale non si osserva alcuna disposizione di rime: di stanze di questo tipo ha fatto uso spessissimo Arnaldo Daniello, come qui: Sem fos Amor de ioi donar; e cos noi cantiamo Al poco giorno. 3 Un altro caso la stanza i cui versi ripetono tutti la stessa rima, nella quale evidentemente superfluo cercare una disposizione particolare. Cos dunque resta 1'obbligo di insistere soltanto sulle rime variate. 4 E per prima cosa si deve sapere che su questo punto quasi tutti si prendono la pi ampia libert, ed soprattutto su ci che si punta per ottenere la dolcezza dell'armonia complessiva. 5 Ci sono infatti alcuni poeti che talvolta non rimano tutte le chiuse dei versi entro la stessa stanza, ma le ripetono o insomma rimano nelle altre, com' stato il caso di Gotto Mantovano, che ci fece conoscere oralmente molte e notevoli sue canzoni: questi infilava sempre nella stanza un verso scompagnato, che chiamava chiave; e come lecito fare con un verso, cos lecito anche con due, e forse con pi. 6 Altri, e sono quasi tutti i creatori di canzoni, non lasciano nella stanza alcun verso scompagnato, ma a ciascuno assegnano 1'accordo di una o pi rime. 7 E alcuni differenziano le rime dei versi che stanno dopo la diesis da quelle dei versi che la precedono; altri invece non operano cos, ma riportano e inseriscono fra i versi successivi le terminazioni della parte anteriore della stanza. Particolarmente spesso per questo procedimento usato per la terminazione del primo verso del blocco finale, che i pi rimano con 1'ultimo dei versi iniziali: tecnica che evidentemente non altro che una forma bella di incatenatura della stanza stessa. 8 Quanto poi alla disposizione delle rime, nella misura in cui stanno nella fronte o nella coda appare opportuno che si conceda tutta la libert desiderata; e tuttavia la disposizione pi bella che assumono le terminazioni dei versi finali, quando scivolano nel silenzio accompagnate dalla rima. 9 Nei piedi invece bisogna stare in guardia: qui troviamo osservato certe regole di disposizione. Operando una distinzione, diciamo che un piede risulta compiuto con un numero pari ovvero dispari di versi, e che in entrambi i casi la terminazione pu essere accompagnata o meno da rima: nessun dubbio su questo per quanto riguarda i piedi a numero pari di versi, mentre se un dubbio sorge per 1'altro tipo si ricordi quanto si detto nel penultimo capitolo a proposito del trisillabo quando, come parte dell'endecasillabo, risponde a mo' di eco. 10 E se capita che nel primo piede ci sia una terminazione priva di rima, bisogna assolutamente assegnargliela nel secondo. Se invece ogni terminazione del primo piede ha qui stesso il suo accompagnamento di rima, nell'altro lecito riprendere o invece rinnovare le rime, come si preferisce, o totalmente o in parte, purch si conservi in tutto e per tutto 1'ordine delle precedenti: mettiamo, dati piedi di tre versi, se nel primo piede le terminazioni dei versi estremi, cio il prime e 1'ultimo, si rispondono, necessario che si rispondano anche le terminazioni alle estremit del secondo piede; e quale si presenta nel primo piede la terminazione del verso mediano, voglio dire 29

accompagnata o scompagnata, tale dovr riaffacciarsi nel secondo: e la stessa regola va osservata per i restanti piedi. 11 Anche nelle volte usiamo quasi sempre questa legge - e diciamo "quasi" perch talora, a causa dell'incatenatura osservata in precedenza e della combinazione fra le chiuse degli ultimi versi, capita che 1'ordine suddetto venga sovvertito. 12 Infine ci sembra molto opportuno aggiungere a questo capitolo un'appendice sui pericoli da evitare per ci che riguarda le rime, dato che nel presente libro non intendiamo toccare ulteriormente della teoria della rima. 13 Tre dunque sono i procedimenti di cui sconveniente che il poeta aulico faccia uso per quanto concerne la collocazione delle rime: vale a dire 1'eccessivo ripetersi del suono di una stessa rima, a meno che proprio in ci non consista 1'affermazione di una qualche novit mai tentata di tecnica come la giornata della nascente dignit cavalleresca, che rifiuta di lasciarsi trascorrere senza nessun privilegio speciale: quanto in effetti noi abbiamo tentato di fare in questa poesia: Amor, tu vedi ben che questa donna. La seconda cosa da evitare proprio 1'inutile gusto dell'equivocazione, che finisce sempre per togliere qualcosa al pensiero. E la terza 1'asprezza delle rime: a meno che non sia mescolata a morbidezza, perch proprio la mescolanza di rime morbide e aspre che d alla tragedia il suo splendore. 14 E tanto basti sulle norme tecniche che riguardano la disposizione.

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1 Dal momento che abbiamo trattato a sufficienza di due aspetti della tecnica della canzone, chiaro che ora si deve passare al terzo, vale a dire al numero dei versi a delle sillabe. E in primo luogo conviene dare uno sguardo a qualche punto che riguarda la stanza nella sua totalit; dopo di che vedremo ci che riguarda le sue parti. 2 Per prima cosa dunque ci interessa fare una distinzione tra gli argomenti che si offrono come materia di canto, perch alcuni mostrano di gradire una certa lunghezza della stanza, altri invece no. In realt tutto ci che esprimiamo in poesia lo cantiamo su un tema negativo o positivo - sicch talvolta accade di cantare in chiave suasoria, tal'altra in chiave dissuasoria; talora con uno slancio di partecipazione, talora ironicamente; a volte in tono laudativo, a volte invece in tono di spregio -, e cos le parole che si riferiscono ad argomenti negativi dovranno sempre affrettarsi verso la conclusione, mentre le altre vi giungeranno passo passo, con una giusta lunghezza

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